Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
UN LUNGO REPORTAGE RACCONTA LO STATO DELL’IMPIANTO A MENO DI UN MESE DALL’INIZIO DEI GIOCHI
I ritardi nei lavori dell’Arena di Santa Giulia, destinata a ospitare le partite di hockey durante le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, sono finiti anche sul New York Times. «A meno di un mese dall’inizio delle Olimpiadi invernali di Milano, l’arena che ospiterà uno degli eventi più importanti dei Giochi è ancora un cantiere aperto», scrivono infatti Motoko Rich e Giuseppina de La Bruyère in un lungo reportage che racconta questa l’anomalia italiana: l’impianto è stato inaugurato nel weekend del 9-11 gennaio con le 7 partite della fase finale della Coppa Italia e della IHL Serie A. Una inaugurazione arrivata a meno di un mese dall’inizio delle gare delle Olimpiadi, che inizeranno il 5 febbraio. «Nelle due precedenti edizioni delle Olimpiadi invernali in Cina e Corea del Sud (2022 e 2018, ndr) gli organizzatori avevano ospitato le partite di prova con un anno di anticipo», ricorda il New York Times.
Lo stereotipo italiano
I ritardi nei lavori nel palazzetto dell’hockey riguardano gli spalti, gli skybox, le aree ospitalità, i bar e i servizi. Da ultimare anche la pista secondaria, quella che le squadre dovranno usare
per gli allenamenti. Tutto questo non fa che confermare lo stereotipo italiano: il New York Times scrive infatti che «in Italia la corsa all’ultimo minuto è considerata una caratteristica nazionale». Ma riporta anche l’ottimismo del consigliere comunale e presidente della Commissione Olimpiadi e Paralimpiadi Milano Cortina 2026 Alessandro Giungi: «Sono assolutamente fiducioso che l’arena sarà pronta il 5 febbraio».
Oltre 1.000 operai edili stanno lavorando su turni 24 ore su 24 per garantire il completamento dell’arena. Non si tratta però solo di finire i lavori in tempo ma anche di assicurare agli atleti le condizioni per poter giocare. Alcuni giorni fa, Bill Daly, il vice commissario della NHL, aveva detto in una intervista che la lega non manderà i suoi atleti alle Olimpiadi se il ghiaccio non sarà sicuro o non soddisferà gli standard di sicurezza richiesti per i suoi giocatori: «Se il ghiaccio è impraticabile, è impraticabile… se i giocatori ritengono che il ghiaccio non sia sicuro, non giocheremo. È semplice».
Come si prepara il ghiaccio
Preparare una pista per l’hockey su ghiaccio è un lavoro complesso: per giorni o addirittura settimane, i produttori di ghiaccio raffreddano centinaia di lastre sottili, uno strato alla volta. Si tratta di un processo che richiede tempo perché il ghiaccio deve assestarsi e deve poi superare alcuni stress test per garantire di poter sostenere tre partite al giorno, la frequenza prevista durante i Giochi. Già durante la partita tra Varese e Caldaro disputata il 9 gennaio durante le Milano Hockey Finals si era verificato il primo problema: un buco nel ghiaccio della pista. Il match era stato interrotto per circa 5 minuti e per
risolvere la situazione si era dovuto ricorrere anche a un annaffiatoio.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL DELFINO DI MARINE LE PEN FOTOGRAFATO CON L’EREDE DELLA FAMIGLIA NOBILIARE… UN ALTRO SCAPPATO DI CASA CHE STREPITA CONTRO LE ELITE E POI NE FREQUENTA I SALOTTI
Anche Jordan Bardella è finito nel mirino del gossip francese. Il leader del Rassemblement
National è stato infatti visto insieme a Maria Carolina di Borbone, giovane aristocratica e discendente della storica dinastia delle Due Sicilie, nel corso di un evento organizzato per celebrare i 200 anni de Le Figaro.
I due sono stati “paparazzati” mentre lasciavano insieme la serata al Grand Palais di Parigi, e il video che li ritrae diretti verso la stessa auto è diventato virale, superando il milione di visualizzazioni sui social.
Un lungo articolo di Le Monde racconta che la famiglia Borbone «vive tra Parigi, Roma e Monaco. Proprio a Montecarlo, in occasione del Gran Premio di Formula 1 del maggio 2025, Jordan Bardella e Maria Carolina si sarebbero conosciuti».
La giovane aristocratica, grande appassionata di moto, sarebbe
stata poi protagonista di un piccolo incidente poco dopo l’incontro con il “delfino” di Marine Le Pen: rimasta coinvolta in uno scontro mentre era in sella alla Harley-Davidson ricevuta in regalo dai genitori, è stata ricoverata temporaneamente in terapia intensiva all’ospedale Princesse-Grace.
La critica di Le Monde
L’uscita pubblica della coppia ha suscitato curiosità, ma anche numerose critiche. Secondo il quotidiano parigino, non è passata inosservata la contraddizione tra l’immagine politica di Bardella e la sua vita privata: proclamarsi come la voce di «un popolo dimenticato» e «l’autentico portavoce di una Francia disprezzata dalle élite», pur apparendo accanto all’erede di una fortuna di centinaia di milioni di euro proprio mentre i contadini marciavano verso Parigi con rabbia, ha suscitato commenti e sorrisi tra i cronisti presenti, scrivono i giornalisti Ariane Chemin e Ivanne Trippenbach.
Chi è Maria Carolina di Borbone?
Maria Carolina, nata a Roma 22 anni fa, è la figlia di Carlo di Borbone-Due Sicilie, esponente del ramo italo-francese dei Borbone, e di Camilla Crociani, erede della società di alta tecnologia Vitrociset, fondata dal padre Camillo Crociani. Ha una sorella più giovane di due anni, Maria Chiara.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
NEL 2026 GIORGIA MELONI A PALAZZO CHIGI COSTA SEMPRE DI PIU’
Le scorte alimentari e i buoni pasto che schizzano, le bollette luce e gas che esplodono e la benzina più cara: ecco perché nel 2026 Giorgia Meloni a Palazzo Chigi costa più di sempre. Nonostante la spending review imposta da Giorgetti sale la spesa ordinaria della presidenza del Consiglio dei ministri. Il curioso euro in più assegnato al Commissario per l’emergenza idrica
L’aumento più inspiegabile è quello per le spese della struttura di missione per il contrasto alla scarsità idrica. Nel bilancio della presidenza del Consiglio dei ministri pubblicato a metà gennaio da Giorgia Meloni erano indicati 252.352 euro nel 2025. La previsione per il 2026 è invece di 252.353 euro, un euro in più (il prezzo di una bottiglietta d’acqua).
È davvero difficile immaginare a chi sia venuto in mente di concedere quell’euro extra e perché. Non si sa nemmeno con chiarezza chi ne potrà beneficiare. Perché il commissario in carica, Nicola Dell’Acqua, che con quel cognome deve essere sembrato l’uomo giusto per combattere la siccità, era stato prorogato fino al 31 dicembre 2025. Ma alla vigilia di Natale il Consiglio dei ministri ha nominato Dell’Acqua alla guida di Arera, dove ha preso servizio dal primo gennaio scorso. E non è stato nominato ancora un suo successore all’emergenza idrica: sul sito del commissariato Dell’Acqua risulta ancora al suo vecchio posto, pronto a godersi quell’euro extra.
Il bilancio di Palazzo Chigi ammonta a circa 5,7 miliardi di euro, con un aumento di 331,7 milioni di euro rispetto all’anno precedente in gran parte dovuti ai maggiori investimenti in alcuni settori decisi dalla legge di bilancio. Così 19 milioni extra vanno a Casa Italia, mentre aumentano di 17,5 milioni i fondi per le pari opportunità, di 63,5 milioni alle politiche per la famiglia, di 47,2 milioni alle politiche giovanili, di 47,5 milioni allo sport, di 39,3 milioni alla Protezione civile e di poco meno di 10
milioni alle politiche del mare. In compenso vengono tagliati di 3,8 milioni i fondi per la funzione pubblica, di quasi 2 milioni di euro i fondi per gli affari regionali, di 14,78 milioni di euro quelli per l’innovazione tecnologica, di 29,8 milioni quelli per le politiche spaziali ed aerospaziali e di 30,5 milioni di euro.
A fare la parte del leone però è il segretariato generale di Palazzo Chigi, la struttura che sovrintende al personale, alle esigenze della Meloni e dei ministri e sottosegretari della presidenza del Consiglio, cui va nel 2026 uno stanziamento di 734,4 milioni di euro contro i 571,073 milioni del 2025. Gran parte di questa somma extra – 109 milioni di euro – è per interventi che seguono la legge di Bilancio, ma non è piccolo nemmeno l’aumento per le spese di funzionamento, che sono quelle tipiche della struttura di supporto alla premier, personale compreso: lo stanziamento per l’anno in corso è di 388,5 milioni di euro contro i 366,8 milioni del 2025, con un aumento quindi di 21,7 milioni di euro nonostante il taglio del 5% che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha imposto alla spesa voluttuaria di tutti i ministri, Meloni compresa.
Aumenta il costo della struttura di vertice della presidenza Consiglio che per segretario generale e suoi vice passa da 476.491 a 610.881 euro. I 134.390 euro più dell’anno precedente si spiegano con il numero dei vicesegretari generali, passato da 3 a 4. Poi anche nel cuore del governo si sente il tema inflazione: le spese per utenze gas, acqua ed elettricità aumentano di 659.114 euro passando da 7,34 a 8 milioni di euro. In compenso scendono quelle telefoniche di 230 mila euro grazie a contratti meno onerosi sulla telefonia mobile. Sale però la spesa per carburante e pedaggi autostradali delle auto blu: passa da 135 mila a 175 mila euro (40 mila euro in più). E cresce un pochino (32.400 euro) anche quella per le pulizie del palazzo e per la derattizzazione.
Anche se si lamenta spesso dei giornalisti, la Meloni non si perde un loro articolo: la spesa per acquisto di giornali cartacei e per abbonamenti a testate on line lievita di 15 mila euro, passando da 90 mila a 105 mila euro. Se si pensa che era di 65 mila euro nel 2024, in due anni è lievitata del 61,53%.
Derrate alimentari e buoni pasto, a Palazzo «è tutto un magna-magna»
C’è poi un capitolo di spesa che letteralmente esplode, ed è quello per l’«acquisto di beni di consumo e servizi strumentali al funzionamento degli uffici e per le esigenze istituzionali e di decoro delle autorità politiche presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri», che passa da 1,450 a 2,7 milioni di euro con un aumento di 1,250 milioni di euro che si somma ai 250 mila euro di aumento dell’anno precedente.
La ragione non è spiegata nella nota che accompagna il bilancio, ed è difficile da comprendere anche perché questo era il capitolo di spesa per eccellenza sottoposto alla spending review di Giorgetti, e quindi avrebbe dovuto essere tagliato del 5%. Dentro però c’è un po’ di tutto: dalle derrate alimentari per i frigo bar, alle capsule di caffè per le macchinette, agli arredi degli uffici. Certo il costo dei beni alimentari è esplodo in questi anni, ma non spiega questo scostamento. E visto che sale di 500 mila euro anche la spesa per i buoni pasto del personale, che passa da 4,5 a 5 milioni di euro (erano 3,8 nel 2024), non ci si deve sorprendere
se poi si rafforza l’antico detto secondo cui a Palazzo «è tutto un magna-magna».
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
COSA PREVEDE E PERCHE’ E’ CONTESTATO DAGLI AGRICOLTORI
«Preferiamo il commercio equo ai dazi, ora opportunità incalcolabili per 700 milioni di
cittadini», sottolinea Ursula von der Leyen dal Paraguay. E Milei ringrazia Meloni per aver sbloccato l’intesa
Dopo 26 anni di negoziati, Unione europea e Mercosur hanno firmato oggi ufficialmente ad Asunciòn, in Paraguay, l’accordo
commerciale bilaterale che promette di creare la più vasta area di libero scambio al mondo: oltre 700 milioni di cittadini/consumatori, sommando il mercato Ue con quello di Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay.
«Questo accordo invia un segnale forte al mondo. Riflette una scelta chiara e deliberata. Preferiamo il commercio equo ai dazi doganali, scegliamo una partnership produttiva e a lungo termine e, soprattutto, intendiamo offrire vantaggi reali e tangibili ai nostri cittadini e alle nostre aziende», ha detto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen alla cerimonia di firma dell’accordo, ricordando come la zona di libero scambio che esso crea «vale quasi il 20% del Pil globale, con opportunità incalcolabili ai nostri 700 milioni di cittadini». «La rilevanza di questo accordo va al di là delle cifre. Lanciamo un messaggio sull’essenza del commercio libero, del multilateralismo e del diritto internazionale come base nel rapporto tra le regioni, invece che arma geopolitica», le ha fatto eco il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, volato anch’egli ad Asuncion, inviando un messaggio implicito agli Usa di Donald Trump. «Non vogliamo creare sfere d’influenza ma zone di prosperità condivisa, non vogliamo né dominare né imporre, ma rafforzare i legami tra i cittadini e le nostre imprese: mentre c’è chi che crea barriere, noi lanciamo ponti».
Le speranze del Sudamerica
Ad apporre la firma al trattato quale presidente di turno del Mercosur è invece il presidente del Paraguay Santiago Peña, che ha parlato di giornata storica e «pietra miliare» nelle relazioni tra le due aree del mondo. «Possiamo dire che ora il Sudamerica e
l’Europa sono più vicini: dobbiamo unirci per camminare verso un futuro diverso. In uno scenario segnato da tensioni lanciamo un segnale chiaro a favore del commercio internazionale». E se l’accordo, come hanno chiarito ieri fonti dell’Amministrazione Usa, non sembra piacere per nulla a Donald Trump, a sostenerlo apertamente un po’ a sorpresa sono invece alcuni dei suoi più cari alleati sulla scena globale. «Voglio ringraziare in particolare il contributo della mia amica, la premier italiana Giorgia Meloni: il suo impegno è stato cruciale per il successo di questo negoziato», ha detto il presidente argentino Javier Milei intervenendo alla cerimonia di firma dell’intesa ad Asuncion. «Questo accordo non è un punto di arrivo ma di partenza, speriamo che il Parlamento europeo dia il suo via libera», ha aggiunto Milei.
Il pendolo dell’Italia: perché Meloni ha cambiato idea
L’Italia di Giorgia Meloni ha avuto in effetti nelle ultime settimane a cavallo tra il 2025 e il 2026 un ruolo da ago della bilancia per il destino dell’accordo predisposto dai negoziatori della Commissione europea. Prima, al vertice Ue di dicembre, facendo asse con la Francia di Emmanuel Macron per bloccare la firma in attesa di assicurare più solide garanzie per gli agricoltori europei, infuriati per l’accordo. Poi, alla ripresa post-vacanze, trasformando lo stop in via libera dopo aver valutato positivamente le ulteriore concessioni garantite dalla Commissione. Il 9 gennaio l’accordo è infatti stato approvato dal Consiglio, l’organo che rappresenta i 27 governi Ue, ma solo grazie a un voto a maggioranza qualificata. Francia, Polonia, Austria, Irlanda e Ungheria hanno reiterato il loro voto contrario,
mentre il Belgio si è astenuto. Determinante è stato quindi il sì dell’Italia, promesso da Meloni a von der Leyen e – appare oggi chiaro – anche all’amico/alleato Javier Milei. Sebbene le organizzazioni che rappresentano gli agricoltori in Italia e nel resto d’Europa non siano certo persuase dell’intesa e promettano ancora battaglia, portando ancora una volta in strada i trattori già la prossima settimana davanti al Parlamento Ue di Strasburgo.
Cosa prevede l’accordo
Rimasto in naftalina per anni, l’accordo di libero scambio con il Mercosur è stato rilanciato dall’Ue dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump per rispondere alla sua guerra di dazi. Fa parte in tal senso dello sforzo europeo in opera in questi mesi per tentare di allargare e consolidare i rapporti, commerciali e non solo, ad altre aree del mondo al di fuori del compianto “Occidente”. Sudamerica certo, ma anche India e Asia centrale, ad esempio. I negoziati tra i due blocchi sul nuovo testo sono stati portati a termine oltre un anno fa, il 10 dicembre 2024. Il nuovo accordo punta a creare come detto una colossale area di libero scambio, eliminando dunque progressivamente i dazi sul 90% delle merci scambiate, ma anche rimuovendo altri ostacoli non tariffari al commercio: procedure burocratiche pesanti e complesse, regolamenti o standard tecnici differenti o frammentati, divieti d’accesso a operatori stranieri di certa tipologia, dimensione o settore. Attualmente, per avere un’idea, i dazi Ue su prodotti sudamericani sono al 27% per il vino, al 14-20% per i macchinari, al 18% per i prodotti chimici e al 35% per le auto. Bruxelles stima che grazie all’accordo le esportazioni europee verso il Mercosur cresceranno di 50 miliardi di euro. Ma
se l’industria farmaceutica o dell’automotive europee non vedono l’ora che l’intesa entri in vigore, chi la teme come il diavolo sono gli agricoltori nostrani, preoccupati da una prossima «invasione» di carni, formaggi ed altri prodotti alimentari sudamericani più competitivi.
I timori degli agricoltori e le tutele previste nell’accordo
Consapevole dei timori, la Commissione ha in realtà previsto fin dall’inizio, e poi rafforzato, le tutele per gli agricoltori europei. Intanto tutte le merci in arrivo in Ue dovranno superare meticolosi controlli sul rispetto delle condizioni fito-sanitarie, tali e quali a quelle che devono rispettare i produttori europei. Per una serie di categorie di prodotti agricoli la liberalizzazione poi non sarà in realtà completa, ma vincolata ad un tetto massimo di importazioni. Per le carni bovine, ad esempio, s’è concordato un massimale di 99mila tonnellate di importazioni l’anno, quota che comprende sia il fresco che il surgelato. Ci sono nel trattato garanzie specifiche a tutela di 350 diversi prodotti con Indicazione Geografica, vietando imitazioni esplicite o surrettizie e proteggendo i relativi marchi: vale anche per le tentate truffe di Italian sounding su prodotti come Parmigiano Reggiano o Prosciutto di Parma. L’accordo prevede inoltre la possibilità (tanto per l’Ue quanto per il Mercosur) di sospendere il libero scambio attivando le cosiddette “clausole di salvaguardia” qualora si valuti che le importazioni di una certa merce stanno creando un serio danno al proprio mercato. L’ulteriore pressing italiano a cavallo tra il 2025 e il 2026 ha portato all’abbassamento della soglia necessaria a far scattare le indagini su possibili turbamenti del mercato dall’8 al 5% di calo
dei prezzi. Oltre che all’impegno da parte della Commissione Ue ad anticipare al 2028 l’esborso di altri 45 miliardi di euro per la Politica agricola comune Ue (Pac) e quello a non aumentare i costi dei fertilizzanti.
Cosa succede ora
Concessioni che hanno convinto infine il governo Meloni. Non la Francia di Emmanuel Macron, con un esecutivo fragilissimo assediato dalle proteste degli agricoltori. Ora, dopo la firma in Paraguay, resta lo scoglio delle ratifiche. Già la prossima settimana il Parlamento europeo dovrebbe votare sul testo, in un clima che si prevede arroventato dalle proteste dei trattori a Strasburgo. Infine alcune parti dell’accordo, quelle che vanno oltre la politica commerciale di esclusiva competenza Ue, dovranno essere approvate anche dai singoli Parlamenti nazionali prima di poter entrare in vigore.
(da Open)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL QUADRIMOTORE SARA’ VENDUTO A PEZZI
L’Airbus A340 — il quadrimotore utilizzato (poco) dallo Stato italiano per le missioni all’estero, citato (molto) a livello politico e ribattezzato, malignamente, «Air Force Renzi» (anche se l’ex premier non ci è mai salito) — è stato venduto da Etihad Airways ai commissari straordinari di Alitalia alla cifra, simbolica, di appena un euro. È quanto può svelare in esclusiva il Corriere della Sera dopo essere entrato in possesso sia dell’atto di compravendita sia della visura presso l’Ente nazionale per l’aviazione civile.
Il passaggio di proprietà, di fatto a titolo gratuito, avviene nell’ambito del maxi-accordo della primavera del 2023 tra Etihad (che aveva investito senza successo in Alitalia) e i commissari dell’ex vettore tricolore (Gabriele Fava — poi andato a guidare l’Inps —, Giuseppe Leogrande e Daniele Santosuosso). Un’intesa, approvata anche a livello politico, che, come è stato svelato nei giorni scorsi, ha previsto anche l’erogazione di «centinaia di milioni» di euro a favore dell’amministrazione straordinaria.
L’Airbus A340 non decolla più dall’estate del 2018, è parcheggiato a poca distanza dagli hangar di Atitech all’aeroporto di Roma Fiumicino e ha perso le abilitazioni per volare. Nelle prossime settimane sarà venduto, a pezzi, ai migliori offerenti, spiegano due fonti a conoscenza delle intenzioni dei commissari. Non è escluso che sia anche l’ultimo asset di Alitalia ad essere dismesso, chiudendo così uno dei capitoli più discussi, tortuosi e drammatici dell’ex compagnia di bandiera del nostro Paese. I commissari, contattati, non hanno risposto alle domande. Etihad non ha commentato.
Ma come si è arrivati a questo punto? È il 2014 e a Roma da tempo cercano un velivolo in grado di coprire lunghe distanze senza dover fare soste intermedie per il rifornimento di carburante. Gli Airbus A319 — in dotazione all’Aeronautica Militare — non possono volare da Roma all’Asia o al Sud America senza uno scalo tecnico. Viene così scelto un quadrimotore, l’Airbus A340-500, di Etihad Airways, che intanto è entrata in Alitalia con il 49% e prova a rilanciare il vettore tricolore.
Lo Stato però non può firmare un contratto di leasing con una società extra-Ue e così nascono due accordi. Il primo, il numero 808, siglato tra Alitalia e il ministero della Difesa il 17 maggio 2016 (durante il governo Renzi). Si tratta di un «sub-noleggio» e include diverse prestazioni accessorie, come la manutenzione, l’addestramento dei piloti, l’intrattenimento di bordo, per una spesa di 168 milioni di euro in otto anni
Poi c’è il secondo contratto, tra Alitalia ed Etihad, firmato il 9 giugno 2016 a Dublino e impostato su quattro grandi blocchi di spesa: il leasing (81 milioni), la manutenzione (31 milioni), l’handling (12 milioni) e l’addestramento dei piloti (quasi 4 milioni), per un costo complessivo intorno ai 150 milioni. Per il noleggio dell’Airbus A340 Alitalia dava a Etihad 512.198 dollari ogni mese, ma ne riceveva 590.889,60 dalla Direzione degli armamenti aeronautici e per l’aeronavigabilità (Armaereo), il settore del ministero della Difesa che si occupa anche degli aerei di Stato.
Il governo Conte I decide di fermare tutto. Il 22 agosto 2018 i commissari straordinari annullano l’accordo con Etihad. Il 31 agosto lo fa il dicastero con Alitalia. Dopo 88 voli istituzionali
l’A340 deve essere riportato ad Abu Dhabi. Ma il velivolo — lungo 67 metri — resta parcheggiato a Fiumicino. Intanto Etihad si rivolge ai tribunali (italiani) per opporsi allo scioglimento unilaterale del contratto. Il Tar del Lazio respinge il ricorso nel gennaio 2019. Il 7 dicembre 2022, sempre il Tar, dichiara «estinto» il giudizio anche per il venir meno dell’interesse di Etihad.
Secondo i dati forniti al Corriere da Collateral Verifications attraverso la piattaforma ch-aviation, quando smette di volare (il 7 giugno 2018) l’A340 ha un valore di mercato di 3,43 milioni di euro. Oggi, in teoria, quel valore è pari a zero. Ma dalla dismissione dei pezzi la terna commissariale potrebbe comunque ricavare qualcosa, in particolare se si pensa alle parti di ricambio che servono rapidamente e non sono trovabili sul mercato.
Dopo cinque anni di parcheggio, senza sapere il suo destino, i commissari sbloccano la situazione all’interno del maxi-accordo complessivo. Alle 14:30 del 17 maggio 2023, a Roma, di fronte al notaio Lorenzo Cavalaglio, Fava e Santosuosso firmano con la legale rappresentante in Italia di Etihad l’«atto di compravendita» del velivolo con marche di registrazione I-TALY, stando al documento recuperato dal Corriere.
Il jet viene venduto «unitamente a quattro motori Rolls-Royce Trent, nonché alle apparecchiature, agli strumenti, agli accessori, all’equipaggiamento, alle pertinenze, ai log books, ai manuali di volo, alla documentazione, al manuale di manutenzione del costruttore e a ogni altro documento e manuale». A quanto? «Il prezzo della compravendita dell’aeromobile — viene messo nero su bianco — è stato pattuito tra venditore e acquirente nella
somma complessiva simbolica di euro 1,00».
L’aereo è ancora oggi tra gli asset di Alitalia in amministrazione straordinaria, come conferma la visura presente all’Ente nazionale per l’aviazione civile, che reca come momento del passaggio di proprietà, a livello aeronautico, il 3 aprile 2024. Nei circuiti dell’Agenzia delle Entrate il trasferimento è avvenuto il 19 maggio 2023. La cessione non è costata alla collettività, e infatti dai bilanci depositati dai commissari non emerge più alcuna posta passiva legata al noleggio. E nei prossimi mesi l’A340 verrà venduto a pezzi.
(da corriere.it)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
ASSECONDARE LO SPIRITO DEL TEMPO PER MANTENERE IL CONSENSO: MA GLI STATISTI SONO ALTRO
Anche stavolta il governo di Giorgia Meloni riesce a sfuggire alla stretta della storia. La linea
prescelta sulla questione dell’Artico (“In Groenlandia ma con la Nato”) magari significa poco ma salva l’Italia dalle ritorsioni di Donald Trump contro chi ostacola la sua missione di conquista, evita lo scontro con gli alleati europei colpiti dai nuovi dazi di Washington, tutela gli assetti interni della maggioranza. Dire “il solito equilibrismo” non basta più. C’è dell’altro, qualcosa di più consistente che emerge dall’intreccio delle vicende internazionali e nazionali: c’è la scelta di assecondare, seppure con modi felpati, lo spirito del tempo che soffia dall’America immaginando di raccoglierne i frutti in patria, magari nella prossima legislatura. Meloni non può impugnare il trumpismo come un’alabarda, nei modi sguaiati di un Viktor Orban, né può affrontarlo con la sottomissione un po’ patetica della signora Maria Corina Machado, e tuttavia ha trovato la strada per mettersi in scia alla modalità trumpiana di intendere la politica, le relazioni istituzionali, la questione immigrazione, il rapporto tra potere e giustizia e soprattutto tra Stati e diritto internazionale.
Quella modalità apre la strada a strappi che i conservatori e i sovranisti italiani hanno a lungo teorizzato senza mai riuscire a realizzarli nella pratica quando sono stati al governo. Breve elenco: le ronde leghiste contro gli stranieri, la riforma berlusconiana della giustizia, l’idea di un esecutivo e di un premier sovraordinati rispetto alle autorità di garanzia sanitarie o monetarie, i diritti del più forte (elettoralmente, ma non solo), la sicurezza affidata alla legittima difesa dei cittadini senza l’impiccio di indagini e controversie, la garanzia di impunità per chi indossa una divisa, la remigrazione volontaria o coatta.
Sono tutte battaglie perse dalla destra nell’arco di un ventennio dove ha governato, sì, ma non è stata assistita dallo spirito del tempo. La presidenza Trump le ha sdoganate una ad una, le ha normalizzate e messe a terra con una serie di eclatanti strappi. Ed è in questo solco che la destra immagina di potersi muovere in futuro con maggiore efficacia. Pensiamo a cosa sarebbe successo se due anni fa la maggioranza avesse proposto l’introduzione del fermo preventivo contro soggetti giudicati a rischio: nessuno l’avrebbe salvata dall’accusa di deriva cilena ma adesso, con gli agenti dell’Ice abilitati a sparare a cittadini renitenti agli ordini,
quell’idea sembra addirittura poca cosa: una misura modesta, persino gentile, per tutelare l’ordine pubblico.
Lo stesso vale per la riforma del Csm, che fu terreno di acerrima battaglia (persa) ai tempi del berlusconismo ma ora non sembra scaldare più di tanto gli italiani, malgrado l’imminente referendum: se paragonata a Pam Bondi che licenzia i procuratori indisponibili a scudare le violenze dell’Ice, a molti sembra davvero di scarso rilievo, minestrina. E tuttavia la scommessa di Giorgia Meloni resta rischiosa. La destra che fa la destra fino in fondo di solito non ha successo, e talvolta provoca reazioni di rigetto. Vedere l’esperienza dell’utraliberal inglese Liz Truss, restata in sella appena cinque settimane, o lo stesso declino del consenso di Trump che elettrizza una minoranza ma spaventa molti che lo hanno votato con convinzione. La prova referendaria indicherà tra le altre cose se allinearsi allo spirito del tempo che soffia dagli Usa, seppure in modo soft e senza rivendicarlo troppo, è stata una buona idea oppure no.
(da lastampa.it)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA FATICA CON CUI L’OPPOSIZIONE COMUNICA SE STESSA
La lettera di Giuseppe Conte al Corriere della sera, nella quale spiega la posizione dei cinquestelle sull’Iran, avrebbe potuto essere controfirmata da Schlein. Nonché dalla grande maggioranza degli elettori di centrosinistra. Diceva (mi scuso per l’estrema sintesi): siamo contro gli ayatollah e al fianco dei ragazzi iraniani, ma consideriamo rovinosa la sola ipotesi di un intervento militare americano.
Nei giorni precedenti una lettura distratta, ma anche meno distratta, dei media italiani, non aveva dato questa impressione. Prevaleva un’idea di divisione quasi insanabile “a sinistra” a proposito dell’Iran. Certo, questa impressione era influenzata anche dall’astensione dei cinquestelle, in Senato, sulla mozione “bipartisan” dei partiti, che non includeva anche la contrarietà preventiva a un intervento armato americano.
E non c’è dubbio che sulla questione gravano anche vecchie sclerosi della sinistra sedicente antagonista che dove vede nemici dell’America si entusiasma anche se si tratta di dittature assassine e di preti invasati. Ma alla fine dei conti, e con due giorni di tempo per metterlo in chiaro, sulla questione Iran non c’erano voragini e barriere, a dividere l’opposizione.
Quello che colpisce è la fatica enorme, spesso la goffaggine, con la quale l’opposizione comunica se stessa. Sarà anche colpa dei media, che sorvolano sulle divisioni (enormi) in politica estera dei partiti di governo e gradiscono indugiare su ogni increspatura interna all’opposizione. Ma visto che la situazione è questa, diventare un poco più scafati, più precisi e più puntuali nella comunicazione, non aiuterebbe? Come prova di campo largo, un ufficio-stampa largo, volendo anche clandestino, che provi a dare qualche buon consiglio?
(da Repubblica)
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Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI È DISPOSTA A BUTTARE UNA VALANGATA DI SOLDI PUBBLICI PUR DI NON AMMETTERE CHE LO SCONSIDERATO PROTOCOLLO CON L’ALBANIA È STATO UN FLOP
C’è qualcosa che ha funzionato nel protocollo per la /gestione dei flussi migratori siglato due
anni fa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal suo omologo e alleato albanese Edi Rama: l’uso smodato di procedure senza gara, con cui sono stati assegnati appalti milionari per la costruzione e la gestione dei centri di oltre Adriatico, e l’enorme esborso di risorse pubbliche.
Il governo deve provare a tutti i costi a mantenere in vita le strutture, anche con il minimo delle presenze, almeno in attesa dell’entrata in vigore del nuovo Patto Ue per le migrazioni e l’asilo, attesa per giugno. È una scommessa politica su cui l’esecutivo di Giorgia Meloni con il suo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha puntato tutto. A partire dalla sua credibilità.
Mantenere in piedi il progetto è quindi una priorità: impianti e moduli – costati oltre 80 milioni di euro – per cui è stato fatto il conguaglio poco più di un anno fa hanno bisogno di una manutenzione continua per un valore stimato, al netto dell’Iva, di 5,7 milioni di euro.
Cifra che, appunto, si somma alle risorse già spese, per la gestione, il distaccamento degli agenti delle forze dell’ordine, il presidio, gli spostamenti.
Dunque, per «garantire il normale funzionamento – evitandone il deterioramento – dei centri di Shëngjin e Gjadër», la prefettura di Roma ha pubblicato un nuovo avviso di manifestazione di interesse. In altre parole, si chiede agli operatori economici interessati di palesarsi per assicurare i servizi di «manutenzione ordinaria, straordinaria, presidio e full risk degli impianti tecnologici e delle infrastrutture dei centri
L’avviso è datato 30 dicembre, trasmesso il 31 e pubblicato il 5 gennaio. Su oltre 82 milioni di gare bandite, aveva rilevato ActionAid nella sua ricerca a inizio dicembre, oltre 74 erano state affidate direttamente.
Se all’inizio la giustificazione data per evitare la gara pubblica, le relative tempistiche e garanzie, era l’estrema urgenza, l’esecutivo non si smentisce e richiama ancora una volta non meglio specificate «esigenze di celerità».
Sembra che tutto ciò che riguarda il protocollo Italia-Albania, e più in generale il tema migratorio, sia motivato da «estrema urgenza». E l’estrema urgenza porta con sé eccezione, deroga e discrezionalità.
La scadenza è fissata il 2 febbraio, per la richiesta di informazioni supplementari. L’appalto riguarda servizi specifici: oltre alla manutenzione ordinaria, e quindi un «controllo periodico di tutte le funzioni principali dei sistemi», si chiede «qualsiasi manutenzione straordinaria», il presidio di sei tecnici – tra cui elettricisti, fabbri, termoidraulici – il presidio notturno e festivo di un tecnico, la reperibilità di due ulteriori tecnici
E, infine, full risk, cioè il servizio che copre tutti i guasti, fino alla «sostituzione dell’intera macchina», anche se l’intervento è richiesto a causa di «eventi atmosferici, atti vandalici o altro non esplicitamente indicato».
Qui l’amministrazione potrebbe volersi proteggere da tutti quegli episodi che coinvolgono le strutture dei Cpr: l’unico modo di far sentire la propria voce contro le condizioni di trattenimento o contro la detenzione amministrativa è colpire il proprio corpo o l’ambiente dentro cui si è costretti.
Questo per un totale di 1,9 milioni all’anno, Iva esclusa, per due anni prorogabili per ulteriori 12 mesi. Un valore che si abbassa a 540mila euro, Iva esclusa, qualora non ci siano più di 80 persone nel Cpr e 80 nel centro di trattenimento, oggi non in funzione.
Già dai primi sopralluoghi gli ufficiali del Genio dell’Aeronautica militare, a inizio 2024, avevano evidenziato le troppe incognite che avvolgevano i territori individuati, soprattutto il sedime militare abbandonato di Gjadër. Un luogo «da dismettere», avevano scritto.
Chissà se sono quelle stesse criticità ad aver portato la prefettura a richiedere un servizio da quasi sei milioni di euro, se la precarietà delle strutture o semplicemente un progetto estremamente costoso sotto tutti i punti di vista che ha bisogno di essere alimentato da continui fondi pubblici.
Tutto ciò mentre nei centri da mesi sono presenti poche decine di persone. Numeri così bassi che hanno portato l’ente gestore – secondo una fonte informata sui fatti sentita da Domani – a ridurre non solo lo staff ma anche l’orario di lavoro, che è passato da circa 40 ore in alcuni casi a 32 in altri a 24 a settimana.
Nonostante le strutture siano da tempo semivuote, il governo rimane positivo e si aspetta un «rinnovato slancio» a giugno, quando entreranno in vigore i nuovi regolamenti europei, ha assicurato Piantedosi in un’intervista all’Adnkronos.
Di certo, le norme Ue apriranno un nuovo capitolo delle politiche sull’immigrazione, estendendo ampiamente le procedure accelerate e riducendo ancor di più le garanzie, fino a svuotare di fatto il diritto di asilo
Ma occorrerà vedere che forma prenderà questo progetto, usato fino ad oggi come sperimentazione del diritto sulla pelle delle persone. Nel frattempo, il governo si è portato avanti e ha inserito nella bozza del nuovo decreto sicurezza, annunciato dal ministro, l’eventualità che i naufraghi soccorsi da navi delle ong colpite da «interdizione temporanea» dalle acque territoriali siano condotti anche in paesi terzi con cui l’Italia ha stipulato intese. Come l’Albania.
(da Domani)
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Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE SE COLPITI DA MANDATO DI ARRESTO, TUTTI I CRIMINALI DI ALTO LIVELLO RICERCATI POSSONO TRANSITARE IN ITALIA : E’ LA CERTIFICAZIONE DELL’ITALIA DEI VILI
È atteso nelle prossime settimane il via libera del governo Meloni al nuovo decreto Sicurezza, un dl che raccoglie molte norme contro chi manifesta e contro le Ong che soccorrono migranti in mare. Un articolo in particolare della bozza, però, ha
attirato l’attenzione. È un provvedimento che ricorda in modo sospetto il caso di Almasri.
Il generale libico, accusato di crimini contro l’umanità, fu arrestato in Italia circa un anno fa ma venne poi liberato in pochissimi giorni, con l’intervento del governo, e inviato in Libia su un volo di Stato. Questo impedì di processarlo alla Corte penale internazionale (Cpi), nonostante il mandato d’arresto che pendeva su di lui. Il nuovo decreto prevederebbe, proprio in casi simili, la possibilità per il governo di rimpatriare persone “pericolose” per la sicurezza o per le relazioni diplomatiche.
Cosa dice la nuova norma e perché ricorda il generale Almasri
Nella bozza del decreto l’articolo 16 prevede la “possibilità di disporre la consegna allo Stato di appartenenza” di una persona, se questa con la sua presenza in Italia può “compromettere la sicurezza della Repubblica” oppure “l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato”. O, ancora, se questa consegna è resa obbligatoria da generici “accordi internazionali di sicurezza”.
C’è un motivo se alcuni critici, tra cui il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Angelo Bonelli, hanno definito questo articolo una “norma salva Almasri”. Secondo il parlamentare è “costruita ad hoc per sanare politicamente e giuridicamente una scelta gravissima del governo Meloni: la liberazione del criminale Almasri, sottratto alla giustizia internazionale e riconsegnato alle autorità libiche, in palese violazione degli obblighi assunti dall’Italia con il Trattato istitutivo della Corte penale internazionale”
Infatti, sul generale c’era un mandato d’arresto internazionale e quindi l’Italia, che ha aderito alla Cpi, avrebbe dovuto inviarlo all’Aja dopo averlo catturato. Sul perché il governo Meloni non lo fece ci sono state diverse versioni, anche incomplete o contraddittorie, nell’ultimo anno.
I ministri coinvolti, quello della Giustizia Nordio e quello dell’Interno Piantedosi, hanno detto di aver agito nell’interesse dello Stato. In particolare, Piantedosi ha sottolineato più volte che Almasri venne rimpatriato perché era “pericoloso”. Ed è noto che fu una decisione presa anche per mantenere i rapporti con la Libia. Ovvero proprio le due motivazioni (sicurezza e diplomazia) che ora il governo vorrebbe rendere legge.
Le indagini della Corte penale internazionale
In Italia le indagini sul caso non sono andate da nessuna parte perché il Parlamento ha evitato il processo agli esponenti dell’esecutivo. Restano delle indagini in corso sulla capo gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, per presunte false dichiarazioni ai pm. È sul piano internazionale che l’Italia ha già subito le ripercussioni. La stessa Corte penale internazionale, infatti, ha aperto una procedura nei confronti di Roma.
Prima la procura della Cpi, in estate, poi la Camera preliminare (all’unanimità) a ottobre, hanno stabilito che l’Italia violò i suoi obblighi internazionali. Nella decisione arrivata in autunno, che non è ancora una condanna definitiva ma è già stata approvata, i giudici hanno smontato tutte le giustificazioni portate avanti dal governo Meloni. Per esempio: se davvero si riteneva Almasri pericoloso, perché riportarlo – su un volo di Stato, in libertà – proprio in Libia dove è accusato di aver commesso svariati crimini internazionali
Il governo italiano sembra intenzionato a evitare che fatti simili si ripetano. Già a novembre aveva avanzato l’idea di cambiare la legge che detta le regole sulla cooperazione dell’Italia con la Cpi.
Ora arriva la norma contenuta nel nuovo decreto Sicurezza. Che, se fosse stata in vigore un anno fa, avrebbe dato almeno una specie di ‘copertura’ legale alle intenzioni del governo. “Siamo di fronte a un uso personale della legislazione sulla sicurezza per proteggere responsabilità politiche e amministrative, piegando lo Stato di diritto alle esigenze di impunità del governo di fronte alle sue responsabilità”, ha commentato Bonelli.
(da agenzie)
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