Ottobre 16th, 2016 Riccardo Fucile
L’ITALIA HA RINUNCIATO A COMBATTERLA, NON BASTA STANZIARE 1 MILIARDO QUANDO NE SERVIREBBERO 18
Domani, 17 ottobre, è la giornata mondiale per l’eliminazione della povertà , istituita nel 1993 dalle Nazioni Unite. Povertà e disuguaglianze sono oggi i principali problemi del nostro Paese e del nostro continente. Ma quel che è ancor più grave, è che ogni anno per noi italiani è sempre peggio.
Gli ultimi dati Istat, Eurostat, Svimez, Censis denunciano una vera e propria emergenza sociale e democratica. «Un sistema di protezione sociale tra quelli europei meno efficace ed incapace di far fronte all’aumento di diseguaglianze e povertà », queste le parole pronunciate lo scorso 20 maggio alla Camera dal presidente dell’Istat, Giovanni Alleva, durante la presentazione dell’ultimo rapporto 2016 sulla situazione del Paese
Disuguaglianze e povertà aumentano, nonostante la crescita economica.
I dati sono drammatici ed al tempo stesso inequivocabili: l’indice Gini sulle diseguaglianze di reddito è aumentato da 0,40 a 0,51, dal 1990 al 2011, portando il nostro Paese ad essere quello con l’incremento peggiore d’Europa dopo la Gran Bretagna, in cui si registra un indice dello 0,52; il 28,3% della popolazione è a rischio povertà , in particolar modo al sud; altissimo il numero della povertà assoluta, che colpisce quasi 5 milioni di italiani, triplicati negli ultimi 8 anni, così come il numero dei miliardari, arrivati a 342, a dimostrazione che la ricchezza c’è ma il sistema la ridistribuisce verso l’alto.
Resta immutato all’11,5% l’indice di grave deprivazione materiale che colpisce le famiglie. L’Istat denuncia come il sistema di trasferimenti italiano (escludendo le pensioni) non sia in grado di contrastare la dinamica di costante impoverimento, che colpisce soprattutto donne, minori, famiglie monoparentali, migranti già residenti.
Il progressivo deterioramento delle condizioni del mercato del lavoro ha contribuito in maniera determinante all’aumento vertiginoso delle diseguaglianze, colpendo soprattutto giovani e donne
Instabilità lavorativa e precarietà sono tra i principali fattori che generano i maggiori svantaggi distributivi
Questo spiega la crescita dei Neet, gli under 30 che non sono occupati, non studiano ed hanno smesso di cercare lavoro.
Nel 2015 erano oltre 2,3 milioni, in grande aumento rispetto al 2008 ma in leggero calo rispetto al 2014 (-2,7%).
A conferma di una situazione che vede i giovani del nostro Paese tra i più discriminati del continente, i dati del rapporto Istat sulla mobilità sociale e sugli effetti occupazionali del percorso di studi testimoniano un sistema sociale bloccato e/o altamente selettivo, nel quale l’accesso ad un buon lavoro è possibile solo per chi ha condizioni di partenza migliori
Il nostro sistema di protezione sociale è sottofinanziato ed inadeguato.
L’Istat fa l’esempio di altri Paesi europei che nonostante le politiche di austerità imposte dalla governance hanno garantito e finanziato sistemi di welfare in grado di evitare o contenere l’aumento della povertà .
Il rapporto dimostra che si poteva e doveva fare decisamente molto di più per evitare il disastro sociale. Il problema non è certo di assenza di risorse, ma di priorità scelte dalla politica.
Dal rapporto emerge infatti come nel 2014 il tasso delle persone a rischio di povertà si riduceva, dopo i trasferimenti, di 5,3 punti (dal 24,7 al 19,4%) a fronte di una riduzione media nell’Ue a 27 Paesi di 8,9 punti.
Le disparità all’interno dell’Unione sono notevoli.
L’Irlanda è il Paese europeo con il sistema di trasferimenti sociali più efficace, in grado di ridurre l’indicatore di rischio di povertà di 21,6 punti; segue la Danimarca (14,8 punti di riduzione). Soltanto in Grecia (dove il valore dell’indicatore si riduce di 3,9 punti) il sistema di trasferimenti sociali è meno efficace di quello italiano
Questo stato di cose spiega perchè anche in presenza di una crescita del Pil non vi sia un miglioramento delle condizioni di vita per chi è in difficoltà , anzi il divario come abbiamo visto aumenta.
Così come è stato ampiamente dimostrato che non vi è nessuna relazione tra aumento del debito pubblico e spesa pubblica.
La nostra spesa sociale è tra le più basse d’Europa e, nonostante i tagli, il debito continua a crescere. La fotografia scattata dall’Istat è la conseguenza di una politica assente da anni nella lotta alle diseguaglianze, rassegnata all’idea che non sia obbligo della Repubblica combatterle e rimuoverne le cause, sempre più preoccupata a convincerci che il welfare rappresenti ormai un lusso che non possiamo più permetterci.
Universalismo selettivo, darwinismo sociale e istituzionalizzazione della povertà sono conseguenze di una cultura politica che rinnega universalismo, solidarietà e cooperazione sociale come strumenti fondanti della democrazia a garanzia della Dignità
L’impianto normativo adottato e le scelte fatte nel corso di questi ultimi otto anni di crisi lo confermano: taglio del 66% del Fondo Nazionale per le politiche sociali, mancati trasferimenti ai Comuni per 19 miliardi a causa del patto di stabilità (dati Ifel), assenza di una misura di sostegno al reddito, già attiva in tutta Europa con la sola esclusione di Grecia e Italia, invocata da numerose risoluzioni europee a partire dal 1992 e dalle mobilitazioni e proposte di centinaia di migliaia di cittadini impegnati per introdurre un reddito di Dignità .
Per ultimo il Ddl povertà , che stanzia la miseria di poco più di un miliardo di euro per affrontare un’emergenza che ne richiederebbe 18 per garantire almeno la dignità .
Giuseppe De Marzo
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Ottobre 7th, 2016 Riccardo Fucile
“SERVE FAR DI PIU'” SULLE POLITICHE DI CONTRASTO ALL’INDIGENZA… INSIEME ALLA GRECIA, L’ITALIA E’ L’UNICO PAESE EUROPEO PRIVO DI UNA MISURA NAZIONALE
Tre milioni in più di persone che vivono sotto la soglia di sopravvivenza in sette anni: la situazione fotografata dal Rapporto 2016 di Caritas Italiana sulle politiche di contrasto alla povertà , pubblicato oggi, è davvero drammatica.
E i numeri sono impressionanti.
Nel 2007 i poveri nel nostro Paese erano 1,8 milioni (il 3,1% del totale), nel 2015 la cifra è schizzata a 4,6 (il 7,6%), registrando un aumento esponenziale delle persone in condizioni di indigenza in un lasso di tempo relativamente breve.
Un fenomeno non più circoscritto.
Stando al rapporto, le condizioni di povertà assoluta si riscontrano soprattutto a sud, nelle famiglie con anziani, nei nuclei con almeno tre figli piccoli e in quelle in cui nessuno dei familiari ha un lavoro, e sembra essere cresciuta – questo il dato inquietante – al centro-nord, tra le famiglie giovani, nei nuclei con uno o due figli minori e persino in quelli con componenti occupati.
I dati, insomma, parlano chiaro: il problema della povertà tocca oggi l’intera società italiana e non è più circoscritto come in passato.
Il nostro Paese resta l’unico in Europa, insieme alla Grecia, ancora privo di una misura nazionale universalistica contro l’indigenza assoluta.
“La sua introduzione – ricorda la Caritas – è stata richiesta da più parti sin dagli anni ’90, senza trovare ascolto da nessuno dei Governi susseguitisi nel tempo”.
“Bene Renzi, ma serve fare di più”.
Secondo l’organismo pastorale Cei, l’attuale Esecutivo ha avuto l’indubbio merito di “scardinare” lo storico interesse della politica italiana nei confronti della povertà : la Legge di stabilità per il 2016, in particolare, con uno stanziamento di 600 nuovi milioni di euro per il 2016 e di 1 miliardo assicurato stabilmente a partire dal 2017, ha segnato una netta discontinuità rispetto alle scelte del passato, ma gli sforzi fatti ancora non bastano.
“Si tratta di capire – si legge nel rapporto Caritas – se quanto realizzato sin qui verrà seguito dal passo che ancora manca, ovvero da un investimento pluriennale che sostenga gli attori del welfare locale”.
“Un Piano nazionale con un orizzonte molto limitato”. Il percorso previsto per l’introduzione del Reddito d’inclusione (REI), ricorda la Caritas, si ferma al 2017 e la percentuale di poveri interessata non supera il 35% del totale, lasciandone scoperta la maggior parte.
Dall’inizio della crisi ad oggi, rileva il documento, la povertà assoluta, ovvero la condizione di coloro che non hanno le risorse economiche necessarie per vivere in maniera minimamente accettabile, è aumentata in Italia fino ad esplodere.
Ampliare l’utenza del REI previsto nei prossimi anni e mettere in campo azioni per accompagnarne l’introduzione nei territori è, secondo l’organismo pastorale, la misura necessaria da adottare per arginare una situazione ormai quasi al tracollo.
“Servono 2 miliardi”. Nel documento non mancano proposte concrete: “La prossima legge di stabilità – si legge – dovrebbe incrementare di ulteriori 500 milioni il miliardo già reso disponibile a partire dal 2017. Considerate le misure già esistenti per i poveri, si dovrebbe arrivare a complessivi 2 miliardi di euro, con i quali si potrà intercettare solo una quota della popolazione indigente, certamente inferiore al 35% del totale”. Secondo la Caritas, dunque, per il 2017, 2 miliardi sarebbero una cifra sufficiente ad affrontare il problema.
Attualmente, precisa ancora il documento, “i nuovi stanziamenti finanziano due misure transitorie, il Sostegno per l’Inclusione Attiva (SIA) e l’Assegno per la Disoccupazione (ASDI), che nel corso del 2017 saranno assorbite nel REI, la misura definitiva. Al suo finanziamento concorreranno le risorse indicate sopra e le altre che si deciderà di stanziare”.
Gli attori del cambiamento. L’Alleanza contro la povertà in Italia, che raggruppa 37 soggetti sociali, dai Comuni alle Regioni agli enti di rappresentanza del Terzo settore, è certamente uno degli attori-chiave di questa fase di cambiamento, a partire dalla elaborazione del Reddito di Inclusiono Sociale, una proposta puntuale e articolata che cerca di affrontare tutti i possibili nodi attuativi.
“Servono nuove modalità di lavoro”. In attesa della riforma definitiva, la Caritas rileva anche che le realtà del welfare locale si confrontano con l’attuazione delle misure transitorie e ciò richiede modalità di lavoro nuove, basate soprattutto sulla collaborazione interistituzionale e sulla costruzione di reti tra i soggetti territoriali per la presa in carico delle persone in povertà .
“Sono percorsi inediti. Il punto è trasformare queste fatiche in un’occasione preziosa per iniziare a costruire un nuovo sistema di welfare rivolto ai poveri: l’unica strada possibile e ragionevole è renderle sin da subito parte di un Piano pluriennale di sviluppo”, spiega la Caritas nel Rapporto.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 13th, 2016 Riccardo Fucile
LA QUASI TOTALITA’ DELLE FAMIGLIE HA REDDITI INFERIORI RISPETTO ALLE GENERAZIONI PRECEDENTI… UN TREND COMUNE AL 70% DELLE POPOLAZIONI DELL’OCCIDENTE
L’ultimo decennio ha sconvolto l’ordine economico: i figli sono più poveri dei genitori, e forse
destinati a rimanerlo. Non era mai accaduto dal Dopoguerra fino al passaggio del Millennio.
L’Italia si distingue, fra tutti i paesi avanzati, come quello in cui questo ribaltamento generazionale è più dirompente.
L’impoverimento generalizzato e l’inversione delle aspettative sono i fenomeni documentati nell’ultimo Rapporto McKinsey.
Il titolo è “Poorer than their parents? A new perspective on income inequality” (Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza dei redditi).
Il fenomeno è di massa e praticamente senza eccezioni nel mondo sviluppato. Contribuisce a spiegare – secondo lo stesso Rapporto McKinsey – il disagio sociale che alimenta populismi di ogni colore, da Brexit a Donald Trump.
Per effetto dell’impoverimento e dello shock generazionale, una quota crescente di cittadini non credono più ai benefici dell’economia di mercato, della globalizzazione, del libero scambio.
Lo studio di McKinsey ha preso in esame le 25 economie più ricche del pianeta.
C’è dentro tutto l’Occidente più il Giappone. In quest’area il disastro si compie nella decade compresa fra il 2005 e il 2014: c’è dentro la grande crisi del 2008, ma in realtà il trend era cominciato prima.
Fra il 65% e il 70% della popolazione si ritrova al termine del decennio con redditi fermi o addirittura in calo rispetto al punto di partenza. Il problema affligge tra 540 e 580 milioni di persone, una platea immensa.
Non era mai accaduto nulla di simile nei 60 anni precedenti, cioè dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Tra il 1993 e il 2005, per esempio, solo una minuscola frazione della popolazione (2%) aveva subito un arretramento nelle condizioni di vita. Ora l’impoverimento è un tema che riguarda la maggioranza.
L’Italia si distingue per il primato negativo. È in assoluto il paese più colpito: il 97% delle famiglie italiane al termine di questi dieci anni è ferma al punto di partenza o si ritrova con un reddito diminuito.
Al secondo posto arrivano gli Stati Uniti dove stagnazione o arretramento colpiscono l’81%. Seguono Inghilterra e Francia.
Sta decisamente meglio la Svezia, dove solo una minoranza del 20% soffre di questa sindrome. Ciò che fa la differenza alla fine è l’intervento pubblico. Il modello scandinavo ha ancora qualcosa da insegnarci.
In Italia, guardando ai risultati di questa indagine, non vi è traccia di politiche sociali che riducano le diseguaglianze o compensino la crisi del reddito familiare.
L’altra conclusione del Rapporto McKinsey riguarda i giovani: la prima generazione, da molto tempo, che sta peggio dei genitori. “I lavoratori giovani e quelli meno istruiti – si legge nel Rapporto – sono colpiti più duramente. Rischiano di finire la loro vita più poveri dei loro padri e delle loro madri”. Questa generazione ne è consapevole, l’indagine lo conferma: ha introiettato lo sconvolgimento delle aspettative.
Lo studio non si limita a tracciare un quadro desolante, vi aggiunge delle distinzioni cruciali per capire come uscirne.
Il caso della Svezia viene additato come un’eccezione positiva per le politiche economiche dei governi e gli interventi sul mercato del lavoro che hanno contrastato con successo il trend generale.
“Lo Stato in Svezia si è mosso per mantenere i posti di lavoro, e così per la maggioranza della popolazione alla fine del decennio i redditi disponibili erano cresciuti per quasi tutti”.
Perfino l’iperliberista America, però, ha fatto qualcosa per contrastare le tendenze di mercato. Riducendo la pressione fiscale sulle famiglie e aumentando i sussidi di welfare, gli Stati Uniti hanno agito per compensare l’impoverimento con qualche successo. In Italia, una volta incorporati gli effetti delle politiche fiscali e del welfare, il risultato finale è ancora peggiore: si passa dal 97% al 100%, quindi la totalità delle famiglie sta peggio in termini di reddito disponibile.
Se lasciata a se stessa, l’economia non curerà l’impoverimento neppure se dovesse ricominciare a crescere: “Perfino se dovessimo ritrovare l’alta crescita del passato, dal 30% al 40% della popolazione non godrà di un aumento dei redditi”.
E se invece dovesse prolungarsi la crescita debole dell’ultimo decennio, dal 70% all’80% delle famiglie nei paesi avanzati continuerà ad avere redditi fermi o in diminuzione.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI INPS E IRS… IL 44% DEI NUCLEI PIU’ DISAGIATI NON RICEVE ALCUN SOSTEGNO ECONOMICO
Sono diciotto i miliardi pubblici destinati sulla carta ogni anno agli anziani poveri.
Ma di questi, quasi cinque finiscono in mano a famiglie che povere certamente non sono, perchè guadagnano più di 23 mila euro netti l’anno.
Nelle stesse tasche va anche il 16% delle spese per assegni familiari e detrazioni per i figli a carico.
Tiriamo le somme: un quarto di tutte le spese statali per prestazioni assistenziali va a chi ha redditi più che dignitosi.
E una parte di queste a famiglie decisamente benestanti.
A darci il senso di un welfare malato di strabismo sono due recenti rapporti: uno dell’Inps, l’altro dell’Irs, l’Istituto per la ricerca sociale. E proprio ieri il presidente dell’Inps Tito Boeri, in audizione al Senato, ha ricordato gli effetti di questo parziale rovesciamento dello stato sociale.
Ma se c’è chi ha ricevuto aiuti avendone meno bisogno di altri, non c’è da stupirsi se, come rende noto lo stesso Irs, il 44 per cento delle famiglie italiane in povertà assoluta finisce per non ricevere alcun sostegno economico dallo Stato.
E’ sullo sfondo di questo fallimento, di questa clamorosa eterogenesi dei fini, che sono intervenuti a peggiorare le cose gli effetti catastrofici della lunga recessione italiana.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un aumento della povertà assoluta, che ormai coinvolge 4 milioni 600 mila persone, il 7,6% della popolazione.
Uno scenario così fosco ha convinto il governo a rilanciare la lotta alla povertà , prevedendo per la prima volta un “reddito di inclusione”, primo passo verso quel reddito minimo già attivo in quasi tutti i paesi europei, con l’eccezione della Grecia e appunto dell’Italia.
Sperimentato finora in 12 città , il Sostegno per l’inclusione attiva (Sia) – così si chiama il nuovo strumento – dal 2 settembre prossimo sarà esteso a tutta l’Italia.
A partire da quel giorno i potenziali beneficiari potranno fare domanda e dopo due mesi avere il primo aiuto economico. Ottanta euro a testa, 320 per una coppia con due figli, tetto di 400 euro.
Ma chi lo prenderà ? Quanta parte dei 4,6 milioni poveri assoluti?
La lista dei requisiti non è breve e neppure semplice.
Devi avere un Isee (indicatore della situazione economica) inferiore o uguale a 3 mila euro, non avere altri trattamenti economici pari o superiori a 600 euro, non possedere (nè tu nè alcun altro familiare) auto immatricolate nell’ultimo anno di cilindrata oltre 1300, oppure moto oltre i 250 immatricolate negli ultimi tre anni.
Ma soprattutto nella tua famiglia deve esserci un minore o un figlio disabile o una donna in stato di gravidanza accertata.
E non basta ancora: per avere il beneficio devi totalizzare almeno 45 punti legati a situazioni di particolare disagio: 25 se sei genitore single, 20 se hai 3 figli minorenni, 10 se un familiare non è autosufficiente, e così via.
Questa serie di condizioni limita i beneficiari a 800 mila, un milione di persone, di cui quasi mezzo milione di minori.
Con una spesa di 750 milioni.
Il ministro Poletti spera di raddoppiare il prossimo anno e di coprire in prospettiva un milione di minori. Ma per ora le finanze pubbliche non consentono più di questo.
Altri 160 milioni l’anno verranno dai fondi europei e con questi i Comuni dovranno attivare le misure di inclusione sociale e lavorativa degli stessi poveri.
L’intenzione del governo, insomma, è di creare una misura anti-povertà unica a livello nazionale e di carattere universale. Ma questo imporrebbe di riordinare quell’intricato coacervo di interventi occasionali, scollegati fra loro, al quale abbiamo dato il nome di assistenza sociale.
Di rimetter mano proprio a quel sistema frammentato e illogico che ha permesso di destinare gran parte della spesa assistenziale anche alle famiglie agiate.
Facciamo qualche esempio. Le detrazioni per i figli a carico ignorano gli incapienti, i quali guadagnano così poco che l’imposta dovuta è più bassa della detrazione che spetterebbe loro.
E avvantaggiano invece per un 20% (rende noto l’Inps) il 30% più ricco delle famiglie, grazie al fatto – spiega Boeri – che si ha diritto allo sconto anche se il reddito familiare è elevato.
Se poi ad essere incapiente è un lavoratore autonomo, non prenderà neppure l’assegno per il nucleo familiare.
Distorsioni meno gravi pesano sugli anziani poveri.
Per loro ci sono ben otto prestazioni Inps per nulla coordinate e con diversi sistemi di calcolo del reddito richiesto.
Il risultato che un terzo circa delle integrazioni al minimo (le stesse alle quali Matteo Renzi vorrebbe estendere gli 80 euro) va a famiglie sicuramente non povere (oltre i 23 mila euro di reddito disponibile equivalente).
Molte di queste riescono infatti ad avere ugualmente l’aiuto finanziario anche se in famiglia ci sono figli o altri parenti benestanti.
E che dire del nuovo sostegno ai disoccupati, l’Asdi, che esclude chi è senza lavoro da molto tempo? Lo stesso “reddito di inclusione” che sta lanciando il governo lascia a bocca asciutta molte famiglie, a cominciare da tutti i poveri maggiorenni che non vivono con minori.
Insomma, è difficile creare un sistema omogeneo di regole anti- povertà , come vorrebbe il governo, senza rimetter mano alla miriade di misure del passato. Eventualità che tuttavia è stata in gran parte già esclusa dal piano governativo.
Tanto da far dire a Boeri che il Sostegno di inclusione attiva “è un primo passo importante verso una misura universale, ma non ancora sufficiente “.
Marco Ruffolo
(da “La Repubblica”)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
PARTE IL SOSTEGNO PER L’INCLUSIONE ATTIVA… ECCO CHI PUO’ RICHIEDERLO E IN CHE TEMPI
Conto alla rovescia per il debutto del Sia, il Sostegno per l’inclusione attiva, ovvero il primo
intervento strutturale nel campo del contrasto della povertà messo in campo dal governo.
A un sussidio economico destinato alle famiglie più disagiate, che in media di qui a qualche mese riceveranno circa 320 euro al mese di contributo, verrà infatti abbinato un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa, che farà leva su una rete integrata di interventi messi in campo da comuni, servizi territoriali (centri per l’impiego, servizi sanitari, scuole) e terzo settore.
Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti lo definisce “un ponte” in vista dell’approvazione definitiva della legge delega sulla povertà attesa nei prossimi mesi che segnerà poi il debutto del più robusto e strutturato reddito di inclusione.
Per l’avvio di questo progetto il governo ha stanziato 750 milioni di euro (che salgono a un miliardo dal 2017): secondo le stime in questo modo potranno accedere ai contributi tra 180 mila e 220 mila nuclei familiari, tra 400 e 500mila minorenni, per un totale di 800mila-1milione di persone.
I TEMPI
Dal 2 settembre il cittadino interessato può presentare al proprio comune la richiesta per il Sia compilando l’apposito modulo predisposto dall’Inps.
Entro due mesi verrà erogato il beneficio economico. Entro 60 giorni dall’accreditamento del primo bimestre (90 giorni per le richieste presentate sino al 31 ottobre 2016) devono essere attivati i progetti personalizzati (nella prima fase l’obbligo riguarderà il 50% dei beneficiari)
REQUISITI
Al momento della domanda è importante disporre già di una dichiarazione Isee in corso di validità . Per accedere al programma occorre infatti avere un Isee inferiore o uguale a 3mila euro.
In generale il richiedente deve essere cittadino italiano o comunitario o essere uno straniero in possesso di permesso di soggiorno di lungo periodo.
Occorre poi risiedere in Italia da almeno 2 anni.
Nel nucleo familiare deve essere presente almeno un componente minorenne o un figlio disabile, oppure una donna in stato di gravidanza accertata (nel caso in cui questo sia l’unico requisito posseduto la domanda non può essere presentata prima di 4 mesi dalla data presunta del parto ed essere corredata di documentazione medica rilasciata da una struttura pubblica).
CHI È ESCLUSO
Sono esclusi dal Sia i beneficiari di trattamenti economici rilevanti di natura previdenziale, indennitaria e assistenziale che superano l’importo dei 600 euro al mese e chi percepisce già strumenti di sostegno al reddito dei disoccupati (Naspi, Asdi, ecc.).
Inoltre nessun componente del nucleo familiare può possedere autoveicoli immatricolati la prima volta nei 12 mesi precedenti la domanda di cilindrata superiore a 1300 cc o motoveicoli di cilindrata superiore a 250 cc immatricolati nei tre anni antecedenti la domanda.
VALUTAZIONE DEI BISOGNI
Dal momento che la soglia dei 3000 euro di Isee è comunque molto ampia, per selezionare i beneficiari del Sia il richiedente dovrà anche ottenere un punteggio relativo alla valutazione multidimensionale del bisogno uguale o superiore a 45 punti. La valutazione tiene conto dei carichi familiari, della situazione economica e della situazione lavorativa.
Sono favoriti i nuclei con il maggior numero di figli minorenni, specie se piccoli (età 0-3); in cui vi è un genitore solo; in cui sono presenti persone con disabilità grave o non autosufficienti. I requisiti familiari sono tutti verificati nella dichiarazione presentata a fini Isee. La scala attribuisce un punteggio massimo di 100 punti.
LA PROCEDURA
Entro 15 giorni lavorativi dalla ricezione delle domande, i Comuni inviano all’Inps le richieste di beneficio in ordine cronologico di presentazione, indicando il codice fiscale del richiedente e le informazioni necessarie alla verifica dei requisiti.
Entro tali termini svolgono i controlli ex ante sui requisiti di cittadinanza e residenza e verificano che il nucleo familiare non riceva già trattamenti economici locali superiori alla soglia (600 euro mensili).
Entro i 10 giorni successivi l’Inps a sua volta controlla il requisito relativo ai trattamenti economici (con riferimento ai trattamenti erogati dall’Istituto), tenendo conto dei trattamenti locali autodichiarati; controlla il requisito economico (Isee≤3000) e la presenza nel nucleo di un minorenne o di un figlio disabile; attribuisce i punteggi relativi alla condizione economica, ai carichi familiari, alla condizione di disabilità (utilizzando la banca dati Isee) e alla condizione lavorativa e verifica il possesso di un punteggio non inferiore a 45.
Al termine dei controlli trasmette ai Comuni l’elenco dei beneficiari e invia a Poste italiane (gestore del servizio Carta SIA) le disposizioni di accredito, riferite al bimestre successivo a quello di presentazione della domanda.
LA CARTA SIA
Il Sia viene erogato ogni due mesi attraverso una specifica Carta di pagamento elettronica (Carta SIA).
Con la Carta si possono effettuare acquisti in tutti i supermercati, negozi alimentari, farmacie e parafarmacie abilitati al circuito Mastercard.
La Carta può essere anche utilizzata presso gli uffici postali per pagare le bollette elettriche e del gas e dà diritto a uno sconto del 5% sugli acquisti effettuati nei negozi e nelle farmacie convenzionate, con l’eccezione degli acquisti di farmaci e del pagamento di ticket.
Con la Carta, inoltre, si può accedere direttamente alla tariffa elettrica agevolata, a condizione di aver compilato l’apposita sezione presente nel modulo di domanda.
Non è possibile prelevare contanti o ricaricare la Carta. Il suo uso è consentito solo negli ATM Postamat per controllare il saldo e la lista movimenti. La Carta deve essere usata solo dal titolare, che riceve a mezzo raccomandata la comunicazione di Poste con le indicazioni per il ritiro.
IL CONTRIBUTO
Le Carte, dotate di uno specifico codice personale (Pin) vengono rilasciate da Poste con la disponibilità finanziaria relativa al primo bimestre, determinata in base alla numerosità del nucleo familiare. In media il contributo sarà pari a 320 euro a famiglia, posto che in media i nuclei beneficiari sono composti da 4,3 persone.
Attenzione, perchè dall’ammontare del beneficio è previsto che vengano dedotte eventuali somme erogate ai titolari di altre misure di sostegno al reddito (Carta acquisti ordinaria, se il titolare del beneficio è minorenne; l’incremento del Bonus bebè per le famiglie con Isee basso; per le famiglie che soddisfano i requisiti per accedere all’assegno per nucleo familiare con almeno tre figli minori, il beneficio sarà corrispondentemente ridotto a prescindere dall’effettiva richiesta dell’assegno).
Paolo Baroni
(da “La Stampa”)
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Luglio 14th, 2016 Riccardo Fucile
RECORD DAL 2005… LE PIU’ COLPITE LE FAMIGLIE NUMEROSE… GIOVANI IN DIFFICOLTA’ IL DOPPIO DEGLI ANZIANI
Nel 2015 vivevano in povertà assoluta in Italia 1 milione e 582 mila famiglie, pari a 4 milioni e 598
mila, il numero più alto dal 2005.
Lo comunica l’Istat, sottolineando che l’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile sui livelli stimati negli ultimi tre anni per le famiglie, con variazioni annuali statisticamente non significative (6,1% delle famiglie residenti nel 2015, 5,7% nel 2014, 6,3% nel 2013); cresce invece se misurata in termini di persone (7,6% della popolazione residente nel 2015, 6,8% nel 2014 e 7,3% nel 2013).
Questo andamento nel corso dell’ultimo anno, spiega ancora l’Istituto di statistica, si deve principalmente all’aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con 4 componenti (da 6,7 del 2014 a 9,5%), soprattutto coppie con 2 figli (da 5,9 a 8,6%) e tra le famiglie di soli stranieri (da 23,4 a 28,3%), in media più numerose.
In aumento al Nord, in particolare per gli stranieri, la povertà colpisce le famiglie numerose, chi vive in città , e molti più giovani accanto agli anziani.
Parliamo di persone e nuclei familiari che, secondo la definizione stessa dell’Istat, hanno difficoltà a “conseguire uno standard di vita minimamente accettabile”, “non accedono a beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali”.
Tra le persone coinvolte 2 milioni 277 mila sono donne (7,3% l’incidenza), 1 milione 131 mila sono minori (10,9%), 1 milione 13 mila hanno un’età compresa tra 18 e 34 anni (9,9%) e 538 mila sono anziani (4,1%).
Un minore su dieci, quindi, nel 2015 si trova in povertà assoluta (3,9% nel 2005). Negli ultimi dieci anni l’incidenza del fenomeno è rimasta stabile tra gli anziani (4,5% nel 2005) mentre ha continuato a crescere nella popolazione tra i 18 e i 34 anni di età (9,9%, più che triplicata rispetto al 3,1% del 2005) e in quella tra i 35 e i 64 anni (7,2% dal 2,7% nel 2005).
L’incidenza della povertà assoluta aumenta al Nord sia in termini di famiglie (da 4,2 del 2014 a 5,0%) sia di persone (da 5,7 a 6,7%) soprattutto per l’ampliarsi del fenomeno tra le famiglie di soli stranieri (da 24,0 a 32,1%).
Segnali di peggioramento si registrano anche tra le famiglie che risiedono in area metropolitana (l’incidenza aumenta da 5,3 del 2014 a 7,2%) e tra quelle con persona di riferimento tra i 45 e i 54 anni di età (da 6,0 a 7,5%).
L’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento (il valore minimo, 4,0%, tra le famiglie con persona di riferimento ultrasessantaquattrenne) e del suo titolo di studio (se è almeno diplomata l’incidenza è poco più di un terzo di quella rilevata per chi ha al massimo la licenza elementare).
Si amplia l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con persona di riferimento occupata (da 5,2 del 2014 a 6,1%), in particolare se operaio (da 9,7 a 11,7%).
Rimane contenuta tra le famiglie con persona di riferimento dirigente, quadro e impiegato (1,9%) e ritirata dal lavoro (3,8%).
Anche la povertà relativa risulta stabile nel 2015 in termini di famiglie (2 milioni 678 mila, pari al 10,4% delle famiglie residenti dal 10,3% del 2014) mentre aumenta in termini di persone (8 milioni 307 mila, pari al 13,7% delle persone residenti dal 12,9% del 2014).
Analogamente a quanto accaduto per la povertà assoluta, nel 2015 la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie numerose, in particolare tra quelle con 4 componenti (da 14,9 del 2014 a 16,6%,) o 5 e più (da 28,0 a 31,1%).
(da “La Repubblica”)
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Luglio 10th, 2016 Riccardo Fucile
ABDUL SATTAR EDHI E’ MANCATO A 88 ANNI: E’ CONSIDERATO UN EROE NAZIONALE IN PAKISTAN, UNA VITA DEDICATA AI POVERI
E’ morto a 88 anni il filantropo asceta Abdul Sattar Edhi, fondatore della maggiore organizzazione di solidarietà del Pakistan, considerato alla stregua di un eroe nazionale. Edhi è spirato in un ospedale della città di Karachi, dove oggi viene sepolto
Simbolo di ascetismo e di umanità in un paese dove non è infrequente la corruzione politica, e che è spesso lacerato da violenze settarie e religiose,
Edhi era considerato un “santo vivente”, una figura comparabile a Madre Teresa di Calcutta per l’impegno nell’aiuto ai bisognosi senza distinzioni di sorta.
“Ha chiesto di essere sepolto con lo stesso vestito che era solito indossare e ha espresso il desiderio di donare gli organi” ha riferito il figlio Faisal Edhi.
Il primo ministro pakistano, Nawaz Sharif, ha proclamato un giorno di lutto nazionale e la concessione postuma a Edhi della decorazione Nishan-i-Imtiaz, la massima onorificenza che possa ricevere un civile in Pakistan.
“Ci sono pochi uomini che hanno fatto tanto bene” ha sottolineato Sharid.
Nato nel 1928 in una famiglia di commercianti nello stato del Gujarat, Edhi arrivò in Pakistan nel ’47 dopo la divisione del subcontinente.
L’incapacità del governo ad aiutare sua madre, paralizzata e con problemi mentali, fece scattare la scelta di vita nel giovane Edhi.
Impregnato di ideali ma quasi senza mezzi, Edhi riuscì ad aprire un primo ospedale a Karachi nel 1951: fu l’embrione di un “impero” della solidarietà che si sarebbe sviluppato negli anni successivi.
Il simbolo più visibile della Fondazione Edhi sono probabilmente le 1.500 ambulanze, che spesso appaiono nei tragici scenari degli attentati terroristici di cui è vittima il Paese.
Un’aura di ascetismo circondava Edhi, che aveva solo due ricambi e dormiva in una camera senza finestre e con mobili essenziali, collocata negli uffici della sua Fondazione.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
VIVONO IN STRADA E NEI DORMITORI, TRA LORO 8.000 DONNE… MANCA UNA STRATEGIA DI RE-INCLUSIONE
Gli homeless sono persone invisibili nella vita e invisibili nella morte, forse anche per questo Richard Gere
ha deciso di raccontarli e di mostrarli a tutti, a noi che viviamo nelle grandi città e passiamo davanti a queste persone senza guardarle, rimuovendo la loro presenza e la loro sofferenza, e ha girato il docu-film «The time out of mind».
Il grande attore americano si è calato nelle vesti di un uomo senza dimora tra la gente di New York, uno qualunque di coloro che vivono la fase più acuta della povertà , un’emergenza sociale permanente nelle metropoli dei Paesi avanzati, e anche nel nostro.
Gli homeless non sono «diversi», non si tratta di individui con problemi mentali come troppo spesso si pensa, provengono anzi da diverse estrazioni sociali.
Ma la condizione di grave emarginazione, di homeless appunto, li espone a rischi elevatissimi per la propria vita a causa del mancato soddisfacimento di bisogni basilari.
In Italia gli homeless stimati sono circa 50 mila in 158 Comuni italiani.
Alla fine del 2014 era questo il numero di coloro che hanno utilizzato servizi di mensa o di accoglienza notturna, ma questa cifra potrebbe essere più alta se si considerano quelli che non usano alcun servizio (vedi Istat, ministero del Lavoro, Caritas e Fiopsd).
Milano e Roma ne accolgono quasi 20 mila, seguono Palermo, Firenze, Torino e Napoli. In gran parte sono uomini, più di 40 mila, ma le quasi 8 mila donne, per metà straniere, hanno una età media elevata, intorno ai 45 anni, e si trovano senza dimora in media da più di due anni e mezzo.
Più si prolunga questo stato più difficile è attivare i processi di inclusione sociale, con il passare del tempo la situazione si cronicizza e i percorsi di accompagnamento fuori dall’estrema povertà sono più ardui.
E non va sottovalutata la situazione delle donne che hanno problemi ancora più grandi di sicurezza, rischiano di subire violenza e anche, purtroppo, la prostituzione. Senza pensare alla situazione delle anziane particolarmente esposte sul piano della salute.
LAVORO E MATRIMONIO
La situazione dei 13.000 giovani homeless è particolarmente dura nelle città più grandi, perchè legata all’immigrazione, alla droga, alle dipendenze e a una forte carenza sul fronte della formazione e delle relazioni sociali.
Il minore investimento in capitale umano e sociale per i giovani è fortemente predittivo di grave esclusione sociale nel futuro.
È fondamentale dunque che la situazione di questi ragazzi non diventi cronica e che su questi si investa velocemente per la loro reinclusione.
Deve essere chiaro che essere senza dimora non è affatto una scelta di vita, come spesso si dice a sproposito, ma il risultato di un processo, che porta al precipitare della situazione anche nell’arco di un brevissimo periodo.
I fattori fondamentali che incidono sul fenomeno nel suo complesso, e che spesso si verificano in congiunzione tra loro, sono la perdita del lavoro e la separazione.
A questi si sommano i problemi di salute. Il fenomeno degli homeless ha tante sfaccettature, riguarda differenti segmenti di popolazione a cui bisogna rispondere con interventi molto flessibili.
Ogni homeless nasconde una storia a sè che ha bisogno di essere capita. Ma il fenomeno sta cambiando rispetto al 2011, quando venne condotta la precedente indagine, non tanto per il numero di homeless, quanto nell’allungamento della permanenza in questa situazione e nell’elevamento dell’età media degli homeless.
GLI EROI DEL «NON PROFIT»
Gli italiani continuano a presentare un’età media più alta e una permanenza più lunga, ma gli stranieri sembrano, purtroppo, convergere sul modello italiano sia per l’età sia per la durata.
Che fare? Servizi per i senza dimora ci sono, ma sono realmente sufficienti?
In realtà crescono le difficoltà dei servizi di mensa e accoglienza notturna. Infatti, questi nel 2014 sono in diminuzione del 4% rispetto a tre anni prima, a fronte di un aumento delle prestazioni (pranzi, cene, posti letto) erogate ogni mese alle persone senza dimora del 15%.
Meno servizi hanno fornito più prestazioni, quindi hanno dovuto far fronte a una maggiore pressione non tanto di più homeless, ma di un numero simile che ne ha fruito con maggiore intensità .
Ma tutte queste prestazioni da chi vengono erogate? In gran parte da coloro che ogni giorno sono vicini ai i bisognosi di aiuto, dando loro la speranza di una vita migliore: il “non profit”, i volontari che interagiscono con il pubblico in una sinergia fondamentale per il raggiungimento di obiettivi così importanti.
Un lavoro encomiabile, prezioso per le politiche.
Il problema è che molto spesso alla situazione emergenziale si risponde con politiche emergenziali che puntano fondamentalmente al soddisfacimento dei bisogni primari, il mangiare, il dormire, il lavarsi. Mentre necessitiamo sempre di più di strumenti di reinclusione sociale, attraverso il supporto psico-sociale, il sostegno al reddito, l’inserimento nel lavoro, gli alloggi.
I servizi devono essere sviluppati su tutto il territorio nazionale in modo uniforme e devono essere capaci di garantire le persone più in difficoltà , ovunque tale situazione di estrema povertà li colga.
Non bisogna appiattire le politiche su interventi di natura unicamente emergenziale dettati dalla necessità di rispondere con meno risorse a bisogni crescenti.
Innovazione e nuova progettualità devono farsi strada perchè non si tratta solo di salvare la vita a queste persone ma di costruire un percorso verso una vita vera. È un obbligo in una fase in cui la crisi sociale continua a essere acuta più di quanto possa sembrare dagli indicatori economici.
Linda Laura Sabbadini
(da “la Stampa”)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
CONFCOMMERCIO: QUESTA RECESSIONE E’ PEGGIORE DELLA CRISI DEL 1929
Una crisi economica così lunga e pesante come quella che abbiamo vissuto in Italia non ha solo colpito le aziende e il prodotto interno ma anche le famiglie: quelle classificate come indigenti assolute sono quasi raddoppiate, segnando un +78,5% dal 2007 al 2014.
I nuclei familiari in queste condizioni erano 823 mila nel 2007, un numero già alto, e sono cresciuti a quasi un milioni e 500 mila nel 2014; la loro quota sul totale delle famiglie italiane è a sua volta schizzata dal 3,5% di prima della recessione al 5,7% del 2014.
Lo rileva l’Ufficio studi della Confcommercio.
Dice un rapporto che i singoli individui in condizione di povertà nel 2014 hanno superato i 4 milioni, +130% rispetto al 2007, arrivando a sfiorare il 7% della popolazione.
Nei sette anni di recessione, il reddito disponibile della famiglie (in termini di potere d’acquisto ai prezzi del 2015) si è ridotto del 10% e anche di più.
«Questa a cavallo dei primi due decenni del XXI secolo – scrive la Confcommercio – rappresenta la seconda recessione per gravità nella storia nazionale dalla proclamazione del Regno d’Italia»: infatti le cose sono andate peggio in questi ultimi anni che nella prima guerra mondiale e nella crisi del 1929. Il Pil reale per abitante nel 2015 è regredito al 1996: «È come se le famiglie italiane avessero spostato indietro di un ventennio l’orologio del tenore di vita».
La caduta di Pil e investimenti si è riflessa sul lavoro.
Fra il 2007 e il 2014 sono andati persi un milione e 800 mila posti in totale. Sono cambiati anche i modelli di consumo: le famiglie hanno tagliato persino la spesa alimentare, contrattasi di oltre il 12%.
Sacrifici più pesanti nell’acquisto dei beni durevoli: -25%.
Tuttavia «in questa prima parte del 2016 sembrano rafforzarsi i segnali di ripresa» dice la Confcommercio.
Ma non c’è da stappare bottiglie di champagne: il ritmo di crescita della nostra economia resta lento, soprattutto se confrontato con la crescita congiunturale della Germania (+0,7%).
La Confcommercio fa un confronto sfavorevole con i tedeschi anche per quanto riguarda la pressione fiscale a carico di imprese e delle famiglie.
«Se l’Italia avesse avuto la stessa pressione fiscale della Germania nel 2014 – è il calcolo dell’Ufficio studi – ci sarebbero stati 66 miliardi di euro in meno di prelievo fiscale, vale a dire 23 miliardi in meno di Irpef e altrettanti di imposte indirette, e 20 miliardi in meno di carico contributivo su imprese e lavoratori»
Da notare che l’eccesso di carico fiscale in Italia si associa all’incapacità di tagliare sul serio la spesa pubblica, almeno secondo la Confcommercio. La ricerca dice che «finora gli unici tagli hanno riguardato la spesa in conto capitale, cioè gli investimenti pubblici».
Invece tutte le componenti di spesa corrente derivanti da scelte discrezionali sono in crescita fra il 2015 e il 2017, anche se «con incrementi leggermente inferiori a quelli del Pil nominale».
Luigi Grassia
(da “La Stampa”)
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