Dicembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
IN MISERIA 1,5 MILIONI DI MINORI… CATTIVA ALIMENTAZIONE E OFFERTA EDUCATIVA CARENTE… CREANDO NUOVI ASILI NIDO SI POTREBBERO GENERARE 40.000 NUOVI POSTI DI LAVORO
Una spending review implacabile l’han fatta davvero: sui fondi per combattere la povertà . 
Dal 2008 a oggi hanno tagliato il 69,4%.
Proprio mentre crescevano gli affanni delle famiglie: la metà di quelle con tre figli, nel Sud, è in miseria.
Lo dicono la Fondazione Zancan e un rapporto della Commissione parlamentare sull’infanzia: la crisi pesa soprattutto sui bambini
Gli ultimi dati del Centro studi veneto mettono i brividi: tra il 2011 e 2013 «la percentuale di famiglie con almeno un figlio minore relativamente povere è aumentata di quasi 5 punti percentuali, dal 15,6% al 20,2%».
A dispetto di tutte le chiacchiere sulla famiglia («Ci vuole ben altro che qualche spot coi cuccioli in braccio, bambini o cagnolini che siano», ha scritto furente il direttore di Famiglia Cristiana Antonio Sciortino) il quadro è drammatico.
«La situazione è particolarmente grave per le famiglie con tre o più figli minori», insiste il dossier: per oltre un terzo sono «relativamente povere».
Nel Mezzogiorno, come dicevamo, il quadro è ancora più fosco: è povera più di una famiglia su tre (36,4%) con almeno un figlio minore e poverissimo il 51,2% di quelle che hanno tre o più figli piccoli o adolescenti.
«I bambini sono un segno. Segno di speranza, segno di vita, ma anche segno “diagnostico” per capire lo stato di salute di una famiglia, di una società , del mondo intero», ha ricordato mesi fa papa Francesco.
Se è così, allarme rosso: le famiglie con almeno un bambino sprofondate nella povertà assoluta, spiega il dossier «La povertà infantile in Italia» della Fondazione, negli ultimi tre anni sono raddoppiate, dal 6,1 al 12,2%, e sono oggi il triplo rispetto al 2007, l’ultimo anno prima della crisi. E così, conferma l’Istat, sono aumentati i bambini e gli adolescenti che versano in condizioni di miseria: erano 723 mila nel 2011, sono quasi un milione e mezzo oggi.
Ancora più dura però, per certi aspetti, è la bozza del rapporto finale dell’«Indagine conoscitiva sulla povertà e il disagio minorile» della Commissione parlamentare per l’infanzia, che ha come presidente Michela Vittoria Brambilla e come relatrice Sandra Zampa.
Dove si riconosce la capitolazione dello Stato in quella che dovrebbe essere una guerra alla miseria, alla fame, al degrado del nostro capitale più prezioso: i bambini.
Dopo avere ricordato il progressivo smottamento della società , compreso il dato che la povertà assoluta è aumentata perfino «tra gli impiegati e i dirigenti» e «anche in vaste aree del Nord», la relazione spiega che «nel 2007 i bambini che non potevano permettersi un pasto proteico una volta ogni due giorni erano il 6,2%, nel 2013 tale numero risultava già più che raddoppiato, raggiungendo la percentuale del 14,4».
Un bambino su sette. In un Paese che ancora si fa vanto di appartenere al G8.
Certo, la drammaticità di oggi è diversa da quella denunciata dall’inchiesta parlamentare sulla miseria di Stefano Jacini nel 1880 o da quella analoga ripetuta nei primissimi anni 50 del Novecento.
Proprio perchè ricordiamo quei nostri nonni bambini ai tempi in cui il medico Luigi Alpago Novello scriveva nel 1900 che nelle famiglie di Conegliano la perdita di un figlioletto causava a volte «minor dolore non dirò di un grosso animale bovino ma di una semplice pecora», riscoprire questa Italia povera getta sale su ferite antiche.
Che cosa hanno fatto i governi per contenere questa nuova ondata di povertà ?
Risponde la Commissione parlamentare d’inchiesta: troppo poco.
Soprattutto rispetto agli altri: «Con riferimento all’anno 2011, la Francia ha ridotto del 17% la povertà dei minori, la Germania del 17,4%, il Regno Unito del 24,4%, la Svezia del 17,5%» e noi solo del 6,7%. Peggio perfino della Spagna (7,6%) che certo meno in crisi non è.
A farla corta: nel 2009 lo Stato stanziava per le politiche sociali, complessivamente, due miliardi e 523 milioni e oggi, come dicevamo, meno di un terzo.
Il 7° «rapporto aggiornamento Crc», citato nella relazione, fornisce dettagli in più: il Fondo per le politiche della famiglia, ad esempio, nel 2009 era a 186 milioni e mezzo, oggi meno di 21. Nove volte di meno.
Anche l’ultimo «Report Card» dell’Istituto degli Innocenti, dal titolo «Il benessere dei bambini nei Paesi ricchi», ci inchioda: «Nella classifica generale l’Italia occupa il 22 º posto, alle spalle di Spagna, Ungheria e Polonia…».
Di più, incalza il rapporto parlamentare: nel Mezzogiorno «tende ad affermarsi un modello nutrizionale sempre più simile a quello esistente nei Paesi del Sud del mondo, in cui si abbandona la tradizione alimentare nazionale a favore di un consumo eccessivo del cosiddetto junk food , il cibo ipercalorico a scarso valore nutrizionale, che però vanta un costo basso».
Per non dire della povertà educativa, strettamente legata a quella economica: la regione più povera sotto questo profilo, «cioè dove si riscontra la minore presenza di servizi educativi, è la Campania, seguita ex aequo da Puglia e Calabria e poi dalla Sicilia».
Nessuno, però, può chiamarsi fuori: «Si osserva che le regioni definite “ricche” di offerta educativa in Italia, vengono qualificate come “povere” nel confronto con altri Paesi europei. Volendo operare un esempio concreto, per la copertura dei nidi, il target europeo è il 33%, mentre in Italia, al di là dell’Emilia Romagna, che risulta la prima Regione, con il 28%, la media nazionale si attesta intorno al 17».
Cosa fare? Forse la soluzione giusta, rispondono sia la Commissione e sia la «Zancan», non sono i «bonus bebè».
Cioè la distribuzione a pioggia di manciate di soldi: molto meglio, ad esempio, concentrare gli sforzi e spostare 1,5 miliardi dagli assegni familiari su un progetto per raddoppiare i «nidi» così da accogliere 403 mila bambini.
Cosa che consentirebbe, tra l’altro, di «creare oltre 40 mila posti di lavoro».
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI E LA LUNGA CRISI: IN QUATTRO CASI SU DIECI HANNO UN FIGLIO A CARICO
Sempre più frantumate, invecchiate e meno attive sul mercato del lavoro, le famiglie italiane escono con le “ossa rotte” dagli anni della crisi.
La fotografia scattata da Italia Lavoro, rimescolando i microdati Istat, riflette una vera e propria tendenza alla frammentazione: la coppia con figli, pur restando in vetta, dal 2004 in poi ha visto diminuire il proprio peso, passando da un’incidenza del 42,5% sul totale dei nuclei al 36,7 per cento.
In forte crescita risultano, invece, le persone sole, che sono passate da poco meno di 5,7 milioni a oltre otto (+42,2%), e i genitori single con figli a carico, che hanno superato quota 2,1 milioni, in aumento di un quarto rispetto al 2004.
Una polverizzazione che ha fatto crescere di più il numero delle famiglie (+8% dal 2006 al 2012) rispetto al trend della popolazione (+1,1%).
«È lo specchio di un Paese – commenta Luigi Campiglio, docente di politica economica all’Università Cattolica di Milano – sempre più al femminile: le donne con una speranza di vita più lunga sono spesso vedove o sole in tarda età , oppure ne troviamo di mezza età senza figli che si occupano delle madri anziane, o ancora giovani separate dal marito che accudiscono da single i figli».
Con effetti negativi in termini economici, «visto che le lavoratrici – aggiunge Campiglio – restano prevalenti nelle posizioni meno pagate e hanno scarse prospettive di carriera rispetto agli uomini».
La crisi del lavoro
Lo studio di Italia Lavoro non lascia grandi spazi all’ottimismo e tratteggia effetti pesanti anche sull’occupazione.
L’anno scorso il 16% dei nuclei ha avuto almeno un componente colpito dalla perdita del posto per licenziamento, cessazione dell’attività dell’impresa o per scadenza del contratto a termine, contro il 13% di un anno prima. In valore assoluto si tratta di poco meno di quattro milioni di nuclei familiari, aumentati del 20% in un anno
Restringendo l’obiettivo sul territorio, emerge che è il Sud a soffrire di più:?in Sardegna il 24% delle famiglie ha almeno un componente che ha perso il lavoro nel 2013, in Calabria il 23,3%, in Puglia il 22% e in Sicilia il 21%.
«Durante la crisi – sottolinea Daniela Del Boca, docente di economia politica all’Università di Torino – si aggrava il fenomeno di “polarizzazione” tra le famiglie in cui si lavora in due e quelle in cui nessuno è “attivo”, già in atto negli anni precedenti e non solo in Italia. Questa situazione mette a rischio di povertà un crescente numero di nuclei, in primis quelli con un unico genitore, ma nel nostro Paese la situazione è aggravata dall’invecchiamento della popolazione che in altri Stati è meno accentuata, dato il minor declino della fertilità ».
Oggi, infatti, le famiglie composte da over 65 soli sono circa 4 milioni
Le famiglie più a rischio
Dalle elaborazioni di Italia Lavoro emerge poi che quasi due milioni di famiglie sono a forte rischio di esclusione sociale:?non hanno redditi da lavoro nè da pensione, nè componenti al proprio interno con oltre 65 anni (che potrebbero beneficiare di sussidi sociali). Si tratta di nuclei che nel 58% dei casi hanno subìto almeno una perdita di lavoro nel giro di un anno, che hanno un figlio a carico (41%), con almeno un Neet (21%) e nel 14% dei casi sono composte da soli stranieri
Il peso dei Neet
E se da un lato sempre più madri e padri perdono il lavoro, dall’altro sempre più figli faticano a uscire di casa.
Nel 2013 su un totale di 25 milioni di famiglie l’8,3% ha almeno un Neet (giovane al di sotto dei 30 anni che non studia e non lavora) all’interno: si tratta di 2,1 milioni di unità , che rappresentano il 31,4% di tutte le famiglie con un componente tra i 15 e i 29 anni. E in 280mila ce n’è più di uno
Nella maggior parte dei casi si tratta di coppie con figli (1,5 milioni), che corrispondono a 1,8 milioni di Neet.
Tutti figli? Non proprio, visto che dal report si osserva che oltre 320mila rivestono il ruolo di genitore.
Tra questi ultimi, «c’è una maggioranza di individui – spiegano da Italia Lavoro – con coniuge occupato, prevalentemente con qualifica di lavoro manuale, ma anche un buon quarto che non può contare su alcun sostegno economico derivante dal lavoro».
Con riferimento ai figli Neet, la metà ha un solo genitore occupato – per lo più con qualifica medio-bassa -, il 23,5% ha entrambi i genitori inseriti al lavoro, ma ben tre su dieci(423mila) hanno mamma e papà privi di un impiego.
«Una condizione di grave criticità – conclude il sociologo Egidio Riva – frutto della disillusione di fronte alle aspettative lavorative dei giovani che vengono puntualmente tradite. Il lavoro è una risorsa sempre più scarsa e non solo non lo si ricerca più, ma si rinuncia anche ad accedere a livelli di istruzione più elevati, come conferma il calo di matricole all’università ».
Francesca Barbieri
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Novembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
ELEVATI FENOMENI DI ELUSIONE SCOLASTICA… UN MILIONE E MEZZO DI BAMBINI IN POVERTA’ ASSOLUTA
A 25 anni dall’approvazione della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza possiamo
valutare se e quanto essa abbia contribuito a migliorare la situazione dei bambini e ragazzi in Italia e a creare una attenzione nei loro confronti da parte dei decisori politici ed economici.
Come capita spesso, ci sono luci e ombre, anche se temo che le seconde prevalgano sulle prime.
È sicuramente diminuita la mortalità infantile, che oggi, al 3,4 per cento, è tra le più basse al mondo.
Ma rimangono forti differenze regionali, con uno scarto di quasi tre punti percentuali tra il 2,1 per cento del Trentino e il 4,9 per cento della Sicilia.
È aumentato il livello di scolarizzazione, in particolare la percentuale di coloro che proseguono gli studi dopo la scuola dell’obbligo.
Ma rimangono elevati i fenomeni di elusione e abbandono, anche nella scuola dell’obbligo.
L’Italia è tra i paesi europei con il più alto tasso di interruzione precoce degli studi (prima del completamento della scuola media superiore).
Riguarda il 17,6 per cento degli adolescenti (20,6 per cento dei ragazzi, 14,5 delle ragazze), a fronte del 13 per cento medio a livello Ue.
Il fenomeno è particolarmente rilevante nel Mezzogiorno, benchè non sia esclusivamente un fenomeno meridionale.
L’Italia è anche uno dei paesi sviluppati ove sono più elevati i divari nelle competenze cognitive dei bambini e ragazzi in base alle caratteristiche sociali dei loro genitori e della collocazione territoriale: un segnale della incapacità della scuola – per il modo in cui è organizzata, per le risorse su cui può contare – a contrastare le disuguaglianze sociali di partenza.
Ne è indiretta testimonianza anche il fatto che l’Italia è uno dei paesi in cui è più alta (50 per cento) la trasmissione intergenerazionale della bassa istruzione.
Soprattutto, dalla metà degli anni Novanta, quasi in coincidenza con l’approvazione della Convenzione internazionale, la povertà minorile ha cominciato ad aumentare, soprattutto tra le famiglie numerose e nel Mezzogiorno.
Con la crisi le cose sono ulteriormente peggiorate.
Il rischio di povertà ed esclusione sociale riguarda oggi oltre il 30 per cento dei minori nel nostro paese (oltre il 50 per cento se sono stranieri), una percentuale maggiore del 5 per cento di quella degli adulti.
Un milione e mezzo di bambini e ragazzi si trova in povertà assoluta, cioè appartiene a famiglie che non hanno reddito sufficiente per acquistare un paniere di beni essenziali.
Il 4 per cento non può fare neppure un pasto adeguato al giorno.
Benchè il peggioramento delle condizioni abbia riguardato tutto il Paese, è stato particolarmente grave nel Mezzogiorno, peggiorando ulteriormente quel divario nelle opportunità di vita tra chi nasce in zone diverse del paese per cui, come è stato osservato, un bambino che nasce a Sud del 42esimo parallelo ha un rischio di nascere e crescere in condizioni di povertà superiore del trecento per cento rispetto a chi nasce a Nord di quel parallelo.
A fronte della persistenza e aggravarsi di queste disuguaglianze nelle opportunità di vita e sviluppo dei più piccoli tra i suoi cittadini, la politica ha fatto ben poco.
C’è stato poco investimento nelle politiche educative, a partire dai primissimi anni di un bambino, con la positiva eccezione di una scuola dell’infanzia quasi universale.
Le politiche di sostegno al costo dei figli sono state scarse, frammentate e spesso fuori bersaglio, come rischia di essere da ultimo anche il bonus di 80 euro per i nuovi nati. Le politiche di contrasto alla povertà pressochè assenti, sperimentali, occasionali. Siamo forse ancora il paese in cui i figli sono «piezz’ e core».
Di sicuro, siamo un paese in cui i bambini e adolescenti non sono considerati cittadini con diritti propri, ma neppure come soggetti su cui sarebbe doveroso, oltre che utile, investire.
Chiara Saraceno
(da “la Repubblica“)
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Novembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE INFANZIA: 3,8 MILIONI DI MINORI VIVONO IN DIFFICOLTA’ ECONOMICHE
Oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
La data non è causale ma ricorda il giorno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato, nel 1989, la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. In 25 anni sono stati 194 Paesi a ratificarla nel mondo, l’Italia lo ha fatto nel 1991
Eppure tuttora nel mondo ci sono milioni di ragazzi e bambini vittime di violenze o abusi, discriminati, emarginati.
In Italia, dice un’indagine del Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso dell’infanzia e di Terres des hommes, sono circa 100 mila i bambini presi in carico dai servizi sociali, ogni anno, dopo maltrattamenti o abusi sessuali (6,7 casi su mille).
Per sensibilizzare i cittadini su questi problemi oggi ci saranno numerose manifestazioni
A Milano, dalle 9.30, si muove la marcia «Io e tu» organizzata da Unicef, Arci, Arciragazzi e promossa dal Comune di Milano in cui 2 mila studenti sfileranno in centro per ricordare agli adulti la volontà di essere parte attiva di un processo che tuteli e riconosca i loro diritti.
A Roma, dalle 10 nella sala Capitolare del Senato, la commissione parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza, con il dipartimento per le Politiche della famiglia e il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, promuove il convegno «Tra vecchie e nuove povertà : i minori in Italia a 25 anni dalla Convenzione di New York».
Fra i relatori ci sono Maria Elena Boschi, ministro per le riforme; Vincenzo Spadafora, Garante nazionale per l’infanzia; e Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza.
«In questi 25 anni abbiamo compiuto progressi sul piano legislativo – spiega l’onorevole Michela Brambilla – ma non è ancora sufficiente il livello di protezione reale dei diritti dell’infanzia. È un vero scandalo, per esempio, la diffusione dei maltrattamenti, sconcerta che lo 0,98% dei nostri minori sia presa in carico ogni anno dai servizi sociali per maltrattamento e abuso sessuale». Numeri che preoccupano.
«Scioccanti – prosegue – ma trascurati, che chiamano in causa lo Stato per l’assenza di un sistema di monitoraggio e quindi per la mancanza di politiche di prevenzione e protezione fondate sulla conoscenza. Desta particolare preoccupazione che una parte di queste violenze si verifichi in ambiti pubblici in senso stretto, come i servizi scolastici e quelli sanitari, o più ampio, come le associazioni sportive sulle quali serve più attenzione: tutte realtà alle quali le famiglie si rivolgono con una fiducia che non può essere scossa. Il pediatra arrestato per abusi sul minore, le maestre condannate perchè costringevano i bambini a mangiare il cibo vomitato sono manifestazioni di delinquenza individuale e sconfitte dello Stato».
Ad allarmare è anche il livello di povertà minorile.
Secondo un’indagine conoscitiva che la commissione parlamentare per l’infanzia sta conducendo e di cui il Corriere ha avuto un’anticipazione, su 10 milioni di minori, quelli in stato di povertà assoluta sono passati da 723 mila nel 2011 a 1.434.000 nel 2013.
Invece sono 2,4 milioni quelli in condizione di povertà relativa (il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia è definita povera).
E ancora: il 16% delle famiglie con bambini, una volta ogni due giorni, non è in grado di garantire ai figli un pasto sostanzioso (dato Unicef).
«Va colta l’occasione della legge di Stabilità per riflettere sulla necessità di varare un programma specifico di contrasto alla povertà minorile – sostiene – magari anticipando risorse ricavabili dalla riforma dell’Isee o usando meglio i fondi europei per lo sviluppo. Non può mancare ciò che è mancato fino ad ora: una vera politica per l’infanzia, per l’adolescenza, per i giovani. Altrimenti condanniamo il nostro Paese all’irrilevanza».
Alessio Ribaudo
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
GLI OCCUPATI COME NEL 1977 E NEI PROSSIMI 50 ANNI IL SUD PERDERA’ 4,2 MILIONI DI ABITANTI
Un territorio che lo scorso anno ha visto emigrare 116mila abitanti, vive il settimo anno di recessione e si prepara ad affrontare l’ottavo, perchè anche nel 2015 il Pil è previsto in calo dello 0,7%.
E’ il Mezzogiorno d’Italia fotografato dall’ultimo rapporto dell’associazione Svimez presentato a Roma.
Pagine che descrivono il Sud come un’area a concreto rischio di “desertificazione umana e industriale”.
Dove non solo aumenta la povertà (nell’ultimo anno le famiglie povere sono cresciute del 40% e i loro consumi sono crollati del 13% dal 2008 a oggi) ma si fanno anche meno figli: l’anno scorso si sono registrate più morti che nascite. Queste ultime sono state solo 177mila, il minimo storico, il valore più basso mai registrato dal 1861″.
E in futuro andrà ancora peggio: “Il Sud”, si legge, “sarà interessato nei prossimi anni da uno stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili. E’ destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, arrivando così a pesare per il 27% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%”.
Intanto l’industria continua a soffrire, con crollo degli investimenti del 53% in cinque anni e una flessione degli addetti che ha toccato il 20%.
Gli occupati oggi sono solo 5,8 milioni, il valore più basso dal 1977.
“Nel Sud, pur essendo presente appena il 26% degli occupati italiani, si concentra il 60% delle perdite determinate dalla crisi”, calcola l’associazione.
“Nel 2013 sono andati persi 478mila posti di lavoro in Italia e 282mila di questi erano al Sud. Tra il primo trimestre del 2013 e il primo trimestre del 2014, l’80% delle perdite di posti di lavoro in Italia si è concentrata al Sud”.
Con il risultato che il tasso di disoccupazione, secondo lo Svimez, non è del 19,7% come calcola l’Istat ma ben più alto: 31,5%. Al dualismo territoriale si unisce anche quello generazionale: l’anno scorso il tasso di disoccupazione degli under 35 del Sud è salito al 35,7%.
Quadro ancora più fosco quello tratteggiato dalla Coldiretti, secondo la quale nel 2013 tre famiglie su quattro tra quelle che vivono nel Sud hanno tagliato la spesa alimentare, riducendo la qualità o la quantità di almeno uno dei generi alimentari acquistati.
Per la prima volta la spesa per alimentari è scesa sotto quella delle famiglie del Nord, invertendo una tendenza storica che vedeva le regioni meridionali destinare al cibo una parte maggiore del proprio budget.
E’ la Puglia, con un -11,3%, la regione i cui abitanti hanno stretto di più la cinghia.
Di fronte a questa emergenza sociale, secondo lo Svimez l’unica possibilità è una strategia di sviluppo nazionale incentrata sul Mezzogiorno con una “logica di sistema” e basata su quattro pilastri: rigenerazione urbana, rilancio delle aree interne, creazione di una rete logistica in un’ottica mediterranea, valorizzazione del patrimonio culturale.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 4th, 2014 Riccardo Fucile
L’IDEATORE E’ L’EX PATRON DELL’INTER, ERNESTO PELLEGRINI, CHE L’HA REALIZZATO IN MEMORIA DI UN CLOCHARD… DISTRIBUIRA’ 500 PASTI AL GIORNO
A dare l’indirizzo di via Gonin 52 ai particolari clienti saranno parrocchie, associazioni di volontariato e centri di ascolto: selezioneranno, così, le 500 persone che, ogni giorno, potranno pranzare a 1 euro.
Genitori separati, disoccupati in difficoltà , parenti di malati che devono restare a Milano per parecchi giorni, sopportando alte spese: il ristorante Ruben è nato per tutti loro grazie a Ernesto Pellegrini, l’ex presidente dell’Inter che ha voluto così ricordare Ruben, amato personaggio dell’infanzia di Pellegrini, tragicamente scomparso nel rogo del suo giaciglio.
Il taglio del nastro c’è stato venerdì, con il sindaco di Milano Giuliano Pisapia.
“Nasce in ricordo di una persona in difficoltà morta di stenti in una baracca alla periferia di Milano 50 anni fa ed Ernesto Pellegrini ha voluto farne un simbolo di speranza e di umanità – ha detto il primo cittadino -. Oggi questo ristorante, questa iniziativa solidale, vuole essere un omaggio a quella persona e insieme un gesto concreto affinchè nessuno possa sentirsi abbandonato in una città che è e sarà sempre attenta ai bisogni di chi è in difficoltà “.“
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Ottobre 4th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX CALCIATORE, PILASTRO DELL’INTER DI TRAPATTONI, COSTRETTO A PULIRE I BAGNI… STORIE DI STELLE, METEORE E PATRIMONI DILAPIDATI COME TAVOLA, EX JUVE, CHE CONSEGNA GIORNALI O BERGAMASCHI, EX MILAN, CHE FA IL CASELLANTE
Alla fine, al prode Andreas rimasto senza un soldo, han proposto di lavare i cessi. Nella prima vita di “motoretta” Brehme, quella degli scudetti e dei rigori utili ad alzare la Coppa del Mondo davanti a un Maradona furibondo, nessun ex collega di turno, nessun Oliver Straube si sarebbe permesso di rispondere all’appello di Franz Beckenbauer (“dobbiamo aiutare Brehme, abbiamo il dovere di restituirgli qualcosa di ciò che ha dato al calcio tedesco”) offrendo un lavoro al reprobo con la scusa di fargli la morale: “Siamo disposti a impiegare Brehme nella nostra impresa di pulizie. Potrà lavare i bagni e sanitari così si renderà conto davvero cosa significa lavorare e qual è la vera vita”.
L’orizzonte cambia, i temporali arrivano e nel fango del dio pallone impantanarsi è facile.
C’è chi si sporca le mani e tira avanti reinventandosi e chi affonda nelle sabbie mobili. Roberto Tavola, ex centrocampista della Juventus, consegna i giornali a edicole e supermercati osservando l’alba.
Un altro Dimas passato nella Torino recentemente scudettata, Manuel, vende fiori. Fabio Macellari, ex Inter, canta a tempo perso e fa il taglialegna
Franco Bergamaschi , ex Verona e Milan, diede il resto come casellante sulla A4 e un Kovacic meno fortunato del coevo assunto da Erik Thohir, un altro croato già assunto a suo tempo da Gino Corioni per illuminare il Brescia, zappa terra a due passi da casa.
Per altri, quelli che al fischio finale, svuotato lo stadio da adoratori e questuanti, a fare i conti con la nuova condizione non ce l’hanno fatta, infortuni, depressione, droga, alcool, marginalità , lutti sofferti e tanti suicidi come quello dei due portieri tedeschi, Enke e Biermann.
Il delitto di un altro ex ragazzo di Germania Brehme, senza un mestiere stabile dal 2006, è aver depauperato ogni cosa. Soldi, gloria e rispetto per se stesso.
Da Garrincha a Gascoigne, accadde a stuoli di campioni. Il terzino che spazzava l’area di una splendida Inter trapattoniana lasciando la polvere di stelle agli avversari, è solo l’ultima meteora di una lunga serie di calciatori incapace di venire a patti col destino.
Storie di tutti i tipi.
Derive mistiche come quelle di Totò Rondon e Taribo West e in mancanza di misericordia, ravvedimento o peggio pentimento, finali di partita simili.
C’è chi come Jorge Cadete, ex nazionale portoghese ed ex idolo del Celtic Glasgow transitato anche nel Brescia, si mette in mano ai mediatori finanziari, perde tutto ed è costretto a sopravvivere con il sussidio di povertà : “Dei 4 milioni di euro guadagnati in carriera non ho più niente. Ho investito, ma non è andata bene. Avevo attorno a me gente che non ha agito onestamente. Nel momento in cui smetti di giocare, tutto cambia: gli agenti smettono di chiamarti, non sei più nessuno. A volte sento ex atleti che dicono di avere un sacco di amici nel calcio: è una bugia, quando lasci, nessuno vuole più saperne di te”.
E c’è chi come Maurizio Schillaci, una quarantina di presenze in serie B, Zdenek Zeman come allenatore: “Mi adorava”, da anni ancheggia ai bordi di Palermo dormendo dove capita, di preferenza alla Stazione.
Schillaci (cugino del diavolo di Italia ’90, in una famiglia senza pace che ieri al Cep, in una sparatoria, ha visto tra i feriti anche la zia di Totò) era forte.
Gli fecero male in campo. Lo curarono peggio fuori. Maurizio provava a ripartire e regolarmente si fermava. “’U malato immaginario”, inseguito dalle cattiverie, si perse definitivamente dopo una cessione alla Juve Stabia. Cocaina. Eroina.
A Siciliainformazioni.com, nel 2013, raccontò senza filtri la discesa nell’abisso: “Il mio declino è stato velocissimo e ora mi ritrovo per strada. Come si vive? La prendo quasi a ridere, mi diverto, sdrammatizzo, cerco di farcela”.
Schillaci, Cadete e gli ex imperatori decaduti. Ieri come oggi.
Adriano costretto a mettere in vendita la sua villa nel 2014 è parente stretto del George Best in bianco e nero che sperpera e poi ad un tratto muore.
Al sosia dell’attore Woody Harrelson, Andreas Brehme, difensore che nell’attacco ritrovava il suo cinema preferito, resta ancora l’ultimo spettacolo.
Prima che si spengano le luci.
Prima che sia notte.
Malcom Pagani
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
I PAESI DEL NORD BLOCCANO IL SISTEMA EUROPEO DI SOSTEGNO… E L’ITALIA HA PRESENTATO IL PIANO ALTERNATIVO CON MESI DI RITARDO
Dopo una lunga carriera come maestra, di recente Cristina Danese ha iniziato a notare qualcosa che le ricorda l’infanzia: bambini affamati fra i banchi di scuola, a Milano. Quello che questa insegnante non sa è che la malnutrizione che grava su milioni di persone nell’Italia del 2014 non è solo frutto della crisi più lunga nella storia nazionale.
È anche uno scandalo politico, consumato nel silenzio, che chiama in causa molti protagonisti: la burocrazia e il governo, lenti nel chiedere a Bruxelles le centinaia di milioni di euro che spettano all’Italia per la lotta contro la fame; il governo precedente, che ha dedicato poco più che spiccioli all’emergenza alimentare proprio mentre questa stava esplodendo e gli aiuti europei stavano per bloccarsi; e il governo di Berlino, impegnato a decurtare ogni sostegno della Ue agli indigenti nel momento in cui l’Europa brucia nella recessione e nei sacrifici chiesti ai cittadini per uscirne.
Cristina Danese vive a Milano dal 1960, quando arrivò dal Veneto più o meno alla stessa età che hanno i suoi allievi di quest’anno.
E poichè ricorda la cocente vergogna di sua madre quando lei al mattino doveva andare a scuola senza aver cenato la sera prima, cerca di muoversi con tatto.
Dalla mensa dell’istituto Rodari di Greco, a Milano, ogni giorno ha iniziato a riportare in classe sacchetti di pane e frutta e li offre in modo casuale.
«Sono avanzati — dice — qualcuno li vuole portare a casa?».
Sa che sempre gli stessi quattro, tutti figli di italiani, alzeranno la mano
Mille chilometri più a sud il 2014 invece era iniziato bene per Rosetta De Luca, di Cosenza.
Aveva presentato domanda per una casa popolare nel 1985 e quest’anno finalmente il Comune l’ha chiamata per darle l’appartamento dove ora vive con tre dei suoi cinque figli. È a due passi dal magnifico Duomo medievale.
Subito dopo però si è presentato un problema: improvvisamente la signora De Luca ha smesso di ricevere i pacchi del Banco alimentare, la più grande piattaforma italiana di distribuzione di cibo agli indigenti.
Di solito le buste contenevano pasta, legumi, biscotti, olio, sugo, latte.
Per una disoccupata di 48 anni come la signora De Luca, con due figli grandi ma senza lavoro, nessun diritto a un sussidio e una bambina di dieci anni, quelle consegne rappresentavano metà della dieta quotidiana.
«Magari mangiavo una volta al giorno — dice — ma i miei figli sempre due».
Poi sono iniziati i quattro mesi durante i quali non ha visto nemmeno un pacco, spiega sedendo al caffè dietro la cattedrale. Sua figlia Chiara la ascolta concentrata, assaporando un gelato alla nocciola.
«Carne è una vita che non ne mangio e lei anche — aggiunge, indicandola con lo sguardo — Ci farebbe bene, siamo anemiche».
La fame in Italia nel 2014 è un’epidemia non vista, ma non invisibile.
È una piaga evitabile, ma non evitata: a Roma, a Bruxelles e a Berlino ha radici e omissioni che vanno aldilà del disastro che sta rendendo l’economia italiana oggi di 230 miliardi di euro più piccola di come sarebbe se tutto fosse continuato al ritmo, lento, tenuto dal Paese fino al 2007.
Nella richiesta di aiuti che il governo ha spedito a Bruxelles questo mese si legge: «La quota di individui in famiglie che non possono permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni è cresciuta dal 12,4% del 2011 al 16,8% del 2013». Quest’anno sta salendo ancora, stima il Banco alimentare. Sono i numeri di un collasso consumato nella distrazione del resto del Paese: secondo l’Istat le persone in povertà assoluta in Italia, cioè incapaci di sostenere la spesa minima mensile per alimentazione, casa, vestiti, sono passate da 2,4 milioni del 2007 a sei milioni nel 2013. Praticamente nessuno di loro è stato raggiunto dal bonus fiscale da 80 euro al mese deciso dal governo.
Secondo l’Agea, l’agenzia del governo per l’aiuto alimentare, gli assistiti con cibo in Lombardia sono aumentati del 26% in quattro anni a 330 mila del 2013: insieme farebbero la seconda città della regione dopo Milano.
Nel Lazio sono 425 mila, più 30% nello stesso quadriennio.
E l’anno scorso il Banco alimentare, che copre meno di due terzi degli assistiti in Italia, ha dato da mangiare a duecentomila bambini fra zero e cinque anni: è il doppio rispetto al 2007, in un’età durante la quale la malnutrizione può imprimere danni irreversibili allo sviluppo mentale.
Chiara, figlia di Rosetta De Luca, a scuola ha ottimi voti e da grande vuole fare la maestra. Ma non è difficile capire perchè sua madre ha smesso di ricevere gli aiuti e ora la manda a scuola senza poterle dare proteine a sufficienza.
In tutt’Italia le scorte sono sparite, proprio ora che servirebbero di più.
Il magazzino del Banco alimentare della Calabria è quasi completamente vuoto. «Abbiamo dovuto dimezzare quantità e frequenza delle distribuzioni mentre le richieste continuano ad aumentare — dice Giovanni Romeo, il responsabile — Per soddisfare la domanda per intero, dovrei avere almeno tre volte tante risorse».
Mentre Romeo parla, una mattina di fine settembre, un muletto sta caricando un pianale di pesche nettarine che erano destinate alla Russia ma ora sono bloccate dalle sanzioni.
In un angolo si notano scatole di biscotti con le dodici stelle dell’Unione europea e la scritta: ”Aiuto Ue. Prodotto non commerciabile”.
Presto finiranno anche queste, perchè le provviste di quest’anno sono falcidiate da una vicenda che ha molti responsabili in Italia e in Europa e pochi innocenti.
Dal 1987 l’aiuto alimentare nell’Unione europea era assicurato dalla Politica agricola comune. Bruxelles comprava le eccedenze, o sussidiava una produzione supplementare, e distribuiva gratis le derrate ai ministeri dell’Agricoltura, i quali a loro volta le passavano alle associazioni caritative.
Questo sistema si è interrotto per una sentenza della Corte di giustizia europea nel 2011 prodotta da un ricorso contro gli aiuti presentato dalla Germania e sostenuto da Svezia, Austria, Olanda, Gran Bretagna, Danimarca, Repubblica Ceca.
Come si nota dalle dichiarazioni alla Corte, rese nel momento più drammatico della crisi del debito, questi governi hanno sostenuto che l’aiuto alimentare agli indigenti non spetta all’Europa ma ai singoli governi e agli enti locali con i propri cittadini: ciascuno faccia da sè, con i propri sistemi di welfare state.
Negli Stati Uniti alla Grande depressione degli anni ’30 si rispose con i “Food Stamps”, i buoni che ancora oggi garantiscono che chiunque abbia almeno da mangiare.
L’Italia oltre 80 anni dopo non ha niente del genere, il sostegno agli indigenti può essere zero, e l’Europa ha risposto alla Grande Recessione con una lite sul cibo in Corte di giustizia.
Il programma contro la fame è stato cancellato dalla sentenza di Lussemburgo ma, nella distrazione generale, lo scontro è proseguito.
Riducendo altri piani, a parità di spesa totale, la Commissione europea ha ricavato spazio per gli aiuti alimentari nei fondi strutturali.
Anche questa proposta è stata bloccata dalla coalizione dei Paesi nordici, Germania in testa, poi si è trovato un compromesso: da quest’anno fino al 2020 ci saranno 3,5 miliardi di euro per il sostegno materiale ai poveri, di cui circa 90 milioni l’anno per l’Italia, e ogni governo provvederà a usarli per comprare beni come cibo, vestiti, libri scolastici; ma i Paesi che hanno già un welfare nazionale efficiente, quelli del Nord, potranno in parte spenderli in modo diverso.
È qui che gli intoppi della politica e della burocrazia in Italia hanno prodotto un passaggio a vuoto in cui, quasi certamente, quest’anno milioni di persone (4 si stima) si sono viste ridurre i pacchi alimentari o le porzioni alle mense di carità .
Il vecchio sistema europeo di aiuti in natura infatti è stato chiuso con la fine del 2013, quello nuovo di aiuti finanziari è uscito in Gazzetta Ufficiale della Ue il 12 marzo 2014. Ora spettava al ministero del Lavoro presentare subito un “piano operativo” a Bruxelles sull’impiego di questi fondi, in modo da poterli ricevere al più presto. Il tempo conta.
Per evitare un arresto del flusso di cibo agli indigenti, la Francia per esempio ha preparato il proprio programma già da fine 2013, lo ha subito presentato ed è partita con gli anticipi di cassa, senza interruzioni. Anche Paesi con problemi di povertà come la Polonia ha mandato i piani a Bruxelles in tempi stretti.
In Italia invece si è costituito un “tavolo” a fine aprile guidato da Giuliano Poletti, il ministro del Lavoro, con sindacati, enti caritativi, Regioni, grandi città , l’associazione dei Comuni e vari altri soggetti.
La disponibilità di cassa e non più di pasta, scatolame o biscotti dall’Europa aveva prodotto una novità : le amministrazioni più a corto di soldi per l’assistenza sociale, Comuni come Palermo, Genova o Napoli, per la prima volta si sono messi a competere con gli enti caritativi per ricevere e intermediare i sussidi di Bruxelles.
Questa concorrenza per le risorse ha ritardato tutto e il flusso di aiuti dall’Europa, cioè gran parte del cibo per milioni di poveri in Italia, si è interrotto.
L’Italia non è il solo caso in Europa, è vero, anche se pochi altri Paesi hanno una simile crescita della povertà .
Il blocco dei sussidi era talmente prevedibile che il governo di Enrico Letta aveva persino creato un fondo per garantire gli approvvigionamenti di quest’anno, ma non è servito: la Legge di stabilità lo finanzia con appena 10 milioni, un decimo delle somme necessarie.
Ora il piano italiano, dopo una riscrittura in estate, è definitivamente partito per Bruxelles a inizio settembre.
Gli anticipi di cassa sono scattati da agosto ma servono ancora i bandi e gli appalti per prodotti come pasta o zucchero.
I primi alimenti per chi ne ha urgente bisogno arriveranno non prima di fine novembre, nove mesi in ritardo
Nel frattempo Giovanni Romeo, a Cosenza, raziona le dosi dal suo deposito: per i suoi 135 mila assistiti, ha scorte in media per un giorno.
«Qui non c’è uno tsunami o una bomba d’acqua — osserva nel magazzino vuoto — ma un silenzio assordante».
A Milano, zona Gratosoglio, una madre di sei figli, Nunzia Pollo, 36 anni, disoccupata come il marito, riceve aiuti solo grazie a Carlo Marnini, un imprenditore del quartiere che raccoglie in proprio prodotti in dono dai clienti negli alimentari della zona.
Marnini riesce a rifornire solo metà delle 160 famiglie che gli chiedono soccorso, dice, dunque decide lui chi gli sembra più bisognoso.
Nunzia Pollo per esempio riceve solo un assegno da 900 euro ogni sei mesi dal Comune, nient’altro: cassa integrazione, assegno di mobilità o social card sono scadute o sono state rifiutate.
Questa donna va fuori di sè quando vede che il camion del Banco alimentare porta cibo al convento vicino a casa sua, dove vivono alcuni rifugiati dalla Siria e degli stranieri arrivati da Lampedusa. «Questa cosa arrivo a odiarla», confessa.
Anche Cristina Danese, la maestra della Rodari di Milano, sa che la fame può diventare incendiaria se si presenta un politico pronto a usarla per i propri fini.
Distribuendo alle famiglie degli allievi il cibo della mensa di scuola, Danese viola la legge.
Non è la cosa che la preoccupa di più: «Aspetto solo che qualcuno mi denunci».
Federico Fubini
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
C’E’ CHI A CENA HA SOLO UNA MINESTRINA
Il 18 per cento dei bambini torinesi consuma il pasto principale a scuola. In termini di calorie e di fabbisogno proteico ciò che fornisce la mensa serve a sostenerli per la maggior parte della giornata, dare loro forza, farli crescere.
Il dato colpisce perchè è un segno pesante di come la crisi tocchi tanti piccoli torinesi, un indice di come molto concretamente la povertà può incidere sulla salute del compagno di banco.
Di questa condizione, della forbice che continua ad allargarsi tra chi sta bene e chi sta male, soprattutto in determinate aree, hanno parlato ieri l’assessore alle Politiche educative della Città , Mariagrazia Pellerino, e Maria Caramelli, direttore dell’Istituto Zooprofilattico, al convegno che l’Istituto ha dedicato ai controlli e alla sicurezza nelle mense scolastiche, un universo da 48 mila pasti al giorno, compresi i 5400 composti su esigenze etico-religiose e 1600 su diete per patologie. ù
Nel piatto
«Ho incontrato le 320 commissioni mensa delle nostre scuole, dai nidi alle medie – racconta l’assessore – e in questo giro mi sono resa conto che le conoscenze e le abitudini alimentari sono molto differenziate in una città multiculturale come la nostra. Mi sono anche resa conto di quanto i pasti in mensa siano essenziali per tanti bambini».
I legumi sono stati aboliti e al loro posto è aumentata la quantità di carne.
«Abbiamo modificato il menu, eliminando quei cibi che i bambini avevano indicato come meno graditi, quelli che spesso restavano nel piatto. Tra questi i legumi. Nei quartieri più benestanti ci hanno chiesto di reintrodurli perchè, dicevano le madri, sono sani e la carne i bambini la mangiano a casa».
In altri quartieri, quelli dove si concentrano le difficoltà , reazione di segno opposto. «Là ci chiedono più carne. E il motivo è chiaro: a casa ben difficilmente la famiglia riesce a comprarla», dice Pellerino, colpita dalle parole di un ragazzino durante il pranzo in una mensa della Circoscrizione 6.
«Mi ha chiesto perchè un suo amico non possa fare sempre il bis. Gli ho spiegato che in mensa valgono regole a salvaguardia della salute, che non si fa il bis di pasta anche per evitare l’obesità . Il bambino mi ha risposto che però il suo amico a casa, la sera, non aveva poi così tanto da mangiare…».
Pranzo a casa
Alla scuola Gabelli, nel cuore di Barriera, la dirigente Nunzia Del Vento conferma. «Le maestre raccontano che a volte, quando in scienze si studia l’alimentazione e si fa la tabella calorica, i bambini dicono che vanno a dormire con una minestrina».
Ma c’è dell’altro. «Sono preoccupata perchè il 30% dei nostri alunni va a casa a pranzo. Con l’Isee al minimo le famiglie spenderebbero 24 euro al mese, poco più di un euro a pasto… Ma ci sono anche bambini che vengono a scuola senza aver fatto colazione – dice Nunzia Del Vento – e non per ragioni di tempo, ma perchè è già tanto che la famiglia riesca ad imbastire un pasto al giorno».
Maria Teresa Martinengo
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