Maggio 24th, 2013 Riccardo Fucile
SOLO LE BOLLETTE DI ACQUA, LUCE E GAS NON PAGATE VALGONO 14,6 MILIARDI… TORNANO LE CAMBIALI E SALE IL RISCHIO STROZZINI
Gli italiani sono sempre più in rosso e non pagano più. 
Nel cassetto finiscono la rata del mutuo o l’affitto ma anche le bollette per beni di prima necessità come acqua, luce e gas.
Tanto che in due anni la montagna degli insoluti è praticamente raddoppiata e nel 2012 ha raggiunto quota 34 miliardi di euro.
Il peggio, poi, è che le previsioni per quest’anno sono di un ulteriore balzo in avanti delle pratiche affidate al recupero crediti (+6-8%).
Tra le regioni più indebitate Sicilia, Campania, Lombardia, Lazio e Puglia. E tornano in gran voga le famigerate cambiali.
A fotografare l’Italia del debito non pagato sono i dati diffusi oggi dall’Unirec, l’associazione che riunisce le principali società di recupero crediti, circa 200 che corrispondono al 90% del settore.
E non portano buone notizie, tutt’altro.
Gli agenti delle società di recupero, dice il Rapporto 2013 (scarica), hanno ormai tra le mani 3 milioni di pratiche al mese relative a debiti non pagati da famiglie e imprese che faticano sempre di più a onorare le proprie obbligazioni e rimborsare i prestiti contratti, in una situazione che assume sempre più i contorni dell’emergenza sociale. Veniamo ai numeri.
L’ammontare di crediti scaduti e non pagati affidati alle aziende di riscossione è salito a 35 milioni di pratiche affidate, due in più rispetto al 2011 che equivale a un balzo del 6%.
L’ammontare dei sospesi nei confronti di banche, finanziarie e multiutilities ha raggiunto quota 34 miliardi (33,7 per l’esattezza), con un incremento nell’ultimo anno del 17% e addirittura del 48% rispetto al 2010, quando la quota debito era pari 23 miliardi.
In pratica nel giro di due anni, gli ultimi, la montagna dei debiti è raddoppiata.
Le pratiche relative alle sole famiglie sono 29 milioni, pari a 24 miliardi di euro.
La composizione indica in 25,4 miliardi le pendenze con il settore bancario e finanziario relative a rate di prestiti, acquisto di beni di largo consumo, rate di mutui, scoperti bancari, certe di credito revolving e canoni leasing.
Bollette insolute per beni di prima necessità come luce, acqua, gas e telefono pesano per 14,6 miliardi.
A questa situazione, di per sè allarmante, va aggiunto il dato che segnala un mutamento significativo, anche dal punto di vista del costume sociale, del forte ritorno all’uso delle cambiali.
Il loro numero è aumentato del 5% rispetto al 2011 e, addirittura, del 44% rispetto al 2009, mentre il loro ammontare complessivo ha fatto registrare un +2% rispetto al 2011 e un +17% rispetto al 2009.
Anche i protesti sono in crescita da ormai 5 trimestri consecutivi.
Quanto alla distruzioni, i più indebitati d’Italia sono i lombardi (13%), i laziali (8%), mentre le regioni più “virtuose” sono la Basilicata, Molise e Trentino.
“Un dato che, ovviamente, risente dell’entità della popolazione dei territori, anche se — nelle aree più critiche e nelle regioni con situazioni socio-economiche più difficili — si rileva un tasso di recupero dei crediti decisamente minore”, dice il Rapporto che chiude con una previsione ancor più fosca: i volumi da recuperare il prossimo anno potrebbero salire di un altro 10%.
L’ultima cattiva notizia è che, nonostante l’aumento dei crediti insoluti, le previsioni di incasso dei recuperatori professionali sono negative: aumenta cioè il differenziale tra affidamenti ed effettivi recuperi (-11%).
E questo è un bel problema.
Il rischio è infatti di rendere più aggresive le azioni di recupero, con modalità e approcci che violano il codice della Privacy e integrano reati fino all’estorsione. In altre parole l’agente della riscossione che ha poco da perdere sfila i guanti di velluto e inizia a tempestare il debitore di telefonate, visite domiciliari, magari minacce di pignoramento senza neppure un’ingiunzione in corso.
Sul punto, già al centro di polemiche, il presidente di Unirec Gianni Amprino fornisce alcune rassicurazioni. “Il circuito della agenzie aderenti all’associazione è composto di circa 200 società che corrispondono al 90% dell’attività di recupero. Tutte operano con regolare licenza rilasciata dal Ministero tramite le prefetture, sono vigilate dalla Banca d’Italia e collegate alle associazioni dei consumatori con le quali è in corso da tempo una proficua e continua collaborazione, proprio per evitare abusi. Anzi, noi siamo i primi a chiedere ai debitori di segnalarci eventuali comportamenti non corretti. Magari al numero verde 800171019 che abbiamo appositamente allestito”. Ma gli operatori del recupero credito sono un migliaio, moltissime le Srl che non hanno aderito all’associazione di Confindustria e tuttavia operano nel mercato della tutela del credito.
E qui il rischio che la riscossione travalichi la misura si fa altissimo.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 20th, 2013 Riccardo Fucile
OCSE: LE FAMIGLIE BENESTANTI HANNO PERSO SOLO IL 3%
Nella crisi più grave dal dopoguerra, anche i ricchi piangono. 
Ma, francamente, lacrimucce.
Il disastro sociale – un disastro di cui solo ora cominciamo a intravedere le devastanti proporzioni – è altrove.
Gli italiani stanno, infatti, pagando la crisi a seconda del portafoglio: di più, quanto più è piccolo. Uno tende a dimenticarselo, davanti alle statistiche: ma i consumi che si riducono (in media) del 4,5 per cento, il reddito che scende (in media) dell’1 per cento significano cose completamente diverse nei quartieri alti e in borgata.
Non solo perchè nei quartieri alti ci sono più riserve e c’è più superfluo da tagliare. Ma perchè l’impatto è, effettivamente, minore.
Ce lo ricorda l’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i Paesi industriali. Fra il 2007 e il 2010, il reddito disponibile dei 5 milioni di italiani che costituiscono il 10 per cento più ricco del Paese, si è ridotto dell’1 per cento l’anno.
Ma per i 5 milioni di italiani del 10 per cento più povero del Paese, dove la carne viva del bilancio familiare è già esposta, il reddito si è ridotto del 6 per cento.
Sono riduzioni anno per anno, non cumulate.
Questo significa che, nelle famiglie ricche, in quei tre anni, il reddito si è ridotto del 3 per cento, sicuramente una sgradita e inedita sorpresa: invece di 5000 euro al mese, per dire, 4.850.
Ma per i più poveri, il taglio complessivo, nello stesso periodo, sfiora il 20 per cento: 800 euro al mese, per esempio, dove, prima, ne entravano mille.
Sono cifre che tengono conto sia delle tasse pagate, che di eventuali sussidi ricevuti. In altre parole, non c’è nessun intervento salvifico successivo di protezione sociale, tranne forse quello della Caritas. Non basta.
Della tragedia, per ora, vi stiamo raccontando solo l’avvio.
I dati dell’Ocse si fermano, infatti, al 2010, prima cioè che la crisi italiana si incattivisse davvero in recessione.
Ma, già allora, era possibile vedere che il diverso peso della crisi sta allargando ulteriormente il golfo che divarica la società italiana.
Nel 2007, il 10 per cento più ricco guadagnava 8,7 volte di più del 10 per cento più povero. Solo tre anni dopo, questo rapporto è passato a 10,2 volte, sopra la media dei Paesi Ocse.
Fra i Paesi industrializzati, solo in Spagna la crisi è stata socialmente più matrigna: i ricchi hanno perso, come da noi, fino al 2010, l’1 per cento del reddito annuo.
Ma i poveri il 14 per cento: fra il 2007 e il 2010 lo hanno visto quasi dimezzarsi.
C’è meno distanza, davanti alla crisi, in Grecia e in Irlanda.
Ma sono i Paesi forti, quelli del Nord Europa a fornire un messaggio completamente diverso.
Conta la miglior salute economica, ma, probabilmente, anche un sistema sociale più efficiente. Il risultato, comunque, è che, in Germania, in Finlandia, in Olanda, negli stessi tre anni che hanno visto sprofondare i poveri italiani e spagnoli, i ricchi, in proporzione, se la sono passata peggio dei meno ricchi. In Olanda, il decimo più povero della popolazione ha visto scendere il reddito dell’1 per cento, ma il decimo più ricco del 2 per cento.
In Germania e in Finlandia sono andati tutti avanti, ma i poveri di più.
Per una delle ironie amare della statistica, il brutale collasso dei bilanci delle famiglie più povere non si riflette nelle normali tabelle della povertà .
Quando tutti i redditi scendono, anche se a velocità diversa, i parametri su cui si misura la povertà si ingarbugliano.
Per questo, l’Ocse ha provato a ricalcolarli, prendendo come riferimento la situazione nel 2005.
Se si tiene conto della situazione precrisi, dunque, il tasso di povertà è aumentato in Italia di oltre due punti percentuali, che sembra poco, ma non lo è. Vuol dire che, dove prima c’erano cinque poveri adesso ce ne sono sei. Soprattutto, l’aumento è stato rapidissimo, nell’arco di soli tre anni.
Chi sono questi poveri?
Qui, i dati dell’Ocse non presentano sorprese. Sappiamo da tempo che lo stereotipo della vecchina in miseria è superato. I poveri, oggi, bisogna cercarli negli asili e fuori dalle superiori.
Fra il 2008 e il 2010, un italiano ancora minorenne ha visto il reddito medio che, teoricamente, gli compete, ridursi di oltre 600 euro l’anno.
Per un giovane diciottenne, la riduzione del reddito disponibile è, in media di 300 euro.
Quali sono le categorie forti? Gli adulti sotto i 50 anni che, più o meno hanno tenuto. E i pensionati che, in media, hanno accresciuto i guadagni.
Maurizio Ricci
(da “La Repubblica“)
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Maggio 19th, 2013 Riccardo Fucile
UN TERZO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE SPROVVISTA DI SERVIZI SANITARI CONFORMI… NEL 2011 UN MILIARDO DI PERSONE DEFECAVANO ALL’APERTO
Nel 2015 circa 2,4 miliardi di persone – un terzo della popolazione mondiale – non avra’ accesso a servizi igienici adeguati: lo affermano l’Unicef e l’Oms nel rapporto “Progress on Sanitation and Drinking-Water 2013”.
Il Rapporto mostra che, con l’attuale tasso di progresso, l’Obiettivo di Sviluppo del Millennio 2015 di dimezzare il numero di persone senza servizi igienici rispetto al 1990 non sara’ raggiunto nella misura dell’8% – vale a dire mezzo miliardo di persone.
Quasi due terzi (il 64%) della popolazione mondiale ha accesso a servizi igienico-sanitari adeguati, con un aumento di quasi 1,9 miliardi di persone dal 1990.
Circa 2,5 miliardi di persone non hanno accesso a servizi igienico-sanitari adeguati.
Di questi, 761 milioni usano servizi igienici condivisi o pubblici e 693 milioni utilizzano servizi igienici che non rispettano i requisiti minimi.
Nel 2011, 1 miliardo di persone defecavano all’aperto. Il 90% delle deiezioni avviene in aree rurali.
Dalla fine del 2011, l’89% della popolazione mondiale usa fonti di acqua potabile migliorate e il 55% dispone di acqua direttamente nella propria abitazione.
Circa 768 milioni di persone sono ancora senza fonti migliorate di acqua potabile, di questi 185 milioni utilizza acque di superficie per le proprie necessita’ giornalieri.
Continuano a esserci grandi disparita’ tra coloro che vivono in aree rurali e coloro che vivono in citta’.
Gli abitanti di citta’ rappresentano i tre quarti di coloro che hanno accesso a scorte di acqua a casa.
Le comunita’ rurali rappresentano l’83% della popolazione globale che non ha accesso a fonti di acqua potabile; il 71% di essi vive senza servizi igienici.
Mentre l’Unicef e l’Oms lo scorso anno hanno annunciato che l’Obiettivo di Sviluppo del Millennio legato all’acqua potabile era stato raggiunto e superato nel 2010, la sfida per i servizi igienico-sanitari – e di raggiungere tutti coloro che ne hanno bisogno – e’ stata rilanciata con un invito all’azione per accelerare il progresso.
“C’e’ un bisogno urgente di assicurare che tutto sia al posto giusto – impegni politici, fondi, leadership – cosi’ il mondo potra’ accelerare il progresso e raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo del Millennio legato ai servizi igienico-sanitari”, ha detto Maria Neira, direttore Oms per la Salute Pubblica e l’Ambiente.
“Il mondo puo’ cambiare direzione e trasformare la vita di milioni di persone che non hanno ancora accesso a servizi igienici di base. Sarebbe un immenso successo per la salute, per porre fine alla poverta’, e per il benessere.”
Il Rapporto riprende l’appello all’azione del Vice Segretario Generale delle Nazioni Unite Jan Eliasson per la comunita’ mondiale per unire l’impegno e mettere fine alle deiezioni all’aperto entro il 2025.
“È un’emergenza non meno sconvolgente di un grande terremoto o di uno tsunami”, ha detto Sanjay Wijesekera, Responsabile mondiale del programma Acqua e Servizi Igienico-sanitari dell’Unicef.
“Ogni giorno centinaia di bambini muoiono; ogni giorno migliaia di genitori piangono i propri figli e le proprie figlie. Noi possiamo e dobbiamo agire di fronte a questa enorme e quotidiana tragedia umana”.
Secondo Unicef e Oms sono possibili progressi piu’ rapidi, anche attraverso alcune raccomandazioni: Nessuno deve defecare all’aperto; Tutti devono avere accesso ad acqua potabile e servizi igienico-sanitari a casa; Tutte le scuole e i centri sanitari devono avere disponibilita’ di acqua potabile e servizi igienici; Acqua e servizi igienico-sanitari devono essere sostenibili; Le diseguaglianze nell’accesso devono essere eliminate.
(da “Redattore Sociale“)
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Marzo 23rd, 2013 Riccardo Fucile
RIDUZIONE DEI CONSUMI DEL 2,4%, RADDOPPIA IL DISAGIO SOCIALE, OGNI GIORNO 615 POVERI IN PIU’… SI LAVORA DI PIU’ MA SI PRODUCE DI MENO
615 nuovi poveri in più ogni giorno, taglio brusco delle stime sulla crescita dell’economia e dei consumi per il 2103. Disagio sociale raddoppiato. Altissimo numero di ore sul posto di lavoro, ma una produttività che non tiene il passo di quella francese o tedesca.
I numeri presentati da Confcommercio dipingono un Paese che fatica ad uscire dalla morsa della crisi e la cui popolazione è sempre più colpita dalla ristrettezza economica.
Dal rapporto emergono anche quelli che sono i ritardi ormai storici dell’Italia, quale il deficit di produttività che porta gli italiani a lavorare molto più di altri vicini europei, che restano però distanti in quanto a “efficacia” e – appunto – produttività .
Sempre più povertà .
Il primo dato allarmante riguarda la situazione economica delle famiglie.
Secondo Confcommercio il numero di persone “assolutamente povere” quest’anno in Italia salirà oltre quota 4 milioni.
Alla fine del 2013 verrà ampiamente superata la soglia di 3,5 milioni certificata ufficialmente dall’Istat per il 2011, pari a oltre il 6% della popolazione.
Nel 2006 l’incidenza era ferma al 3,9%. Il dato, con una previsione massima di 4,2 milioni di poveri totali, è contenuto nel Misery index Confcommercio (MiC), il nuovo indicatore macroeconomico mensile di disagio sociale.
A corollario dei dati presentati a Cernobbio, sul lago di Como, Confcommercio sottolinea che “l’Italia in cinque anni ha prodotto circa 615 nuovi poveri al giorno, con quest’area di disagio grave che è destinata a crescere ancora, e di molto”.
Stime economiche tagliate: giù Pil e consumi. Sul fronte macroeconomico, l’Associazione dei commercianti stima che la flessione dei consumi privati sarà del 2,4% nel 2013, mentre il prossimo anno le spese dovrebbero aumentare dello 0,3%.
La stima precedente dell’associazione era di una contrazione dei consumi dello 0,9% per l’anno in corso.
Alla fine del 2014, rispetto al 2007, la perdita dei consumi reali avrà raggiunto 1.700 euro a testa. Mariano Bella, direttore dell’ufficio studi, ha ricordato che “abbiamo alle spalle il peggiore anno dell’Italia repubblicana in termini di caduta dei consumi”, con il -4,3% del 2012.
Quanto all’andamento dell’economia, per il 2013 si prevede un calo del Pil dell’1,7% contro un ribasso dello 0,8% indicato cinque mesi fa.
Timide speranze per il 2014, anno per il quale la previsione è di un rialzo dell’1%.
Ieri il ministro Vittorio Grilli aveva parlato di un calo del Pil dell’1,3% per il 2013.
Imprese, l’allarme di Sangalli.
Il netto peggioramento delle previsioni economiche lascia “stimare una perdita netta di altre 90mila imprese del terziario di mercato nel complesso del biennio 2013-2014”.
Questo l’allarme del numero uno di Confcommercio, Carlo Sangalli, che nel suo intervento a Cernobbio ha correlato i dati economici e quelli sulla povertà , sottolineando come la crisi produttiva sia diventata crisi sociale: “E’ come se l’orologio produttivo della nostra economia avesse riportato indietro le lancette di quasi tredici anni”.
Sul provvedimento annunciato ieri dal governo, che sbloccherà 40 miliardi in due anni per le imprese creditrici della Pa, Sangalli ha chiesto “tempestività , e il provvedimento del consiglio dei ministri di ieri non va in questa logica”.
Sulla situazione politica il giudizio è netto: “Il ritorno alle urne sarebbe drammatico”.
Gli italiani lavorano tanto.
Confcommercio sfata infine il “falso” mito degli italiani come popolo di fannulloni. Le analisi parlano chiaro: sia nel caso dei lavoratori dipendenti sia in quello di professionisti e autonomi, nel 2011 hanno lavorato in media 1.774 ore ciascuno.
Vale a dire il 20% in più dei francesi e il 26% in più dei tedeschi. I lavoratori indipendenti, autonomi o professionisti, in Italia lavorano quasi il 50% in più del lavoratore dipendente: in cifre, 2.338 ore contro 1.604.
E’ come dire tre mesi in più, compresi sabati e domeniche. Ma è bene precisare che lo stesso fenomeno si verifica anche negli altri Paesi presi in considerazione dalla ricerca di Confcommercio.
Ma producono poco.
Il problema tutto italiano è quello della produttività . In media, ogni lavoratore italiano produce una ricchezza mediamente pari a 36 euro per ogni ora lavorata.
Rispetto a noi, i tedeschi producono il 25% in più e i francesi quasi il 40% in più. E mentre negli altri Paesi la produttività oraria è cresciuta nel tempo (tra il 2007 e il 2011, del 20% in Germania, in Francia anche di più, in Spagna dell’11% circa) in Italia questo fenomeno si pè verificato in modo molto marginale (solo il 4% rispetto al 2007).
D’altra parte, solo pochi giorni fa era stato Mario Draghi a puntare il problema chiedendo una riforma dei contratti di lavoro.
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 24th, 2013 Riccardo Fucile
PENSIONATA A TORINO, E’ UNO DEGLI INVISIBILI CHE OGNI GIORNO IN PIAZZA RACCOLGONO GLI AVANZI… “PENSAVO DI AVERCELA FATTA, CI SENTIVAMO RICCHI E PIENI DI SPERANZA”
Non doveva finire così. Con questa sciarpa alta per nascondere il viso e le scarpette di pelle inadatte
alla neve. Le mani screpolate. I denti che fanno male.
Gli occhiali ormai vecchi, che ti lasciano i contorni delle cose liquidi e sfocati.
Non doveva finire con questa paura di essere sorpresi, mentre stai agguantando una carota da terra.
La signora Egle Zorzan non è una ladra. Non ha mai fatto niente di male in vita sua. Ha lavorato, viaggiato, amato e pensato di avercela fatta.
Oggi, a 80 anni, sorride con disincanto, mentre mette via una mela scartata dal mondo e recuperata da lei.
Al mercato di Porta Palazzo, all’ora dei «raccoglitori», quando entrano in scena quelli che non possono permettersi di fare la spesa.
«Ci si vergogna un po’ – dice guardando dritto – ma in fondo è frutta buona. È un peccato. Andrebbe sprecata».
La prima volta era venuta per i giornali delle free press, quelli gratuiti.
Stava cercando un passatempo, ma ha trovato un modo per tirare la cinghia: «Ho notato che lo facevano in tanti. In particolare mi ha colpito una signora con la pelliccia: stava riempiendo un borsone di gambi di sedano. Mi ha sorriso, mi ha chiesto se volevo dividerli con lei. Quando sono arrivata a casa, li ho puliti bene, tagliati a pezzetti e messi nel surgelatore. Ci ho fatto il minestrone tutto l’inverno».
Sono giorni duri, questi. Di rinunce e minestre di fortuna.
Otto milioni di poveri in Italia, secondo l’Istat.
Nel 2012 solo a Torino sono state sfrattate 4.200 famiglie.
Diverse catene di supermercati hanno deciso di recintare i bidoni dell’immondizia, di fronte ai magazzini, per renderli inaccessibili. «È un modo per scoraggiare le code che si formavano alla sette di mattina», spiega un addetto alla distribuzione di Carrefour.
Giorni impietosi.
E adesso, dopo mesi di parole e promesse al centro della più brutta campagna elettorale di sempre, l’Italia va a votare e decide il suo futuro.
«Bisogna cambiare – dice la signora Zorzan – spero lo capiscano. Abbassare le tasse, alzare le pensioni minime. Prendersi cura di chi ha sempre lavorato».
I conti nel suo portafoglio sono presto fatti: 600 euro di reversibilità , meno 300 euro di affitto, meno le spese di condominio, le bollette, le tasse e il cibo.
«In media, ho calcolato, per mangiare spendo 5 euro ogni 3 giorni».
Eppure c’è stato un lungo periodo della vita in cui si era sentita orgogliosa, in pace e quasi ricca: «La mia famiglia è originaria del Veneto. Il paese si chiama Stanghella. Avevamo due campagne. Ero bambina e vedevo arrivare gli operai per la raccolta del grano, l’uva e il granturco. E quando mio nonno passava sul suo carretto, tutto il paese si toglieva il cappello: “Buongiorno signor Penon…”».
Sono partiti per Torino attratti dalla grande fabbrica.
«Era il ’59. Siamo scesi alla stazione di Porta Nuova con due bambini piccoli, come terroni del nord. Mio marito Giovanni lavorava in catena a Mirafiori. Ricordo quel periodo come il più felice della mia vita. Per me è stato il viaggio di nozze che non abbiamo fatto. Ricordo le lettere che spedivo a casa: “Mamma, siamo riusciti a mettere da parte 60 mila lire…”. Era una gioia».
Ma il ricordo più bello di tutta la vita forse – a ripensarci qui freddo, al mercato, oggi – è un altro: «La nostra famiglia su una piccola 500 nuova, con attaccata sul tetto una gigantesca lavatrice da regalare a mia suocera. Cantavamo fuori dai finestrini». Adesso sono le due di pomeriggio. Il mercato sta sbaraccando. Venditori intirizziti gridano le ultime offerte anticrisi.
È tutto un rumore di cassette che si riempiono, ferri che cadono, carretti che trainano via, a pezzi, i banchi.
La signora Zorzan si ferma a parlare, consapevole di perdere i minuti propizi.
C’è un uomo di 92 anni, dentro a un giaccone azzurro, che spulcia una cipolla con le mani tremolanti. Una ragazza bella e arrabbiata che raccoglie costine.
Una pensionata in fuga dal suo quartiere: «Perchè qui non mi conoscono».
Donne anziane, muratori romeni, signori di mezza età con piccoli trolley quadrettati e sguardi scientifici.
Quello che fa più male è il guizzo improvviso con cui raccolgono i pezzi da terra. Come fosse uno scippo. Qualcosa di inconfessabile.
La visione politica della signora Zorzan è la seguente: «Non credo più alle promesse di Berlusconi. Monti, oltre a mettere l’Imu, ha alzato troppo l’età pensionabile. Grillo urla come la Lega all’inizio. Bersani non mi hai convinto, non so perchè. C’è solo un politico che avrei votato volentieri: Matteo Renzi».
Vada come vada, lei non resterà a guardare. «Con gli ultimi risparmi ho comprato un pezzo di orto popolare. Le piantine dei piselli sono già alte 7 centimetri. Ho piantato anche radicchio, cipolline, aglio, rape».
È così che resiste, lavorando ancora e facendo sacrifici ingiusti.
«Non sono più andata dal dentista. Anche l’apparecchio acustico costava troppo». Si è riscoperta povera quando pensava di averla scampata.
«E dire che con i risparmi per molti anni ce la siamo cavata bene. Abbiamo aiutato i nostri figli. Siamo stati in Spagna, a Parigi, molte volte in Liguria a Loano, un posto che mi piace tantissimo».
Ecco, se c’è un sogno che Egle Zorzan spera che la politica italiana non gli strappi via proprio questo: «Andare al mare a ottobre. Quando è bello, ma costa meno. Sto risparmiando. Vorrei tornare nella pensione che piaceva tanto a Giovanni, quella vicino alla stazione. Ci passavamo un mese d’estate, quando ancora ci chiamavano il signore e la signora Zorzan».
Niccolò Zancan
(da “La Stampa“)
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Febbraio 24th, 2013 Riccardo Fucile
IN ITALIA I MINORI IN POVERTA’ ASSOLUTA SONO 653.000, IN QUELLA RELATIVA 1.876.000, LA MAGGIOR PARTE NEL MERIDIONE
La Commissione europea ha diramato una raccomandazione ufficiale dal titolo “Investire nei bambini: rompere il circolo vizioso di svantaggio” con la quale gli stati membri vengono sollecitati ad affrontare il tema dell’infanzia e degli investimenti necessari per combattere la povertà dei bambini. Eurochild (Rete europea impegnata a promuovere i diritti e il benessere dei bambini ) e L’albero della vita (Fondazione che tutela i diritti dei bambini, adolescenti e mamme in situazioni di disagio sociale) accolgono la raccomandazione e ricordano che è urgente adottare misure contro la povertà e le disuguaglianze.
Come emerge dal dossier de L’albero della vita “Sguardi oltre”, i minori in stato di povertà assoluta sono 653 mila e la povertà relativa raggiunge quota 1 milione e 876 mila, circa 120 mila in più rispetto al 2009.
La maggior parte di questi minori si concentra nel sud Italia (423 mila in Sicilia ).
Il problema della povertà infantile è legato a quello della dispersione scolastica che a livello nazionale è pari al 12,3% e si verifica particolarmente nelle zone periferiche delle città di Bari, Napoli, Palermo e Calabria.
Non presentano variazioni le condotte delinquenziali, spesso legate a situazioni di disagio: dal 2007 al 2011 il numero di minorenni presenti all’interno di istituti penali ammonta a 505 giovani, per il 95% di sesso maschile, di origine italiana 65%.
Cresce la percentuale rispetto al 2009 di bullismo all’interno delle scuole.
In Europa oltre 25 milioni di bambini vivono in condizioni di povertà (1 su 4), senza alcun mezzo di sostentamento o in famiglie dove entrambi i genitori sono disoccupati.
Come afferma la commissione, gli investimenti sul sociale sono necessari per riuscire ad uscire dalla crisi.
Nelle raccomandazioni diramate da Là szlò Andor (commissario per l’occupazione, gli affari sociali e l’inclusione) sono elencati alcuni pilastri fondamentali intorno ai quali bisogna combattere la povertà infantile: sostenere politiche per i genitori che facilitino il loro accesso al lavoro; accesso garantito a servizi di qualità e a prezzi accessibili; investire in istruzione ed educazione per dare a tutti uguali opportunità , politiche edilizie e urbanistiche a dimensione di bambino; maggiore partecipazione dei bambini e dei giovani anche utilizzando i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea.
A Milano dal 13 al 15 novembre si svolgerà una conferenza della rete europea Eurochil, dal titolo “Building an inclusive Europe — the contribution of children’s participation”, che sarà organizzata dalla fondazione L’albero della vita in collaborazione con l’autorità garante dell’infanzia e dell’adolescenza, il comune di Milano e alcune organizzazioni del terzo settore italiano membri delle reti Eurochild e Pidida.
(da “Redattore Sociale“)
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Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
A RISCHIO UNITA’ DI STRADA E DORMITORI… A TORINO UN DOCUMENTARIO RACCONTA LA VITA DI CHI E’ ANCORA PIU’ SOLO
Un annuncio affisso all’ingresso di un ufficio: ”Dal 1 febbraio, il Drop-in di via Pacini sarà definitivamente chiuso”.
Inizia così ”Non ci sono più soldi”, documentario presentato al cinema Massimo di Torino,che racconta la crisi del volontariato “di strada” nel capoluogo sabaudo. Diretto da Sergio Fergnachino, Susanna Ronconi e Angelo Artuffo, il film denuncia i tagli e le grosse difficoltà che gravano sui cosiddetti servizi “a bassa soglia”, come i drop-in, le unità di strada o i dormitori.
Strutture pensate inizialmente per i tossicodipendenti, che negli ultimi anni hanno finito invece per assistere una fetta di popolazione molto più ampia, composta da disoccupati, senzatetto e da tutti quei cittadini che la crisi economica ha forzatamente incasellato sotto la dicitura di “nuovi poveri”.
E che a Torino, uno dei comuni più indebitati d’Italia, si trovano sempre più spesso costrette a chiudere per mancanza di fondi.
“Su questa realtà abbiamo avuto uno sguardo privilegiato”spiega Sergio Fergnachino, fondatore, con Angelo Artuffo e Susanna Ronconi, del collettivo Videocommunity. “Da anni Susanna lavora nel coordinamento operatori a bassa soglia (Cobs) e proprio per questo ha sentito la necessità di raccontare quanto stava succedendo, in termini di tagli e riduzioni”.
In cinquanta minuti, attraverso le voci di utenti e operatori, i registi ricompongono l’articolata mappa dei servizi di strada in uno dei comuni più indebitati d’Italia: i drop- in di Collegno, via Pacini e Corso Svizzera; il dormitorio “Endurance” di Rivoli, un vecchio autobus trasformato in dormitorio; e l’Unità di strada di Torino, un altro autobus che trasporta per le vie della città operatori che che lavorano nell’ ascolto e nella riduzione del danno per i tossicodipendenti .
Un mondo, questo, che ha dovuto adeguarsi a forme di disagio sempre più complesse e stratificate,proprio mentre la crisi erodeva risorse e personale.
“La bassa soglia —spiega ai registi Manuela Dorella, psicologia nel drop-in di corso Svizzera — è una realtà dove possono transitare persone che hanno tanti tipi di sofferenza.Una volta noi eravamo la porta d’accesso ad altri servizi: ora sembra siamo rimasti soli. E sempre più spesso ci troviamo a fronteggiare situazioni ‘di ritorno’: persone alle quali abbiamo trovato lavoro o alloggi nelle case popolari, che tornano a rivolgersi a noi perchè si ritrovano di colpo disoccupate”
Situazioni raccontate in prima persona anche da utenti ed ex utenti: come Alessandro, ospite dell’”Endurance”, che si è ammalato di diabete proprio mentre viveva in strada;o Angela e Gabriele, redattori di “Polvere”, giornale gestito da ex tossicodipendenti, che hanno accompagnato i registi nel viaggio tra le strutture a bassa soglia.
“Quello che vorrei sottolineare — conclude Fergnachino — è che abbiamo potuto mostrare solo una parte di questo mondo. La realizzazione del progetto ha richiesto all’incirca un anno, e nell’ultimo periodo ci sono arrivate richieste da molte associazioni che volevano partecipare. Per esigenze tecniche, non abbiamo potuto includerle nel documentario; ma quella dei servizi a bassa soglia è una realtà molto ampia, che oggi rischia di chiudere perchè in tempi di crisi le amministrazione preferiscono tagliare ciò che non è immediatamente visibile agli occhi della cittadinanza. Ed è soprattutto per questo che abbiamo realizzato questo film”.
(Per il trailer e per approfondimenti sul progetto: http://www.videocommunity.net) (ams)
(da “Redattore sociale“)
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Gennaio 31st, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFUMO DELLA POVERTA’ E LA DIGNITA’ DEI PIU’ DEBOLI
In Francia tre milioni di bambini vivono sotto la soglia della povertà . 
Uno di loro, 12 anni, sabato scorso è stato accompagnato dai genitori e da un volontario al museo d’Orsay, uno dei luoghi più affascinanti di Parigi.
«Una famiglia estremamente indigente, come molte purtroppo, che vive in una catapecchia fuori città – dice il presidente dell’associazione Atd Quart Monde, Pierre-Yves Madignier –. La mattina si erano preparati a un pomeriggio eccezionale, di bellezza, di piacere. Eravamo lì con loro proprio per non farli sentire in difficoltà : dovevano pensare solo a godersi gli impressionisti, come tutti».
La visita però è durata poco.
Nella sala dei Van Gogh, alcune persone hanno chiamato la sicurezza protestando per le condizioni igieniche inadeguate, per il cattivo odore di quella famiglia disadattata. Quattro inservienti si sono avvicinati e li hanno scortati all’uscita.
Padre, madre, bambino e volontario sono stati cacciati, e il museo d’Orsay ha espresso tutta la sensibilità che poteva offrire rimborsando i biglietti.
Una vicenda dickensiana che ha obbligato il ministero a intervenire, chiedendo al museo un rapporto dettagliato.
Aurèlie Filippetti ha parlato di «incidente spiacevole».
«Non mi sembra però che ci sia una mancanza morale da parte del personale del museo – ha aggiunto la ministra –, anzi forse hanno fatto il loro mestiere, preservando la possibilità di quella famiglia di ritornare, in condizioni più degne». Pierre-Yves Madignier invece annuncia che la sua associazione porterà il museo in tribunale. «È indecente, quella famiglia si trovava nelle condizioni più degne che le sono concesse: quando si vive in condizioni insalubri, in una specie di baracca, i vestiti si impregnano di umido – dice –. I genitori e il bambino emanavano l’odore, persistente ma non insopportabile, della povertà . E la cosa che mi ha fatto più male è che sono stati loro, le vittime, a chiedere scusa».
Negli anni in cui si spendono fiumi di parole sulla «cultura per tutti», sulla necessità di «avvicinare i giovani all’arte», a quel bambino resterà per tutta la vita il ricordo di un pomeriggio al museo che ha sancito nel modo più umiliante e definitivo la sua esclusione sociale.
Gli altri visitatori, invece, hanno continuato a guardare estasiati i capolavori di Van Gogh, poverissimo da vivo ma ormai innocuo.
Stefano Montefiori
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
NON SOLO IMMIGRATI, IN 50.000 VIVONO IN STRADA
Anziani soli e con la pensione minima, lavoratori che non arrivano a fine mese, padri separati.
Eccoli i nuovi senzatetto: non solo immigrati e non solo disoccupati.
Dimenticate l’immagine romantica del clochard per scelta, del vecchio con barba lunga e sacca in spalla.
La crisi cambia l’identikit dei “senza dimora” e ne ingrossa le fila, tanto che oggi c’è una città grande come Mantova popolata solo da abitanti invisibili.
È una città senza neppure una casa, con 47.648 persone che sopravvivono tra mense e strutture d’accoglienza.
«Accanto agli storici clochard e cioè italiani 50enni, abituati a vivere da anni per strada, spesso con problemi psichiatrici o di alcolismo – racconta Paolo Pezzana, presidente della Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (Fio.psd) – incontriamo sempre più “insospettabili” e perfino interi nuclei familiari».
Purtroppo il registro dei senza fissa dimora, istituito nel 2010 dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, non ha mai funzionato, «perchè – spiega Pezzana – molti comuni continuano a non aggiornare gli appositi registri anagrafici».
L’unica indagine attendibile resta allora la ricerca Istat, Fio.psd, Caritas e ministero del Lavoro presentata alla fine dell’anno scorso.
Questi i risultati: i senzatetto che tra novembre e dicembre 2011 hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna sono stati 47.648.
Il che porta a stimarne la popolazione complessiva in una forchetta che varia tra 43.425 e 51.872 persone.
«Ma con la crisi i numeri stanno aumentando – avverte Pezzana – tanto che il ministero del Lavoro ha rifinanziato la ricerca anche per il 2013 e 2014».
I senza dimora sono per lo più uomini (86,9%), con meno di 45 anni (57,9%), nei due terzi dei casi hanno al massimo la licenza media inferiore.
Tanti gli italiani, anche se la maggioranza è costituita da stranieri (59,4%): romeni (11,5%), marocchini (9,1%) e tunisini (5,7%).
In media, le persone senza dimora sono in tale condizione da 2 anni e mezzo; quasi i due terzi (il 63,9%) prima di diventare homeless vivevano nella propria casa, gli altri si suddividono tra chi è passato per l’ospitalità di amici o parenti (15,8%) e chi ha vissuto in istituti, strutture di detenzione o case di cura (13,2%).
Più della metà (il 58,5%) vive nel Nord. Record a Milano e Roma: qui risiede gran parte dei senzatetto
E ancora: il 28,3% delle persone senza dimora dichiara di lavorare.
Si tratta in gran parte di lavoro a termine, poco sicuro, saltuario, di bassa qualifica e che procura un guadagno medio di 347 euro mensili.
Perchè si finisce per strada?
La perdita di un lavoro risulta tra gli eventi più rilevanti del percorso di emarginazione (nel 61,9% dei casi), insieme alla separazione dal coniuge (59,5%) e alle cattive condizioni di salute (16,2%).
Insomma la popolazione dei senzatetto è in rapido e costante cambiamento, con conseguenze paradossali: «Al centro ascolto Caritas di Torino – racconta Pezzana – mi hanno detto che i clochard storici non vanno più, perchè in fila ci sono troppe persone vestite bene, addirittura in giacca e cravatta, e loro si sentono a disagio».
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)
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