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MISERICORDIA LANCIA UN APPELLO E IN TRE GIORNI RISPONDONO 400 VOLONTARI: “C’E’ ANCORA VOGLIA DI AIUTARE CHI HA BISOGNO”

Novembre 14th, 2020 Riccardo Fucile

C’E’ ANCORA UNA ITALIA SOLIDALE CHE HA VALORI BEN DIVERSI DAGLI EGOISMI DELLA FOGNA SOVRANISTA

La Misericordia lancia un appello per assoldare nuovi volontari e, in soli tre giorni, rispondono 400 persone. “Per noi questo è un segnale chiaro e preciso: c’è ancora voglia di mettersi in gioco e aiutare chi ha bisogno”, commenta Gianluca Staderini, direttore della Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia.
La partecipazione all’appello, diffuso martedì 10 novembre, ha sorpreso piacevolmente anche la Misericordia stessa che promette di offrire “a questi nuovi volontari un diverso modo di affrontare i problemi, tutti insieme come una vera grande comunità “, tenendo a ringraziare i testimonial della campagna “Alice, Matteo e altri, che sono stati veramente preziosi”, commenta sempre il direttore Staderini.
L’appello nasce nell’ambito della campagna Gente al servizio della gente, che vuole trovare forze fresche per supportare le fila di volontari che già  sono impegnati nell’emergenza Covid.
Il messaggio è molto semplice e diretto: “Non bisogna essere dei supereroi per aiutare chi ha bisogno”. Una visione che, vedendo i numeri dei primi tre giorni, ha colpito nel segno. Chi ancora si volesse mettere a disposizione potrà  riempire l’apposito form, contattare il numero verde nazionale 800.194.356 o inviare una mail a gentealserviziodellagente@misericordie.org.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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BERNI NON CE L’HA FATTA: IL COVID SI E’ PORTATO VIA IL FORNAIO CHE REGALAVA IL PANE AI POVERI

Novembre 12th, 2020 Riccardo Fucile

IL PANETTIERE MILANESE, DURANTE IL PRIMO LOCKDOWN, AVEVA MESSO DELLE CESTE DI PANE FUORI DAL SUO NEGOZIO PER CHI NON AVEVA POSSIBILITA’

In Paolo Sarpi lo conoscevano in molti, forse tutti. Per trent’anni ha sfornato brioche e panini caldi per i grandi e i più piccoli. Poi è arrivato il Covid, il lockdown, e Berni — così era conosciuto Gianni Benardinello — aveva deciso di regalare le sue sfiziosità  a chi più ne aveva bisogno.
Fuori dal suo negozio aveva fatto trovare intere ceste di prodotti accompagnate da un messaggio semplice: “Per andare incontro a chi ha bisogno. Servitevi pure e pensate anche agli altri”. Purtroppo però la seconda ondata del contagio l’ha portato via. Aveva 76 anni.
Era un instancabile, Berni. Aveva imparato anche a costruire i droni e aveva fondato una startup con cui avrebbe iniziato a produrne su base industriale. Ai clienti del suo bistrot raccontava, tra una consegna e l’altra, di quello che aveva fatto nella vita: dall’orafo all’inventore di penne stilografiche, fino alla copertura della carica di vicesindaco a Trezzano sul Naviglio, il fotografo di moda, il pilota.
Diceva che “non c’è mestiere che non abbia esercitato e non c’è un ruolo qui dentro che non sappia svolgere anche io: dal pane all’impianto elettrico”.
Ieri, mercoledì 11 novembre, i funerali in una Chinatown che lo ha ricordato senza dare vita ad assembramenti
Ogni giorno avanzava pane e brioche che metteva in vendita a prezzi stracciati il giorno seguente qualora i poveri non lo ritirassero gratuitamente la sera prima.
Nel suo negozio si trovano ancora cinquanta tipi di pane differenti, mentre per quanto riguarda i biscotti era più legato alla tradizione: usava ancora la ricetta creata dalla bisnonna. Ora, tutto passerà  in mano alla famiglia.
Samuela, una delle figlie, ha dichiarato che “papà  sognava che Paolo Sarpi diventasse la strada più bella di tutta Milano. Lavoreremo anche per questo, dal nostro forno di famiglia”

(da Fanpage)

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LA MOGLIE HA IL COVID, L’ALPINO DI 81 ANNI LE SUONA LA SERENATA SOTTO LA FINESTRA DELL’OSPEDALE

Novembre 9th, 2020 Riccardo Fucile

UN GESTO D’AMORE CHE VA SEGNALATO IN UN MONDO SEMPRE PIU’ POVERO DI ESEMPI POSITIVI

L’amore è più forte di ogni altra cosa. Di ogni restrizione, di ogni divieto.
In questo caso è l’amore di un uomo per la propria moglie. La donna è ricoverata in ospedale ma le visite sono sospese a cause delle nuove misure anti-Covid.
E così Stefano Bozzini, 81 anni, innamorato della sua compagna di una vita, Carla, le fa una ‘serenata’ dal cortile.
È già  virale nel Piacentino il video che immortala Stefano Bozzini, l’alpino castellano classe ’39 che, nel pomeriggio di domenica ha imbracciato la sua fisarmonica e ha suonato per un’oretta seduto di fronte alle finestre dell’ospedale di Castel San Giovanni.
A pubblicare tutto sui social è stato un compagno alpino di Bozzini, Valerio Marangon.
Una storia che ha commosso il web.

(da Fanpage)

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CHI E’ DOUGLAS EMHOFF, IL MARITO DI KAMALA HARRIS CHE HA MESSO IN PAUSA LA PROFESSIONE DI AVVOCATO PER STARLE VICINO

Novembre 9th, 2020 Riccardo Fucile

AVVOCATO, PADRE DI DUE FIGLI DAL PRECEDENTE MATRIMONIO, E’ IL SUO PIU’ GRANDE SOSTENITORE

È il primo “second gentleman” americano nonchè il primo ebreo della storia americana a ricoprire il ruolo di “secondo” per un presidente o vicepresidente.
Douglas Emhoff è il marito di Kamala Harris e il suo più grande sostenitore. È un avvocato e ha due figli nati dal suo primo matrimonio.
Come scrive Bloomeberg, Kamala Harris sta dando agli americani una Second Family “piena di prime volte”, offrendo un contraltare moderno alla più tradizionale famiglia di Joe e Jill Biden.
Kamala e Douglas Emhoff, oggi 56enne, si sono conosciuti nel 2013, dopo il divorzio di lui, complice un appuntamento al buio, organizzato da una loro amica.
Dopo un anno, nel marzo 2014, Emhoff ha chiesto a Kamala di sposarlo con un anello di fidanzamento di platino e diamanti. In agosto il matrimonio a Santa Barbara: Kamala, vestita color oro in segno di rispetto per la fede ebraica di Doug, ha rotto per tradizione un bicchiere.
Nato a Brooklyn e laureato in giurisprudenza all’università  della Southern California, Emhoff è un avvocato e partner dello studio legale
Dla Piper, specializzato nell’intrattenimento e nella proprietà  intellettuale. Un’occupazione dalla quale si è per il momento allontanato, congedandosi per evitare potenziali conflitti di interesse.
Amante del golf e del fantasy football, Doug – il primo ebreo della storia americana a ricoprire il ruolo di ‘secondo’ per un presidente o vicepresidente – ha due figli dal suo primo matrimonio: Cole e Ella, grandi sostenitori di Harris, che per loro è ‘Momala’.
L’arrivo di Kamala e Doug a ‘Number One Observatory Circle’, la casa della Second Family, riflette così il cambiamento in corso nella società  e nella politica americana, offrendo una speranza e un modello alle attiviste di genere.
Doug Emhoff ha fatto campagna elettorale per la moglie. È interessante vederlo in questo ruolo per il quale sembra molto preparato
Con una first lady, Jill Biden, che continuerà  a fare il suo lavoro di insegnante, la nuova Casa Bianca a gennaio potrà  avere invece un “second gentleman” che ha messo in pausa la sua carriera di avvocato per stare vicino alla moglie, la prima vice presidente donna Kamala Harris.
E Doug Emhoff “ha già  mostrato di essere completamente a suo agio con l’idea di mettere da parte la sua carriera”, spiega all’Adnkronos Anita Bevacqua McBride, ex assistente del presidente George Bush ed ex capo dello staff di Laura Bush, che ora dirige un programma sulla storia delle first lady all’America University di Washington.
“Ha fatto campagna elettorale per la moglie, rilasciato interviste, è interessante vederlo in questo ruolo a cui sembra molto preparato”, spiega la storica delle first lady sottolineando quindi come l’avvocato californiano, che dalla scorsa estate è in aspettativa, sarà  pronto ad assumere una sorta di ruolo ufficiale alla Casa Bianca.
E come si potrà  avere una Casa Bianca al passo dei tempi in cui ”l’intero concetto di donne e uomini che lavorano in una famiglia, chi deve mettere in pausa la propria carriera per l’altro, le linee ed i ruoli sono meno definiti”.

(da agenzie)

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JOE BIDEN: MANTENUTA LA PROMESSA AL FIGLIO MORTO

Novembre 7th, 2020 Riccardo Fucile

IL RIUNIFICATORE: BIDEN E’ UN VETERANO DELLA POLITICA CAPACE DI RICOSTRUIRE

“Papà , fammi una promessa…”. A cinque anni dalla morte del figlio Beau, ucciso da un tumore al cervello, quella promessa Joe Biden può dire di averla mantenuta.
Ha reagito al dolore, ha scalato la montagna, si è avventurato nella grande sfida per rimettere insieme l’anima d’America.
Quel dolore immenso, già  conosciuto con la perdita della moglie e della figlia in un incidente stradale nel ’72, non solo non lo ha spezzato, ma è stato il motore per realizzare il sogno di entrambi: correre per la presidenza e vincere, in un momento in cui il lutto, a causa della pandemia, ha sconvolto la vita a più di due milioni di americani.
Quella di Biden è una vittoria storica, sotto tutti i punti di vista.
Il “miraggio rosso” che si è verificato in diversi Stati chiave a causa del boom del voto anticipato; le parole mai così incendiarie di Donald Trump e le incognite sulle sue prossime mosse; le proteste che da giorni tolgono il sonno a milioni di americani: sono tutti segnali di un Paese lacerato come mai prima d’ora.
Liquidare Trump come “lo zio matto” ora accecato dalla rabbia non può essere la soluzione: vorrebbe dire alienare ancora di più la possibilità  di convivere con chi finora ha aderito a ciò che il trumpismo rappresenta.
Chi si riconosce in Trump si sente – ed è percepito – come portatore di una visione del mondo inconciliabile rispetto a chi si colloca dall’altra parte.
L’evoluzione di questo muro contro muro dipenderà  anche da come si comporteranno il partito repubblicano e i più influenti media conservatori, ma è evidente che il grosso della responsabilità  pesa sulle spalle già  curve di Joe Biden, 77 anni, il presidente più anziano d’America chiamato a guidare una nazione sconquassata nelle sue fondamenta.
“Nessuno di noi è ingenuo”, dichiarava già  mercoledì pomeriggio il democratico, quando la fiducia si è via via trasformata nella consapevolezza di avercela (quasi) fatta. “Sappiamo che abbiamo punti di vista divisivi su diversi temi, ma dobbiamo andare avanti, dobbiamo smetterla di trattare i nostri rivali come nemici. Ciò che ci unisce è più forte di quello che ci divide”.
Accanto a lui la donna che ha scelto come sua vice, Kamala Harris, prima donna in un ticket presidenziale, rigorosa in questi giorni sia nell’aplomb sia nel ribadire che “ogni voto deve essere contato”.
Alla fine il veterano della politica americana, simbolo di un establishment che in questi anni non ha saputo riflettere sui propri limiti ed errori, è riuscito a vincere anche meglio di quanto ci si potesse aspettare (se il sorpasso in Pennsylvania era in qualche modo atteso, quello in Georgia era insperato).
La pandemia ha probabilmente aumentato le sue chance, consentendogli di giocare una campagna elettorale in difesa: più che a segnare, si è impegnato a non fare autogoal, gestendo il vantaggio e accettando la narrazione di una candidatura fiacca sin dall’esordio.
Nelle primarie, così come alla prova del dibattito tv, non ha brillato per particolari performance: la sua mission è stata piuttosto quella di non fare danni, considerata la sua natura di gaffeur.
Qualche piccola caduta di stile c’è stata, come guardare l’orologio durante il dibattito o dare del clown al presidente, ma l’aver giocato da lungometrista, sfruttando la distanza a proprio vantaggio, ha pagato.
Davanti a lui si apre ora una sfida immensa: guidare un Paese già  sotto stress in una transizione dai contorni incerti. Ma chi lo ha votato — facendogli superare il record stabilito da Barack Obama nel 2008 — sa di poter contare tutto sommato su un’esperienza politica fatta di granito ma anche di empatia.
Da un lato, infatti, ci sono i 36 anni trascorsi come senatore del Delaware, più gli 8 anni come vicepresidente al fianco di Obama. Dall’altro c’è la sua storia personale, i lutti, le pause, le ripartenze.
Un percorso raccontato in un libro pubblicato nel 2017 di cui la storia di oggi sembra il naturale epilogo: “Papà , fammi una promessa: Un anno di speranza, sofferenza e determinazione” (tradotto in Italia da Francesco Costa per NR edizioni).
Accanto a tutti i limiti sopra elencati, infatti, Biden ha avuto successo anche perchè ha mostrato qualità  non pervenute in Donald Trump: gentilezza, empatia, capacità  di reagire alle avversità , ragionevolezza, avversione al dramma – tanto per citarne qualcuna.
Riguardo alla pandemia, ha adottato un approccio molto diverso rispetto a quello del presidente. Ha tenuto alto il livello d’attenzione, ha sempre indossato la mascherina, ha esortato il pubblico ad ascoltare gli scienziati evitando le grandi manifestazioni e gli eventi in presenza. La sua squadra ha smesso di bussare alle porte per la maggior parte della campagna elettorale, ricominciando solo alla fine.
Ha mostrato empatia per le persone che avevano lottato con il coronavirus, un aspetto sottolineato qualche tempo fa in un commento di Judith Graham: la pandemia del lutto durerà  più a lungo della pandemia di Covid-19, e nessuno è preparato a questo. E ancora: “guidare una nazione attraverso una pandemia significa trattare il lutto con il rispetto e la reverenza che merita”.
Con un presidente negazionista — scelto comunque dal 48% degli elettori, oltre 6 milioni di persone in più rispetto a quattro anni fa – Biden non ha avuto esitazioni nel posizionarsi al fianco della scienza ma anche della vulnerabilità  umana, includendo emozioni come il dolore e la paura (nelle sue varie declinazioni, inclusa quella economica).
La sua storia familiare lo ha costretto a conoscere da vicino cosa significa perdere ciò che di più caro si ha al mondo.
Nel libro Biden racconta con dettagli vividi e strazianti come gli è cambiata la vita da quando a suo figlio maggiore, Beau, astro nascente del partito democratico, è stato diagnosticato un cancro al cervello, fino alla sua morte, meno di due anni dopo.
Pagina dopo pagina, Biden mette a nudo le proprie emozioni e la propria vulnerabilità  in un percorso di dolore a lui drammaticamente già  noto: era il 1972 quando la giovane moglie e la figlia morirono in un incidente stradale. Beau e Hunter, all’epoca 3 e 2 anni, erano sul sedile posteriore: sono sopravvissuti ma sono stati ricoverati in ospedale per giorni.
Quei calvari lo hanno reso più empatico, aiutando le persone a sentirsi in relazione con lui. Nel suo discorso alla Convention nazionale democratica, non c’era una folla chiassosa in un’enorme arena come di solito succede. Biden ha invece parlato direttamente nella telecamera, in modo più intimo, rivolgendosi agli americani che avevano perso qualcuno nella pandemia. Vale la pena di rileggerle oggi, quelle parole:
“In questa notte d’estate, lasciate che mi prenda un momento per parlare a quelli di voi che hanno perso di più. So come ci si sente a perdere qualcuno che ami. Conosco quel buco nero e profondo che si apre nel tuo petto. Senti che tutto il tuo essere ne è risucchiato. So quanto la vita a volte possa essere meschina, crudele e ingiusta. Ma ho imparato due cose. Primo, i tuoi cari potrebbero aver lasciato questa Terra, ma non hanno mai lasciato il tuo cuore. Saranno sempre con te. Secondo, ho scoperto che il modo migliore per superare il dolore e la perdita è trovare uno scopo. In quanto figli di Dio, ognuno di noi ha uno scopo nella propria vita. E abbiamo un grande scopo come nazione: aprire le porte dell’opportunità  a tutti gli americani. Per salvare la nostra democrazia. Per essere ancora una volta una luce per il mondo”.
Le montagne russe che dovrà  affrontare darebbero le vertigini a chiunque: una pandemia in costante crescita e un’economia che ne soffre le ricadute; un movimento per la giustizia razziale che pretenderà  riforme; gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici, così evidenti negli incendi dell’Ovest.
Sopra ogni altra cosa, Biden dovrà  dimostrare di saper guidare un Paese fratturato e confrontarsi con la presenza ingombrante di Trump, che è ancora la forza dominante nel partito repubblicano senza un ovvio successore, a parte il figlio.
Le sue politiche saranno senza dubbio contestate nei tribunali, dove alla fine si scontreranno con una Corte Suprema a forte maggioranza conservatrice. Il GOP è sulla strada per mantenere la maggioranza in Senato, ponendolo fin da subito in una posizione di maggiore debolezza rispetto ai suoi predecessori.
Il compito che lo aspetta da qui in avanti è difficilissimo, ma intanto la prima parte è andata: ha dimostrato come si vince contro un bullo rimanendo fedeli a se stessi, pregi e difetti inclusi, con le spalle larghe di chi conosce il dolore e sa rispettare quello degli altri.

(da “Huffingtonpost”)

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TRUMP ASCOLTI IL NOBILE DISCORSO DELLA CONCESSIONE DI BUSH A OBAMA: SERVE QUELLA DIGNITA’

Novembre 7th, 2020 Riccardo Fucile

“INDIPENDENTEMENTE DA COME HANNO VOTATO, I CITTADINI AMERICANI POSSONO ESSERE ORGOGLIOSI DELLA STORIA CHE E’ STATA SCRITTA QUI IERI”

Le parole sono importanti, lo sappiamo. “Le elezioni non sono finite, da lunedì inizia la battaglia legale” non è una semplice minaccia ma il messaggio del presidente degli Stati Uniti a pochi minuti dall’elezione del suo sfidante Joe Biden.
L’America è abituata alle affermazioni roboanti dell’attuale inquilino della Casa Bianca, ma sentir contestato lo stesso fondamento della democrazia elettiva fa un certo effetto.
Il repertorio di Donald Trump presentato negli ultimi quattro anni è ampio. Il presidente ha preso frontalmente di mira l’amministrazione federale, apparati militari e di sicurezza, tribunali, organi di informazione, esperti della sanità , oltre all’opposizione politica, strizzando l’occhio anche a gruppi di estrema destra e formazioni razziste.
Dodici anni fa, una mattina di novembre, il presidente George W. Bush si avviò a passo deciso verso il microfono nel giardino della Casa Bianca e concesse la vittoria a Barack Obama.
E’ vero che George W. Bush aveva completato il suo secondo quadriennio presidenziale e non era quindi coinvolto personalmente nella campagna elettorale — a Obama si opponeva il repubblicano John McCain.
Tuttavia, riascoltando le parole della “concessione” della vittoria al candidato dello schieramento avversario, oggi si resta impressionati dalla dignità , dal rispetto e dal senso delle istituzioni che emergono fortissimi dal presidente conservatore texano, pur così lontano dal neo-eletto senatore di colore dell’Illinois.
In tre minuti e cinquanta secondi, con un intervento asciutto e toccante Bush jr. assicurò completa collaborazione nella transizione, esaltò la vitalità  della democrazia americana e andò dritto al punto, perchè per la prima volta nella storia degli Stati Uniti un nero era stato eletto alla presidenza: “Indipendentemente da come hanno votato, i cittadini americani possono essere orgogliosi della storia che è stata scritta qui ieri”. Andremo avanti come una Nazione, scandì solennemente, e una cosa non cambierà , il nostro impegno a proteggere il popolo americano.
In queste ore si accavallano le voci circa prese di distanza di autorevoli esponenti repubblicani rispetto all’arroccamento presidenziale. Alcuni consiglieri starebbero cercando di convincere il presidente a rinunciare a una linea di contrapposizione frontale, dagli esiti incerti e rischiosi.
Inquietano le immagini di sostenitori di Trump, armati di mitragliatori come se scendessero dagli elicotteri di Apocalipse now.
In attesa   degli sviluppi, sarebbe bello se qualcuno mostrasse al presidente Trump la registrazione di quel magistrale messaggio di Bush jr. di dodici anni fa. Non gli farà  certo cambiare idea o tono, ma forse gli farà  riconoscere che alle sue spalle c’è una gloriosa tradizione di statisti ispirati da alto senso di responsabilità  verso la comunità  nazionale.

(da “Huffingtonpost”)

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I TRE EROI DI VIENNA CHE HANNO SALVATO IL POLIZIOTTO E UNA DONNA ANZIANA: SONO DUE LOTTATORI TURCHI E UN PALESTINESE, TUTTI MUSULMANI

Novembre 5th, 2020 Riccardo Fucile

L’AUSTRIA LI DEFINISCE “EROI”: MENTRE IL TERRORISTA SPARAVA HANNO MESSO IN SALVO L’AGENTE DIETRO UNA PANCHINA FERMANDOGLI L’EMORRAGIA… AL GIOVANE PALESTINESE UN ANNO FA AVEVANO NEGATO LA CASA PERCHE’ MUSULMANO

All’indomani dell’attentato terroristico di Vienna tre giovani che si trovavano nella capitale dell’Austria stanno conquistando le pagine dei giornali, dove vengono definiti “eroi”.
Sono Mikail à–zen e Recep Tayyip Gà¼ltekin, giovani lottatori di Mma, turchi e musulmani, che erano usciti per bere una tazza di caffè “sfruttando” l’ultima sera prima del lockdown, e Osama Joda, un 23enne palestinese.
I tre, che si sono ritrovati in mezzo all’attacco terroristico, hanno il merito di aver aiutato alcune delle persone colpite. Tra gli altri un poliziotto poi ricoverato in terapia intensiva.
“Abbiamo aiutato, perchè dovevamo farlo”, ha raccontato poi à–zen in un video sui social. “Noi musulmani di origine turca aborriamo ogni tipo di terrore. Siamo per l’Austria, siamo per Vienna. Rispettiamo l’Austria”, ha detto ancora dopo la serata di terrore.
Mikail à–zen e Recep Tayyip Gà¼ltekin prima hanno tratto in salvo un’anziana signora, poi hanno portato l’agente fino all’ambulanza. Uno di loro è anche rimasto lievemente ferito a una gamba e ha raccontato di aver evitato di recarsi in ospedale per non essere “un peso” considerato che sicuramente ci sarebbero stati molti feriti.
Il 23enne invece stava lavorando al McDonalds di Schwedenplatz ed è stato il primo a soccorrere il poliziotto. Come riportano i media di Vienna, il giovane non è sconosciuto alle cronache locali: l’anno scorso gli avevano negato la casa perchè musulmano.
Prima ancora che i due lottatori di arti marziali potessero trascinare il poliziotto sull’ambulanza, il giovane palestinese aveva portato in salvo l’agente dietro una panchina e gli aveva fornito il primo soccorso. “L’ho tirato dietro la panchina di cemento e ho cercato di fermare l’emorragia. L’assassino ha sparato da circa 20-30 metri di distanza. C’era sangue dappertutto ”, ha raccontato al Kurier.

(da Fanpage)

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GIOVANI SPOSI DANNO L’ESEMPIO: IL PRANZO DI NOZZE SALTA PER LA SECONDA VOLTA PER IL COVID, LORO PRIMA VANNO IN CHIESA E POI FESTEGGIANO DA SOLI IN TRATTORIA. “UGUALMENTE FELICI”

Novembre 5th, 2020 Riccardo Fucile

IN UN PAESE DOVE TUTTI SI LAMENTANO, LA STORIA DI VALENTINA E DIEGO RICONCILIA CON L’INTELLIGENZA E I SENTIMENTI

Avevano organizzato il loro matrimonio con largo anticipo prevedendo la partecipazione di circa duecento invitati ma la pandemia mondiale ha sconvolto i loro piani costringendoli a rinunciare all’appuntamento al pari di centinaia di altre coppie in tutta Italia.
Loro però non si sono scoraggiati, hanno deciso di rinviare tutto a nuova data ma, dopo l’ennesimo blocco a feste e ricevimenti per la seconda ondata di contagio che ha colpito l’Italia, hanno deciso di procedere senza aspettare oltre ma con una scelta decisamente originale: dopo il sì in chiesa, il pranzo lo hanno fatto da soli in una trattoria del centro di Firenze.
I due novelli sposini originari di Livorno, Valentina e Diego, dopo le nozze in chiesa celebrate per pochissimi intimi come prevedono le norme anticovid volute dal dpcm varato dal Premier Conte, hanno festeggiato presentandosi nella trattoria Mario a San Lorenzo dove si sono seduti al tavolo ancora vestiti con gli abiti da cerimonia.
La sposa in abito bianco e lo sposo in abiti eleganti si sono seduti sugli sgabelli tra lo stupore degli stessi gestori del locale.
A postare la loro foto su Facebook è stato lo stesso locale fiorentino senza nascondere lo stupore.
“Non si possono fare le feste? E loro si sposano da soli. Un’emozione vederli entrare” hanno scritto dalla trattoria in un post che ha raccolto decine di commenti divertiti ed entusiasti. “Eravamo a pranzo con degli sconosciuti ma ci siamo sentiti benissimo, quando ci hanno visti tutti ci hanno accolto meravigliosamente e ci hanno dato tantissimo calore” ha raccontato la sposa a Fanpage.it.
Le nozze tra Valentina e Diego dovevano essere celebrate il 9 maggio ma tutto è stato spostato al 31 ottobre ma alla fine è stato per pochi intimi.
Sabato scorso si sono dichiarati amore eterno in chiesa a Livorno e poi il viaggio verso il vicino capoluogo toscano per una tre giorni da turisti. “Prima la visita agli Uffici dove hanno scattato alcune foto in abiti da sposi, poi la scelta di andare in trattoria su consiglio del testimone di nozze, fratello dello sposo, dove il pranzo non è stato come lo avevano programmato inizialmente ma ugualmente emozionante.

(da “Fanpage”)

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IL MEDICO (SICILIANO) DI NEMBRO CHE VA A CASA DEI PAZIENTI DA TORINO A BRESCIA

Novembre 2nd, 2020 Riccardo Fucile

“A MARZO HO CAPITO IL RUOLO DECISIVO DELL’ASSISTENZA A DOMICILIO”… “L’ASSISTENZA A DOMICILIO NON E’ PAGATA, PER QUELLO MOLTI COLLEGHI NON CI VANNO”… “VEDERE GLI OCCHI DEL PAZIENTE E DEI FAMILIARI CHE LUCCICANO QUANDO ARRIVO MI RIPAGA”

Sabato sera, quasi ora di cena. Per il dottor Riccardo Munda sono i primi minuti di tregua della giornata. «Ho finito adesso il giro degli assistiti e oggi sono andato a Pogliano Milanese a visitare la parente di un conoscente. Non ha accesso al medico di famiglia, ha sintomi respiratori ed è terrorizzata».
E che c’entra Pogliano? Lei fa il medico a Selvino e a Nembro che sono in provincia di Bergamo.
«Vero. Ma se ho modo e riesco a trovare il tempo non so dire di no. Così, specie di sabato e domenica, mi capita di andare a visitare qualcuno che magari ha chiamato il suo medico, il 118 o la guardia medica e non ha visto arrivare nessuno. Sanno che invece io vado e mi chiamano, alcuni direttamente, altri mi contattano con il passaparola».
Tutti da Milano?
«No. L’altro giorno sono andato in un paese vicino a Torino. Ho visitato una signora, una malata oncologica, che era arrivata a 92 di saturazione. Ora sta meglio e mi benedice. Poi ho fatto una visita a Brescia, a un collega. A Milano ho visto un ragazzo molto agitato che aspettava di fare il tampone da una settimana, aveva una tosse pazzesca ma non c’entrava niente il virus. Il giorno dopo stava già  bene, era solo il bisogno di rassicurazioni. Sempre a Milano sono andato a casa di persone inferme: madre, padre e figlio, ciascuno con il proprio medico. Hanno chiamato tutti e tre i dottori ma nessuno si è presentato a casa. Siccome si è sparsa la voce che sono disponibile, sul mio profilo Facebook mi scrivono a decine».
Selvino e Nembro sono due dei Comuni martiri della Val Seriana. Sono fra i luoghi più aggrediti dalla pandemia durante la prima ondata. Lei quanti pazienti segue sui due territori?
«Circa 1.400».
Da quelle parti lei è noto perchè nessuno dei suoi assistiti è mai finito in ospedale nè è mai morto. Possibile?
«È così, mai nessuno in tutti quei mesi. La dico meglio: non è morto nè è stato ospedalizzato nessuno per coronavirus di tutti gli assistiti – dal primo all’ultimo – che mi hanno chiamato chiedendo aiuto. Li ho seguiti nel tempo e sono tutti guariti. Se poi altri si sono presentati direttamente al pronto soccorso e non sono mai passati da me ovviamente non posso saperlo».
Sta andando così anche in questa seconda ondata?
«Stavolta vedo pazienti sempre spaventati, ma in generale in condizioni decisamente meno gravi rispetto ad allora. Comunque sì, niente ospedale e niente morti nemmeno ora».
E lei come se lo spiega?
«Me lo spiego con una ragione semplice: l’assistenza domiciliare. Andare a casa di un mutuato non è la stessa cosa che fare il medico stregone via cavo. Tanto per cominciare andare significa fare una visita accurata, capire se ci sono problemi respiratori e quanto sono seri, valutare lo stato generale del paziente, prescrivere i farmaci giusti…».
Di quali farmaci parliamo se durante la prima ondata nessuno sapeva minimamente come affrontare il virus
«Nemmeno io lo sapevo. A metà  febbraio, quando curavo le polmoniti, io non potevo sapere che fosse coronavirus. Le curavo come ho sempre fatto e come continuo a fare ancora oggi».
E cioè?
«Lo spiego bene. Visite tutti i giorni e – ripeto – assistenza domiciliare integrata. Terapie personalizzate con i farmaci più adatti, a cominciare dagli antibiotici combinati tra loro, mucolitici e ossigenoterapia dove serve e poi l’aiuto di un’infermiera per le flebo della reidratazione. A Selvino e Nembro abbiamo una ragazza, Sara, che si è fatta in quattro per non lasciare indietro nessuno. Senza di lei non avremmo ottenuto quei risultati. È una procedura faticosa; rischiosa, certo, perchè puoi infettarti, ma funziona. E invece a casa le persone sono morte perchè non sono state assistite per giorni e giorni».
Ma se è tutto così semplice perchè i suoi colleghi non fanno la stessa cosa?
«Per esempio perchè l’assistenza domiciliare non è pagata, salvo condizioni particolari, e cioè paziente allettato, intrasportabile, fragile, e in quel caso parliamo di 17 euro lordi che, tolte tutte le tasse, diventano 5-6 euro netti. Perchè rischiare la vita per andare a visitare a casa? In tanti hanno preferito prescrivere per telefono antibiotici che magari sfebbravano ma non curavano nulla, e le persone poi peggioravano».
Quindi se la medicina territoriale non funziona è solo questione di soldi?
«No, non solo. Per esempio è anche questione di numeri: i medici di famiglia sono troppo pochi. Bisognerebbe almeno raddoppiarli. Bisognerebbe investire sulle persone, sulla loro formazione più che sulla telemedicina, tanto per dirne un’altra. Ma mi faccia aggiungere una cosa».
Prego.
«Non voglio fare il fenomeno, non sono certo un luminare. Non sono nemmeno specializzato, perchè dopo la laurea avevo bisogno di trovare un lavoro alla svelta. Ma a questo punto, dopo sette anni di medicina di base, una cosa la so: i pazienti hanno bisogno di medici che ci siano quando loro chiamano. Non per nulla si chiama assistenza. E assistere significa prendersi cura delle persone, stargli vicino quando hanno bisogno. Io li vedo i vecchietti che mi salutano sulla porta come fanno con i loro nipoti. Li vedo che gli luccicano gli occhi quando arrivo perchè non si sentono abbandonati, sono sereni, si fidano. Mai come con questo virus prendersi cura è diventata anche una questione psicologica».
Con queste premesse i suoi pazienti avranno un’adorazione per lei.
«Questo deve chiederlo a loro. Io le posso dire che qui tutti hanno il mio cellulare. E che ho la casa piena di bottiglie, formaggi, mi regalano perfino fagiani, omaggi di ogni genere. Io sono siciliano, qui sono uno straniero e non ho amici, a parte i 1.400 che curo».
Visto che fa anche il medico fuori sede: qual è il paziente più lontano, al momento?
«Mi hanno scritto due persone da Roma. Ovviamente non posso andare fin là  a visitarli. Come ho detto, finora sono restìo alle cure via cavo. Ma ancora una volta non riesco a dire di no. Ho detto a entrambi: se volete che provi ad aiutarvi a distanza, non mi bastano le vostre descrizioni. Ho bisogno di lastre, di sottoporvi ad alcune prove, compratevi un saturimetro e via dicendo».
Insomma: prima o poi andrà  a Roma anche da loro.
«Eh…».

(da “il Corriere della Sera”)

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