Marzo 25th, 2012 Riccardo Fucile
ANGELA BIRINDELLI, ASSESSORE ALL’AGRICOLTURA, E’ INDAGATA PER LO STANZIAMENTO DI 18.000 EURO IN PUBBLICITA’ ISTITUZIONALE A FAVORE DELL'”OPINIONE DI VITERBO” CHE SI DISTINGUEVA PER ATTACCHI AI SUOI AVVERSARI INTERNI AL PARTITO
“Dimostrerò la mia estraneità ai fatti”. Così l’assessore all’Agricoltura delle regione Lazio Angela Birindelli si difende dopo che i carabinieri hanno sequestrato nei suoi uffici la determina che disponeva un finanziamento ad un giornale locale.
Birindelli, Pdl, è coinvolta in un’indagine su una presunta tentata estorsione ai danni di due politici.
Al telefono non risponde, ma in un comunicato si dice pronta a chiarire tutto.
La storia ruota attorno al giornale L’opinione di Viterbo che ha un accordo commerciale con il quotidiano nazionale L’opinione, diretto da Arturo Diaconale.
Quest’ultimo ha spiegato al Messaggero: “Noi offriamo alla cooperativa la linea industriale, vale a dire carta, tipografia e distribuzione. Se loro sfondano un certo tot di quote vendute, mi pare 500, allora si prendono qualche utile”. L’accordo per Diaconale è facile da spiegare: “Il vantaggio che ricaviamo dall’accordo è nell’aumento delle copie, così abbiamo accesso ai fondi pubblici”.
Nell’ottobre 2010 non si parlava di accordo economico e la redazione scriveva nella giornata di lancio: “L’opinione di Viterbo è figlio dello storico quotidiano liberale fondato nel 1847”.
La vicenda inizia quando, lo scorso anno, alcuni ex giornalisti e soci della cooperativa (a novembre ci sono stati 6 licenziamenti) hanno presentato una denuncia sulla gestione economica poco chiara dell’Opinione di Viterbo, allegando anche una registrazione audio di una infuocata riunione nella quale il presidente del consiglio provinciale Piero Camilli e il consigliere regionale Pdl Francesco Battistoni sarebbero stati bollati come ‘nemici’, destinatari della presunta tentata estorsione.
Camilli e Battistoni hanno firmato due esposti per evidenziare presunte campagne ‘contro’ messe in piedi dall’organo di informazione.
Gli inquirenti avviano gli accertamenti e nel registro degli indagati, per tentata estorsione, finiscono il direttore dell’Opinione di Viterbo Paolo Gianlorenzo e l’amministratrice unica della cooperativa, Viviana Tartaglini.
Sul fronte politico, il consigliere Battistoni da assessore all’Agricoltura ha dovuto cedere il posto, per la questione delle quote rosa, ad Angela Birindelli. Tra i due è in corso una guerra intestina in seno al Pdl.
Birindelli viene coinvolta nell’indagine della Procura per via di un finanziamento.
Nel giugno 2011 il suo assessorato, mentre l’agricoltura locale paga caro il prezzo della crisi, decide di stanziare ben 18 mila euro per l’Alto Lazio news srl, la società che edita L’Opinione di Viterbo, per pubblicizzare la propria attività istituzionale.
Insomma, i soldi pubblici vanno in mano a un giornale che sogna di superare le 500 copie vendute, poi sospettato di ordire una campagna stampa proprio contro l’avversario politico di Birindelli.
Una vicenda torbida che ipotizza l’uso di un giornale da parte del direttore come strumento di pressione contro i politici non ‘a disposizione’, una presunta macchina del fango nella quale ora è indagata anche l’assessore Birindelli, per concorso nella tentata estorsione.
I coinvolti ribadiscono la loro estraneità ai fatti, ora spetta alla magistratura, pm Massimiliano Siddi, accertare eventuali responsabilità , partendo proprio dai documenti acquisiti.
In giunta c’è aria di nuovo rimpasto.
Ferruccio Sansa e Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
MARTA VALENTE, LA STUDENTESSA SALVATA, COSTRETTA AD APPELLARSI A NAPOLITANO: HA UNA INVALIDITA’ DEL 75% MA NON GODE DELLO STATUS DI TERREMOTATA… “NON CHIEDO FAVORI, SOLE CHE VENGA RICONOSCIUTA LA SOFFERENZA”
Andrea, Aldo, Liberato, Antonella… Ricorda il nome dei suoi soccorritori uno ad uno.
E di notte è perseguitata dagli incubi: il boato e poi le urla strazianti e i gemiti delle persone che non ce l’hanno fatta, inghiottite da cemento e mattoni nel palazzo di via Generale Francesco Rossi 22, venuto giù come burro (è in corso un procedimento penale per accertare le responsabilità del crollo) nonostante le rassicurazioni.
Diciotto gli studenti che lì hanno perso la vita.
Come le sue migliori amiche, Federica Moscardelli e Serena Scipione, e l’altra inquilina che condivideva con lei l’appartamento, Ivana Lannutti.
Ora però Marta Valente, la studentessa salvata dopo 23 ore trascorse sotto le macerie a L’Aquila, è una persona nuova.
Un anno fa ha completato gli studi nell’ateneo del capoluogo abruzzese e si è laureata in Ingegneria gestionale con il massimo dei voti, la lode e una menzione speciale.
Subito dopo, ha vinto un dottorato di ricerca nella stessa università e trovato lavoro all’interno di una società consortile che gestisce in Abruzzo il Polo di innovazione del settore agroalimentare.
Marta ha fatto tutto con le proprie forze. E ci è riuscita.
Ma, a distanza di quasi tre anni dall’incubo del 6 aprile, denuncia: sono stata dimenticata dallo Stato.
Malgrado il terremoto l’abbia danneggiata dentro e fuori, consegnandole tra i ricordi più cattivi una vasta e impressionante cicatrice sulla testa e la quasi totale insensibilità del piede sinistro, lei — come gli altri studenti fuori sede che a L’Aquila hanno lasciato la pelle o si sono salvati per miracolo e coloro che, pur lavorando all’interno del territorio colpito, non risultavano residenti — non gode, ironia della sorte, dello status di terremotata.
«È stata data importanza alla ricostruzione delle prime e delle seconde case ma non alla ricostruzione personale di chi, come noi, ha subito danni realmente documentabili».
Dopo essere stata estratta dalle macerie, Marta è stata ricoverata in strutture ospedaliere per 102 giorni.
Una volta uscita, ha dovuto pagare anche parte delle spese mediche e farmacologiche sostenute per i danni causati dal sisma.
Non è stata mai risarcita per la perdita di tutti i suoi beni personali o per il calvario a cui da allora si sottopone, quotidianamente o periodicamente, tra sedute di fisioterapia e riabilitazione per recuperare il normale movimento delle gambe, interventi chirurgici per migliorare il danno estetico alla testa, terapie per metabolizzare lo choc subito a livello psicologico.
Finora ha speso più di centomila euro per la propria “ricostruzione”.
Le è stata riconosciuta un’invalidità del 75% ma, racconta lei stessa, «non essendo residente nei comuni del cosiddetto cratere, non ho avuto la possibilità di accedere alle agevolazioni concesse ai residenti, ad eccezione del contributo di 200 euro per autonoma sistemazione che, nel mio caso, è stata più che altro ospedaliera».
Marta ha preso carta e penna e, con l’aiuto del suo avvocato, Tommaso Navarra, ha scritto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendo tutele per quei terremotati che la burocrazia ha dimenticato.
«Non chiediamo elargizioni – spiega l’avvocato — vogliamo solo che chi è colpito da eventi naturali sia tutelato in qualche modo dalla comunità e soprattutto che la sua sofferenza morale, fisica e materiale venga riconosciuta».
Due le risposte avute dal Capo dello Stato tramite la Prefettura di Teramo.
La prima per dimostrare a Marta «solidale vicinanza» e la seconda per informarla che «questa sede — così si legge nella lettera del Segretariato Generale della Presidenza – ha provveduto a segnalare al Dipartimento della Protezione Civile quanto auspicato dalla stessa in ordine all’estensione di agevolazioni analoghe a quelle previste per i residenti nel territorio colpito dal sisma nonchè ad iniziative volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro delle persone che hanno subito gravi lesioni personali».
La lettera del Presidente della Repubblica è datata 29 settembre 2010.
Da allora, racconta Marta, non sono arrivati segnali nè dalla Protezione civile nè dalla struttura commissariale o da altro ente e organo deputato a farlo.
Nicola Catenaro
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile
IL FIGLIO IN UNA INTERVISTA AVEVA CRITICATO IL PIRELLONE PER LE ULTIME VICENDE GIUDIZIARIE… CELEBRANO UN “EROE BORGHESE” UCCISO DALLA MAFIA E CACCIANO I CONGIUNTI
Oggi il Pirellone ricorderà Giorgio Ambrosoli, ‘eroe borghese’, il liquidatore del Banco
Ambrosiano ucciso dalla mafia su ordine di Michele Sindona nel 1979.
Ma al ricordo non sarà presente il figlio, Umberto, che pure era stato contattato qualche settimana fa e aveva dato la sua adesione.
Il motivo: le frasi dette da Ambrosoli sulle vicende giudiziarie che coinvolgono molti esponenti della Regione in una intervista a Repubblica, due settimane fa.
Una richiesta a Formigoni di azzerare la giunta che non sarebbe piaciuta ai vertici del Pirellone, tanto da decidere per l’incredibile esclusione del figlio di Ambrosoli (e di ogni altro membro della famiglia) dalla cerimonia della Giornata dell’impegno contro le mafie e in ricordo delle vittime che si terrà nell’auditorium Gaber.
Come anticipa il sito Affaritaliani, gli studenti milanesi verranno accolti da rappresentanti delle istituzioni (non dovrebbe esserci l’indagato Davide Boni) e poi ci sarà la proiezione del film di Michele Placido su Ambrosoli, con una introduzione dell’ex magistrato Giuliano Turone.
Non vuole polemizzare per la scelta, Umberto Ambrosoli, ma dice: «Chi andrà alla cerimonia avrà la possibilità di vedere quante declinazioni possibili esistono del senso di responsabilità ».
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
PER DIVERGENZE INTERNE ALLA MAGGIORANZA, CONGELATA LA DECISIONE: TUTTO RINVIATO ALLA NUOVA GIUNTA E AL NUOVO SINDACO… SI RIAPRONO I GIOCHI SULLA SCELTA DELL’AREA
È finita, anzi, non è finita nel peggiore dei modi. 
La moschea di Genova si farà , ma dove, quando e come rimane un mistero.
La politica che non decide mai per non scontentare nessuno festeggia la sua affermazione in un tripudio di documenti, delibere, ordini del giorno che dicono tutto e il contrario di tutto.
Ma che ottengono il risultato prefisso: un contentino a te, un contentino a me, perchè ognuno possa cantar vittoria.
E non rimediare una brutta figura dopo aver digrignato i denti.
Le primarie sono alle spalle, ma ora arrivano le elezioni, quelle vere.
Quelle che decidono chi vince, ma anche quale sarà la forza in campo di ogni partito della coalizione.
E allora per qualche voto in più vale tutto.
Ma l’importante è rimandare, procrastinare, allungare un’altra volta i tempi.
E non decidere nulla prima della sfida delle urne.
Il Pd incassa un sì alla nobile affermazione che gli islamici hanno diritto a un luogo di culto. Poi si vedrà .
L’Idv ottiene che i giochi si riaprano sull’area individuata, sull’eventualità di “diverse” proposte e sul “processo partecipativo” del quartiere del Lagaccio.
Il “modello Tav”, che tanti successi ha ottenuto fino a oggi sul campo?
Gli islamici di Genova, di fronte all’ennesima soluzione di mediazione che salva solo gli equilibri e gli interessi piccini di parte, assistono sbigottiti all’ennesimo rinvio.
Sfoderano parole improntate alla diplomazia, ma sotto sotto minacciano di far saltare loro il banco: se entro l’estate le fantasticate “alternative”, magari pure “condivise”, non arriveranno, daranno il via ai lavori nell’immobile di Coronata.
Insomma: nel luogo dal quale era partito tutto e dove si rischia di tornare dopo un interminabile gioco dell’oca.
Di tutte le parti in causa, i musulmani genovesi sono stati fino a oggi gli unici a rispettare i patti.
Bisognava creare una fondazione, per dare a Tursi un interlocutore strutturato e credibile? Fatto.
Bisognava varare uno statuto iper-democratico? Fatto.
Bisognava ottenere le proprietà degli edifici dall’organizzazione che gestisce tutti gli affari degli islamici d’Italia, perchè il Comune avesse ogni garanzia? Fatto.
A quel punto tutto sembrava risolto.
E tra persone serie e leali i patti si rispettano.
Ma l’interlocutore non “strutturato e credibile” è diventato a questo punto Palazzo Tursi. Perchè ormai si era approssimato troppo il tempo delle primarie, perchè i contendenti si acconciavano a sfidarsi e anche chi era rimasto fuori dalla partita delle consultazioni, come l’Idv, studiava il modo di ottenere la massima rendita di posizione.
Risultato?
Chi prometteva che a quel punto sarebbe bastato un semplice passaggio in giunta per chiudere la partita ha dimostrato di dir solo parole al vento.
Tutte le carte dovevano tornare in consiglio: agone dove in questi mesi si sfogano i peggiori istinti pre-elettorali.
L’accordo finale è solo un bla-bla.
A Marta Vincenzi viene concesso l’onore della bandiera.
Chi sostiene che “gli islamici hanno diritto a un luogo dove pregare” ottiene il via libera a un’affermazione di principio più inconsistente di un ectoplasma.
L’Idv gonfia il petto per aver dimostrato ancora una volta la sua capacità d’interdizione. Ognuno porta a casa un pezzettino di successo.
Della figuraccia rimediata non sembra interessare nulla a nessuno.
Marco Menduni
(da “Il Secolo XIX”)
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
CHI E’ L’ASSESSORE REGIONALE INDAGATO PER FINANZIAMENTO ILLECITO AL PDL… SEMPRE UN PASSO INDIETRO A IGNAZIO, SI E’ FERMATO ALLA MATURITA’
Una vita all’ombra del padre e dei fratelli.
«Calimero» di una famiglia vincente: il papà Antonino, senatore e tra i fondatori del Movimento sociale, i fratelli Ignazio, l’ex ministro con gli occhi di ghiaccio, e Vincenzo.
Entrambi avvocati, non come lui, Romano, cucciolo di famiglia, che si ferma alla maturità classica.
Come i più grandi (c’è anche la sorella Emilia) nasce a Paternò, in provincia di Catania. È il 1952. Arriva a Milano nel 1960, le medie e il ginnasio al liceo Carducci, dove iniziano gli anni della militanza, prima con la Giovane Italia, poi con il Fronte della gioventù, i movimenti giovanili del Msi.
Sempre un passo indietro a Ignazio (Vincenzo, democristiano per tutta la vita, viene definito dal padre «il chierichetto di casa»).
Sempre nel suo cono d’ombra. Pronto ad accogliere tutte le sue scelte.
E così da almirantiano diventa finiano e, infine, berlusconiano.
Romano con il gusto della rissa (dalla San Babila degli anni Settanta alle scazzottate con i rautiani); che si prende un ceffone dal padre dopo aver sfasciato il palco in piazza Duomo quando al microfono ci sono i monarchici di Alliata («porta rispetto», gli dice); che nel frattempo gestisce la società «Prealpina» (un capannone a Pero che distribuisce sanitari per la Pozzi-Ginori), e si occupa della famiglia, cinque figli e la moglie, Donatella, l’amore della vita.
Consigliere comunale a Cinisello Balsamo e Sesto San Giovanni, poi il salto in Regione, ed è il ’95. Cresce, Romano.
Parlamentare europeo, nel 2008 diventa assessore regionale all’Industria, quindi, dal 2010, alla Protezione civile: balza alle cronache la sua battaglia bollata come «xenofoba» per rendere socialmente utili i profughi libici (vuole mandarli a spalare la neve).
Con Formigoni il rapporto è ondivago, alti e bassi, «soprattutto quando c’è di mezzo Cl».
Gli amici dicono che il suo maggior pregio è il cuore grande: «Romano aiuta sempre tutti, anche quando cambiano casacca. Un camerata è sempre un camerata».
Il difetto: «Si lascia trascinare dalle situazioni con troppo slancio. E quel genero, Marco Osnato, è un po’ ingombrante».
Impulsivo. «Ma questa storia dei diecimila euro – dice Stefano Di Martino, storico esponente della destra milanese – fa ridere, non ne ha bisogno. Romano è un uomo onesto».
Annachiara Sacchi
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
TEMONO UN COLPO DI MANO DELLE LOBBY FARMACEUTICHE AL SENATO DOVE SI DISCUTONO GLI EMENDAMENTI ALLA LEGGE COMUNITARIA… BISOGNEREBBE VIETARE NON SOLO L’ALLEVAMENTO, MA ANCHE LA COMMERCIALIZZAZIONE DEGLI ANIMALI
«Chiudere Green Hill. Altrimenti ci arrabbiamo».
L’hanno scritto su uno striscione gli attivisti che questa mattina all’alba hanno superato le barriere dell’azienda di Montichiari e si sono incatenati agli uffici dell’allevamento con lucchetti e tubi di ferro.
Il coordinamento Fermare Green Hill vuole riportare l’attenzione sull’azienda che alleva cani beagle destinati alla vivisezione.
Il futuro di questi animali e di tanti altri dipende dal Senato dove si discutono gli emendamenti alla legge comunitaria sulla sperimentazione animale.
Il cosiddetto emendamento Brambilla, se sarà confermato, porterà alla chiusura degli allevamenti di cani, gatti e primati destinati alla vivisezione.
Dopo l’approvazione alla Camera, gli attivisti temono che ci possa essere un colpo di coda delle lobby farmaceutiche in Senato.
Per questo hanno lanciato l’«Operazione altrimenti ci arrabbiamo» invitando tutti a tempestare di e-mail gli indirizzi di posta elettronica di ogni senatore.
«Vista la crescente e ampia sensibilità pubblica sull’argomento — spiegano gli attivisti — crediamo che i legislatori non possa non tenere conto della volontà delle persone, non solo di quella delle aziende chimico-farmaceutiche».
Per mantenere alta l’attenzione, gli attivisti si recheranno a Roma martedì 27 marzo con una protesta davanti al Senato, organizzata in collaborazione con il Comitato Montichiari Contro Green Hill, che presenterà le decine di migliaia di firme raccolte negli ultimi mesi per la chiusura dell’allevamento-lager di Montichiari.
Gli attivisti sanno che anche l’emendamento alla legge comunitaria potrebbe non bastare per la chiusura definitiva di Green Hill.
Nella modifica di legge si vieta l’allevamento, ma non la commercializzazione degli animali destinati ai laboratori di vivisezione.
E in tanti temono che Green Hill possa diventare un centro di smistamento e vendita di cani e gatti, come già succede ad Harlam, l’azienda della Brianza oggetto di forti critiche degli animalisti.
«Quello che vogliamo — ribadiscono gli attivisti — è l’abolizione totale della sperimentazione sugli animali. Chiudere gli allevamenti è un primo passo in questa direzione».
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI UNA NUOVA LEGGE AD PERSONAM FATTA SU MISURA PER IL PROCESSO RUBY… SE PASSASSE VERREBBE MENO LA FIDUCIA DEGLI ITALIANI IN QUESTO GOVERNO
Il governo Monti ci ha chiesto pesanti sacrifici, resisi necessari dopo trent’anni di dissennata politica
clientelare e di corruzione sistematica (la sola prima Tangentopoli ci è costata 630 mila miliardi di lire, un quarto del debito pubblico) e, da ultimo, dalla drammatica inerzia di Silvio Berlusconi che, mentre l’UE chiedeva all’Italia interventi urgenti, si limitava a inviare a Strasburgo una ‘lettera di intenti’.
Come l’Italia non si è liberata da sè dal fascismo, così non si è liberata da sè dal pericoloso pagliaccio.
È dovuta intervenire la Merkel per farci capire che se continuavamo su quella strada facevamo la fine della Grecia.
Berlusconi è stato cacciato, al suo posto è subentrato Monti.
E gli italiani, pur se tartassati da tutte le parti, gli hanno dato fiducia, anche per il rigore morale, distrutto durante il quasi ventennio di berlusconismo.
Ora però Monti, per non perdere l’appoggio del Pdl e del Pd, si appresterebbe a varare una legge che cancella il reato di concussione di cui, assieme a quello di prostituzione minorile, Silvio Berlusconi è imputato davanti al Tribunale di Milano.
Insomma la classica legge ‘ad personam’.
Il Codice penale dà una definizione limpida della concussione all’art. 317: “Il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o delle sue funzioni, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente a lui o a un terzo denaro o altra utilità è punito con la reclusione da quattro a dodici anni”.
Berlusconi ci è cascato in pieno.
La sola telefonata alla Questura è già , in sè, una indebita induzione, e poco importa che sotto interrogatorio ci fosse la ragazza Ruby, poteva trattarsi di qualsiasi altro.
È proprio per l’evidenza del reato che la Procura di Milano ha potuto chiedere il processo per direttissima nel quale Berlusconi non avrebbe avuto scampo (per la prostituzione minorile la questione è più complessa, ma si tratta di una fattispecie meno grave) nè avrebbe potuto puntare alla prescrizione perchè i fatti sono recentissimi.
La concussione, a differenza, poniamo, del “concorso esterno in associazione mafiosa”, non è un reato di nuovo conio, è un reato-base che esiste da quando esiste lo Stato moderno.
Modificarla sarebbe come voler modificare il furto o l’omicidio.
E invece cosa si appresta a fare il governo Monti?
A scorporare la concussione in due reati: l’estorsione, che esiste già e non riguarda precipuamente il pubblico ufficiale, e la corruzione che pure c’è già e riguarda il corrotto e non il corruttore.
Si ingenera così una gran confusione alle cui larghissime maglie non sarà difficile sfuggire.
L’interesse del Pdl a un pateracchio del genere è evidente.
Massimo Fini blog
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Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile
UNA FAMIGLIA SI TRASCINA UN DEFICIT STATALE PARI A 88.000 EURO… NELL’ULTIMO ANNO E’ AUMENTATO IL CARICO FISCALE DI 998 EURO AD ABITANTE, DI 2732 A FAMIGLIA
In un anno, da febbraio 2011 a gennaio 2012, il debito pubblico è passato da
1.875,917 a 1.935,829 euro, con un aumento di 59,912 miliardi.
Pertanto, solo nell’ultimo anno, l’aumento del carico per ciascuno dei 60 milioni di residenti, neonati compresi, è stato pari a 998 euro, mentre per ciascuna famiglia l’onere è cresciuto di 2.723 euro.
Lo rilevano Adusbef e Federconsumatori, aggiungendo che sulle spalle di ciascun italiano grava dunque un debito pari a 32.300 euro e su ciascuna famiglia di 88mila euro.
Dal 1996 in poi, sottolineano ancora Adusbef e Federconsumatori, gli incrementi del debito pubblico sono andati crescendo di volume: il primo governo di centro sinistra (1996-2001) ha proceduto a colpi di 2,7 miliardi di euro al mese.
Col successivo governo Berlusconi (2001-2006) siamo arrivati ad oltre 3,8 miliardi al mese.
Il nuovo governo Prodi (2006-2008) ha ritoccato le emissioni portandole a 3,9 miliardi al mese.
Con l’ultimo governo Berlusconi (2008-2011) l’incremento si impenna fino a superare i 6 miliardi al mese.
Ma sotto il governo Monti la cifra è addirittura raddoppiata arrivando a quasi 15,5 miliardi di euro al mese e “raggiungendo un record difficilmente superabile”.
Le due associazioni ricordano anche la loro ricetta per ridurre il debito pubblico, ripetuta negli ultimi 10 anni: la soluzione, dicono, “passa per la vendita dell’oro e delle riserve di Bankitalia, non più necessarie a garantire la circolazione monetaria, la lotta agli sprechi ed alla corruzione, i tagli dei privilegi ovunque siano annidati, il tetto agli stipendi dei manager pubblici, la sostituzione delle auto blu in tutti i settori (nessuno escluso) con l’abbonamento ai servizi pubblici di trasporto locale e nazionale, la riduzione dei finanziamenti pubblici ai partiti”.
Per rilanciare l’economia in recessione, infine, “occorre finalizzare almeno il 50% dei prestiti triennali di 251 miliardi di euro, che le banche hanno ricevuto dalla Bce al tasso dell’1%, costituendo un fondo straordinario per ridare ossigeno alle famiglie ed alle imprese strangolate, ad un tasso non eccedente il triplo, introdurre l’accisa mobile sui carburanti per impedire un surplus fiscale (ben 4 miliardi di euro negli ultimi anni incassati dallo Stato), congelare l’aumento dell’Iva previsto dal 1 ottobre dal 21 al 23% ed i rincari dell’Iva intermedia che vanno a gravare sui beni di prima necessità “.
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Marzo 17th, 2012 Riccardo Fucile
DA PALERMO A VARESE, EPIDEMIA DI URNE COL TRUCCO
Il 17 ottobre 2011 il signor Ampelio Ercolano Pizzato, di Bassano del Grappa, quantunque defunto da
tempo, lasciò la sua dimora eterna per iscriversi al Pdl.
Prova provata che, come Lui sostiene da anni, la sola evocazione di San Silvio da Arcore fa miracoli.
Va però detto che, di prodigi simili, la politica trabocca.
A destra, a sinistra, al centro…
L’ultimo caso è la decisione della Lega Nord di annullare le «primarie» di Varese che dovevano eleggere i delegati al congresso della Lombardia: alla conta c’erano 332 voti contro 329 votanti effettivi.
Quanto bastava perchè l’ex segretario Stefano Candiani, nella culla del Carroccio scossa dalle risse fratricide, dicesse: «Anche un solo voto fuori posto è una circostanza sgradevole. Non vedo alternative alla ripetizione del voto».
Il partito di Bossi, del resto, la «verginità » l’aveva già persa anni fa.
Quando il presidente del movimento in Toscana, Vincenzo Soldati, era stato condannato con altri tre militanti per aver taroccato le firme necessarie a presentare la lista alle elezioni
Varie inchieste giudiziarie, tuttavia, hanno dimostrato che non un partito, manco uno, è riuscito negli anni a rimanere del tutto estraneo a queste faccende.
Basti ricordare, tra gli altri, il processo che a Udine, per le provinciali e le comunali del 1995, vide 12 persone finire in manette e 71 a giudizio appartenenti un po’ a tutti i partiti, da An al Ccd, da Forza Italia al Pds, dai Verdi alla Lega Friuli e al Ppi.
Furono coinvolti perfino, sia pure di striscio, i radicali, che storicamente hanno combattuto le battaglie più dure sul fronte della legalità nella raccolta delle firme, fino alla denuncia per brogli del governatore Roberto Formigoni.
E come dimenticare l’inchiesta genovese di qualche anno fa nella quale restarono inguaiati 49 esponenti di un po’ tutti i partiti?
Erano false 187 firme su 1.183 dell’asse Pri-Socialisti, 388 su 1.351 del Rinnovamento italiano di Lamberto Dini, 310 su 1.148 del Msi-Fiamma tricolore, 314 su 1.261 delle Liste civiche associate, 53 su 1.133 del Ppi, 161 su 1.141 dei Verdi…
Per non dire delle inchieste aperte a Monza, Trento, Bologna, Rossano, Campobasso, dove la Digos indagando sulle regionali si spinse a denunciare 16 segretari provinciali di diversi partiti…
Insomma, le cose avevano preso una piega tale che a metà luglio 2003, mentre la gente boccheggiava nell’estate più calda da decenni, il centrodestra decise di metterci una pezza varando (270 sì, 154 no, 5 astenuti) la depenalizzazione: basta con le manette, basta con la galera. Solo una multa.
Il relatore Michele Saponara rassicurò che in fondo, queste truffe sulle firme, «non sono reati pericolosi socialmente».
Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Era da tempo, tuttavia, che non si accavallavano tanti imbrogli. Ancora trasversali.
Ed ecco a sinistra lo scandalo delle primarie del Pd per le comunali 2011 a Napoli, dove la vittoria di Andrea Cozzolino è contestata dal segretario provinciale del partito Nicola Tremante: «In molti seggi ci sono stati consiglieri di municipalità ed esponenti dei partiti di centrodestra che hanno portato centinaia di persone a votare. Ne abbiamo le prove».
E mostra foto scattate da un militante: «Qui siamo al seggio di San Carlo all’Arena dove si vede la presenza di un consigliere municipale del Pdl». Peggio: a Miano, a nord di Capodimonte, «hanno votato 1.606 persone in 8 ore: 200 l’ora. Tre al minuto. Tecnicamente impossibile».
Un trauma.
Ripetuto giorni fa a Palermo. Dove Maurizio Sulli e la sua compagna Francesca Trapani (già indagata per favoreggiamento perchè ospitava in casa sua Michele Catalano, arrestato con l’accusa di essere vicino al clan mafioso dei Lo Piccolo) sono indagati, ricorda l’Ansa, «per presunti illeciti nel voto alle primarie del centrosinistra, in vista dell’elezione del sindaco di Palermo, nel seggio allo Zen.
Secondo testimonianze la donna e l’uomo avevano decine di certificati elettorali nella propria auto». Una brutta storia.
Che ha portato all’annullamento dei voti in quel seggio e spinto il presidente della Toscana Enrico Rossi a sfogarsi su Facebook e Twitter: «Credo occorra trovare delle regole. Se in Internet si digita la parola “brogli”, purtroppo viene fuori “brogli Palermo Pd” e “brogli Putin”. Io sono un po’ stufo di questo».
Imbarazzante.
Unica consolazione, in base all’adagio «mal comune, mezzo gaudio», lo scandalo dei falsi iscritti al Popolo della libertà . Ricordate le dichiarazioni trionfali di Angelino Alfano ai primi di novembre?
«Oltre un milione di italiani hanno deciso di iscriversi al Pdl. Molti più della somma degli iscritti ai partiti che l’hanno fondato».
Giuseppe Castiglione gli fece coro: «Abbiamo doppiato anche le più rosee previsioni: il vero Big Bang siamo noi».
Non l’avesse mai detto!
Poche settimane ed ecco il Big Bang vero. Ecco i dubbi nella Regione più grande, quella più amata dal Cavaliere, sintetizzati sul Corriere così: «Mai così tanti iscritti, mai così in basso nei sondaggi. Serve un matematico di quelli tosti per risolvere l’equazione a più incognite del Pdl in Lombardia».
Ecco la denuncia sugli iscritti di Modena da parte di una berlusconiana Doc come Isabella Bertolini: «Scorrendo l’elenco dei nuovi tesserati, quasi 6 mila, ho notato un impetuoso aumento degli iscritti in alcuni Comuni a forte rischio di infiltrazioni… I sospetti sono aumentati quando ho verificato che molte iscrizioni erano in blocco, a famiglia, e che si trattava di persone provenienti da Casal di Principe, Casapesenna, San Cipriano d’Aversa…»
Ecco la rivelazione, sul Fatto Quotidiano , di Gianni Barbacetto, che racconta come un dipendente del Cepu avesse «trovato sulla sua scrivania il modulo per l’iscrizione al Popolo della libertà . Con un ordine secco scritto a mano su un post-it : “Da consegnare firmato”».
Ecco la militante antiberlusconiana del Pd che si ritrova iscritta al Pdl di Brescia con la tessera numero 158.378.
Il cabarettista vicentino Dario Grendele, membro del gruppo «Risi & Bisi» che nega di aver mai dato il suo consenso e dice di essere stato imbarcato a sua insaputa esattamente come i sindaci vicentini di Brendola e Zanè e il segretario udc di Schio.
Seccante.
Tanto più per il partito di Silvio Berlusconi, che aveva per anni rovesciato sospetti sugli avversari arrivando a invocare «osservatori dell’Onu» e a tuonare, dopo la sconfitta alle politiche 2006: «Secondo mie informazioni i professionisti della sinistra ci hanno sottratto circa un milione e settecentomila voti». Informazioni di chi? Sue.
Particolarmente sgradevole il caso della provincia berica, storica roccaforte del centrodestra.
Dove sarebbe più o meno taroccata la metà delle 16 mila tessere d’iscrizione raccolte dall’eurodeputato Sergio Berlato, che fiero del suo bottino si era fatto fotografare con due valigie extralarge stracolme di adesioni.
E dove Il Giornale di Vicenza ha via via raccolto testimonianze strepitose. Come quella di alcuni carabinieri imbarazzatissimi perchè mai e poi mai (lo dice la legge) avrebbero potuto iscriversi a un partito.
O quella di Marco Berlato, 21 anni, iscritto a Rifondazione. Irresistibile il commento ironico di Giuliano Ezzelini Storti, coordinatore provinciale comunista: «Se il Pdl era così disperato poteva chiederci un piacere, no? Noi stiamo sempre dalla parte dei deboli».
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
argomento: Costume, denuncia, Politica, radici e valori | Commenta »