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PARLAMENTO: LA STRETTA SULLO STIPENDIO FA MIRACOLI, BOOM DI PRESENZE IN COMMISSIONE

Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile

DA UN MESE A MONTECITORIO UNA QUOTA DELLA DIARIA, CHE PUO’ ARRIVARE A 500 EURO AL MESE, E’ LEGATA ALLA REALE PARTECIPAZIONE AI LAVORI… LA MEDIA DEI DEPUTATI PRESENTI E’ IMPROVVISAMENTE PASSATA DAL 50% al 70%

Da Guinness sono quei 149 che da un mese a questa parte non perdono un colpo.
Non c’è seduta di commissione Agricoltura piuttosto che Esteri, Attività  produttiva o Cultura alla quale facciano mancare la loro preziosa firma al registro presenze.
Un onorevole su quattro, a Montecitorio, vanta il 100 per cento di partecipazione almeno dal 6 febbraio scorso. Di tutti i gruppi, senza distinzione.
Funzionava così da ottobre – a parole – ma si scopre ora che era solo una “sperimentazione”.
Sul serio si fa appunto da poco più di un mese fa.
Da quella data è entrata a pieno regime la nuova tagliola che alla Camera prevede la riduzione della diaria non solo in proporzione alle assenze in aula, ma anche alle commissioni e alle giunte.
Una tagliola simbolica, se rapportata alle indennità  dei parlamentari.
Cifre tutt’altro che stratosferiche, sia chiaro: parliamo di 300 euro per assenze comprese tra il 50 e l’80 per cento e di 500 euro oltre l’80 per cento.
Ma tant’è, è tempo di crisi per tutti.
Ed è bastato l’annuncio che è subito scattata la corsa alla firma.
“Eccome se si nota   –   racconta il presidente della commissione Lavoro, Silvano Moffa   –   siamo di più, è vero. Lavoriamo sempre tanto. Ma diciamo che le sedute sono più partecipate. Anche se da noi non ci sono stati mai fenomeni di assenteismo diffuso. Però il deterrente aiuta”.
Gianfranco Fini ha imposto che il 6 febbraio si partisse comunque a pieno regime, dopo una sperimentazione protrattasi da ottobre.
Al Senato invece il nuovo meccanismo è entrato in vigore solo lunedì scorso, il 12 marzo.
Ed è il motivo per il quale   –   spiegano dagli uffici di Palazzo Madama   –   i primi dati potranno essere elaborati solo tra un mese.
Ma anche lì sembra che la semplice firma al registro sia stata sufficiente per innescare un incremento delle presenze già  in questa prima settimana.
Corsa al registro, dunque, ma non necessariamente alla presenza effettiva ai lavori, è meglio precisare.
Perchè per dimostrare di esserci stati (e dunque per non entrare nel pallottoliere della penalizzazione) è sufficiente appunto registrarsi a inizio seduta.
Ma poi si possono disertare le successive convocazioni in giornata, come si può andare via di soppiatto poco dopo l’inizio della riunione.
Che poi, raccontano alcuni parlamentari, è quello che spesso succede.
Falle di un sistema ancora tutto da rodare. E che non prevede, per esempio, la registrazione della presenza in commissione mediante le votazioni con impronte digitali, come invece accade in aula da almeno un paio d’anni.
“Troppi fanno i furbi – attacca il dipietrista Antonio Borghesi – Vogliamo parlare dell’ex ministro Renato Brunetta, che da noi in commissione Bilancio firma e spesso dopo cinque minuti va via? E poi, lui come gli altri, per tutto il giorno sono a posto, anche se la commissione si riunisce altre tre volte in giornata”.
L’ex responsabile della Funzione pubblica, proprio lui che della lotta all’assenteismo negli uffici ha fatto la sua bandiera, proprio non ci sta.
E, contattato, taglia corto: “Guardi, io lavoro dalla mattina alla sera. Non mi occupo di queste bassezze”. Clic.
Brunetta non è l’unico ex ministro berlusconiano a essere finito sotto “osservazione” per le presenze ai lavori di commissione. Il 6 dicembre, quando il meccanismo era già  scattato ma in rodaggio, il democratico Andrea Sarubbi aveva accusato su Twitter Mara Carfagna di aver firmato agli Affari sociali “per la diaria” e di essere poi andata via.
Polemica di fuoco sul ring delle 140 battute.
E poco più di un mese dopo, dal 26 gennaio l’ex ministra delle Pari opportunità  risulta aver abbandonato quella commissione per la Giustizia. Sarubbi non torna in rotta con la Carfagna, ma fa notare come sia “l’unico che, se in ritardo, scrive accanto alla firma l’orario di ingresso: mi prendono in giro, ma io ci tengo. Quel che è certo è che in alcune giornate le presenze sono aumentate anche del 50 per cento”.
Poi ci sono quelli che della firma   –   e del taglio   –   se ne infischiano.
È il caso dei 29 deputati, anche questi iscritti a tutti i gruppi, che al “registro” della Segreteria generale risultano aver partecipato a meno del 10 per cento delle sedute di commissione, in questi primi 30 giorni.
Tra loro, quasi tutti i leader politici, per inevitabili “altri impegni”. Per loro il biglietto da 500 euro è già  decurtato dalla busta paga. “Verranno pure a firmare.
Ma alla fine   –   lamenta un deputato di lungo corso come Pino Pisicchio, Api   –   a lavorare siamo sempre una ventina su 40. Non è cambiato molto”.
Tanto meno per quell’unico deputato che vanta il record al contrario: zero per cento, mai presenziato ad una seduta della sua commissione di appartenenza.
Anche se, di contro, ha sempre firmato il registro presenze della bicamerale Antimafia, che dunque predilige.
Tutto sarà  più chiaro quando, tra qualche giorno, la Camera renderà  pubbliche le percentuali di ciascun deputato.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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SCANDALO GETTONI DI PRESENZA A GENOVA: CINQUE MILIONI DI EURO IN CERCA D’AUTORE

Marzo 15th, 2012 Riccardo Fucile

I COSTI DEI GETTONI IN UNA LEGISLATURA: I COMPENSI DEI CONSIGLIERI EQUIVALGONO   A UN TERZO DEL FONDO PER L’AUTOSUFFICIENZA

In Consiglio comunale – dove la tensione, dopo le rilevazioni sui gettoni rubati, si taglia col coltello – qualcuno ha fatto i calcoli.
Novantasette euro e sessantuno (il gettone lordo) per diciotto (che sono le sedute al mese) per cinquanta (cioè il numero dei consiglieri) e per sessanta (dodici mesi per cinque anni di legislatura) dà  una cifra impressionante.
Cioè cinque milioni e 271mila euro.
Per dire, un terzo del fondo per l’autosufficienza.
Per dire, tre nuovi asili.
Per dire, il taglio del servizio domiciliare provocato da Tremonti.
Ma, mentre lo scandalo dei gettoni facili in comune divampa, “Primocanale” ne fa esplodere un secondo, quello dei gettoni facili nei Municipi.
Qualche consiglio – spiega l’emittente televisiva – ha inserito il contrappello a fine seduta, ma la stragrande maggioranza no.
Così Primocanale è andato a vedere chi dà  gettoni (valgono la metà  di quelli in Comune, cioè circa 48 euro lordi) e chi no, chi chiede ai propri consiglieri di restare fino alla fine e chi è di manica larga, ben sapendo che alla fine la grande falce di Tremonti ha tagliato in modo massacrante qualsiasi tipo di gettone.
Tornando a Tursi, i soldi dei gettoni, cioè cinque milioni (abbondanti) di euro, sono buttati al vento?
“Ma questa è demagogia allo stato puro – sbotta uno degli assessori più influenti della giunta Vincenzi – Le commissioni fanno parte dei costi della democrazia. Il problema non è togliere le commissioni: il problema è farne meno e farle tutte utili”.
Quanto si potrebbe risparmiare davvero?
Proviamo a fare qualche esempio.
Il 13 febbraio le commissioni 7 e 3 si sono riunite congiuntamente (tema: piano urbano della mobilità ).
Appello alle ore 9,45, inizio effettivo dei lavori ore 10, fine 10 e 58.
Costo per la collettività , solo in gettoni, tremiladuecento euro.
Nel pomeriggio commissione 5 sul giorno d’azzardo: appello alle 14,45, inizio dei lavori 14 e 55, fine alle 16.
Due giorni dopo, il 15, si riunisce la commissione 4, appello alle 9,40, fine 11,10, tema è la vendita di un sedime in Costa Ometti.
All’inizio sono presenti in trenta (costo per la collettività , solo in gettoni, tremila euro), alla fine i nove che restano si accorgono che mancano dei documenti e la pratica è rinviata.
Il giorno dopo la commissione 8 discute dell’Accademia Ligustica: all’appello delle 14,30 sono in 27, alla fine sono in nove.
Il giorno dopo ancora si riuniscono ben tre commissioni, la terza, la quarta e la sesta, sulla gestione del Servizio parchi pubblici: in 33 prendono il gettone all’appello delle 9,40, alla fine sono rimasti in undici.
Poi, naturalmente, ci sono commissioni molto più sfiancanti, che durano anche tre ore e dove i cento euro di gettone sono ampiamente meritati, ma è probabile che abbia ragione Alberto Gagliardi quando propone un tipo di retribuzione fissa, non legata al gettone di presenza e, quindi, al “Prendi i soldi e scappa”.

Raffaele Niri
(da “La Repubblica”)

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IN UN VIDEO GIRATO SUL BARCONE, LA PROVA DI COME I PROFUGHI FURONO FATTI TORNARE INDIETRO E RICONSEGNATI A GHEDDAFI

Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile

LE TESTIMONIANZE E LE STORIE DI ERITREI E SOMALI NEL FILM DOCUMENTARIO “MARE CHIUSO”, DURO ATTO DI ACCUSA AL GOVERNO ITALIANO… AVEVANO DIRITTO ALL’ASILO

«Ci state gettando nelle mani degli assassini… Dei mangiatori di uomini…».
Così gli eritrei fermati su un barcone supplicarono i militari italiani che li stavano riconsegnando ai soldati di Gheddafi.
Avevano diritto all’asilo, quegli eritrei: furono respinti prima di poterlo dimostrare.
C’è un video, di quell’operazione. Girato con un telefonino.
Un video che conferma le accuse che due settimane fa hanno portato la Corte dei diritti umani di Strasburgo a condannare l’Italia.
Quel video, miracolosamente sottratto alle perquisizioni dei gendarmi italiani e libici, messo in salvo e gelosamente custodito per due anni nella speranza che un giorno potesse servire, è oggi il cuore di un film documentario che uscirà  domani.
Si intitola «Mare chiuso», è stato girato da Stefano Liberti e Andrea Segre e racconta la storia di un gruppo di profughi, in gran parte eritrei e cristiani, in fuga dalla guerra che da troppo tempo si quieta e riesplode sconvolgendo la regione.
«Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perchè nessun giornalista era ammesso sulle navi e tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia», raccontano gli autori.
Lo scoppio della rivolta contro il tiranno libico, nel marzo 2011, cambiò tutto.
Migliaia di poveretti rinchiusi nei famigerati campi di detenzione di Zliten o Tweisha o nella galera di Khasr El Bashir riuscirono a scappare.
E tra questi «anche profughi etiopi, eritrei e somali vittime dei respingimenti italiani che raggiunsero in qualche modo il campo Unhcr delle Nazioni Unite per i rifugiati a Shousha in Tunisia, dove li abbiamo incontrati».
L’atto di accusa contro l’Italia per avere violato le regole del diritto d’asilo è una conferma della sentenza della Corte di Strasburgo.
Il processo, come noto, aveva un punto di partenza preciso: il 6 maggio 2009 a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le nostre autorità  intercettarono una nave con circa 200 persone di nazionalità  somala ed eritrea tra cui bambini e donne incinte.
Tutti caricati su navi italiane e riaccompagnati a Tripoli «senza essere prima identificati, ascoltati nè informati preventivamente sulla loro effettiva destinazione».
Le regole, come inutilmente tentarono allora di ricordare l’alto commissariato Onu per i rifugiati, le organizzazioni umanitarie, molti uomini di chiesa e diversi giornali tra i quali Avvenire e il Corriere , erano infatti chiarissime.
La Convenzione di Ginevra del 1951 dice che ha diritto all’asilo chi scappa per il «giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche».
E l’articolo 10 della Costituzione conferma: «Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà  democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d’asilo».
Non bastasse, il direttore del Sisde Mario Mori, al comitato parlamentare di controllo, aveva chiarito com’erano trattati i profughi in Libia: «I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi…».
Oppure, stando alla denuncia dell’Osservatorio sulle vittime delle migrazioni «Fortress europe», venivano abbandonati a migliaia in mezzo al deserto del Sahara.
Per non dire della sorte riservata alle prigioniere. Spiegò un comunicato del servizio informazione della Chiesa: «Non possiamo tollerare che le persone rischino la vita, siano torturate e che l’85% delle donne che arrivano a Lampedusa siano state violentate». L’Osservatore Romano ribadì: «Preoccupa il fatto che fra i migranti possa esserci chi è nelle condizioni di poter chiedere asilo politico. E si ricorda anzitutto la priorità  del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno».
Il film documentario di Liberti e Segre, attraverso testimonianze da far accapponare la pelle, ricostruisce appunto come il destino di tanti uomini, donne, bambini fu segnato dalla violazione di tutti i diritti di cui dovevano godere.
Basta mettere a confronto le parole di tre protagonisti di questa storia.
Muammar Gheddafi: «Gli africani non hanno diritto all’asilo politico. Dicono solo bugie e menzogne. Questa gente vive nelle foreste, o nel deserto, e non hanno problemi politici». Silvio Berlusconi: «Abbiamo consegnato delle imbarcazioni al fine di riportare i migranti in territorio libico, dove possano facilmente adire l’agenzia delle Nazioni Unite per mostrare le loro situazioni personali e chiedere quindi il diritto di asilo in Italia».
Un anziano somalo filmato in un campo profughi: «Era domenica quando ci hanno riportato a Tripoli. I libici ci hanno portati via con dei camion container e poi nel carcere di Khasr El Bashir. Ci hanno bastonato. Ci hanno picchiati. Ci hanno rinchiusi».
Una testimonianza confermata da Omer Ibrahim e Shishay Tesfay e Abdirahman e tanti altri. Del resto Laura Boldrini, la portavoce, ricorda che l’Alto commissariato Onu per i Rifugiati aveva denunciato l’impossibilità  di svolgere laggiù, in Libia, sotto il tallone di un tiranno come Gheddafi che non riconosceva la convenzione di Ginevra, quell’attività  prevista dagli accordi: «Non avevamo neppure accesso ai campi di detenzione.
A un certo punto ci chiusero, dicendo che non avevamo le carte in regola. Per poi riaprire col permesso di trattare solo le pratiche vecchie».
Ma è la storia di Semere Kahsay, uno dei giovani che stava su uno di quei barconi, il filo conduttore del film.
Eritreo, cristiano, in fuga dalla guerra, con tutte le carte in regola per godere del diritto d’asilo, nell’aprile 2009 riuscì a caricare la moglie incinta, un paio di settimane prima del parto, su un barcone per Lampedusa.
Poi, messi insieme ancora un po’ di soldi lavorando in Libia, si imbarcò per raggiungere la moglie e la figlioletta nata in Italia. Un viaggio infernale. Il barcone troppo carico. L’avaria. La fine della scorta di acqua. La paura. L’arrivo di un elicottero italiano. L’apparizione di una motovedetta: «Eravamo felici. Felici».
Poi la delusione. L’irrigidimento dei militari. Il ritorno a Tripoli. Il sequestro di documenti. La riconsegna ai libici. Il tentativo disperato e inutile di spiegare il suo diritto all’asilo. La prigionia. La guerra. La fuga verso la Tunisia. I nuovi tentativi per ottenere lo status di rifugiato.
Semere l’ha avuto infine, quell’asilo che gli spettava e che secondo il Cavaliere avrebbe potuto «facilmente» avere in Libia andando all’apposito ufficio.
Dopo due anni e mezzo d’inferno. E solo grazie alla guerra civile libica, alla fine di Gheddafi e all’aiuto per sbrigare le pratiche che gli hanno dato gli autori di Mare chiuso . Che l’hanno seguito passo passo fino al suo arrivo, agognato, in Italia.
Dove ha potuto infine ritrovare la moglie, vedere quella figlioletta mai conosciuta e regalarle, in lacrime, un chupa-chups.

Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere   della Sera“)

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LA VERSIONE DI MARONI: “MACCHE’ XENOFOBA”, LA LEGA CI HA SOLO MARCIATO PER PRENDERE VOTI”

Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile

“ANCHE TRA NOI CI SONO I BALUBA CON LA BARBA VERDE E LE CORNA: FANNO PARTE DELLA PANCIA, MA NEL NOSTRO MOVIMENTO C’E’ ANCHE IL CERVELLO E IL CUORE”…. POI CONCLUDE: “LA LEGA E’ UN PARTITO DEMOCRATICO, MA C’E’ UNO CHE COMANDA: CHI DISSENTE SE NA VA O VIENE CACCIATO”

La xenofobia della Lega Nord? Il razzismo? A volte è stata solo tutta scena.
Il Carroccio in passato “ci ha marciato”, con l’obiettivo di “raggiungere consensi”.
Ad affermarlo è stato l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, rispondendo, durante una lezione di giornalismo all’Università  dell’Insubria di Varese, alla domanda di uno studente su alcune dichiarazioni dell’europarlamentare Mario Borghezio e di altri esponenti del partito.
“Non dico che la Lega abbia sempre lanciato messaggi non equivoci — ha sottolineato Maroni — e a volte qualcuno di noi ha esagerato ed è stato malinteso”.
Secondo Maroni “anche nella Lega ci sono i ‘baluba’, quelli con la barba verde e le corna”.
“Fanno parte della pancia — ha aggiunto — ma nel nostro movimento c’è anche il cervello e il cuore. Il mio obiettivo è quello di correggere i pregiudizi neiconfronti della Lega, perchè difendere la propria identità  territoriale non significa essere razzisti”.
Rispondendo a un’altra domanda degli studenti ha detto che “la Lega è un partito democratico, ma come in ogni organizzazione complessa c’è un capo che comanda”.
Quindi “chi ritiene di subire decisioni che non condivide o esce o viene cacciato” e “ultimamente prevale più la seconda strada che la prima”.
“Anche a me è capitato di prendere strigliate — ha concluso — perchè quando penso che una cosa è sbagliata lo dico accettando le conseguenze”.
La fase due della Lega insomma pare iniziata.
Anche perchè oltre all’autocritica su alcune posizioni razziste Maroni ha anche rilanciato il pieno sostegno al sindaco di Verona, Flavio Tosi, nell’occhio del ciclone da tempo nel suo partito.
Ma la sorta di ‘mea culpa’ sul passato non solleva le forze politiche, anzi. “Ammettere di aver lucrato voti su razzismo e xenofobia è di una gravità  estrema, soprattutto se lo fa l’ex ministro dell’Interno” dice l’Idv, alla quale fa eco il Pd: “E’ del tutto inutile che provino a rifarsi la pelle: sono e restano un partito razzista”.

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GETTONI DEL DISONORE: SCATTA L’EPURAZIONE A GENOVA, FINE CARRIERA PER I FURBETTI DELLE COMMISSIONI

Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile

ORA I PARTITI SI FINGONO INDIGNATI PER QUEI CONSIGLIERI CHE “TIMBRAVANO” LA PRESENZA PER AVERE IL GETTONE DA 100 EURO E DOPO POCHI MINUTI SI SQUAGLIAVANO: COME SE NON FOSSE UNA COSA RISAPUTA… EPPURE NESSUNO HA MAI CHIESTO IL CONTRAPPELLO

Saltano come tappi. Salta il muto. Salta il canaro. Salta ‘O praticone. Il tassista è più di là  che di qua.
E i capigruppo? Tremano come foglie, molti sono a rischio, tutti sono finiti nel tritacarne.
‘O praticone, il muto e il canaro sono, rispettivamente, il primo, il secondo e il terzo classificato nel gran premio “Prendi i soldi e scappa”, svelato ieri da Repubblica: quella abitudine malsana di incassare cento euro lordi in cambio di pochi secondi di presenza in commissione comunale.
Per evitare nuove crisi isteriche – dopo quelle, numerosissime, degne di una pellicola di Almodovar e registrate in rapida successione ieri mattina a Palazzo Tursi – diciamo subito che si tratta di soprannomi che i tre diretti interessati – Aldo Praticò del Pdl, Vincenzo Vacalebre dell’Udc e Andrea Proto dell’Italia dei Valori – si portano dietro da anni.
‘O praticone è solo una storpiatura del cognome vero (Praticò).
“Il muto” nasce dall’abitudine del consigliere comunale Vincenzo Vacalebre (già  con l’Ulivo, poi nell’Udc) di stare sempre e comunque zitto.
Per dire, in dieci anni di commissione (è stato consigliere sia sotto il regno della Vincenzi che con il Pericu II) non ha mai aperto bocca.
Del terzo soprannome, il canaro, Andrea Proto – animalista della prima ora, approdato alla Sala Rossa con una manciata di voti – è assolutamente orgoglioso: fondatore prima del periodico “Le cose” e poi di una fortunata catena di negozi per animali, Proto è il paladino dei cani e dei gatti (“loro non votano, ma tu sì” era il suo cavallo di battaglia).
Praticò, Vacalebre e Proto non verranno ripresentati dai loro partiti.
E i due successivi piazzati in classifica (il quarto, Valter Centanaro del Pdl e il quinto, Francesco De Benedictis dell’Idv) sono molto in bilico.
Per non parlare del Pd, ieri mattina sull’orlo di una crisi di nervi, primo partito a decidere, ufficialmente, la linea dura nei confronti dei suoi consiglieri “furbini” (ne parliamo qui accanto).
Il gettone del disonore, ieri mattina, ha scavato un solco profondo tra buoni e cattivi. Nei cattivi sono finiti i tre recordman del “Mordi e fuggi” (Praticò, Vacalebre e Proto), il leader dei tassisti Valter Centanaro e i capigruppo di Italia dei Valori Franco De Benedictis e della Lega Nord Alessio Piana.
Nei buoni una trentina di consiglieri comunali che fanno diligentemente il proprio lavoro (Sel, Rifondazione, Verdi, quasi tutto il Pd, parte del Pdl).
In mezzo una decina di consiglieri sparsi (Danovaro, Federico, Mannu, Tassistro. Porcile, Malatesta del Pd, Dall’Orto dei Verdi, Costa del Pdl, Murolo del gruppo di Musso) beccati con le mani nella marmellata ma – come dire? – qualche volta.
E veniamo alle tardive reazioni dei partiti.
Giovanni Paladini, segretario di Italia dei Valori, confermerete Andrea Proto e Franco De Benedictis?
“Una premessa. Repubblica ha fatto benissimo, mi dispiace molto e sono particolarmente umiliato dal fatto che nel mucchio ci siano finiti due dei miei. La nostra politica è completamente diversa: è fatta di sacrificio, è fatta di gente che lavora per gli altri, non che ruba il gettone. Giovedì sera discuteremo delle candidature: su Andrea Proto non c’è nemmeno da discutere, su De Benedictis vedremo cosa ha da dire. Ma personalmente sono incavolatissimo”.
Rosario Monteleone, confermerete Vacalebre?
“No. Quel modo di far politica, voi lo avete chiamato “Prendi i soldi e scappa”, è quello che ho avversato dal primo giorno in cui mi sono messo a fare politica. E’ difficilmente giustificabile, quel modo di comportarsi: sei stato eletto per partecipare, non per incassare il gettone di presenza”.
Più complicato ottenere dichiarazioni ufficiali, sulla vicenda, in casa Pdl. L
e indiscrezioni dicono che nè Praticò nè Centanaro (rispettivamente numero uno e numero quattro nella hit parade dei fuggitivi) verranno ricandidati:
Praticò resterà  proprio fuori, per il taxista Centanaro è pronta una corsia preferenziale nella lista “Per Vinai sindaco”, ma comunque non sotto la sigla Pdl.

Raffaele Niri
(da “La Repubblica“)

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AVREBBERO DETTO LA STESSA COSA SE SI FOSSE TRATTATO DI ERIGERE UNA SINAGOGA ?

Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile

A GENOVA GLI EX AN CRITICANO IL LORO STESSO CANDIDATO SINDACO PDL, REO DI AVER DISCUSSO CON L’IMAN SULLA MOSCHEA… “LIGURIA FUTURISTA” ATTACCA: “DUE GENOVESI SU TRE NON SONO CONTRARI A UN LUOGO DI CULTO ISLAMICO, FATELA FINITA COL FOMENTARE DIVISIONI, PENSATE PIU’ AI PROBLEMI REALI E   MENO ALLE POLTRONE”

In merito all’incontro del candidato sindaco Pdl PierluigiVinai con l’imman Hussein Salam sul tema moschea e alla successiva presa di posizione di ex An, “Liguria Futurista”, nell’apprezzare il gesto di Vinai nei confronti della Comunità  islamica genovese, ricorda:

1) E’ stata proprio Liguria Futurista ad aver stilato recentemente un documento sulla necessità  di dialogo religioso interculturale tra le diverse comunità , intervistando sia l’imman che un esponente del mondo cattolico genovese.

2) Vinai si è semplicemente smarcato da quella che un ex missino come Staiti ha definito “becerodestra”, intenta a pescare nelle fasce più reazionarie dell’elettorato, per aprirsi invece al confronto, così come in precedenza aveva fatto il candidato Enrico Musso.
E quanto seguito abbiamo le tesi di certi ex An è dimostrato dalla trombatura alle scorse regionali e dal dimezzamento delle preferenze personali.

3) Ricordiamo che un recente sondaggio Swg ha stabilito che solo il 32% dei genovesi è contrario alla costruzione di una moschea, meno dei consensi che raccolgono Pdl e Lega insieme.
Siamo d’accordo invece con un referendum che coinvolga l’intera città , a condizione che, in caso di sconfitta, i “becero-destri” si ritirino definitavemente dalla scena politica, possibilmente senza farsi inserire in consigli di amministrazione con relativo lauto gettone di presenza.

4) Fermo restando che Liguria Futurista sarebbe più favorevole alla costruzione di una moschea in Darsena che diventerebbe, come all’estero, un centro di richiamo turistico, ci chiediamo se certi “critici” avrebbero sollevato le medesime pretestuose polemiche se si fosse trattato di erigere una sinagoga, invece che una moschea.

5) Ricordiamo infine che alle scorse elezioni regionali, nel quartiere di Oregina-Lagaccio, la Lega, che aveva cavalcato la crociata anti-moschea, aveva alla fin fine preso solo un paio di punti in percentuale in più di quanti ne avesse avuto in passato.
Segno evidente che la stragrande maggioranza degli abitanti del quartiere non è certo contraria alla costruzione della moschea ed ha cose più serie a cui pensare.

LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza

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“LETTA MI PORTAVA LE MAZZETTE DI BERLUSCONI AL PSDI”: L’ALLORA TESORIERE BUZIO RACCONTA DI CENTINAIA DI MILIONI IN CONTANTI

Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile

NEL 1993 E’ DOVUTO FUGGIRE IN FRANCIA PER EVITARE L’ARRESTO… “BERLUSCONI ERA DIVENTATO FAN DI MANI PULITE ED E’ STATO SALVATO DA DI PIETRO, ALMENO FINO AL 1994”

Per trovare l’ultimo, dimenticato corriere delle tangenti della Prima Repubblica bisogna arrivare fin quassù, in Alta Savoia, panorama mozzafiato, con una corona di monti a fare la guardia alla valle che si apre in territorio francese, appena sbucati dal tunnel del Monte Bianco.
Roberto Buzio, 63 anni, dal 2004 è cittadino francese.
Molti quassù lo ricordano come il gestore di “Les Dà’mes de Miage”, un delizioso ristorante di Saint Gervais les Bains specializzato nei risotti italiani.
Ma ora ha riposto il cappello da chef e si occupa di compravendite immobiliari, insieme con la giovane moglie, che negli anni Ottanta in Italia partecipò come cantante a un’edizione del festival di Sanremo.
Tangenti pagate fino al 1992 ai partiti della Prima Repubblica da Silvio Berlusconi, attraverso Gianni Letta.
È questo che racconta, pur con mille cautele.
Perchè nella sua vita precedente, che non ha mai dimenticato, Buzio era — ripete con orgoglio — “un uomo politico” nell’Italia dei partiti: “Sì, sono stato per quindici anni il segretario di Giuseppe Saragat. E poi, dopo la sua morte, ho continuato a fare politica per il Psdi, il partito socialdemocratico”.
Nel 1993 di Mani pulite ha dovuto scappare dall’Italia, per evitare l’arresto. Ha cominciato la sua nuova vita in Francia.
Ma prima che tutto crollasse, ha fatto in tempo a sapere e vedere molte cose. “Antonio Cariglia, ultimo presidente del Psdi, mi chiese di andare da alcuni imprenditori a raccogliere contributi per il partito. Tra questi, c’era anche Berlusconi, che fino al 1992 ha sostenuto i partiti della Prima Repubblica. Ho ricevuto diversi contributi di Berlusconi dalle mani di Gianni Letta. L’ultimo, a ridosso delle elezioni dell’aprile 1992: avevamo capito che erano l’ultima spiaggia. Lo andai a ritirare in un ufficio nel centro di Milano. Quella volta non c’era Letta, ma un altro personaggio”.
Negli archivi di Mani pulite c’è la traccia di una tangente pagata da Letta a Buzio: 70 milioni di lire, versati nel 1989.
Anche Letta l’ha ammessa, in un interrogatorio ad Antonio Di Pietro. Ma tutto è coperto dalla provvidenziale amnistia che arrivò quell’anno. “Intanto non erano 70, bensì 200 milioni”, racconta oggi Buzio.
“E poi rivelammo solo quella, d’accordo con i nostri avvocati, perchè sapevamo che era annullata dall’amnistia. Ma i pagamenti continuarono fino al 1992. Erano parecchie centinaia di milioni. Non solo, nell’ambiente sapevamo che a riscuotere non era soltanto il Psdi: Berlusconi sosteneva tutto il pentapartito”.
Di più non vuol dire. Buzio anzi s’arrabbia se gli si chiede di specificare fatti, nomi, luoghi, cifre. “Siete come Di Pietro. Ma Di Pietro ha distrutto l’Italia, ha preso solo i ladri di polli, ha provocato la morte civile di migliaia di persone, ha rovinato la vita a quelli come me. Sì, ho ritirato contributi per il partito. L’ho fatto e lo rifarei: era una giusta ridistribuzione del reddito, erano soldi che gli imprenditori restituivano ai cittadini . Noi li abbiamo usati per fare politica”.
Non è un “pentito”, dunque, Roberto Buzio. Anzi.
Continua a essere orgoglioso del ruolo che ha avuto, a fianco di Saragat.
Ed è rimasto un implacabile nemico dei magistrati: “I pm di Milano hanno compiuto ingiustizie gravissime. E il gip Italo Ghitti ha disposto il mio arresto, il 26 febbraio 1993, senza uno straccio di prova, solo la parola di Enzo Papi, l’amministratore delegato di Cogefar Impresit, gruppo Fiat, che non conosceva neppure il mio nome: nei verbali mi chiama Burzio, invece che Buzio. Sosteneva di avermi consegnato 300 milioni per un appalto Enel. Macchè appalti Enel! Era il sostegno della Fiat al partito. Si può arrestare un uomo solo sulla base di chiacchiere? Io ho una storia, mio padre Luigi Buzio, prima di me, è stato senatore del Psdi. E io non sono finito a San Vittore soltanto perchè ero già  qui in Francia”.
Poi gli avvisi di garanzia si moltiplicarono, Buzio trattò “la resa” tramite i suoi avvocati (“Chissà  chi li ha pagati? Io ho dato loro solo qualche milione, chi avrà  versato il resto?”), evitò il carcere.
Fu interrogato dai magistrati, poi vennero i patteggiamenti e le assoluzioni.
“Sono stato interrogato più volte, da Antonio Di Pietro e da Gherardo Colombo. E ho capito questo: delle tante cose che noi indagati dicevamo, solo alcune venivano sviluppate, altre erano invece lasciate cadere. Io già  allora avevo accennato a Berlusconi, ma nessuno mi ha chiesto di approfondire. Berlusconi, diventato grande fan di Mani pulite, è stato salvato da Di Pietro, almeno fino al 1994. Se lo avessero indagato seriamente già  nel 1992, la storia d’Italia sarebbe stata diversa. Ai pm ho riferito anche di un contributo promesso dal segretario di Gianni Agnelli a Roma: Di Pietro si segnò il nome su un foglietto, poi non ne fece niente. Ecco la mia rabbia: alcuni sono stati perseguitati, altri sono stati salvati”.
Buzio guarda fuori dalla finestra i monti, la valle, le luci che si accendono. “Se la sono presa con Domenico Modugno, a cui il mio partito aveva dato 500 milioni di lire per fare dei concerti durante la campagna elettorale. E hanno distrutto in un attimo chi come me aveva fatto politica tutta la vita. Non hanno invece perseguito i furbi che sono ancora oggi in azione. Cosa crede? Che non sarei potuto andare anch’io da Berlusconi, negli anni scorsi? Ora sarei deputato. Ma a me interessa ristabilire la verità  storica. Lo farò, a ogni costo. Ho preferito fare il cuoco: Saragat, che conosceva bene la Francia, mi diceva: ‘In Francia rispettano due figure: il sindaco e lo chef’. Io ho fatto lo chef. Adesso non voglio vendetta, ma giustizia. Avrei tante cose da raccontare, sui furbi e sui riciclati”.
Così parla Roberto Buzio, irriducibile della Prima Repubblica.
Poi si richiude nel suo silenzio, mentre in Alta Savoia cade la notte.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MA CHE CI FACCIAMO ANCORA A KABUL?

Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile

MASSIMO FINI: “GLI USA MASSACRANO E NOI SIAMO ANCORA LI'”

Ora basta. Fino a quando gli italiani riterranno di dover rimanere complici dell’infamia che si consuma da più di dieci anni in Afghanistan?
Alleati fedeli come cani, ma sleali perchè noi i talebani li paghiamo perchè non ci attacchino e, in alcuni casi, addirittura ci proteggano (il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ci quereli pure, ma gli consigliamo di farsi ragguagliare dai colleghi francesi che nel 2008 a Sorobi, dopo aver sostituito gli italiani nel controllo della regione fin lì tranquilla, furono vittime di un devastante agguato talebano perchè non erano stati informati dai comandi italiani di questi poco onorevoli patteggiamenti).
Il massacro dell’altra notte nei due villaggi di Alokozai e Najeeban, vicini a Kandahar (16 civili uccisi nel sonno, nove bambini, tre donne, il resto eran vecchi perchè gli uomini validi sono a combattere) compiuto da un sergente americano in preda a una crisi di nervi secondo le opportunistiche ricostruzioni del Pentagono, da un gruppo di soldati ubriachi di whisky e di paura secondo fonti locali (altro che “il carattere eccezionale dei nostri militari” richiamato, nell’occasione, da Obama), per quanto grave non è che una goccia nel mare dei 60 mila civili afghani uccisi a causa della presenza della Nato in Afghanistan.
Direttamente dai dissennati raid aerei, sui villaggi, sparando nel mucchio nella speranza di colpire qualche guerrigliero.
E sono la maggioranza secondo un rapporto dell’Onu: “I raid aerei sono la principale causa delle vittime civili in Afghanistan”.
E indirettamente perchè se non ci fosse la presenza delle truppe straniere non ci sarebbe nemmeno la reazione della guerriglia.
Ed è questo il punto cruciale, non la strage dell’altro ieri.
Che cosa ci stanno a fare gli occidentali in Afghanistan? Bin Laden?
Il califfo saudita è scomparso fra il 2004 e il 2005, anche se gli americani lo hanno “fatto morire”, per dei loro motivi, soltanto l’anno scorso.
Al Qaeda? Ammesso che esista, non sta certo in Afghanistan.
E allora? La guerra all’Afghanistan, fatta la tara del business della ricostruzione e del traffico degli stupefacenti cui anche i contingenti occidentali partecipano, è una guerra squisitamente ideologica.
Se lo è lasciato sfuggire Sarkozy quando nel gennaio del 2011 tre militari francesi furono uccisi: “La missione della Francia in Afghanistan è stata decisa per una giusta lotta contro le forze dell’oscurantismo , della barbarie e del ritorno al Medioevo”. Insomma l’Illuminismo contro l’Oscurantismo.
Solo che, nel frattempo, gli oscurantisti, gli intolleranti, i totalitari sono diventati quelli che si dicono illuministi che pretendono la reductio ad unum dell’intero esistente al proprio modello, valoriale, economico, sociale, istituzionale.
Ma i popoli hanno perso anche il diritto di filarsi da sè la propria storia e di preferire la loro alla nostra?
Viene negato anche l’elementare diritto di un popolo a resistere all’occupazione dello straniero, comunque motivata.
I Talebani non sono dei terroristi, come ancora qualcuno li definisce, è gente che è insorta contro un’occupazione odiosa, corruttrice, violenta, prepotente, arrogante e intorno ai Talebani si è via via raggruppato l’intero popolo afghano, a parte quella frangia che è stata comprata con i dollari americani, a cominciare dal fantoccio Karzai che ora, nel gioco delle parti, fa la voce grossa, ma è alle dirette dipendenze del Dipartimento di Stato.
La guerra all’Afghanistan è la più vile, la più codarda, la più sconcia della guerre, che gli occidentali combattono, si fa per dire, quasi esclusivamente con l’aviazione e, sempre più spesso, con i droni, aerei senza equipaggio, teleguidati da diecimila chilometri di distanza.
È una guerra senza legittimità  e senza dignità .
Una guerra che disonora chi la fa. Possibile che nel civile Occidente, nell’umanitario Occidente non si levi una sola voce contro questa guerra?
Dove sono finite le folle di pacifisti che manifestavano quasi ogni giorno contro la guerra in Vietnam? Sparite.
E si capisce facilmente il perchè.
All’epoca della guerra in Vietnam esisteva ancora l’Unione Sovietica e l’intellighentia di sinistra sosteneva la lotta dei vietcong.
Ma gli afghani non sono comunisti, non sono liberali, non sono arabi, non sono cristiani, non sono ebrei, sono solo un antico popolo attaccato alle proprie tradizioni. Come scrisse in una straordinaria lettera l’alpino Matteo Miotto due mesi prima di essere ucciso in battaglia: “Questi popoli hanno saputo conservare le proprie radici, dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case, invano. L’essenza del popolo afghano è viva… È gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. E allora capisci che questo strano popolo ha qualcosa da insegnare anche a noi”.
E invece non abbiamo imparato nulla.
Persino i sovietici, dopo dieci anni, capirono che non potevano piegare un popolo che, come scopre tardivamente l’iperoccidentale Guido Olimpio, “non è stato mai domato”. E se ne andarono.
Noi invece siamo ancora lì, a pisciare sul Corano, a pisciare la nostra arroganza, la nostra violenza, la nostra supponenza, la nostra ignoranza e, soprattutto, la nostra vigliaccheria e la nostra abietta paura.

Massimo Fini   blog

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I VALORI PIU’ IMPORTANTI? RESTANO DIO, ITALIA E FAMIGLIA

Marzo 13th, 2012 Riccardo Fucile

L’ESITO DELLA RICERCA CENSIS RIVELA CHE GLI ITALIANI PONGONO AL PRIMO GRADINO LA FAMIGLIA, ANCHE SE CON FORMAT DIVERSI DAL MATRIMONIO… INDIVIDUALISMO IN CRISI, AUMENTA LA SOLIDARIETA’

Al primo posto, la famiglia.
Poi il luogo – l’Italia –   dove più si è affinata la qualità  della vita e il culto della bellezza.
A seguire la fede anche nelle vesti della tradizione religiosa.
È questa, secondo un’indagine realizzata dal Censis nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità  d’Italia, la ‘scala’ dei valori in cui credono gli italiani.
Gli abitanti del Belpaese indicano al 65% il senso della famiglia, al 25% il gusto per la qualità  della vita, al 21% la tradizione religiosa e al 20% l’amore per il bello.
“Per il futuro – osserva il Censis – i valori che ‘faranno’ l’Italia e gli italiani sembrano poggiare sempre meno sulla rivendicazione dell’autonomia personale e sempre più sulla riscoperta dell’altro, sulla relazione e la responsabilità . Sono valori che in questa fase fanno emergere scintille di speranza che vanno però alimentate e potenziate, affinchè possano diventare un nuovo motore di crescita sociale, economica e civile del Paese”.
Intanto, “la crisi del soggettivismo ha generato due pulsioni. La prima è l’apertura all’altro, la riscoperta del valore delle relazioni, convinti che ci possiamo salvare solo tutti insieme. La seconda è un emotivo approccio restrittivo verso le passate sregolatezze dell’individualismo. Ma nessuna pedagogia calata dall’alto – sottolinea ancora il Censis – potrà  ‘fare’ i nuovi italiani: nessuna etica eterodiretta, tesa a rieducare i cittadini a comportamenti virtuosi, innescherà  un nuovo ciclo di sviluppo civile e sociale”.
Tanti format familiari.
Perno della comunità  nazionale resta la famiglia, “anzi i diversi ‘format’ familiari”, come precisa la ricerca del Censis, visto che nel periodo 2000-2010 sono diminuite le coppie coniugate con figli (-739.000), mentre sono aumentate le coppie non sposate con figli (+274.000) e le famiglie con un solo genitore (+345.000).
Nel periodo 1998-2009 sono aumentate le unioni libere (+541.000, arrivando in totale a 881.000) che, inclusi i figli, coinvolgono oltre 2,5 milioni di persone.
Complessivamente, sono 5,9 milioni gli italiani che hanno “sperimentato nella loro vita una forma di convivenza libera”.
Le famiglie ‘ricostituite’, formate da partner con un matrimonio alle spalle, sono diventate 1.070.000.
Quelle ricostituite coniugate sono aumentate di 252.000 unità , arrivando in totale a 629.000. “Le diverse modalità  concrete di essere famiglia – commentano al Censis – rispondono al bisogno crescente di avere una relazionalità  significativa”.
Più del 90% degli italiani si dichiara soddisfatto delle relazioni familiari. Anche se ci si sposa meno (tra il 2000 e il 2010 i matrimoni sono diminuiti del 23,7%: 67.334 in meno), all’unione matrimoniale è ancora riconosciuto un valore importante: il 76% degli italiani è convinto che sia una regola da rispettare e il 54% ritiene che garantisca maggiore solidità  alla coppia.
Qualità  della vita.
Il gusto per la qualità  della vita resta “una forza che genera coesione nell’individualismo italiano”, osserva il Censis nella sua ricerca sui valori degli italiani, che dimostrano di sentire l’orgoglio di appartenere al Paese del buon vivere.
Il 56% dei cittadini è infatti convinto che l’Italia sia il Paese al mondo dove si vive complessivamente meglio.
E anche se in futuro avessero la possibilità  di andarsene via dal Paese d’origine, due terzi dei cittadini (66%) non lo farebbero in nessun caso.
Fede.
Per quanto riguarda la fede, l’82% degli italiani pensa che esista una sfera trascendente o spirituale che va oltre la realtà  materiale: il 66% si dichiara credente, cui va aggiunto il 16% di coloro che credono ma si dichiarano non osservanti.
Anche se in realtà  i due terzi degli italiani di fatto non entrano mai nei luoghi di culto e solo un terzo vi si reca, una o più volte alla settimana, per partecipare alle funzioni religiose.
Il ‘bello’.
Se il 70% degli italiani è convinto che vivere in un posto bello aiuti a diventare persone migliori e che ci sia un legame tra etica ed estetica, riconoscendo alla bellezza anche una funzione educativa, il 41% ritiene che le meraviglie del nostro Paese possano essere la molla che ci farà  ripartire.
Calano i consumi.
Con la crisi dell’individualismo anche il consumismo attrae meno: il 57% degli italiani pensa che, al di là  di problemi di reddito, nella propria famiglia il desiderio di consumare è meno sentito rispetto a qualche anno fa. Il 51% degli intervistati crede che nella propria famiglia si potrebbe consumare meno tagliando eccessi e sprechi; il 45% pensa che si dovrebbe conservare quello che si ha piuttosto che puntare ad avere di più (29%).
La quota degli italiani che sostiene di volere consumare meno sale a oltre il 61% nel Nordovest d’Italia e a oltre il 55% al Centro, è maggioritaria tra i giovani e gli adulti.
Chi è convinto che gli italiani abbiano le cose importanti afferma anche di avere – di tanto in tanto – il desiderio per nuovi beni o servizi: su un totale del campione che si è così espresso, pari al 31,8%, nei giovani fra i 18 e i 29 anni la percentuale è del 35,2%, del 30,7% negli italiani tra i 30 e i 44 anni, sale al 34,2% tra chi ha un’età  compresa tra i 45 e i 64 anni ed è del 27,8% per chi ha 65 anni e oltre.
Solidarietà  e onestà .
Valori considerati necessari per migliorare la convivenza sociale in Italia sono sicuramente moralità  e onestà  (55,5%), rispetto per gli altri (53,5%) e solidarietà  (33,5%): “Non è un generico richiamo al merito o all’autonomia individuale – osserva il Censis – ma il lento, difficile, sofferto, condiviso impegno collettivo in una diversa quotidianità  dei rapporti fatta di maggiore rispetto e attenzione per gli altri”.
Legalità .
Infine, “stanchi delle forme più estreme e sregolate di individualismo e trasgressione, negli italiani è scattato il riflesso law and order”.
Ecco allora che l’89% dei cittadini vorrebbe misure più severe contro le droghe pesanti, l’87% le ritiene auspicabili per contrastare i fenomeni legati alla guida pericolosa, il 76% nei confronti dell’abuso di alcol, il 74% verso le droghe leggere, il 71,5% nei confronti della prostituzione, il 52% verso i fumatori e un 47% anche per chi mangia cibi ipercalorici che causano l’obesità .

(da “La Repubblica“)

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