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IL FUORIONDA DI CALOGERO MANNINO SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA: “HANNO CAPITO TUTTO, STAVOLTA CI FOTTONO”

Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile

IN UN BAR DI ROMA, UNA CRONISTA DEL “FATTO” ASCOLTA UN COLLOQUIO RISERVATO TRA L’EX MINISTRO E L’EUROPARLAMENTARE UDC GARGANI… LA PREOCCUPAZIONE CHE EMERGA IL RUOLO DELLA SINISTRA DC E DI DE MITA NELLE PRESSIONI PER AMMORBIDIRE IL CARCERE DURO PER I BOSS DI COSA NOSTRA NEL 1993

Sono circa le 12,30 di mercoledì 21 dicembre quando arrivo alla pasticceria Giolitti in via degli Uffici del Vicario, a due passi da Piazza del Parlamento, dove ho appuntamento per ragioni di lavoro con l’onorevole Aldo Di Biagio di Fli.
Entro, ma non lo vedo. La voglia di accendere una sigaretta supera anche il freddo pungente. Esco. Mi siedo a un tavolino e ordino un cappuccino. Sono sola.
Poco dopo vedo arrivare, a passo lento, l’onorevole Calogero Mannino in loden verde, in compagnia di un signore dai capelli bianchi, occhiali, cappotto scuro taglio impermeabile e in mano un libro e dei fogli. Non so chi sia. I due stanno parlando.
E continuano a farlo fermandosi in piedi accanto al mio tavolo.
Mannino, che mi dà  le spalle, dice con tono preoccupato e guardandosi più volte intorno sospettoso: “Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perchè hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perchè questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità . Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.
Il suo interlocutore annuisce con cenni del capo e ripete: “Certo, certo, stai tranquillo, non ti preoccupare, ci parlo io”.
E Mannino ripete: “Fallo subito, è importante, mi raccomando”.
Poi, avvicinandosi di più al signore coi capelli bianchi, gli sussurra all’orecchio parole che ovviamente mi sfuggono, ma che suscitano nell’interlocutore un’espressione di meraviglia. Subito dopo, i due si salutano, si abbracciano e si scambiano gli auguri di Natale.
Mannino si dirige verso il Pantheon, mentre il signore occhialuto col cappotto scuro verso Piazza del Parlamento, dove poco dopo lo fotografo con il mio iPhone.
Subito dopo mi raggiunge l’onorevole Di Biagio.
Il quale, vedendomi un po’ turbata, mi domanda cosa mi sia accaduto. Rispondo genericamente di aver ascoltato Mannino dire cose incredibili.
Rientro in redazione nel primo pomeriggio e racconto per sommi capi quello che ho visto e sentito al direttore Antonio Padellaro e al vicedirettore Marco Travaglio.
Quest’ultimo, quando gli mostro la foto scattata dal mio iPhone e gli chiedo se riconosca il signore occhialuto coi capelli bianchi, risponde sicuro : “Certo, è Giuseppe Gargani, ex democristiano, demitiano, poi berlusconiano”.
Gargani è un ex Dc, ex Ppi, nominato commissario dell’Agcom dal governo dell’Ulivo, poi transitato in Forza Italia e di lì confluito nel Pdl, eletto europarlamentare, ultimamente fondatore di Europa Sud e da poco passato all’Udc di Casini.
Alla luce di questa biografia, le parole che ho appena ascoltato diventano tante tessere che vanno a riempire una parte del mosaico.
Annoto quello strano episodio con le parole che ho ascoltato dalla viva voce di Mannino nel mio taccuino: un giorno questi appunti potrebbero tornare utili.
Ci ripenso quando leggo che la Procura di Palermo, nel corso dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, è salita a Roma il 12 gennaio per sentire come testimone Ciriaco De Mita.
Già  so infatti quel che ha dichiarato a suo tempo Massimo Ciancimino: la trattativa fra gli uomini del Ros e suo padre Vito godeva di coperture politiche anche tra le file della sinistra Dc (la corrente, appunto, di De Mita e Mannino).
Mi riservo di approfondire e contestualizzare meglio.
Intanto passa qualche altro giorno ed ecco accendersi definitivamente la lampadina quando, il 23 febbraio, le agenzie e i siti battono la notizia che Calogero Mannino, già  assolto in Cassazione dopo un lungo e tortuoso processo per concorso esterno in associazione mafiosa, è di nuovo indagato a Palermo.
Questa volta per il suo presunto coinvolgimento nella trattativa Stato-mafia.
Il reato contestato è quello previsto dall’articolo 338 del Codice penale, aggravato dall’articolo 7 (cioè dall’intenzione di favorire Cosa Nostra): per “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”.
Lo stesso che vede già  indagati il generale ex Ros Mario Mori, l’ex capitano Giuseppe De Donno, il senatore Marcello Dell’Utri, i boss Totò Riina e Bernardo Provenzano. Approfondisco le ultime mosse dei magistrati e apprendo che durante l’interrogatorio c’è stato un duro scontro tra il pm Antonio Ingroia e Ciriaco De Mita.
Ingroia definisce Mannino, nel periodo che era oggetto dell’interrogatorio, ministro degli Interventi straordinari del Mezzogiorno, De Mita puntualizza: “Ministro dell’Agricoltura”.
Ma il pm insiste. “E come fa a permettersi di insistere?”, sbotta De Mita.
Il pm replica: “Perchè ricordo, ricordo diversamente”.
“Giudice — ribatte De Mita — se lei ha la presunzione della verità  delle sue opinioni, io temo per gli imputati!”.
Ad avere ragione è Ingroia: Mannino fu ministro dell’Agricoltura nel 1982 e ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno dal 12 aprile ’91 al 28 giugno ’92.
Ma alla fine De Mita aveva dovuto ammettere di avere torto: “È grave, è grave per me…”.
Quanto al ruolo di Mannino, le cronache riferiscono che l’autista di Francesco Di Maggio (il magistrato promosso vent’anni fa vicedirettore del Dap e poi scomparso) ha rivelato ai pm di aver appreso dallo stesso Di Maggio che proprio Mannino fece pressioni affinchè non venisse rinnovato il 41-bis ad alcuni mafiosi detenuti.
Ecco di che cosa parlava Mannino con Gargani quel mattino poco prima di Natale.
Ecco perchè appariva così terrorizzato da possibili “voci stonate” sulla trattativa e interessato alla compattezza e all’uniformità  delle versioni da parte di tutti gli “amici” della vecchia Dc.
Ed ecco, ben chiare di fronte a me, le ultime tessere mancanti del mosaico di quell’episodio che temevo fosse destinato a restare confinato in qualche riga di appunti sul mio block notes.
Ne parlo con qualche mia fonte di ambiente investigativo e ben presto la scena cui ho assistito davanti al bar Giolitti giunge a conoscenza dei magistrati di Palermo.
Vengo convocata dai pm Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido che indagano sulla “trattativa” per essere ascoltata come persona informata sui fatti, cioè come testimone nel fascicolo sulla trattativa.
Ovviamente accetto di raccontare tutto ciò che ho visto e sentito quel mattino.
Dopo verranno subito sentiti i due politici protagonisti del colloquio da me casualmente ascoltato: cioè Mannino e Gargani.
Alla fine, al momento di firmare il verbale, i magistrati mi ricordano che le deposizioni dei testimoni sono coperte dal segreto investigativo.
Obietto che sono una giornalista, oltrechè la depositaria della notizia.
Dunque, ultimate tutte le verifiche per contestualizzare il colloquio Mannino-Gargani, racconterò tutto anche ai lettori.
Cosa che ho appena fatto.

Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LUSI “SE PARLO IO SALTA IL CENTROSINISTRA: ERANO TUTTI D’ACCORDO SE PARLO SUCCEDE UN CASINO”.

Marzo 9th, 2012 Riccardo Fucile

IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERVISTA TRASMESSA IERI SERA A “SERVIZIO PUBBLICO” DI   SANTORO…LE ACCUSE DELL’EX TESORIERE DELLA MARGHERITA

Di seguito l’intervista a Luigi Lusi, trasmessa ieri sera da Servizio Pubblico.

Lei adesso ha attraversato un corridoio e ha scelto di entrare in questa stanza perchè ha un appuntamento con me. Ma ci sono tante altre stanze prima della mia. E io mi domando: perchè non è andato a vedere in tutte le altre stanze? O meglio, perchè ha scelto solo la mia e non le altre?”.
Inizia così, nel suo ufficio del Senato, l’incontro con Luigi Lusi, l’ex tesoriere della Margherita sotto inchiesta per appropriazione indebita.
La Procura sta indagando su 13 milioni di euro che Lusi avrebbe sottratto al partito.
“Io ho gestito 214 milioni di euro del partito, e ne ho lasciati 20 in cassa. Facciamo finta che ne abbia presi 7, poi ho pagato 6 milioni di tasse e arriviamo a questi famosi 13 milioni. Ne rimangono altri 181”.
Dove sono finiti?
Secondo lei questi 181 milioni di euro li abbiamo usati tutti per pagare il personale e i telefonini? Nessuno si fa questa domanda?
Sarebbe lecito se lei avesse finanziato la campagna elettorale di Franceschini piuttosto che di qualcun altro del Pd?
Non c’è niente di illecito nella gestione di 214 milioni di euro.
Sarebbe illecito, invece, se lei avesse finanziato Rutelli da quando è andato all’Api.
Questo lo dice lei. Non è cattolico lei, eh? Ma certo, è così. La cosa incredibile è che se tu hai raccolto 100 lire per strada e te le tieni in tasca, poi ti metti pure a dire che è giusto restituire i soldi che trovi per terra e che non sono tuoi? Ti stai zitto, no? E invece lui parla. Perchè non sta zitto?
Me lo dica lei.
Perchè questa partita è molto più grande, questa partita fa saltare il centrosinistra. E quando su di me uscirà  fuori ulteriore merda, che servirà  a screditarmi definitivamente, vedrà  che non ci sarà  più una domanda da porsi.
Più persone dell’ex Margherita mi hanno fatto capire che sospettavano di lei.
Ma dove stavano questi dal 2002 in poi? Perchè i revisori dei conti e il comitato di tesoreria hanno sempre fatto relazioni positive sui miei bilanci?
Io ho sempre avuto uno scontro a viso aperto con Parisi, perchè lui diceva che io facevo le cose sporche per Rutelli. Se uno pensa che ha un tesoriere furbetto prende le contromisure, no?
Mi sta dicendo che per loro andava tutto bene?
Sì, è così perchè è evidente che andavano bene altre cose, no? Se ti va bene quel divano su cui sei sdraiato anche se ti fa male la schiena, le cose sono due: o ti sei bevuto il cervello, oppure hai uno scambio. Soffro un po’ per avere altro, mi spiego?.
Sostanzialmente mi sta facendo capire che…
Io non le voglio far capire niente. E non voglio entrare in questa brutta cosa che qualcuno ha tirato fuori di Renzi e di Bianco .
à‰ uscito che lei teoricamente avrebbe finanziato Renzi anni fa.
Sì, ma cancellerei il termine teoricamente perchè se uno domani me lo chiede, io dovrò rispondere. Il punto è che dicono che le ho tirate fuori io queste cose, ma io non ho niente in mano di tutto ciò. à‰ evidente che queste informazioni sono uscite da chi sta facendo le indagini o, più probabilmente, dalla guerra interna al Partito democratico.
Ho l’impressione che se lei parla succede un casino.
à‰ così, punto. C’è poco da discutere. Nessuno è interessato a che io parli.
La definiscono un “rutelliano” di ferro. E alcuni suoi colleghi mi hanno fatto capire che quando Rutelli ha fondato l’Api, lei sarebbe rimasto nel Pd per tenere la cassa.
Ma non l’ho certo mantenuta perchè c’è un contratto scritto che dice che se non vai all’Api mantieni la cassa.
Mi sta dicendo che gliel’hanno fatta mantenere.
E perchè secondo lei me l’hanno fatta mantenere?
Perchè elargiva…
Mica sono un benefattore. Io eseguivo ciò che mi veniva detto di fare, ed evidentemente per loro ero affidabile.
E queste cose che le dicevano di fare rientrano nel lecito o nell’illecito?
Rientrano nel border line del finanziamento alla politica. Formalmente è tutto lecito. Tutti i partiti gestiscono il contributo pubblico in modo privatistico, perchè questo la legge impone. Quando i soldi pubblici dei rimborsi elettorali entrano dentro un partito diventano soldi privati. E non c’è nessuna legge che dice come li devi gestire. Ecco perchè parlo di border line.
Questi 13 milioni di euro che lei avrebbe sottratto al partito rientrano nell’illecito.
Questo lo devono decidere i magistrati, non io. Io ho fatto tutto quello che mi è stato detto di fare. Chi è che ha firmato i bonifici? Io. Chi è che ha dato le autorizzazioni? Io. Sono responsabile di tutto quello che è stato fatto dal 3 agosto 2001 al 16 agosto 2012. Altro discorso, però, sono i processi decisionali interni al partito, sui quali non entro perchè è la sfera di cui nessuno vuole parlare.
Il magistrato che si occupa del suo caso mi ha fatto una domanda interessante: “Perchè secondo lei nessuno nella Margherita ha chiesto il pignoramento dei beni di Lusi?
Uno che fa questa domanda vuol dire che usa il cervello. E se lo usa perchè massacra me?
Lei se l’è fatta questa domanda?
Io ho la risposta! Ma veramente pensa che sia un cretino? Rutelli ha mandato una lettera vergata di suo pugno in cui scrive che è d’accordo con il patteggiamento e con la fideiussione. E nessuno si domanda niente? Facciamo finta che lei lavora per Santoro da 13 anni, e che per tutti questi anni ha cavalcato una zona d’ombra perchè era leale al suo capo. E poi le succede una cosa, una qualsiasi cosa per cui Santoro dice: “Io? Non so un cazzo!! Faceva tutto Luca”. Lei come si sentirebbe?
Chiarissimo. Però questo succede perchè esce fuori la storia dei 13 milioni di euro che lei si sarebbe intascato.
E secondo lei questa storia come è uscita? Lei pensa veramente che questo casino succede perchè la Banca d’Italia manda un warning? Ma di che cazzo stiamo parlando? Noi abbiamo risposto sempre alle segnalazioni di Unicredit. E Unicredit ha rimandato indietro le nostre risposte per tre volte, perchè in realtà  inciuciava. Ma perchè inciuciava? Perchè qualcuno gli ha detto di inciuciare.
E secondo lei questo è stato un fuoco amico?
Non è propriamente mio amico, ma è un fuoco amico. à‰ figlio di una guerra vecchia, prima contro Rutelli e poi contro il Pd. Ma siccome lei mi prude e mi fa male quando parla dei 13 milioni di euro, io le rispondo. Uno che prende 13 milioni e che ne paga 7 di tasse, accende due mutui? Puoi essere ingenuo, scemo, un ladruncolo di periferia, ma sei così coglione che prendi tutti ‘sti soldi e ti accendi due mutui ? Se devi giocarti la partita, lo fai bene fino in fondo, no?.
Lei avrebbe usato un milione e 900.000 euro della Margherita per l’acquisto del suo appartamento di via Monserrato a Roma.
Su quale cazzo di carta è scritto che avrei pagato un milione e 900.000 euro per la casa di via Monserrato? Mi dice dove cazzo è scritto? à‰ una delle cose che io ho contestato ai magistrati, è falsa. Ci sono circa 500 mila euro pagati alla firma del contratto di acquisto, più un mutuo di 1 milione e 700.000 euro. Sti cazzo di mutui uno perchè li accende se ha tutti quei soldi liquidi?
I 500 mila euro vengono dalla Margherita o sono suoi?
Vengono dalla società  che l’ha acquistata.
Parla della TTT, una società  riconducibile a lei.
Mi creda. Non c’è niente che non si sappia.
Mi sta dicendo che all’interno del partito tutti sapevano dell’esistenza di questa società ?
Chi lo doveva sapere lo sapeva, certo. à‰ un reato costituire una società ? No. Ho fatto consulenze finalizzate alla verifica del funzionamento contabile del processo di liquidazione degli organi territoriali della Margherita e ho scoperto l’ira di Dio. Se poi mi chiedi di produrre quei documenti, io ti dico che li ho distrutti perchè parlavano delle mignottate che hanno fatto in tanti. E che faccio? Me li tengo? Se sono un tesoriere serio li distruggo, perchè quello è il mio ruolo. Non sono un santo. Ho fatto il tesoriere, e il tesoriere si sporca le mani con la merda, c’è poco da fare.

Luca Bertazzoni
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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QUALI SONO LE CITTA’ DELLE DONNE: L’ITALIA 74° SU 135

Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile

NORVEGIA IMBATTIBILE PER LE MAMME, QATAR PER LE UNIVERSITARIE

Sarà  difficile oggi, giornata della donna, scegliere se festeggiare o celebrare il fallimento di una scommessa universale.
Perchè ci sono luoghi migliori e peggiori dove essere donna.
E se l’Islanda rappresenta l’emblema dei primi e lo Yemen dei secondi, l’Italia (un po’ oltre la metà , verso i peggiori) è il simbolo di quei Paesi che più faticano a fare il grande passo.
Il World economic forum, nel suo rapporto The global gender gap 2011, ci rassicura: «Negli ultimi sei anni l’85% dei Paesi del mondo ha migliorato la condizione della donna».
Anche se in termini politici ed economici c’è ancora molto da fare.
«Da Londra a Lahore la disuguaglianza tra uomini e donne persiste», avverte la Oxfam. Ma è una mappa dell’essere donna piena di sorprese quella che, partendo proprio dal rapporto, ha elaborato il quotidiano britannico The Independent.
Le più fortunate
Il paese più women friendly è l’Islanda: lo era nel 2009, nel 2010, si riconferma nel 2011. Qui è stato raggiunto il più alto livello di parità  dei sessi: scuola, lavoro, politica, salute.
Il luogo peggiore è lo Yemen, quello più pericoloso l’Afghanistan.
L’Italia occupa il 74° posto su 135 nella classifica internazionale: stessa posizione del 2010 ma peggiore rispetto al 2009 (72° posto) e al 2008 (67°).
Deputate e donne premier
La prima sorpresa arriva nella risposta alla domanda «qual è il posto migliore dove essere un politico donna?».
Il Ruanda, rivela l’Independent: «L’unica nazione in cui le femmine rappresentano la maggioranza dei parlamentari: 45 su 80».
La maglia nera va ad Arabia Saudita, Yemen, Qatar, Oman e Belize con nessuna donna in Parlamento.
Se si parla però di signore al governo il Paese migliore è lo Sri Lanka, guidato per 23 anni da capi di Stato donna.
Mentre in nazioni come la Spagna o la Svezia non ci sono mai state premier rosa.
Studentesse e manager
Il posto migliore per imparare a scrivere e leggere è il Regno del Lesotho: tasso di alfabetizzazione del 95% contro l’83% degli uomini.
Il peggiore è l’Etiopia dove solo il 18% delle ragazze sa scrivere.
Il posto migliore per studiare all’università  è il Qatar (ci vanno sei donne ogni uomo), il peggiore il Ciad.
Sul fronte del lavoro è invece il Burundi a guadagnarsi il primo posto quanto a partecipazione alla forza lavoro, l’ultimo va al Pakistan.
Le Bahamas detengono il primo posto in fatto di partecipazione economica (in sei anni hanno colmato del 91% il loro gap di genere), in coda lo Yemen.
La Thailandia ha il maggior numero di donne manager (il 45%), il Giappone il minore (8%).
La Giamaica la più alta percentuale di donne in posti di lavoro altamente qualificati (occupati per il 60% da signore).
L’India è il Paese che più favorisce l’ingresso delle donne nel mondo dei tassisti.
La Svezia quello che più punta alla parità  anche nel mondo delle arti (ci sono quote nella produzione cinematografica).
I Caraibi sono la regione con la più alta percentuale di notizie date da donne (il 45%).
Gli Usa il Paese dove vale la pena eccellere nello sport (con 5 delle 10 atlete più pagate nel 2011), mentre l’Arabia Saudita non ha mai inviato un’atleta alle Olimpiadi (e vieta lo sport alle ragazze nelle scuole).
Ma sono Lussemburgo e Norvegia a garantire alle donne i redditi più elevati, in Arabia Saudita si registra il divario più alto.
Mamme e mogli
Le madri più fortunate vivono in Norvegia: basso tasso di mortalità  materna (un caso ogni 7.600) e aiuti specialistici a quasi tutte le nascite.
Quelle più sfortunate sono le afghane: hanno 200 volte più probabilità  di morire durante il parto che per bombe o proiettili.
È però la Grecia il Paese più sicuro dove partorire (una morte ogni 31.800 nascite), il peggiore il Sudan del Sud (20 ostetriche in tutto il Paese).
La Svezia è la nazione dove ci sono meno restrizioni per chi sceglie di interrompere una gravidanza (all’opposto El Salvador, Filippine e Nicaragua).
Alla Danimarca va il primato quanto a tempo libero (solo 57 minuti in più di lavoro non retribuito rispetto agli uomini), al Messico la maglia nera (4 ore e 21 minuti).
All’isola di Guam, la più grande delle Marianne, va il più alto tasso di divorzi, al Guatemala il più basso.
Sono le donne giapponesi quelle con un’aspettativa di vita più lunga: 87 anni rispetto agli 80 degli uomini.

Alessandra Mangiarotti
(da “Il Corriere della Sera”)

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PRESSIONI SUL TG1: INDAGATI ALEMANNO, LETTA E MINZOLINI

Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile

IL SINDACO TELEFONO’ PER BLOCCARE UN SERVIZIO SULLA PROSTITUZIONE A ROMA… LETTA INTERVENNE PER RACCOMANDARE UN GIORNALISTA AMICO

Gianni Letta, Augusto Minzolini e Gianni Alemanno sono indagati dalla Procura di Roma per le telefonate intercettate dalla Guardia di Finanza di Bari nel dicembre 2009 durante l’inchiesta (poi archiviata per entrambi) su Berlusconi e l’allora direttore del Tg1. L’ultima onda del “Trani gate” arriva nella Capitale due anni dopo l’inchiesta sulle pressioni dell’ex premier sull’Agcom (l’autorità  Garante delle Comunicazioni) per chiudere Annozero.
L’inchiesta si profila molto delicata per la Procura capitolina perchè svela i retroscena dei rapporti tra la politica e l’informazione pubblica.
Sono due gli episodi al centro dell’indagine.
Al sindaco di Roma, Gianni Alemanno e all’ex direttore del Tg1, Augusto Minzolini, sono contestate le pressioni effettuate allo scopo di far sparire dagli schermi della tv di Stato le prostitute e gli eccessi che il sindaco di Roma non era riuscito a smuovere dalle strade.
Il secondo episodio vede protagonista l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta che raccomanda un giornalista al direttore del Tg1.
Augusto Minzolini e Gianni Alemanno sono stati iscritti molti mesi fa sul registro degli indagati di Trani per concussione mentre a Letta è stato contestato solo l’abuso di ufficio . Dopo le iscrizioni effettuate dal pm Michele Ruggiero il fascicolo è stato trasmesso a Roma dove è stato preso in carico dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal sostituto Roberto Felici.
Dopo avere iscritto a Roma nuovamente i tre indagati (con tutta probabilità  per gli stessi reati) ora i magistrati capitolini dovranno decidere il loro destino
Le telefonate, registrate dalla Guardia di Finanza quando il pm Ruggiero indagava sulle carte di credito revolving di American Express, risalgono al 2009 e non furono ritenute rilevanti dai pm fin quando, lo scorso anno, il gip di Trani, Roberto Oliveri Del Castillo, ha chiesto alla procura di rivalutare il loro peso.
Nella prima serie di telefonate, il sindaco Alemanno viene a conoscenza di un servizio giornalistico che descriveva con toni realistici e a lui sgraditi gli eccessi delle notti romane.
Il sindaco alza il telefono per contattare Augusto Minzolini, all’epoca “direttorissimo” del telegiornale della rete ammiraglia Rai.
Alemanno è stato eletto un anno e mezzo prima inneggiando alla “tolleranza zero” ed è molto preoccupato dell’immagine negativa che potrebbe ricadere sulla sua gestione dell’ordine pubblico.
Minzolini accoglie le lamentele del sindaco e, poco dopo, chiama la giornalista responsabile.
“Il servizio non deve andare in onda” dice — in sintesi — il direttore alla sua cronista o almeno non con quei contenuti.
A colpire gli investigatori, oltre al contenuto della telefonata, sono i toni che Minzolini usa con la giornalista.
La telefonata è lunga e concitata. La giornalista difende il servizio ma, nonostante non sia certo l’ultima arrivata, alla fine asseconda le ire di Minzolini e sostanzialmente prende atto della decisione del direttore.
I pm hanno deciso di indagare, oltre al sindaco di Roma anche il direttore del Tg1 perchè il suo comportamento prono ai voleri del politico anteporrebbe la tutela dell’immagine di Alemanno, secondo la ricostruzione della Procura di Trani, all’interesse del pubblico che paga il canone a Rai a essere informato.
Anche il secondo filone d’indagine nasce dall’ascolto di una telefonata.
Siamo sempre nel 2009 e questa volta, ad alzare il telefono, è l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta che chiama Minzolini per segnalargli un giornalista a lui vicino.
Già  in passato erano state registrate telefonate simili del braccio destro di Berlusconi al direttore di Rai Fiction Agostino Saccà .
Ma in quel caso i pm romani non avevano ravvisato gli estremi dell’abuso di ufficio che invece, secondo la Procura di Trani, in questo caso, potrebbe profilarsi.
L’iscrizione di Alemanno, Letta e Minzolini nel registro degli indagati di Roma risale al mese scorso.
Tutto nasce dal provvedimento del gip di Trani Oliveri Del Castillo dello scorso luglio. Nel luglio 2011 i pm di Trani avevano sottoposto alla sua attenzione centinaia di telefonate che riguardavano Minzolini e il suo rapporto con la politica, sia del centrodestra sia del centrosinistra.
Per la procura erano irrilevanti e andavano distrutte.
Ma il gip ha chiesto di risparmiare le conversazioni del direttore con Alemanno e Letta perchè ha ravvisato un possibile reato in quelle conversazioni.
Il pm Ruggiero, condividendo l’impostazione del gip, ha iscritto i tre nel registro degli indagati, ma nessun atto d’indagine è stato svolto dalla Procura di Trani, guidata dal procuratore Carlo Maria Capristo.
Dopo la semplice iscrizione c’è stata solo la trasmissione alla Procura di Roma che adesso, a sua volta, ha iscritto Alemanno, Minzolini e Letta nel registro degli indagati.
La vera indagine inizierà  nei prossimi giorni, per valutare se davvero esistano dei reati o se, invece, il comportamento di Minzolini risponda alle normali prerogative di un direttore.
Resta il fatto che l’inchiesta condotta da Ruggiero, in questi ultimi due anni, ha svelato molti retroscena sul rapporto tra Rai e politica.
Era il marzo 2010 quando iscrisse nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e l’ex commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi.
Una storia ormai nota: Berlusconi premeva su Innocenzi per chiudere, o quantomeno ostacolare, le inchieste di Annozero e della redazione guidata da Michele Santoro.
I reati ipotizzati per il premier, all’epoca, furono concussione e minaccia, mentre Innocenzi fu indagato per favoreggiamento, poichè negò d’aver subito pressioni.
Poi fu indagato anche l’ex dg della Rai Mauro Masi e dopo una serie di rimpalli — dalla Procura di Roma al Tribunale dei ministri e ritorno — tutto si risolse con un’archiviazione.

Marco Lillo e Antonio Masari
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PSICOFARMACO DELLA MODERNITA’

Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile

MASSIMO FINI: “NON ABBIAMO BISOGNO DI ANDARE PIU’ VELOCI, MA DI VIVERE MEGLIO”…”IL PROGRESSO NON HA PARTORITO UNA SOCIETA’ MIGLIORE”….IN 150 ANNI I SUICIDI SONO TRIPLICATI

La questione del Tav, che ha visto migliaia di persone manifestare in 50 città  oltre che in valle, travalica la Val di Susa e il legittimo interesse dei suoi abitanti a non veder sconciato il proprio territorio, l’ambientalismo, l’amianto, le compensazioni, le economie o le diseconomie che, a seconda dei punti di vista, il traforo comporterebbe.
I No-Tav (fatta la tara dei vandali), come ha capito benissimo il ministro Corrado Clini, “sono contrari allo Sviluppo, la loro è una battaglia ideologica”.
Ma non meno ideologica è la posizione di chi (fatta anche qui la tara sulle speculazioni e le mazzette) sostiene che il Tav è necessario alla crescita e allo Sviluppo.
“Il Progresso non ha partorito l’uomo migliore, una società  migliore e comincia a essere una minaccia per il genere umano”.
Chi l’ha detto? Un valligiano, un “Aska”, un anarco-insurrezionalista?
Lo ha detto Papa Ratzinger quando era ancora cardinale.
Probabilmente Ratzinger si riferiva soprattutto alla decadenza etica (anche se l’ultima parte della frase adombra la catastrofe ambientale) che a noi qui non interessa perchè siamo persuasi che dal punto di vista morale l’uomo non è mai cambiato.
La conoscenza infatti è cumulativa, il senso etico no.
Io ne so sicuramente di più di mio padre e di mio nonno, ma non sono necessariamente migliore, dal punto di vista etico, di mio padre o di mio nonno.
Quello che per me conta è il rapporto fra lo Sviluppo e la qualità  della vita.
Perchè, oltre al traforo della Val di Susa, dobbiamo costruire altre 300 fra grandi e piccole opere? “Perchè la nostra Penisola — come si è espresso Monti — non si distacchi lentamente dall’Europa”.
Insomma, per rimanere competitivi.
Ma lo stesso devono fare, se vogliono sopravvivere, non solo gli altri Paesi europei ma tutti quelli che sono entrati nel modello di sviluppo occidentale.
La “Ricchezza delle Nazioni”, inzuppate di infrastrutture, aumenta, ma ciò passa sul massacro delle popolazioni che, oltre a veder sconciato il proprio ambiente, devono lavorare di più, guadagnare di meno e in larghi strati impoverirsi.
Facciamo solo un piccolo esempio.
Fino a 50 anni fa, in Italia, in famiglia lavorava uno solo e bastava, ora devono farlo tutti e due e spesso non è sufficiente.
Tutte queste geremiadi sulle donne che non hanno lavoro sono in funzione del sistema, non delle donne.
Molte che non lo hanno certo lo vorrebbero, ma forse molte di più che preferirebbero farne a meno, per stare accanto ai figli, sono costrette a trovarselo.
Per uscire da questa fourchette ci vorrebbe un accordo mondiale per abbassare i livelli della competizione invece di alzarne continuamente l’asticella.
Ma questo le leadership non lo capiscono o fanno finta di non capirlo.
Noi non abbiamo bisogno di andare sempre più veloci, ma di vivere meglio.
E su questo piano l’attuale modello di sviluppo, nato con la Rivoluzione industriale, ha fatto degli sfracelli.
Diamo alcuni, semplici, dati.
Nel 1650, in Europa, i suicidi erano il 2,6 per 100 mila abitanti.
Nel 1850, un secolo dopo il “take off” industriale, erano il 6,9 (triplicati), oggi sono il 20 per 100 mila abitanti (decuplicati).
E naturalmente il suicidio è solo la punta dell’iceberg di un disagio esistenziale infinitamente più diffuso e tanto più lo è proprio nei Paesi di maggiore “benessere”.
L’alcolismo di massa nasce con la Rivoluzione industriale.
Nevrosi e depressione sono malattie della Modernità , all’inizio colpirono i ceti benestanti, la borghesia (Freud insegna), oggi riguardano tutte le fasce della popolazione.
Negli Stati Uniti, Paese di punta del modello, 566 americani su mille fanno uso abituale di psicofarmaci, cioè un abitante su due non sta bene nella propria pelle.
La costante estensione dell’uso della droga è sotto gli occhi di tutti.
E cosa vogliono fare le leadership mondiali su di noi, cavalli già  abbondantemente dopati e con la schiuma alla bocca?
Drogarci ancora di più, farci andare ancora più veloci, cementificarci ulteriormente, costringerci a lavorare come asini al basto, incrementando la nevrosi e la depressione per poi riempirci di medicina tecnologica per reggere lo stress ed essere all’altezza della competizione divenuta globale.
E tutto questo, quando in buona fede, per inseguire il Mito dello Sviluppo, per non rinunciare alla Fata Morgana delle “sorti meravigliose e progressive” che appartengono sia alla cultura della destra che della sinistra.
Tutto ciò ha un senso? Un senso umano, dico?
Ma verrà  un giorno, vicino, in cui l’ultimo capello farà  crollare il cammello.
E allora non saranno più quattro valligiani o degli anarchici spelacchiati, ma le folle deluse, frustrate ed esasperate, di ogni mondo, a rovesciare il tavolo, avendo compreso, alla fine, che, per parafrasare Goethe, lo spirito faustiano, lo spirito dell’Occidente, opera eternamente il Bene ma realizza eternamente il Male.

Massimo Fini blog

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DAL MULTICULTURALISMO ALL’INTERCULTURALISMO: VIAGGIO TRA CULTI, PREGIUDIZI E CONFRONTO NELLA GENOVA CHE CAMBIA

Marzo 6th, 2012 Riccardo Fucile

NELLA CITTA’ DEI BLOCCHI CONTRAPPOSTI, “LIGURIA FUTURISTA” ROMPE PER LA PRIMA VOLTA GLI STECCATI DELLA PSEUDO-DESTRA GENOVESE INTENTA PIU’ A SEMINARE PALETTI E A RIFIUTARE IL DIALOGO CHE AD APRIRSI AL CONFRONTO DELLE IDEE… ECCO IL DOCUMENTO DI ANALISI ARRICCHITO DALLE INTERVISTE ESCLUSIVE ALL’IMMAN HUSSEIN E AD UN ESPONENTE DEL MONDO CATTOLICO

INTRODUZIONE AL DIBATTITO

Il tema dell’interculturalità  ingloba   aspetti diversi legati alle complessità  sociali e culturali   in atto   tutti i livelli della cittadinanza.
Le scelte da prendere e le responsabilità  da assumersi nel panorama   multietnico crescono in   maniera esponenziale e diventano molte volte nodi cruciali, anche strumentalizzati, di campagne politiche e proteste cittadine. Tuttavia rimanendo fedeli alle proprie responsabilità  etiche e civili ci si rende conto   che   nelle relazioni interculturali ed   interetniche   sono necessari sforzi che vadano al di là  del battibecco e che impegnino i cittadini ad una conoscenza maggiore del “diverso”, del “nuovo” e più in generale dell’”altro”.
Di fronte a queste sfide negli ultimi anni si fa molta attenzione all’utilizzo di due termini: multiculturalismo che denota   una società  dove più culture, anche molto differenti l’una dall’altra, convivono rispettandosi reciprocamente. Pur avendo interscambi, conservano ognuna le peculiarità  del proprio gruppo senza omologarsi o fondersi ad una cultura predominante.
L’interculturalismo invece     è la filosofia o l’atteggiamento   dello scambio tra gruppi culturali differenti all’interno di una società  o di un gruppo.

In questa sfumatura dei due significati è basato il fine   di questo documento : qual è l’atteggiamento che la nostra città  sta tenendo negli ultimi anni, a fronte del continuo afflusso di immigrati e della loro stabilizzazione sociale, economica e lavorativa? Multiculturale o interculturale?

Per arrivare ad alcune risposte Liguria Futurista ha voluto affrontare il tema a tavolino con due rappresentanti di comunità  sensibili all’argomento. Lo ha fatto con due interviste esclusive all’iman Hussein e a un esponente di rilievo del mondo cattolico genovese.

Per iniziare il dialogo, siamo partiti da una dichiarazione che, ad una lettura superficiale può fare impressione: “il multiculturalismo è fallito”: con queste parole il   Premier britannico Cameron   circa un anno fa intervenne in un dibattito sul tema. Continuando, diede anche una spiegazione   molto esaustiva   alle sue stesse parole: “la tolleranza passiva incoraggia la separazione. Lo stato liberale impone i suoi principi”.

Abbiamo altresì considerato il quadro locale in cui ci muoviamo ovvero i numeri della popolazione immigrata a Genova: l’incremento più consistente di cittadini stranieri residenti   riguarda le comunità  sud-americane, in particolare gli ecuadoriani che, tra il 2000 e il 2008, sono passati da 3.048 a 14.788 residenti e che da soli rappresentano oltre un terzo del totale degli immigrati. Tra le altre comunità  si segnala il forte aumento degli albanesi, passati da 1.099 a 4.531 residenti e dei rumeni (da 220 a 2.723 residenti).
Nel 2008, oltre agli ecuadoriani, agli albanesi e ai rumeni, altre quattro nazionalità  superano il migliaio: i marocchini (3.324), i peruviani (2.344), i cinesi (1.298) e i senegalesi (1.121).
Al settimo posto, si trovano gli ucraini con 1.044 residenti. [ fonte http://urbancenter.comune.genova.it/]
Complessivamente, in sette anni gli stranieri iscritti all’anagrafe genovese sono così passati da 16.857 a 42.744 unità .

Genova, a nostro parere ha la responsabilità  di fare intraprendere un percorso di conoscenza e scambio reciproco ai suoi cittadini per approdare ad una realtà  di integrazione attiva e abbandonare la tolleranza passiva da cui il monito di Cameron prende le distanze, e riacquistare nuove sicurezze nel   vivere in una   comunità  variegata   senza timori per la sua eterogeneità .
Un tema caldo e di stringente attualità  su cui la città  sta misurando la propria sfida interculturale è quello della Moschea.
Su questo infatti abbiamo concentrato una parte della nostra indagine.
Presentate le premesse lasciamo ad ogni singolo lettore lo spazio per le sue deduzioni e i suoi approfondimenti.

La lunga questione della Moschea genovese

Il dibattito che sta dividendo la città  merita di essere analizzato e spiegato ai cittadini per gettare le basi di una maggiore sensibilizzazione sul tema.
Questo dossier ha la piccola ambizione di costruire una minima letteratura della questione, seguendo l’ordine cronologico degli eventi   e tentando   di dare informazioni non tendenziose ai cittadini che, da tutti i quartieri della città , dovrebbero essere coinvolti in maniera trasparente e   attiva.
Nel dedalo della questione si muovono molti protagonisti, luoghi e date che è utile riordinare per capire come si sta sviluppando la lotta del mondo islamico che da anni rivendica il suo luogo di culto nel capoluogo ligure.

Archeologia ed attualit�

Storicamente, Genova aveva una vera e propria moschea nella zona della darsena, in funzione dall’inizio del Seicento alla fine del Settecento.
Serviva in primo luogo alle necessità  religiose degli schiavi musulmani presenti nella città  e utilizzati sulle galere, e la presenza di luoghi di culto per i musulmani era comune in tutti i porti commerciali della penisola: Livorno, per esempio, ne aveva quattro.
I resti della moschea genovese, che sorgeva dove ora si trova la biblioteca della facoltà  di Economia, furono ritrovati nel febbraio del 2007, e suscitarono una prima discussione sulla necessità  di un luogo di culto per la comunità  musulmana di Genova.
La questione della moschee a Genova nasce quando il Comune aveva avviato un dialogo con la comunità  musulmana già  nel luglio 2008, quando il sindaco di Genova Vincenzi firmò un primo documento di intesa con i rappresentanti della comunità  musulmana genovese.
Dal momento dell’accordo con il comune, il luogo ipotizzato per la costruzione della moschea ha subito diversi spostamenti.
Inizialmente venne proposta dalla comunità  musulmana l’area della vecchia darsena del porto di Genova, molto centrale.
Successivamente, la comunità  musulmana ha acquistato uno stabile a Coronata, una zona a nord di Sampierdarena, con l’idea di farne una moschea.
Il dialogo con il Comune ha poi portato a individuare un’altra zona, a fine 2010, nel quartiere del Lagaccio.
Il sito previsto per la costruzione della moschea è in via Bartolomeo Bianco e si trova in una zona estremamente periferica, a nordovest del Porto Antico, nel quartiere del Lagaccio, a circa un chilometro in linea d’aria dalla stazione ferroviaria di Porta Principe.

LA PROPOSTA DI   COSTRUZIONE DELLA MOSCHEA E LA   POLITICA

Per la costruzione della moschea il comune aveva chiesto alla comunità  musulmana due condizioni principali, entrambe rispettate: la costituzione di una fondazione autonoma rispetto all’UCOII (Unione delle Comunità  e Organizzazioni Islamiche in Italia, la più ampia organizzazione islamica italiana, che gestisce già  decine di luoghi di culto) e a qualsiasi associazione confessionale religiosa, e lo “scambio” tra l’area del Lagaccio e quella precedentemente acquistata a Coronata.
Ad un   anno dall’individuazione della zona il 29 dicembre 2011 la giunta comunale di Genova ha approvato una delibera che contiene le disposizioni amministrative per la costruzione di una moschea nella città .
La delibera contiene quelle che tecnicamente si chiamano “linee di indirizzo”, che indicano il percorso amministrativo per la costruzione della struttura.
La questione dovrà  essere esaminata ora dalla commissione Bilancio del comune ed essere poi approvata dal consiglio comunale.
Prima dell’effettiva costruzione dovrà  però esserci la firma di un nuovo accordo tra il Comune e la fondazione che gestirà  la moschea.
Il progetto è sostenuto da anni dal sindaco Marta Vincenzi ha una lunga storia e ha portato a diverse contrapposizioni politiche, anche all’interno della maggioranza di centrosinistra.
La presentazione della delibera il 29 dicembre 2011 ha suscitato polemiche molto accese da parte di varie fazioni.
L’opposizione al progetto non viene solo dalla Lega Nord, ma anche dall’Italia dei Valori, alleata del PD in consiglio comunale, che si sarebbe espressa contro il progetto anche dopo l’ultimo voto della giunta.
L’IdV non opporrebbe obiezioni di principio alla costruzione di una moschea, ma alla sua collocazione. Stesso discorso da parte di altre forze moderate del centrodestra.

LE OPPOSTE VALUTAZIONI DEI CITTADINI: LE RAGIONI DI ENTRAMBI

Oltre a quello che pensano i politici, è di estrema importanza sentire, o meglio leggere, quello che pensa la gente comune.
Navigando su internet abbiamo trovato diversi commenti a favore,   e contrari

Riguardo la reciprocità : … ci sono tre cattedrali in Marocco, tre cattedrali e due basiliche in Algeria, una cattedrale in Mali, due cattedrali in Nigeria, cinque cattedrali in Congo, dieci cattedrali in Tanzania, una cattedrale in Tunisia, sette cattedrali in Senegal, sei cattedrali in Etiopia, cinque cattedrali in Sudan, una cattedrale in Guinea, tre cattedrali in Sierra Leone, una cattedrale in Liberia, cinque cattedrali in Egitto, quattro cattedrali e due basiliche in Turchia, quattro cattedrali in Bosnia, una cattedrale negli Emirati Arabi Uniti, due cattedrali in Iraq, una cattedrale in Kuwait, quattro cattedrali in Siria, sette cattedrali in Pakistan, sei cattedrali in Bangladesh, trentadue cattedrali in Indonesia, una cattedrale nel Brunei…

Al momento il diritto di culto è nella costituzione. Inoltre non mi sembra che ci sia una gara a costruire edifici uno più imponenti dell’altro. Infine tenga conto che le moschee ci sono anche in città  (vedi Milano) rette da giunte di destra.

Volevo solo ricordare che Genova ha già  avuto una moschea e che anzi, è stata una delle prime costruite in occidente.
Infatti, dal medioevo, nella darsena c’era un luogo destinato alla agli schiavi barbareschi caduti nelle mani dei genovesi e destinati ai pesanti lavori che venivano effettuati in tale area. Nonostante tutto comunque per un certo periodo questi schiavi non erano in catene, anzi erano liberi di girare per i vicoli della città  per trovare eventualmente un ulteriore lavoro per arrotondare…   Ebbene, i genovesi si preoccuparono di procurare un sacerdote per questi schiavi, affinchè essi fossero liberi di praticare la loro religione. Proprio uno di questi sacerdoti nel 1600 fu l’artefice della proposta, poi accettata dalla Repubblica, di costruire una piccola moschea proprio all’interno della darsena ; questa moschea rimase almeno fino agli inizi del 1800.

Che cosa c’entrano la democrazia e la tolleranza?
Possibile che nessuno si rende conto che la faccenda della costruzione di una grande moschea, al Lagaccio o altrove, per i musulmani è soltanto questione di “mettere il cappello” anche su Genova?
Non sarebbe meglio trovare in tutta la città  e dintorni dei siti dove i fedeli musulmani possano allestire o costruire luoghi di culto (moschee) commisurati alle esigenze di ciascuna comunità  onde poter pregare nei pressi dei luoghi di residenza?
Proprio come hanno fatto e fanno i cristiani.
Ce li vedete tutti i cattolici praticanti la domenica in San Lorenzo?

Personalmente sono assolutamente contraria alla costruzione della moschea, poichè ‘la nostra cultura e quella islamica non sono compatibili. Concedere la costruzione di una moschea è il primo passo di quel processo che ci porterà  a convivere con la cultura islamica e con tutti i suoi aspetti,che reprimeranno i nostri usi e le nostre tradizioni.
Ma io mi chiedo perchè quella gente non possa integrarsi con i costumi del paese che la ospita,ma debba essere il paese che ospita a doversi integrare.
Propongo la costruzione di una sinagoga piuttosto. Perchè   proprio la moschea? Non ce ne sono gia’ troppe in Italia?
Secondo me sì: la liberta’ di culto e’ garantita costituzionalmente, ma la costruzione della moschea no.

LE RAGIONI DEL SI’ ALLA MOSCHEA

Intervista esclusiva con l’Imam Hussein

Circa 10 000 cittadini di origine islamica (prevalentemente nordafricana) vivono   a Genova, 1000 sono di fede islamica, ma non tutti praticanti.

Sig. Hussein, che cosa ne pensa dell’affermazione che il   premier britannico fece lo scorso anno: «Il multiculturalismo è un fallimento, basta   con la tolleranza passiva».
Il multiculturalismo chiuso a sè stesso alimenta le diffidenze, le paure e i muri. Crea una realtà  in cui chiunque può scaricare le difficoltà  sul prossimo. Se invece c’è un multiculturalismo con azioni interculturali e un dibattito vivo e   costante il valore culturale della città  cresce così come la cultura dei suoi abitanti, le loro conoscenze e le loro capacità  a relazionarsi con chi è speso considerato diverso.
Non c’è dubbio che l’apertura di diverse idee culturali tra di loro favoriscono la conoscenza reciproca e creano pari opportunità    a chi è sempre messo da parte.
Quando parla di paura che cosa intende?
Non voglio dire per forza avere paura del vicino di casa, ho esperienza a Genova da circa 30 anni e ho diverse amicizie. Le persone piano piano si sono aperte senza troppe difficoltà .
Quando parlo di paura faccio riferimento ad un sentimento molto forte che genera chiusura.
Secondo lei   che cosa potrebbe   alimentare la chiusura a Genova?
A Genova c’è un carattere di chiusura iniziale che non agevola, Il mugugno del resto è una caratteristica ligure…ma al di là  del primo passo i problemi si risolvono, c’è però   il problema di chi fa il primo passo.
Crede che Genova sia una città  solo multiculturale o   crede che si stia già  aprendo all’interculturalismo?
Si sta aprendo senz’altro ad una società  interculturale, le basi ci sono e sono valide, non asettiche, ma molto dinamiche.
E che cosa ci può dire del mugugno contro la Moschea?
La questione è sorta in un momento storico difficile. Un residuo conflittuale con il mondo islamico fa sì che cresca   uno stereotipo molto diffuso nei confronti della cultura non occidentale.
Dopo l’11 settembre   e   dopo la guerra in Iraq questi pregiudizi e paure si sono acutizzate.
Inoltre la diffusione dell’informazione di massa è rivolta spesso verso la   notizia ad effetto, può essere un episodio su cui tutti i giornalisti e i media puntano i riflettori, del resto   “Fa più rumore una foglia che cade che una foresta che cresce”.
Gli estremisti fanno male all’Islam più di ogni altra persona, rappresentano la nostra religione nella maniera in cui non è e noi abbiamo sempre manifestato la nostra contrarietà  contro la loro rigidità .
Noi vogliamo una società  laica, libera e spontanea dal punto di vista religioso e non dominato dal timore.
Può descrivere l’Islam   in poche parole?
L’Islam è l’abbandonarsi alla volontà  divina. Chi è musulmano è pacifista ed è in pace con sè e con gli altri.
Il tema più sentito dalla vostra comunità    negli ultimi anni è quello della costruzione della Moschea. Può dare un suo giudizio sulla questione in generale?
Innanzitutto è fondamentale conoscere i retroscena e un po’ di cronologia sulla vicenda.
Alla fine degli anni ’70 un gruppo di studenti musulmani avevano creato una sede in Via Venezia, negli anni ’80 si è ritenuto opportuno avere una sede più degna.   Con questo fina abbiamo aperto un conto corrente dedicato. Nel frattempo il locale di Via Venezia ha subito lo sfratto e in quell’occasione, nel 2000 abbiamo acquistato 1 capannone in Via Coronata, e presentato il progetto per trasformarla in Moschea. All’epoca il Sindaco Pericu era d’accordo.
È curioso riflettere su come tutta la vicenda della moschea abbia iniziato a fare rumore da   una battuta ingenua di Garrone che aveva dichiarato a qualche giornale: “Ci vorrebbe una moschea!”
In nemmeno una settimana il Consigliere Plinio aveva già  organizzato un banchetto per la raccolta firme contro la Moschea.
Nel 1999 due studenti italiani di Architettura volevano presentare un progetto di tesi di Laurea sulla pianificazione della Moschea in P.zza Sopranis, era stato anche organizzato un incontro con il pubblico, con lam partecipazione di giornalisti. Il dibattito nera stato interessante ed aperto, ma quella come altre era un’occasione fittizia.
È stato solo nel 2002 che come comunità  islamica abbiamo presentato ufficialmente   il progetto che nel novembre 2005 è stato approvato dalla Commissione edilizia privata. Nello stesso tempo,   è sorta una contestazione per l’ubicazione in via Coronata ritenuta troppo stretta e inadatta.
Anche se il progetto era già  stato approvato ,noi come comunità  abbiamo capito la questione e non abbiamo voluto creare disagio.
Nel frattempo durante una campagna elettorale un assessore ha fatto 2 proposte.
La Sindaco Vincenzi ha iniziato ad affrontare la questione dal punto di vista politico creando le condizioni che hanno portato al   patto d’intesa tra comunità  islamica e il Comune nel luglio 2008.
Questo importante passaggio ha segnato l’inizio di un percorso di integrazione e dialogo per la   costruzione della Moschea.
Abbiamo tuttora il Capannone di Via Coronata inutilizzato da 11 anni e paghiamo l’affitto di altre sale di preghiera , questo crea molte difficoltà  e malumori all’interno della Comunità .
Non abbiamo però voluto forzare la mano, ed   abbiamo accettato l’alternativa del Lagaccio, quando si è presentata nel gennaio 2009. Inizialmente abbiamo avuto   delle perplessità : il luogo     non è facilmente raggiungibile, ma   non crea disagi al traffico delle vie abitate ed è   distante dalle case così non diamo fastidio a nessuno.   Inoltre è un luogo che si può riqualificare.   A noi ci interessa vivere in armonia, il fastidio poteva essere strumentalizzato.
I fedeli presenti e praticanti a Genova non sono più di 3000, e non si recano mai tutti insieme in Moschea. Il più grande afflusso c’è durante la preghiera settimanale del venerdì con al massimo 300 persone.
In due date fisse c’è invece un afflusso notevole: alla fine del Ramadan   e per la ricorrenza   del   pellegrinaggio rituale.
A Coronata in effetti questo avrebbe creato difficoltà .
Solo nel dicembre 2009 è iniziato l’iter burocratico fissato in alcuni incontri con il Comune per la delibera sullo spazio concesso.
Il comune nel gennaio 2011 ha chiesto , senza imposizioni, di creare una fondazione per avere un ente di riferimento. Lo abbiamo creato, con il nome di MASGID (Moschea).
Gli accordi   prevedevano che per poter ottenere l’area del Lagaccio una parte del Capannone di Coronota sarebbe andata   al Comune   che l’avrebbe utilizzata per interesse pubblico.
La situazione era anche complicata dall’opposizione dell’Ente Nazionale per la Tutela dei Beni Immobiliari Patrimoniali Musulmani che non voleva cedere il capannone a loro intestato, il Comitato dell’Ente infatti non si fidava del buon esito della vicenda politica, soprattutto dopo i casi negativi di Bologna e Milano.
Il dibattito da portare avanti perciò era su ben 3 fronti: con la comunità  islamica genovase, con la Comunità  islamica Nazionale (ente) e con i politici ed i cittadini di Genova.
Adesso la questione non è ancora risolta, è stata emessa la delibera nel dicembre 2011 contesta dalla Lega con mozione il 10 gennaio.
Anche l’IDV si è opposto contestando l’inadeguatezza della scelta del Lagaccio,   ma a noi ora serve una soluzione rapida   e non ulteriori motivi che potrebbero chiudere la porta al dialogo.
Dietro alcune contestazioni per la costruzione della Moschea crede che ci siano dei motivi religiosi?
No, sono sicuro di no perchè le   religioni sono pienamente aperte agli altri. Pensiamo infatti al Cristianesimo che,   se accetta il nemico figuriamoci l’amico…
In ogni caso lo scontro non è fra diverse religioni , ma è una quetione a sfondo politico in cui le incertezze delle persone sono strumentalizzate contro il “nemico” solo per avere dei voti. E spesso questi politici non si rendono conto che fanno male alla città  stessa.
Buona parte della città  vuole una Moschea, al Lagaccio per esempio esiste il Comitato a favore “Arcipelago Lagaccio per la Moschea”
Il problema è che se sei d’accordo sei anche più pacato e non fai rumore.
Ci può descrivere la sua Moschea ideale?
Il mio modello è quello di Parigi, diversa da quelle tradizionali che si trovano in Arabia Saudita o a Il Cairo. Il modello parigino ha un’impronta di apertura a qualsiasi cittadino: oltre al luogo di culto, c’è un piazzale, uno spazio adibito a piccoli eventi culturali e dibattiti   e c’è anche un bar per sorseggiare un caffè.
Penso che sarebbe davvero bello se un giorno anche i genovesi, musulmani e non, avessero l’opportunità  di dire: “Ci siamo conosciuti nel piazzale della Moschea”

(intervista a cura di Paola Del Giudice)

ATTRAVERSO IL DIALOGO E LA MEDIAZIONE LE PERSONE VIVONO, CONVIVONO E TRASMETTONO IL CAMBIAMENTO: OGNI CULTURA HA LA SUA RICCHEZZA

Intervista esclusiva a un esponente di rilievo del mondo cattolico genovese

Che cosa pensate dell’affermazione che il Premier Britannico Cameron fece lo scorso anno:” Il multiculturalismo   è un fallimento, basta con la tolleranza passiva”.
L’attenzione va spostata sulla ricchezza antropologica di ogni cultura. Le molteplici culture non sono da tollerare, vanno maggiormente conosciute, tenendo aperto un ascolto che concerne di frequente una convivenza da far maturare anche in termini di oggettiva legalità .
Credete che Genova sia una città  solo multiculturale o credete che si stia già  aprendo all’interculturalismo?
Genova si sta gradualmente aprendo all’interculturalismo.
Un primo segno è strutturale (e oggi più evidente), nel senso che il suo essere città  di mare la rende aperta a permanenti sviluppi, tra cui i cambiamenti umani, sociale ed economici.
Un secondo segno riguarda un costante processo di integrazione, sperimentabile in tanti ambiti: lavoro, scuola, contesti ecclesiali e associativi. Le persone vivono, condividono e trasmettono il cambiamento.
Altri segni stanno piano piano evolvendo e toccheranno sempre più l’interazione, cioè un coinvolgimento interpersonale che avvicinerà  significativamente gli uomini l’uno all’altro.
Il nostro Paese e in particolare a Genova, ha subito negli ultimi anni una radicale trasformazione culturale a seguito della convivenza di diverse religioni e culture; quali secondo voi possono essere le riforme vere e necessarie tali da creare una vera integrazione tra differenti culture e quali sono oggi le vere problematiche che non permettono la formazione di una società  interculturale?
Le riforme a favore di una reale e stabile integrazione, sono tante e collocabili su diversi livelli. Un livello importante è quello delle relazioni tra i popoli; allo stato attuale è un livello da promuovere, non può attendere, proprio perchè è necessario.
Restando su questo livello sono da focalizzare due riforme: il dialogo e la mediazione.
sono due riforme difficili da progettare e programmare, ma sono vitali in quanto creano le condizioni a beneficio di radicali trasformazioni e mutamenti impensabili.
Il dialogo è il luogo di mezzo, che si forma facendo un passo indietro e permettendo così all’altro di esprimere nella verità  il suo punto di vista.
La mediazione è l’esperienza umana e concreta, che prende consistenza nel momento in cui offro all’altro nuove prospettive tenendo conto della sua storia.
Sempre rimanendo sul livello delle relazioni tra i popoli, la società  interculturale è frenata dalla paura che l’altro possa condizionarmi o limitarmi. Aumentano in questo maniera le difese che allontanano, senza favorire invece quella giusta distanza che fa emergere la specificità  di ognuno.
Inoltre è problematico il fatto di non riuscire a confrontarsi, perchè in fondo penso che il mio modo di vedere sia quello efficace. Confrontarsi è compiere la sintesi di più punti di vista, non per giustapporli, piuttosto per coglierne coglierne l’effettiva praticabilità .
In questi ultimi anni, ed in particolare le ultime vicende politiche hanno “riaperto” il dibattito sulla realizzazione della Moschea a Genova.
Potreste dare un vostro giudizio sulla questione in generale?

La questione è generale e quindi molto dinamica, in continuo divenire. Di fronte a questioni generali è utile esprimere pareri, nell’ottica di aiutare un dibattito ad essere propositivo e fecondo.
Il suddetto dibattito tiene innanzi tutto viva l’importanza di salvaguardare la libertà  di culto; ciò è molto buono perchè custodisce la sensibilità  spirituale dell’essere umano, orientandolo verso una fedeltà  creativa che è sempre foriera di bene e rispetto.
La realizzazione di una Moschea, esula dalle questioni generali è più un fatto logistico, organizzativo e operativo da valutare nelle sedi opportune e presuppone una reciprocità  già  tematizzata, espressa e assunta.

P.S. Solo per motivi di riservatezza, richiestaci dall’intervistato, abbiamo aderito alla Sua richiesta di non pubblicarne il nome.

(intervista a cura di Mirko Masini)
Impostazione grafica a cura di Jader Jacovelli

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SULL’ALTA VELOCITA’ IL PD IN PIEMONTE SI SPACCA TRA FAVOREVOLI E CONTRARI

Marzo 5th, 2012 Riccardo Fucile

DA UN LATO I TORINESI E I RAPPRESENTANTI ISTITUZIONALI, DALL’ALTRO GLI AMMINISTRATORI DELLA VAL SUSA DIVISI TRA CHI AFFIANCA LA RESISTENZA E CHI INVITA IL PARTITO ALLA RIFLESSIONE

La questione Tav scuote il Pd.
Sono sempre più forti i contrasti tra i componenti favorevoli alla linea Torino-Lione e i contrari, mentre sempre più spesso si accenna a epurazioni.
Da un lato i torinesi, cittadini e ‘governativi’, dall’altro gli amministratori delle Val Susa, a loro volta divisi tra chi affianca alla ‘resistenza’ contro l’opera la lotta per far accettare le sue idee al partito e chi dopo anni lo ha abbandonato per nuovi progetti. “Il marchio del Pd è ‘Sì Tav’ e il partito non è un menù à  la carte“, sancisce il segretario provinciale Paola Bragantini.
Proprio sabato pomeriggio, dopo l’ultimo incontro coi vertici locali, aveva detto: “Per il momento non è questa la priorità  nel partito”.
Si riferiva all’allontanamento degli eletti Pd contrari al Tav.
Aveva appena incontrato alcuni colleghi: il sindaco di Torino Piero Fassino, il presidente della Provincia Antonio Saitta e alcuni onorevoli torinesi, come Stefano Esposito.
Insieme hanno espresso un ringraziamento al governo per la presa di posizione dopo il vertice di venerdì e hanno discusso delle opinioni contrarie al Tav di Sandro Plano, presidente della Comunità  montana della Val di Susa, e degli altri amministratori Pd.
In realtà  le intenzioni degli organi regionali e provinciali sono chiare.
Già  il 24 febbraio, in un incontro antecedente alla marcia a cui hanno partecipato sindaci e amministratori, erano emerse richieste esplicite da parte di Saitta ed Esposito: “Se davvero l’azione violenta si è infiltrata in pezzi di amministrazione con cui il Pd collabora — ha detto Esposito — il nostro partito ha il dovere di separare in modo chiaro ed inequivocabile la propria posizione da chi come Plano la usa o la vende in modo distorto”.
Più diplomatico il segretario regionale Gianfranco Morgando: vista la mancanza “di una prassi condivisa e in un percorso di discussione”, ha affermato che “il rinnovo dell’iscrizione degli amministratori della Valle di Susa non possa essere automatica, ma debba essere decisa con voto della direzione provinciale del partito”.
Tutto normale, ha dichiarato Bragantini: “Ogni associazione e ogni partito si danno un programma e delle priorità . Abbiamo una sola posizione sul Tav. Il Pd è coerente con le strutture provinciali, regionali e nazionali che hanno votato sì al progetto. Il marchio del Pd è ‘Sì Tav’. Chi vota a Torino e in Piemonte sa che vota per l’opera”.
Per Plano quelle di Morgando ed Esposito “sembrano dichiarazioni illegittime ai sensi del nostro statuto e del codice etico. Rimango un iscritto di un partito che sento mio. Stiamo parlando di un progetto, non di un valore che non accetto o di un guaio giudiziario”.
Secondo lui c’è un distacco tra rappresentanza locale e segreterie (“Sono stato eletto da cittadini a cui devo rendere conto, non nominato in parlamento dalla segreteria”) e poi sul piano locale ha sottolineato che “il Pd rappresenta gli interessi di un’area metropolitana e io rappresento la valle”.
Quella valle in cui, alle elezioni regionali del 2010, il calo di voti del Pd e i consensi confluiti al Movimento Cinque Stelle hanno contribuito alla sconfitta del presidente uscente Mercedes Bresso.
Anche a Bussoleno la giunta Pd resta contraria al progetto e fedele al partito.
Altrove qualcuno ha già  restituito la tessera: è Nilo Durbiano, sindaco di Venaus. Alcuni danno per vicina alla partenza anche Carla Mattioli, prima cittadina di Avigliana.
“Un partito che si chiama democratico e non sa accettare voci differenti non mi sembra molto democratico e non mi pare abbia un futuro”, ha detto Durbiano.
Lui, “dopo tre anni di sofferenze”, ha lasciato il partito: “Il 2011 è stato l’anno chiave. L’argomento Tav è quello che mi ha fatto capire che il Pd è troppo legato alle lobby, eccetto quella dei cittadini e della classe media”.
La mancanza di dialogo e comprensione degli organismi centrali verso chi rappresenta le istanze locali è stata la chiave di volta. Da questa presa di coscienza ha deciso di seguire il progetto del verde Angelo Bonelli e “aderire alla costituente ecologista che nascerà  in autunno aggregando esperienze delle liste civiche che sanno dare valore ai cittadini”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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HABEMUS PAPA(BILE), IL PDL TROVA IL CANDIDATO SINDACO PER GENOVA: E’ UN UOMO DELL’OPUS DEI, PUPILLO DI SCAJOLA A SUA INSAPUTA

Marzo 5th, 2012 Riccardo Fucile

ALLA FINE PIERLUIGI VINAI HA DETTO SI’, CON LA BENEDIZIONE DEL CARDINAL BAGNASCO, TOGLIENDO LE CASTAGNE DAL FUOCO AL PDL CHE NON SAPEVA PIU’ A CHI RIVOLGERSI… VINAI, TESSERA PDL E VICEPRESIDENTE DELLA FONDAZIONE CARIGE SU INDICAZIONE DI SCAJOLA, HA PURE LA FACCIA TOSTA DI DICHIARARSI “CANDIDATO INDIPENDENTE”

Si potrebbe parlare di rivincita di Claudio Scajola che, dopo essere stato sconfitto al congresso di Genova del Pdl dal duo Grillo-Biasotti, di fronte alla loro incapacità  di trovare un candidato sindaco credibile che accettasse la nomination, alla fine è riuscito a imporre il nome del suo pupillo, Pierluigi Vinai, lo stesso cassato una settimana fa proprio dai nuovi dirigenti locali.
Scajola ha così dimostrato di avere ancora in mano le carte vincenti con Silvio Berlusconi, più per demerito altrui che per propri meriti.
Per lottare contro il candidato Enrico Musso, appoggiato da una lista civica che comprende anche esponenti Udc, è indubbio che Vinai rappresenti la scelta in apparenza migliore per cercare di arrivare al ballottaggio con il candidato del centrosinistra Marco Doria.
Salvo una principale controindicazione: che la dirigenza locale del Pdl da domani non operi per farlo perdere.
Vinai è notoriamente appoggiato non solo da Scajola, ma dal cardinal Bagnasco che aveva perorato se pur indirettamente la sua nomination.
Uomo dell’opus Dei, con forti agganci nel mondo economico genovese, Vinai ha anche il senso dell’umorismo: proclama ai quattro venti di essere un “candidato indipendente”, allo scopo di accreditarsi come estraneo alla logica dei partiti, invisi ormai alla maggior parte dell’elettorato.
A parte la tessera del Pdl che conserva in tasca, che Vinai sia indipendente è davvero una barzelletta: è stato nominato vicepresidente della potente Fondazione bancaria Carige su indicazione di Scajola e da quella poltrona è da una vita che distribuisce aiuti e sovvenzioni.
Si è così creato una fitta rete di beneficiati, da enti religiosi a privati, ad associazioni, che rappresentano un potente clientela da spendersi elettoralmente.
E parliamo di milioni di euro, non di noccioline (tre milioni di aiuti solo agli alluvionati) per una pletora di assistiti che non aspettano l’ora di abbeverarsi anche ai fondi del Comune.
Prima magari di leggere articoli di beatificazione del “cooperante dell’Opus Dei, impegnato nel sociale”, è meglio comprendere che il sociale vero consiste nel rimetterci tempo e proprio denaro per aiutare il prossimo.
Altra cosa è distribuire soldi altrui, essendo remunerato per l’incarico che si svolge.
Ma se andiamo un po’ indietro nel tempo, magari attraverso articoli di stampa, ecco che emerge un altro aspetto del modo “indipendente” di procedere di Vinai.
Magari partendo dal titolo: “Fondazione Carige, le erogazioni “sportive” del vice presidente Vinai” di un giornale locale di qualche tempo fa.
I giornalisti Massimo Calindri e Marco Preve raccontavano ad esempio del contributo di un milione di euro elargito dal consulente del lavoro savonese, Pierluigi Vinai, 41 anni, “legato da profonda amicizia a Claudio Scajola ed influente esponente dell’Opus Dei, ma prima di tutto vice presidente della Carige”.
Vinai aveva approvato un progetto che il giornale titolava: <Fondazione Carige, le elargizioni di Vinai. Oltre un milione alla “sua” associazione>.
Denaro finito nel conto corrente del Movimento Sport Popolare, associazione riconosciuta dal Coni, che organizzava il Progetto Giovani, tre mesi di eventi sportivi in Liguria e nel Basso Piemonte.
Rimarcavano Calindri e Preve: “Il vice presidente Carige contribuisce al finanziamento di un evento, destinato ai bimbi, gestito da un’associazione   che in pratica è la sua creatura…”.
E Vinai, intervistato, premetteva a sua difesa: “Le cariche in Fondazione sono di nomina politica e finchè non si troverà  un sistema migliore resta valido questo. Io non ho più cariche nel Movimento Sport Popolare e l’associazione non fa altro che programmare un evento”.
La nuova politica dei finanziamenti dell’era Vinai probabilmente merita qualche altra testimonianza, soprattutto di vescovi, parroci e parrocchie.
Soltanto 15 giorni dopo, l’eco di quella polemica si è esteso.
ll Secolo XIX ha deciso di parlarne per un’interpellanza di Ubaldo Benvenuto: “La Regione faccia chiarezza….finanziate associazioni che hanno sede nell’ufficio del vice presidente Vinai? Serve più trasparenza”.
Ma ecco che Flavio Repetto, presidente della Fondazione Carige, mette le mani avanti e sempre su Il Secolo XIX manda a dire: “ricordo che la Fondazione è un’istituzione di diritto privato e che, quindi, gli organi di amministrazione e di controllo si assumono la responsabilità  degli atti che riguardano la gestione delle risorse”.
Perchè giornali e giornalisti si impicciano di soldi di “un’istituzione di diritto privato”?
Non si vergognano?
Va bene che non sono attivisti dell’Opus Dei o di Forza Italia, ma almeno lascino in santa pace chi fa opere a fin di bene.
Questo un breve ritratto del candidato “indipendente” Vinai che sarà  appoggiato dal Pdl e da altre liste civiche:un benefattore in attesa di beatificazione politica.
Magari a sua insaputa, come il suo sponsor.

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TUTTI GLI ANZIANI IN CROCIERA: IL CONTO LO PAGA IL COMUNE

Marzo 5th, 2012 Riccardo Fucile

L’IDEA DEL SINDACO SICILIANO DI COMITINI… ILPAESINO CITATO DAL NEW YORK TIMES COME SIMBOLO DELLA CATTIVA POLITICA

Se qualche lettore di buon cuore passasse per Comitini, avverta quel paesino siciliano che il governo Monti ha varato una manovra da lacrime e sangue, le imprese chiudono, siamo in piena recessione e abbiamo sfiorato il crac: non lo sanno.
O almeno non lo sa il sindaco, che in questi mesi di vacche magrissime regala a vecchi e piccini, alla vigilia delle elezioni, una settimana di crociera.
Comitini non è un paese qualunque.
Dopo essere stato «lanciato» dal Corriere della Sera e fatto poi conoscere ai telespettatori da Michele Santoro, qualche mese fa è finito in prima pagina sul New York Times come contrada simbolo della cattiva politica e del sistema clientelare italiano: pur essendo stato svuotato dall’emigrazione e ormai ridotto 960 anime, infatti, ha 65 dipendenti comunali. Uno ogni 14 abitanti.
A colpire Rachel Donadio, all’arrivo sulla piazza del paesino a pochi chilometri da Agrigento, fu la prima immagine: due dei nove (nove!) vigili urbani che, anzichè smistare il traffico, inesistente, se ne stavano seduti al bar a bere un aperitivo.
Stando lì, le spiegarono, lavoravano: «Lavori come questi mantengono viva la città  – si giustifica Caterina Valenti, uno degli ausiliari al traffico che guadagna circa 800 euro al mese per un lavoro di 20 ore alla settimana -. «Vedi, stiamo seduti qui al bar e aiutiamo l’economia locale».
Prosit.
In chiesa stavano celebrando un matrimonio e l’inviata del giornale americano fece notare ai due che, mentre sorseggiavano l’analcolico, c’erano delle auto parcheggiate dove era vietato. Le risposero distrattamente facendo spallucce: «Evitiamo di multarli. Qui ci conosciamo un po’ tutti, è una città  così piccola…».
Avrebbe raccontato la giornalista: «A New York non ci volevano credere».
Letto l’articolo, Massimo Giletti invitò il sindaco, Nino Contino, all’«Arena» di «Domenica in». Dove spiegò: «So bene che 65 lavoratori comunali in una città  di poco meno di mille abitanti sono molti. Ma se non gli avessimo offerto un lavoro, queste persone sarebbero emigrate, magari in America. Avremmo sessanta persone e sessanta famiglie che cercano un’occupazione altrove».
E poi, che gli importa della spesa? «La città  non li paga: sono lo Stato e la Regione che lo fanno. I dipendenti sono pagati solo per il 10% dal Comune».
Peggio il rattoppo del buco.
Fatti i conti, se tutti i comuni italiani seguissero la strategia economica «rooseveltian-girgentina» di Nino Contino (che già  aveva riassunto il suo pensiero ad «AnnoZero» dicendo che se avesse potuto di assunzioni ne avrebbe fatte altre ancora perchè «zucchero non guasta bevanda») avremmo 4 milioni e 285 mila dipendenti comunali.
E da chi li faremmo mantenere: dai tedeschi e dai finlandesi?
Ma l’industrioso sindaco di Comitini eletto alla testa di una lista di centrodestra, come dicevamo, si è inventato ora un altro modo per mungere alle generose mammelle della Regione e dello Stato.
E poichè tra poche settimane ci sono le elezioni amministrative, ha avuto una bella pensata. Sistemare i tombini?
Controllare i lampioni?
Tappare qualche buco sulle strade?
No: mandare in crociera un po’ di anziani compaesani e i ragazzi della III media.
Vi chiederete: a parte l’assurdità  con questi chiari di luna di spendere soldi non per il pane ma per i circenses, non sarà  un momento sbagliato per donare proprio una crociera?
Ma lui tira diritto.
Dice di essere riuscito a recuperare 35.000 euro dall’assessorato autonomie locali e funzione pubblica della Regione e a quella somma aggiungerà  un 20 percento di fondi comunali.
Così da offrire a una trentina di vecchi, grazie a un mega sconto, la possibilità  di passare otto giorni serviti e riveriti su una nave Msc, lungo un itinerario mediterraneo che partendo dall’Italia toccherà  la Tunisia, la Spagna, la Francia.
«Si tratta della prima tappa», ha spiegato ai giornali locali, «di un progetto portato avanti in favore degli anziani. Un progetto lungo un anno che prevede oltre alla crociera anche delle altre escursioni in luoghi della Sicilia, momenti di animazione e intrattenimento e un ciclo di incontri tematici importantissimi perchè focalizzati sulle patologie della senilità  come infarto, diabete, tumore alla mammella».
E i picciliddri? Niente per i picciliddri?
Tranquilli: il buon sindaco ha pensato anche a loro.
ecidendo di regalare la crociera anche ai 14 scolaretti (e a un loro insegnante accompagnatore, si capisce) della terza media: «È un modo per festeggiare il loro primo traguardo e non potevamo che farlo approfittando di questa opportunità  economica legata alla crociera».
L’importante, si capisce, è che non se ne accorgano Mario Monti e Vittorio Grilli e il ragioniere generale dello Stato e la Corte dei Conti e tutti i tirchi che in questi mesi stanno cercando di rosicchiare euro sull’euro per contenere gli sprechi.
E che non se ne accorgano, soprattutto, i cittadini italiani. I quali potrebbero chiedersi: quando se ne accorgeranno, al governo, che la prima cosa da fare è chiudere le migliaia di rubinetti della politica clientelare da cui, goccia dopo goccia, viene disperso un mare di denaro?

Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)

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