Gennaio 12th, 2012 Riccardo Fucile
LA CAMERA RESPINGE LA RICHIESTA DI ARRESTO DEL DEPUTATO PDL, INDAGATO PER PRESUNTI RAPPORTI CON LA CAMORRA
La Camera dice no all’arresto di Nicola Cosentino, il deputato e coordinatore campano del Pdl indagato per presunti rapporti con la camorra.
Il voto si è svolto a scrutinio segreto: 309 deputati si sono espressi contro l’autorizzazione all’arresto, 298 a favore.
Nessuno si è astenuto.
Non appena il presidente della Camera ha letto il risultato del no dell’Aula alla richiesta d’arresto, tutti i deputati del Pdl sono scattati in piedi e si sono diretti al posto di Cosentino per abbracciarlo e congratularsi con lui.
Lungo è stato l’abbraccio tra lui e Alfonso Papa. Ma saluti e strette di mano sono arrivate da tutti gli altri colleghi di partito.
Silvio Berlusconi, invece, è rimasto seduto al suo posto, pur esprimendo soddisfazione con Cicchitto e Alfano.
Quello su Nicola Cosentino è stato il quarto voto poco più di due anni alla Camera sulla richiesta di arresto di un deputato.
Era toccato sempre a Cosentino che si era salvato dall’arresto una prima volta il 10 dicembre del 2009.
Allora i no alla richiesta della magistratura di Napoli furono 360 e 226 i sì.
Per Alfonso Papa, l’Aula della Camera decise l’arresto il 20 luglio dello scorso anno con 319 sì e 293 no.
Marco Milanese invece, il 22 settembre scorso, vide respingere la richiesta con 312 no e 306 sì.
Anche se il voto è segreto, sono stati evidentemente in molti, sia nelle file della Lega ma anche del Pd a non rispettare le consegne di partito: soprattutto, nel Carroccio, dopo la dichiarazione di Bossi che lasciava libertà di coscienza.
Quella del Senatur potrebbe essere l’ultimo favore che ha fatto a Berlusconi: la base non gradirà .
”Ero convinto che questa sarebbe stata la decisione del Parlamento che non poteva rinunciare alla tutela di se stesso. È una decisione giusta, in linea con la Costituzione. Il processo continuerà regolarmente e senza intoppi e il parlamentare lo affronterà da uomo libero come è giusto che sia”: così Silvio Berlusconi ha commentato il voto.
”Per me è un errore politico, ma ovviamente è legittimo” il voto dell’Aula, ha detto il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini.
“Chiedere alla Lega. Adesso la Lega lo spiegherà “, sono state le parole del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.
Dopo la proclamazione del risultato, tra i deputati del Carroccio è stato visibile il gelo. Tra gli uomini vicini a Roberto Maroni e quelli dell’Aula più bossiana la tensione non è svanita dopo l’animata riunione che ha sancito la libertà di coscienza pur con un orientamento al ‘si’.
“È ovvio che ci sono voti che arrivano dall’altra parte”, sottolinea Osvaldo Napoli (Pdl), al termine della votazione sulla richiesta di arresto nei confronti di Nicola Cosentino, bocciata dall’Aula della Camera.
“La spaccatura è dall’altra parte”, dice ancora Napoli riferendosi alle fila della ‘vecchia’ opposizione per aggiungere che ”questo dimostra che il Pdl era compatto”.
“La vergognosa Lega, con l’ipocrita richiamo al voto di coscienza dimostra, ancora una volta, di essere al servizio di Berlusconi e dei suoi stallieri”, ha affermato in una nota il portavoce dell’Italia dei valori, Leoluca Orlando.
La riunione del Carroccio alla Camera aveva avuto attimi di vera tensione.
Ad un certo punto Roberto Paolini ha citato Enzo Carra e il caso delle ‘manette spettacolo’.
Un riferimento storico (il portavoce di Arnaldo Forlani fu arrestato per falsa testimonianza e quelle immagini delle manette fecero il giro del mondo) per avvalorare la tesi della necessità di respingere gli ‘arresti facili’ che ha provocato la reazione di un gruppo di leghisti.
Ma è vero che ti ha chiamato Berlusconi?, è stata la ‘risposta’ di alcuni deputati.
È così che si è sfiorata la rissa tra i due, con alcuni esponenti del partito di via Bellerio, come Davide Caparini, intervenuti per dividerli.
La discussione è stata molto animata.
Umberto Bossi – riferiscono fonti parlamentari del Carroccio – ha preso inizialmente la parola spiegando che dalle carte non si evince nulla nei confronti del coordinatore campano del Pdl.
Il ‘Senatur’ ha premesso che la gente del nord è per l’arresto, ma che occorre lasciare libertà di coscienza, proprio perchè a suo dire non c’è alcuna prova di colpevolezza.
Poi a prendere la parola è stato Roberto Maroni che, spiegano fonti del Carroccio, si è limitato a raccontare gli esiti della segreteria della Lega di lunedì, sottolineando di non essere stato l’unico a voler votare sì all’arresto del deputato Pdl.
Bossi ha tirato le somme, evidenziando che non c’è alcun ‘fumus persecutionis’ ma ribadendo che ogni parlamentare potrà decidere autonomamente in Aula.
“Si gioca sul filo dei voti, abbiamo recuperato più di trenta parlamentari”, dicevano dal Pdl.
E alla fine i conti sono stati giusti.
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Gennaio 12th, 2012 Riccardo Fucile
LA LEGA SI SPACCA: MARONI PER IL SI’ ALL’ARRESTO VIENE SMENTITO DAL BAGNINO DELLA PANZANIA CHE INDIRIZZA VERSO IL NO… IL DESTINO DI COSENTINO APPESO A UN FILO: FRANCHI SALVATORI DIETRO IL VOTO SEGRETO
Il leader della Lega Nord Umberto Bossi ha deciso di lasciare mano libera ai suoi sul voto sull’arresto del deputato e coordinatore del Pdl campano Nicola Cosentino.
“Lascio libertà di coscienza, nelle carte non c’è nulla. Bisogna stare tranquilli quando si parla di arresti”, ha detto Bossi ai microfoni di Repubblica Tv.
Una correzione di rotta rispetto alla linea adottata dalla segreteria della Lega, dove era passata la linea maroniana orientata al sì all’arresto dell’ex sottosegretario all’Economia.
Linea poi adottata dai rappresentanti leghisti nella Giunta per le autorizzazioni della Camera, che ieri ha dato il primo via libera all’arresto del parlamentare del Pdl. Oggi toccherà all’aula di Montecitorio pronunciarsi.
E un deputato del Popolo della libertà assicura che il suo partito è pronto a un vero e proprio “mezzogiorno di fuoco”.
Il Cavaliere per tutto il giorno ha pressato la Lega affinchè cambiasse idea. L’ex premier ha trascorso tutto il giorno a palazzo Grazioli, perennemente al telefono con i suoi fedelissimi che lo aggiornavano sulle trattative in corso per evitare che l’aula confermasse quanto deciso dalla Giunta per le Autorizzazioni.
Un pressing costante, accompagnato da tutto lo stato maggiore del partito. Berlusconi nel corso della giornata ha sentito più volte lo stesso Cosentino, che in serata l’ha raggiunto a palazzo Grazioli.
Ma nel mirino del Cavaliere c’era soprattutto Bossi: l’ex capo del governo l’avrebbe cercato più volte e, secondo qualcuno, tra i due ci sarebbe stato anche un incontro, il secondo dopo quello di lunedì a Milano.
“Ora – avrebbe detto Berlusconi – spero che tutti votino secondo coscienza e non per mero calcolo elettorale”.
Le parole di Bossi rendono il sì all’arresto di Cosentino molto meno scontato di quanto sembrasse dopo l’esito in Giunta.
Potrebbe risultare decisiva la procedura.
Se verrà chiesto il voto segreto, assicurano nel Pdl, potrebbero scattare “varie dinamiche” soprattutto tra i parlamentari campani anche di altre forze politiche: è vero che alcuni berlusconiani potrebbero dire sì all’arresto (“magari per ragioni personali”), ma altri (anche in Udc o Pd) potrebbero decidere di “graziare” l’ex sottosegretario.
L’esito della votazione è a questo punto molto incerto.
Di sicuro c’è soltanto la spaccatura sempre più evidente della Lega.
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Gennaio 11th, 2012 Riccardo Fucile
ESCE IL LIBRO “A UN GIOVANE ITALIANO” DELL’EX PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA…”NOVANT’ANNI SONO MOLTI PER CONTINUARE A NUTRIRE FIDUCIA, EPPURE NON POSSO DIRMI PESSIMISTA”
Esce oggi da Rizzoli il libro che il Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi ha scritto in forma di lettera “A un giovane italiano” (pagine 154, euro 14).
Ne anticipiamo qui uno stralcio dalle parte finale, «Conclusioni di un “impolitico”».
Buone intenzioni, esortazioni virtuose, richiami ai valori, ne hai già sentiti esprimere molti; fatti, ne hai visti seguire molto pochi: diciamoci la verità , non è forse questo il pensiero che ti sta attraversando la mente? Non so darti torto.
Non ti biasimo se obietti che un presente così difficile e un futuro così incerto ti fanno inclinare alla rinuncia e al ripiegamento in te stesso, piuttosto che all’impegno fattivo, a prove di forte volontà .
Non mi sentirei di deplorare in te anche la tentazione di «rovesciare il tavolo».
Comprendo le tue obiezioni, ma ti dico di no; sono strade senza uscita.
No, giovane amico, vale sempre la pena di impegnarsi.
E non solo in progetti ambiziosi in cui si investono le risorse migliori e in cui si ripongono le aspettative più elevate; ciascuno persegue gli obiettivi che più si confanno alle sue inclinazioni, ai suoi mezzi, alle sue possibilità .
C’è di più: dell’impegno e della volontà non potrai fare a meno se punti a costruire qualcosa di solido, nella famiglia come nel lavoro, come nella vita associativa e di relazione; se vorrai, insieme con la tua realizzazione personale, concorrere a migliorare la condizione della comunità alla quale senti di appartenere per storia, per cultura, per legami e affetti, per interessi economici e sociali.
Non c’è retorica in quanto ti sto dicendo; c’è, al contrario, la convinzione profonda che è connaturata all’uomo l’aspirazione a progredire, a crescere umanamente, attraverso la conoscenza di sè e della realtà che lo circonda; a sperimentarsi nella realtà , a misurarsi con essa per prendere coscienza delle proprie possibilità e dei propri limiti e agire di conseguenza.
Possiamo, allora, anche sentirci stanchi, sfiduciati, delusi — è inevitabile che ciò accada e per i motivi più diversi, personali e sociali — ma non possiamo, non dobbiamo rimanere indietro mentre altri si muovono; ci condanneremmo a rimanere staccati, isolati, vittime della nostra indolenza, della nostra rinuncia.
Novant’anni sono molti; tanti da aver visto, e in molti casi vissuto, vicende terribili così come eventi grandiosi. Ho visto molte miserie e altrettante grandezze; quanto al saldo, non saprei dire se alla fine prevalga il segno più o il segno meno.
Quello che mi sento di dire, molto semplicemente e altrettanto sinceramente, è che «ne è valsa la pena».
Oggi, posso affermare che, soprattutto, ho visto l’uomo, con la sua intelligenza e il suo coraggio di osare, spostare sempre più avanti le frontiere della conoscenza: conquiste scientifiche, progressi tecnologici che hanno recato benefici enormi all’umanità ; basti pensare alle tante malattie debellate definitivamente.
Ho visto l’uomo, con il suo insopprimibile bisogno di libertà , avere la meglio su dittatori e regimi ritenuti imbattibili.
Non ignoro i momenti in cui l’uomo, toccando abissi per i quali non mi è mai riuscito di trovare parole adeguate, ha negato la sua stessa umanità . Sento che qui si impongono memoria e silenzio.
Giovane amico, spero di essere riuscito a trasmetterti il sentimento di fiducia con cui ho guardato e affrontato l’esistenza: le vicende quotidiane come le prospettive di più lungo periodo, anche nei momenti bui. […]
Novant’anni sono molti anche per continuare a nutrire fiducia; eppure, nonostante tutto, non posso dirmi pessimista.
Non sto cercando, però, di indurti, giovane amico, a coltivare un ottimismo consolatorio, quel sentimento dolciastro e quasi mai sincero.
Desidero invitarti ad aguzzare lo sguardo, lo sguardo acuto dell’intelletto e del cuore, affinchè tu non perda di vista il segno di quella strada che tu stesso dovrai provvedere a tracciare, senza superbia, ma senza troppi timori.
Come diceva Seneca nelle sue Lettere a Lucilio: «Continua nei tuoi progressi e capirai che sono meno da temere proprio quelle cose che fanno più paura».
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
NEGLI ATTI DEL RIESAME LA RICOSTRUZIONE DEI RAPPORTI CON GLI IMPRENDITORI DEL CLAN DEI CASALESI
È il 2006 quando Giovanni Lubello viene intercettato mentre parla della nascita del futuro centro commerciale di Casal di Principe. Dice che è già tutto previsto e organizzato, dai bar ai parcheggi e scorrendo le 181 pagine del Tribunale del Riesame di Napoli, si scopre che persino sul calcestruzzo, la camorra, s’era già mossa da tempo.
Giovanni Lubello è considerato un “referente” del clan dei casalesi e in quell’intercettazione già adombra l’intreccio tra camorra e politica.
E la politica, a Casal di Principe, porta soprattutto il nome di Nicola Cosentino. Da quest’intercettazione nasce l’inchiesta condotta dai pm napoletani Antonello Ardituro, Francesco Curcio ed Henry John Woodcock, che hanno chiesto l’arresto di Cosentino per corruzione aggravata dal metodo mafioso.
Richiesta convalidata dal gip e anche dal Tribunale del Riesame.
Il centro commerciale non vedrà mai la luce, ma una miriade di atti pubblici confermano l’attività degli imprenditori e un pubblico ufficiale che, secondo l’accusa, bluffando sin dall’inizio, riescono a incassare autorizzazioni e finanziamenti. L’imprenditore Nicola Di Caterino, con i cognati Cristiano Cipriano e Luigi Corvino, secondo l’accusa, erano però “formalmente estranei all’operazione”: “Ad avere diretti interessi nella realizzazione dell’opera era il clan dei casalesi”.
L’avallo di Cosentino si manifesta nella parte finale — il finanziamento di Unicredit – di un progetto che, però, si rivela criminale sin dall’inizio.
A partire dal terreno sul quale sarebbe nato il centro: “è stato possibile appurare — si legge negli atti — che Di Caterino ha indebitamente minacciato di utilizzare l’arma dell’esproprio per convincere i proprietari alla vendita o assicurarsi condizioni più favorevoli”.
Dopo le minacce d’esproprio arriva un atto illegittimo del Comune: il permesso di costruire rilasciato dal Comune di Casal di Principe, a firma di Mario Cacciapuoti, nonostante “buona parte dei terreni non erano ancora nella proprietà della società Vian srl”.
La Vian srl è la società interessata al progetto. Cacciapuoti è un dipendente comunale che deve dare il via libera ma, proprio in quel periodo, teme di essere trasferito.
Scrive il Riesame: “Galeotto fu il suo desiderio di essere riconfermato nell’incarico. Attraverso Lubello entrò in contatto con Cristiano, Di Caterino e il resto della banda”. Cacciapuoti dice: “Mi dovevo incontrare con Cosentino, alla fine non mi sono incontrato (…) mi hanno detto solamente che ci hanno parlato loro ed era tutto a posto. Qualche giorno dopo mi riconfermano nell’incarico”.
E nello stesso periodo dà il via libera all’operazione.
Il Riesame precisa: “Gli atti contrari ai doveri d’ufficio posti in essere da Mario Cacciapuoti sono concreti e individuati . Non è necessario che Cosentino ne abbia conosciuto nei dettagli il contenuto, è sufficiente la consapevolezza che la riconferma di Cacciapuoti era collegata al suo ‘asservimento’ nella vicenda del centro commerciale”.
Negli atti si leggono molte deposizioni di “pentiti” del clan: “So bene cosa sia il centro commerciale — dice Raffaele Piccolo ai pm —(…) gli esponenti del clan mi dicevano che a livello più alto per far arrivare i finanziamenti e i soldi, se ne occupava l’onorevole Nicola Cosentino”.
E Cosentino, con gli imprenditori che hanno bisogno del finanziamento, nel 2007 si presenta nella sede romana delll’Unicredit.
“Di Caterino — si legge negli atti — (…) è stato lungamente impegnato in una difficile ricerca di credito, indispensabile per dare parvenza di legalità a un’operazione che doveva consentire l’impiego di patrimoni mafiosi”.
Presenta persino una falsa fideiussione bancaria del Monte dei Paschi di Siena, ma il finanziamento si sblocca soltanto dopo il suo arrivo in banca con Cosentino. Sulla base di quella falsa fideiussione, l’imprenditore ottiene 8 milioni per acquistare i terreni del centro commerciale, quelli ottenuti minacciando espropri e che, nell’intercettazione che ha dato il via all’inchiesta, erano già spartiti per bar e parcheggi. Il funzionario Cristofaro Zara concede il finanziamento a “una società priva di qualsivoglia sostanza patrimoniale e reddituale”.
E il finanziamento, cronologicamente, si sblocca soltanto dopo l’incontro dei funzionari bancari con Cosentino.
Le intercettazioni dimostrano l’interessamento degli imprenditori a portarlo in banca come il vero titolo di garanzia. Il parlamentare nega ogni addebito.
Non gli ha creduto il gip, nè il Riesame.
Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 9th, 2012 Riccardo Fucile
LA FRASE DELL’ESPONENTE DEL CARROCCIO E DENUNCIATA DAL CIRCOLO LOCALE DI FUTURO E LIBERTA’ SCATENA LE POLEMICHE… CHIESTE LE SUE DIMISSIONI, PER IL SINDACO LEGHISTA “SONO UNA BATTUTA”, LA MAGISTRATURA TACE… E DOPO UN GIORNO ARRIVANO SOLO LE SCUSE DEL PADAGNO
Annuncio choc su Facebook: «Per gli immigrati servono i forni». 
A scriverlo è stato Mauro Aicardi, consigliere comunale della Lega Nord di Albenga, in provincia di Savona.
La frase di Aicardi è apparsa sul famoso social network in un dibattito su un fatto di cronaca, ovvero una rapina subìta da un marocchino da parte di un suo connazionale.
La frase ha immediatamente scatenato le polemiche, in primis quelle del circolo cittadino di Futuro e Libertà che non ha digerito la frase.
Secondo il sindaco di Albenga, Rosy Guarneri, quella di Aicardi è stata una battuta.
«Aicardi è una persona moderata e rispettosa del pensiero e del comportamento di tutti, ma esiste un disagio sociale che tutti percepiamo» ha detto il sindaco ai microfoni di Radio19.
«Si è trattato di una battuta di pessimo gusto, frutto dell’esasperazione più che di una seria riflessione e non rappresenta in alcun modo quello che è il mio pensiero nè quello del mio partito di riferimento, assolutamente estraneo alla questione»: con queste parole Mauro Aicardi – consigliere comunale della Lega Nord ad Albenga, che ha scritto su Facebook che per gli immigrati «servono i forni» – ha provato il giorno dopo a giustificare quanto è successo.
Il commento su Facebook, «che ho già provveduto a rimuovere – ha detto Aicardi – non voleva essere razzista nè discriminatorio, ma semplicemente un modo un po’ brusco e provocatorio per esprimere il disagio provato da me e da molti cittadini nei riguardi della presenza a piede libero di criminali, pregiudicati e clandestini, di qualsiasi origine e razza. Se qualcuno si è sentito offeso chiedo scusa, e ribadisco che non volevo essere offensivo».
Aicardi è stato di nuovo difeso anche dal sindaco della cittadina savonese, Rosalia Guarnieri (Lega Nord), che già ieri aveva preso le sue parti su Radio19.
La polemica, comunque, non sembra placarsi: la pubblicazione di quella frase «è un’inaccettabile istigazione all’odio razziale», hanno scritto in una nota i rappresentanti di Futuro e Libertà di Albenga.
Inoltre, il Partito Democratico ha già fatto sapere che nelle prossime ore presenterà una mozione di sfiducia contro «se Aicardi non si dimetterà : il consigliere si deve dimettere. In caso contrario, il nostro gruppo consiliare proporrà una mozione di sfiducia. Le sue affermazioni sono gravissime, perchè xenofobe e razziste e perchè provengono da un rappresentante delle istituzioni che dovrebbe dare l’esempio, e non peccare di superficialità ».
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Gennaio 9th, 2012 Riccardo Fucile
MARCO TRAVAGLIO:”NEI PAESI SERI NESSUNO (A PARTE I LADRI) DIFENDE I LADRI”…. QUALCHE CITAZIONE NELL’ULTIMO DELIRIO
Nei paesi seri non c’è bisogno di spiegare la differenza fra guardie e ladri, perchè nessuno (a parte i ladri) difende i ladri.
Invece nel Paese di Sottosopra, come lo chiamava Bocca, sgovernato per nove anni su 17 da un noto evasore che giustificava l’evasione, il direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera deve discolparsi dall’accusa di leso Caimano per aver dichiarato “se si dice che evadere è giusto non siamo un paese civile”.
E Monti fa notizia perchè rammenta quella che in un altro paese sarebbe un’ovvietà — sono gli evasori a “mettere le mani nelle tasche degli italiani” — e solidarizza con la Guardia di Finanza per i sacrosanti blitz a Cortina e a Portofino.
Intanto il primo partito della sua maggioranza solidarizza con gli evasori.
Ma non potendolo dire esplicitamente (gli elettori sono nervosetti), si arrampica sugli specchi della logica per tener buoni sia gli evasori sia gli onesti.
Quattro passi nell’ultimo delirio.
Fabrizio Cicchitto: “Si criminalizza un’intera città a scopi ideologici, politici e mediatici”. Anche se è Cicchitto, prendiamo sul serio le sue parole: quale sarà mai l’ideologia politica della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate, i cui vertici li ha nominati il governo B.? Bolscevichi in divisa grigia? Mistero.
Osvaldo Napoli/1: “Non è vero che il contribuente onesto non ha nulla da temere. Gli accertamenti con metodi polizieschi colpiscono a caso e nella rete finiscono spesso contribuenti onesti”. E come dovrebbero essere gli accertamenti di una forza di polizia, se non polizieschi? E come fa un contribuente onesto a finire nella rete degli evasori? Risposta: non pagando le tasse.
Napoli/2: “L’Italia non è un popolo di evasori. Non c’era bisogno di arrivare fino a Cortina, bastava scendere nel bar sotto casa per scovare l’evasore”. Lievissima contraddizione: se basta scendere nel bar sotto casa, allora siamo un popolo di evasori.
Napoli/3: “Se il fisco si toglie l’elmo e invece della sciabola impugna il pc e anzichè invadere le strade di Cortina invita nei suoi uffici i contribuenti, la guerra all’evasione diventerebbe un accordo fra uno Stato vigile e dialogante e un contribuente meno reticente”. Ecco: si invita l’evasore in ufficio, gli si offre il tè coi pasticcini e si apre un dialogo per accordarsi: facciamo a mezzo?
Maurizio Lupi/1: “No a uno stato di polizia fiscale. Non va fatta di tutta l’erba un fascio, non siamo tutti evasori. Mi preoccupa la spettacolarizzazione mediatica, la repressione totale”. Appunto: proprio perchè non siamo tutti evasori, bisogna punire quelli che lo sono. La spettacolarizzazione mediatica fa parte della terapia: così l’evasore non ancora preso si spaventa e magari paga le tasse. Si chiama deterrenza. Quanto allo “stato di polizia”, non facciamo ridere: in America gli evasori finiscono su due piedi in galera: qui rischiano massimo una multa. Infine: come dovrebbe essere la repressione, se non totale? Parziale? Prendi due evasori e ne punisci uno solo? O li punisci tutti e due, ma solo un po’?
Lupi/2: “Non c’era bisogno del blitz per sapere che c’è evasione” Infatti i blitz non si fanno per sapere se si evade, ma chi evade.
Daniela Santanchè/1: “Ora chi va a Cortina è marchiato come evasore”. Ma perchè mai? Chi va a Cortina e non evade gode come un riccio nel vedere chi evade finalmente nei guai.
Santanchè/2: “A St. Moritz non ci sono forse evasori? Gli evasori stanno ovunque”. Giusto, ma St. Moritz è in Svizzera e dunque la Finanza non può andarci.
Santanchè/3: “Ora tutti andranno in vacanza a St. Moritz”. Vuol forse dire che “tutti” quelli che vanno a Cortina sono evasori? E perchè mai dovrebbero trasferirsi a St. Moritz, visto che con gli evasori la Svizzera è molto più severa dell’Italia?
Ps. Ieri il Suv della Santanchè è stato inopinatamente multato per divieto di sosta a Courmayeur. Un altro duro colpo all’economia del Paese. Ora tutti i Suv andranno in vacanza a St. Moritz.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
COME SONO DISTRIBUITI IMMOBILI E TITOLI: IN MEDIA 1,6 MILIONI, VENTIDUE VOLTE DI PIU’ DEI CETI POPOLARI… E’ AFFONDATA LA CLASSE MEDIA E SONO CRESCIUTE LE PROPRIETA’ DI IMPRENDITORI E COMMERCIANTI…I CITTADINI HANNO TRA RISPARMI E RICCHEZZA 8.600 MILIARDI, PARI A QUATTRO VOLTE IL DEBITO PUBBLICO
Tosate i ricchi. Con le pensioni, l’appello ad una severa imposta patrimoniale è stato uno dei temi più dibattuti in questi mesi, suscitando passioni che sembravano scomparse dalla scena politica, fino a indurre anche parecchie vittime potenziali della tassa a rivendicarne l’attuazione.
La crisi ha, infatti, messo a nudo un rancore crescente verso l’ineguaglianza sociale e verso il paradosso che vede l’Italia come uno dei paesi più ricchi del mondo, senza che questo venga riconosciuto nell’esperienza quotidiana. Un paese ricco, abitato da poveri, si è detto.
Per sciogliere il paradosso, bisogna rispondere a due domande.
Quanti sono i ricchi, in Italia? E quanto sono ricchi?
La risposta è che una delle duecentomila famiglie di straricchi, in Italia, ha, in media, un patrimonio che vale 65 volte quello di cui dispone una qualsiasi della maggioranza delle famiglie italiane.
In termini statistici complessivi, non sembra una gran novità : l’Italia era un paese più egualitario negli anni ’70 e ’80, ma, dai primi anni ’90, è andata avvicinandosi agli squilibri sociali tipici di paesi come Usa e Gran Bretagna.
Negli ultimi vent’anni, tuttavia, la situazione è rimasta, più o meno, stabile. Questo, però, è uno dei tanti miraggi delle statistiche.
Due fattori hanno profondamente modificato, in quantità e qualità , la piramide sociale italiana.
Il primo è che, avvertono gli studi della Banca d’Italia, si è aperta una spaccatura verticale: un travaso progressivo di ricchezza, dai lavoratori dipendenti agli autonomi: imprenditori, liberi professionisti, commercianti.
Il secondo è il lungo ristagno dei redditi, che ha svuotato e affondato i ceti medi. Quando si sono accorti di non essere affatto sulla strada per diventare ricchi, anche nei ceti medi si è risvegliata l’insofferenza verso gli squilibri sociali.
Secondo le indagini della Banca d’Italia, la ricchezza netta degli italiani (tolti, cioè, mutui e prestiti) era pari, nel 2010, a 8.640 miliardi di euro.
Una cifra imponente, pari ad oltre quattro volte la montagna del debito pubblico. In media, significa una ricchezza di poco inferiore a 400 mila euro, per ognuna dei 24 milioni di famiglie italiane.
Ma, naturalmente, quei 400 mila euro sono il consueto miraggio statistico. Il 50 per cento delle famiglie italiane possiede, infatti, dice sempre Via Nazionale, meno del 10 per cento di tutta quella ricchezza.
Ovvero, 12 milioni di famiglie si spartiscono, in realtà , un patrimonio di non più di 860 miliardi di euro.
Questi 12 milioni di famiglie più povere costituiscono quelli che i sociologi di una volta avrebbero definito ceti popolari.
Un termine che, con il progressivo svanire di operai e contadini, è diventato sempre più sfuggente e che, oggi, probabilmente, comprende soprattutto impiegati, insegnanti e la massa dei precari. In media, la ricchezza di ognuna di queste famiglie è di 72 mila euro in tutto, al netto di mutui e prestiti, ma casa e risparmi compresi.
L’altra metà degli italiani ha, invece, le mani su quasi 8 mila miliardi di euro.
Ma non è così che va vista la divisione della torta.
Al di sopra dei ceti popolari e dei ceti medi in via di affondamento ci sono, elaborando i dati della Banca d’Italia, quelli che possiamo chiamare ceti medi benestanti.
Circa 9 milioni 600 mila famiglie, il 40 per cento del totale, che controlla il 45 per cento della ricchezza italiana: 3 miliardi 880 milioni di euro. In media, ognuna di queste famiglie benestanti ha un patrimonio, fra case e investimenti finanziari, pari a 405 mila euro.
Da qui in su, si entra nel mondo dei ricchi.
Il 10 per cento delle famiglie italiane, cioè circa 2 milioni 400 mila famiglie, controlla il 45 per cento dell’intera ricchezza nazionale.
Quanto 10 milioni di famiglie benestanti e oltre quattro volte quello di cui dispone la metà meno fortunata del paese.
Sono gli altri 3 miliardi 880 milioni di euro di ricchezza che ancora mancavano al totale. In media, ognuna di queste famiglie ricche ha un patrimonio di 1 milione 620 mila euro, oltre 22 volte la ricchezza di quella metà d’Italia che sono le famiglie dei ceti popolari.
Ma sono davvero questi i ricchi italiani? O ci sono anche gli straricchi?
La risposta è che gli straricchi ci sono, sono pochi, ma hanno abbastanza soldi da modificare profondamente la mappa sociale del paese.
Proviamo, infatti, a togliere l’1 per cento di famiglie più ricche – gli straricchi – dal plotone del 10 per cento di ricchi. Il 9 per cento di ricchi che è quasi in cima, ma non ci arriva, corrisponde a 2 milioni 160 mila famiglie.
Il loro patrimonio complessivo è pari a 2.765 miliardi di euro, un terzo della ricchezza nazionale. In media, ognuna di loro dispone di un solido patrimonio, pari a 1 milione 280 mila euro.
Infine, l’1 per cento di straricchi: meno di 240 mila famiglie.
Fa capo a loro il 13 per cento dell’intera ricchezza italiana, ovvero oltre 1.120 miliardi di euro, almeno quelli rintracciabili nel catasto e nelle banche nazionali. In media, ognuna di queste famiglie straricche dispone di un patrimonio di poco inferiore a 4 milioni 700 mila euro.
Non basta, insomma, essere un paese in cui l’80 per cento delle famiglie è proprietaria della casa in cui vive per riequilibrare la piramide rovesciata della ricchezza nazionale.
Del resto, le abitazioni (che, nelle indagini della Banca d’Italia, vengono valutate a prezzo di mercato) costituiscono la parte maggiore della ricchezza nazionale, ma non di molto: quasi 5 miliardi di euro su un totale di 8.640 miliardi.
Una eventuale patrimoniale sui soli grandi patrimoni immobiliari escluderebbe quasi 3.600 miliardi di euro di investimenti finanziari che, si deduce dalle indagini a campione di Via Nazionale, sono più comuni e frequenti, man mano che si sale nella scala della ricchezza. I dati disponibili non consentono di ripartire questi investimenti fra benestanti, ricchi e straricchi.
Permettono, però, di abbozzarne una geografia, anche se monca: i dati si riferiscono a quanto è depositato e investito presso banche italiane.
Di quanto si trova in Svizzera o in Lussemburgo, sappiamo molto poco.
Ci sono, dunque, quasi mille miliardi di euro depositati nei conti presso le poste o le banche italiane.
Non si tratta solo di soldi parcheggiati per le piccole necessità quotidiane.
Il 30 per cento di quei mille miliardi – esattamente 276 miliardi di euro – è depositato in conti fra i 50 mila e i 250 mila euro.
Un altro 13 per cento, circa 120 miliardi di euro, si trova in conti che superano i 250 mila euro.
Chi tiene tutti questi soldi in banca? Non lo sappiamo.
Al massimo, dice l’aritmetica, mezzo milione di persone ha un conto in banca almeno di 250 mila euro.
Probabilmente, sono assai di meno.
Se, per pura ipotesi, supponessimo che ne sono titolari le 240 mila famiglie straricche, ne ricaveremmo che ognuna di loro ha, in media, mezzo milione di euro sul conto in banca.
Poi ci sono i titoli.
Fra azioni, obbligazioni e fondi comuni, ci sono oltre 1.500 miliardi di euro depositati nei conti titoli delle banche italiane.
Un terzo è piccolo risparmio, cioè conti titoli inferiori a 50 mila euro.
Un altro terzo, è risparmio, per così dire, benestante: titoli fra i 50 mila e i 250 mila euro.
Poi ci sono 150 miliardi di euro, investiti in titoli per 250-500 mila euro. Il risparmio, probabilmente, si ferma qui. Il resto è investimento ed è un salto: 300 miliardi di euro in conti titoli superiori a 500 mila euro.
Roba da straricchi.
Maurizio Ricci
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
IL PORTABORSE DI SCILIPOTI: “LAVORAVO DALLE 9 DEL MATTINO ALLE 23, SABATO COMPRESO, PER 600 EURO AL MESE”… E QUELLO DI RAZZI: “LAVORAVO SETTE GIORNI SU SETTE, GLI PREPARAVO ANCHE GLI INTERVENTI, MI PAGAVA SOLO I RIMBORSI SPESE E PURE IN RITARDO”
I due deputati voltagabbana ex Idv, Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, sono uniti oggi da
una comune grana: entrambi hanno una causa in corso con i loro ex portaborse.
Il primo, secondo quanto denuncia il suo ex assistente parlamentare, Vincenzo Pirillo, avrebbe lavorato “per un anno dalle nove del mattino alle undici di sera, sabato compreso a soli 600 euro al mese con un contratto a progetto”.
Scilipoti sostiene invece di aver “aiutato una persona che non era in grado di fare nulla”.
Ma se fosse così perchè non gli mandava i soldi a casa?
Secondo il suo ex portavoce factotum, Massimo Pillera, il deputato Razzi, eletto nel collegio svizzero degli italiani all’estero, lo avrebbe tenuto dal 2006 al 2008 in nero, senza nessun contratto, pagandolo solo attraverso dei rimborsi spesa.
“Ho buttato due anni della mia vita — dichiara Pillera — ho girato in lungo e in largo con Razzi, ho lavorato anche sette giorni su sette sempre con la promessa che nel 2008, dopo la sua rielezione nel partito di Di Pietro, sarebbe arrivato anche il contratto regolare”.
“E invece — spiega — una volta rieletto, lo ha liquidato con queste parole: “Sai Massimo, ora siamo all’opposizione, meno discorsi da preparare, meno proposte di legge, meno lavoro per tutti”.
Pillera racconta di aver fatto di tutto “facevo il ghostwr iter per i suoi discorsi in pubblico, preparavo le interrogazioni parlamentari, le proposte di legge da presentare, seguivo i lavori delle commissioni e della Camera, dovevo persino informarmi con anticipo, grazie ai miei buoni uffici nelle segreterie, su che tipo di risposte avrebbero dato i ministri nei question time alle sue interrogazioni, in modo che lui avesse sempre pronta per fare bella figura una controreplica. Se — aggiunge — non riuscivo ad avere le anticipazioni, inviavo a lui degli sms con delle frasi di circostanza che potevano sempre andar bene”.
Razzi al giornalista del “Fatto” ha rilasciato una risposta imbarazzante: “Non mi risulta che Pillera fosse in nero, ma non ricordo la natura del contratto. Ora sono all’estero e non ho tempo per rispondere”.
E questi era i “responsabili” salvatori dei destini dell’Italia.
Parola di Berlusconi.
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
SUL SITO OPENPOLIS L’INDICE DI PRODUTTIVITA’ DEI NOSTRI RAPPRESENTANTI RIVELA UNA PERCENTUALE DI ATTIVITA’ INQUIETANTE…. AGLI ULTIMI POSTI GHEDINI E ANGELUCCI (PDL) , CRISAFULLI E ZAVOLI (PD), BONINO (RADICALI), MARCAZZAN, GRASSANO, TEDESCO, GAGLIONE, NANIA, PISTORIO
La domanda non dovrebbe essere solo riferita all’ammontare dell’emolumento (nella Pubblica Amministrazione ce ne sono anche di molto più alti), ma se lo stipendio è troppo alto rispetto al lavoro svolto e perchè non sia modulato di conseguenza.
Il sito Openpolis ha introdotto, oltre al calcolo delle presenze, un indice di valutazione della produttività di deputati e senatori calcolato valutando l’attività svolta in parlamento, la tipologia degli atti presentati, il consenso ricevuto, l’iter dei lavori e la partecipazione in aula.
“Non intendiamo dire chi lavora e chi no — spiegano i ricercatori sul sito di Openpolis — ci concentriamo solo ed esclusivamente su quella parte del lavoro parlamentare volto alla proposta, discussione, elaborazione ed approvazione di atti legislativi e non”.
Dalla classifica emerge che il deputato più produttivo è Antonio Borghesi dell’Idv con un valore pari a 1035.
Il secondo è Pier Paolo Baretta del Pd (991,6).
Tra loro e i meno produttivi c’è un abisso.
Gli ultimi tre posti sono occupati da Pietro Marcazzan dell’Udc (14,1) subentrato in corso di legisaltura, il 15 settembre del 2010, poi Nicolò Ghedini del Pdl, (14,4) e Maurizio Grassano della Lega (19,6) anche lui entrato il 17giugno del 2010.
Per quanto riguarda Palazzo Madama i due più produttivi sono entrambi dell’Udc, Gianpiero D’Alia e Carlo Vizzini con, rispettivamente, 1199,7 il primo e 1032,6 il secondo.
Gli ultimi della classe sono invece Vladimiro Crisafulli del Pd, con una valutazione pari a 12,9, Alberto Tedesco ex Pd ora gruppo Misto (13,2) e Sergio Zavoli, sempre del Pd (15,6).
Dal conteggio sono escluse le attività istituzionali come quelle di presidenti di Commissione o capigruppo.
Analizzando invece il dato oggettivo delle presenze in aula il massimo assenteista di Montecitorio si conferma Antonio Gaglione, gruppo Misto, presente al 6,38% delle sedute.
Il secondo è ancora Niccolò Ghedini, (22,7%) poi Antonio Angelucci, del Pdl (28,58%).
Al Senato detiene il record di assenze la vicepresidente radicale Emma Bonino, (28,7%). Seguono Domenico Nania del Pdl (33,45%) e Giovanni Pistorio del gruppo Misto (34,20%).
I più presenti un deputato e un senatore del Pdl: Remigio Ceroni alla Camera (99,86%) e Cristiano De Eccher al Senato (99’92%).
Come riportato dai giornalisti Rizzo e Stella nel libro “Licenziare i padreterni”, il tasso di assenteismo medio italiano è circa del 30%, mentre al Senato americano è del 3,1%.
Per quanto riguarda la media delle ore lavorate in aula, escludendo quindi le Commissioni, in una settimana di attività intensa come quella tra l’11 e il 18 dicembre, con l’esame della Finanziaria, i deputati si sono riuniti in assemblea 30 ore e 10 minuti tra il 14 e il 16 dicembre mentre a Palazzo Madama ci sono state 14 ore e 28 minuti di seduta in tre giorni.
Il governo ha rimandato al Parlamento l’onere di occuparsi del taglio dei propri stipendi.
Se fossero modulati su presenze e produttività i doppiolavoristi non riceverebbero soldi dallo Stato mentre svolgono le loro attività e Antonio Gaglione sarebbe costretto a presentarsi in aula per ricevere lo stipendio.
Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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