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L’ANTITRUST: “AVANTI CON LE LIBERALIZZAZIONI, MA GARANTENDO L’EQUITA’ SOCIALE”

Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile

LE PROPOSTE TECNICHE INVIATE AL PARLAMENTO: SCORPORARE IL BANCO POSTA DA POSTE ITALIANE, ABOLIRE IL TARIFFARIO DELLE PROFESSIONI, AUMENTARE IL NUMERO DELLE FARMACIE, INTERVENTI SUI SERVIZI PUBBLICI LOCALI, LICENZE COMPENSATIVE SUI TAXI… SUPERARE GLI EGOISMI E GARANTIRE EQUITA’

Dai servizi pubblici locali alle poste, dai trasporti alle banche all’energia, fino alle professioni e alla semplificazione dell’attività  amministrativa.
Sono queste alcune delle proposte tecniche inviate dall’Antrust al Parlamento per favorire la concorrenza e “fare ripartire al più presto la crescita economica”.
Così da “superare gli egoismi di parte e le resistenze”.
Ma se le liberalizzazioni sono necessarie, vanno però “accompagnate con interventi che garantiscano l’equità  sociale e che favoriscano, anche attraverso le opportune riforme del diritto del lavoro, nuove opportunità  di inserimento per i soggetti che ne uscissero particolarmente penalizzati”.
Secondo l’Antitrust la “legge annuale sulla concorrenza è lo strumento con il quale procedere: per vincere ostacoli e resistenze dei gruppi che si sentono danneggiati, occorre infatti recuperare la dimensione dell’interesse generale e la sua prevalenza sui vari egoismi di categoria, procedendo con interventi di ampia portata che contestualmente sciolgano i nodi anticoncorrenziali su mercati diversi e con attori economico-sociali differenti”.
L’Antitrust, si legge ancora nel testo di 90 pagine, “ha consapevolezza che per superare le numerose incrostazioni corporative e le resistenze dei grandi attori economici ad un’effettiva apertura del mercato, la politica di liberalizzazioni dovrà  inevitabilmente essere “una sorta di work in progress ma – aggiunge – l’urgenza della crisi richiede di non indugiare e di attuare gli interventi di immediata applicazione”.
Per l’autorità  “non vanno sottovalutati i costi sociali sottesi, nel brevissimo periodo, alle liberalizzazioni”.
Poste.
Scorporare Banco Posta da Poste Italiane, ridefinire il servizio universale, limitandolo ai servizi veramente essenziali e ridurre la durata dell’affidamento a Poste, attualmente fissata a 15 anni. E’ quanto si legge nella segnalazione a Governo e Parlamento dell’Antitrust, che spiega: “Per Banco Posta, occorre prevedere la costituzione di una società  separata da Poste, che abbia come oggetto sociale lo svolgimento dell’attività  bancaria e che risponda ai requisiti della normativa settoriale”.
Carburanti.  
L’Autorità  propone una più incisiva razionalizzazione della rete distributiva con misure che favoriscano lo sviluppo di operatori indipendenti dalle compagnie petrolifere anche attraverso forme di aggregazione di piccoli operatori e/o di gestori di impianti. Per garantire l’assenza di ostacoli all’accesso a nuovi operatori non integrati verticalmente (pompe bianche e GDO), occorre vietare alle Regioni di inserire vincoli alla apertura degli impianti non previsti dalle norme nazionali e eliminare la norma che impedisce la realizzazione di impianti completamente automatizzati. Per sviluppare una rete distributiva maggiormente indipendente dalle compagnie petrolifere si dovrebbe consentire l’utilizzo, nei rapporti tra proprietari degli impianti e gestori, di tutte le tipologie contrattuali previste dall’ordinamento eliminando il vincolo della tipizzazione tramite accordi aziendali. Verrebbe così, da un lato, introdotta una piena autonomia del gestore rispetto al soggetto proprietario dell’impianto incentivando, ad esempio, forme di aggregazione di piccoli operatori nell’attività  di approvvigionamento. Dall’altro, questo potrebbe consentire alle società  petrolifere di rifornire anche punti vendita non appartenenti alla propria rete (rendendo possibile la nascita di impianti multimarca).
Professioni.
Nel settore delle professioni occorre l’abolizione espressa di qualsiasi forma di tariffario mentre gli Ordini vanno riformati, garantendo che la funzione disciplinare sia svolta da organismi che garantiscano un ruolo terzo. Anche nel settore della formazione professionale il potere dei Consigli degli Ordini va limitato alla fissazione di requisiti minimi dei corsi di formazione, senza alcuna necessità  di autorizzazioni o riconoscimenti preventivi. E’ inoltre necessaria la revisione della pianta organica dei notai, in modo da aumentare significativamente il numero dei posti. Per tutti gli Ordini va infine abrogata la norma che prevede il controllo, da parte degli Ordini stessi, sulla trasparenza e veridicità  dei messaggi pubblicitari veicolati dai professionisti.
Edicole.
Va consentita una remunerazione differenziata dei rivenditori in base a parametri oggettivi, che tengano conto della qualità  delle prestazioni rese e dei risultati conseguiti dall’esercizio, affrontando anche le problematiche relative alla filiera distributiva per garantire i rifornimenti.
Banche e Rca.
Secondo l’Antitrust è preferibile limitarsi a intervenire sulla metodologia di calcolo e sul livello delle commissioni interbancarie multilaterali, piuttosto che prevedere prezzi massimi o minimi delle commissioni applicate dalle banche agli esercenti. Va inoltre introdotto il divieto per la banca che stipula un mutuo o un finanziamento di vendere contemporaneamente una polizza collegata a quel contratto. Sul fronte della Rc Auto occorre migliorare il meccanismo del risarcimento diretto, prevedendo soglie ai rimborsi ricevuti dalla compagnia del danneggiato modulati in funzione degli obiettivi di efficienza che devono essere raggiunti dalle compagnie. Dall’ambito della procedura di risarcimento diretto vanno comunque esclusi i danni alla persona.
Energia.  
Per l’Autorità  occorre in tempi brevi ridurre il gap di informazione tra i distributori e venditori finali non integrati verticalmente con i distributori stessi, aumentando la concorrenza a valle. Per questo occorre introdurre specifici obblighi informativi e ampliando la quantità  e la qualità  dei dati da mettere a disposizione. l’Autorità  ritiene inoltre necessario che in tempi brevi vengano adottate misure pro-concorrenziali relative ad agevolazioni per la costruzione di nuove infrastrutture di importazione di gas.
Taxi.
Incentivare la liberalizzazione dei tax attraverso misure compensative per chi già  possiede le licenze. “Va incentivato l’aumento del numero delle licenze dei taxi, almeno nelle città  dove l’offerta del servizio presenta le maggiori carenze, prevedendo adeguati meccanismi di ‘compensazione’ per gli attuali titolari delle licenze – afferma l’Antitrust -. In particolare, al fine di rendere effettivamente praticabile la riforma, minimizzandone l’impatto, l’autorità  suggerisce di dare la possibilità  agli attuali titolari delle licenze di vedersene assegnata un’altra gratuitamente. La nuova licenza potrebbe essere venduta, recuperando la perdita di valore del titolo originario e, comunque, l’offerta del servizio di taxi registrerebbe un miglioramento significativo”.
Strade e aerei.
Secondo l’Antitrust “va modificato il sistema di revisione delle tariffe previsto dalla Convenzione tra Anas e Autostrade per l’Italia, passando a un meccanismo che preveda la sottrazione dal tasso di inflazione del tasso di produttività  attesa e, soprattutto, un consistente premio per un miglioramento della qualità  del servizio e per i progetti di investimenti futuri, ove verificabili”. Va ridotta la durata cinquantennale delle concessioni “che va invece commisurata alle caratteristiche dell’investimento e alla possibilità  di una sua remunerazione. Nel caso di investimenti non completamente ammortizzati, le procedure di affidamento possono comunque prevedere, laddove il subentrante sia diverso dal precedente concessionario, adeguate forme di compensazione”.
Servizi pubblici.
“Occorre introdurre l’obbligo per gli enti locali di definire in via preliminare gli obblighi di servizio pubblico. Stabilito il perimetro, dovranno verificare la possibilità  di una gestione concorrenziale con procedure aperte di manifestazione di interesse degli operatori del settore a gestire in concorrenza i servizi. Solo in caso di fallimento di questa procedura gli enti locali potranno mantenere la gestione in esclusiva affidata con gara a un privato, mentre l’affidamento in house (direttamente gestito dall’ente pubblico con una sua società ) è consentito solo a fronte di un’analisi di mercato che ne dimostri in modo chiaro i benefici diretti. Occorre – prosegue l’autorità  – accelerare le scadenze degli affidamenti che non sono il frutto di un confronto competitivo, dando però all’ente locale la possibilità  di evitare la scadenza anticipata attraverso l’immediato avvio di una procedura di cessione a privati con gara delle quote della società  pubblica (totalitaria o mista). La procedura dovrà  concludersi entro un termine ravvicinato, pena sanzioni per l’ente locale”.
Farmacie.
Sul fronte farmaceutico occorre liberalizzare la vendita dei farmaci con prescrizione medica ma a totale carico del paziente (i cosiddetti farmaci di fascia C) e rimuovere gli ostacoli all’apertura di nuove farmacie, aumentando la pianta organica delle stesse. Va ampliata la possibilità¡ della multi-titolarità  in capo a un unico titolare, aumentando il numero massimo da 4 a 8.
Burocrazia.  
Secondo l’Antitrust occorre affidare al Governo la delega per un testo unico relativo a tutti i procedimenti di autorizzazioni, con espressa abrogazione di quelli non necessari. In caso di mancato rispetto dei termini per effettuare la ricognizione, scatta l’effetto ‘tagliola’ con cessazione di tutti i regimi di autorizzazione oggi previsti. Infatti, l’efficacia di alcune misure pro-concorrenziali dipende anche dall’attuazione da parte delle amministrazioni del principio di liberalizzazione delle attività  economiche e, in parte, anche del diverso principio di semplificazione delle procedure. Anche le Regioni e gli enti locali dovranno adeguarsi. Per disincentivare in futuro la reintroduzione di nuovi oneri burocratici per cittadini e imprese, l’Autorità  propone di introdurre il principio della detraibilità  per cittadino e imprese delle spese sostenute per l’adeguamento a nuove normative, che introducono nuovi oneri burocratici: obiettivo, “costringere” il legislatore a reperire le risorse in caso di approvazione di nuove leggi che comportano aggravamenti per cittadino e imprese e che devono avere, sotto tale profilo, copertura finanziaria. Identico meccanismo dovrà  valere per le Regioni.
Ferrovie.
Per il trasporto ferroviario, l’Antitrust auspica che sia resa rapidamente operativa l’Autorità  dei Trasporti: sarà  così possibile vigilare sulla “terzietà ” della gestione di tutte le infrastrutture ritenute essenziali per lo svolgimento di un corretto confronto concorrenziale nei servizi di trasporto ferroviario merci e passeggeri.

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IN ITALIA SI ASSISTE A STRAGI CALIBRO NOVE, MA IL GOVERNO ABOLISCE IL CENSIMENTO DELLE ARMI

Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile

“TROPPE PISTOLE IN GIRO” DENUNCIA IL SINDACO DI ROMA ALEMANNO DOPO L’ORRENDO OMICIDIO DELLA BIMBA CINESE… MA NELLA MANOVRA SALVA-ITALIA SPUNTA UN ARTICOLO CHE ABOLISCE IL CATALOGO NAZIONALE DELLE ARMI IN VIGORE DA 36 ANNI E CHE GARANTIVA IL CONTROLLO SULLA LORO DIFFUSIONE

La rapina finita nel sangue a Roma e la follia omicida di metà  dicembre a Firenze riportano in primo piano il tema della licenze per il porto d’armi.
Il motivo è semplice: giusto un mese prima di questi episodi, senza troppa pubblicità , il Parlamento ha cancellato con un tratto di penna il “catalogo nazionale delle armi comuni da sparo” cioè lo strumento che negli ultimi 36 anni della Repubblica ha garantito un controllo sul rilascio e la detenzione delle armi ammesse a circolare sul territorio italiano.
Con il comma 7 dell’articolo 4 della legge (n. 183 del 12 novembre 2011) è stato abrogato l’articolo 7 della legge 18 aprile 1975, recante le “norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi” istituito presso il ministero dell’Interno.
Quasi un atto amministrativo cui sono seguite polemiche ma sul quale il governo non ha fatto marcia indietro, considerando le critiche di alcuni parlamentari frutto di un infondato allarmismo.
Tre giorni dopo, infatti, un gruppo di parlamentari ha presentato un disegno di legge che chiedeva il ripristino d’urgenza del catalogo e definiva quella scelta “inopinata e sconsiderata” per gli effetti che avrebbe avuto sulla sicurezza dei cittadini.
Parole quasi profetiche.
Un mese dopo, con una magnum Gianluca Casseri in piazza Dalmazia e poi nel mercato di Borgo Sal Lorenzo a Firenze uccideva ambulanti senegalesi come in un videogioco.
E qualche sera fa, a Tor Pignattara, la sparatoria in cui vengono uccisi un cinese e la sua bimba di nove mesi.
Stragi a mano armata che oggi riportano l’abolizione del pubblico registro delle armi al centro del dibattito e ovviamente chi l’ha caldeggiata nel mirino delle polemiche.
In realtà  la decisione di cancellare il registro appartiene ancora al governo Berlusconi e quello dei tecnici l’ha semplicemente mantenuta.
E non era la prima volta che si tentava di affossarlo per legge.
Lo denuncia lo stesso disegno di legge “riparatore” che ora pende in Senato.
“Nel corso della presente legislatura — si legge nel Ddl — si era assistito nell’aula del Senato a tentativi operati dai lobbisti delle armi di abrogazione del catalogo. Questi tentativi però erano stati vanificati dal contrasto netto della maggioranza dei Senatori, che avevano convinto gli stessi sostenitori dell’abrogazione a fare marcia indietro e a riproporre la questione in sede di commissione o in altra idonea per una discussione approfondita”.
Invece, approfittando di un provvedimento che avrebbe osato smontare — perchè a carattere d’urgenza per i conti dello Stato — si è inserita furbescamente la norma di abrogazione del catalogo armi, un provvedimento che nulla aveva a che fare con quello principale.
La zampata non è sfuggita alle associazioni legate alla rete italiana del disarmo compatte nel ritenere che questa decisione avrebbe condotto a un “far west” armiero.
“Si va verso uno smantellamento del controllo sulle armi leggere e sull’export — denunciava Giulio Marcon, portavoce della campagna “Sbilanciamoci” e aderente alla “Rete italiana per il disarmo” — l’Italia rischia di perdere il controllo sulla diffusione delle armi e di favorire la criminalità  organizzata”.
Ma perfino i sindacati di polizia hanno espresso la noro netta contrarietà  al provvedimento. “Con l’eliminazione del catalogo liberalizzano il commercio delle armi più pericolose in Italia”, rimarcava ad esempio l’Associazione nazionale funzionari di polizia (Anfp).
Che pur di far ragionare il legislatore “tecnico” la ributtava sul piano dei costi: la cancellazione del registro infatti farebbe lievitare “vertiginosamente le spese per il loro controllo, che dovranno essere sostenute dai cittadini”.
E allora chi chiede la libera e incontrollata circolazione delle armi?
I costruttori, la fiorente industria d’armi nazionale che svetta in cima alle classifiche europee come fornitore di armi.
Lo rivela un trionfale comunicato del 29 novembre scorso dell’Anpam, l’Associazione nazionale dei Produttori di armi e munizioni che certifica il primato italiano nella vendita di armi per uso sportivo-venatorio: 2.264 imprese, 11.358 addetti, 612.408 armi, 902 milioni di munizioni per un valore della produzione peri 486 milioni di euro.
Il 60% di quelle che circolano in Europa le produciamo “noi” (370 milioni di euro in valore).
E la stessa associazione, che è poi il volto istituzionale della lobby armiera nazionale, difendeva così l’abrogazione come una richiesta proveniente dall’Europa: “L’abolizione del Catalogo — recita una nota — è stata espressamente richiesta dall’Europa mediante una recente procedura d’infrazione, la 2336/11/Italy, e ci uniforma agli altri paesi europei”.
Eppure di procedure aperte nei confronti dell’Italia ce ne sono 136 e la prima sanzione per il nostro Paese è arrivata a novembre per 30 milioni di euro.
Ma, sorpresa, non riguarda affatto le armi ma il mancato recepimento di una direttiva comunitaria relativa ai contratti di formazione lavoro.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL VERO LUMBARD: CHI HA ACCETTATO SENZA FARE UNA PIEGA CHE AUTO DI STATO VENISSERO UTILIZZATE PER SCARROZZARE LE ESCORT DEL SULTANO, FAREBBE MEGLIO A TACERE

Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile

CALDEROLI SU MONTI HA PROPRIO SBAGLIATO STRATEGIA, ACCUSANDOLO DI AVER MANGIATO IL COTECHINO A FINE ANNO…PER FAR DIMENTICARE ALLA BASE LEGHISTA IL NULLA COMBINATO A ROMA DAI DEPUTATI DEL CARROCCIO, E’ INUTILE TIRARE PETARDI CHE POI TI ESPLODONO IN MANO

Non conosco personalmente Calderoli e non avete idea di quanto ne soffra: quell’uomo è a conoscenza di segreti, riguardo alla scelta degli abiti e degli aggettivi, che temo mi resteranno preclusi per sempre.
Se però avessi confidenza con lui, gli direi che su Monti sta sbagliando strategia.
Accusare il premier di aver mangiato il cotechino di san Silvestro a Palazzo Chigi con la sua famiglia di noti trasgressivi è stato un errore.
E non solo perchè ha offerto il destro al perseguitato di prendere elegantemente per i fondelli il persecutore, fornendo la lista dei negozi in cui la moglie aveva fatto la spesa.
Molto più grave, dal punto di vista di Calderoli, è che la rivelazione sulle gozzoviglie montiane non avrà  indotto i patrioti padani a scandalizzarsi, ma a riflettere sulla circostanza che, da buon lumbard, Monti aveva lavorato anche l’ultimo dell’anno.
Capisco che per scaldare la base leghista e farle dimenticare il nulla combinato a Roma dai suoi rappresentanti sia necessario tirare petardi contro il nuovo governo.
E’ la mira che mi sembra scentrata.
Di questo presidente del Consiglio si potrà  dire che è un tecnocrate, che è il genero preferito dai tedeschi, persino che appartiene a una setta di banchieri o di vampiri, ammesso sia ancora possibile cogliere la differenza.
Ma fare le pulci alla sobrietà  di Monti è come esplorare il cotè razzista di Obama: vano esercizio retorico.
Specie se a farle, le pulci, è uno che ha condiviso l’avventura politica e stilistica di Berlusconi, accettando senza fare una piega che le auto di Stato venissero usate per scarrozzare le escort del sultano.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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L’IRA DEL PDL DOPO IL BLITZ A CORTINA TRA I VIP, MA BEFERA REPLICA: “NON SIAMO ANDATI A CORTINA PER CASO”

Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile

PER IL PDL “L’AGENZIA DELLE ENTRATE FA PROPAGANDA E INCITA ALL’ODIO SOCIALE”…IL DIRETTORE: “A PAROLE SONO TUTTI CONTRO L’EVASIONE, MA SOLO QUANDO NON LI RIGUARDA PERSONALMENTE”

Non bastano le cifre che fotografano una situazione del tutto fuori controllo.
Al Pdl il blitz dell’Agenzia delle entrate a Cortina proprio non piace. Quei funzionari del Fisco in giro per la celebre località  turistica nei giorni di Capodanno rappresentano uno spettacolo da non replicare, tuonano dall’ex maggioranza di Berlusconi, mentre la Lega chiede polemicamente che analoghe azioni vengano fatte anche al Sud.
Nel mirino finisce direttamente Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate e presidente di Equitalia, il “profeta” del fisco “forte e gentile” caldeggiato da Tremonti.
“L’Agenzia delle entrate non deve assumere una configurazione politica, mediatica e anche propagandistica” tuona Fabrizio Cicchitto, al quarto giorno consecutivo di esternazioni sull’argomento.
Befera, dice il capogruppo Pdl alla Camera, “non è all’altezza di ruoli e compiti che, lo ripetiamo, richiedono sobrietà  e senso di responsabilità “. Segue a ruota il deputato Osvaldo Napoli (Pdl) che denuncia come “solleticare sentimenti di rivalsa o di odio sociale sia l’ultimo gradino della deriva dell’Italia”.
La premessa di ogni commento è sempre uguale: il governo Berlusconi ha fatto moltissimo contro l’evasione e nessuno contesta i controlli, ma il modo in cui sono stati fatti.
Però, poi, il fuoco di fila è diretto.
Secondo Giancarlo Galan, ex governatore veneto e ministro del governo Berlusconi, il blitz a Cortina sa di “trovata propagandistica”, fatta da “un fisco poliziesco”.
Il sistema delle Agenzie delle Entrate, aggiunge Galan lanciando una stoccata all’ex collega Tremonti, “non mi piace, è stato costruito in un modo odioso, eliminando cose che non funzionavano, ma anche ciò che andava bene e creando un qualcosa che non va”.
Chiede che il fisco guardi anche oltre il confine del Po Maurizio Paniz, componente della commissione Giustizia della Camera: “Vedremo se lo stesso avverrà  a Capri, Taormina o in Costa Smeralda perchè il Nordest non deve continuare a sostenere, con l’impegno dei suoi lavoratori, il peso del resto d’Italia”.
Ancora irritato è il sindaco di Cortina, Andrea Franceschi, che minaccia cause per danni di immagine e bolla le informazioni sul blitz dell’Erario come “incomplete, superficiali e costruite solo per creare un caso”.
“Contro l’evasione si sta sviluppando lo stesso odio qualunquistico e giacobino che circola da mesi contro la politica – afferma Francesco Pionati, segretario dell’Alleanza di centro – . Così il Paese si avviterà  sempre più in una spirale senza via d’uscita, con un aumento della violenza”.
Ma anche alla Lega il blitz non è andato giù.
Il governatore del Veneto, Luca Zaia, si dice convinto che tutta la faccenda sia un attacco ai primati turistici del Veneto, mentre l’ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, invita gli ispettori a rivolgere le proprie attenzioni alle “riviere marine e le città  turistiche nelle quali c’è l’abusivismo degli insediamenti mafiosi”.
Voci critiche si alzano ancora dai commercianti. “Uno show mediatico che non si è visto “nemmeno per la cattura di un boss mafioso”, taglia corto la Confcommercio di Cortina d’Ampezzo.
Dietro il caso Cortina, però, i dati danno ragione all’Agenzia delle Entrate e i controlli proseguiranno: “Al di là  di singole località  ci dobbiamo aspettare ulteriori attività  di questo genere, ma non ci sarà  bisogno di aspettare quest’estate, la stagione invernale è ancora lunga. Ce le dobbiamo aspettare anche in altre località  di turismo tipicamente invernale” spiega Luigi Magistro, direttore dell’accertamento all’Agenzia delle entrate.
Il direttore Befera, invece, ironizza sulle polemiche: “A Cortina – dice – abbiamo fatto andar bene gli affari, in quel giorno. I ristoranti hanno aumentato i loro ricavi del 300% rispetto allo stesso giorno dell’anno precedente. Quindi non abbiamo danneggiato il turismo, tutt’altro: abbiamo favorito gli esercizi commerciali”.
Rispondendo a una domanda su una datata dichiarazione di Silvio Berlusconi (“se uno Stato mi chiede il 50% di quello che guadagno mi sento moralmente autorizzato ad evadere”), Befera aggiunge: “Se si dice che evadere è giusto vuol dire che non siamo in un mondo civile. In ogni caso se i controlli li abbiamo fatti a Cortina non è per un pregiudizio verso qualcuno, ma perchè sapevamo, segnalazioni alla mano, a cosa andavamo incontro”.
“I controlli – conclude Attilio Befera – si faranno ancora” e “gli italiani devono decidere che cosa vogliono. E lo dico a chi, come Beppe Grillo, sull’argomento mi pare in confusione. Perchè a parole tutti sono d’accordo a fare la lotta all’evasione, ma solo quando non li riguarda”.

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CASTA: 16.000 EURO AL MESE, MA LE CAMERE NON CI STANNO: “SIAMO SOTTO LA MEDIA UE”

Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile

I RISULTATI DEL POOL DI ESPERTI AL CENTRO DELLA POLEMICA CON IL PARLAMENTO

La premessa è questa: “La Commissione considera i dati contenuti nella presente relazione del tutto provvisori e di qualità  insufficiente per una loro utilizzazione ai fini indicati dalla legge”.
È l’epitaffio che il pool di esperti che a luglio scorso ha avuto il compito di vigilare sul “livellamento retributivo Italia-Europa”, presieduto dal numero uno dell’Istat Enrico Giovannini, mette in calce al proprio studio comparativo sugli stipendi di eletti, nominati e dipendenti degli apparati pubblici in Italia e nel resto d’Europa.
I cinque “esperti di chiara fama” Roberto Barcellan (Eurostat), Alfonso Celotto (Ordinario di diritto costituzionale a RomaTre), Ugo Trivellato (professore di Statistica economica all’ateneo di Padova), Giovanni Valotti (ordinario di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche alla Bocconi) e Alberto Zito (ordinario di Diritto amministrativo all’università  di Teramo), non sono riusciti nei cinque mesi che hanno avuto a disposizione a fornire dati adeguati alla richiesta ricevuta dal governo.
Si sono riuniti cinque volte, due a settembre, una a ottobre, novembre e dicembre, hanno chiesto delucidazioni alla Presidenza del Consiglio sui criteri tecnici da adottare, hanno chiamato le ambasciate di mezza Europa in cerca di dati certi, e niente.
Avranno tempo fino al 31 marzo per mettere mano a una materia complessa di organi elettivi, agenzie, autorità  e commissioni per trovarne affinità  e divergenze tra noi e il resto d’Europa.
Gli unici dati per adesso messi nero su bianco dalla Commissione Giovannini sono peraltro già  noti all’Ufficio Studi della Camera e ci spiegano che i deputati e i senatori italiani hanno un’indennità  lorda più elevata rispetto ai colleghi francesi, tedeschi, spagnoli, belgi, austriaci e olandesi e godono di alcuni benefit sconosciuti al resto delle Camere continentali.
Tra questi c’è la libera circolazione ferroviaria, autostradale, marittima e aerea, di cui dispongono solo i deputati e i senatori del Belgio, che però possono contare su un’indennità  di 7.374 euro (uguale per Camera e Senato) e un forfati di 1.892 euro, contro gli oltre 16mila euro del parlamentare di casa nostra.
Un’altra diversità  è data dal contributo per i collaboratori parlamentari (in Italia ammonta a 3690 euro al mese per Montecitorio e a 4180 euro per Palazzo Madama), che in Italia è versato direttamente al parlamentare, finendo a volte per diventare un’ulteriore voce di reddito (o una sacca di lavoro nero).
In Belgio, Austria e Germania questi collaboratori sono pagati direttamente dal Parlamento.
In Francia, i 9.138 euro lordi (alla Camera) e i 7.548 euro lordi (al Senato), stanziati per questa funzione sono una “linea di credito” che va restituita se non se ne usufruisce (anche qui il rapporto di lavoro è gestito dal Parlamento).
C’è poi la partita dei vitalizi, per cui, fino all’ultima modifica varata dagli uffici di presidenza di Camera e Senato, l’Italia vinceva a mani basse (il vitalizio nostrano era quattro volte quello francese, mentre in Spagna finiva per essere una specie di pensione integrativa di modesta entità ).
Sempre in Francia, poi, al posto della diaria di 3500 euro di cui gode un deputato italiano (in Spagna la stessa ammonta a 1823,9 se si è eletti fuori Madrid e di 870,56 se eletti nella capitale), un membro del Parlamento può risiedere con tariffa agevolata a Parigi in residence di proprietà  dell’Assemblea.
Il Senato tedesco, a base regionale, è poi incomparabile con qualsiasi altra assemblea elettiva presa in esame.
È proprio per la complessità  di comparare questi dati in una media “europea” che lo stesso Giovannini certifica l’inadeguatezza della propria missione: “Ci sono molti altri aspetti da tener conto che sono differenti nei vari paesi: quindi, è impossibile fare una media europea”.
La legge, insomma, è scritta male. E le variabili di cui tener conto sono difficili da ponderare.
La vicenda è anche più complicata se si pensa che le decisioni sulle retribuzioni di Camera e Senato debbono prenderle Camera e Senato.
E se il presidente dell’assemblea di Palazzo Madama lamenta di non aver ricevuto alcunchè dalla Commissione, la Camera dei deputati si premura di affermare che “secondo dati elaborati dalla Camera”, l’indennità  dei nostri parlamentari, al netto delle tasse, “è di circa 5000 euro contro i 5030 della Francia, i 5100 della Germania e i 5400 dell’Austria.
Inferiore invece nei Paesi Bassi dove l’indennità  degli onorevoli si ferma a 4600 euro”.
Sono questi, per Montecitorio, i dati dai quali partire.
Come dire: ma questa commissione che ci sta ancora a fare?

Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ROMA, LITE SU VIA ALMIRANTE: ALEMANNO FA IL PESCE IN BARILE E DONNA ASSUNTA SI INFURIA

Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile

PROTESTANO L’ANPI E LA COMUNITA’ EBRAICA, CONTRARIO IL PD… MA IN ALTRE 200 CITTA’ ITALIANE, ANCHE A GUIDA CENTROSINISTRA, SONO STATE INTITOLATE STRADE AL LEADER DEL MSI SENZA CHE NESSUNO SOLLEVASSE OBIEZIONI

“Almirante può fare a meno della strada intitolata a Roma se il sindaco Alemanno non protesta contro chi vuole impedirlo”.
Parola (per ora) di   Assunta Almirante, moglie dello storico leader dell’Msi intervistata questa sera nella trasmissione “Roma Anch’io”, in onda su RadioIes 99.8.
“Giorgio – ha aggiunto – ha strade anche dai comunisti, ha la bellezza di 200 strade in Italia. A me la cosa non interessa e chi non vuole farlo, come Alemanno, bè non fa nulla. Quando il Sindaco avrà  bisogno di qualcuno, se il buon Dio mi darà  vita, saprò rispondergli. Io questa cosa non la perdonerò al sindaco: se faccio una richiesta la faccio in una casa in cui mi accettano. Sono stati bravi quelli che hanno voluto una strada per Togliatti e l’hanno avuta”.
Siamo alle solite.
Da una parte c’è una via che non esiste, da intitolare a Giorgio Almirante.
Dall’altra una strada che c’è già  nel cuore del quartiere Tuscolano: si chiama Acca Larentia, luogo simbolo per la destra.
Un vicolo dove il 7 gennaio del 1978 tre militanti del Msi furono assassinati da un commando di estrema sinistra.
A tre giorni dall’anniversario, tanto per non istigare gli animi, interviene l’Anpi di Roma chiedendo da un lato al prefetto di vietare il corteo commemorativo, dall’altro al sindaco Alemanno di ritirare la proposta di intitolare una strada al leader del Msi.
Alemanno non dice nulla: di “via Giorgio Almirante” aveva parlato all’inizio del suo mandato, poi più nulla.
Fino a novembre del 2010 quando sostenne che la titolazione di una via “ci sta, ma non deve essere elemento di divisione”.
A giudicare dalle polemiche il momento pare ancora lontano.
L’assessore alla cultura al Campidoglio Dino Gasperini precisa: “Nessuno ha mai approvato nessuna dedica di vie al segretario dell’Msi”
La polemica era iniziata con una nota dell’Anpi: “La manifestazione organizzata il 7 gennaio a Roma dai gruppi neofascisti romani e nazionali, in occasione dell’anniversario degli omicidi di Acca Larentia (1978), mette a forte rischio la sicurezza della capitale, rischiando di alimentare l’odio politico e di trasformarsi in un evento mediatico di apologia del fascismo e dell’antisemitismo”.
Non solo: l’Associazione Nazionale dei Partigiani di Roma “invita inoltre fermamente il sindaco Gianni Alemanno a ritirare la proposta di intitolare una strada a Giorgio Almirante”.
Per il Pd interviene il consigliere comunale Massimiliano Valeriani:   “Sulla toponomastica il Pd di Roma ha cercato di individuare una strategia condivisa, ma senza alcun risultato. La propensione del sindaco, che sembra più un capofazione che un primo cittadino”.
Per la Comunità  parla il presidente Riccardo Pacifici: “Siamo felici di prendere atto dell’impegno assunto dal sindaco Alemanno di tenere conto delle sensibilità  espresse non solo dalla nostra comunità , ma anche da chi condivide i valori dell’antifascismo. Le vie si dedicano – ha concluso – solo a uomini meritevoli di tale prestigioso riconoscimento. Sapere che la commissione toponomastica non ha discusso l’argomento non significa che domani non possa essere riproposto. Per questo continuiamo ad esprimere la nostra opposizione di fronte a questa scelta e per questo facciamo appello al Presidente della Repubblica Napolitano affinchè tali riconoscimenti – indipendentemente dalle amministrazioni in carica – non dipendano dall’umore delle commissioni di turno ma dall’analisi storico politica”.

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LA “PADANIA” IN BALIA DEL CERCHIO MAGICO: IL GIORNALE LEGHISTA PROSSIMO ALLA CHIUSURA

Gennaio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

NONOSTANTE 4 MILIONI DI FINANZIAMENTO PUBBLICO, IL GIORNALE VENDE SOLO TRA LE 8.000 E LE 10.000 COPIE E PERDE SOLDI A GETTO CONTINUO… CAMBIA IL DIRETTORE: FATTO FUORI IL MARONIANO BORIANI, ARRIVA LA PIAZZO, VICINA AL CERCHIO MAGICO

La lotta di potere interna alla Lega tra la vecchia guardia (cerchio magico) e la corrente di Maroni ha pesanti ripercussioni anche su La Padania, il quotidiano, l’organo ufficiale di partito è a rischio chiusura.
Da quattro anni il giornale è in stato di crisi, ci lavorano una decina di poligrafici e 30 giornalisti che nelle scorse settimane avevano attuato lo sciopero delle firme in segno di protesta per le decisioni annunciate dal Cda della testata e i cui membri sono, tanto per intenderci, i “cerchisti” Federico Bricolo, Roberto Cota, Marco Reguzzoni, Giancarlo Giorgetti, Stefano Stefani e Rosi Mauro.
A capo di tutti, responsabile dei media padani poi c’è Renzo (Trota) Bossi.
Il destino per i giornalisti, prima della protesta, sembrava segnato: il Cda era orientato alla mobilità , la riduzione della foliazione e il passaggio al web. Punto e basta.
Ora la speranza è appesa a eventuali contratti di solidarietà  che, in caso venissero concessi, scatterebbero non prima di marzo.
Il quotidiano del Carroccio (che riceve quasi 4 milioni di euro di finanziamento pubblico) ormai vende meno di 10 mila copie, perde soldi, ed è oggetto del litigio politico interno al partito eppure, secondo lo stesso gruppo editoriale, non ha un euro di debito paga regolarmente stipendi e fornitori.
Ma piace sempre meno.
La tiratura, sulla quale è calcolato il contributo statale, è scesa da 62 a 55 mila copie, le vendite effettive oscillano tra le 8-10 mila copie di un giorno di metà  settimana con un picco massimo di 25 mila.
Tornando ai giornalisti e poligrafici che ci lavorano, sabato 17 dicembre l’assemblea di redazione in un comunicato aveva chiesto al Consiglio di amministrazione dell’Editoriale Nord di smentire che il “Cda avrebbe preso decisioni indipendentemente da qualsiasi trattativa a tutela della difesa dei livelli occupazionali”.
La smentita, per la verità  come raccontano da via Bellerio , non è mai arrivata.
Loro, i giornalisti, al momento hanno comunque deciso di sospendere la protesta in attesa dell’insediamento di lunedì del nuovo direttore Stefania Piazzo.
Al direttore uscente Leonardo Boriani, invece, era toccato presentare quel piano aziendale deciso senza alcuna concertazione.
Quello, cioè, che aveva indotto i giornalisti a chiedere delucidazioni sulla frase del Cda che “potrebbe assumere decisioni pesanti che non escludono il ricorso a procedure di mobilità ”.
Lo stesso direttore Boriani, per la verità , durante gli scambi di auguri natalizi con la redazione non aveva risparmiato frecciate ai “cerchisti” e il loro peso nella politica di affossamento del giornale.
Nessun nome ma precisi riferimenti.
Lui, filomaroniano, è stato sostituito da Stefania Piazzo (area cerchio magico) caporedattore centrale e unica giornalista che durante le tre giornate di sciopero delle firme decise dal comitato di redazione aveva comunque firmato i suoi articoli.

Eli.Reg.
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BALDASSARRI: “RUBERIE MOSTRUOSE DA CANCELLARE”

Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

L’ECONOMISTA, SENATORE DI FLI: “FORNITURE, APPALTI, ACQUISTI ALL’ESTERNO: ALTRO CHE INDENNITA’, SONO QUESTI I VERI COSTI DELLA POLITICA”… COME SI POSSONO RISPARMIARE 50 MILIARDI

A prescindere della spending review sulla spesa pubblica che il governo Monti ha già  intrapreso, secondo Mario Baldassarri si può incidere in maniera significativa sugli sprechi stabilendo alcune regole semplici che possono garantire da sole risparmi per 40-50 miliardi di euro all’anno.
Perchè non è al numero di parlamentari o al loro stipendio che bisogna fare la guerra, secondo il senatore… ma alle «ruberie mostruose» che si annidano nella amministrazione pubblica.
Monti ha confermato che sta facendo la spending review che dovrebbe aiutare a impostare una politica seria di tagli alle spese
«Se spending review vuol dire fare l’inventario di tutte le spese delle amministrazioni pubbliche non ne usciremo mai, altro che governo tecnico: ci diamo appuntamento tra 30 anni».
In un recente rapporto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Giarda sottolinea che «in tutti i decenni passati la velocità  di crescita della spesa pubblica è stata quasi sempre superiore alla crescita del Pil».
«Con Piero Giarda eravamo nella commissione tecnica della spesa pubblica 25 anni fa e già  allora scoprimmo che una penna Bic poteva costare da 300 a 3000 lire. I veri costi della politica non sono negli stipendi o nel numero dei Parlamentari. Se impostassimo un taglio di metà  dei loro stipendi e del numero di deputati e senatori risparmieremmo 450 milioni di euro all’anno. Invece ne buttiamo altrove 45 miliardi. Sono questi i costi della politica veri».
E dove si può incidere?
«Partiamo dal totale della spesa pubblica. Sul 2011 la spesa pubblica ammonta a 820 miliardi di euro, più o meno il 52 per cento del Pil.
Le voci più importanti sono anzitutto gli stipendi della pubblica amministrazione (181 miliardi), le pensioni (250 miliardi) e gli interessi sul debito (87 miliardi).
Le prime due sono bloccate, sulla terza, ahimè non si può intervenire. Una quarta voce riguarda gli investimenti ma è una voce che abbiamo costantemente tagliato, che non si può sacrificare ulteriormente e che vale 36 miliardi. Quindi bisogna incidere sulle voci che mancano».
Quali?
«È su queste ultime, che riguardano gli acquisti dei beni e servizi della pubblica amministrazione, che si annida un 30 per cento di ruberie mostruose. Questa voce comprende forniture, appalti, global service, insomma le lenzuola, le medicine o le siringhe dell’ospedale. Sono 137 miliardi di euro. Infine, una voce molto nascosta negli ultimi anni, è quella dei contributi alla produzione, 42 miliardi che nel 2011 scendono a 39. Il totale è un patrimonio da 180 miliardi che si può aggredire con enormi risultati».
E perchè non si è mai fatto sinora?
«Perchè il nodo è politico: significa tagliare il brodo di coltura di 300 mila persone che si nasconde e prospera nella zona grigia che sta tra politica, economia e affari. Faccio un esempio. Ogni posto letto italiano consuma ogni giorno nove siringhe. La degenza media è di nove giorni. Mediamente ogni paziente che esce da un ospedale dopo nove giorni dovrebbe avere 81 buchi…
Un altro elemento di riflessione: mentre i fondi perduti sono stabili, nel 1990 gli acquisti per beni e servizi erano 52 miliardi; nel 2000 erano lievitati a 86 miliardi; ma nel 2011 sono letteralmente esplosi a 137 miliardi. Solo nella sanità  abbiamo registrato un aumento di queste voci del 50 per cento in ultimi cinque anni — neanche ci fosse stata un’epidemia di colera!».
Cosa si può fare?
«Tutti i sussidi vanno trasformati in credito d’imposta. Io ti do il sussidio, ma tu stai sul mercato, mandi avanti l’azienda e riscuoti quando paghi le tasse. Mentre sugli acquisti bisogna dare un budget.
E dire: tutte le p.a. possono spendere sulle voci di spesa quello che hanno speso nel 2009, più l’inflazione. I risparmi così ammonterebbero secondo me a 40-50 miliardi all’anno.
Occorrono tagli verticali sulle voci sospette, non orizzontali. E i tagli di Tremonti sono stati un errore non solo perchè erano orizzontali ma perchè calcolati sull’andamento tendenziale. Il trucco era: ti taglio il 10 per cento su quello che spenderai l’anno prossimo. Ma magari tu prevedevi di spendere il 20 per cento in più. Ecco perchè la spesa pubblica continuava a salire nonostante Tremonti desse l’impressione di tagliare sempre».

Tonia Mastrobuoni
(da   “La Stampa”)

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GRIGLIATE ELETTORALI PER LA MORATTI: SONO TRASCORSI SETTE MESI, MA NESSUNO HA MAI PAGATO IL CONTO

Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile

LA DITTA FORNITRICE PRONTA A RICORRERE A VIE LEGALI PER OTTENERE IL PAGAMENTO DELLA FATTURA DI 22.550 EURO… UN’ALTRA DITTA ASPETTA DI VEDERE SALDATO IL COSTO DEL SERVIZIO AUDIO DI QUATTRO EVENTI

Sono trascorsi più di sette mesi e il comitato elettorale di Letizia Moratti non ha ancora pagato il conto di alcuni fornitori.
L’ex sindaco di Milano, da poco passata con il Fli di Gianfranco Fini, durante la sfida elettorale con Giuliano Pisapia, al secondo turno, aveva infatti tentato il tutto per tutto per assicurarsi la vittoria e riconfermarsi alla guida del capoluogo lombardo.
E in previsione del ballottaggio che si sarebbe tenuto il 29 e 30 maggio con il rappresentante del centrosinistra in vantaggio, decise di organizzare quattro gigantesche grigliate nei quartieri meneghini più periferici.
La prima si tenne il 22 maggio al centro sportivo Arca di Milano (parteciparono, tra gli altri, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, l’eurodeputata Licia Ronzulli, il coordinatore regionale del Pdl Mario Mantovani e l’ex ministro Ignazio La Russa).
Poi predispose altre tre grigliate, rispettivamente il 24 maggio alla società  Aldignana di via Graf, mercoledì 25 alla Macallesi di viale Ungheria e giovedì 26 alla bocciofila Caccialanza di via Padova.
Quattro eventi da oltre cinquecento persone l’uno, che dovevano far conquistare alla Moratti favori e simpatie e avevano reso necessario l’acquisto di parecchie derrate di carne.
Peccato che ad oggi nessuno abbia ancora pagato il conto delle migliaia di salsicce e costolette grigliate cotte in quantità  durante quelle quattro serate.
In fumo, insomma, non è andata solo la vittoria della Moratti – che poi perse sonoramente la sfida con Pisapia nonostante la scorpacciata di salamelle e spiedini -, ma anche i soldi dell’azienda a cui era stato affidato il catering.
Un boccone amaro per la ditta che attende dal 31 maggio 2011 il pagamento della fattura emessa al Comitato della Moratti, che ammonta a ben 22.550 euro.
Uno scoperto non da poco per un piccolo consorzio dell’hinterland che deve pur pagare dipendenti e fornitori e che da gennaio, se nessuno dell’entourage della Moratti pagherà  il conto delle derrate per grigliate, si troverà  costretta a chiedere in Tribunale l’emissione di un’ingiunzione di pagamento nei confronti del comitato dell’ex sindaco azzurro.
Ma non è finita qui.
Perchè in attesa di ricevere il dovuto, per una somma inferiore, è anche una piccola società  che si era occupata dell’audio dei quattro eventi.
E che, per evitare di pagarci pure l’Iva, sta aspettando ad emettere la fattura per le 2.500 euro che le spettano, in attesa che qualcuno del comitato si faccia vivo.
Conclusa la campagna elettorale con una sconfitta, probabilmente Letizia Moratti non solo ha deciso di farsi vedere poco in Consiglio comunale a Milano, ma avrà  anche cercato di dimenticare tutto ciò che l’aveva preceduta.
Con buona pace della ditta che spera almeno con l’anno nuovo di poter vedere i 40 milioni delle vecchie lire che nessuno gli ha ancora versato.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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