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NEL PDL SI PREPARA LA GRANDE FUGA: QUARANTA “DELUSI” TENTATI DAL CENTRO

Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile

“L’EX PREMIER PENSA SOLO AI SUOI”… CONTATTI CON BONANNI, LA RUSSA E FORMIGONI TENGONO LA PORTA APERTA ALLA LEGA… TENSIONI AL NORD: FINISCE IN RISSA IL COORDINAMENTO DELLA LOMBARDIA

Un Pdl del Nord alleato alla Lega e un Pdl del Sud stretto all’Udc.
Una diaspora parlamentare verso il centro. Nel partito di Berlusconi, nonostante i proclami del Cavaliere, ormai è scattato il rompete le righe e ognuno pensa per sè.
Se ne sta accorgendo in questi giorni Raffaele Bonanni, nella sua seconda veste, quella di demiurgo del nuovo centro moderato.
Nei giorni della manovra sono stati infatti molti nel Pdl a chiamare il segretario della Cisl, garantendogli sostegno nell’ora X.
Ci sono quelli interessati a una trasformazione del Pdl in chiave Ppe, come Andrea Ronchi e Adolfo Urso.
Ma anche tutta l’area di Claudio Scajola e gli amici di Beppe Pisanu.
Si parla di almeno una quarantina di parlamentari in sofferenza, pronti a mollare il Pdl per dare corpo a un nuovo partito dei moderati.
«Berlusconi non è in grado di garantire più nessuno – spiega uno di loro – e pensa solo ai fatti suoi».
La fibrillazione intorno a via dell’Umiltà  è aumentata anche per le voci sempre più forti riguardo un nuovo progetto segreto del Cavaliere.
Una sorta di lista personale per assicurare una scialuppa di salvataggio solo ai fedelissimi.
Il nome scelto sarebbe «Italia e Libertà » e su questo l’ex premier avrebbe avviato anche dei sondaggi, mentre a Catia Polidori – in ascesa dopo il tradimento del 14 dicembre, quando mollò Fini per tornare in maggioranza – Berlusconi avrebbe affidato il compito di organizzare cene di “fund raising” tra gli imprenditori.
Intorno a queste voci si alimenta l’ansia di chi teme di restare senza futuro.
Un malessere che alberga soprattutto al Nord, dove i pidiellini stanno subendo l’offensiva movimentista della Lega.
Il 23 dicembre scorso il coordinamento regionale della Lombardia, presenti tutti gli ex ministri, è quasi finito in rissa.
Con il fratello di La Russa, Romano, che stava per venire alle mani con l’ex assessore Giancarlo Abelli.
«Non alzare la voce con me», ha gridato Abelli a La Russa. E il fratello dell’ex ministro ha replicato a tono: «Se non alzo la voce alzo qualcos’altro».
Uno screzio sedato da Corsaro. Non prima tuttavia che Ignazio La Russa se la prendesse con il coordinatore Mantovani davanti ai giornalisti, accusandolo di aver organizzato una «passerella ridicola» di ex ministri.
Un episodio minore, ma spia della forte tensione in corso.
Sotto accusa dei “nordisti” è anche la gestione di Angelino Alfano. Troppo appiattita sul governo, dicono. E troppo attenta all’alleanza con l’Udc per il voto meridionale. «Alfano – sbotta un ex ministro del Pdl – pensa al patto con Casini ma a noi interessa la Lega. Non ci stiamo a suicidarci per lui».
Così, con il voto alle amministrative che si avvicina, c’è anche chi lavora a una separazione consensuale.
Un Pdl del Nord, guidato da Formigoni, che si allea con il Carroccio.
E un Pdl del Sud lasciato ad Alfano.
È un fatto, ad esempio, che Daniela Santanchè, proprio durante il turbolento coordinamento regionale del 23 scorso, abbia lanciato l’idea di una nuova riunione dopo le feste dedicata espressamente alla «questione settentrionale».
Mentre un’altra ex ministra come Michela Vittoria Brambilla chiede invece al partito di «tornare fra la gente a fare opposizione altrimenti, dopo il Veneto, anche in Brianza gli elettori inizieranno a guardare alla Lega».
Intanto i due uomini forti del Nord, Ignazio La Russa e Roberto Formigoni, hanno di recente stretto un patto di ferro per sostenere le reciproche ambizioni e tenere aperta la porta alla Lega.
Dopo che il congresso di Lodi (l’unico effettuato dal Pdl in Lombardia) ha sancito la sconfitta dell’ala La Russa a favore del candidato sostenuto da Formigoni, i due sono venuti a patti.
L’intesa sarà  suggellata dalla nomina di un “larussiano” a coordinatore della provincia di Milano e di un formigoniano a coordinatore milanese.
L’altro fronte aperto è quello del sostegno al governo.
Se da una parte il Cavaliere ricomincia a fare la voce grossa, dall’altra sta infatti cercando di non tagliare i ponti con gli “uomini nuovi” del governo Monti. L’attenzione dell’ex premier si è concentrata su Corrado Passera, individuato come il vero candidato forte del futuro. «Non dobbiamo regalarlo al Pd», ripete spesso il Cavaliere.
Così è iniziato il corteggiamento. Tanto che a Como, la città  di Passera, alle prossime elezioni, il Pdl sta pensando di candidare Maurizio Traglio, un imprenditore molto vicino al ministro dello Sviluppo.
Tanto da essere stato uno dei pochissimi comaschi invitati alle nozze, lo scorso giugno, tra Passera e Giovanna Salza a villa d’Este

Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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L’AGENZIA DEL TERRITORIO E LA CARTA DI CREDITO AZIENDALE DELLA SORELLA DI ALEMANNO

Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile

CATASTO CHE ABBUFFATA: CENE A CORTINA, EVENTI, PERSINO “WE WANT SEX”

Poco meno di un milione e mezzo di euro di spese per comunicazione istituzionale e rappresentanza.
L’agenzia del territorio spende in rinfreschi, pranzi, convegni e mostre il doppio del costo delle bollette telefoniche delle sue cento sedi.
Il buon esempio viene dall’alto, nonostante guadagni 300 mila euro lodi all’anno il direttore dell’Agenzia che dovrebbe occuparsi di catasto e conservatoria, Gabriella Alemanno, ha speso migliaia di euro in pranzi e cene di rappresentanza pagati con la
sua carta di credito aziendale. A spese del contribuente.
La sorella del sindaco di Roma Gianni Alemanno, nominata a capo dell’Agenzia dal Governo Berlusconi nel 2008, dopo essere passata prima dal Secit e dai Monopoli (sempre su nomina dei Governi Berlusconi) è riuscita a pagare con i nostri soldi persino una cena a Cortina a suo fratello a margine di un evento sponsorizzato dall’Agenzia diretta dalla sorella e dall’Acea, controllata dal fratello. Una vera abbuffata di conflitti di interessi.
Il Fatto Quotidiano ha recuperato la contabilità  delle note spese del direttore Alemanno e le fatture autorizzate dall’area comunicazione.
Si scopre che le spese per rappresentanza e comunicazione istituzionale (voce quest’ultima assente in passato dai bilanci) sono schizzate da 80 mila euro a un milione nel 2010 per sfiorare il milione e mezzo secondo le previsioni per il 2011.
Il ministro dell’economia e presidente del Consiglio Mario Monti, dovrebbe dare un’occhiata ai conti dell’Agenzia per vedere come viene applicato il suo invito alla sobrietà .
Quello che un tempo era il noioso Catasto è stato trasformato, dalla dottoressa Alemanno, in una frizzante agenzia specializzata in eventi, pranzi e vernissage.
A parte i 22 mila e 800 euro pagati alla Adn Kronos per “supporto informativo multimediale” e i 20 mila euro per i servizi della Mp group, colpiscono le fatture importanti della società  Comunicare Organizzando per esempio per la mostre dei 150 dell’Unità  d’Italia (48 mila euro che però dovrebbero essere stati coperti dagli sposnor) e soprattutto le fatture delle gioiellerie.
Sfugge perchè l’Agenzia compri 30 uova di struzzo decorate per 3 mila e 240 euro dalla gioielleria Peroso. “Sono state donate a rappresentanti di Stati esteri per esigenze di rappresentanza”, spiega Mario Occhi, responsabile comunicazione dell’Agenzia, anche se al Fatto risulta che un uovo sia finito a un comandante regionale della Finanza.
L’Agenzia ha comprato anche 12 bicchieri in vetro soffiato dalla signora Maria Bonaldo di Mestre, che si dice conosca Gabriella Alemanno.
Prezzo 1296 euro e destinazione ignota. “Saranno stati donati anche questi ad autorità  estere”, dice sempre Mario Occhi.
Si usano i soldi pubblici per promuovere persino una commedia sociale di Nigel Cole, “We want sex”, sulla battaglia delle operaie della Ford contro la discriminazione maschile.
800 euro per “affitto sala cinema Odeon per proiezione riservata del film il 17 gennaio 2011” più “vendita pop corn e bibita per 179 consumazioni, 5 euro cadauna, per un importo totale di 895 euro”. We want pop corn”.
Poi ci sono i pranzi di rappresentanza.
La Bottega di Montecitorio di via della Guglia a Roma è usata dal direttore dell’Agenzia come una seconda mensa.
Peccato per i prezzi.
Il 17 marzo 2011 spende 107 euro pubblici e poi ancora il 31 marzo spende altri 90 euro, il 7 aprile (70 euro) e poi ancora il 29 settembre (60 euro) sempre con ignoto commensale.
Il 14 aprile del 2011 per un pranzo parco (63 euro) dichiara finalmente il suo ospite: è un suo amico di vecchia data, Antonio Liguori, nominato direttore generale del Teatro dell’Opera nel 2009, grazie al fratello Gianni Alemanno.
La famiglia è molto unita.
Il Fatto Quotidiano aveva già  raccontato nell’agosto del 2010 la storia delle vacanze con dibattito di Gabriella e Gianni (con Isabella Rauti al seguito) in quel di Cortinaincontra.
Ora scopriamo quanto ha pagato l’Agenzia del Territorio per sponsorizzare la manifestazione: 42 mila euro comprensive di Iva.
Ma l’Agenzia il 22 agosto del 2011 ha pagato altri 780 euro per ospitare a cena al Villa Oretta di Cortina ben undici persone.
Oltre ai dirigenti di Ance, Confedilizia e Scenari Immobiliari, c’era anche “il sindaco di Roma Gianni Alemanno più ospite direttore Agenzia”.
Talvolta il direttore tradisce la Bottega di Montecitorio: il 24 marzo per un pranzo con 28 commensali costato ben 616 euro, preferisce il RomAntica per “incontro con giornalisti stampa locale e referenti comunicazione”.
Il 25 febbraio all’Os club alle Terme di Traiano paga 48 euro, e poi ancora il 14 febbraio altri 185 euro a causa di un vino importante (un Tignanello) e ancora il 9 agosto al Panda in Galleria Sordi, ma poi torna alla solita Bottega di Montecitorio il 20 aprile (89 euro) e il primo giugno (70 euro) il 12 ottobre (110 euro) il primo aprile al Caffè delle Arti (105 euro) il 14 aprile alla sala da tè Babington (115 euro).
Filippo La Mantia è uno dei preferiti.
Il 12 maggio (100 euro); il 26 settembre (100 euro); il 13 aprile 2011 con due giornalisti di un’agenzia di stampa (129 euro).
Il 29 gennaio alla Taverna San Teodoro ci sono quattro persone a tavola con la Alemanno per 443 euro.
Il 23 maggio lo scialo viene scoperto da due magistrati della Corte dei Conti.
Seguono la Alemanno nel locale dello chef La Mantia e non la mollano fino al conto. Purtroppo però mangiano a sbafo e non battono ciglio quando lei striscia la carta dell’Agenzia: 230,50 euro.
Il 4 luglio il direttore si sposta a Bari e pranza alla Pignata con cinque persone, il conto da 365 euro per “rappresentanti autorità  locali”.
Quando si muove il direttore Gabriella Alemanno sembra un capo di Stato.
Per esempio il 14 agosto del 2011 è a Cagliari e pranza con il Prefetto, due avvocati dello Stato e dirigenti delle agenzie del territorio e del demanio.
La spesa per 13 pasti a base di pesce dal Corsaro Deidda è di 890 euro.
Il 10 maggio del 2011 la Alemanno vola in Veneto e mangia all’osteria da Fiore a Venezia . Il conto è di 810 euro.
Oltre al presidente dell’ ordine dei notai e al direttore dell’agenzia del Veneto, erano presenti tutti i controllori.
C’era il responsabile audit dell’agenzia, il comandante regionale della Guardia di Finanza Walter Cretella Lombardo e il procuratore regionale della Corte dei Conti.
Al momento del conto però nessuno ha messo mano al portafoglio.
In fondo Pantalone era veneziano.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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QUELLI CHE DICONO NO ALL’ITALIA DEI CORROTTI

Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile

IL CASO DEL CALCIATORE DEL GUBBIO CHE HA RIFIUTATO 200.000 EURO PER TRUCCARE UNA PARTITA DI CALCIO NON E’ UN EPISODIO ISOLATO… DAL DIRIGENTE ENAV CHE HA DETTO NO A UNA TANGENTE FINO AL SINDACO VASSALLO, SONO TANTI GLI ESEMPI DI CHI NON CEDE ALLA CORRUZIONE E DIVENTANO ESEMPIO DELL’ITALIA CHE VORREMMO

Quelli che dicono no conoscono poche parole. Non si raccontano nemmeno.
Non predicano, fanno.
Quelli che dicono no, spesso, stanno in basso.
E se puntano in alto, cercano la strada più giusta e corretta. Onesta, semplicemente.
Quelli che dicono no si fermano prima di una tentazione, di un calcolo matematico, di un fruscìo di banconote.
S’incazzano.
Quelli come Simone Farina, difensore di Serie B, cinque anni nel Gubbio, rispondono offesi a chi cerca di corromperli: “Io queste cose non le faccio”. E basta.
Senza tormenti di coscienza, senza ripensamenti.
A Farina offrivano 200 mila euro per truccare una partita di Coppa Italia col Cesena: perdere una gara quasi inutile per far felice la malavita che col calcio sporco ci campa (e di lusso). Farina gioca, a volte male, a volte bene.
Ha un buono stipendio per la Serie B di zona retrocessione, nè ricco nè povero.
E 50 mila euro, imprevisti, fanno la differenza.
Ma Farina ha detto no perchè mai avrebbe detto sì: “No ai soldi sporchi”.
Quelli che dicono no come Simone Farina (e denunciano un ex compagno al capitano e all’allenatore), che mai vincerà  un Mondiale, lo fanno per se stessi e per quello che fanno. Non sono tanti, però si fanno sentire.
Sono piccoli ingranaggi che fanno saltare sistemi di corruzione studiati, rodati, quasi scientifici.
Si mettono di traverso per istinto. No, non per gloria. No, non per apparire.
Si fanno ricordare per un giorno, poi tornano lì dove volevano restare.
Con la faccia e le mani pulite, qualche sguardo di troppo, qualche domanda stupida cui rispondere.
Quelli che dicono no scelgono solo due lettere per stare meglio: no.
Vernamonte e Antonelli — funzionari delle Entrate.
I nomi di Francesco Vernamonte e Giuseppe Antonelli dicono poco. Le cronache veloci di agenzie e quotidiani nemmeno li hanno citati .
Eppure i due funzionari dell’Agenzia delle Entrate hanno rifiutato una mazzetta di 10 mila euro e 2 sterline d’oro nascoste in una scatola di cioccolatini.
Un commercialista romano voleva ammorbidire gli accertamenti fiscali sulla Brunelli Sud spa [estranea al tentativo di corruzione, ndr], un’azienda casearia laziale che ha evaso 5 milioni e 600 mila euro.
Vernamonte e Antonelli hanno subito denunciato il tentativo di corruzione.
E il commercialista è stato arrestato.
Giovanni Parascandola — l’appuntato.

Adesso è tornato a fare il piantone, tre anni fa, l’appuntato Giovanni Ladonea Parascandola girava la Campania e monitorava la discarica di Villarica.
Il carabiniere documentava il ciclo dei rifiuti, che tante inchieste giudiziarie e tanti milioni di euro hanno bruciato.
Parascandola faceva il suo mestiere, senza spirito ambientalistico, ma perchè faceva parte del nucleo a disposizione dei Commissario speciale.
Arrivò Guido Bertolaso e sciolse il gruppo. Un maresciallo voleva punirlo. L’appuntato, più che semplice, disse: “Ho fatto solo il mio dovere. Noi carabinieri abbiamo un solo credo, la legalità ”.
Raphael Rossi — l’ingegnere dei rifiuti.
Nome comune, gesto raro. Raphael Rossi è un giovane ingegnere italiano. È stato vicepresidente dell’Amiat, l’azienda municipale di Torino che si occupa di rifiuti.
È stato cacciato perchè ha impedito che fosse acquistato un macchinario inutile di 4,2 milioni di euro.
E ha fatto arrestare chi voleva corromperlo con una mazzetta di 100 mila euro.
Il Comune di Torino, sindaco Sergio Chiamparino, non si è nemmeno costituito parte civile nel processo.
La storia di Raphael ha un lieto fine. Il sindaco Luigi De Magistris l’ha chiamato a Napoli per dirigere l’Asia, l’azienda del comune che gestisce la raccolta dei rifiuti.
Ambrogio Mauri — l’imprenditore pulito.
Ambrogio Mauri ha cominciato con una piccola officina a Desio, in Brianza. Poi è diventato uno dei maggiori costruttori di autobus. Fin quando a Milano, prima di Mani Pulite, lavoravi soltanto se pagavi: se staccavi assegni ai partiti.
Mauri non ha mai pagato per lavorare e si è trovato con l’azienda in crisi.
Le inchieste di Tangentopoli accesero una speranza, Mauri ci credeva, andò a testimoniare spontaneamente.
Prima di suicidarsi, il 21 aprile del ’97, scrisse una lettera: “Auguro, a chi continua a resistere, di avere maggiore fortuna”.
Fausto Simoni — il dirigente Enav.
Le inchieste giudiziarie su appalti e commesse di Finmeccanica hanno svelato un sistema ben oliato di tangenti. Anche una società  del gruppo, Enav, è stata coinvolta.
Ma un dirigente, che preferisce i toni lievi (“Non sono un eroe”), per tre anni ha rifiutato soldi e respinto pressioni.
Fausto Simoni ha spiegato il sistema ai magistrati e si è raccontato con parole semplici: “Non sono nè un eroe nè una rockstar. Non cedere alle pressioni di chi mi offriva una tangente è stato naturale, ovvio direi. Perchè non saprei lavorare diversamente da come faccio abitualmente. Con onestà ”.
Nino De Masi — mai il pizzo alla ‘ndrangheta.
Titolare di un’azienda di macchine agricole fondata nel 1954 nella Piana di Gioia Tauro, da 20 anni, seguendo il cammino del padre Giuseppe, si oppone pubblicamente alle richieste di pizzo della ‘ndrangheta, lottando non solo contro i clan e una società  abituata allo staus quo del potere criminale, ma anche contro le banche, portate in giudizio a causa di tassi d’interesse che spesso hanno sfiorato, quando non oltrepassato, il limite dell’usura.
De Masi non ha mai chiuso e continua a produrre in Calabria:“Assumo il rischio consapevolmente — ha dichiarato a Report — perchè in discussione non ci sono i soldi, ma la libertà  mia e dei miei figli”.
Angelo Vassallo — il sindaco anti-camorra.
Primo cittadino di Pollica, in provincia di Salerno, assassinato il 5 settembre 2010.
Secondo gli investigatori il delitto sarebbe di matrice camorristica. Il “sindaco pescatore” si sarebbe opposto agli appetiti dei clan suscitati dalle opportunità  di sviluppo turistico della località  cilentana, che Vassallo, noto per il suo impegno ambientalista, aveva saputo valorizzare e rilanciare.
Fu ucciso in auto, mentre rincasava, in una strada poco battuta. Il finestrino era aperto, segno forse che il sindaco aveva riconosciuto la persona che lo aveva fermato, e aveva discusso con lui.
Patricio Enriquez Loor — il ribelle di Sesto.
Docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, Patricio Enriquez Loor è stato membro dello staff dirigenziale del sindaco di Sesto San Giovanni.
Se ne andò sbattendo la porta quando capì che le decisioni sull’area all’area ex-Falk, di cui avrebbe dovuto occuparsi come urbanista, venivano prese altrove.
“Cercai di oppormi mi hanno accusato pubblicamente di essere un sabotatore, poi il sindaco mi fece capire che se mi fossi adeguato avrei avuto il giusto premio economico”.
Ha rinunciato all’incarico nell’estate 2009 e, assieme a un gruppo di cittadini, ha impugnato il piano generale del Territorio di Sesto di fronte al Tar prima della tangentopoli sestese.
Maria Grazia e Savina Pilliu — la mafia non intimidisce.
A Palermo, in piazza Leoni, c’è un palazzo di nove piani, abusivo, costruito dalla mafia senza rispettare le distanze con alcune casette vicine.
Le avevano ereditate le sorelle Savina e Maria Grazia Pilliu e il costruttore aveva bisogno di abbatterle.
Ma le sorelle non hanno mai ceduto alle intimidazioni di Cosa Nostra.
Una storia con molti protagonisti: da Paolo Borsellino, che raccolse le confidenze delle sorelle poco prima di morire, al presidente del Senato Renato Schifani, che da avvocato difese il costruttore Lo Sicco contro le Pilliu, fino al professor Pitruzzella, oggi capo dell’Antitrust su nomina di Schifani-Fini, che ha difeso il palazzo dopo il passaggio nelle mani dello Stato.

Stefano Caselli e Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MORETTI INAUGURA L’APARTHEID: FRECCIAROSSA, VAGONI BLINDATI SE VIAGGI IN CLASSE ECONOMICA

Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile

LA NUOVA TARIFFA STANDARD PREVEDE CHE I PASSEGGERI NON POSSANO ACCEDERE ALLE CARROZZE BAR/RISTORANTI…PER TRENITALIA E’ “UNA SCELTA DI MARKETING”, IL CODACONS DENUNCIA: “FINITI I TEMPI DELLE DEPORTAZIONI”

Chi sceglie la classe Standard (la più economica) sui nuovi Frecciarossa di Trenitalia, sappia che, per quasi tutta la durata del viaggio (Milano-Roma, Roma-Napoli), dal suo vagone potrà  accedere solo agli altri tre riservati a chi ha pagato la tariffa più bassa.
Avete capito bene: niente «passeggiatine» per sgranchire le gambe se non all’interno dei quattro suddetti vagoni. Le porte sono bloccate.
E soprattutto niente pausa caffè alla carrozza ristorante/bar, che resta accessibile esclusivamente a quanti hanno prenotato un posto di livello superiore.
Il nuovo Frecciarossa con i quattro livelli di servizio (cui corrispondono inevitabilmente 4 diverse tariffe) è attivo dal 25 novembre: quattro i treni interessati che percorrono ogni giorno la tratta Milano-Roma-Napoli.
Niente più distinzione tra prima e seconda classe, ma un’ampia gamma di modalità  di viaggio che va dall’Executive, con poltrone singole e reclinabili e poggiagambe regolabile, fino alla Standard, passando per i livelli Business e Premium.
Un biglietto Standard Roma-Milano costa il 6% in meno della «vecchia» II classe (86 euro invece che 91): è possibile navigare grazie al Wi-fi e intrattenersi con informazioni e news sui monitor di bordo.
Un carrellino bar consente di acquistare qualcosa da mangiare e bevande calde o fredde.
Sul sito di Trenitalia la foto di una allegra famigliola, padre madre e bambino tutti e tre stranieri e sorridenti, sponsorizza il livello «standard» e, a leggere bene, delle carrozze bloccate non si fa mistero.
«Ai clienti del livello Standard non è consentito l’accesso alle carrozze Premium, Business e Executive».
Tuttavia, per chi prenota il biglietto con tariffa Standard l’effetto sorpresa è inevitabile.
«È una scelta di marketing – fa sapere Trenitalia -, finalizzata a garantire livelli di servizio adeguati alle richieste. In altri termini, se hai prenotato un viaggio Milano-Roma in Executive (pagando fino a 169 euro) certo non ti aspetti che il bar sia sovraffollato. E poi nessun problema in termini di sicurezza, visto che sui quattro vagoni «Standard – assicurano – c’è sempre un capotreno cui far riferimento».
Le associazioni dei consumatori, però, mal digeriscono il fatto che a chi viaggia in Standard sia inibito il passaggio alle altre carrozze.
«E se un passeggero soffre di claustrofobia?», chiede un po’ provocatoriamente Alessandro Miano, di Assoconsumatori.
«Può presentare un esposto-denuncia e forse ci sono addirittura i termini per ravvisare dei reati».
Ancora più critico il presidente di Codacons Lombardia Marco Donzelli, che definisce «ridicola» la politica aziendale di Trenitalia e annuncia battaglia. «Qualcosa la faremo di certo – spiega -, su una cosa così si può un giudice potrebbe persino sollevare la questione di costituzionalità ».
Niente scusanti o mezzi termini, per Donzelli. «È finito – dice – il tempo delle deportazioni».

Cristina Argento
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INPS, CROLLANO LE NUOVE PENSIONI: OLTRE 94.000 IN MENO RISPETTO A UN ANNO FA

Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile

QUELLE LIQUIDATE NEL 2011 SONO STATE 224.856…. IL CALO HA RIGUARDATO SIA I LAVORATORI DIPENDENTI (-29,6%), SIA GLI AUTONOMI…. L’EFFETTO DELLE FINESTRE E L’INASPRIMENTO DEI REQUISITI PER L’ACCESSO ALLE PENSIONI DI ANZIANITA’

Le nuove pensioni liquidate nel 2011 sono in calo: nei primi 11 mesi dell’anno — secondo gli ultimi dati Inps — le pensioni di vecchiaia e anzianità  liquidate sono state 224.856, oltre 94.000 in meno rispetto allo stesso periodo 2010.
Il dato è stato possibile soprattutto grazie all’effetto finestre.
Il calo più consistente si è registrato per le nuove pensioni di vecchiaia (età  anagrafica di 65 anni per gli uomini e di 60 le donne secondo le regole vigenti fino al 2011, anni però che sono diventati 66 e 61 con l’introduzione della finestra mobile).
Sulla diminuzione hanno inciso soprattutto le nuove regole scattate nel 2011 sulla finestra mobile (12 mesi di attesa una volta raggiunti i requisiti per la pensione, 18 mesi per gli autonomi) e sull’inasprimento dei requisiti per l’accesso alla pensione di anzianità  (almeno 60 anni di età  con quota 96 tra età  e contributi, a fronte dei 59 e quota 95 del 2010, mentre sono rimasti stabili i 40 anni di contributi a qualsiasi età ).
Nel 2011 quindi sono riusciti a uscire solo coloro che avevano già  raggiunto i requisiti nel 2010, perchè per chi li ha raggiunti quest’anno è scattata la finestra mobile che ha rinviato tutti al 2012.
L’andamento è leggibile con chiarezza nei diagrammi dell’Inps, con il blocco quasi totale per le pensioni di vecchiaia dei lavoratori dipendenti da maggio 2011 (su 46.778 pensioni di vecchiaia ai lavoratori dipendenti oltre 39.000 sono state erogate tra gennaio e aprile grazie alle uscite con le vecchie finestre).
Per i dipendenti il crollo delle pensioni di vecchiaia rispetto alle 90.108 accertate nei primi 11 mesi del 2010 è stato del 48%.
Dal prossimo anno scatteranno le regole previste dalla manovra correttiva (addio alle quote per l’anzianità , aumento per l’età  di vecchiaia delle donne, cancellazione della finestra mobile ecc.) ma usciranno ancora con le vecchie regole coloro che hanno maturato i requisiti nel 2011 e sono stati bloccati dalla finestra mobile.
Quindi il lavoratore dipendente che ha maturato i requisiti per la pensione a giugno 2011 uscirà  a giugno 2012, ancora con la finestra mobile.
Il calo complessivo delle pensioni ha riguardato sia i lavoratori dipendenti (da 191.666 a 134.243, con un -29,6%) sia gli autonomi (da 27.501 a 20.137 per i coltivatori diretti, da 53.416 a 38.107 per gli artigiani, da 46.362 a 32.369 per i commercianti).
Se si guarda solo alle pensioni di anzianità , il calo è stato più consistente per gli autonomi.
Nei primi 11 mesi del 2011, infatti, le nuove pensioni di anzianità  liquidate dal fondo lavoratori dipendenti sono state 87.465, appena il 13,8% in meno rispetto alle 101.558 dei primi 11 mesi del 2010.
Per i trattamenti di anzianità  dei dipendenti si è registrato un aumento di 21.135 assegni rispetto ai 66.330 previsti dall’Inps, unico caso per il quale gli assegni liquidati sono stati superiori a quelli previsti dall’Istituto (nel complesso tra vecchiaia e anzianità  sono stati nei primi 11 mesi del 2011 14.364 in meno rispetto alle attese).
Le riforme della previdenza messe in campo prima del decreto salva-Italia “hanno funzionato, ma abbiamo verificato che prima la transizione era troppo lenta”, ha detto il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua commentando il crollo delle pensioni liquidate nei primi 11 mesi del 2011 (-29,5%). Mastrapasqua ha sottolineato che nei primi 11 mesi del 2011 l’età  media di uscita dal lavoro è stata di 60,2 anni, in calo rispetto ai 60,4 del 2010 e ai 61,1 del 2009.
Il dato è dovuto al crollo delle pensioni di vecchiaia (-39,4%), liquidate ad un’età  più alta di quelle di anzianità  (62,7 anni di età  rispetto ai 58,7 di quelle di anzianità ).
“Negli altri Paesi europei — ha detto il presidente Inps — si esce dal lavoro più tardi e con tassi di sostituzione molto più bassi. A fronte del nostro 80% rispetto all’ultimo stipendio, in Germania chi va in pensione prende in media il 58,4% dell’ultima retribuzione. Ora il sistema è stato messo in sicurezza”.
Nel 2011 il bilancio finanziario di competenza dell’Inps chiuderà , secondo Mastrapasqua, in sostanziale pareggio, mentre le cose potrebbero andare meglio nel 2012 grazie alle novità  del decreto salva-Italia sulle aliquote contributive degli autonomi, sul blocco delle indicizzazioni delle pensioni superiori a tre volte il minimo e sui contributi di solidarietà .
Quanto all’età  di uscita, nel 2012 usciranno coloro che hanno raggiunto i requisiti per la pensione nel 2011 e stanno attendendo i 12 mesi previsti dalla finestra mobile (18 per gli autonomi).
“Oggi più che mai — ha concluso Mastrapasqua — è importante l’educazione previdenziale, perchè una riforma così importante va spiegata a tutti, e su questo siamo impegnati”.

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“LIGURIA FUTURISTA” SBARCA SU FACEBOOK E INAUGURA IL NUOVO SIMBOLO

Dicembre 25th, 2011 Riccardo Fucile

FESTIVITA’ MILITANTI PER IL NUOVO MOVIMENTO DELLA DESTRA LIGURE: SIMBOLO, CONTENUTI E METODOLOGIE FUTURISTE… MENTRE LA VECCHIA NOMENKLATURA PENSA SOLO AD APRIRE POINT ELETTORALI E A   PRENOTARE CARICHE E POLTRONE

Se non fossimo folli, non ci saremmo buttati in questa nuova avventura: ma sono i folli e i sognatori (che sanno anche essere pragmatici) che cambiano la politica, non è la politica che cambia loro o che fa emergere i loro lati peggiori.
Abbiamo condotto una battaglia di moralizzazione e di denuncia all’interno di Futuro e Libertà  ligure che è divenuta un caso nazionale.
Come è stato sottolineato recentemente in un convegno antimafia, è la prima volta in Italia che la base militante di un partito si ribella e denuncia certe situazioni “prima e non dopo” che esse diventino oggetto di interventi della giustizia ordinaria (vedi il caso Pronzato per il Pd ligure).
Forse avremmo dovuto ricevere ringraziamenti e non insulti?
Non ha rilevanza, verrà  il tempo anche di quelli, i tempi della politica non sono quelli della gente comune, siamo vaccinati.
Ma noi a luglio non abbiamo gettato la spugna per piagnucolare che lasciavamo campo “ai professionisti della politica” e agli intrallazzatori locali, abbiamo continuato ad assestare bordate micidiali, denunciando fatti e avvenimenti.
Perchè noi avevamo aderito a un programma di rinnoovamento della destra italiana, non avevamo prenotato una poltrona.
In sintesi: non siamo ricattabili perchè delle cariche non ce ne frega nulla, non siamo condizionabili perchè abbiamo dei valori politici di riferimento, non rispondiamo a logiche interne perchè ce ne siamo andati da uomini liberi.
Chi crede in un programma non ha bisogno di cercare nuove case: si mette a distanza di sicurezza per assistere all’implosione delle mura decrepite che ha martellato, pronto a ricostruirle secondo i valori etici e il credo politico enunciati nel piano di costruzione del fabbricato.
Una sorta di elitè rivoluzionaria repubblicana che pensa ai contenuti e lavora per essi, non per far eleggere qualcuno nascosto in liste altrui.
Ecco perchè Liguria Futurista oggi, proprio sulla base di questo percorso di coerenza, può chiamare a raccolta tutti quelli (e non solo quelli)   che si sono riconosciuti esclusivamente nel programma di Fli di Bastia Umbra per magari integrarlo laddove lo ritengano necessario.
Se la classe dirigente di un partito “tradisce” il programma e lo spirito costituente dello stesso, per quale motivo la base non dovrebbe raccoglierne l’ideale fiaccola della staffetta?
Se quelle idee erano la speranza di rinnovamento della destra italiana perchè ora non dovrebbero essere motivo di continuare a fare politica su quel percorso tracciato?
Perchè a qualcuno hanno tolto qualche carica e preferisce rimettersi sul mercato, tanto un’idea vale un’altra?
Certo, i vertici romani di Fli su Genova non ne azzeccano una, ma stanno raccogliendo quello che hanno seminato: la metà  della percentuale nazionale di consensi, lo sputtanamento mediatico che meritano certe scelte autolesionistiche, la perdita di credibilità  dovuta alla mancanza di idee e iniziative incisive.
Da parte nostra avevamo avanzato proposte concrete che avrebbero rilanciato il partito e lo avevamo fatto anche nelle sedi e nei modi opportuni, tanto per sgombrare il campo dalle ridicole accuse di essere causa di polemiche.
Qualcuno “non poteva” prendere le decisioni dovute e necessaire?
Liberi di scegliere il disfacimento.
Liberi di tenersi chi inaugura sedi fantasma.
Liberi di far eleggere chi nasconderà  persino il simbolo del partito per interesse personale e che, invece che pensare ad aprire a Genova una sede di Fli, preferisce aprire un suo point elettorale.
Sono tutti fatti che continuano a darci ogni giorno sempre di più ragione.
Noi la nostra battaglia l’abbiamo già  vinta, in ogni caso.
Ma puntiamo ad altro: a far veicolare idee, a diventare punto di riferimento di una nuova destra legalitaria e sociale, nazionale e popolare, non ci interessano le beghe di condominio.
Cresceremo per gradi, non per aggregazioni personali, ma per contenuti, frequentando mercati e non salotti, mettendoci idee e faccia, provocazioni e movimentismo, senza dover “scoprire” o cavalcare dopo due anni battaglie che avevano denunciato in tempo reale, magari per unirsi al codazzo di ex tromboni leghisti.
“Liguria Futurista” è oltre, è avanti.
Abbiamo il nuovo, definitivo simbolo, dallo stile futurista, curato professionalmente da un creativo.
Da ieri siamo sbarcati su Facebook con la pagina personale Liguria Futurista (potete chiederci l’amicizia) improntata all’informazione ligure e nazionale, con un taglio originale.
E siamo solo all’inizio, tranquilli…
Liberi di pensare e liberi di agire.
Buon Natale futurista a tutti.

Ufficio di Presidenza
LIGURIA FUTURISTA

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LA CASTA INGRASSA SULLA NOSTRA PELLE, NESSUNA TRASPARENZA DA STATO E AZIENDE: COME I POTENTI NASCONDONO I LORO MOVIMENTI

Dicembre 24th, 2011 Riccardo Fucile

“NON TI RISPONDO”: COSI’ SOPRAVVIVE IL POTERE… DAL QUESTORE DELLA CAMERA FINO AI DATI SULLA PUBBLICITA’ DI TRENITALIA E’ SILENZIO TOTALE

Un banale confronto storico sarà  utile per capire il drammatico problema di trasparenza che grava sull’Italia dell’anno 2011.
Trentasette anni fa, l’8 agosto 1974, il presidente americano Richard Nixon fu costretto a dimettersi per non piegarsi all’ordine della Corte Suprema di consegnare alla Commissione d’inchiesta sullo scandalo Watergate i nastri registrati di tutte le sue conversazioni alla Casa Bianca.
Il sistema era stato introdotto da John Kennedy 51 anni fa: ogni respiro del presidente veniva registrato. E il concetto di trasparenza della politica americana imponeva di far ascoltare i nastri agli inquirenti che dovessero verificare qualche caso, diciamo così, dubbio.
L’Italia è ancora all’età  della pietra.
Politici di ogni rango e valore continuano imperterriti ad accampare pretese di privacy sulle proprie condotte, forse indotti in errore dal fatto che molto spesso gli affari pubblici sono sovrastati dagli interessi privati.
Basta elencare la piccola serie di difficoltà  incontrati dai cronisti del Fatto negli ultimi giorni per capire che cosa vuol dire remare controcorrente.
Primo caso.
Il giornalista Daniele Martini chiede ripetutamente al capo ufficio stampa delle Fs, Federico Fabretti, quanto investano in pubblicità  le Ferrovie e a beneficio di quali televisioni o testate cartacee.
Ottiene un risposta stupefacente, secondo la quale quei dati non sono a conoscenza dell’ufficio stampa, che sta facendo apposite ricerche presso gli uffici competenti, ma che comunque non ha alcuna intenzione di rendere pubblico il risultato dell’accurata indagine.
Secondo caso.
La giornalista Sandra Amurri (qui l’articolo) chiede a Emilia Saugo, capo della segreteria del deputato questore Francesco Colucci, chiarimenti sulle prebende e sulle attività  dell’onorevole, che in quanto questore ha voce in capitolo nel piatto ricco delle forniture della Camera.
La Saugo reagisce chiedendo ai commessi della Camera di accompagnare “la signora” fuori del palazzo di Montecitorio. I commessi eseguono.
Colucci poco dopo commenta l’accaduto con tono disturbato: “Non sono tenuto a dare risposte a chicchessia rispetto all’attività  legata al mio incarico istituzionale”. Chicchessia.
Terzo caso.
Un giornalista del Fatto chiede all’ufficio stampa del consorzio Patti Chiari, creato dalle banche per migliorare il rapporto di fiducia tra gli istituti di credito e i loro clienti, di quante risorse disponga l’organizzazione per svolgere i suoi compiti di informazione e formazione dei risparmiatori.
Si sente rispondere che l’ufficio stampa ignora il dato, e che risulta impossibile, nel pomeriggio di giovedì 22 dicembre, rintracciare qualcuno che sia a conoscenza del misterioso dato.
La verità  evidente è che anche in questo caso prevale la volontà  di occultare al pubblico un’informazione di basilare trasparenza sul funzionamento di una lobby che punta dichiaratamente a condizionare il rapporto tra le banche e i risparmiatori.
Quarto caso.
Un anno e mezzo fa Il Fatto quotidiano ha chiesto alla direzione generale della Rai una lista trasparente dei compensi assegnati a collaboratori esterni, società  appaltatrici e consulenti. La Rai si è appellata alla tutela della privacy degli interessati, ma, avendo anche un obbligo di trasparenza sui dati richiesti, ha chiesto all’Authority per la privacy un parere.
Il parere è arrivato, e ha dato ragione alla richiesta del Fatto: secondo il garante Francesco Pizzetti il diritto dei cittadini a essere informati in modo trasparente sulla destinazione del denaro pubblico prevale su quello alla riservatezza dei beneficiari delle consulenze.
Risultato: la Rai ancora non ha fornito i dati richiesti, ed è passato un anno e mezzo.
Abbiamo fatto solo quattro esempi.
Si potrebbe continuare a lungo.
Un altro caso tra i tanti: gli obblighi di trasparenza imposti dalle leggi e dalle regole della Consob alle società  italiane sono molto più blandi di quelli vigenti in altri Paesi più evoluti, Stati Uniti in testa.
Così capita che gli uffici stampa delle società  italiane quotate anche alla Borsa di New York si rifiutino di dare ai giornalisti italiani informazioni che sono pubblicate nei prospetti informativi obbligatori per il mercato americano.
Spesso i dialoghi surreali di cui sopra avvengono tra giornalisti che danno le notizie e giornalisti, regolarmente iscritti all’Ordine professionale, che lavorano per la comunicazione delle aziende.
Per gli uni e per gli altri dovrebbe vale la Carta dei doveri del giornalista, che obbligherebbe i comunicatori d’impresa a “diffondere ogni notizia che ritengano di pubblico interesse”, e quelli delle testate di informazione a diffondere le notizie “nonostante gli ostacoli” e compiendo “ogni sforzo” per garantire “la conoscenza degli atti pubblici”.
Solo una cosa hanno dimenticato di scrivere nella Carta dei doveri: l’obbligo di sopportare che altri giornalisti ti trattino da molestatore solo perchè fai il tuo dovere.

Giorgio Meletti
(da”Il Fatto Quotidiano”)
.

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LA CASTA DELLA POLVERINI: OLTRE AI NUOVI VITALIZI, I POSTI D’ORO NELLA AZIENDE ESTERNE ALLA REGIONE

Dicembre 24th, 2011 Riccardo Fucile

I BERLUSCONES RIMASTI FUORI DALLE ELEZIONI PER LA BOCCIATURA DELLA LISTA SONO STATI SISTEMATI… SEI SONO STATI COLLOCATI IN AZIENDE SATELLITE DELLA REGIONE LAZIO

Il pacco firmato Regione Lazio è complicato.
La manovra dei vitalizi per assessori esterni e consiglieri decaduti nasconde tagli e tasse per 1,4 miliardi di euro.
Come incartare i sacrifici (per i cittadini) con i privilegi (per i politici).
Eppure il governatore Renata Polverini mette su il viso del dispiacere, quel senso di pudore nel chiedere euro ai cittadini, sempre e comunque ai cittadini: “Era l’unica possibile”.
Già , mica poteva lasciare senza pensione la Giunta oppure i tre consiglieri del centrodestra transitati per sbaglio in Regione?
Il regalo farà  contento il sindaco Giovanni Di Giorgi che, nervosamente, deve scegliere la poltrona giusta: resta nel Consiglio laziale o si dedica al comune di Latina?
Un dilemma e un sollievo: qualsiasi decisione prenda Di Giorgi, il vitalizio è garantito a 50 anni con una riduzione del 5 per cento, a 55 al 100 per cento.
Nessun dubbio, però, sui rincari: aumentano le imposte (+ 0, 33 % Irpef), la benzina con un’accisa inedita (20 centesimi al litro), il bollo per l’automobile (+ 10 %).
Mentre calano i fondi per il sociale e le opere pubbliche (-100 milioni di euro). Com’era? “L’unica manovra possibile”.
Peccato che il centrosinistra suggeriva al Governatore di vietare un mal costume tipico di una regione grossa, indebitata e spendacciona: un dirigente pubblico deve rispettare un tetto massimo di stipendio senza cumulare l’incarico in corso con il vitalizio regionale.
Non conosciamo la risposta perchè l’ex sindacalista si è rifiutata di rispondere ai partiti di opposizione: rischiava di bombardare l’alleanza con il Pdl che si regge sui favori reciproci e il potere condiviso.
Il mandato Polverini ha un difetto di nascita: la lista dei berlusconiani rimase fuori perchè presentata in ritardo, e dunque i cacicchi locali, non eletti, andavano sistemati.
Quelli che sommano lo stipendio pubblico con il vitalizio già  maturato in banca o in tasca.
Ecco i sei candidati trombati in partenza e ora, momentaneamente, occupati in aziende satelliti della Regione Lazio.
C’è l’imprenditore Luigi Celori, 54 anni, a spasso con una rendita di tre legislature: è stato nominato presidente di Autostrade del Lazio, superati mesi di inattività  politica.
C’è Tommaso Luzzi, 61 anni, per 15 anni in Regione: si è accontentato di Astral, una società  che pulisce e asfalta le tangenziali e i raccordi.
C’è il socialista Donato Robilotta, 56 anni, commissario straordinario di Ipab Sant’Alessio, un centro per ciechi che gestiva un imponente patrimonio immobiliare.
C’è Bruno Prestagiovanni, 54 anni, commissario straordinario di Ater Roma, un carrozzone che assegna le case pubbliche.
C’è Massimiliano Maselli, 44 anni, presidente di Sviluppo Lazio, dove transitano bandi di gara e studi scientifici.
C’è Erder Mazzocchi, 43 anni, commissario straordinario di Arsial, l’agenzia regionale per l’agricoltura.
I magnifici sei incassano un degno e meritato stipendio pubblico, servono serenamente le istituzioni sapendo di incassare (in futuro o adesso) un sostanzioso vitalizio.
I magnifici sei, soprattutto, assicurano l’esistenza politica di Renata Polverini. Al traguardo di una serie di nomi e scrivanie,
fra le proteste cestinate e negate, c’è un’ultima idea che i partiti di opposizione hanno presentato al governatore: perchè confermare il rimborso chilometrico per i consiglieri?
Vi può suonare stonato, ma i rappresentanti laziali, se abitano a 15 chilometri dal palazzo regionale, recuperano un quinto di un pieno di benzina.
I 71 consiglieri laziali vengono pagati per il mandato in Regione (indennità ), per essere presenti in aula (diaria), per raggiungere il palazzo (rimborso), per presiedere o partecipare in commissione (e sono venti).
Però, va detto che la Polverini ci ha provato.
Voleva fare una manovra con meno tasse ai cittadini e più tagli ai politici.
Il Governatore ha deluso i cronisti che speravano in un ripensamento sui vitalizi: “Niente passo indietro. Da due giorni siamo in linea con le altre Regioni. Avevamo una discriminazione che colpiva solo i nostri assessori esterni, abbiamo messo le cose a posto”.
E il Codacons che fa ricorso contro la manovra?
“Che devo fare?”, ha risposto la Polverini.
Se sapesse cosa fare, sarebbe il governatore del Lazio che toglie ai ricchi e dà  ai poveri, non viceversa.
O forse, caspita, è proprio lei?

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BOSSI NON PAGA, COME LA PEGGIORE CASTA ROMANA

Dicembre 24th, 2011 Riccardo Fucile

CONDANNATO A PAGARE 40.000 EURO PER AVER DIFFAMATO IL GIUDICE CHE LO AVEVA GIUDICATO PER VILIPENDIO, IL SENATUR SI APPELLA ALLA CASTA ROMANA PER NON SCUCIRE IL DOVUTO

Era il 26 luglio 1997 e Umberto Bossi comiziava tra le zanzare di Cabiate.
Un giudice di Cantù, Paola Braggion, prese nota e quattro anni dopo — 23 maggio 2001 — condannò il Senatur a 1 anno e 4 mesi di carcere per vilipendio: la bandiera nazionale non può essere equiparata alla carta igienica.
Bossi andò su tutte le furie, apostrofò il magistrato come un “relitto giuridico” aduso “a rubare lo stipendio”, e trovò “incivile che un magistrato perda tempo, pagato dai contribuenti, per fare un processo basato su reati di opinione.
Non è possibile che chi è in cerca di pubblicità  possa ricorrere alle norme fasciste del codice Rocco per colpire la libertà  d’espressione”.
La Padania quel giorno titolò finemente: “La sinistra ordina: Bossi in galera!”.
La Braggion, sentitasi diffamata fece causa, ma dovettero passare altri sette anni — 27 febbraio 2008 — prima di ottenere una sentenza della Corte d’appello di Brescia.
Che giunse a questa conclusione: Bossi ha offeso il giudice, deve risarcirlo con 40mila euro.
Ha pagato, secondo voi?
Bossi, com’era suo diritto, ha impugnato la condanna in Cassazione, ma temendo che i giudici confermassero il risarcimento, si appellò alla Camera dei deputati che qualificò — il 16 luglio 2008 — con una delibera d’insindacabilità  le contumelie al magistrato come “opinioni espresse nell’esercizio delle sue funzioni”.
La Cassazione non fu d’accordo; passò la palla alla Corte costituzionale, che l’altro giorno ha accolto il ricorso con la sentenza 333 del 2011: “Non spettava alla Camera affermare che le dichiarazioni rese dall’onorevole Bossi costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni”.
Ora il processo torna di nuovo nelle mani della Suprema Corte, 15 anni dopo il primo insulto di Bossi e 4 dopo la sentenza che diede ragione alla dottoressa Braggion.
La Lega che salva Cosentino e ha avallato le leggi ad personam a favore del premier, si permette pure di definire la pronuncia della Consulta “un colpo di Stato silente…”
Passa alla cassa e caccia i soldi, sfiatato trombone padano.

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