Destra di Popolo.net

IL PREZIOSO INSEGNAMENTO DELLA MADRE DI CIRO: “ANCHE SE NON HO STUDIATO, HO CAPITO: E’ LA SUA NATURA”

Settembre 14th, 2020 Riccardo Fucile

LE PAROLE DELLA MADRE ACCENDONO UN BARLUME DI SPERANZA NELL’IMMENSO DOLORE

Trarre qualcosa di buono dalle macerie. La storia di Maria Paola e Ciro è sotto gli occhi di tutti in questi giorni.
La morte della 22 enne ha acceso i riflettori, ancora una volta, sulla società  maschilista in cui un uomo impedisce a una donna di scegliere con chi stare perchè la possiede — il diritto di un fratello sulla sorella — e su omofobia e transfobia.
L’ignoranza di base che anima questo paese sulla tematica transessualità  l’abbiamo vista anche da come la delicata situazione è stata trattata nei giornali e telegiornali, con il Tg1 che è arrivato a chiamare il giovane Ciro con l’appellativo di Cira. Le parole dette dalla madre di Ciro sono una piccola goccia di luce in un mare di dolore.
Non solo il racconto aberrante di ciò che la famiglia di Maria Paola diceva su Ciro e sulla loro relazione ma anche le parole di Ciro, che nella vita ha già  sofferto molto per la sua giovane età . Di se stesso e di chi è Ciro lo sa da quando aveva 15 anni. Già  allora si sentiva un uomo dentro il corpo di una donna — un sentire che in molti nemmeno lontanamente provano a comprendere ma che tutti si sentono in diritto di giudicare — e per lui non è stato facile mai, in nessun momento. «Ne ho parlato subito con mia madre», ha detto Ciro, «ci ha messo cinque anni per accettarlo, ma non mi ha mai lasciato solo».
La madre di Ciro è una madre come tutte le altre. Ama suo figlio e lo ama profondamente. Mette l’amore davanti a tutto e le sue parole commentando questa penosa vicenda mostrano una donna che ha avuto bisogno di tempo per superare tutti i dogmi e i preconcetti di una cultura arretrata e primitiva ma che ha scelto di far vincere il giusto, l’amore.
«Non volevo ammetterlo, sono sincera. Ho sofferto. Ho pianto»: queste le parole di Rosa per descrivere i primi momento dopo aver scoperto la natura del figlio, parole familiari per tante persone LGBTQ che si sono trovate a parlare di se stesse con i propri genitori.
Rosa, però, ha una marcia in più: «Non l’ho mai trattato male. Non ci ho mai pensato a cacciarlo di casa. Mi sono sforzata di comprendere. Mi sono confrontata con le mie amiche. E anche se non ho studiato, ho capito. Meglio così, mi sono detta, che non avere più un figlio. Se si fosse ammalato, l’avrei perso. È la sua natura, è mio figlio». Le parole di questa madre distrutta e che ha sofferto insieme al figlio nella vita — non tanto per la natura di quel ragazzo ma per tutto il resto del mondo e il diritto di giudicare che misteriosamente tutti sentiamo nostro — sono una prova.
La prova che un genitore che ama il figlio non ha bisogno di essere progressista, laureato, istruito, di ampie vedute per accettarlo.
Gli basta essere un essere umano decente.

(da agenzie)

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COSA CI INSEGNA IL PAPA’ CHE OGNI GIORNO SI IMMERGE NELL’ADDA NELLA SPERANZA DI RECUPERARE IL CORPO DELLA FIGLIA ANNEGATA

Settembre 13th, 2020 Riccardo Fucile

HAFSA AVEVA 15 ANNI QUANDO FU TRAVOLTA DALLE CORRENTI DEL FIUME… IL CORPO MAI RITROVATO E LO STRAZIO DELLA FAMIGLIA

Il papà  che ogni giorno si immerge nelle acque del fiume Adda alla ricerca del corpo della figlia annegata è un’immagine che ci mette tutti in mora, che mortifica le nostre cattiverie, la nostra bontà  a tempo.
L’uomo ogni giorno di questa nuova vita tinta dei colori del lutto, raggiunge in bici le sponde del fiume e si immerge sperando che la sorte o il suo e il nostro Dio gli regalino quel che più ora desidera, baciare un’ultima volta la sua Hafsa.
Aveva 15 anni Hafsa, in un giorno di gioia, con la cugina cercava di raggiungere una spiaggetta, c’era d’attraversare, ma è stata travolta dalle correnti del fiume. Quel giorno, lui era in Marocco, la terra dalla quale era venuto in Italia, come tanti, per dare un’occasione ai figli, alla sua Hafsa. Dal suo rientro, dopo le lacrime e la disperazione, non ha altri motivi nella vita. Le autorità , le forze di polizia, la protezione civile e i volontari hanno cercato la ragazza, l’hanno cercata anche oltre i tempi previsti dal protocollo. E ora, spinti dal gesto dell’uomo, torneranno ad affiancarlo lungo le sponde dell’Adda.
La storia del papà  che ogni giorno si immerge nelle acque dell’Adda alla ricerca della figlia annegata è entrata nella cronaca per un video girato da chi passava ai margini dell’Adda e ha ripreso la scena straziante dell’uomo che sfida le correnti con gli occhi ben aperti, a scrutare il pelo dell’acqua, a indagare tra i rovi, sui fianchi del fiume. Potrebbe riemergere Hafsa, potrebbe essere incagliata tra i rami che si allungano sull’acqua.
“Ho contattato i carabinieri per dire loro che io continuo a cercarla – ha detto il papà  – Devo ringraziare i ricercatori, che sicuramente hanno fatto un buon lavoro, ma non sono riusciti a trovare mia figlia….Io non posso smettere di cercarla. Mi sto dando da fare per trovarla e spero che ci sia qualcuno, che voglia aiutarmi…Spero di trovare Hafsa, che magari è incagliata da qualche parte. O spero di essere lì quando il fiume la restituirà . Non posso rimanere a casa ad aspettare”
Gli è stato detto che le ricerche sono pericolose, che il fiume all’improvviso può ingrossarsi, ma lui non smette, non accetta di uscire dal sudario che conserva la sua Hafsa. Prima o poi la troverà , ne è sicuro.
“Ho avuto paura per lui – ha scritto su Facebook chi lo ha filmato – Un familiare, sulla sponda con me, lo ha chiamato continuamente, ma invano. ..”. Il papà  che cerca la sua Hafsa anche oggi è lì, lungo e dentro l’Adda, non smette.
L’uomo reso fragile dal dolore più grande, a vederlo in mezzo al fiume sembra dirci come dovremmo essere tutti noi.
Come non siamo.

(da Globalist)

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L’ESPLOSIONE A MILANO, IL PRIMO SOCCORRITORE E’ STATO UN UOMO EGIZIANO: “HO PORTATO FUORI IL RAGAZZO USTIONATO E SONO TORNATO DENTRO A CHIUDERE IL GAS”

Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile

HA RISCHIATO LA VITA, IN EGITTO ERA DOCENTE UNIVERSITARIO, IN ITALIA FA MANUTENZIONI… VIGILI DEL FUOCO E POLIZIOTTI: “SENZA DI LUI L’INTERO PALAZZO SAREBBE ESPLOSO”

Si chiama Aly, è un uomo egiziano che questa mattina alle 7 passava in piazzale Libia quando ha visto l’esposione del piano terra del palazzo. E altri testimoni raccontano: “Un botto fortissimo e vetri in frantumi”
“Alle 7,15 passavo col mio furgone e ho sentito l’esplosione, un urto fortissimo, c’erano le tapparelle saltate. Mi sono precipitato dentro e ho soccorso un ragazzo, l’ho avvolto in una coperta bagnata e l’ho portato fuori. Poi ho chiuso il gas”. Aly Harhash è l’uomo egiziano che ha soccorso per primo il 30enne ucraino che questa mattina è rimasto ferito nell’esplosione in un palazzo a Milano, in piazzale Libia 20.
“Non sono un eroe, per l’amor di Dio, ma quale eroe”. Non gli piace questa definizione anche se è consapevole di aver salvato la vita a un ragazzo che ha l’età  di suo figlio. Racconta all’Ansa Aly Harhash, 61 anni: “Alle 7.15 ero fermo col mio furgone Ford Transit all’angolo tra piazza Libia 20 e viale Cirene 1, ho una ditta di manutenzione ed ero fermo a parlare col custode di un altro condominio quando abbiamo sentito un’esplosione fortissima. Ero appoggiato al furgone, quasi si è spostato. In quel momento ho visto il portone volare, tutte le finestre per aria e i motorini parcheggiati tutti abbattuti sulla sinistra. Un casino, non si capiva niente. A quel punto ho visto le fiamme uscire dall’appartamento al piano terra, c’era un ragazzo come una torcia. Sono andato subito al furgone a prendere due grosse coperte. Sa noi facciamo anche traslochi…”.
Aly Harhash è arrivato in Italia nel 1979 lasciando in Egitto un lavoro come docente universitario con cattedra in Economia e Commercio con specializzazione in commercio con l’estero. La sua laurea non gli è servita per andare avanti e così ha iniziato con piccoli lavori fino a costruire una solida attività  di manutenzione condomini. Nel lungo elenco di stabili di cui si è occupato c’è anche quello dell’esplosione. “All’ingresso c’era un tubo dell’acqua rotto che ho usato per bagnare le coperte e mi sono avvolto in una di queste. Il ragazzo ferito non scappava, era in confusione totale. Per prima cosa gli ho buttato addosso la coperta e l’ho spostato da un armadio di plastica che gli si stava sciogliendo addosso. Quando si è sentito al sicuro è crollato a terra. Non riuscivo a portarlo fuori, è un ragazzo alto, allora sono uscito e urlando ho chiesto aiuto. Avevo i pantaloni tutti sporchi del suo sangue. Un uomo e una donna sono arrivati a darmi una mano e lo abbiamo disteso all’esterno. Il ferito diceva “mia moglie… mia figlia” ma era confuso. Ho collegato il tubo dell’idrante e ho iniziato a spegnere le fiamme, so come fare queste cose perchè ho diversi service. Poi ho chiesto all’uomo di coprirmi mentre rientravo per controllare se ci fosse qualcun altro ma non c’era nessuno. Il vero eroe è quel signore che mi ha aiutato, non come tutti quegli stupidi che sono stati lì fermi a filmare e a non fare niente. Non so dove sia finito”.
La prima cosa che Harhash ha fatto una volta dentro è stata chiudere il gas, lo ha raccontato anche alla polizia. “E’ colpa del gas, lì c’è una cucina. Ma non ho girato la la manopola, ho abbassato la leva di un rubinetto. Davvero non so come sia accaduto. Una donna della Protezione Civile mi ha detto che probabilmente se non l’avessi fatto sarebbe esploso l’intero palazzo”.
Lui continua a rifiutare l’etichetta di eroe ma è orgoglioso dell’applauso ricevuto da polizia e vigili del fuoco. “E’ stato molto bello. I pompieri mi hanno anche detto che cercheranno il cellulare che ho perso per soccorrere il ragazzo e se non dovessero trovarlo me ne regaleranno uno. Per ora uso quello di mia moglie. E’ italiana, precisamente napoletana”.
E in effetti tradisce anche lui una certa cadenza campana. “I miei figli, che sono entrambi laureati, parlano perfettamente napoletano. Anche io, sono circondato tutti i giorni”.

(da agenzie)

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“MIO FIGLIO NON E’ MORTO INVANO, HA CERCATO DI SALVARE UN’ALTRA VITA”

Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile

LA FRASE STRAZIANTE E PIENA DI DIGNITA’ DEL PADRE DI WILLY

«Mio figlio non è morto invano se è vero che ha tentato di salvare un’altra vita». Una frase straziante e commovente che racconta tutta la dignità  della famiglia di Willy Monteiro Duarte, il 21enne ucciso in un feroce pestaggio a Colleferro, Roma, nella notte tra il 5 e il 6 settembre.
Proprio queste sarebbero le parole che il papà  di Willy, Armando, avrebbe detto all’ambasciatore di Capo Verde Jorge Josè de Figueiredo Goncalves, che ha reso visita alla famiglia nel pomeriggio a Paliano, il paese a pochi minuti da Colleferro dove risiede la famiglia.
A raccontarlo è lo stesso diplomatico, lasciando l’abitazione della famiglia. Nella giornata di oggi i funerali del ragazzo, cui ha partecipato una folla di persone vestite di bianco, colore che, su desiderio della famiglia, rappresenta purezza e giovinezza

(da “Open”)

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IL GIORNO DELL’ADDIO A WILLY, IL VESCOVO: “IL SUO SACRIFICIO COME UN GIOVANE CRISTO”

Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile

PRESENTI IL PREMIER CONTE, LAMORGESE E ZINGARETTI, L’ABBRACCIO DEI GENITORI, MIGLIAIA DI PERSONE RENDONO OMAGGIO AL GIOVANE

Duecento i palloncini bianchi lasciati andare, ‘liberati’ in cielo, tra lacrime ed applausi, dagli amici del 21enne. Si sono conclusi così i funerali di Willy.   Alla fine delle esequie il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha abbracciato la madre e il padre di Willy, Lucia e Armando e la sorella Milena. “Ora ci aspettiamo condanne severe e certe”. Ha commentato il premier al termine della cerimonia.
“Willy “si è sacrificato sulla croce come un giovane Cristo. Per amore dell’amicizia che deve essere d’esempio chi vede come vita il culto della forza, della violenza”.
E’ il messaggio centrale dall’omelia pronunciata da monsignor Mauro Parmeggiani, vescovo di Tivoli e Palestrina, che ha scelto il vangelo delle Beatidutini per ricordare il giovane ucciso a soli 21 anni, nel corso di una rissa, per proteggere un amico.
“Un fatto esecrabile che stamane ci vede riuniti insieme e per il quale il nostro cuore è profondamente scosso e colpito”, prosegue il vescovo   Il giovane aveva “passione per lo sport ma senza fanatismi, nel rispetto per gli altri e nell’impegno per loro che, lungi da quegli atteggiamenti di indifferenza che spesso chi si dice adulto assume, ha portato Willy nella notte tra sabato e domenica scorsa a intervenire a favore di un amico per sedare una lite e perdere la vita in quella forma grande che Gesù ci ha insegnato nel Vangelo: ‘non c’è amore più grande di questo, dare la vita per gli amicì”. Gesù, ha detto ancora, “non ci ha liberati con la forza dei muscoli ma donando la propria vita sulla croce per amore e assicurando a tutti coloro che come Willy tentano di praticare il suo Vangelo, la vita eterna”.
Ma soprattutto Impegniamoci perchè la morte di un innocente con cada nel vuoto.   “Perchè la morte barbara e ingiusta di Willy non cada nell’oblio impegnamoci tutti, istituzioni, forze dell’ordine, uomini e donne della politica, della scuola, dello sport e del tempo libero, Chiesa, famiglie e quanti detengono le chiavi di un potere enorme, quello dei media e in particolare dei media digitali, a comprometterci insieme, al di là  di ogni interesse personale e senza volgere lo sguardo altrove fingendo di non vedere, a riallacciare un patto educativo a 360 gradi”.
n lungo applauso aveva l’ingresso del feretro di Willy Monteiro Duarte e della sua famiglia nel campo di Paliano. Subito dopo l’ingresso della bara, c’è stato un minuto di silenzio. Da ore centinaia le persone si erano messe in fila per assistere alla cerimonia. Ci sono il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e i sindaci di Paliano e di Colleferro, Domenico Alfieri
I parenti del ragazzo sono arrivati, in lacrime: sull’auto una fotografia del figlio ucciso. Familiari e amici indossano maglie e camicie bianche, come la maggior parte dei partecipanti: è stata una richiesta della famiglia del giovane, come “segno di purezza e di gioventù” aveva riferito il sindaco di Paliano.
I genitori del ragazzo hanno scortato la salma dal policlinico di Tor Vergata al campetto dove si svolgono le esequie. Mamma Lucia non perde mai di vista la bara del suo angelo. Al loro fianco il sindaco di Paliano Domenico Alfieri.
Nel campo sportivo, moltissimi ragazzi sulle sedie in plastica disposte sul manto erboso con maglie bianche e la scritta ‘Ciao Willy’.   “Ora bisogna solo far sentire alla famiglia la vicinanza di tutti e pretendere presto giustizia.
La Regione pagherà  e sosterrà  la famiglia per le spese legali e uno degli istituti alberghieri della nostra regione sarà  dedicato al nome di Willy”, ha ribadito Zingaretti prima di entrare nel campo. Mentre il premier Conte si è trattenuto a parlare con i sindaci dell’hinterland romano.
Gli fa eco il sindaco di Colleferro: “Il mio auspicio è che sia presto fatta giustizia e che si faccia chiarezza presto sulle responsabilità  di ognuno. Il mio appello a testimoniare è stato ascoltato e si sono aggiunti testimoni” aggiunge Pierluigi Sanna.
E la procura di Velletri ha modificato il capo di imputazione per i quattro giovani arrestati per la morte del 21enne, da omicidio preterintenzionale e omicidio volontario. Al momento, fanno sapere gli inquirenti,   non ci sono altri indagati, oltre ai fratelli Marco e Gabriele Bianchi, a Mario Pincarelli e a Francesco Belleggia, quest’ultimo ai domiciliari.   Il ragazzo citato nell’informativa della Procura di Velletri, seppur presente al momento dei fatti, non è iscritto nel registro degli indagati.

(da agenzie)

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I VECCHI BANCHI BIPOSTI SPEDITI DALLE SCUOLE DI GENOVA AI PROFUGHI DEL SUDAN

Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile

MUSIC FOR PEACE HA RICICLATO GLI ARREDI SCOLASTICI DESTINATI A FINIRE IN DISCARICA…SOVRANISTI DELLA DOMENICA, IMPARATE COSA VUOL DIRE AIUTARLI A CASA LORO

Dalle scuole di Genova alle scuole di un campo profughi in Africa. Nella corsa contro il tempo per adeguarsi alle normative anti Covid, le scuole del ponente genovese hanno trovato una soluzione che eviterà  di gettare i propri banchi in discarica: spedirli in Sudan, dove verranno utilizzati da altri studenti.
L’idea è venuta a Music For Peace, l’associazione genovese con sede in via Balleydier che si occupa di cooperazione internazionale. « Ci è arrivata infatti una richiesta di materiale scolastico dal Sudan, dove siamo attivi con alcuni progetti », spiega Stefano Rebora, presidente di Music for Peace. «E visto che proprio in questo momento l’Italia si ritrova con l’obbligo di cambiare i banchi scolastici, abbiamo proposto al presidente del Municipio VII Claudio Chiarotti di darci una mano: e la proposta è stata subito accettata».
Circa 120 banchi sinora utilizzati dagli studenti del ponente finiranno quindi a Mayo, il gigantesco campo profughi a 20 chilometri dalla capitale Khartoum dove vivono un milione e duecentomila persone in fuga da Somalia, Ciad, Etiopia, Eritrea e dalla zona del Darfour.
«Si tratta di un campo costruito con case di fango, dove esistono moschee e chiese e ovviamente pure delle scuole » , continua Stefano Rebora. «Rendiamoci conto che quello che per noi è diventato inutile per chi abita a Mayo può essere molto importante » .
Dal municipio VII l’assessora alle scuole Silvia Brocato fa sapere che per ora hanno aderito all’iniziativa l’istituto comprensivo Voltri I, quello di Pra’, di Pegli e la scuola primaria Alfieri di Multedo.
« Daremo a Music for Peace banchi, sedie e armadi » , spiega, soddisfatta per la valenza politica del gesto del municipio – uno dei pochi guidati dal centrosinistra in città  – e il suo valore educativo con gli studenti.
La stessa soddisfazione accomuna anche i dirigenti scolastici degli istituti coinvolti. Per Iris Alemano, preside dell’Istituto comprensivo Pegli, « si tratta di un’iniziativa positiva, perchè rende utile un materiale che d’improvviso non serviva più » .
Music For Peace ( 0108572540) raccoglierà  i banchi entro il 20 settembre anche da altre scuole eventualmente interessate. Stefano Rebora pecisa però che « il materiale deve essere in buono stato » e che non avendo un camion a disposizione l’associazione ha bisogno di un sostegno logistico e un aiuto per effettuare le operazioni di trasporto. I banchi saranno quindi caricati insieme a generi alimentari e farmaceutici sulla nave in partenza da Genova il 2 ottobre e diretta a Port Sudan.
Da lì tutto il materiale sarà  trasferito temporaneamente a Khartoum in un magazzino messo a disposizione dalla dall’Aics, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, e infine destinato alle scuole di Mayo.

(da “La Repubblica”)

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ATLETICA: CRIPPA, IL RAGAZZO ADOTTATO CHE HA BATTUTO DOPO 30 ANNI IL RECORD DEI 5.000 METRI

Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile

IL PADRE CHE HA ADOTTATO OTTO RAGAZZINI ETIOPI: “SE DAI AMORE LO RICEVI, SE OFFRI RISPETTO, RISPETTO TI RITORNERA'”

Antibo l’ha chiamato e gli ha detto: “Sono contento che mi hai tolto di mezzo”. In meno di un anno Yeman Crippa ha strappato a Totò di Altofonte i suoi due primati italiani leggendari: 10 mila e 5 mila.
Se li è presi entrambi dopo trent’anni: quello dei 10 mila ai Mondiali di Doha dello scorso anno (27’10″76), quello dei 5 mila poche ore fa a Ostrava (13’02″26). Antibo ha aggiunto: “Non credo che ti fermerai qui”.
Yeman è un esempio. Non scalpita mai, è ambizioso eppure sorride sempre. Suo padre Roberto, milanese di 53 anni, ci raccontava che Yeman è come i suoi fratelli: “Se dai amore lo ricevi, se offri rispetto rispetto ti tornerà “. E tornando all’atletica: “Più metti e più trovi, Yeman non farà  mai una gara anonima”.
Lo ha confermato a Ostrava. Roberto, quei ragazzini etiopi, li ha adottati tutti e otto. “Ho una squadra di calcetto in casa, panchina compresa, ma non è stato facile”. Non esistono adozioni facili. Però quasi tutte le adozioni sono emozionanti, hanno dolcezza sufficiente per nascondere il brutto che le genera, come in quei romanzi di Dickens pieni di orfani, vagabondi, adottati, zie immaginarie e padri in fuga: “Io e mia moglie avevamo deciso di adottare tre bambini etiopi, credevamo fossero soli ma non era vero: avevano altri tre fratelli più grandi e ce ne siamo accorti solo contattando i nonni”. Le autorità  li tenevano separati nella speranza di agevolarne l’adozione: “Più la famiglia è ampia, più la gioia sale”.
Atletica come coraggio, responsabilità  nella vita e fiducia in se stessi. Roberto è stato l’esempio.
I Crippa si trasferirono a Trento. Arrivarono anche i due cugini, orfani come gli altri e come gli altri figli abbandonati e semplicemente sfortunati di quella terra lontana, una terra arida, sospesa tra il magico e l’inospitale, a 300 chilometri da Addis Abeba: “Ci son voluti sette anni per completare le pratiche delle otto adozioni, dal 2002 al 2008”, ricorda Roberto.
Pare un tempo infinito, “ma in realtà  fu un percorso abbreviato dal fatto che fossero in età  pre-scolare”. Tutti i giorni o quasi un compleanno a casa Crippa, a Montagne in Trentino: “E proprio come volevamo io e mia moglie, adesso vivono per conto loro, sono forti, indipendenti, persone vere, intatte”. Chi a Trento o nei dintorni come Mekdes, Mulu, Gadissa, Kelemu. Chi a Milano come Asna, chi a Trieste come Neka, chi è tornato in Etiopia come Elsabet, chi lavora nei luoghi d’origine per restituire un po’ del bene non del tutto ricevuto.
Antibo è stato chiaro: Yeman può scendere presto sotto i 12′ nei 5 mila, che vuol dire toccare con mano l’eccellenza della disciplina. A Ostrava il 23enne delle Fiamme Oro non ha sbagliato nulla: “Sapevo che avrebbero fatto subito un ritmo indiavolato per tentare il primato del mondo (senza riuscirci ma correndo comunque in 12’48″63, ndr). Per me sarebbe stato un mezzo suicidio stargli dietro. Alla fine abbiamo scoperto che avevano comunque fatto un po’ male i conti: quando sono uscite le lepri hanno pure rallentato. Comunque vanno forte sti ragazzi!”. Barega scappa con le tre lepri. Yeman è affiancato da Kiplimo (l’ugandese di Casone Noceto). A vederla, la gara è stata emozionante. Possiamo immaginare a disputarla: “Quando sei lì ci pensi che potresti dare emozione alla gente, ma la verità  è che non si pensa ad altro, quando arriva la fatica, oppure quando c’è da lasciarsi un po’ di spazio per ragionare sulla tattica”. Baby Kiplimo, un Millennial di novembre del 2000, avrebbe vinto.

(da “La Repubblica”)

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UN ALBERGO A VISERBELLA OSPITERA’ GRATIS LA FAMIGLIA VITTIMA DI RAZZISMO NEI RISTORANTE A 300 METRI

Agosto 22nd, 2020 Riccardo Fucile

“IL NOSTRO TERRITORIO E’ FONDATO SULLA CONVIVENZA DI CULTURE DIVERSE. QUESTA E’ LA STORIA DELLA NOSTRA TERRA E IL PANE DI CUI MANGIAMO”

Un albergo a Viserbella ha deciso di regalare un weekend alla famiglia afroitaliana vittima di razzismo. L’annuncio su Facebook
«Non potevamo rimanere in silenzio quando in un esercizio commerciale della nostra piccola frazione avviene un episodio di razzismo e intolleranza. In primis perchè facciamo ospitalità  da oltre 70 anni e sapere che una famiglia di turisti è stata maltrattata e insultata solo per il colore della loro pelle ci indigna e ci fa arrabbiare.
Il minimo che possiamo fare è metterci una pezza, per questo abbiamo invitato a trascorrere un week end alla Conca d’oro la famiglia della piccola festeggiata che ha dovuto subire questa umiliazione.
Perchè Viserbella è un paese che ha da sempre fatto dell’ospitalità  e della convivenza fra culture diverse il suo vanto. Questa è la storia della nostra terra e anche il pane di cui mangiamo».
Con questo post, pubblicato su Facebook, un albergo che si trova a Viserbella, in provincia di Rimini, ha deciso di regalare un weekend alla famiglia che ha denunciato l’episodio di razzismo avvenuto all’interno di una pizzeria.
Un cameriere, dopo aver preso le ordinazioni a un tavolo dove era seduta una famiglia di origine afroitaliana, si è rivolto a una fotografia di Benito Mussolini e ha esclamato: «Scusa Benito se devo servire questi negri».

(da agenzie)

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ANZIANA 89ENNE SI SENTE SOLA E CHIEDE AIUTO AL 118: AGENTI ACCORRONO E LE PORTANO LA COLAZIONE

Agosto 14th, 2020 Riccardo Fucile

VEDE RARAMENTE LE SORELLE E SOFFRE DI SOLITUDINE: IL BEL GESTO DELLE NOSTRE FORZE DELL’ORDINE A BOLOGNA

Si sentiva sola e aveva anche voglia di mangiare un cornetto alla marmellata, così ha chiamato il 113 per chiedere aiuto. I desideri di una pensionata bolognese di 89 anni sono stati esauditi ieri mattina da una pattuglia della Questura, che ha raggiunto l’abitazione dell’anziana, in via Beroaldo, zona San Donato a Bologna.
Oltre a portarle la colazione con il croissant che voleva, gli agenti sono rimasti un po’ con lei per farle compagnia.
La donna infatti ha spiegato di soffrire di solitudine perchè, anche in seguito al lockdown, vede raramente le sorelle e cerca di uscire il meno possibile per paura del contagio.
I poliziotti l’hanno rassicurata e hanno accertato che, nonostante l’età  avanzata, la signora è autosufficiente, come confermato anche da una delle sorelle che, sentita al telefono, ha ringraziato la Polizia per il gesto.

(da agenzie)

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