Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
QUANDO PER L’ONOREVOLE L’ITALIANO E’ UN OPTIONAL
«A scuola, allora, si cominciava con le aste, centinaia di aste su quaderni a quadretti con la matita,
non ancora col pennino e l’inchiostro. Poi, si passava alle vocali; poi, alle consonanti; poi, all’assemblaggio di una consonante e di una vocale; quindi, si congiungevano le sillabe per formare parole. E si copiavano parole dal sillabario e si facevano schede d’esercizi. Esercizi che duravano dei mesi…».
Ecco, l’onorevole ripetente Michaela Biancofiore dovrebbe ricominciare da quell’ultima intervista data da Leonardo Sciascia a Le Monde prima di morire.
Riparta dalle aste.
O almeno dalle vocali: a-i-u-o-l-e.
Perchè una cosa deve mettersela in testa: deve piantarla di difendere l’italianità dell’Alto Adige commettendo strafalcioni mostruosi non solo per un deputato ma per un somaro della seconda elementare.
Si è schiantata sugli accenti («dò», «stà », «pò»), ha detto che gli avversari la vogliono «distrutta, annientata, denigrata, scanzonata» (voce dello sconosciuto verbo michaeliano «scanzonare»), ha inventato «l’amantide religiosa».
Creatura che, con l’apostrofo lì, è ignota in natura.
Insomma: un disastro.
Prendiamo la sua ultima battaglia, contro la rimozione, dalla parete del Palazzo degli Uffici finanziari di Bolzano di un altorilievo che raffigura il Duce a cavallo.
Ricordate?
Berlusconi fece con Durnwalder nell’autunno 2010 un accordo scellerato: la Svp s’impegnava a non votare, in quel momento delicato, la sfiducia a Bondi e in cambio Roma dava ciò che nessun esecutivo, di destra o sinistra, aveva mai concesso: lo stop ai restauri del monumento alla Vittoria, la rimozione dell’altorilievo e lo spostamento del monumento all’Alpino di Brunico.
Tre simboli dell’italianità vissuti dalla Svp come ferite.
Bene: mentre scoppiava la rivolta, la ripetente «pasionaria» pidiellina se ne restò muta: «Invito tutti alla calma. Il governo ha già abbastanza problemi».
Entrata tardi in battaglia per amore berlusconiano, la Biancofiore ha però ragione: non c’è senso a rimuovere l’altorilievo.
Come ricorda nel libro Non siamo l’ombelico del mondo Toni Visentini, che certo non è un italianista fanatico, «la piazza non è mai stata vissuta (ed è opportuno che non si cominci ora) come “fascista”» anche perchè «il bassorilievo – splendido – è opera di un grande scultore bolzanino di lingua tedesca, Hans Piffrader».
Cosa resterebbe se i posteri avessero distrutto tutti i ritratti di Giulio Cesare e Luigi XIV, papa Borgia o Ezzelino da Romano?
Ormai è lì, ci mettano una targa che spieghi la scelta di non distruggere l’arte nonostante le infamie del Duce e fine.
Ma in nome dell’Italia, dell’italianità e della lingua italiana la Biancofiore la smetta di scrivere, come ha fatto su carta intestata spingendo Emiliano Fittipaldi a riderne su l’ Espresso , che si trattò di un accordo preso «senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità dei nostri elettori…».
Ma chi l’ha promossa in terza elementare?
Pensa di avere, come deputata, l’immunità ortografica?
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
CONTRO SARA GIUDICE LA RAPPRESAGLIA DELLA COSCA BERLUSCONIANA CON TRASFERIMENTI IMMOTIVATI…IL DIRETTORE DEL PIO ALBERGO TRIVULZIO AL PADRE DI SARA: “TI DEVO VEDERE STRISCIARE”…DA PARTITO DELL’AMORE A VERGOGNA D’ITALIA
Dall’interno del Pdl aveva criticato la presenza di Nicole Minetti nel Consiglio regionale lombardo. E si era ribellata alla politica del bunga bunga.
Ora che Berlusconi non è più premier, per Sara Giudice, 25enne ex consigliera di zona a Milano, non c’è solo soddisfazione, ma anche “grande amarezza”. Perchè contro di lei è iniziata, dice, una serie di vendette da parte del suo ex partito: “Un accanimento contro la mia famiglia, a dire il vero”.
Suo padre Vincenzo Giudice, ex presidente del consiglio comunale del Pdl, lavora al Pio albergo Trivulzio — il celebre centro per l’assistenza agli anziani — e ai primi di ottobre è stato trasferito nel distaccamento di Merate, in provincia di Lecco.
“E ora — racconta Sara — hanno parlato di un possibile trasferimento pure a mia mamma, dipendente anche lei del Pat”.
Secondo la Giudice, che oggi milita in Fli, queste decisioni hanno come mandante quella parte del Pdl lombardo che all’interno della Baggina — come i milanesi chiamano da sempre la struttura — ha la sua sponda in Fabio Nitti, consigliere provinciale e direttore generale già sotto la gestione di Emilio Trabucchi, a capo del cda che si è dimesso lo scorso febbraio per lo scandalo Affittopoli.
Una convinzione, quella della Giudice, condivisa anche dal padre.
Alla Baggina dal 1978 e socialista ai tempi di Mario Chiesa – il politico da cui ebbe origine l’inchiesta Mani pulite — Vincenzo Giudice è stato prima sindacalista della Uil e poi politico in Forza Italia e Pdl.
Fino all’uscita dal partito lo scorso marzo per dedicarsi “anima e corpo al progetto di Sara”.
La scorsa primavera, alla fine del mandato in Consiglio comunale, è tornato a lavorare a tempo pieno al Pat.
Ma il 23 settembre gli è arrivata una lettera a firma di Nitti che lo informava del trasferimento.
Giudice non ha creduto alle necessità organizzative e ha subito pensato a una ritorsione per le scelte della figlia.
E per un’interrogazione da lui fatta a Palazzo Marino sulle vendite low cost di alcuni immobili del Pat, che avrebbe contribuito a portare sui media il caso Affittopoli.
Già prima della missiva, scrive Giudice in un esposto presentato alla procura di Milano all’inizio di ottobre, c’erano state pressioni e minacce “che si sono ripetute nel tempo, anche alla presenza di testimoni”.
Come quando il direttore generale gli si sarebbe avvicinato per dirgli: “Io a te ti devo vedere strisciare”.
A difesa di Giudice sono intervenuti i sindacati, che in una lettera inviata settimana scorsa al cda del Pat, hanno parlato di “un trasferimento non motivato da oggettive necessità organizzative, probabilmente assunto più per ragioni politiche”.
Ma secondo Giudice le vendette non si sono fermate: “Venerdì scorso — racconta — hanno detto in via informale a mia moglie che stanno prendendo in considerazione di spostarla. Lei lavora al Pat dal 1980 e ora si occupa di relazioni con il pubblico. Un ufficio dove arrivano molte lamentele, che forse non vogliono giungano proprio alle sue orecchie”.
Un’ultima ritorsione, dice Vincenzo Giudice, di chi non ha digerito la partecipazione di sua figlia ad Annozero e a l’Infedele in veste anti Minetti.
E la raccolta di firme per chiedere le dimissioni dell’igienista dentale.
Iniziative che hanno messo in difficoltà i vertici del partito lombardo, visto che anche per questo il presidente della provincia di Milano, Guido Podestà , a gennaio si è dovuto dimettere da coordinatore regionale del partito.
A difesa della famiglia Giudice interviene il senatore di Fli Giuseppe Valditara, che si chiede il motivo dell’ “accanimento nei confronti dei genitori di una persona che si è esposta per denunciare scarsa trasparenza nelle candidature alle regionali”.
Mentre Sara chiede un intervento del nuovo consiglio di amministrazione.
Per niente pentita delle sue scelte: “Un anno fa ho detto cose sul berlusconismo che ora dicono tutti — conclude -. So di avere avuto ragione”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
FILIPPO MILONE, CAPO DELLA SEGRETERIA DI LA RUSSA, CHIEDE UN APPOGGIO “NON COME FINMECCANICA, MA CON UNA SOCIETA’ ESTERNA” PER FINANZIARE LA FESTA DELLA LIBERTA’ A MILANO
C’erano Augusto Minzolini e Gianluigi Paragone, Vittorio Feltri e Nicola Porro. 
Il Pdl aveva ancora il vento in poppa e per salire sul palco della Festa della libertà in quelle giornate del 2010 le firme della destra non si facevano pregare.
All’apertura della convention il coordinatore dell’epoca del partito, Ignazio La Russa prendeva la parola per sottolineare: “Questa è una festa senza sponsor, abbiamo deciso di farla con le sole risorse del Popolo della libertà . Una piccola scelta di etica”. Con un simile plotone di giornalisti pronti a prenderlo in castagna sull’etica, non c’è dubbio che saranno stati i militanti a pagare Ornella Vanoni, Patty Pravo, Giusy Ferreri e Nek, il cabaret e lo spettacolo Si canta, condotto da Pupo e pure l’allestimento della mostra fotografica sulle missioni internazionali del premier Berlusconi.
Anche se a leggere le carte dell’indagine Enav-Finmeccanica un dubbio viene.
Si scopre infatti che pochi giorni prima della convention, il capo della segreteria di Ignazio La Russa, Filippo Milone, in passato presidente della Grassetto di Ligresti, uomo chiave del potere siculo-milanese sull’asse Ligresti-La Russa, implorava Finmeccanica di versare soldi.
La circostanza (senza citare però i nomi, a parte Borgogni) è citata nella richiesta di custodia cautelare contro Lorenzo Borgogni, rigettata dal Gip Anna Maria Fattori perchè questa vicenda non c’entrava nulla con quella per la quale il pm Paolo Ielo aveva chiesto l’arresto del direttore centrale Finmeccanica, auto-sospeso con stipendio garantito dopo l’articolo di domenica del Fatto sui suoi 5,6 milioni incassati da società legate a Finmeccanica e scudati.
Per il pm Paolo Ielo “vi è una conversazione intercettata dalla quale si evince con solare evidenza come il ruolo di Borgogni dentro Finmeccanica fosse anche quello di occuparsi di contribuzioni illecite ai partiti.
In particolare il 21 settembre 2010…” e Ielo a questo punto riporta la telefonata tra Marco Forlani, direttore affari internazionali Finmeccanica e Lorenzo Borgogni.
Borgogni (B): ciao Marco
Marco Forlani (M): c’hai un secondo Lorenzo?
B: sì.
M: mi ha chiamato Filippo… che dice su, su quel discorso che facciamo ogni anno della loro offerta di partito a Milano eccetera…
B: di partito?
M: sì.
B: del ministero!
M: parti… eh… bè del Pd… credo sia una cosa del Pdl, no? dice che te ne ha parlato a te pure?
B: no!
M: su Milano… su che di, lui mi ha anche detto che gli hai indicato che non volevi comparire come Finmeccanica, ma con una società esterna
B: sì. M: eh.
B: vabbè, ma se ne parla quando torni dai?
M: e no, questo sì, ok. No, perchè lui dice scusami sto all’ultimo con l’acqua alla gola eccetera, perchè lui deve parlare con qualcuno dei nostri tra oggi e domani.
B: dai Marco, maremma puttana Marco.
M: eh lo so! lui mi ha chiamato ora… lo so, lo so.
B: eh?
M: se me lo diceva, lo dicevo a Pigiani (altro dirigente Fin-meccanica, ndr) piuttosto che… che ne so! Eh? Capito
B: ci sentiamo…
Scrive il Gip Fattori, “Se, invero, si tratta di conversazioni su contribuzioni ai partiti che pur provenendo dalla Finmeccanica sarebbero dovuti apparire — cosi disvelando l’illiceità dei moventi — come provenienti da altra società , tuttavia non solo non contengono alcun elemento atto a ricondurre l’oggetto alla illecita contribuzione all’operazione di acquisto della barca del Milanese, ma presentano un dato temporale che a siffatta ipotesi contrasta”.
Insomma la telefonata è sospetta, ma non c’entra con Milanese e “per tali ragioni la domanda cautelare formulata nei confronti di Borgogni non può essere accolta”. Secondo i Carabinieri del Ros “il successivo scambio di sms tra i predetti non lasciava dubbi circa la preoccupazione di Borgogni nell’affrontare tali argomenti per telefono: alle 17: 28 Forlani invia il seguente sms a Borgogni: “Ma non ho capito, te la sei presa con me? Forse perchè ti parlavo al telefono? “.
Pronta era la risposta di Borgogni alle 17 e 29: “Certo… “; alle 17: 37 Marco concludeva: “Scusa allora, ma non era nulla di delicato, sto sempre attento, son fuori da giovedì e non ti ho mai chiamato su nulla infatti. Mi dispiace”.
Marco Forlani è un dirigente stimato per la sua serietà e, alla luce dello scambio di sms, è in buona fede, anzi pecca di ingenuità agli occhi dello scafato Borgogni. Comunque di tutti i protagonisti contattati dal Fatto, Forlani è l’unico a ricordare bene: “Era semplicemente una sponsorizzazione. Me la ricordo perchè è la prima e l’unica volta in cui mi sono occupato di una cosa simile. Il Filippo di cui si parla era Filippo Milone, capo della segreteria dell’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Con lui mi sentivo spesso per ragioni di ufficio e aveva chiesto a me perchè non trovava Borgogni. Durante un incontro per ragioni istituzionali mi disse di ricordare questa sponsorizzazione e lo feci. Quando tornai a Roma, Borgogni mi disse di lasciar perdere perchè se ne occupava lui”.
Fonti di Finmeccanica confermano: “Era una richiesta di un contributo per la festa del Pdl a Milano che si teneva in quei giorni”.
Sentito dal Fatto Quotidiano l’ex capo segreteria di La Russa, Filippo Milone non ricorda nulla: “Non ho memoria e comunque penso che un domani magari potrei essere chiamato a parlarne con un magistrato”.
Anche Borgogni non ricorda: “Di solito evitiamo di sponsorizzare le feste di partito. Dissi a Forlani di non parlarne al telefono perchè era un brutto periodo per me. Non so poi se il contributo è stato dato”.
L’ex ministro La Russa invece al Fatto replica: “Mi sto provando un abito, non ho tempo per voi”.
( da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
TRENTA MILIARDI IN PIU’ IN DODICI MESI, FAMIGLIE E IMPRESE IN DIFFICOLTA’
Le sofferenze bancarie — i prestiti erogati dagli istituti di credito che potrebbero non rientrare e
trasformarsi così in rosso di bilancio — hanno fatto un balzo del 40 per cento in dodici mesi, sfondando e superando, nello scorso mese di settembre, quota 100 miliardi.
«Una situazione preoccupante, soprattutto per le famiglie italiane », commenta Elio Lannutti, presidente di Adusbef.
E di certo non una buona notizia per le banche, già sotto pressione sul fronte della ricapitalizzazione e degli spread e sempre più restie a concedere nuovi crediti.
Da una parte, dunque, il boom degli incagli.
Dall’altra, la minaccia di un nuovo credit crunch, la stretta nelle erogazioni.
Sono proprio le famiglie — a quanto si legge nell’ultimo supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia dedicato a “Moneta e finanza” — ad essere sempre più esposte: quasi 34 miliardi su un totale di 102 miliardi “ballerini”, perchè a rischio esigibilità , risultano difatti in capo a nuclei familiari.
Sia in qualità di “famiglie consumatrici” (24 miliardi) che come “famiglie produttrici” (10 miliardi), ovvero società semplici, di fatto e piccole imprese individuali con pochi addetti.
Nel settembre del 2010 — un anno prima dell’attuale rilevazione di Bankitalia — le sofferenze “familiari” ammontavano a 24 miliardi, dieci in meno.
Ben un terzo, dunque, dei maggiori capitali “zoppicanti”, prestati dalle banche e ora pericolosamente iscritti nei loro bilanci, è stato accumulato proprio dalle famiglie. Sempre più incagliate nella crisi e dunque in difficoltà con le rate.
Questa situazione è la «prova provata di una crisi lunga e difficile che interessa soprattutto l’Italia », aggiunge Lannutti.
Ma, a suo avviso, è anche la conseguenza di certe «allegre erogazioni del credito». Questi prestiti molto probabilmente dovranno «essere iscritti quasi totalmente a perdite nei bilanci delle banche», prosegue Lannutti.
Per questo l’Adusbef chiederà un monitoraggio (e relative sanzioni) sulle «sofferenze bancarie derivanti da erogazioni e affidamenti deliberati fuori dai criteri prudenziali sulla meritorietà del credito ad alcuni grandi gruppi industriali, da tempo decotti, ma tenuti in vita da robuste iniezioni di denaro, mediante fidi incautamente rinnovati, se non aumentati».
Sul fronte delle imprese si registra senza dubbio una vera e propria impennata.
A settembre Bankitalia annotava 67 miliardi di sofferenze.
Erano 48 miliardi nel settembre di un anno prima. Un rialzo del 40 per cento.
Tutti crediti difficilmente recuperabili.
L’ammontare record dei prestiti a rischio si presenta di gran lunga superiore anche rispetto all’inizio della crisi.
Nel 2008, ad esempio, le sofferenze attribuite alle famiglie “consumatrici” erano pari a soli 9,1 miliardi.
Saliti a 12,8 miliardi nel 2009. Poi raddoppiati fino ai 24 attuali.
Segnali poco rassicuranti che preannunciano un 2012 difficile, con la recessione che incombe e l’emorragia di posti di lavoro, oltre che di commesse.
La criticità di famiglie e imprese, moltiplicata dalle tensioni della finanza globale e dalla crisi dei debiti sovrani europei, potrebbe spingere le banche a chiudere ulteriormente i rubinetti del credito.
Come nel 2008 e 2009. A fine settembre i prestiti erogati erano pari a 1.984 miliardi, dai 1.914 del 2010.
Solo settanta miliardi in più.
Un timido aumento del 3,6 per cento.
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Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
CRONACHE DAI CONFINI DELL’IMPERO: IN CARCERE ANCHE UN CONSIGLIERE REGIONALE DEL PD…UNO SPACCATO DEL LIVELLO DI PENETRAZIONE MAFIOSA E DELLA RELAZIONE TRA MAFIA E POTERE POLITICO
Il primo scrive, l’altro legge. 
Solo che il primo è un boss e killer spietato dei Casalesi, l’altro è un sindaco del Pdl, vicino a Cosentino.
Sono cugini e hanno lo stesso nome: Enrico Martinelli.
Andiamo con ordine.
Il Gip Alberto Capuano per offrire un ulteriore riscontro al concorso esterno nell’associazione camorristica dei fratelli Mastrominico, due imprenditori anche loro arrestati insieme al consigliere regionale del Pd Fabozzi, riportano un estratto dell’informativa dei carabinieri di Caserta.
Tutto inizia dalle indagini che hanno condotto alla cattura di Antonio Iovine, detto “o’ ninno”, capo assoluto del clan, e prima di lui di due suoi fidati galoppini Ernesto De Luca e Enrico Martinelli.
Quest’ultimo, omonimo del sindaco, è definito “un boss di antica tradizione criminale, capace di gestire gli affari del clan per conto del capo con autonomia decisionale”.
L’informativa riportata nell’ordinanza menziona la perquisizione avvenuta nel maggio 2010, alla ricerca di Iovine, in una abitazione a Casal di Principe nella quale viene ritrovato un bunker e sequestrata una macchina da scrivere elettronica.
Dagli esami dattiloscopici e grafici eseguiti dalla scientifica dei carabinieri di Roma emergeva che l’autore del testo estrapolato era il boss Enrico Martinelli.
L’informativa evidenzia diversi pizzini scritti dal boss, oggi detenuto in regime di 41 bis e condannato all’ergastolo nella sentenza Spartacus per omicidio e partecipazione all’associazione criminale clan dei Casalesi.
Uno dei pizzini, il numero 7 ha un destinatario che conta. “Indirizzato al sindaco di San Cipriano d’Aversa Martinelli Enrico è iniziato: “ Carissimo sindaco” ed è concluso: “ Non dimenticarti che fai di cognome Martinelli … omissis … ti saluto Enrico”.
Non finiscono qui i pizzini che scrive il gip “sono univocamente riconducibili al boss Martinelli perchè (…) effettivamente, il sindaco dell’epoca, e tuttora, è il suo omonimo Enrico Martinelli e in pubblico i due sono conosciuti quali cugini”.
Enrico Martinelli è sindaco di San Cipriano d’Aversa dal 2010, ma era stato primo cittadino già dal 2004 al 2008 quando il comune viene sciolto per condizionamento mafioso, poi reintegrato dalla giustizia amministrativa.
Nel 2010 Martinelli si sposa con Annarita Patriarca, sindaco di Gragnano e figlia dello scomparso Francesco, braccio destro di Gava, senatore democrastiano condannato per rapporti con la camorra.
Testimone di nozze: Nicola Cosentino.
Torniamo all’ordinanza e ai pizzini.
Quello più interessante è il 33.
L’informativa riporta prima il testo poi la traduzione: “ Ora ti elenco tutti i lavori e chi li deve fare. Ora ti elenco tutti i nominativi delle persone che devono fare il…..Ora ti elenco tutti i lavori e chi li deve fare, per non creare malintesi. Cimitero: Mastrominico; omissis”. Mastrominico è l’impresa considerata espressione dei clan, i carabinieri datano il testo “dal 9 maggio 2007 al 29 agosto 2007, data della delibera di giunta numero 38 e arresto del Martinelli Enrico”.
L’informativa spiega: “ Il presente “pizzino” è l’ultimo di una fitta corrispondenza epistolare intercorsa tra il latitante Martinelli Enrico e il suo omonimo sindaco, Martinelli Enrico”.
Viene indicato “quale ultimo documento cartaceo perchè successivamente, si ritiene che i predetti abbiamo comunicato tra loro facendo uso del computer usando la chat. In più occasioni, infatti, compresa la presente, il latitante ha chiesto notizie al sindaco circa il computer: “Computer: Verrone. Ok”.
E più avanti i carabinieri scrivono: “ Dal contenuto del “pizzino”, si rileva che il latitante Martinelli Enrico, evidentemente conscio e preoccupato dai comportamenti del suo affiliato, l’omonimo Sindaco, che non sempre è fedele nell’esecuzione dei suoi ordini, per evitare i frequenti malintesi gli ha elencato, in forma scritta, tutti gli appalti e le ditte alle quali devono essere affidati”.
Gli accertamenti svolti dagli inquirenti hanno evidenziato che per quanto riguarda il cimitero i lavori sono stati modificati e il comune non ha ancora indetto l’appalto, ma i carabinieri scrivono che il boss fornisce indicazioni al sindaco nel pizzino “che dalla latitanza, insieme a numerosi altri, invia al Sindaco, che egli stesso ha fatto eleggere e che deve sdebitarsi con lui. Gli si rivolge con uno scritto il cui contenuto non lascia dubbio ad interpretazioni”.
L’ultima parte dell’informativa è dedicata a un appalto, da 11 milioni di euro, vinto dalla Mastrominico, nel 2010, e bandito da una partecipata della regione, la Tess, per il restauro di un convento nel comune di Gragnano con la partnership dell’ente locale.
Cosa colleghi Gragnano a San Cipriano lo spiegano i carabinieri: “ Il Sindaco di Gragnano, Annarita Patriarca, è sposata proprio con Enrico Martinelli, il Sindaco di San Cipriano d’Aversa che riceveva le indicazioni dal boss di riferimento suo omonimo e affiliato al clan dei casalesi gruppo Iovine”.
L’amministrazione Patriarca, che difende l’operato del comune “ Siamo estranei, con quell’appalto non c’entriamo”, è già finita nella bufera dopo l’insediamento della commissione di accesso presso il comune per verificare eventuali infiltrazioni mafiose dopo l’inchiesta su brogli e sospetti di camorra condotta dalla distrettuale antimafia partenopea.
Da Martinelli nessuna reazione, pochi giorni fa le cronache lo descrivevano intento a consegnare le tessere Pdl, più di 400, raccolte nel suo comune al senatore Pasquale Giuliano, già magistrato in cassazione.
Il senatore è coordinatore del partito a Caserta.
Dopo l’azzeramento per mafia del comune retto da Martinelli, Giuliano difese strenuamente il suo compagno di partito: “I parenti — disse — non si scelgono ma ce li assegna Dio o la natura”.
Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 21st, 2011 Riccardo Fucile
PROBABILE AUMENTO DI UNO O DUE PUNTI DELL’ALIQUOTA IVA DEL 21%…MA ANCHE QUELLA DEL 10% POTREBBE ESSERE TOCCATA
Più tasse sulle cose. Meno tasse sulle persone.
Un primo, “equo”, scambio potrebbe essere proprio questo.
Ovvero, aumentare l’Iva, ma diminuire l’Irpef. Alzando di uno o due punti l’aliquota ordinaria dell’imposta sui consumi, oggi al 21 per cento (e forse di uno anche l’aliquota ridotta del 10 per cento). In contropartita, ridurre i primi due scaglioni di Irpef al 22 e 26 per cento: un punto in meno dei livelli attuali.
Non proprio uno scambio alla pari, almeno per le famiglie italiane: 6,3 miliardi in più dagli scontrini, 4,2 miliardi in meno nelle dichiarazioni dei redditi, almeno secondo le proiezioni della Cgia di Mestre.
Ma di certo un segnale del percorso che il governo Monti intende seguire in ambito fiscale: graduale riduzione delle tasse sulle persone e sul lavoro (Irpef e Irap) “finanziata da un aumento del prelievo sui consumi e sulla proprietà “, ha detto il professore nel suo discorso alle Camere per la fiducia. In pratica, Iva e Ici.
Il paracadute Iva di certo porta rapidamente denari in cassa.
Ma deprime i consumi, accelera l’inflazione, erode il potere d’acquisto.
Senza contare l’incentivo all’evasione, già fortissima in questo campo (nell’area Ocse l’Italia fa meglio solo di Turchia e Messico nel rapporto tra gettito Iva effettivo e teorico).
E con una pressione fiscale che il Documento di economia e finanza (nella Nota aggiornata lo scorso settembre) stima pari al 43,9% nel 2013 – record in Europa – si tratta di una leva da azionare con cautela.
Un punto di Iva in più vale 4,2 miliardi annui (lo riporta la Relazione tecnica alla manovra d’agosto).
Se dunque l’aliquota ordinaria, che colpisce la quasi totalità dei beni di consumo, passasse dal 21 (livello appena rivisto all’insù di un punto proprio dalla manovra estiva) al 23 per cento, lo Stato incasserebbe ben 8,4 miliardi.
Di questi 6,3 verrebbero dalle tasche di 25 milioni di famiglie italiane.
Su cui graverebbe di nuovo l’Ici sulla prima casa (si chiamerà Imu, Imposta municipale unica) e la Res (nuova tassa comunale su Rifiuti e servizi).
Alla fine, ipotizza la Cgia, un esborso annuo medio di 483 euro a famiglia (ipotesi Imu al 6,6 per mille e Res al 2 per mille).
E 16 miliardi totali per le casse pubbliche.
Alzare anche l’aliquota Iva ridotta del 10 per cento è ancora più insidioso.
Intanto l’aumento di un punto vale “solo” 854 milioni all’anno.
Ma si abbatte su alcuni beni alimentari di base (carne, pesce, uova, acqua, frutta e verdura, pasticceria), alberghi, bar, ristoranti, farmaci, trasporti, spettacoli, elettricità , gas, telefono.
Carne viva.
La Banca d’Italia, rielaborando i dati Istat sui consumi e la spesa delle famiglie italiane, avverte che gli effetti redistributivi di eventuali inasprimenti dell’Iva non sono omogenei: “L’aumento dell’aliquota ordinaria incide maggiormente sulle famiglie con redditi più elevati. Quello delle aliquote ridotte incide significativamente sulle famiglie in condizioni economiche meno favorevoli”.
Nel primo caso, il rialzo di un punto (ad esempio dal 21 al 22 per cento) pesa sul 21 per cento della spesa delle famiglie del primo decile (le più povere) e sul 36 per cento per il decile più alto (le più ricche).
Al contrario, nel secondo caso (Iva dal 10 all’11 per cento) la quota di spesa interessata è il 26 per cento dei meno abbienti e il 21 per cento dei benestanti.
Coniugare rigore, crescita ed equità – il leit motiv del governo Monti – è anche considerare questi rapporti.
E incidere su evasione, elusioni, frodi carosello.
Che rendono l’Iva (95 miliardi di entrate nel 2010, il 6 per cento del Pil) un’imposta soggetta a “degrado” del gettito.
Nel 2006, secondo uno studio della Commissione europea, il gettito effettivo dell’Iva italiana era del 22 per cento inferiore a quello teorico, contro il 12 del complesso dell’Ue.
Un triste primato.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Novembre 21st, 2011 Riccardo Fucile
IN QUESTA FASE ERA UN ESECUTIVO NECESSARIO PER LA GRAVE SITUAZIONE ECONOMICA DETERMINATASI NEL NOSTRO PAESE? O ERA PREFERIBILE ANDARE SUBITO AL VOTO? SI STA MUOVENDO IN MODO POSITIVO O NEGATIVO?
Vi segnaliamo che nella colonna sinistra del sito abbiamo lanciato un nuovo sondaggio in merito al giudizio che ritenete di dare sul governo Monti.
Abbiamo pensato di porre quattro possibili risposte, anche sulla base degli orientamenti che stanno facendosi largo nell’opinione pubblica.
Necessario, in quanto siamo di fronte ad una situazione economica molto grave che necessita sia di uno dei massimi esperti mondiali di economia che di un governo di larghe intese, se pur transitorio.
Un esecutivo di tecnici che sappia far decantare l’aspro confronto politico e al tempo stesso abbia il coraggio di imporre misure impopolari ma necessarie per far rientrare l’Italia negli equilibri economici europei.
Non dimenticando che la figura di Monti pone fine al processo di emarginazione e di scarsa credibilità della leadership italiana in Europa.
Meglio le elezioni, in quanto avrebbero portato a una miglior chiarimento dei rapporti di forza parlamentari, pur correndo l’Italia il rischio che i mercati non avrebbero apprezzato e avremmo quindi corso il serio pericolo di default.
E pur tenendo presente che si sarebbe andati a votare con l’attuale sistema elettorale che non garantisce una maggioranza ampia e/o certa al Senato, soprattutto alla luce di tre raggruppamenti elettorali.
Negativo, in quanto la presenza di soli tecnici appoggiati da un vasto arco parlamentare e il programma che presumete andranno ad adottare non sono idonei a traghettarci verso l’uscita dalla crisi.
Positivo, in quanto per le ragioni opposte pensate invece che sia stata la scelta migliore, con competenze tecniche tali da saper coniugare equità , rigore e risanamento dei conti, proprio per la mancata presenza di politici incapaci di operare, per interessi di partito, scelte impopolari.
Non vi resta che indicare quale risposta sia quella più vicina al vostro pensiero.
Il sistema permette di votare una sola volta, al fine di rendere più attendibile il sondaggio.
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Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
IL CONFRONTO DEI DATI RIVELA L’ASSURDA NORMATIVA DELLA CASTA ITALIANA CHE PERCEPISCE UNA CIFRA FINO A QUATTRO VOLTE SUPERIORE A QUELLA DI ALTRI PAESI EUROPEI
Italia
Il vitalizio in Italia scatta al 65° anno di età , dopo cinque anni di mandato effettivo. Il limite di età però diminuisce fino ai sessanta anni in relazione agli anni di mandato parlamentare svolti. L’importo del vitalizio comunque va dal 20 al 60 per cento dell’indennità parlamentare a seconda degli anni passati in Parlamento. È anche previsto un contributo dell’8,60% che equivale a 1006,51 euro.
Importi
Con 5 anni, 2486,86 euro
Con 10 anni, 4973,73 euro
Con 15 anni, 7.460,59 euro
Francia
In Francia il vitalizio scatta dal 62°anno di età . In più dal primo gennaio 2018 non sarà richiesto un limite minimo di mandato. L’importo è predeterminato in base al numero di anni di contribuzione, con un limite massimo di 41,5 anni di contributi. Anche in Francia è previsto un contributo che è del 10,55% (787 euro). Se si versa anche un contributo facoltativo i singoli importi salgono, ma il tetto resta a 6300 euro.
Importi
Con 5 anni, 780 euro
Con 10 anni, 1500 euro
Con 41,5 anni, 6300 euro
Germania
In Germania il vitalizio scatta al 67° anno di età se si è fatto un anno di mandato. L’importo è pari al 2,5% dell’indennità parlamentare per ogni anno di mandato fino ad un massimo di 27 anni che corrisponde al 67,5% dell’indennità . I deputati non versano alcun contributo.
Importi
Con 5 anni, 961 euro
Con 10 anni, 1917 euro
Con 15 anni, 2883 euro
Con 27 anni, 5175 euro
Gran Bretagna
In Gran Bretagna il vitalizio è legato ai contributi versati e scatta al 65°anno di età . Il contributo varia dal 5,9% all’11,9%. Con il contributo minimo il vitalizio è 1/60 della retribuzione moltiplicata per gli anni di mandato, con il contributo dell11,9 sale a 1/40 dell’ultima retribuzione moltiplicata per gli anni passati in Parlamento. Qui sono riportati solo gli importi massimi in base agli anni di mandato.
Importi
Con 5 anni, 794 euro
Con 10 anni, 1588 euro
Con 15 anni, 2381 euro
Parlamento europeo
Anche per i parlamentari europei è previsto un vitalizio che scatta al 63° anno di età . L’importo è pari al 3,5 per cento dell’indennità parlamentare per ogni anno di mandato, fino ad un massimo complessivo del 70 per cento dell’indennità . I deputati non versano alcun contributo. Oltre i 20 anni il vitalizio non aumenta. Questo regime è in vigore dal 2009. Prima il vitalizio era deciso da ogni singolo paese.
Importi
Con 5 anni, 1392 euro
Con 10 anni, 2784 euro
Con 20 anni, 5569 euro
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Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
COSA SI ASPETTA A RESTITUIRE I LOCALI AL COMPLESSO MONUMENTALE?… SE CALDEROLI VUOLE OPPORSI, INVECE DI INCENDIARE FALDONI PATACCA A ROMA, SI DIA FUOCO PER PROTESTA NEI GIARDINI ANTISTANTI LA VILLA, COSI’ ENTRERA’ NELLLA STORIA DELLA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA E LE SUE CENERI SARANNO SPARSE NEL PO
L’ultimo segnale di vita risale a più di un mese fa, ma il sindaco leghista di Monza, Marco Mariani, non ci sta a dare per morti i ministeri aperti la scorsa estate in Villa Reale.
Da giorni i vertici del Carroccio sono scesi in trincea per difendere l’operazione e il borgomastro non è stato da meno lanciando un invito a Mario Monti, neo presidente del Consiglio: «Rispetti i principi del decentramento e non li chiuda».
Il futuro di quei cento metri quadrati attorno ai quali fra luglio e settembre si è scatenata una polemica culminata in uno scontro istituzionale fra il Presidente della Repubblica Napolitano e l’ex premier Berlusconi è nelle mani di Palazzo Chigi.
Dalla scossa estate a oggi la disponibilità di quelle tre stanze, prive fra l’altro di toilette, è passata dal Consorzio per la gestione della Villa al ministero dei Beni Culturali e da questo alla presidenza del Consiglio, che poi la «girò» ai ministeri senza portafoglio per le Riforme e per la Semplificazione normativa, di cui erano titolari Bossi e Calderoli (poi si sono aggiunti l’Economia e il Turismo).
Dunque, chi dovrà decidere cosa farne è Monti.
E a lui il borgomastro si è rivolto, convinto fino in fondo della necessità di mantenere vivo il progetto per favorire la ripresa dell’economia del territorio. «La Lombardia è una delle regioni più sviluppate dell’Europa – aggiunge – e la Brianza ha una concentrazione tale di imprese che chiudere i ministeri non avrebbe senso».
L’obiettivo della Lega era di avvicinare le istituzioni ai cittadini e alle imprese.
I numeri, tuttavia, dicono che in due mesi e mezzo di vita gli uffici decentrati sono finiti sotto i riflettori una mezza dozzina di volte, principalmente per accogliere manifestazioni di protesta o per ospitare riunioni della Lega.
Di imprenditori e cittadini, fuori dalla porta in attesa di parlare con Calderoli o Bossi, non se ne sono mai visti.
Sia Confindustria che Camera di commercio si sono sempre dimostrate molto tiepide e il centro-sinistra non ha mai perso l’occasione per sottolineare come alla fine venissero trattati alla stregua di sedi di partito.
Adesso, sul loro destino pesa la dichiarazione di incostituzionalità fatta dal capo dello Stato la scorsa estate (violazione dell’articolo 114, quello che sancisce Roma capitale) e una sentenza del Tribunale di Roma che li ha chiusi a doppia mandata per comportamento antisindacale della presidenza del consiglio: nessun dipendente di Palazzo Chigi può essere trasferito a Monza per il semplice motivo che il personale non è stato avvisato dell’istituzione dell’ufficio decentrato.
Inoltre, il neo premier Monti non solo ha cancellato il ministero alle Riforme di Bossi, che avrebbe dovuto rappresentare lo snodo centrale verso il federalismo, ma ha dato vita al nuovo dicastero alla Coesione territoriale, considerato come un vero e proprio affronto alla Lega.
I «lumbard», però, non hanno intenzione di arretrare e l’ex ministro Calderoli è arrivato a minacciare l’autodeterminazione se da Roma non dovessero arrivare segnali favorevoli al mantenimento in vita dei ministeri del Nord.
La presa di posizione ha subito provocato la reazione del Pd. «Al nostro territorio e al nostro paese non servono provocazioni ma responsabilità – replica Gigi Ponti, segretario provinciale del Pd -. Ai cittadini non interessano l’autodeterminazione, i parlamenti del Nord, la difesa di fantomatici uffici ministeriali che hanno suscitato l’interesse solo di chi li ha aperti».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia. «La Villa è un bene troppo importante per svilirlo con funzioni senza senso – conclude Di Simine. Mi auguro che quei cento metri quadrati vengano reintegrati al più presto nel complesso monumentale che deve essere valorizzato con iniziative culturali di prestigio».
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