Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
NON INASPRIRE IL “CLIMA DI TENSIONE DOVUTO AL SOVRAFFOLLAMENTO DELLE CARCERI”: CON QUESTA MOTIVAZIONE VENNE REVOCATO IL CARCERE DURO PER I PADRINI DOPO LE STRAGI DI MAFIA…LO RIVELA IL GIORNALISTA NUZZI NE “GLI INTOCCABILI”: LA TRATTATIVA CI FU
La trattativa c’è stata. C’è stata eccome. 
E si risolse proprio con la revoca del 41 bis, il carcere duro per i boss.
Ecco i primi documenti che attestano in modo inequivocabile come lo Stato italiano, a seguito delle stragi del 1992-1993, sia sceso a patti con la mafia.
Il primo è la lettera del febbraio del 1993 pubblicata da Repubblica e depositata dai pm di Palermo Di Matteo e Ingroia al processo contro il prefetto Mario Mori.
E’ la richiesta, dai toni minacciosi, dei familiari dei boss reclusi di alleggerire il carcere duro.
Il secondo documento può essere archiviato come la risposta dello Stato. Cioè la decisione di venire incontro alla richiesta con la sorprendente motivazione del “sovraffollamento”.
Si tratta di un ciclostile del Ministero di Grazia e Giustizia del 23 giugno 1993, quattro mesi dopo il primo, originariamente classificato come “riservato” e pubblicato sul sito della trasmissione “Gli Intoccabili” che Gianluigi Nuzzi condurrà il martedì sera su La7 a partire dal 29 novembre.
Entrambe le carte, messe una accanto all’altra, attestano per la prima volta in maniera chiara i termini della trattativa e l’esito.
Finora ampi settori della politica avevano potuto definire la trattativa un’ipotesi di pura fantasia.
E l’unico brandello cui attaccarsi erano le ricostruzioni di Massimo Ciancimino e di altri testimoni, subito tacciati come poco attendibili.
Ora parlano le carte.
Dopo la morte di Falcone e quella di Borsellino, lo Stato decide la linea dura contro la mafia e dispone circa novecento 41 bis per altrettanti mafiosi.
Cosa nostra alza il tiro: nel febbraio del 1993, un gruppo di familiari dei mafiosi in carcere invia una lettera ai vertici dello Stato italiano, al Papa, ad alcuni giornalisti.
Una lettera in cui, con tono intimidatorio, i familiari denunciano la durezza del 41 bis e chiedono un alleggerimento del regime carcerario.
Una richiesta che, come verrà alla luce in seguito, è una delle principali condizioni poste dalla mafia nella trattativa con lo Stato.
Dopo pochi mesi, alle minacce seguono i fatti, con gli attentati mafiosi di via Palestro a Milano, di via dei Georgofili a Firenze, di san Giovanni e San Giorgio al Velabro a Roma.
Una strategia terroristica che cessa all’improvviso.
Perchè? Forse i mafiosi ottengono quello che volevano?
Il documento esclusivo e inedito reso pubblico da “Gli Intoccabili” potrebbe essere la risposta a questa domanda.
E’ firmato dal direttore del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Adalberto Capriotti e indirizzato al Capo di Gabinetto del Ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Conso e riguarda il rinnovo del 41 bis per “400 detenuti di particolare pericolosità , con posizione di particolare preminenza nell’ambito dell’organizzazione criminale di appartenenza”.
Nonostante la riconosciuta pericolosità dei boss detenuti, Capriotti propone a Conso di “acquisire da parte del Ministero dell’Interno una indicazione sulla perdurante sussistenza delle condizioni di ordine pubblico che a suo tempo contribuirono a determinare l’indirizzo politico” che portò all’applicazione del 41 bis.
Non solo: la durata dei nuovi decreti va dimezzata da un anno a sei mesi. Con questa, incredibile motivazione: “La linea complessivamente indicata, se attuata, consentirebbe di soddisfare contemporaneamente sia le esigenze di sicurezza, ordine pubblico e contrasto alla criminalità organizzata, sia l’esigenza di non inasprire inutilmente il “clima” all’interno degli istituti di pena ove la tensione è già evidente per il notevole sovraffollamento generale ed i problemi del personale di polizia penitenziaria.
Infatti le proposte di ridurre di circa il 10 per cento il numero di soggetti sottoposti al regime speciale aggravato, di non rinnovare alla scadenza i provvedimenti ex 41 bis emessi e di prorogare il predetto regime speciale di soli sei mesi, costituiscono sicuramente un segnale positivo di distensione”.
Pochi mesi dopo il Guardasigilli non firma il decreto di proroga del 41bis per 334 detenuti, fra cui diversi esponenti di vertice di Cosa nostra.
In un documento le richieste della mafia, nell’altro la risposta dello Stato. Manca il dialogo intermedio, certamente cifrato.
“E’ quello che stiamo cercando tutti”, spiega Gianluigi Nuzzi che annuncia nuovi documenti esclusivi sulla questione.
“Nella prima puntata degli Intoccabili avremo una testimonianza choc che sorprende perchè rivelare come la trattativa ai massimi livelli avesse addentellati nei corridoi dello Stato che la riproducevano a livelli inferiori. Siamo abituati a pensare questi rapporti come buoni contro cattivi, di livello alto e basso. Non è così. E non è neppure vero che le trattative si siano limitate al periodo delle grandi stragi. Tra mafie e Stato — questa la mia convinzione — il dialogo è stato continuo e su più livelli. Che poi emerga solo una parte e dopo difficili inchieste della magistratura, processi e ricerche giornalistiche non toglie nulla al fatto che rapporti ci siano e siano funzionali ad ambo i contraenti. Anzi, il fatto che questi documenti e certe verità processuali emergano dopo vent’anni da il segno di quanto forte e resistente sia la saldatura”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
BLOCCATA DAI FUNZIONARI DEL MINISTERO CHE NON ESEGUONO LE ULTIME DISPOSIZIONI DELLA TITOLARE USCENTE… BOCCIATA LA NUOVA CARICA DA 130.000 EURO L’ANNO PER IL DIRETTORE DELL’ENIT PAOLO RUBINI
Stava diventando un manager pubblico da guinness dei primati. 
Uno capace di raddoppiare le sue entrate in appena due anni, da quasi 190 mila euro a oltre 400 mila, in barba alla crisi e alle promesse del governo di contenere gli emolumenti dei dirigenti.
Paolo Rubini, 49 anni, direttore dell’Ente per il turismo (Enit) non ha raggiunto il traguardo per un soffio.
È stato bloccato in extremis da una specie di fronda interna al ministero del Turismo guidato dal capo del Dipartimento per lo sviluppo, Caterina Cittadino, che non se l’è sentita di dare pedissequamente seguito alle disposizioni del ministro uscente, Michela Vittoria Brambilla, perentoriamente impartite attraverso il capo di gabinetto, Claudio Varrone.
In base a quell’ordine a Rubini e a Mario Resca, amicissimo di vecchia data di Silvio Berlusconi, consigliere Mondadori e direttore dei Beni culturali, dovevano essere versati 130 mila euro all’anno ciascuno per i loro incarichi rispettivamente di consigliere delegato e presidente di Convention Bureau, società voluta a tutti i costi dalla Brambilla ufficialmente per incrementare il turismo dei convegni, ma che in pratica si è rivelata un’inutile costola dell’Enit, una specie di carrozzone in fasce, nato con la bella dotazione di circa 7 milioni, ma capace di accumulare 567 mila euro di passivo in appena 3 mesi di vita.
Se avesse avuto anche i quattrini di Convention Bureau, Rubini avrebbe fatto Bingo cumulando questa somma ai circa 190 mila euro di direttore dell’Ente del turismo, onnicomprensivi secondo il contratto, ma che poi si sono gonfiati con altri 5. 639 euro al mese che lo stesso Rubini si è assegnato per la reggenza della sede turistica di Tokyo, più 2. 639 per quella di Francoforte, più 406 euro per la reggenza della Direzione informatica.
Senza contare i 16. 558 euro disposti e incassati dallo stesso Rubini a titolo di una tantum per la gestione dell’ufficio di Pechino dal 6 maggio al 24 agosto.
Le storie intrecciate di Rubini e Convention Bureau sono esemplari.
Prima di diventare direttore dell’Enit, Rubini era stato uno dei più stretti collaboratori della Brambilla in quell’avventura dei Circoli della Libertà berlusconiani passati come una meteora tra un rifrullo di quattrini e mille polemiche.
Da dirigente dell’ente turistico si è messo in luce, tra l’altro, per l’ambizioso progetto di portare in mostra in giro per il mondo le opere di Michelangelo.
Un tentativo abortito e sostituito da un programma assai più sobrio, basato sull’esposizione dei lavori di un certo Roberto Bertazzon, “pittore, scultore e conceptual design”, un artista nato a Pro-secco a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, che ama dipingere e scolpire rane.
Rubini si è distinto anche per il progetto Magic Italy in Tour, un programma studiato per rilanciare l’immagine dell’Italia in 19 città di 12 paesi europei attraverso una mostra su un camion in cui era presentato il meglio della cucina e della produzione agricola nazionale.
Costo oltre 3 milioni di euro e organizzazione incerta, stando almeno a quel che ha raccontato alcuni giorni fa Laura Garavini del Pd in un’interrogazione alla Brambilla.
Secondo la Garavini, per esempio, a Madrid in pieno luglio il camion è rimasto aperto nelle ore del solleone micidiale e delle piazze deserte, dalle 2 alle 8, per di più nel quartiere periferico di Madrid Rio.
Nelle intenzioni della Brambilla, Rubini avrebbe dovuto essere la colonna portante anche di Convention Bureau.
La nascita di questa società ha seguito un percorso tortuoso.
Il primo atto è una lettera dello stesso ministro Brambilla con cui si stabilisce che la nuova azienda sia finanziata con i soldi del ministero, ma sia formalmente costituita e partecipata da Promuovi Italia, altra società pubblica dipendente da Enit che di fatto, però, si occupa in prevalenza di faccende lontane dal turismo.
Il passaggio chiave è del 26 gennaio e porta la firma del capo di gabinetto del ministro, Varrone, il quale impone in sostanza al Dipartimento del Turismo di derogare ai propri poteri di controllo su Enit e controllate. In questo modo da quel momento in poi sarà la stessa Enit, cioè Rubini, a vigilare sulla gestazione della nuova società relegando in un scomoda posizione subalterna Promuovi Italia.
Quest’ultima, però, prende la cosa seriamente: mette in campo un’ipotesi di piano aziendale e studia la forma societaria più appropriata.
Anche se volesse, del resto, non potrebbe prendere la faccenda sottogamba, visto che per ottemperare alla volontà del ministro è costretta a una variazione di statuto e a un aumento di capitale impegnativo: da 120 mila euro a 1 milione e 120 mila.
L’atteggiamento cauto dei vertici di Promuovi Italia irrita però i vertici del ministero, i quali alla fine impongono lo statuto di Convention Bureau e nominano un consiglio di amministrazione composto in prevalenza da fedelissimi del ministro.
Siamo tra febbraio e marzo di quest’anno e la situazione è già talmente compromessa e pasticciata che il consiglio di amministrazione non resta in carica che per il tempo necessario a insediarsi.
A maggio il vecchio consiglio viene azzerato e in quello nuovo entrano Resca e Severino Lepore, proprietario dell’Harry’s Bar di via Veneto a Roma.
E subito la società comincia a spendere soldi.
Tanto che, siamo in luglio, Resca convoca un’assemblea straordinaria dei soci per un aumento del capitale sociale da 500 mila euro a 1 milione e per chiedere all’azionista Promuovi Italia nuovi soldi per ripianare i debiti.
Da Promuovi Italia esce così un altro milione e 500 mila euro per rimettere in corsa la società .
L’ultima stranezza arriva proprio nei giorni della caduta di Berlusconi.
Poco dopo che il tabellone elettronico della Camera certifica la fine del governo, dal ministero parte la richiesta di aggiungere un altro milione alla dotazione di Convention Bureau, soldi che dovrebbero essere sottratti proprio alla dotazione di funzionamento di Promuovi Italia.
Per i dirigenti di quest’ultima società è la goccia che fa traboccare il vaso, tanto che ora stanno prendendo in considerazione l’ipotesi di liquidare Convention Bureau o di cedere la partecipazione, anche gratis.
Per sottrarsi a un abbraccio non voluto e soffocante.
Fabio Amato e Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
NEL MIRINO ANCHE LA SELEX DELLA MOGLIE DI GUARGUAGLINI…. L’AD GUIDO PUGLIESI FINISCE AI DOMICILIARI, ACCUSATO DI FINANZIAMENTO ILLECITO AI PARTITI IN RELAZIONE A UNA PRESUNTA TANGENTE DI 200.000 EURO
A Roma il sabato di cronaca inizia molto presto.
L’inchiesta sugli appalti Enav, l’Ente nazionale di assistenza al volo, è arrivata a una svolta. In queste ore, infatti, Finanza e carabinieri del Ros stanno eseguendo perquisizioni e arresti.
Nel mirino degli inquirenti c’è l’amministratore delegato Guido Pugliesi. L’ultima accelerazione riguarda anche gli appalti dati alla Selex guidata dall’ingegner Marina Grossi, moglie del presidente di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini.
Lo stesso Pugliesi è finito ai domiciliari.
Per lui l’accusa è quella di finanziamento illecito ai partiti per una presunta tangente da 200mila euro.
In carcere, invece, il commercialista Marco Iannilli e Manlio Fiore, di Selex. Entrambi indagati per frode fiscale.
Sul registro degli indagati finisce anche Lorenzo Borgogni, responsabile delle Relazioni esterne di Finmeccanica, dimissionario.
Per lui era stato richiesto l’arresto, ma il gip non l’ha concesso.
Le perquisizioni in corso riguardano gli uffici dell’Enav e le abitazioni di alcuni dirigenti dell’Ente.
Il sospetto di chi indaga è che i destinatari di questi accertamenti abbiano preso denaro in modo illecito nella gestione di alcuni appalti.
Pugliesi è accusato di illecito finanziamento in relazione a una presunta tangente da 200 mila euro versata dall’imprenditore Tommaso Di Lernia, titolare della Print System, al segretario amministrativo dell’Udc Giuseppe Naro.
Quest’ultimo, a sua volta, è indagato dalla Procura di Roma per illecito finanziamento. Pugliesi avrebbe accompagnamento Di Lernia nell’ufficio di Naro in via Due Macelli, a Roma.
Per la Procura le prove dell’incontro sono dimostrate dal fatto che il telefono cellulare di Di Lernia risultava agganciato alla cella di via Due Macelli e dal passaggio della sua auto nella zona a traffico limitato (Ztl).
Non solo, Di Lernia, che con le sue rivelazioni ha consentito di aprire uno squarcio nel meccanismo degli appalti dell’Enav, avrebbe riconosciuto Naro durante un interrogatorio attraverso una fotografia.
Dalle carte dell’inchiesta emergono almeno dieci appalti assegnati senza gara pubblica da Enav a Selex Sistemi.
In particolare, al vaglio del pm Paolo Ielo sono finiti lavori, sia tecnici sia di opere civili, riguardanti gli aeroporti di Napoli e Palermo.
Secondo l’accusa i lavori assegnati a Selex e subappaltati alle società Print System, Arc Trade, Techno Sky e altre hanno determinato una sovrafatturazione dei costi e la creazione di un surplus, poi redistribuito tra i soggetti coinvolti, compresi esponenti dell’Enav.
Il tutto in un arco di tempo che va dal 2005 al 2010.
Uno dei capitoli di questa indagine ha coinvolto il deputato del Pdl Marco Milanese, in relazione alla compravendita di uno yacht pagato una somma superiore a quella di mercato.
Per la Procura tale maggiore valutazione dell’imbarcazione costituisce una forma di finanziamento illecito di un singolo deputato.
Milanese, ex collaboratore dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, è già stato citato in giudizio.
Per questa vicenda risulta indagato lo stesso Borgogni.
Il responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica, infatti, è indagato per le presunte irregolarità che hanno caratterizzato la compravendita dell’imbarcarcazione del parlamentare Pdl da parte della società Eurotec di Massimo De Cesare.
Stando al capo di imputazione contenuto nell’ordinanza firmata dal gip Anna Maria Fattori, “De Cesare, previo concerto con l’imprenditore Tommaso Di Lernia (che di Eurotec è considerato il ‘dominus’, ndr) e con la mediazione di Fabrizio Testa (ex consigliere Enav, ndr) e in accordo con il commercialista Lorenzo Cola, che agiva assieme a Borgogni, erogava al deputato del Pdl, già consigliere politico dell’ex ministro dell’economia, con riferimento alla cessione dell’imbarcazione Mochi Craft, una utilità non inferiore a 224mila euro, pari al valore della sopravvalutazione del natante”.
La vicenda, che si è sviluppata tra il 2009 e il 2010, è già stata oggetto di accertamento da parte del pm Paolo Ielo che ha ottenuto il processo per Milanese davanti al tribunale monocratico.
Per Fiore e Iannilli l’ordinanza contesta il reato di frode fiscale.
Fiore, si legge nel documento firmato dal giudice, “nella sua qualità di organo apicale di Selex Sistemi Integrati, anche al fine di consentire l’evasione delle imposte dirette e indirette a Selex SI, concorreva con Tommaso Di Lernia, legale rappresentante di Print Sistem, nell’emissione di tre fatture” pari a un milione e 200mila euro circa.
Il reato è aggravato “per essere stato commesso anche al fine di realizzare le provviste per l’erogazione di utilità a pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio, per il compimento di atti contrari ai doveri del loro ufficio”.
Stessa accusa è rivolta a Marco Iannilli che, nella veste di dominus di Arc Trade, “al fine di consentire l’evasione delle imposte dirette e indirette” alla societa’, “concorreva con Sabastiano Giallongo, legale rappresentante di Suiconsulting srl”, a emettere nel 2010 tre fatture per operazioni inesistenti recanti un importo pari a quasi 850mila euro.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 19th, 2011 Riccardo Fucile
VOLTAGABBANA E INDAGATI, L’AULA DIVENTA UNA MACCHINA DEL TEMPO
Dice il presidente del Consiglio di aver accettato l’incarico con “profondo rispetto nei confronti del Parlamento”.
Il che, in un dialogo istituzionale corretto, è legittimo e anzi dovuto.
Problemino: li ha guardati un po’ in faccia, il professor Monti, i membri delle nostre malandatissime Camere, eletti con una legge elettorale soavemente definita porcata?
La fauna è alquanto variopinta, un circo in cui manca solo la donna che mangia il fuoco.
Ci sono le papi girl, quelle che il giorno del crollo si son vestite di nero (per molte, dopo questo giro di giostra, è presumibile quanto augurabile che l’esperienza politica finisca).
Ci sono i falchi e le colombe — l’Italia non si smentisce mai — e un’orda di voltagabbana, nelle Camere più scambiste della storia.
Simbolo indiscusso il pignorato Domenico Scilipoti, icona del mercatino del 14 dicembre 2010, il Natale ricco dei Responsabili che salvarono l’agonizzante B, atteso al voto di fiducia dopo la scissione dei finiani.
Con mister Predellino si schierarono Massimo Calearo (ex Pd), Bruno Cesario (ex un
sacco di cose: Margherita, Pd, Api), Antonio Razzi (pure lui eletto con Di Pietro, poi pentito), Silvano Moffa, ex Fli, Paolo Guzzanti e l’ex Mpa Elio Belcastro.
Come dimenticare poi Aurelio Misiti eletto con l’Italia dei Valori, poi sottosegretario, vice ministro ai trasporti per circa un quarto d’ora, dal 24 ottobre?
È davvero la legislatura delle mutazioni genetiche, tipo quelle di Santo Versace (ex Pdl, dal 29 settembre nel gruppo Misto) e miss Cepu Catia Polidori (prima Pdl, poi Fli, poi Responsabile, oggi Popolo e Territorio).
Sono i giorni del grande riposizionamento: la bandiera del trasloco di potere (questa volta in fuga dal Pdl) è la ex soubrette del Biscione Gabriella Carlucci, folgorata sulla via di Casini.
Del resto il presidente della Camera ha parlato chiaro, indicando senatori e deputati comprati e venduti in un’asta dominata “dal potere finanziario e mediatico del premier”: conversioni più o meno disinteressate.
Gli onorevoli di Fli Di Biagio e Muro hanno raccontato al Fatto esplicite profferte da parte del coordinatore del Pdl Denis Verdini.
Ma non ci sono solo i pentiti, ci sono anche (e sono tantissimi) quelli inguaiati con la giustizia, a partire dallo stesso Verdini: indagato per violazione della legge Anselmi, associazione per delinquere e corruzione, nell’ambito dell’inchiesta sulla P3.
Per i finanziamenti pubblici intascati da il Giornale di Toscana Verdini è invece accusato di truffa aggravata ai danni dello Stato.
Per la gestione del Credito cooperativo fiorentino, poi, Verdini è indagato per associazione per delinquere finalizzata all’appropriazione indebita.
L’ex ministro Aldo Brancher (Pdl), condannato in primo grado e appello per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi, è stato condannato, nello scandalo Antonveneta, per ricettazione e appropriazione indebita.
Tra le vecchie glorie c’è Giuseppe Ciarrapico (senatore Pdl), collezionista di condanne (dalla ricettazione fallimentare alla bancarotta fraudolenta).
Nicola Cosentino (Pdl): indagato per concorso esterno in associazione camorristica — parliamo dei Casalesi — il Parlamento l’ha salvato dalla richiesta di arresto.
Marcello De Angelis (deputato del Pdl), condannato in via definitiva a 5 anni per banda armata e associazione sovversiva.
Antonio del Pennino (oggi Gruppo Misto a Palazzo Madama): ha patteggiato 2 anni per finanziamento illecito ai partiti durante tangentopoli, quando militava nel Pri.
L’onorevolissimo Pdl Renato Farina, nome in codice “Betulla”, nel 2007 patteggia 6 mesi per favoreggiamento nel rapimento dell’imam Abu Omar. Incassò dal Sismi 30 mila euro che, a suo dire, furono poi versati a un santuario.
Raffaele Fitto, ex ministro, è sotto processo a Bari per abuso d’ufficio, corruzione e finanziamento illecito ai partiti.
L’ex ministro a sua insaputa Claudio Scajola, indagato a Roma, con l’accusa di finanziamento illecito, per la ormai famosa casa con vista Colosseo.
Non può mancare dal memorandum Francesco Saverio Romano, ministro indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Stesso reato per il senatore Marcello Dell’Utri, amicone di B e del mafioso-stalliere Mangano, già condannato in secondo grado.
Sempre in tema di mafia, c’è anche Renato Schifani, presidente del Senato indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Su Alfonso Papa (sotto processo, prima in carcere e poi ai domiciliari, per l’inchiesta sulla P4) si faceva conto negli ultimi giorni dentro il bunker per un possibile rientro a Montecitorio con conseguente voto in più.
Marco Milanese è indagato a Roma e a Napoli per reati che spaziano dalla corruzione al finanziamento illecito e alla falsa fatturazione.
D’altra parte Massimo D’Alema è indagato a Roma per finanziamento illecito ai partiti: 5 voli privati offerti gratuitamente dalla Rothkopf Aviation.
Alberto Tedesco (Pd): il Parlamento pochi mesi fa l’ha salvato dall’arresto, chiesto dalla procura di Bari, per vari reati di corruzione nella gestione della sanità pugliese.
Antonino Papania (Pd): nel 2002 patteggia 2 anni per abuso d’ufficio.
Lo spazio, come il tempo è tiranno. Gli esclusi sono molti.
Ce ne scusiamo con gli interessati, sapendo che loro non hanno nessuna intenzione di scusarsi con gli italiani.
Antonio Massari e Silvia Truzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 19th, 2011 Riccardo Fucile
GIANNI ELOGIATO DA MONTI COME SALVATORE DELLA PATRIA BENEDICE LA CAMERA, IL NIPOTE ENRICO SI OFFRE AL PREMIER
Vedendoli tutti e due protagonisti, alla Camera, proprio ieri, uno morigeratamente
calvo, e l’altro soavemente cotonato.
Vedendoli entrambi in scena, uno in tribuna e l’altro in platea, era impossibile non osservare il cambio di epoca che stiamo vivendo: si passa dal governo del Bunga Bunga al governo del Letta-Letta.
Quello che sta accendendo i motori è un governo che gira con un hardware tecnocratico (il programma di tagli e riforme ancora parzialmente coperto) e con un software postdemocristiano (il sapere antico e raffinatissimo, che ha permesso lo sbullonamento della vecchia maggioranza grazie al risveglio dei guerrieri di terracotta dello scudocrociato in sonno nel Pdl).
Sta di fatto che il governo Monti fonda la sua solidità sull’inchiavardatura bipartisan fornita dai due padrini e garanti, a destra e a sinistra: da un lato il delegato all’amministrazione delle cose di governo di Bersani, Enrico, e dall’altro quello di Berlusconi , Gianni.
Oppure: il Letta-di-sopra (in questo caso Gianni) e il Letta-di-sotto (Enrico) così denominati per la geometria che hanno disegnato in Aula ieri: il primo sul loggione, l’altro sotto il livello degli scranni ministeriali, immortalato dalla salvifica perizia del fotografo che ci ha restituito il testo integrale del cruciale bigliettino inviato al premier.
Le sedute parlamentari hanno questo di bello: prima o poi ti restituiscono sempre una immagine-verità .
Ieri, il cortocircuito simbolico che ha fotografato l’alchimia costitutiva del nuovo governo, era racchiuso da questa iconografia quasi euclidea (un triangolo isoscele Letta-Monti-Letta) e da due problemi politici: il primo è quello che quel bigliettino del Letta-di-sotto a Monti ha documentato demolendo le barriere architettoniche del “retroscena”.
Il secondo è quello che le parole mielose del presidente incaricato dedicate all’eminenza azzurrina hanno rivelato, rendendo intuibili le ragioni di un salamelecco così solenne.
Da un lato le apprensioni del Pd, dall’altro le necessità di rassicurazione del Pdl.
Così occorre partire dal testo, quasi poetico, del Letta-di sotto nel suo pizzino a Monti: “Mario
quando vuoi, dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice), sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono! Enrico”.
Enrico Letta è una persona civile, perbene, e anche simpatica.
Quindi l’entusiasmo di questo messaggio neofitico non è una finzione, ma un sentimento di autentico trasporto.
Mentre la rassicurazione richiesta a Monti è insieme la spia di un malessere e del limite strutturale del nuovo esecutivo: nel cielo iperuranio ci sono i ministri tecnici, con il loro modo di fare “marziano” e la loro autonomia (anche troppa vista la gaffe del neoministro Clini sul nucleare).
Nelle stive della nave, invece, c’è il corpaccione dei parlamentari commissariati, che devono assicurare il consenso pressochè unanime, ma che vanno coinvolti.
In mezzo non c’è ancora nulla.
Così il problema di queste ore, è questo: l’asse Letta-Letta deve garantire la solidità dei corpi celesti intermedi, sottosegretari e viceministri, i “Vice”, appunto.
Ovvero gli unici che possono impedire il distacco fra il cielo iperuranio del governo, e il girone infernale dei peones e dei politici di rango, declassati a portatori d’acqua.
Il secondo problema politico è il coinvolgimento del Pdl.
Ed era fin troppo evidente nelle parole dedicate da Monti al Letta-di-sopra: “Sia ieri che oggi una persona che so essere molto rispettata da tutti mi ha usato la cortesia di essere presente in tribuna. Mi riferisco al dottor Gianni Letta”.
L’aula applaude a lungo, più di quanto abbia fatto sul ringraziamento a Berlusconi.
Monti fa addirittura un cenno di saluto verso la tribuna: “Letta ha ricevuto in questi giorni apprezzamenti più elevati del mio, ma mi permetto di associarmi a queste espressioni”.
Se l’impalpabile atmosfera pre-inciucista aveva bisogno di un segno di distensione fra gli eserciti, quel gesto lo era.
Il secondo, poi, è stato clamoroso. Appena inizia il voto Berlusconi si alza. Si avvicina quasi di soppiatto ai banchi di governo. Stringe la mano al primo ministro della fila. Poi al secondo. Al terzo. Quindi a Passera, subito dopo a tutti quelli della seconda fila. E infine a Monti.
Era lo stesso Berlusconi che diceva: “Stacco la spina quando voglio?”.
Ieri Letta ha cambiato l’umore del leader, e Monti lo ha risarcito dell’ombra dell’inchiesta dei farmaci Menarini che forse lo ha fermato sulla soglia dell’esecutivo.
Un supporter del governissimo, Bruno Tabacci, ricorda la chicca di un precedente storico dimenticato: “Nel 1982 doveva iniziare il cammino del governo-mai-nato di Marcora. Il governo ‘modernizzatore’, un altro parto di origine varesina.
Lo sai chi erano i giovani sostegni di quel governo? Baldassarri. Poi il sottoscritto. E quindi un giovane di sicuro avvenire: Monti”.
Poco distante, in un altro capannello, uno dei più lucidi analisti del Transatlantico, il piddino (ma anche lui ex Dc) Gigi Meduri, cesella una ipotesi: “Pensateci: se il Gianni-di sopra — dice alzando gli occhi al cielo — fosse il prossimo senatore a vita nominato, il governo avrebbe vita più facile”.
Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 18th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER RIBADISCE L’INTENZIONE DI ATTUARE LE RIFORME E LANCIA STOCCATE: “STACCARE LA SPINA? NON SIAMO UN POLMONE ARTIFICIALE” E POI ANNUNCIA: “SACRIFICI PER CHI FINORA HA DATO MENO”
Dopo quella del Senato di ieri, il governo di Mario Monti incassa anche quella della
Camera: una fiducia record con 556 Sì e 61 no.
A favore hanno votato quasi tutti i gruppi parlamentari.
Solo dai leghisti di Montecitorio è arrivato un compatto no (59 deputati). Voto negativo anche da Domenico Scilipoti e Alessandra Mussolini.
Quelli ottenuti da Monti sono numeri di rilievo assoluto, che nella conferenza stampa successiva al voto fanno parlare il premier di un “inatteso nuovo clima di dialogo in Parlamento”, incoraggiando un armistizio tra i partiti.
E ricordando di “non essersi mai candidato a nulla”, a chi gli chiede se è intenzionato a correre nelle prossime elezioni politiche.
Monti dice poi di “Non escludere sacrifici” parlando dei provvedimenti che dovrà prendere il Governo per rilanciare l’economia.
Sacrifici che, spiega il premier, “verranno richiesti a quelle categorie che finora hanno dato di meno”.
Nella stessa occasione, Monti ha espresso parole di condanna per “la piazza
contro Berlusconi”, e ribadito che sulle prossime manovre, cercherà “il più ampio consenso possibile”.
La replica a Montecitorio.
Prima del voto, accoglienza calorosa per le parole del nuovo premier delle opposizioni, più timida da parte del Pdl, fredda e rumorosa quella della Lega. Monti ha parlato in aula alla Camera circa mezz’ora, ribadendo che il suo governo sarà di “impegno nazionale”, prima di porre la fiducia.
L’emiciclo replica la scena già vista ieri al Senato, con il Carroccio forse meno scatenato rispetto a palazzo Madama: “Elezioni”, “al voto” sono le parole che si sentono dai banchi della Lega, ma sono voci isolate.
Il presidente del Consiglio ha ringraziato Gianni Letta con queste parole: “Sia ieri al Senato che oggi alla Camera una persona molto rispettata da tutti mi ha usato la grande cortesia di essere presente in tribuna per ascoltarmi: Gianni Letta”, ricevendo l’applauso della Camera.
Ringraziamenti anche al presidente della Camera Gianfranco Fini, “per il ruolo sempre costruttivo e molto utile con il quale in questi giorni mi ha agevolato, così come il presidente del Senato, nel mio percorso da novizio”. E al termine delle dichiarazioni di voto sulla fiducia al governo, l’ex premier Berlusconi (inizialmente assente in aula) si è diretto verso i banchi dell’esecutivo, passando in rassegna tutti i ministri, per poi raggiungere Monti, con cui si è brevemente intrattenuto a parlare dopo una stretta di mano.
“Ce la faremo”.
Monti ha illustrato lo scenario in cui si muoverà il nuovo governo, definendo il compito “già quasi impossibile” aggiungendo poi “ma ci riusciremo”.
Il professore risponde poi alle polemiche sollevate dalla Lega sul ministero della Coesione territoriale. “Nessuna contraddizione tra il federalismo fiscale e il ministero della Coesione territoriale”, dice Monti: “Non vedo nessuna contraddizione tra il rispetto, per quanto è gia stato deciso in materia di federalismo che ovviamente il governo intende seguire da vicino nel processo di attuazione, e l’avere istituito una specifica attenzione alla Coesione territoriale, che è il valore che interessa tutti”.
Poi, aggiunge il premier, “dipende dalle modalità con cui viene realizza, come tutti gli altri temi saremo aperti alla dialettica e al dibattito”.
C’è spazio anche per una citare Spadolini: “Vi prego, continuate pure a chiamarmi professore”, ha detto Monti, “Anche perchè l’altro titolo, Presidente, durerà poco”.
E proprio citando l’ex premier repubblicano ha spiegato: “I presidenti passano, i professori restano”.
Stoccate e battute.
Monti non risparmia le stoccate alla Lega – applauditissime dall’opposizione – e a quanti in questi giorni hanno parlato di un governo espressione dei poteri forti. Il Pdl applaude a tratti.
Pd, Idv e Terzo polo quasi si spellano le mani invece a sottolineare la loro soddisfazione per le parole pronunciate dal professore.
Ironia inglese, aplomb continentale, così Monti risponde alle accuse e agli attacchi di queste ore.
Ricordando come per gli Usa lui fosse il “Saddam del business”:
“Il giorno in cui proibii una fusione tra due grandissime società americane, benchè fosse intervenuto il presidente degli Stati Uniti, l’Economist scrisse che il mondo degli affari internazionali considerava Mario Monti il Saddam Hussein degli affari”, dice il nuovo premier.
E sulle minacce di “staccare la spina” (poi smentite da Berlusconi), Monti dice: “Non siamo un apparecchio elettrico. E poi bisognerebbe capire che apparecchio saremmo, se un rasoio o un polmone artificiale”.
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Novembre 18th, 2011 Riccardo Fucile
CESSIONE A TITOLO GRATUITO DEL QUOTIDIANO DIRETTO DAL FACCENDIERE LATITANTE… IN QUESTI ANNI LAVITOLA HA INCASSATO 21 MILIONI DI EURO DEI FONDI DELL’EDITORIA GRAZIE ALLA TRUFFA SULLA TESTATA DEL GLORIOSO QUOTIDIANO SOCIALISTA
”Ci siamo ripresi l’Avanti!”, esclama Riccardo Nencini, segretario del Partito Socialista. 
”Questa notizia allontana dal giornale quei nomi squalificati e indegni”, gli fa eco Maria Chiara Acciarini, ex senatrice del Pd ed ex sottosegretario alla famiglia nel secondo governo Prodi: suo nonno, Filippo Acciarini, ferroviere umbro vissuto per una vita a Torino, fu il direttore dell’Avanti clandestino in esilio, prima di morire nel campo di concentramento di Mauthausen.
Per una curiosa coincidenza la stagione berlusconiana si chiude con un furto d’eredita’ sanato, appunto, dopo 17 anni: con un atto di “cessione politica della testata” a titolo gratuito, firmato il 4 novembre scorso dal liquidatore del Psi, Francesco Spitoni e dal tesoriere-legale rappresentante del Ps, Oreste Pastorelli viene ceduta ” irrevocabilmente e in via esclusiva la proprietà , anche morale”, compresa la denominazione e la veste grafica, della testata “Avanti” proprio al Partito socialista.
La cessione smaschera la truffa di Walter Lavitola, un’operazione messa in piedi con Sergio De Gregorio degna di un film di Toto’, che nel corso di pochi anni gli ha fruttato oltre 21 milioni di euro dei fondi dell’editoria, raccolti grazie ad una L e ad un apostrofo apposti abusivamente sulla gloriosa testata, finita, nel 1994, nel calderone del fallimento del Psi.
Registrata la nuova pubblicazione, L’Avanti, uguale nella grafica allo storico quotidiano, Lavitola comincia a lavorare di bianchetto e in poche settimane sparisce prima la L e poi, magicamente, anche l’apostrofo.
E per completare il clamoroso falso, compare, sul frontespizio, la frase ”Quotidiano socialista dal 1896”.
”Lavitola? E’…spaventoso, non mi viene altro in mente, fa impressione vedere l’ Avanti come oggi e’ rappresentato da questo ex direttore che porta nel fango un nome di questo genere”, dice la senatrice Acciarini, nipote del direttore dell’Avanti in esilio, durante il fascismo.
Tra i due direttori ”in esilio” (Lavitola latitante, Acciarini perseguitato dai fascisti) corrono anni luce.
L’ uno, avventuriero massone amico di Berlusconi, trasportato come un nababbo dalla corrente del potere occulto e sottotraccia di questo Paese fin dentro il cuore dei vertici delle istituzioni, l’altro militante socialista antifascista che non ebbe neanche il tempo di vedere l’ultima copia del ”quotidiano del partito socialista italiano di unita’ proletaria” dal titolo ”O vivremo del lavoro o pugnandosi morra”’, fresco di stampa dalle macchine di una tipografia clandestina torinese, perche’ fu arrestato nel marzo del ’44 e deportato a Fossoli e poi a Mauthausen, dove mori’. Due mondi opposti, ”il bianco e il nero”, come dice la senatrice Acciarini, e quella di suo nonno e’ stata ”proprio il contrario di queste vite (di Lavitola e dei suoi amici, ndr) dedite esclusivamente al conseguimento di un risultato economico”.
”Per mio nonno L’Avanti e’ stata la sua vita — racconta – appena ha potuto l’ha fatto rinascere: dell’ultima edizione ne e’ rimasta una sola copia, quel giorno del marzo ’44 lui doveva andare a ritirare le copie fresche di stampa, ma rimase vittima di una soffiata e fu arrestato. Terrorizzato da quella merce scottante, il tipografo distrusse tutte le copie, tranne una, finita nelle mani di compagni del partito socialista di unita’ proletaria che, anni dopo, me la consegnarono”.
Oggi la senatrice conserva la memoria del nonno e dice: ”Leggere di Lavitola fa male, e’ drammatico, fa impressione: ho sofferto molto, ma avrei sofferto di piu’ fossi stata piu’ coinvolta anch’io nella vicenda del partito socialista, da cui ho preso le distanze quando Craxi sostitui’ Di Martino”.
Leonida Bissolati, Pietro Nenni, Riccardo Lombardi, Sandro Pertini, Antonio Ghirelli, furono tutti direttori de L’Avanti prima che un faccendiere massone ne deviasse la storia su un binario giudiziario.
Per la truffa allo Stato oggi Lavitola e’ indagato dai pm di Napoli, e il coordinatore della segreteria Psi, Marco Di Lello annuncia la costituzione di parte civile.
”Il falso de “L’ Avanti” è stato possibile proprio perchè il vero “Avanti” era bloccato — conclude Nencini — ma ora e’ diverso, Lavitola è avvertito: ”Se dovesse provarci non esiteremmo un istante a trascinarlo in tribunale”.
Giuseppe Lo Bianco
(da “La Repubblica“)
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Novembre 18th, 2011 Riccardo Fucile
GALAN PIAZZA LA MOGLIE DEL SEN. D’ALI’, LA CONSORTE DEL COMMISSARIO MARTUSCIELLO, IL GIORNALISTA CARLO PUCA, GIGI MARZULLO E ALTRI… LA GELMINI SISTEMA AL CNR IL RETTORE GENNARO FERRARA
Raccontano i bene informati che Giancarlo Galan, ex ministro dei Beni culturali, vorrebbe
raccontare un’altra storia.
Non quella vietata e già impallinata dall’ironia delle nomine last-minute, crocevia di tanti governi più o meno balneari quando la fine è una prospettiva certa e il domani una comoda poltrona per qualcun altro.
Visti i nomi planati nelle commissioni cinema, però, le giustificazioni sull’obbligo di procedere alla sostituzioni delle precedenti (scadute a fine luglio) lasciano il proscenio alle valutazioni dei singoli.
Ed è lì, in quella terra di mezzo tra “Prendi i soldi e scappa” e la “Stangata” che il ragionamento lascia spazio all’ilarità o per usare le parole del ministro uscente «all’indignazione».
Assieme ai competenti, su tutti Laura Delli Colli e i critici omonimi, Valerio Caprara e Magrelli, il gran circo delle commissioni preposte a erogare denaro per oltre sei milioni di euro l’anno, è un zoo che riempie gli occhi.
Ci sono nuove specie e tipi umani in via di estinzione, vecchi leoni e pantere d’assalto.
Antonia Postorivo, moglie del senatore D’Alì, alla seconda esperienza (spostata di competenza, ma sempre lì, combattiva, saldamente al suo posto).
Poi Valeria Licastro, moglie del commissario dell’Agcom Antonio Martusciello, dama di compagnia delle relazioni istituzionali Mondadori.
Non si è mai occupata di cinema in vita sua, ma ruggirà nella sezione “riconoscimento culturale dei cortometraggi”.
L’occhiale del giornalista Carlo Puca di Panorama, esperto di politica, brillerà invece nella sottocommissione preposta alla promozione dei film d’essai, assise cult in cui di dividere il desco con Puca, si occuperà Gigi Marzullo, da anni, responsabile culturale di Rai 1, conduttore di “Cinematografo” sulla stessa rete, vera fucina di occupanti delle stanze ministeriali (dallo stesso programma anche il già citato Caprara e la conferma della moglie di Giuliano Ferrara, Anselma Dall’Olio, critica di Liberal, al quarto mandato).
Puca ha parlato con Michele Anselmi del Secolo XIX rilasciando dichiarazioni chiare sui criteri di elezione: “Qualche tempo fa andai a intervistare Galan per Panorama. Non lo conoscevo. Finita l’intervista, ci siamo messi a parlare d’altro, cordialmente. Qualche giorno dopo mi chiamò al telefono per propormi di far parte di una delle quattro commissioni per il cinema: “Vorrei che tu ci fossi””.
Puca ci sarà , benchè fanno sapere dal ministero, sarebbero giunte almeno quattro lettere in cui i neoesperti (bontà loro) rimetterebbero il mandato al gradimento del neo ministro dei Beni culturali, Lorenzo Ornaghi, altro esperto in materia.
Le nomine hanno avuto il via in equanime misura da Galan e dalla Conferenza stato regioni. Il ministro si difende sostenendo che a fine ottobre non c’era nessuna crisi di governo, ma anche se così fosse e a maggior ragione, un’attenzione più viva ai criteri di cooptazione sarebbe stata d’obbligo.
Al contrario, hanno vinto appartenenze politiche (nume tutelare il destrorso Alessandro Voglino, già direttore del Dipartimento cultura, spettacolo e sport della Regione Lazio guidata da Storace) e imperscrutabilità .
Il misconosciuto Ivo Rapa, ad esempio.
Nessuna esperienza cinefila. Nessuna esperienza artistica.
Secondo mandato, in quota Campania.
Mistero puro e caso diverso da quello di Gianvito Casadonte, inventore del Magna Grecia Film Festival che almeno, conosce il mestiere.
Nominare all’ultimo istante è una mania che da sempre assale gli uscenti di destra e sinistra e ogni ambito della vita nazionale.
Caso esemplare, trafitto dalla penna di Gian Antonio Stella, quello del 74enne Gennaro Ferrara, promosso dal ministro Gelmini, in difficoltà con tunnel e neutrini, al Cnr.
Nonostante, come ricorda Stella, Ferrara sia stato rettore della peggiore università del Paese, Parthenope, una delle più care amiche di Bisignani non si è dimenticata di lui.
Largo ai giovani e in alto i cuori. Della velocità della luce, Mariastella ha infine compreso la lezione.
Senza arrossire, a schiena dritta, fino alla prossima nomina.
Malcom Pagani
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
“NAPOLITANO CI TRATTAVA COME BAMBINI”…DAVANTI AI SENATORI IL PROPRIETARIO DI MEDIASET GIA’ ATTACCA IL NUIOVO GOVERNO, POI CON FARE RICATTATORIO DICE: “DURERA’ FINO A CHE VORREMO NOI”… E SU CASINI: “FAREMO RAGIONARE IL RAGAZZO, CON LE BUONE O CON LE CATTIVE”
Il governo di Mario Monti rappresenta una “sospensione certamente negativa della democrazia”.
Sono le parole che Silvio Berlusconi ha usato, parlando ai senatori del Pdl, davanti ai quali ha parlato del nuovo governo, dei punti del programma che non gradisce e di elezioni: “Non possiamo lasciare il paese alla sinistra. E poi a chi? a Di Pietro, Vendola e Bersani. Gli italiani non sono così cretini da dare il voto a questi qua”.
L’ex premier non usa mezzi termini e attacca duramente il nuovo esecutivo: “la decisione finale ci è stata praticamente imposta, con i tempi voluti dal presidente della Repubblica”.
Ce n’è anche per il capo dello Stato: “Come presidente del consiglio mi sentivo impotente, potevo solo suggerire disegni di legge. Anche i decreti, quando arrivavano al Quirinale, il presidente della Repubblica diceva no a 2 su 3 – sottolinea Berlusconi -. Ci correggeva con la matita rossa, come una maestra con i bambini delle elementari”.
Davanti ai senatori del suo partito, l’ex presidente del Consiglio sottolinea che la durata del nuovo esecutivo dipende dal Pdl, decisivo anche nella nuova maggioranza e insiste perchè il nuovo premier chiarisca il suo programa: “Monti ha parlato di sviluppo e crescita, ma non ci ha detto nulla di preciso sul suo progamma. Abbiamo parlato a grandi linee degli impegni presi con l’Europa – ha detto Berlusconi, che ha ribadito il no del Pdl alla patrimoniale perchè sarebbe una misura depressiva.
L’ex primo ministro non ha tralasciato l’argomento elezioni: se si andasse al voto oggi, ha detto, ci sarebbe “L’incognita del Terzo Polo, l’incognita di Casini. Ma non vi preoccupate: faremo ragionare il ragazzo al momento giusto, con le buone o le cattive…”.
Poi, sulla legge elettorale: “Monti non cambierà la legge elettorale, ma siamo d’accordo che va cambiata. Abbiamo un gruppo di esperti che sta valutando quella migliore, va modificata prima delle prossime elezioni”, ha spiegato, ribadendo il suo no per ora al voto anticipato: “Affrontare ora una campagna elettorale, sotto la pressione negativa e l’assedio dei media, sarebbe stato un errore”.
L’ex premier, poi, ha affrontato anche il tema delle intercettazioni: “Quella delle intercettazioni è una vergogna. Io ho deciso che di non avere più il cellulare”, ha detto e ha sottolineato la necessità entro la fine della legislatura di mettere mano al regime delle intercettazioni e alla giustizia.
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