Destra di Popolo.net

E SE NOI ITALIANI COMINCIASSIMO A DIRCI LA VERITA’?

Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile

NON E’ SOLO UN PROBLEMA DI POLITICI O DI TECNICI, E’ NECESSARIA ANCHE UNA RIVOLUZIONE IDEALE, PSICOLOGICA E CULTURALE DEGLI ITALIANI PER USCIRE DALLA CRISI

Oggi viene voltata la pagina. Non è il momento, tuttavia, di tirare il fiato.
E’ il momento di prendere atto della realtà : l’Italia ha reagito ma è un Paese che ha preso una sberla tremenda.
Quando una delle grandi economie europee si trova nel ruolo di «sorvegliato speciale» della Commissione europea e del Fondo monetario, la sberla c’è stata.
E c’è stato, insieme alla sberla, un evidente declassamento politico: l’Italia conta meno in un’Europa che conta a sua volta fino a un certo punto, nel mondo spostato verso Est di questo inizio di Secolo Asiatico.
Nei giorni scorsi avevamo la testa voltata – giustamente – verso il Quirinale.
Ma intanto Barack Obama annunciava, dalle Hawaii, che l’America trasferirà  interessi, risorse e soldati verso la sfida Pacifica con la Cina.
L’Europa tutta, vista da Washington ma anche da Pechino, è oggi parte del problema globale; non della sua soluzione.
Questo per dire che è meglio non farsi troppe illusioni.
Mario Monti, con il suo governo, verrà  di certo accolto a braccia aperte da Parigi e da Berlino.
L’avvio sarà  fiducioso e incoraggiante.
Ma così come i mercati finanziari non fanno degli sconti, neanche i governi li fanno: in questa fase di riassetto delle gerarchie internazionali, i rapporti fra europei, più che mai indispensabili, sono anche rapporti duri.
L’ex commissario alla Concorrenza lo sa meglio di altri, del resto; e sa di non potere ricorrere a scorciatoie.
L’agenda delle cose da fare è fin troppo nota, in Italia e in Europa. Il punto è che il governo riuscirà  a farle se avrà  dietro di sè non solo una maggioranza parlamentare decisa a giocare una partita onesta per salvare il Paese ma anche il Paese.
Noi, gli italiani, dobbiamo prima di tutto essere consapevoli che la crisi che stiamo vivendo è strutturale; avrà  bisogno, per essere risolta, di uno sforzo costante e decennale.
Parecchi economisti sottolineano giustamente che i «fondamentali» del Paese sono a posto: se guardiamo ai livelli di ricchezza delle famiglie, al risparmio privato, al settore manifatturiero e via dicendo, l’Italia ha indubbi punti di forza, che d’altra parte spiegano perchè siamo riusciti a diventare una delle prime dieci economie occidentali. Il guaio è che questo argomento non è stato usato come un vantaggio comparativo, su cui costruire una capacità  di adattamento a un contesto globale sempre più difficile.
E’ stato usato spesso come un argomento consolatorio – o come un alibi.
Ecco: la crisi del debito sovrano segna anche la fine degli alibi.
Nel ventennio successivo al Crollo del Muro di Berlino, l’Italia ha perso prima la vecchia rendita di posizione geopolitica (la sua collocazione di frontiera avanzata – e protetta – dell’alleanza occidentale) e poi la vecchia rendita di posizione economica (lo strumento delle svalutazioni competitive).
Ma non è mai riuscita a riprendersi.
Al posto delle riforme indispensabili per competere nell’economia globale, ci siamo raccontati delle storie.
E’ il momento di dirci la verità : abbiamo perso e continuiamo a perdere competitività . Le rendite di posizione sono finite da un pezzo.
E se un Paese le perde, non possono mantenerle strati privilegiati dei suoi abitanti; se non ai costi, per l’Italia nel suo insieme, che oggi stiamo vedendo.
Se questo è vero, è vero anche che gli italiani hanno finalmente bisogno di capire di quale progetto nazionale fanno parte.
Nessuna nazione riesce a vivere e sopravvivere a lungo senza un progetto ideale.
Noi sembriamo oscillare fra un europeismo frustrato dalla crisi del debito (e da un costante complesso di inferiorità ), un atlantismo che va e viene, una politica mediterranea di rimessa (Libia docet), le solite scelte pro-russe in nome dell’energia – e così via.
Il governo Monti nasce in una logica emergenziale: l’interesse nazionale, oggi, sembra coincidere con l’interesse fiscale.
Ma le scelte da compiere, con i loro costi, saranno più accettate e più condivise se faranno parte di un «discorso» convincente sul futuro dell’Italia e sul posto dell’Italia in Europa.
Fra crisi del debito e vincoli esterni, l’Italia è certamente in posizioni di debolezza; ma può e deve ritrovare una voce.
E deve farla pesare. La gestione della crisi europea, dal 2008 ad oggi, ha dimostrato i limiti di una coppia franco-tedesca lasciata a se stessa; in cui la Germania conta troppo, a favore di ricette economiche che funzionano poco.
E in cui la Francia crede di contare molto ma in realtà  non è così.
Un’Italia che funzioni e abbia una visione serve, insomma: a noi e al Vecchio Continente.
Peccherò di idealismo. Ma se verrà  detta la verità  – al posto delle storie. E se l’Italia tornerà  ad essere un progetto in cui vale la pena di investire, gli italiani sceglieranno l’Italia.
Scegliere comporta delle responsabilità : responsabilità  individuali, nell’interesse generale.
Anche gli italiani, e non solo il sistema politico, devono dare l’addio ai vecchi alibi.
Il destino del nostro Paese non è solo nelle mani di altri (la Casta), non è solo condizionato dall’estero (nel quadrilatero fra Parigi, Berlino, Francoforte o Bruxelles); e non è solo dettato dallo scontro fra governi e mercati.
Riflette anche le responsabilità  di ciascuno.
Lo so: suona retorico. Ma non lo è.
Le riforme di cui l’Italia ha bisogno per riuscire a competere nel mondo di oggi presuppongono questa rivoluzione psicologica e culturale.
E sarebbe un vero paradosso se il governo dei tecnici appoggiati dalla politica riuscisse là  dove la politica non è riuscita di certo: riattivare, invece che alienare, le energie vitali della nostra società .
Potremmo chiamarlo il Miracolo del Colle – se qualcosa del genere succedesse.

Marta Dassù

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DE RITA, PRESIDENTE DEL CENSIS: “IL BERLUSCONISMO E’ FINITO MA SE L’ELITE NON CE LA FA TEMO UN LEADER POPULISTA”

Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile

“BERLUSCONI NON HA INVENTATO NIENTE, HA TROVATO UN’ONDA ALTA E SE L’E’ INTESTATA”… “LA SFIDA DEL NUOVO GOVERNO DOVREBBE ESSERE QUELLA DI RAPPRESENTARE LA GENTE COMUNE”…”IL NUOVO GOVERNO NON LO AMO, MA BISOGNA CREDERCI, NON C’E’ ALTERNATIVA”

Professore Giuseppe De Rita, la seconda Repubblica e il bipolarismo paiono finiti. C’è un cambio di scenario nella nostra società ?
«Sì ma non sono sicuro che la coscienza collettiva lo stia cogliendo. Le contrapposizioni, la rabbia, il rancore e i giudizi morali come abbiamo visto nelle manifestazioni di piazza dell’altra sera, al Quirinale e davanti a Palazzo Chigi – sono ancora predominanti e non fanno capire che il ciclo del berlusconismo si è chiuso».
Lo dà  per chiuso?
«Il ciclo del berlusconismo come soggettivismo etico è chiuso. Il ciclo del berlusconismo come tendenza a cavalcare la cultura popolare forse non ancora, anche se l’ultimo messaggio di Berlusconi era così ripetitivo che si aveva l’impressione di un leader incapace di trovare un linguaggio nuovo adeguato ai tempi nuovi».
Che cosa intende per ciclo del soggettivismo etico?
«Intendo la libertà  intesa come libertà  di essere se stessi. Non è una tendenza recente. Secondo me diventa predominante nei primi Anni Sessanta con don Milani e l’obiezione di coscienza, quando si diffonde il primato del soggetto e della coscienza. L’obbedienza non è più una virtù, dice don Milani. Poi c’è Marco Pannella con le sue battaglie referendarie: questa moglie non mi garba più, la cambio; non mi sento madre, abortisco. Poi anche l’azienda è mia e me la organizzo io. E il lavoro è mio e me lo organizzo io. Le vacanze sono mie. Il tempo è mio. Finchè negli Anni Settanta finisce il mito della confessione perchè anche il peccato è mio».
Il risultato finale è Berlusconi?
«Sì. Berlusconi non ha inventato niente: ha trovato un’onda alta e se l’è intestata. Ha portato il soggettivismo etico agli estremi, fino alla cultura libertina, alla licenza personale».
Viene in mente quel gran genio di Corrado Guzzanti: nel 2001 recitava il forzitaliano che faceva pipì sul sofà  perchè aveva vinto Berlusconi e tutto era concesso.
«Non ricordo quello sketch ma mi pare molto centrato. Soltanto che adesso la gente è stanca, si è stufata dell’abuso che Berlusconi ha fatto del soggettivismo etico. Attenzione, è un ciclo durato quasi cinquant’anni, è naturale che sia in via di estinzione».
Ritiene che stia nascendo una società  più collettivista?
«E’ da vedere, non è detto che succederà  ma è possibile. Io sono un sostenitore del ciclo comunitario, della società  che coglie la sua dimensione. Bisogna vedere che cosa succede adesso»
Cioè?
«Come accennavo, credo sia finito anche il ciclo della cavalcata degli umori popolari. Non vedo nessuno da un certo punto di vista in grado di rimpiazzare Berlusconi. Mi spiego: sta arrivando un governo delle èlite, costituito da rettori, prefetti, giuristi. è un governo che avrà  la capacità  di rappresentare la gente comune? Perchè questo governo, dobbiamo dirlo, è figlio delle scelte di Francoforte e di Bruxelles ed è stato legittimato dal Quirinale. Quindi se un governo così non sa capire e non sa parlare alla gente comune, un reazione nazional popolare non sarebbe del tutto folle prevederla».
Insurrezioni di piazza?
«Non mi spingo a tanto, però il popolo italiano in fondo non è un popolo meraviglioso. Berlusconi lo ha reso per quindici anni un popolo sorridente, questo è stato il suo capolavoro. Non lo ha indurito come lo hanno indurito i suoi avversari. Ecco, i più sono rimasti sorridenti, ma il nostro è un popolo che tende a radunarsi nella piazza più stupida. Ci vorrebbe un leader autorevole, capace, sorridente…».
Oh, un Berlusconi senza difetti.
«Beh, il vero problema è se le èlite deputate a quel compito sanno fare le èlite per qualche anno. Me lo auguro. In fondo in Italia hanno fatto delle cose ottime. Hanno retto il paese dal 1824, l’anno in cui Giacomo Leopardi scrisse il “Discorso sopra lo stato presente del costume degli Italiani”, fino all’avvento del fascismo e anzi, al contrario di quello che si pensa anche il fascismo fu elitario: fu una dittatura all’acqua di rose, se paragonata a quelle russe o tedesche o spagnole, perchè era un’èlite che decideva con mano leggera. Introdusse il welfare dall’alto, ecco un esempio di governo elitario. Credo che le èlite sappiano governare e spero che ci riescano, altrimenti c’è il pericolo di scuotere le piazze».
Insisto: lo schema sembra abbastanza classico: crisi della democrazia, tentativo di supplenza delle oligarchie, dittatura.
«Non credo. Sto parlando soltanto di una cultura populista e nazionalista che a naso nel Paese c’è e periodicamente si sfoga, come dicevo prima, nelle piazze più stupide. Il governo che sta nascendo non lo amo, ma bisogna crederci altrimenti salteranno fuori tutti quei sentimenti da vittoria dimezzata, da imposizione calata dall’alto, da orgoglio violato, coi precari arrabbiati, gli industriali arrabbiati, i dipendenti arrabbiati. Se questo governo non ce la fa, non vedo un altro sbocco».
Cioè, si tornerebbe a cavalcare gli umori popolari.
«Esatto. Il ciclo berlusconiano è finito come soggettivismo etico ed è finito come cavalcata dell’umore popolare. Ma se c’è il fallimento delle èlite, al posto di Berlusconi, potrebbe spuntare un altro leader capace di instaurare col popolo il medesimo rapporto, un leader che avrebbe nell’orgoglio nazionale e popolare i suoi riferimenti, che condurrebbe gli italiani a reagire all’eterodirezione e a contestare il sistema in quanto tale. Questo è il nuovo scenario che vedo davanti a noi».

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DI BIAGIO (FLI) DENUNCIA: “UN COMITATO D’AFFARI GESTISCE L’ITALIA”. I TANTI LAVITOLA DEL GOVERNO BERLUSCONI

Novembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

IL LEGAME TRA POLITICA E MALAFFARE: “UN ESEMPIO? LA DISMISSIONE DELLA TIRRENIA, LE IMPRESE CON A CAPO PERSONAGGI RICONDUCIBILI A DEPUTATI VICINI A BERLUSCONI”

È la denuncia di Aldo Di Biagio deputato di Fli, una delle vittime ribellatesi al metodo Verdini del “dimmi cinque cose che desideri” a cui in cambio della fiducia al governo è stato anche consigliato di farsi una Fondazione dove avrebbero fatto arrivare soldi di Finmeccanica: “Non hanno cancellato l’Ice per sbaglio, altro che crisi, lo hanno fatto perchè non serviva più un Istituto per il Commercio Estero, anzi era ingombrante, tanto a chiudere i contratti per il Sudamerica c’era Lavitola che non accompagna il ministro Frattini e il premier per piacer suo, e per l’Est Europa altri faccendieri”.
Ma il ministro Paolo Romani aveva annunciato di voler fare un passo indietro sulla cancellazione dell’Ice trasformandolo in Ace.
Sì, Romani stava lavorando per inserire nel decreto Sviluppo la creazione dell’Ace, una nuova Agenzia per il commercio estero, che di fatto spogliava l’Ice di tutte le sue funzioni. E pare che avesse già  pronta la nomina a Direttore generale per la sua cara amica Francesca Esposito che ha ottenuto un contratto da 150 mila euro l’anno in qualità  di portavoce e capo della sua segreteria tecnica. Stipendio, considerato, evidentemente misero, visto che pochi giorni prima della caduta del governo ha cercato di ottenere un aumento.
Chi sarebbero i Lavitola che gestiscono i contratti nell’Est Europa?
In Russia sicuramente il Console Onorario Pierpaolo Lodigiani che risponde all’onorevole del Pdl Valentino Valentini, in pratica l’ombra di Berlusconi.
In base a cosa lo afferma?
Ho partecipato in qualità  di capo missione a Krasnodar alla Missione Sistema Italia in Russia. Mentre io partecipavo ai tavoli tematici e incontravo le delegazioni, i contratti li chiudeva Pierpaolo Lodigiani su ordine dell’onorevole Valentino Valentini in qualità  di consigliere internazionale dell’ex premier o come lo definisce l’ambasciatore Spogli — nel sito di Assange — “l’intermediario d’affari di Berlusconi in Russia”, socio del console onorario Lodigiani. La missione in Russia, dal 5 al 9 aprile 2009, a cui ha partecipato tutto l’apparato: banche, camere di commercio, ministeri, è costata al Paese diversi milioni di euro, ma si è conclusa con contratti di Eni e Finmeccanica, mentre le migliaia di imprese italiane sono tornate a mani vuote.
Ma in cosa consisterebbe il vantaggio per Berlusconi se i contratti li ha chiusi Eni e Finmeccanica?
Ai contratti chiusi dall’Eni vi partecipa una serie di società  offshore di cui, ovviamente, si ignorano i proprietari e i beneficiari dei beni. Non credo sia difficile intuire i loro nomi. Chiediamoci: quale vantaggio ha portato al mercato italiano l’ingresso di Gazprom? Quali benefici ne hanno ricevuto consumatori e le imprese? Altro che interesse nazionale. Guardi la Missione in Russia è stata mortificante. Tutto quello che si svolgeva ufficialmente era di facciata, chi era lì per fare affari li faceva in separata sede poi se ne andava. Anche la presenza delle imprese è stata di facciata e gli imprenditori lo hanno capito e se ne sono lamentati fortemente. Avreste dovuto vedere come il Console Onorario Lodigiani si rivolgeva al governatore di Krasnodar, lo trattava come fosse un suo dipendente. Quando arrivammo a Mosca partecipammo alla visita al Cremlino con una delegazione di imprenditori, c’era anche Scajola che ai tempi era ministro dello Sviluppo economico, il presidente di Finmeccanica Guarguaglini e restai colpito dall’atteggiamento di Paolo Scaroni che è arrivato, si è appartato con Mendev e se n’è andato.
Quello che lei descrive è una sorta di sistema satellite che occupa tutti i gangli dello Stato.
È così. Andate a vedere chi è il Gruppo Maccaferri che ha chiuso l’accordo per le 15 centrali idroelettriche tra Serbia, Bosnia e Montenegro. Maccaferri è legato all’ex ministro dello Sviluppo Scajola. Per non parlare delle Fondazioni.
Cioè?
Prenda la Fondazione Italia-Usa che come tutti sanno fa capo al banchiere, coordinatore del Pdl Denis Verdini presieduta dal suo uomo di fiducia, il deputato del Pdl Rocco Girlanda, amministratore delegato del Gruppo che edita Il Corriere dell’Umbria, di Siena, di Arezzo, della Maremma, di Viterbo e di Rieti, ex componente della commissione bilancio e Giustizia. Sarebbe molto interessante sapere da chi riceve finanziamenti la Fondazione Italia-Usa. Magari, chissà , si scoprirebbe che vi arrivano anche i soldi di Finmeccanica!
Crede che il governo Monti potrà  contribuire a ridare dignità  allo Stato?
È un primo passo necessario per poi tornare alle urne. Società  come Eni, Finmeccanica, Poste, Enel debbono riconquistare il loro ruolo strategico per il bene del Paese e debbono riemergere i veri uomini di Stato soffocati da questa piovra.

Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’ULTIMA RAFFICA DI GALAN: AMICI E MOGLI DI POLITICI NOMINATI IN ZONA CESARINI

Novembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

DAL TALK SHOW DI MARZULLO ALLE COMMISSIONI SUL CINEMA: CI SONO ANCHE LE MOGLI DI FERRARA E MARTUSCIELLO

A ridosso del cambio della guardia al ministero dei Beni culturali, il conduttore demitiano e un’ampia pattuglia degli ospiti di “Cinematografo” ottengono la nomina negli organismi che valutano le pellicole e decidono i finanziamenti, racconta “Il Secolo XIX”.
Già  zeppe di amici e familiari di politici, spesso digiuni dell’argomento
Sono le nomine in extremis lasciate in eredità  dal ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan, del Pdl.
Il caso lo solleva Il Secolo XIX, in un impietoso ritratto dedicato alle scelte compiute dall’ex governatore della Regione Veneto negli ultimi giorni del suo incarico, prima di lasciare l’ufficio al prossimo ministro probabilmente scelto da Mario Monti.
A cominciare dallo stesso Gigi Marzullo, messo in Rai da Ciriaco De Mita e da allora inamovibile, conduttore del programma serale “Cinematografo”, su Raiuno.
Marzullo entra nella commissione ministeriale dedicata alla promozione cinematografica.
Insieme al critico del Mattino Valerio Caprara, polemista del programma e già  presidente della Campania Film Commission, “che è un ruolo istituzionale e quindi sarebbe stato meglio lasciar perdere”, nota il quotidiano genovese.
Napoletano è anche l’altra new entry, il giornalista politico di Panorama Carlo Puca. Per il quale “fu galeotta, pare, un’intervista al ministro Galan”.
Nella commissione che invece si occupa di vagliare le opere prime e seconde va un altro ospite fisso di Marzullo, Gianvito Casadonte, animatore del Magna Grecia Film Festival in Calabria.
Nella stessa commissione già  siede il volto più noto di “Cinematografo”, la critica Anselma Dell’Olio (moglie di Giuliano Ferrara), insieme a Carlo Cozzi, che scrive di film su Il Secolo, storico giornale dell’Msi e successive trasformazioni.
Dall’ente che valuta i registi esordienti se ne va Antonia Postorivo, avvocato e moglie di Antonio D’Alì, senatore berlusconiano siciliano, già  sottosegretario all’Interno.
Ma solo per approdare alla commissione più “sostanziosa”, quella che decide i finanziamenti delle opere ritenute di interesse culturale nazionale.
A dispensare denaro dello Stato per il cinema, Galan piazza anche Valeria Licastro Scardino, in passato segretaria di Fedele Confalonieri e in contatto con il ministro mancato Aldo Brancher.
Attualmente è responsabile delle relazioni istituzionali della berlusconiana Mondadori e grande animatrice della mondanità  romana, nonchè moglie dell’ex deputato forzista campano Antonio Martusciello (sistemato all’Agcom).
Ma, scrive ancora Il Secolo XIX, “nessuno si spiega, neppure al ministero, perchè la bionda signora, non proprio nota come esperta di cinema, debba esprimersi sui film d’autore da coprodurre coi soldi pubblici”.
In compagnia, tra gli altri, di Alessandro Voglino, esponente di Alleanza nazionale a Roma.

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IL CARROCCIO SI E’ FERMATO A ROMA: LA LEGA VA ALL’OPPOSIZIONE MA LA VAL SERIANA NON CI CREDE PIU’

Novembre 15th, 2011 Riccardo Fucile

VIAGGIO TRA GLI ABITANTI DI UNA VALLE CHE HA DATO IN PASSATO ANCHE L’80% DEI CONSENSI ALLA LEGA… “SONO STATI A ROMA PER ANNI: SI SONO RIEMPITI LE TASCHE E LA PANCIA, TANTE PROMESSE MA NON ABBIAMO VISTO NIENTE, ALTRO CHE ROMA LADRONA, E’ LA LEGA LADRONA”…”QUA BOSSI E MARONI NON SI FANNO PIU’ VEDERE, TIRA BRUTTA ARIA PER LORO”…E LA LEGA HA GIA PERSO TANTI COMUNI

Troppo tardi. “Non si può scendere dal treno quando è deragliato”.
Con il buio in Val Seriana c’è un freddo che fa male.
Dai monti scende un vento scuro e la vita si rifugia nelle case con le finestre illuminate di chiaro e di violetto: la televisione.
Si guarda il telegiornale dopo cena — perchè qui ci si alza all’alba per lavorare — e si commenta in dialetto.
Soprattutto quando sul video passano loro, Umberto Bossi, Roberto Maroni.
Siamo nel cuore del Nord leghista, nella valle bergamasca dove il Carroccio sfiorò l’80 per cento: addio alla vecchia Dc, la svolta che prometteva di cambiare l’Italia partiva da queste valli dimenticate da Dio.
Qui nel 1990 il Senatùr e i suoi conquistarono il loro primo sindaco, Franco Bortolotti di Cene.
Eccolo, “il Roberto”, perchè Maroni anche se è ministro lo chiamano per nome, che dalla tivvù annuncia la linea: “Se il Parlamento deciderà  di votare la fiducia a un nuovo governo passeremo all’opposizione”.
Lo conferma Umberto Bossi: “Faremo opposizione al governo Monti”.
Insomma, si torna alla Lega di lotta.
Ma la reazione è tiepida: “Troppo tardi. Sono stati a Roma per anni, si sono riempiti le tasche e la pancia. Delle promesse che ci hanno fatto non abbiamo visto neanche l’ombra. E adesso si credono di fare finta di niente…”, sibila Elvira Ferrari mentre con un orecchio ascolta la televisione e intanto prepara il cestino che domani il marito porterà  in cantiere.
Aggiunge: “Da queste parti Bossi e soci non si fanno più vedere perchè tira una brutta aria. La Lega non ha il coraggio di mettere un chiosco”.
Elvira non è una politologa.
E, però, per capire che aria tiri da queste parti valgono più le sue parole che i discorsi di un pezzo grosso di partito.
Perchè in Val Seriana la politica è roba concreta, “mica tante balle”.
Si fa nelle case, nei bar affacciati sui vicoli. Frasi calate tra una carta e l’altra di una partita a briscola. Valeva ai tempi dei trionfi della Lega, quando in Val Seriana piombavano i reporter del New York Times.
E vale anche oggi: “Altro che Roma ladrona, bisogna dire Lega ladrona”, tuona Giovanni Ongaro, 53 anni.
È stato uno dei leghisti della prima ora, dal 1987 con Bossi, poi in Parlamento. Ma adesso è un nemico giurato del Carroccio: “Bossi, Maroni e company sono diventati più romani dei romani. E i risultati si vedono, stanno perdendo tutta la valle”.
E giù a enumerare i comuni che la Lega ha perso in una manciata di anni: “Gandino, Castione della Presolana, Leffe, Ardesio… perfino Albino, la nostra ‘città ‘ che ha quasi ventimila abitanti”.
Chi l’avrebbe detto? Ha vinto il centrosinistra, mentre il Pdl ha cacciato il sindaco del Carroccio e ha imposto un suo candidato.
Pier Giacomo Rizzi, l’ex sindaco ha corso da solo: “L’ho fatto per far perdere la Lega, e ci sono riuscito. Al ballottaggio ho appoggiato il centrosinistra, perchè hanno ideali diversi, ma sono gente di cui mi fido. Questo governo ha fatto solo danni: più tasse locali, tagli selvaggi e un federalismo che è una patacca. Ad Albino nel 2011 arriveranno 60 mila euro in meno e il prossimo anno ci toglieranno addirittura 600 mila euro. Eccola la Lega al governo!”, non ha dubbi Rizzi.
Spiega: “Il segreto della Lega era la buona amministrazione che partiva dal territorio. Ma poi hanno cominciato a fare affari. Io avevo bloccato le nuove costruzioni perchè qui rischiamo di mangiarci la nostra terra con il cemento… e così sono stato cacciato via perchè non ho seguito la politica palazzinara. Ma la gente non è stupida e ha abbandonato la Lega”.
Alla fine ha vinto Luca Carrara (centrosinistra): “Abbiamo fatto una proposta seria e gli elettori ci hanno premiato. Nella Lega c’era un malumore fortissimo, il partito si era fatto imporre perfino un candidato del Pdl”.
L’imputato numero uno è lui, Bossi.
E pensare che fino a pochi anni fa quando pronunciavi il suo nome quasi si toglievano il cappello. A Pontida, che sta a due passi, correvano tutti ad applaudirlo.
Invece adesso il Senatùr meglio che non si faccia vedere: “Lui e il suo familismo: prima il clan della famiglia Marrone, la moglie. Poi addirittura il figlio, il Trota. Vergogna…”, sbotta Ongaro. Certo, ormai è un avversario politico, con la sua Unione Padana.
Ma tanti la pensano così: “Noi siamo gente che lavora. Bossi ha sempre campato senza lavorare”. I vecchi slogan si ritorcono contro il leader.
La lega non è morta. Se qualcosa, però, sopravvive non è merito dei leader, ma dei sindaci, dei consiglieri comunali.
Cesare Maffeis, il sindaco leghista di Cene, all’inizio mostra sicurezza: “Io ho preso il 67 per cento dei voti. Qui in 20 anni la Lega ha dato un buon esempio di governo. Noi abbiamo un legame personale con la nostra gente”.
Ma poi i problemi vengono fuori: “La Val Seriana aveva il Pil pro capite più alto d’Europa e adesso ogni giorno c’è un’azienda che chiude. Io sto lottando per tenere l’ambulanza medicalizzata qui… non esiste che in trenta chilometri di valle non ci sia un’ambulanza. Non esiste”.
Ecco, la Lega di lotta, ma è dura quando al governo ci sono i tuoi.
Alla fine anche Maffeis ammette: “La base leghista avrebbe desiderato una rottura anticipata, molto anticipata. Ci sono dei problemi, c’è tensione”.
Si sale per la valle, tra le case color pastello, discrete come il carattere degli abitanti.
Tra i capannoni delle fabbriche tessili, delle grandi officine meccaniche.
Sono passati venticinque anni da quando “l’Umberto” saliva su per di qua con la sua Citroà«n Pallas scassata.
Altri tempi: “Adesso ha l’auto blu e pensa alla sua famiglia. Ma noi vogliamo solo che le nostre fabbriche non chiudano e che le nostre tasse non finiscano tutte al Sud”.

Ferruccio Sansa e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BERLUSCONI NON C’E’ PIU’, MA LO STATO CONTINUERA’ A PAGARLE

Novembre 14th, 2011 Riccardo Fucile

SOUBRETTE, MODELLE E IGIENISTE DENTALI : IN UN’INTERCETTAZIONE BERLUSCONI SPIEGAVA COME SI ERA LIBERATO DELLE SUE GIRLS

“Me le sono tolte dai coglioni, lo Stato le paga lo stipendio”.
L’illuminato assioma è di Silvio Berlusconi. Lo rivela Barbara Faggioli a Nicole Minetti nel corso di una telefonata intercettata dai pm milanesi titolari dell’inchiesta Ruby.
E a guardare in consigli comunali, provinciali, regionali e nelle aule del Parlamento si trovano decine e decine di ragazze che il premier è stato così cortese da togliersi “dai coglioni” scaricandone il mantenimento allo Stato.
Cioè dei contribuenti.
Di quelli che in Italia le tasse le pagano e che non hanno seguito il suo monito da statista: “Giusto evadere le tasse esagerate”.
Lui cade, trascina con sè il Pdl, ma al Paese lascia (anche) le rappresentanti della corrente forza gnocca elette in mezza Italia.
A cominciare proprio da Nicole Minetti, simbolo di “forza gnocca” nonchè regina indiscussa delle notti a ritmo di bunga bunga.
L’ex valletta e igienista dentale, dal premier apprezzata per le performance sul palo di lap dance ad Arcore tanto da meritare la benedizione di papi con il crocifisso, è stata inserita nel listino bloccato di Roberto Formigoni.
Lo stipendio a carico della Regione Lombardia è di circa ventimila euro al mese.
Sta bene, lo ammette anche lei in diverse telefonate.
Invece l’amica Barbara Faggioli dal consiglio comunale di Milano, dove Berlusconi le ha garantito una poltrona, vuole arrivare a Montecitorio.
Se ne lamenta con l’amica. “Facciamo come la Carfagna. A lui gli fa comodo mettere me e te in Parlamento, perchè lui dice me le sono levate dai coglioni, lo Stato le paga lo stipendio”. Faggioli si lamenta. “Che cazzo faccio sto in Comune per altri cinque anni? A guadagnare 600 euro”.
Meglio il Parlamento in effetti. Minetti preferisce restare dove è. “Io sto troppo bene a Milano, me ne sto lì dove sono, sto da Dio”.
A Roma “alla fine guadagnerei uguale, perchè guadagni duemila euro in più, chi se ne frega per duemila euro”.
Anche perchè in Regione l’impegno profuso in questi anni da Minetti è pari a zero. Ma almeno partecipa con assiduità  alle sedute consiliari.
Francesca Pascale, invece, in aula è entrata appena una volta.
La 26enne meteora dello spettacolo è stata eletta nelle file di forza gnocca nel 2009 al consiglio provinciale di Napoli.
Da allora ha preso parte ad appena una riunione della commissione Lavoro.
In media le commissioni si riuniscono 20 volte al mese.
Ma non manca nelle serate di relax del premier. Mercoledì, nelle ore tra le più drammatiche per il Paese, la papi-girl è corsa a Palazzo Grazioli con la sua Smart sfilando davanti le decine di giornalisti assiepati in attesa di comunicare al mondo la liberazione e la caduta del berlusconismo.
Il cavaliere era comprensibilmente stressato.
Pascale percepisce uno stipendio di circa diecimila euro.
Poco meno di Giovanna Del Giudice, ex meteorina del Tg4 di Emilio Fede, che alla Provincia di Napoli è riuscita a ottenere persino il posto di assessore.
Come Antonia Ruggiero, anche lei assessore ma in Regione Campania.
Lei ha ringraziato pubblicamente: “Mi ha voluta lui”.
Fortuna toccata anche a Emanuela Romano, oggi assessore a Castellamare di Stabia, in provincia di Napoli, ed esclusa dalle liste per le Europee a causa dell’uscita di Veronica Lario sul “ciarpame senza pudore”.
Anche a Bruxelles di donne “di cui fidarsi” il premier ha fatto in tempo a sistemarne.
Laura Comi si è salvata dall’epurazione. Così come Barbara Matera e Licia Ronzulli, indicata come prima vera “selezionatrice” delle pulzelle da portare nelle cene eleganti del premier.
Le eurodeputate hanno stipendi più bassi e meno benefit rispetto alle colleghe sedute a Roma.
Del resto, la Casta più privilegiata al mondo, ormai è noto, siede a Montecitorio.
E le rappresentanti di forza gnocca (quasi una corrente del Pdl) qui sono addirittura salite al governo.
È deputata Elvira Savino, amica dell’ape regina Sabina Began.
Alla Camera siede anche Mariarosaria Rossi, badante di B. fino a essere stanca del bunga bunga (“che palle, ti saluto”, disse a Fede).
Qualche scranno di lato e si trova Gabriella Giammanco, ex giornalista del Tg4 ed ex fidanzata di Augusto Minzolini.
Ma le vere pupille di Berlusconi hanno conquistato il governo: Mariastella Gelmini, Michela Vittoria Brambilla e la preferita Mara Carfagna.
Di cui il Cavaliere tesse le lodi al telefono con il latitante faccendiere Valter Lavitola.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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AGENTI DI CUSTODIA, 750 RECLUTE FERME. MA SERVONO PER LA PARATA DEL MINISTRO

Novembre 14th, 2011 Riccardo Fucile

LA POLIZIA PENITENZIARIA E’ SOTTO ORGANICO, FINALMENTE ARRIVANO DELLE ASSUNZIONI MA NITTO PAOLA HA VOLUTO LE RECLUTE PER LA SFILATA A ROMA… L’ASSEGNAZIONE ALLE SEDI PUO’ ASPETTARE

Da due mesi 750 reclute della polizia penitenziaria sono inutilizzate, in attesa di essere impiegate nelle carceri italiane che soffrono di una cronica carenza di personale.
Sono rimaste “disoccupate”per tutto questo tempo perchè hanno dovuto attendere di essere passati in rassegna ieri a Roma, dal ministro della Giustizia Nitto Palma.
Il Guardasigilli ha sfileto davanti a loro a bordo di una lussuosa jeep cabrio nel corso della cerimonia di giuramento del 163/mo corso che si terrà  nella Scuola di formazione della Polizia Penitenziaria di via di Brava 99.
Ma questa cerimonia è stata pesantemente ctiticata dai sindacati di polizia, in particolare da quelli di area centrodestra. “È un inutile spreco di risorse”, tuona Domenico Mastrulli, segretario generale dell’Osapp. “Inopportuna – ha aggiunto – nel momento in cui il governo è dimissionario”.
“Mandate quegli agenti nelle zone colpite dall’alluvione in Liguria”, è l’appello al ministro della Giustizia di Donato Capece e Roberto Martinelli, segretario generale e segretario generale aggiunto del Sappe.
“Di quelle 750 reclute – aggiungono – 100 si erano “diplomati” nella scuola di Cairo Mmntenotte. Anzichè stare fermi nelle scuole a fare nulla, sarebbe stato meglio destinarli a Genova per metterli a disposizione delle autorità  e della Protezione Civile. Nell’immediatezza dell’esondazione dei torrenti, nella zona di Marassi, una trentina di agenti hanno fornito un importante contributo ai cittadini del quartiere devastato”.
Ma l’appello a Nitto Palma di mandare i neo-poliziotti “a spalare fango a Genova” è rimasto inascoltato.
Anche il vice capo del Dap, Simonetta Matone, ha rifiutato la proposta dei sindacati: quegli agenti dovevano servire per la sfilata davanti al ministro.
La parata simil militare, sì.
Aiutare le popolaziioni liguri vittime dell’alluvione, no.
Prendere servizio nelle carceri super affollate, no.
Solitamente il giuramento si teneva nella Scuola dove si era svolto il Corso di Formazione, tra Parma, Roma, Sulmona, Cairo Montenotte e Catania.
Nonostante i tagli lineari del governo Berlusconi che hanno messo in ginocchio il sistema-sicurezza in Italia, il ministro Nitto Paola ha deciso comunque di spostare tutti i 750 agenti a Roma e di organizzare così un mega giuramento in pompa magna.
È come se, per intenderci, il ministro La Russa decidesse di spostare tutte le reclute di tutte le caserme d’Italia a Roma, per giurare fedeltà  alla Patria.
Nitto Palma, per disinnescare la mina di una manifestazione di protesta annunciata dai due sindacati proprio nel giorno della cerimonia, li ha ricevuti promettendo loro una accelerazione della procedura di assegnazione delle reclute.
Il Sappe ha ricordato al Guardasigilli come il sistema carceri sia “alle soglie dello “stato di calamità ” con oltre 67mila detenuti presenti, a fronte dei circa 43mila posti letto, e 7mila e 500 agenti in meno in organico”.
I soldi sprecati per la fastosa cerimonia del giuramento nella Capitale avrebbero potuto, sostengono i sindacati, finanziare “il mancato pagamento di migliaia di missioni svolte dal personale. Le decine di migliaia di ore di lavoro straordinario non pagate. Il miglioramento delle pessime condizioni di molti posti di servizio nei quali quotidianamente lavorano i “baschi azzurri””.
La protesta sindacale è stata dunque sospesa. Ma il malumore delle organizzazioni di categoria resta.
“Questi 750 neo agenti – spiega ancora Mastrulli, avrebbero potuto tranquillamente fare il giuramento nelle tre scuole d’Italia dove hanno svolto il corso. È stato troppo costoso farli venire apposta a Roma”.
Solo 300 agenti, infatti, saranno ospiti all’interno della scuola di Roma, gli altri saranno alloggiati in albergo e quindi ci saranno 2000 notti da pagare, pullman dell’amministrazione che viaggiano per mezza Italia, andata e ritorno, spese di missione.
Un costo stimato dai sindacati in alcune decine di migliaia di euro.
Troppi, in un momento di crisi dell’economia. E della politica.

(da “L’Espresso”)

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IL PROCESSO AL CAPO E LE POLTRONE PERDUTE

Novembre 13th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO LE DIMISSIONI DEL CAVALIERE IL PDL SI SPACCA, NEL MIRINO SOPRATTUTTO VERDINI… MA C’E’ CHI RIMPIANGE LO STRAPPO CON FINI: TRA QUESTI LA RUSSA

In nero. Come delle vedove.
Le donne del Pdl, dalla Rizzoli alla Rossi, dalla Savino alla Biancofiore, sfilano per il Transatlantico e ostentano il loro lutto con un insolito total black.
Pantaloni, camicie, gonne, giacche. I
n aula, il partito dell’amore riserva un’ovazione di pancia al premier, ma fuori, sui divanetti e nel cortile di Montecitorio, si celebra un lucido processo di testa a B.
In tanti, donne e uomini azzurri, avrebbero voluto “l’ultimo colpo di coda del Caimano”. Testuale.
Non un Capo rassegnato e terreo in volto.
Il paradosso è che sono rimasti berlusconiani senza Berlusconi. E gli rinfacciano, spietati e nostalgici allo stesso tempo, una lunga serie di errori.
Pure i leghisti si lagnano: “Bossi si sente tradito da Berlusconi”.
Ignazio La Russa, a capo di una pattuglia mista di ex An ed ex forzisti anti-Monti, fa un’ammissione nel chiuso della barberia: “Al momento della rottura siamo stati troppo duri con Fini”.
“Fregati da Pomicino, non dai pm” .
L’elenco dei rimpianti che conduce al governo Monti via mercati finanziari inizia dal dicembre dello scorso anno: lo strappo di Fli e i Responsabili di Domenico Scilipoti in maggioranza. Voci sparse dai capannelli del Pdl: “Dopo la rottura con Fini bisognava andare subito al voto”. Poi: “Sei mesi fa dovevamo cedere all’Udc di Casini e mettere Alfano a Palazzo Chigi”.
Punto d’arrivo: “Alla fine il presidente non è stato fatto fuori dai magistrati, ma da Cirino Pomicino che ha fatto la campagna acquisti per Casini”.
E sono arrivati “i poteri forti, le banche, il capitalismo finanziario”.
Cioè, Mario Monti.
L’ultimo atto di B. è un ritorno alle ideologie del Novecento. I postmissini sono i più agguerriti. La ministra Meloni, lo stesso La Russa parlano di “vittoria del capitale e dei padroni”.
Marcello de Angelis, direttore del “Secolo d’Italia” con un passato nero da extraparlamentare, fa un paragone tremendo: “Veltroni ha ricordato i tempi dell’unità  nazionale contro le Brigate Rosse. Stavolta invece serve contro il terrorismo finanziario. Con una differenza però: nominare Monti è come se all’epoca avessero messo Mario Moretti o Renato Curcio a capo del governo per combattere le Br”.
Continua De Angelis: “È da luglio che Napolitano preparava tutto”.
La linea anticapitalista va da Scilipoti ai comunisti di “Liberazione”.
Tutto il potere a Bilderberg, la famigerata lobby dei potenti di tutto il mondo.
Anche Daniela Santanchè si adegua: “Da domani vigilerò sui rapporti tra Goldman Sachs e la Pubblica amministrazione”.
Un altro ministro deluso, Gianfranco Rotondi, da sofista democristiano, fornisce una versione diversa: “Stanotte ho sognato Francesco Cossiga che mi ha detto che sta rinascendo il centrosinistra con il trattino. Noi facciamo il centro. Il Pdl è morto”.
La sostanza però non cambia, rispetto ai ragionamenti degli An contro “i padroni”: “Questo è un golpe, non c’è dubbio”.
La rissa per i sottosegretari.
Alle tre del pomeriggio, le varie bande del Pdl entrano in fibrillazione per il pranzo tra B. e Monti.
Si va immediatamente al sodo: “I sottosegretari sono politici o tecnici?”.
Si fanno le divisioni, calcolando la formula breve di Monti: dodici ministri e venticinque posti di sottogoverno.
Nel Pdl il dibattito è più largo: Frattini, Bernini, Fitto e altri ministri uscenti si battono per un esecutivo politico che li incolli alla poltrona fino al 2013.
Il sabato del potere perso.
Mario Pepe, cervello politico degli ex Responsabili, è crudele con il sottosegretario all’Istruzione Pino Galati, nominato meno di un mese fa: “Galati non ha fatto in tempo a sedersi sull’auto blu”.
Sulla strategia da seguire, le correnti di pensiero nel Pdl sono tre: i frattiniani per il 2013, gli ex An per il governo tecnico a tempo e infine i peones per il voto immediato.
Dopo il fallito tentativo di lanciare Lamberto Dini, La Russa, Matteoli, Meloni più Sacconi e Brunetta sono i crociati del Monti tecnico a tempo con l’esclusivo programma economico della lettera alla Bce (niente riforme istituzionali quindi, nè legge elettorale).
In serata, all’ufficio di presidenza del Pdl a Palazzo Grazioli, è questa la linea che passa, simmetrica a quella del Pd di Bersani. “Così stacchiamo la spina quando vogliamo”, è il refrain bipartisan che si sente a Montecitorio e che consente ai due poli di non mettere troppe impronte digitali su questo nuovo esecutivo.
E il fatto che Gianni Letta rimanga fuori fa gongolare di gioia molti berlusconiani invidiosi che non hanno mai sopportato il Ciambellano già  andreottiano di Palazzo Chigi.
In questo storico sabato 12 novembre 2011 sono tante le vendette amare che si consumano. Un autorevole forzista della primissima ora ammette: “Berlusconi ha fatto la fine che si merita. In questi anni ha dato troppo spazio a deputati di prima nomina dimenticandosi dei vecchi amici”.
Verdini nel mirino.
L’accusato numero uno si chiama Denis Verdini, il banchiere peone diventato triumviro onnipotente del Pdl e regista di tutte le trattative nell’ultimo anno.
Il Responsabile centrista Francesco Pionati, mancato sottosegretario in più di un’occasione, fa un tipo di ragionamento simile: “Berlusconi si è infilato in un vicolo cieco a causa dei cattivi consiglieri. Gli ho sempre detto di liberarsi della zavorra per dare un colpo d’ala. Ma non è successo ed eccoci qua. Il berlusconismo però non è morto”.
L’ultima immagine dei berlusconiani nell’ultimo giorno di B. è quella dei ministri che vanno alla residenza privata del premier per l’ufficio di presidenza del Pdl.
Chi va a piedi, chi in macchina.
Per tutti lo stesso trattamento: “Buffoni, andate a lavorare”.
Lo gridano anche al falco Giorgio Stracquadanio, che per l’ennesima volta litiga con giornalisti e passanti.
I sostenitori del Pdl in piazza sono pochissimi. Non è una foto da guerra civile. S
ono giovani e capitanati dalla napoletana Francesca Pascale.
Un deputato centrista del Pd, Stefano Graziano, annota: “Il film è finito, vedrete, da lunedì si ribalterà  tutto e inizierà  una storia tutta nuova”.
Con tanti berlusconiani che si sentono orfani di B.

Fabrizio D’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA TELEVENDITA DI UN SOGNO

Novembre 13th, 2011 Riccardo Fucile

IL SET E’ STATO SMONTATO, RESTANO LE MACERIE, LA LUNGA PAUSA PUBBLICITARIA DI SILVIO E’ FINITA

Oggi è il giorno che chiude un ventennio, uno dei tanti della nostra storia.
E il pensiero va al momento in cui tutto cominciò.
Era il 26 gennaio 1994, un mercoledì.
Quando, alle cinque e mezzo del pomeriggio, il Tg4 di Emilio Fede trasmise in anteprima la videocassetta della Discesa In Campo.
La mossa geniale fu di presentarsi alla Nazione non come un candidato agli esordi, ma come un presidente già  in carica.
La libreria finta, i fogli bianchi fra le mani (in realtà  leggeva da un rullo), il collant sopra la cinepresa per scaldare l’immagine, la scrivania con gli argenti lucidati e le foto dei familiari girate a favore di telecamera, nemmeno un centimetro lasciato al caso o al buongusto.
E poi il discorso, limato fino alla nausea per ottenere un senso rassicurante di vuoto: «Crediamo in un’Italia più prospera e serena, più moderna ed efficiente… Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano».
Era la televendita di un sogno a cui molti italiani hanno creduto in buona fede per mancanza di filtri critici o semplicemente di alternative.
Allora nessuno poteva sapere che il set era stato allestito in un angolo del parco di Macherio, durante i lavori di ristrutturazione della villa.
C’erano ruspe, sacchi di cemento e tanta polvere, intorno a quel sipario di cartone.
Se la telecamera avesse allargato il campo, avrebbe inquadrato delle macerie.
Oggi è il giorno in cui il set viene smontato.
Restano le macerie.
La pausa pubblicitaria è finita.
È tempo di costruire davvero.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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