Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
CON IL NO DELLA LEGA SULLA RIFORMA DELLA PREVIDENZA SOCIALE, IL PREMIER SI PRESENTA IN EUROPA CON UNA LETTERINA DI INTENTI IN CUI RICICLA I BUONI PROPOSITI DI AGOSTO… MA GIOVEDI’ VI SARA’ L’ESAME DELLE BORSE E DEI MERCATI
Da un lato l’Unione europea, dall’altro i mercati, al centro il braccio di ferro con la Lega. 
E nella manica non un asso, bensì una carta d’attesa: la letterina dei buoni propositi da presentare all’Ue, sperando che ci creda e che ci credano anche e soprattutto le borse.
Silvio Berlusconi si presenterà così a Bruxelles per partecipare al Consiglio europeo che dovrà decidere della bontà dei provvedimenti sulla crescita e, di conseguenza, sulla tenuta del suo governo.
Il problema, però, è che le misure per lo sviluppo non ci sono o, meglio, sono le stesse delle due manovre finanziarie d’estate.
In attesa del responso, l’esecutivo ha vissuto la giornata più difficile della legislatura.
Dopo 24 ore di vertici di partito e summit di coalizione, infatti, la montagna ha partorito due topolini: la missiva per Bruxelles e l’accordo con la Lega sulla riforma delle pensioni.
In tal senso, Bossi non ha mollato: si è detto disponibile al tetto dei 67 anni, ma ha alzato barricate sulle pensioni di anzianità .
Secondo alcune indiscrezioni, per l’età pensionabile si parlerebbe di un maxi scalone con applicazione progressiva dal 2012 al 2025.
Solo un brodino, quindi, per la fame di riforme del governo, che ora deve far passare per buona un’intesa al ribasso.
La ‘vittoria’ leghista è confermata anche dal titola d’apertura de La Padania, che in prima pagina rilancia il concetto con toni trionfalistici.
Incassata la vittoria di Pirro, il presidente del Consiglio cercherà di aggirare l’ultimatum di Bruxelles, che attende di conoscere i contenuti e il calendario del pacchetto per il rilancio della crescita.
Sarà un attesa vana, che il Cavaliere cercherà di aggirare con un memorandum di intenti.
Quest’ultimo punterà su due diversivi: l’ennesima riproposizione di ciò che è stato fatto (le finanziarie di agosto e settembre) e le rassicurazioni su ciò che si vorrà fare, ovvero il pareggio di bilancio entro il 2013.
Con quali strumenti?
Sempre gli stessi: solide basi per il gettito da recuperare con la lotta all’evasione e ferrea volontà di confermare i tagli.
Quanto alla ripresa, Silvio Berlusconi confermerà l’intenzione di procedere sul fronte delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni, delle dismissioni così come su quello della riforma del mercato del lavoro e della ‘sburocratizzazione’ per le imprese.
Per quanto riguarda le pensioni, invece, il capo del governo annuncerà i piccoli ritocchi concessi dalla Lega e cercherà di confermare la sostenibilità del sistema pensionistico italiano.
L’Europa gli crederà ? Può darsi.
Per un motivo ben preciso: perchè Germania e Francia – è il pensiero del premier — non potranno protestare più di tanto visto che una caduta dell’Italia rischia di trascinare nel baratro anche tutta l’economia continentale.
Se l’Europa accettasse il compromesso made in Italy, però, il governo dovrà superare un altro esame, ancor più arduo.
Giovedì, infatti, i mercati potrebbero condannare definitivamente la mancanza di uno strumento per la crescita del Paese.
E in tal caso Berlusconi dovrà davvero mettere mano alle pensioni di anzianità o studiare qualche exit strategy, con il rischio concreto che Umberto Bossi decida di staccare davvero la spina.
In questa direzione vanno lette le indiscrezioni circolate oggi, a cominciare dall’ipotesi di un governo Letta o Schifani in caso di fine anticipata dell’esecutivo, con allargamento ad una coalizione di responsabilità e conseguente strappo definitivo con il Carroccio.
Berlusconi, però, a questa eventualità non vuole neanche pensare: proverà a resistere, almeno fino a Natale, in modo da preparare una uscita di scena ‘dolce’ che potrebbe arrivare a gennaio.
Ma il 2012 è ancora lontano: il futuro del presidente del Consiglio e del suo esecutivo è nelle mani dell’Europa e dei mercati finanziari.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
WALTER PASSERINI NEL SUO LIBRO “SENZA PENSIONI” SPIEGA PERCHE’ IL DECRETO SVILUPPO E’ TARDIVO E INEFFICACE
Walter Passerini, autore con Ignazio Marino del libro “Senza pensioni”, racconta perchè il
provvedimento pensato da Berlusconi per il decreto sviluppo è tardivo e poco efficace.
“I governi di centrodestra hanno fatto il gioco del cerino e intanto ci raccontavano favole”.
Se non si agevola l’ingresso al lavoro dei giovani e delle donne, una “generazione sprecata” è condannata a una vecchiaia di poverta.
Nel suo libro descrive un futuro, neppure troppo lontano, in cui i giovani del lavoro nero e del precariato spinto compiranno 65 anni e da lì in poi sbarcheranno il lunario con l’assegno sociale, poco più di 300 euro al mese.
Insomma, saranno tecnicamente poveri.
E molti altri, che i contributi li avranno regolarmente versati, almeno in parte, rimedieranno pensioni neppure lontanamente paragonabili a quelle dei loro genitori.
La povertà sarà uno spettro anche per loro a causa del passaggio dal sistema retributivo (pensione calcolata in base agli ultimi stipendi) al sistema contributivo (pensione legata ai contributi realmente versati durante la vita professionale), combinato con la crescente precarietà del lavoro e la mancanza di crescita economica.
Per questo Walter Passerini, autore insieme a Ignazio Marino di Senza Pensioni. Tutto quello che dovete sapere sul vostro futuro e che nessuno osa raccontarvi (Chiarelettere 2011, 13,90 euro), accoglie con un certo sarcarsmo la proposta di Silvio Berlusconi sull’innalzamento da 65 a 67 anni dell’età pensionabile.
“Doveva essere fatto almeno cinque anni fa, invece ci dicevano che andava tutto bene. Dopo tutte le favole che ci hanno raccontato, ora scoprono che bisogna intervenire sulle pensioni”, ironizza Passerini, giornalista economico, fondatore di Corriere Lavoro nei primi anni Novanta e oggi responsabile di “Tuttolavoro”, inserto della Stampa.
“Certo che l’età per le pensioni di vecchiaia va alzata, anche per ragioni demografiche”, continua Passerini, “ma attraverso un processo graduale. Bisogna però mettersi in testa che con le pensioni non si può fare cassa per tamponare il debito pubblico. Quello che è accaduto alle donne dipendenti del pubblico impiego, che con la manovra estiva hanno visto l’età pensionabile alzarsi da un giorno all’altro da 60 a 65 anni, è vergognoso”.
Il colpo che Berlusconi intende sfoderare davanti ai partner europei, insomma, ha le polveri bagnate.
Un provvedimento da un lato tardivo e dall’altro incompleto, a maggior ragione se l’intento è innescare sviluppo economico.
“In Italia, il dibattito politico sulle pensioni si concentra sempre sulle uscite, mai sulle entrate”.
Maggiori risorse possono essere raccolte “colpendo l’evasione contributiva”, ma ancora di più “agevolando l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani e delle donne”.
Se no, dice ancora Passerini, “continuiamo a tappare i buchi, ma non mettiamo più acqua nella vasca. E non usciamo dal paradosso che oggi a pagare le pensioni di chi ha smesso di lavorare sono i precari e gli immigrati”.
Rischiano, e molto, anche le pensioni di anzianità , legate agli anni di contributi versati (e anche queste già ampiamente riformate negli ultimi anni).
Sono una particolarità italiana rispetto all’Europa, ma attenzione, ricorda Passerini, “riguardano persone che hanno inziato a lavorare a quindici anni, magari con lunghi periodi di nero, che oggi diventano il capro espiatorio dell’irresponsabilità di un’intera classe politica”.
Irresponsabilità politica, altro tema ricorrente nel libro di Passerini e Marino (quest’ultimo giornalista di Italia Oggi specializzato in previdenza).
“Mentre i governi di centrosinistra hanno fatto interventi seri, penso soprattutto alla riforma Dini del 1995″, spiega Passerini, “quelli di centrodestra hanno spostato il cerino sempre più in là , hanno nascosto la polvere sotto il tappeto. Il problema è che chi tocca le pensioni perde consenso. Ma credo che ormai questo governo non abbia la credibilità per fare una riforma vera”.
Intanto la “bomba previdenziale” resta innescata, e in mancanza di interventi strutturali seri scoppierà in faccia a quella che in Senza Pensioni è definita “una generazione di sprecati”.
Mario Portanova
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
VETTURE DI LUSSO PORTANO IN GIRO I FUNZIONARI DI POLIZIA MENTRA UNA NORMA RISCHIA DI CANCELLARE L’IDEA DI FALCONE… AL POLO TUSCOLANO 70 VETTURE A DISPOSIZIONE DEI DIRIGENTI, QUANTO LE VOLANTI DELL’INTERA CITTA’
Bmw X3, Mercedes classe E, Audi A6. E poi Volvo, Citroen, altri modelli di Bmw, persino Mini Cooper.
I tempi sono sempre più magri, ma non per tutti.
Nonostante il decreto legge della Presidenza del Consiglio che imporrebbe auto blu di cilindrata massima 1600 cc, curiosando al “Polo Tuscolano” della Polizia si trova di tutto.
Una struttura tutta specchi inaugurata nel 2005 proprio di fronte agli studi di Cinecittà , a Roma, che ospita ben quattro direzioni centrali: l’anticrimine (al cui interno ci sono lo Sco, la scientifica e il controllo del territorio), la polizia di prevenzione (l’Ucigos), l’immigrazione e le specialità .
Quindi quattro direttori centrali, i soli che — secondo un regio decreto ancora in vigore (da allora sono state emanate solo circolari interne) — avrebbero diritto alla vettura anche per essere accompagnati a casa.
Tutti gli altri, alti dirigenti e funzionari compresi, potrebbero salire a bordo solo per lo svolgimento del proprio servizio sul territorio e per fini istituzionali.
Eppure ogni giorno dal Polo Tuscolano escono circa 35 vetture nuove e di grossa cilindrata e almeno altrettante sono quelle che rimangono parcheggiate “a disposizione della segreteria”.
Impossibile quantificare la spesa: non tutte sono di proprietà del Dipartimento della Pubblica sicurezza, cioè del Viminale.
Alcune vengono noleggiate perchè, secondo l’amministrazione, i contratti con le società di noleggio sono più convenienti.
Ci sarebbero persino auto di altre amministrazioni, per esempio l’ente Poste, messe a disposizione dei vertici.
Se si pensa che per ogni vettura ci sono almeno due autisti e che ogni dirigente ha a disposizione anche più di quattro ruote, si comprende bene lo spreco di denaro pubblico.
Forse, però, la cosa che fa arrabbiare di più — soprattutto i poliziotti — è che il numero delle auto presenti al Polo Tuscolano supera quello totale delle volanti (non certo nuove o di lusso) presenti sull’intero territorio della capitale.
Secondo i dati del Silp, ogni turno prevede l’uscita di 20 volanti dalla caserma di via Guido Reni e di altre 30 volanti dai commissariati.
“La classe politica non è all’altezza di controllare la classe amministrativa — commenta Gianni Ciotti, segretario provinciale Silp —. Nonostante varie censure della Corte dei Conti, si fa un uso abnorme delle auto blu. Il decreto emanato in agosto dalla Presidenza del Consiglio sta cercando di mettere ordine nella giungla normativa, ma noi ribadiamo che si tratta di una questione culturale”.
Se le volanti rimangono senza benzina, non si capisce perchè le auto blu debbano girare indisturbate.
C’è, però, un altro elemento che allarma le forze dell’ordine.
Nella legge di stabilità , a meno di stravolgimenti politici, è inserito un comma che, unito ai tagli al comparto, andrebbe ad uccidere la Direzione investigativa antimafia. Proprio quella voluta da Giovanni Falcone, quella che fa sbandierare al ministro Maroni i dati sui sequestri e sulle confische: 5,7 e 1,2 miliardi di euro tra il 2009 e il primo semestre 2011.
Il comma 21 dell’articolo 4 colpirebbe il “Tea”, trattamento economico aggiuntivo, riducendo del 20 per cento gli stipendi dei 1300 operatori. I sindacati di polizia hanno calcolato che, assieme ai tagli operati negli ultimi anni, alla Dia mancherebbero ben 13 milioni di euro.
Una riduzione che comporterebbe la morte dell’antimafia.
Con un comunicato congiunto, Silp Cgil, Anfp, Siulp, Sap, Siap Ciosp, Consap, Ugl e Uil hanno chiesto lumi al titolare del Viminale, denunciando un “senso di mancata considerazione per l’opera prestata con impegno costante e abnegazione, a volte mettendo a repentaglio la propria incolumità , nella consapevolezza e convinzione di rendere un servizio al Paese”.
A metterci il carico da 90 ci hanno pensato poi i rappresentanti dei carabinieri: un provvedimento “assolutamente incomprensibile — si legge in una nota del Cocer — che sarebbe apparso più logico ed accettabile se fosse stato promanato da quegli individui che gli uomini della Dia hanno assicurato alla giustizia”.
Il timore è che non si tratti soltanto di fare cassa, ma di voler deliberatamente uccidere un organismo fondamentale nelle inchieste che sfiorano anche apparati dello Stato.
Il mondo dell’antimafia è in rivolta, da Libera di don Ciotti alla Fondazione Caponetto a Rita Borsellino.
Finora, però, senza risultati.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
SPUNTA LA NORMA CHE CONCEDE PIU’ DISCREZIONALITA’ NELLA LEGITTIMA PER I FIGLI… IL PREMIER POTREBBE DESTINARE A PIACERE META’ DELLE QUOTE RISERVATE ALLA PROLE, GARANTENDO LA MAGGIORANZA FININVEST A MARINA E PIERSILVIO…E’ LA QUARANTESIMA LEGGE AD PERSONAM
Il diavolo sta nei dettagli.
E tra le pieghe del Decreto sviluppo imposto all’Italia da Berlino e Parigi si nasconde la 40esima legge ad personam dell’era Berlusconi: la “taglia-legittima” (o “anti-Veronica”).
Tre righe secche mimetizzate a pag. 203 della bozza che restituiscono al Cavaliere il ruolo di king-maker nella delicata partita per la successione nella dinastia di Arcore.
Il succo della questione è semplice: se Berlusconi, toccando tutti i ferri del caso, facesse testamento con le leggi attuali, il controllo di Fininvest passerebbe di diritto alla seconda moglie Veronica Lario e ai figli Barbara, Eleonora e Luigi con una quota del 56,1%.
Relegando Marina e Piersilvio nello scomodo ruolo di azionisti di minoranza con il 43,9%.
Il Decreto sviluppo – ritoccando l’articolo 537 bis del Codice civile – cambia le carte in tavola e rimette il premier al centro dei giochi: consentendogli, in teoria, di lasciare fino al 53,38% dell’impero di famiglia ai due primogeniti e di ridimensionare Veronica e i suoi figli a soci di Serie B con il 46,62%
A garantire il miracoloso ribaltone è la revisione della legittima, la quota di eredità che spetta per legge in caso di morte a moglie e figli.
Oggi la norma ha paletti rigidi che limitano la discrezionalità del genitore che redige il testamento.
Nel caso dei Berlusconi, per dire, il presidente del Consiglio sarebbe obbligato a girare il 25% del suo patrimonio alla moglie – e Veronica Lario è tale fino al
divorzio – e il 50% ai figli, diviso in parti uguali.
A lui rimarrebbe in mano solo il 25% da distribuire a piacere.
Questa formula concentrerebbe automaticamente nelle mani della seconda moglie e dei suoi tre figli il controllo del Biscione.
Visti gli screzi in famiglia, il premier è da tempo a caccia di una soluzione che gli liberi le mani.
Il primo Cavallo di Troia – andato in fumo – è stata un norma presentata dalla Associazione delle aziende familiari (Adaf) che tagliava tout court la quota della legittima al 50% dell’eredità .
Lo scopo dell’Adaf era quello “di agevolare il passaggio di controllo delle pmi tricolori garantendo continuità aziendale e riducendo la conflittualità tra figli”. L’effetto collaterale era quello di togliere le castagne dal fuoco al Cavaliere.
Fallito questo tentativo, la legge “anti-Veronica” è rispuntata nel decreto sviluppo. L’articolo 542 conferma che alla moglie spetta un quarto dell’eredità e ai figli la metà . Ma i margini di manovra di chi redige il testamento raddoppiano: del 50% riservato ai figli, solo la metà va divisa in parti uguali.
Il resto può essere distribuito a piacere a uno o più di loro a sua scelta.
In soldoni: oggi Silvio Berlusconi ha in mano un jolly pari al 15,9% di Fininvest che non gli consente di sparigliare le carte e fa pendere l’ago della bilancia nel risiko di Arcore verso la seconda moglie.
Se la bozza diventerà legge, invece, il premier avrà a disposizione il 31,74%.
E a decidere chi terrà in futuro le redini dell’impero di casa sarà solo lui.
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
CENTO CITTADINI AQUILANI PROPONGONO UNA ALLEANZA DI LISTE CIVICHE ALLE AMMINISTRATIVE DI PRIMAVERA: “LA RICOSTRUZINE SIA PARTECIPATA”…LO SDEGNO PER LE PROMESSE NON MANTENUTE E I SIPARIETTI MEDIATICI…ECCO TUTTI I DATI SULLA SITUAZIONE REALE A DUE ANNI E MEZZO DAL SISMA: LE PALLE MEDIATICHE DEL GOVERNO
Cento cittadini aquilani lanciano un’appello sul web: «La ricostruzione sia partecipata». 
E propongono una coalizione di liste civiche alle amministrative della prossima primavera
Il teatro dei bagni folla e poi dello sdegno e dell’indignazione.
A L’Aquila, dopo il sisma del 6 aprile 2009, è andata in scena l’ascesa e caduta di Berlusconi. I siparietti mediatici, prima.
Poi, la mobilitazione della popolazione contro il governo e le sue promesse mancate: le migliaia di cittadini con le carriole in mano, per pulire il centro dalle macerie, le manifestazioni con migliaia di persone, e le firme (oltre 50mila) per chiedere una legge che ristabilisca democrazia e legalità nell’area dell’emergenza.
Ora molti dei protagonisti di quelle battaglie promuovono un appello per lanciare la loro sfida: partecipare alle elezioni amministrative con una coalizione di liste civiche.
Si ispirano alla rivoluzione gentile di Milano e Napoli. Ma sono ancor più netti e decisi: «Dei partiti non ci fidiamo più», dicono chiaro e tondo.
Nè di quelli al governo, che nella città del sisma ha mandato solo commissari ed esercito e non hanno mai ascoltato la voce dei cittadini.
Nè di quelli che siedono al Comune, retto dal Pd Massimo Cialente, accusato di essere «ambiguo e inconcludente», di alternare roboanti accuse a intensi flirt con Bertolaso prima, con l’abruzzese Gianni Letta, oggi.
A non andare giù a molti cittadini è stato il via libera del Comune al Progetto Case, le new town di Berlusconi, che hanno fatto di L’Aquila una infinita, invivibile, periferia (mentre la ricostruzione vera, a partire dal centro, è rimandata a non si sa quando).
E poi il comunicato di Cialente in difesa di Bertolaso dopo lo scoppio dello scandalo della cricca (l’ex sottosegretario è stato rinviato a giudizio per gli appalti del G8 della Maddalena). Troppe concessioni a un governo che lascia ancora a terra 4 milioni di tonnellate di macerie, e senza casa 35mila persone, di cui solo 14mila ospitate nelle new town.
Quindi — annunciano gli aquilani — faremo da soli: «Una coalizione di liste civiche», per vincere le elezioni di primavera.
Il candidato sindaco? «Lo sceglieremo tutti insieme».
Il programma? «Partiamo da idee comuni, ma vogliamo scriverlo strada facendo».
Al posto della campagna elettorale, un progetto di partecipazione aperto a tutta la città : workshop tematici da realizzare non in sale convegno, ma a contatto con la città vera, nell’immensa periferia delle new town.
«Portiamo avanti una diversa concezione della delega. Non crediamo alle primarie, nè basta un voto ogni 5 anni. Vogliamo una democrazia continua, nella quale i cittadini possano esercitare sempre controllo e partecipazione. Solo così potremo ricostruire la città , che per noi è un bene comune», spiega Ettore Di Cesare, uno dei promotori dell’appello, che ha raccolto oltre 100 firme di cittadini, esponenti della società civile, dell’economia, della cultura aquilana.
Docenti universitari, come il prorettore dell’ateneo Aquilano Giusi Pitari, la docente di ingegneria Laura Tarantino, e Antonello Ciccozzi, della facoltà di lettere, promotore di un progetto di “microzonazione del danno” per avvicinare l’assistenza ai bisogni dei cittadini: «Per il commissariato di governo chi ha un mutuo sulla casa distrutta e ha perso il lavoro e un familiare riceve la stessa assistenza di chi magari lavora nelle costruzioni e ha raddoppiato il suo fatturato», spiega Ciccozzi.
Numerose le firme di commercianti, che col centro storico ancora chiuso non riescono a riaprire l’attività .
E poi ingegneri, architetti, tecnici, impegnati direttamente nella ricostruzione, resa impossibile da norme spesso contraddittorie:
«La sicurezza della ricostruzione viene sottoposta a parametri economici, e c’è ancora troppa confusione su tempi e modalità per iniziare i lavori. Gli ordini professionali avrebbero dovuto bloccare tutto all’inizio, per chiedere regole certe, qualità e sicurezza», spiega l’ingegnere Piero De Santis, uno tra i tecnici “critici” che ha firmato l’appello.
Tra i firmatari anche molti lavoratori del distretto dell’hitech aquilano, aziende come Alenia Thales e Technolabs, che provano una difficile rinascita, tra ammortizzatori sociali e problemi logistici (oggi a L’Aquila i cassintegrati sono oltre duemila, i disoccupati 4mila).
E poi molti giovani e donne. «La politica deve cambiare genere e generazione», spiega Anna Lucia Bonanni. «Basti pensare che in Comune su 40 rappresentanti c’è solo una donna. E venti diversi gruppi consiliari. Ognuno è portavoce solo di se stesso».
Il tema della democrazia e della partecipazione è centrale, per gli aquilani che vogliono sparigliare le carte: «L’Aquila è un laboratorio sia di autoritarismo che di partecipazione», spiega Antonietta Centofanti, firmataria dell’appello e presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime della casa dello studente, dove sotto le macerie rimasero 8 giovanissimi.
E l’Aquila è anche la città della rivolta: «Dopo il sisma tanta gente è tornata ad impegnarsi in prima persona, e non può farlo nei partiti che ormai hanno perso ogni rapporto con la società . Il Consiglio comunale, il sindaco, l’opposizione, avrebbero dovuto fare da scudo, difenderci da quelli che la notte del 6 aprile ridevano, pregustando gli appalti», spiega Centofanti.
«Per fortuna siamo riusciti ad ascoltare quelle intercettazioni e questo ci ha permesso di metterci in moto. La ribellione è stata salvifica. E ora dobbiamo andare avanti. L’unica speranza è mettere in moto meccanismi di rivolta».
Per la rivolta, però, gli aquilani non aspetteranno le amministrative.
Già da questo mese sono pronti a scendere in piazza.
Su di loro pende, infatti, il fardello del pagamento delle tasse non versate nei primi 14 mesi di emergenza: secondo il governo dovranno restituire tutti gli arretrati, fino all’ultimo euro, a partire da novembre (molte buste paga potrebbero essere quasi azzerate).
In Parlamento, inoltre, sta per iniziare la discussione sulla legge di iniziativa popolare che chiede risorse certe e una ricostruzione trasparente.
Per sostenerla gli aquilani sono pronti a tornare a invadere la strade di Roma, con le loro bandiere neroverdi.
L’Aquila, i numeri dell’emergenza
La popolazione assistita a settembre 2011: 35.238
Di cui: 13.376 nelle new town del piano C.a.s.e.
12.192 ricevono il contributo di autonoma sistemazione
639 in strutture ricettive (alberghi)
177 nella Caserma della guardia di Finanza di L’Aquila
La crisi
352mila ore di cassa integrazione a luglio 2011, equivalenti a 2mila lavoratori in cassa
1.300 lavoratori in mobilit�
4.000 ricevono l’indennità di disoccupazione
7.000 disoccupati hanno smesso di cercare lavoro
I commissari
I compensi della struttura commissariale:
Vicecommissario Antonio Cicchetti: 232mila euro l’annoCapo della struttura tecnica di missione arch. Gaetano Fontana: 100mila euro l’anno
Il salasso
100milioni di euro di tasse non pagate durante l’emergenza dagli aquilani dovranno essere restituiti da novembre
Manuele Bonaccorsi
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
CADE UN MURO MA SALTANO ANCHE I FONDI PER LE ASSUNZIONI… TUTTI I PIANI DI RECUPERO SI SONO ARENATI….MINISTERO IN STATO CONFUSIONALE
A Pompei si guardava intensamente il cielo.
Appena diventava grigio, tornava l’incubo della pioggia che gonfiava d’acqua il terrapieno dietro i muri di via dell’Abbondanza.
Dal 6 novembre 2010, quando venne giù la Schola Armaturarum (Domus dei Gladiatori), è passato un anno.
Ma poco è cambiato.
Promesse, giuramenti: non è arrivato neanche un soldo di quelli annunciati più volte e neanche un’assunzione è stata avviata.
E così il sito – sessantasei ettari di cui quarantaquattro scavati, stesi sotto un cielo nero e ostile – è rimasto senza le protezioni che erano state assicurate dopo che lo sbriciolarsi dei muri aveva scioccato il mondo intero.
Mercoledì 26 arriva a Pompei il commissario europeo Johannes Hahn che dovrebbe dare il via libera allo stanziamento di 105 milioni di euro.
Una somma che, stando ai trionfalismi del ministero, sembrava già nei cassetti da mesi. «Gravissima è la responsabilità dei Beni culturali di non avere saputo proporre alcuna soluzione: nè in termini economici nè di risorse umane», è il commento di Maria Pia Guermandi del Consiglio nazionale di Italia Nostra.
Tutti sono d’accordo, almeno a parole, che solo una capillare, costante manutenzione ordinaria può mettere al riparo Pompei dai disastri.
È scritto in un piano redatto dalla Soprintendenza e approvato dal ministero. Lo ha ribadito il rapporto dell’Unesco, che rinvia ma non cancella l’ipotesi di inserire gli scavi vesuviani nella lista dei beni in pericolo.
Ma i mezzi e gli uomini a disposizione della Soprintendenza diretta da Teresa Cinquantaquattro non bastano. «In un anno abbiamo completato la mappatura di tutto lo scavo e cercato di tamponare le situazioni di massima emergenza. Ma senza quei 105 milioni e senza assunzioni i progetti di messa in sicurezza e di restauro non possiamo realizzarli», spiega la soprintendente.
E così prima il ministro Giancarlo Galan, poi il sottosegretario Riccardo Villari sono arrivati ad ammettere che davvero un’abbondante pioggia avrebbe potuto di nuovo trascinare con sè terra, fango e muri antichi.
Almeno le profezie al ministero le azzeccano.
L’ultima mazzata si è abbattuta giovedì sera al Senato. Dove è stato stralciato dal disegno di legge di stabilità , approvato cinque giorni prima dal Consiglio dei ministri, il comma sulle assunzioni di nuovo personale a Pompei.
Non c’entrava niente con quel ddl e ora seguirà un iter autonomo. «Al ministero sono in stato confusionale», commenta Guermandi.
E così affinchè arrivino una ventina fra archeologi e tecnici (ma all’inizio si diceva una trentina) occorre aspettare ancora.
E intanto la situazione si è fatta disperata.
Mancano vigilanti e non si riesce a coprire tutti i turni.
Il laboratorio degli affreschi conta su tre restauratori soltanto. Gli archeologi sono sei, gli architetti sette e oltre che a Pompei lavorano a Ercolano, Oplonti e Stabia.
Gravissime sono le carenze fra i capotecnici, figure essenziali per vigilare i cantieri, che così sono affidati integralmente alle ditte esterne.
È un anno che si parla di nuove assunzioni.
I rinforzi erano garantiti dal decreto legge approvato ad hoc per tacitare lo scandalo pompeiano nel marzo scorso. Sono stati sbandierati prima da Sandro Bondi e poi da Galan come il segno di una risposta forte dello Stato.
Recentemente è stato Villari, new entry nel governo e ora investito di una delega speciale per Pompei e l’area napoletana (ha anche aperto un ufficio in Castel dell’Ovo, sul lungomare partenopeo) a indicare e poi spostare in avanti le scadenze: fine settembre, fine ottobre…
Ma non è accaduto nulla. Eppure c’erano graduatorie pronte, frutto di un concorso svoltosi due anni fa. Archeologi e architetti idonei erano in attesa di chiamata.
Altro capitolo doloroso, quello dei soldi.
Ancora nei giorni scorsi Villari “si augurava” che i 105 milioni sarebbero stati “scongelati” in occasione della visita del commissario europeo.
Teresa Cinquantaquattro insiste: «Allo stato attuale abbiamo speso solo i pochi soldi della Soprintendenza. Tutto quel che avevamo è impegnato».
Ma la macchina burocratica sarà lenta e complessa.
Un ruolo negli interventi a Pompei lo avrà anche Invitalia, società pubblica a metà fra il ministero dell’Economia e quello guidato da Fitto. La cui mission, come si legge sul sito, c’entra poco con l’archeologia: favorire l’attrazione di investimenti esteri, sostenere l’innovazione e la crescita del sistema produttivo, valorizzare le potenzialità dei territori.
La comparsa sulla scena pompeiana di Invitalia è recente: nel decreto di marzo si parlava dell’apporto di un’altra società , Ales, questa sì di proprietà dei Beni culturali.
Ma a Pompei nutrono anche altri timori.
Villari, sempre lui, ha fatto capire che i soldi promessi da un gruppo di investitori francesi (che potrebbero arrivare a 200 milioni) sono legati a una serie di iniziative fuori del sito archeologico promosse da imprenditori napoletani.
Che, tradotto, vuol dire infrastrutture, alberghi e altro.
Oltre alla pioggia, su Pompei potrebbe abbattersi un diluvio di cemento.
Francesco Erbani
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 24th, 2011 Riccardo Fucile
CONFIDENZE AL SUO BIOGRAFO BRUNO VESPA: “IL BUNGA BUNGA ERA SOLO UN BALLO E NON VI HO MAI PARTECIPATO”: PECCATO CHE DIVERSE TESTIMONI SOSTENGANO IL CONTRARIO… POI RACCONTA I SUOI FIORETTI E AFFERMA DI NON AVERE NEANCHE UN TELEFONINO
Tutte invenzioni delle “pornotoghe”, “nessun accadimento sacrilego” ad Arcore e il bunga-bunga che non sarebbe altro che un balletto “a cui neanche partecipavo: ho fatto un fioretto”. Lo scandalo Ruby, rivisto da Silvio Berlusconi (intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro “Questo amore”) non sarebbe altro che la fervida e anche un po’ pruriginosa fantasia di magistrati e giornalisti.
La seconda ondata di anticipazioni del “classico” autunnale del conduttore di Porta a Porta dà ampio spazio ai buoni sentimenti cattolici del premier: “Vivere la religiosità per me – dice il Cavaliere – non significa solo avere una chiesa nella casa di Arcore, in cui si sono celebrati matrimoni, funerali e battesimi di miei congiunti, nè sentirsi al sicuro per le preghiere di otto zie suore di Maria Consolatrice”.
No, è anche altro: “Le mie radici si saldano in quei valori cristiani e quindi umani con i quali sono cresciuto in famiglia e nell’ambiente ecclesiale della scuola salesiana, e che poi ho trasmesso ai miei figli. Valori preziosi che non sono per me negoziabili. Figuriamoci, dunque, se posso permettere che in casa mia si compiano atti blasfemi”.
E qui il riferimento è alle rivelazioni di una ragazza che aveva partecipato alla “cene eleganti” in casa del premier, che raccontava di un Berlusconi intento a strofinare il crocifisso tra i seni della consigliera regionale del Pdl Nicole Minetti, spesso travestita da suora (e al momento indagata per favoreggiamento alla prostituzione minorile).
“Chi ha raccontato cose di questo genere deve aver avuto qualche buon motivo, non certo commendevole, per inventarsele. Ci sono decine e decine di miei ospiti che possono testimoniare la correttezza e l’eleganza dei comportamenti di tutti i miei invitati. Mi dispiace, ma non c’è nulla, assolutamente nulla di quel che ho fatto che non rifarei. Devono scusarsi i pornogiornalisti e i pornomagistrati che mi hanno ricoperto di calunnie”.
Poi Berlusconi dà la sua versione dei fatti sull’ormai arcinoto bunga-bunga: “Quando qualcuna delle mie ospiti diceva: dopo cena facciamo un po’ di bunga-bunga si riferiva a fare quattro salti. A cui io, peraltro, non partecipavo a causa di un antico e sempre rispettato fioretto”.
E qui si passa ai tre fioretti del presidente del Consiglio: “Non fumo da quando riuscii a salvare la mia prima avventura imprenditoriale da una fine non gloriosa. Non gioco da quando mi esposi al rischio di una pessima figura pretendendo, da dilettante, di potermi confrontare con un professionista delle tre carte. Non ballo da quando ne feci promessa se una mia amica, che rischiava di morire, si fosse salvata”.
Infine, la questione del suo numero di telefono trovato nelle rubriche dei cellulari di svariate escort.
Berlusconi il cellulare non ce l’ha, dice lui a Vespa. “Tutte le chiamate passano attraverso la mia segreteria. Una volta ne avevo uno anche io, ma non l’ho più potuto tenere da quando constatai di essere non controllato, ma ipercontrollato. Le pare un paese civile e libero questo?”
Lasciamo ai nostri lettori decidere se sia meglio ridere o piangere.
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Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA CAMERA OSPITE DI FABIO FAZIO A “CHE TEMPO CHE FA”: “SUBITO IL DECRETO SVILUPPO, AUMENTARE L’ETA’ PENSIONABILE MA PER CREARE UN FONDO PER L’OCCUPAZIONE DEI GIOVANI, NON PER TAPPARE LE FALLE”…”LA CREDIBILITA’ DELL’ITALIA E’ PARI A ZERO”
«Berlusconi non vuole inserire la patrimoniale nel decreto sviluppo perchè colpisce senza
dubbio lui e non, come dice, il suo elettorato che è fatto di impiegati, piccoli commercianti, gente comune».
Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, rispondendo alle domande di Fabio Fazio nel corso della trasmissione “Che tempo che fa”.
Per far ripartire la nostra economia, per Fini, occorre innanzitutto attuare il decreto sviluppo che, sottolinea «resta ancora un’araba fenice. Il decreto deve contenere elementi indispensabili quali appunto una patrimoniale, l’alzamento dell’età¡ pensionabile, ma non il condono perchè ha due difetti: è una una tantum e quindi non è un intervento strutturale e poi premia i furbetti. Spero che non si faccia anche se non è escluso che invece venga attuato».
Parlando dell’età pensionabile ha detto: «Lavoriamo di più, portiamola a standard europei e poi quello che risparmiamo lo mettiamo unicamente nel futuro dei nostri ragazzi».
Se si dice, ha aggiunto, «a un padre o a una madre di lavorare un anno o due in più per fare un fondo per l’occupazione giovanile, allora è più facile che si facciano sacrifici».
Commentando l’attuale crisi economica, Fini ha sottolineato che «siamo in condizione di assoluto e drammatico pericolo».
Ha aggiunto che non crede «che l’Italia possa fallire, ma siamo vicini al baratro che significa recessione e siamo in una fase di stagnazione».
Fini ha spiegato che «di fatto c’è un direttorio franco-tedesco e bisogna chiedersi perchè il terzo grande paese come l’Italia sia fuori dalla porta ad aspettare che Sarkozy e Merkel si mettano d’accordo. La credibilità dell’Italia è sotto zero».
«Temo che andremo a votare con questa legge elettorale che ha un difetto di fondo: l’elettore non sceglie il parlamentare, ma solo lo schieramento e il leader. Con il risultato che molti parlamentari sono insensibili a ciò che accade nella realtà », ha detto Fini.
Proprio una nuova legge elettorale sarebbe una delle prime cose che dovrebbe fare un nuovo governo: «Non penso a un ribaltone – ha detto – il Pdl ha tutto diritto di far parte della maggioranza di un nuovo governo con un nuovo presidente del Consiglio per fare 2-3 cose, non di più e chiedere alle altre forze politiche di sostenerlo. E tra queste c’è una legge elettorale che ridà all’elettore la scelta del parlamentare”
Nicoletta Cottone
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Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
IMMENSE RISORSE NASCOSTE ALL’ESTERO: TRIPOLI RIAVRA’ I BENI “CONGELATI” IN OCCIDENTE, NON QUELLI DEI PAESI AFRICANI…IL PATRIMONIO A DISPOSIZIONE DEL RAIS ERA PARI A 30.000 DOLLARI PER OGNI LIBICO
Duecento miliardi di dollari. È questo il “tesoro” che Muammar Gheddafi aveva nascosto nel corso degli anni (e soprattutto degli ultimi mesi) all’estero per garantirsi un futuro.
Le cose sono andate diversamente, il raìs, ucciso a sangue freddo dopo essere stato catturato, non potrà più disporre di quella straordinaria ricchezza accumulata in 42 anni di dittatura.
Ma il “tesoro” rimane e su queste “spoglie” del nemico è iniziata un’altra battaglia.
Che verrà combattuta non con i kalashnikov dei ribelli, ma usando controverse leggi internazionali, avvocati, banche occidentali, regimi africani.
Duecento miliardi di dollari, quasi il doppio di quanto si fosse finora pensato.
A rivelarlo (al Los Angeles Times) è stato un funzionario libico che ha potuto analizzare i documenti finanziari del dittatore: conti bancari, proprietà , azioni, oro, contanti.
Duecento miliardi di dollari che equivalgono a circa trentamila dollari a testa per ogni cittadino libico, depositati all’estero mentre, come ha commentato un leader del governo provvisorio «i libici chiedevano i soldi necessari per scuole ed ospedali».
La primavera scorsa, dopo l’inizio dei bombardamenti Nato su Tripoli, il governo americano aveva “congelato” 37 miliardi di dollari che il Colonnello aveva investito negli Stati Uniti.
A seguire anche Francia, Italia, Germania e Gran Bretagna avevano congelato le ricchezze di Gheddafi in Europa (per altri 30 miliardi di dollari circa).
In Italia il leader libico aveva investito circa cinque miliardi di dollari con partecipazioni in Unicredit (7,5 per cento), Eni (2), Juventus (7,5), Fiat (2) e Finmeccanica (2).
Durante i primi mesi della rivolta armata, che da Bengasi ha condotto i ribelli fino alla conquista di Tripoli, sia i leader del Cnt che quelli occidentali erano convinti che altri trenta/trentadue miliardi di dollari (per un totale di cento) fossero nascosti in paesi del medio oriente, del sudest asiatico e in quei paesi africani (come il Ciad, il Niger e il Mali) che erano di fatto a “libro-paga” del dittatore libico.
Nessuno poteva però immaginare che la cifra reale fosse quasi il doppio.
Gran parte di questa ricchezza si trova sotto la copertura di istituzioni governative, come la Banca centrale di Libia, la Libyan Investment Authority, la Libyan Foreign Bank, la Libyan National Oil Corp e il Libya African Investment Portfolio, ma Gheddafi e la sua famiglia erano in grado di accedere liberamente a questi fondi come e quando volevano.
Inoltre il raìs aveva accumulato in Libia, nascosto negli inattaccabili (allora) bunker di Tripoli, un tesoro in oro e contanti, in buona parte usato in questi mesi di guerra per comprare armi, pagare mercenari, trattenere a Tripoli dignitari tentati dalla fuga all’estero e anche per mantenere quel livello di vita da miliardari che la famiglia Gheddafi non si era fatta mai mancare (fino alla caduta di Tripoli dell’agosto scorso).
“Pecunia non olet”, per le banche e le compagnie occidentali fare affari con Gheddafi non era mai stato un problema, neanche nei momenti di maggior tensione tra il raìs e l’occidente come Lockerbie.
Era lui caso mai che si vendicava nel caso in un paese fosse stato fatto qualche “torto” ai suoi familiari.
È il caso della Svizzera, punita quando uno dei figli di Gheddafi venne arrestato a Ginevra per aver picchiato selvaggiamente due domestici.
Per vendicare l’affronto il leader libico decise di trasferire quasi tutti i suoi “asset” svizzeri in una banca portoghese, la Caixa Geral de Depositos.
Un miliardo e trecento milioni di dollari, che oggi rischiano di far fallire la banca portoghese.
Per la “nuova Libia” e i suoi dirigenti non sarà facile recuperare questo immensa ricchezza che Gheddafi ha depredato al suo popolo in quattro decenni. I regimi africani più legati al dittatore ucciso non hanno finora congelato i suoi beni e sembrano propensi a restituirli alla famiglia (in parte) e ad usarli per la propria economia.
Stati Uniti ed Europa hanno garantito che restituiranno tutto al nuovo legittimo governo, ma per il momento nelle casse esangui del Cnt sono rientrati solo 700 milioni di dollari.
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