Febbraio 26th, 2020 Riccardo Fucile
“IL MIGLIORE TRA VOI E’ COLUI CHE E’ PIU’ UTILE ALL’UOMO”
Tra i mussulmani d’Italia è scattato il passaparola. In nome del detto profetico “il migliore tra voi è colui che è più utile all’uomo”, le comunità islamiche del Paese hanno avviato una raccolta fondi per aiutare i centri più colpiti dal coronavirus.
La “colletta” per fronteggiare l’emergenza.
A lanciare la “colletta” è l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, una delle organizzazioni più rappresentative dei musulmani residenti nel Paese: «Raccolta fondi per l’emergenza coronavirus al fine di rifornire di mascherine le aree dei focolai. L’Unione invita tutti i Centri Islamici, le moschee e i singoli a contribuire attivamente per fronteggiare insieme l’emergenza».
I principi islamici della solidarietà .
«Il nostro Paese — scrive l’Ucoii — sta vivendo in questi giorni una grande emergenza dovuta al propagarsi del coronavirus in diverse regioni. Vista la scarsità di mascherine mediche che aiutano a limitare la veloce propagazione del virus e rendendosi queste necessarie ormai, nelle aree a rischio, anche per poter accedere ai servizi essenziali, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, applicando i principi islamici di solidarietà , invita tutte le comunità islamiche italiane a contribuire al fine di creare degli approvvigionamenti di mascherine e materiale necessario per affrontare l’emergenza in corso».
Il precetto profetico.
«Tutto il materiale acquistato verrà consegnato gratuitamente alla cittadinanza tramite le Comunità locali e in coordinamento con le autorità locali delle aree a rischio, nonchè agli istituti sanitari che ne avessero necessità . L’invito è aperto anche ai singoli fedeli e cittadini tramite i canali indicati nel comunicato e sul sito web. Ricordando il detto profetico, l’Ucoii fa appello al senso più profondo di cittadinanza e di fede che deve spingere ogni membro delle rispettive comunità a contribuire per il bene comune».
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Febbraio 24th, 2020 Riccardo Fucile
LEI E’ IN QUARATENA ALLA CECCHIGNOLA, LUI E’ IL DIRETTORE DI MACCHINA CHE PER SENSO DEL DOVERE HA VOLUTO RIMANERE ACCANTO AL COMANDANTE-EROE GENNARO ARMA
“Non dimenticateli lì, vi prego. Non vorrei che per gestire la situazione, per carità drammatica, che
sta vivendo in questo momento il Paese si scordassero di chi è rimasto a bordo della Diamond Princess”, dice Loredana Di Muro e la voce si incrina, sembra stia per piangere.
Loredana è la compagna del direttore di macchine della nave ancora in quarantena nella baia di Yokohama in Giappone.
“Voglio che lo riportino a casa”, ripete. Si sforza di non cedere alle lacrime e attraverso HuffPost si rivolge “al Governo e a chi ha il potere di intervenire”, perchè “il caso della Diamond” – così lo definisce – non scivoli in secondo piano ora che, con l’esplosione dei contagi e sette morti, l’Italia è diventata il terzo Paese al mondo per numero di casi, dopo Cina e Corea del Sud.
Quarantatrè anni, è tra i diciannove connazionali riportati in Italia dal volo speciale inviato in Giappone dal Governo la settimana passata, rientrato sabato scorso. Proprio mentre l’Italia scopriva i due focolai in Lombardia e in Veneto.
“E infatti noi, dopo il clamore dei giorni precedenti, siamo passati inosservati”, prova a scherzare Loredana.
Insieme agli altri ora è alla Cecchignola, dove dovrà trascorrere i quattordici giorni canonici della quarantena. Il suo compagno, invece, che, si diceva, della Diamond Princess è il direttore di macchine, è rimasto in Giappone, a bordo della nave insieme al comandante, Gennaro Arma, e a parte dell’equipaggio.
“Ha scelto di non partire, per compiere il suo dovere fino alla fine restando al fianco del capitano”, sospira Loredana. Ora che i venti giorni trascorsi nella cabina della nave, da un giorno all’altro trasformatasi nel più grande focolaio del coronavirus fuori dalla Cina, a pregare che il contagio li risparmiasse mentre il numero dei casi aumentava inesorabilmente, ora che “quelle settimane da incubo” sono alle spalle, sta provando a superare “il trauma che ti lascia un’esperienza del genere”.
Una situazione “delicatissima, – tiene a precisare Loredana – nella quale ci siamo ritrovati precipitati da un giorno all’altro, gestita in maniera indimenticabile dall’equipaggio e dal comandante Arma, che ha affrontato le difficoltà con calma e premura, supportando tutti. A volte era evidente avesse passato la notte insonne eppure non ci ha fatto mai mancare la sua presenza, il suo supporto, un sorriso. Le assicuro che era tutt’altro che facile”.
Le parole fanno per spezzarsi. Loredana si ferma un attimo. Poi ricomincia: “Quello che abbiamo vissuto non può immaginarlo nessuno”, aggiunge in un soffio e racconta della paura del contagio che paralizza le gambe, le braccia e i pensieri, degli incubi che tormentano il sonno “anche adesso che non siamo più sulla Diamond”.
Alla Cecchignola gli italiani che erano a bordo del transatlantico ribattezzato “la nave Lazzaretto” – “una definizione che ci ha ferito profondamente”, dice Loredana – come gli altri rientrati da Wuhan e ospitati nella cittadella militare di Roma prima di loro, oltre all’assistenza sanitaria per i test e i controlli di rito durante la quarantena, ricevono anche supporto psicologico.
“Non pensavamo di essere accolti così bene e con tanta cura – spiega la donna – per quanto possibile in una situazione del genere, ci fanno sentire a casa”. Tra coloro che sono rientrati e che prima, sebbene ciascuno nella sua cabina, hanno condiviso la stessa esperienza a bordo della Diamond Princess “si è instaurato un clima familiare”, sebbene sempre riparati da occhiali, guanti e mascherine si ritrovano, chiacchierano, trascorrono del tempo insieme. Ma quando ciascuno si ritrova solo nella propria stanza mille considerazioni tornano ad affollare la mente.
Loredana pensa al compagno rimasto in Giappone, ai due figli, a quando tornerà nel suo paese. E ha paura. Di cosa, Loredana? “Della cattiveria di chi non sa e magari trae conclusioni sbagliate, diffondendo stupidaggini – è la risposta – Temo, per esempio, che qualcuno possa bullizzare i miei figli, anche se finora non mi risulta sia accaduto. Temo che possano emarginarci perchè magari ci considerano infetti”.
Lei non ha contratto il Covid -19, è sempre stata “negativa” come si dice in gergo “e mi auguro di restare tale fino alla fine della quarantena”, aggiunge – ma non riesce a tenere a bada i pensieri negativi. “Fisicamente sto bene, psicologicamente devo recuperare, non è facile ma mi sto impegnando a farlo”, conclude Loredana.
E certo potrà riuscirci meglio, provando ad archiviare l’ultimo viaggio sulla Diamond Princess, quando anche il suo compagno sarà di nuovo al suo fianco.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Febbraio 17th, 2020 Riccardo Fucile
IL COMMOVENTE INCONTRO E’ STATA UNA SORPRESA PER IL MEDICO DI LAMPEDUSA, OGGI PARLAMENTARE EUROPEO… ERA GIA’ IN UN SACCO CON LA CERNIERA CHIUSA, BARTOLO DOVEVA SOLO CONSTATARNE LA MORTE MA SENTI’ UN FLEBILE BATTITO, LA RAGAZZA ERA ANCORA VIVA
Una sorpresa, un’emozione fortissima, le lacrime difficili da trattenere.
Sei anni e mezzo dopo Kebrat e Pietro Bartolo si ritrovano e si riabbracciano al Parlamento europeo. Lei è la ragazza eritrea sopravvissuta al terribile naufragio del 3 ottobre 2013, lui è il medico di Lampedusa, oggi parlamentare europeo del Pd, che le salvò la vita, cogliendo quel fievolissimo battito di vita nel polso e tirandola via dalla fila di cadaveri adagiati al molo Favarolo.
L’avevano creduta morta Kebrat e se non fosse stato per Bartolo oggi probabilmente non sarebbe più su questo mondo.
L’ha raccontata mille volte Bartolo questa storia ma oggi pomeriggio quando si è ritrovata davanti la ragazza, commossa e sorridente, portata a Bruxelles dal Comitato 3 ottobre insieme ai ragazzi delle 150 scuole che partecipano al progetto “semi di Lampedusa” non è riuscito a trattenere le lacrime prima di scioglieri in un gran sorriso.
“Molti di voi questa storia la conoscono bene perchè mi è rimasta nel cuore e non ho mai smesso di raccontarla – dice Pietro Bartolo – E’ la storia di Kebrat, una ragazza arrivata sul molo di Lampedusa senza polso, senza battito, durante il naufragio del 3 ottobre 2013. Sembrava morta, era già in un sacco, con la cerniera chiusa. Dovevo soltanto constatarne il decesso. Eppure ho sentito qualcosa, ho auscultato meglio. E’ stata una corsa contro il tempo, l’ambulatorio, il primo soccorso, il trasporto in elicottero fino al reparto di rianimazione più vicino. Non era finita per Kebrat. Oggi gli amici del Comitato 3 ottobre mi hanno fatto questa sorpresa immensa, hanno portato Kebrat qui, in parlamento europeo a Bruxelles. I nostri occhi lucidi dicono il resto”.
Kebrat da anni vive in Svezia. Non è ancora riuscita a superare lo shock di quel terribile naufragio e non se l’è sentita di tornare a Lampedusa, come tanti altri dei sopravvissuti per partecipare alle manifestazioni di ricordo della strage. Ma oggi, all’idea di riabbracciare l’uomo che l’ha fatta nascere una seconda volta non è riuscita a dire di no.
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Febbraio 16th, 2020 Riccardo Fucile
A PARTE RINGRAZIARE, COSA ASPETTANO “I PROFESSORONI” DI DESTRA A DARE UN SEGNALE ANALOGO?
L’operazione di Walter Veltroni trova un’adesione importante, quella di Giorgia Meloni. L’ex leader
dem ha voluto ricordare Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù ucciso nel 1975 a Milano da estremisti di sinistra, per ricordare quei troppi morti innocenti, a destra e a sinistra, negli anni 70.
Un’iniziativa che viene apprezzata dalla leader di Fratelli d’Italia che ringrazia Veltroni su Twitter.
“Dobbiamo impegnarci tutti affinchè quegli anni bui, in cui tanti innocenti di destra e sinistra persero la vita, non tornino mai più” scrive Giorgia Meloni.
E fin qui tutti d’accordo, ma una domanda sorge spontanea, al netto di tutti coloro che continueranno a seminare odio: cosa aspettano a destra a dare un segnale analogo a quello di Veltroni?
O ognuno continuerà a celebrare le ricorrenze dei propri morti per altri cento anni, ignorando quelli degli avversari?
Ricordate la visita senza preavviso di Almirante alla salma di Berlinguer, con le ali di folla di militanti comunisti che si facevano da parte per lasciar passare “il nemico”, avendone compreso il nobile gesto che accumunava due grandi leader?
E’ così difficile a destra (come a sinistra) abbandonare manifestazioni folkloristiche a base di saluti romani ( o pugni chiusi) fuori dal tempo e pensare che solo un’Italia unita potrà assicurare un futuro ai nostri figli?
Ci sono tante occasioni per ricambiare il gesto nobile di Veltroni, possibilmente senza selfie o fotografi al seguito.
Ma solo chi non predica odio perchè l’ha vissuto sulla propria pelle pare in grado di capirlo.
Ci vuole coraggio per rompere gli steccati, ci vuole una statura da leader vero, è necessario mettere in conto che ti farai tanti nemici (ne sappiamo qualcosa, nel nostro piccolo).
Per volare alto occorrono le ali, non bastano le felpe e i photoshop.
Occorre amare il proprio Paese.
argomento: radici e valori | Commenta »
Febbraio 16th, 2020 Riccardo Fucile
SUL “CORRIERE” L’EX SINDACO DI ROMA RACCONTA LA STORIA DELL’ASSASSINIO DEL MILITANTE DEL FRONTE DELLA GIOVENTU” NEL 1975 PER RACCONTARE “QUEGLI ANNI BALORDI E BASTARDI”… E’ ORA CHE SIA A DESTRA CHE A SINISTRA SI RICORDINO TUTTI I CADUTI, SENZA DISTINZIONI DI PARTE, OGNUNO COMBATTEVA PER DEGLI IDEALI
Ricordare Sergio Ramelli per ricordare quei troppi morti innocenti, a destra e a sinistra, negli anni 70. È quanto si prefigge Walter Veltroni nel lungo articolo sul Corriere della Sera dedicato al militante del Fronte della Gioventù – organizzazione giovanile dell’Msi – ucciso nel 1975 a Milano da estremisti di sinistra.
“Bisognerebbe scrivere l’antologia di Spoon River di quegli anni balordi e bastardi” scrive l’ex sindaco di Roma. Anni di odio che divisero i ragazzi di una generazione.
“Uno dei momenti più belli della mia vita fu quando ero sindaco di Roma e, in una manifestazione pubblica, si abbracciarono Giampaolo Mattei – fratello dei due ragazzi di Primavalle figli del segretario di una sezione del Msi bruciati vivi da militanti di Potere Operaio che non hanno fatto carcere – e Carla Verbano, mamma di Valerio, che ascoltò, legata e imbavagliata col marito, i suoni della morte di suo figlio, un ragazzo dell’area dell’autonomia al quale dei killer fascisti, mai trovati, spararono alla schiena nel salotto di casa” scrive Veltroni.
“I morti di quegli anni non devono oggi essere rivendicati, scagliati, usati per protrarre l’odio. Il conflitto, in una democrazia, è vitale. Anche il più duro. Senza conflitto non c’è libertà . Ma l’odio è una patologia. E quegli anni sono stati un’epidemia di questo male”.
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
COME AMBASCIATORE DELL’UNICEF HA PARTECIPATO A UNA MISSIONE UMANITARIA, RINUNCIANDO A FARE L’OSPITE AL FESTIVAL DI SANREMO
Ultimo è diventato negli scorsi mesi un ambasciatore dell’Unicef, una decisione accolta con gioia dai suoi milioni di fan. Il cantante è stato scelto dall’organizzazione umanitaria per partecipare ad un viaggio in Mali, ed ha battuto un importante record che non c’entra nulla con i dischi: Niccolò Morriconi, vero nome di Ultimo, è infatti il primo cantante a partecipare ad una missione umanitaria in questo paese.
Nelle scorse ore è diventato virale il video del cantautore romano alla chitarra circondato dai bambini del posto, un atto d’umanità per portare gioia a chi purtroppo ne ha davvero poca. Questo è anche uno dei motivi per cui il cantautore ha rifiutato l’invito di Amadeus ad essere a Sanremo ospite della finale.
Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia si è detto davvero orgoglioso di avere Ultimo nella squadra di ambasciatori del mondo dello spettacolo italiana e che il ragazzo abbia messo tutto se stesso in questa iniziativa:
“Siamo davvero orgogliosi che il cantante e Ambasciatore di Buona Volontà dell’Unicef, è in missione in Mali insieme ad una nostra delegazione guidata dal direttore generale Paolo Rozera. Ultimo sta visitando i progetti in Mali, tra i bambini dei villaggi del paese nei dintorni di Bamako di cui ci occupiamo ogni giorno. Porta con sè la sua chitarra e la sua voce con una forza ed un amore fuori dal comune. Ultimo ha stabilito un record. È il primo cantante, nostro ambasciatore, a visitare un paese africano e il primo a recarsi in Mali a partecipare ad una missione sul campo. La gioia con cui i suoi fans e non solo hanno accolto la notizia di questa missione umanitaria ci rende orgogliosi. Speriamo che la sua missione ci aiuti a supportare sempre più il lavoro dei nostri operatori in quelle zone difficili del pianeta e che squarci il velo di indifferenza nei confronti di bambini che purtroppo sono nati in zone dove lottare contro malattie per noi prevedibili o curabili rappresenta la quotidianità . Insomma è un grande messaggio d’amore che arriva proprio nel giorno di San Valentino”
Lo stesso Ultimo di ritorno dal viaggio in Africa ha postato sui suoi social un messaggio pieno d’amore per i popoli che ha visitato, ricordando come i veri eroi sono quei volontari che ogni giorno hanno deciso di dedicare la loro vita a far stare bene qualcun altro:
“Torno a Roma col cuore pieno d’amore. Non mi sento nè un eroe nè di avere un cuore grande… semplicemente mi sento bene. Odio la retorica e il finto buonismo. Sono venuto qui per cercare di aiutare chi non ha la possibilità neanche di bere acqua, di mangiare, di studiare, di vivere. Gli eroi sono le persone che ho conosciuto in questo posto tanto bello quanto dimenticato dall’uomo. Gli eroi sono tutti i collaboratori Unicef che vivono qui e donano la loro intera vita a queste realtà . Dovremmo imparare molto dalla loro umanità . Attenzione io odio chi vuole fare la morale su come comportarsi e vivere, quindi non voglio condannare nessuno, non sono nessuno per farlo. Ognuno nella sua vita sceglie che ruolo avere e con le scelte che si fanno bisogna saperci convivere, e penso che l’unico modo per svegliarsi bene con se stessi sia quello di aver fatto il giorno prima delle scelte in armonia con se stessi. Peace out”.
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Febbraio 9th, 2020 Riccardo Fucile
I VINCITORI DI SANREMO 2018 DONARONO I PROVENTI SIAE AL PROGETTO UMANITARIO DI GINO STRADA
“Dopo il Festival di Sanremo ci siamo confrontati e guardandoci negli occhi ci siamo detti che questa canzone non parla della nostra storia personale e che la cosa giusta da fare era donare i proventi dei nostri diritti d’autore affinchè potessero servire ad aiutare chi ne ha davvero bisogno“ aveva spiegato Ermal Meta.
Oltre 12mila interventi chirurgici su persone bisognose di cure che non avrebbero potuto accedere in altro modo all’assistenza sanitaria, è questo il grande risultato di una decisione presa ormai due anni fa quando i vincitori di Sanremo 2018, Ermal Meta e Fabrizio Moro, decisero di devolvere i diritti d’autore della canzona vincitrice del Festival della musica italiana per azioni benefiche scendendo per questo scopo Emergency.
Da allora, grazie a quei proventi l’organizzazione non governativa fondata da Gino Strada ha potuto operare oltre 12mila pazienti con interventi negli spedali in cui il gruppo umanitario opera. Ad annunciarlo è stata Chiara Marchini, Responsabile relazioni con il mondo dello spettacolo di Emergency.
“Grazie a SIAE e ai diritti concessi da Fabrizio Moro ed Ermal Meta negli scorsi mesi siamo riusciti a portare avanti oltre 12mila interventi chirurgici: un grande risultato” ha dichiarato la portavoce della Ong intervenuta a CasaSiae, l’appuntamento e luogo di incontro per autori, editori, produttori e discografici a Sanremo. Erano stati proprio i due autori della canzone vincitrice del Festival di Sanremo a scegliere di devolvere i diritti d’autore del brano “Non mi avete fatto niente”.
Una decisione quasi naturale visto il tema della canzone come spiegò lo stesso Ermal Meta qualche mese dopo la vittoria.
“Non sapevamo bene cosa fare o come usare questa canzone per fare qualcosa di concreto, ma dopo il Festival ci siamo confrontati e guardandoci negli occhi ci siamo detti che questa canzone non parla della nostra storia personale e che la cosa giusta da fare era donare i proventi dei nostri diritti d’autore affinchè potessero servire ad aiutare chi ne ha davvero bisogno“ aveva spiegato il cantante.
Da quel momento è nata l’iniziativa “‘Musica per Emergency” che ha sostenuto il Posto di Primo soccorso di Abdara in Afghanistan. Grazie a quella decisione sono state effettuate oltre 11mila consultazioni ambulatoriali, 317 visite a causa di traumi, 178 visite ostetriche e 53 rinvii a cure specialistiche a causa di traumi o problemi legato alla gravidanza.
(da Fanpage)
argomento: radici e valori | Commenta »
Febbraio 8th, 2020 Riccardo Fucile
CONFERENZA STAMPA A COLONIA DOPO SEI MESI NELLO SPAZIO
È rilassato AstroLuca, tornato sulla Terra dalle stelle. Il sorriso ampio e la camminata spedita,
solo la voce un po’ debole tradisce la stanchezza per il viaggio turbolento che lo ha riportato a Terra due giorni fa e per il trauma di avvertire di nuovo il proprio peso, dopo aver fluttuato per oltre sei mesi (“ho avuto 41 anni per abituarmi alla gravità terrestre”).
Luca Parmitano si è presentato per il primo incontro con la stampa al centro astronauti dell’Esa di Colonia, dove sta affrontando la prima parte del recupero fisico. In platea ad ascoltarlo anche la collega Samantha Cristoforetti, che sarà la prossima a partire alla volta del laboratorio orbitante.
La sua è stata una lezione di umanità e umanesimo. Nel dare merito non a sè stesso dei risultati raggiunti, ma a un grande lavoro di squadra in un vasto progetto di cui lui è una pedina al servizio di una causa più grande.
Il sentimento del ritorno, commosso e felice, unito alla determinazione e consapevolezza del successo. Ci porta una lezione esemplare: se vuoi, puoi: “Il limite lo stabilisci tu”. A cominciare dalle sorti del Pianeta, che sono nelle nostre mani, e le prime vittime potremo essere noi stessi.
Prima stempera l’emozione con una battuta: “Grazie per essere qui oggi, è sabato ed è ora di pranzo, vale doppio”. Poi racconta delle sue emozioni, quelle di essere tornato a casa: “Cito una canzone dei King Crimson che amo: ‘Possiamo tutti sederci e ridere, ma temo che domani piangerò’. Scusatemi se sono commosso, ma sono emozionato per molte ragioni”.
E racconta dello spazio: “La Iss è un posto di lavoro in cui ci sono persone che sono diventate amici, quando mi chiedono cosa preferisci dello spazio io dico che non c’è una cosa che preferisco. Lo spazio è casa, è come chiedere quale parte della vita preferisci. Io rispondo ‘tutto'”.
Ma sulle immagini che porta a casa un ricordo supera gli altri: “Le nubi nottilucenti, che si vedono solo in certe condizioni sopra i poli. Un grande regalo che ho avuto il piacere di condividere con Jessica (Meir ndr). Abbiamo ogni giorno foto bellissime da satellite, ma la parte umana è mettere te stesso in quel ricordo, non solo la vista: c’è un po’ di Luca in quella foto, di Jessica in quell’altra. Questo rende il volo umano nello spazio così speciale”.
La lezione dello spazio
“È sempre difficile scegliere un evento su tutti gli altri per rappresentare tutta una missione, è ingiusto – continua il colonnello – ma voglio sottolineare l’aspetto umano come retaggio più importante della Iss. L’incredibile capacità , quasi vicina al miracolo, di unire sotto il grande sogno e la bandiera dell’esplorazione tecnologica e scientifica, persone con retaggi culturali diversi. Nei dieci giorni di transizione dalla expedition 60 alla 61, sulla Stazione spaziale c’era Hazza Al Mansouri, il primo astronauta degli Emirati Arabi, arrivato in volo con Jessica Meir che è di discendenza ebraica. Arrivano come individui comuni come tutti noi, lavorano come un equipaggio e rientrano come fratelli e sorelle. Questo è miracoloso in un periodo storico molto particolare, con tensioni che dividono e polarizzano. L’esplorazione non solo tecnologica ma umana, sotto l’egida del desiderio di evolvere ed essere migliori. Questo secondo me deve essere un esempio per il futuro”.
Forse l’impresa più emblematica della sua seconda missione nello spazio (201 giorni in orbita, durante i quali è diventato e quattro mesi al comando della Stazione spaziale internazionale (terzo europeo e primo italiano), sono state le quattro attività extra veicolari per riparare il “cacciatore di antimateria” AMS-02: “Le considero tra i momenti più alti della mia attività professionale – spiega rispondendo a una domanda – mi avevano contattato nel 2014 per sapere cosa pensavo della fattibilità di ripararlo. Dissi che si doveva trovare il modo. Le cose che vale la pena fare non sono quelle semplici. È stata una soddisfazione aver superato un ostacolo molto complesso, ma io non voglio prendermi il merito, perchè ci sono state decine di persone che ci hanno lavorato e grazie a loro e all’addestramento a terra siamo riusciti a non perdere nemmeno una vite”.
“Quanto oltre vuoi andare?”
La missione di Parmitano si chiama Beyond, “Oltre”. A una giovanissima tra il pubblico che gli chiede “quanto oltre vuoi andare”, lui risponde: “Tu scegli il limite. La tua generazione otterrà molto più della mia. Il tuo desiderio sarà il tuo motore che ti farà arrivare dove vuoi, Luna, Marte o altrove. Questo è quanto voglio arrivare lontano e quanto veloce”.
La sua missione è stata un passo in avanti verso questi obiettivi, racconta Parmitano, sia di conoscenza che tecnologici, soprattutto degli effetti del corpo umano nello spazio.
Ma i benefici di questi progressi saranno anche per noi che siamo con i piedi sempre piantati a terra: “Siamo stati molto occupati a fare ricerca, ho riposato solo tre weekend in 201 giorni e stiamo ottenendo più della prima volta. Abbiamo fatto un sacco di esperimenti, uno ce l’ho addosso anche ora per monitorare i battiti cardiaci e il respiro. La tecnologia farà grandi passi avanti, come la possibilità di stampare tessuti organici. Ma ci sono molti più umani sulla Terra che nello spazio, l’impatto più alto sarà nella vita di tutti i giorni che per un viaggio interplanetario”.
La Terra, un grande essere vivente
Non poteva non raccontare delle foto dallo spazio, del Pianeta che soffoca e dei cambiamenti climatici: “Si chiama ‘overview effect’ – spiega Parmitano – pensi di conoscere qualcosa e di esserne una parte integrante, poi lo vedi da lontano e ti rendi conto che quello che hai visto è una piccolissima parte del tutto. Il Pianeta è un enorme essere vivente, le nuvole sono il respiro che si muove con le correnti, le acque di fiumi mari sono il sangue. Da lassà sembrano fermi ma si vede da lontano questo respiro, questo moto interno. L’atmosfera è così sottile e fragile, la bellezza della natura che si ribella della sua capacità devastante di farci sentire piccoli può fare paura. Nei sette mesi in orbita ho assistito a uragani dall’intensità mai vista prima sulle Bahamas e Porto Rico; fuochi nella Foresta amazzonica, in Africa. In Australia ho iniziato a fotografarli a settembre, se ne continua a parlare a gennaio, un intero continente color rosso, coperto di polvere di cenere visibile per centinaia o migliaia di chilometri. Questo ci fa pensare all’elemento più fragile di tutto questo: siamo noi, perchè la vita continuerà ben oltre alla capacità dell’uomo di resistere ai danni che stiamo facendo, la vita è perfettamente allineata con i principi fisici dell’Universo, in particolare l’entropia. La vita continuerà ma non è detto che ci sia l’uomo in questo sistema, quindi è il momento di agire”.
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Febbraio 6th, 2020 Riccardo Fucile
AVEVA CONSACRATO LA SUA VITA ALLA CURA DEGLI ULTIMI… DOPO LA LAUREA HA SALVATO MIGLIAIA DI PERSONE IN UGANDA, ERITREA, ETIOPIA, CAMERUN E ZIMBABWE… “QUELLO CHE HA FATTO RIMARRA’ PER SEMPRE”
Carlo Spagnolli, medico di 70 anni che aveva consacrato la sua intera vita, non solo professionale, alla cura dei più poveri in Africa, è morto domenica pomeriggio in una clinica di Rovereto, in Trentino Alto Adige.
Da tempo era malato di cuore: aveva avuto un infarto nel 2012 in Zimbabwe e da allora una gravissima cardiopatia l’aveva tenuto lontano dal “continente nero”, in cui era potuto tornare per brevi periodi solo fino al 2018.
Quella del dottor Spagnolli è stata una vita interamente dedicata ai più bisognosi e spesa in gran parte in alcuni tra i paesi più poveri del mondo.
Nato a Roma nel 1949, dopo la laurea — nel 1975 — si è recato in Uganda per svolgere il servizio civile rimanendoci poi per altri 14 anni.
Nel 1989 deciderà di spostarsi in Eritrea, poi Etiopia e Camerun. Dal 1996 ha infine prestato la sua opera in Zimbabwe, grazie anche al sostegno dei tanti amici trentini e in particolare dell’Associazione Lifeline Dolomites di Claudio Merighi.
In Zimbabwe, nell’ospedale Luisa Guidotti di Chinoy, ha coordinato i reparti di chirurgia e ginecologia.
La lotta all’Aids è poi diventata il suo principale impegno, riuscendo ad aprire il “Villaggio San Marcellino” per i bambini orfani a causa dell’HIV, ma anche una scuola per infermiere e la “Casa della gioia Mariele Ventre” — dedicata alla famosa fondatrice dello Zecchino d’oro — per la riabilitazione di bambini affetti dall’Aids.
L’Africa gli aveva permesso anche di incontrare la donna che sarebbe diventata sua moglie, Angelina, infermiera caposala ugandese prematuramente scomparsa nel 2010.
Spagnolli lascia tre figli: Francesco, Giovanni ed Elisa, determinati a portare avanti l’opera del padre: “Non sarà facile onorare la memoria di papà magari aprendo qualcosa, che può essere un centro medico o una struttura per ragazzi, in suo nome con l’aiuto di qualche associazione che lo sosteneva, ma lo faremo. La forma e la sostanza le troveremo…”, dicono al Giornale del Trentino. “Quello che ha fatto papà rimarrà per sempre. Ed anche noi ci sentiamo caricati di questo impegno che onoreremo secondo le nostre possibilità . Non sarà facile, ma glielo dobbiamo per tutto quello che ci ha insegnato”.
(da “Fanpage“)
argomento: radici e valori | Commenta »