Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
GLI ERRORI DELLA MAGGIORANZA, IL CORAGGIO CHE NON C’E’ E LA MANCANZA DI IDEE FORTI
La vicenda del voto sull’autorizzazione a procedere sul caso Gregoretti merita alcune
riflessioni:
1) La maggioranza se voleva veramente il rinvio della decisione a dopo le elezioni regionali doveva “bloccare” i due senatori Grasso e Giarusso: rinunciavano al viaggio della Commissione antimafia negli Usa, votavano due giorni fa per il rinvio e finiva tutto li’, con buona pace di Gasparri. Inutile lamentarsi di un 10-10 se ti mancano due giocatori in campo perchè hai rinunciato a convocarli per la partita
2) La strategia del rinvio e’ una stronzata pazzesca, un segno di debolezza. A Salvini bisognava rispondere: posticipare? No, semmai anticipiamo, così potrai difenderti prima in un’aula di giustizia come tutti i comuni mortali, invece che fare il martire nei comizi. La legge è uguale per tutti, se sei innocente e non vedi l’ora di presentarti ai giudici come dici, ti veniamo incontro, così ci arrivi ancora prima.
3) Salvini avrebbe sfruttato il voto in Giunta per fare il martire l’ultima settimana di campagna elettorale? E chi se ne frega, anche Battisti diceva che non aveva commesso reati e che era innocente, ora sta in galera a scontare la pena. Qua si parla “non di condanna ma di essere processato”, nel rispetto dei diritti dell’imputato e in tre gradi di giudizio. Non siamo ancora un Paese sovranista, ma in una democrazia.
4) Il voto in Giunta non conta una mazza, alla fine deciderà tra un mese il voto in Senato, quindi tanto rumore per nulla.
5) Un uomo di destra affronta il processo, non scappa e rinuncia all’immunità parlamentare. Infatti Salvini non è di destra per chi avesse ancora dei dubbi.
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Gennaio 14th, 2020 Riccardo Fucile
I TALEBANI VOGLIONO UCCIDERLA MA LEI CONTINUA LA SUA BATTAGLIA: “QUANDO DIVENTI UNA SPERANZA PER IL TUO POPOLO NON HAI DIRITTO AD ARRENDERTI”
L’Afghanistan, quasi ignorato, come sempre, dai media, potrebbe essere coinvolto nell’inasprirsi dei rapporti tra Iran e Usa. Il paese ospita il contingente più numeroso di militari americani (13.000) nell’area, che hanno installato sul territorio numerose basi aeree a due passi dal confine iraniano.
Teheran è presente in Afghanistan con una forte penetrazione culturale e religiosa e sostiene ed arma, come tutti gli altri attori sullo scacchiere afghano, i suoi gruppi di talebani che operano nella regione occidentale del paese.
Ognuno le sue pedine, nella propria guerriglia per procura.
E’ utile ascoltare la voce di una coraggiosa attivista che si batte per i diritti e la democrazia fin da quando faceva parte del Parlamento afghano come deputata di Farah: Malalai Joya, espulsa da quel Parlamento per i suoi attacchi ai Signori della Guerra.
Una voce scomoda per molti che la costringe a una vita difficile e nascosta, l’alto costo per la sua scelta di resistenza.
Fa già freddo a Kabul anche se la neve non è ancora arrivata. Incontro Malalai, come sempre, in un posto sicuro. Arriva completamente avvolta in uno scialle, solo un ciuffo di capelli emerge dalle stoffe. E’ circondata dalle sue guardie del corpo. Poche oggi, non ci sono pericoli qui. A volte ne porta con sè fino a 12. Dipende da dove va. La sua scorta non deve mai esporsi, il volto nascosto dietro una mascherina. Ne va della loro sicurezza e di quella della famiglia.
La sua vita è, sempre di più, piena di ostacoli e scandita da molti divieti. Non può stare più di qualche giorno in una casa, non può usare telefoni e computer attraverso i quali potrebbe essere localizzata e spiata. Anche i talebani ora, sono diventati molto esperti in questo campo. Nemmeno il suo ufficio è un posto sicuro, l’hanno attaccato diverse volte. Ha grandi difficoltà a godersi la sua famiglia. Stare con suo marito o con suo figlio li mette in pericolo. Come si spiega a un bambino che deve tacere il nome di sua madre? Emerge dalle stoffe con la sua inconfondibile e squillante risata. Parliamo davanti alle immancabili tazze di tè, alle ciotoline di melograno e di mandorle, frutti di stagione.
Ancora non si sanno i risultati delle elezioni. Come andrà a finire?
Nonostante tutti i mezzi tecnologici siamo alle solite. Ghani e Abdullah sono sempre due cani sullo stesso osso, ognuno con i suoi alleati. Come la volta precedente, verrà qualcuno dalla Casa Bianca a decidere e risolvere il pasticcio. Questa è stata una ‘selezione’ non un’elezione. E sono loro, gli americani, a farla. Per noi la grande speranza è l’affluenza più bassa di sempre. Significa che la maggior parte degli afghani ha capito l’inganno e ha deciso di boicottare le elezioni non andando a votare. Nella mia provincia, a Farah, c’è stato il numero più basso di elettori del paese. Un successo per noi.
Normalmente dovrebbe essere il contrario..
Già , normalmente, ma in Afghanistan niente è normale. Per gli altri paesi le elezioni sono un momento importante della democrazia ma qui, dove c’è la caricatura della democrazia, è il contrario, è l’astensione a darci speranza per il futuro.
Non è per le minacce talebane che gli afghani hanno disertato le urne?
No, ho sentito tante persone che avevano sempre votato, anche a rischio di rimetterci il dito per colpa dei talebani. Ma hanno scelto di non andare a votare. Hanno capito cosa sta succedendo e hanno preso consapevolmente la loro decisione.
Quali saranno gli scenari futuri?
Gli Usa non se ne andranno mai da qui. A loro interessano le basi dalle quali controllano il cielo e la terra del nostro paese e tengono a bada gli stati confinanti, i loro nemici. Soprattutto l’Iran , a due passi dalle loro postazioni. La grande tragedia dell’Afghanistan, per gli americani, non è altro che un interesse strategico. Porteranno ufficialmente al potere qualche talebano? Beh , non è una novità , non è la prima volta. Gli Usa, dopo l’invasione, hanno sempre sostenuto, direttamente o indirettamente, questi terroristi. Ci sono persone che hanno visto con i loro occhi gli elicotteri Usa lanciare cibo e armi a talebani e Daesh. Prima sostenevano i jihadi contro i russi, poi i talebani, ora la pedina più forte è l’Isis, è il loro progetto. Molti dei leaders talebani degli anni 90 vivono qui a Kabul, nelle zone più sicure, con belle case e posti di potere, nel Governo o nei Ministeri. Perfino uno, laureato a Yale, che ha partecipato alla distruzione dei Buddha di Bamyan! Nessuno ha mai chiesto niente a questa gente. Adesso tutti, Russi, Americani, Pakistani, organizzano costose conferenze per trattare con loro. Ogni nazione si paga i suoi terroristi. Quale riconciliazione? Gli americani hanno bisogno di un Afghanistan instabile, insicuro, allo sbando, per poter fare i loro interessi economici e politici. Se così non fosse, dopo tutti questi anni e tutti questi soldi spesi, le cose non sarebbero a questo punto. In questo inferno, ognuno può fare quello che vuole, senza giustizia e senza vergogna.
Cosa cambierà se le truppe Usa se ne andranno?
Niente. Adesso l’esercito non serve più, rischiare la vita di giovani americani porta a Trump dei problemi in patria. Non ne ha bisogno. I soldati sono sostituiti dai contractors, dalle truppe speciali della Cia, con licenza di orrori impuniti, dall’esercito afghano che è carne da cannone, dai droni che uccidono senza coscienza, come in un video gioco. No, non cambierà granchè. Potranno continuare tranquillamente a seguire la loro strategia, a controllare da qui questa parte di mondo, ad arricchirsi con il loro principale business.
Quale?
Quello dell’oppio e dell’eroina. Abbiamo il 94% della produzione mondiale e, ogni anno, immancabilmente, dall’inizio dell’invasione americana, aumentano gli ettari coltivati a papavero e le tonnellate di droga. Nessuno vuole fermare questa mafia di morte! E’ evidente nei fatti. Ogni paese pesca i suoi pesci. Tutti sono coinvolti, militari Usa e Nato, Governo, talebani, warlords. Rende troppo e a troppa gente perchè qualcuno faccia qualcosa. E’ come mettere dei conigli a sorvegliare le carote! Oltre a uccidere i giovani dell’occidente, questa roba uccide il nostro futuro.
Quanti sono i tossicodipendenti in Afghanistan?
Il Ministero dice che sono circa 3 milioni ma credo siano di più. Qui a Kabul li puoi vedere ovunque, a ogni angolo, nelle aiuole al centro della carreggiata, nei sotterranei, dove vengono recuperati con un carro i cadaveri ogni mattina, , un mestiere sicuro, uno dei pochi. Nelle province è anche peggio. Sono giovani, donne, bambini. Anche quelli che ti chiedono l’elemosina quando sei in macchina, negli interminabili ingorghi di Kabul. Anche loro vivono di oppio!
Che futuro hanno questi ‘accordi di pace’?
Tutta la popolazione di questo paese vuole la pace, non ne possiamo più della guerra che dura da 40 anni. Ma questa cosiddetta ‘pace’ sarà peggio della guerra attuale. Un’operazione che mette il sale sulle ferite del popolo afghano, soprattutto delle donne che sono state e sono le prime vittime del regime talebano. E’ una ‘pace’ pericolosissima. I talebani controllano già più della metà del paese ma dando loro ancora più potere, permettendogli di entrare in Parlamento ufficialmente, le ingiustizie , la violenza, le violazioni di diritti umani aumenteranno ancora. Soprattutto le donne ne faranno le spese, torneremo indietro di 20 anni, le poche leggi che ci difendono saranno eliminate.
Poteva andare diversamente?
Sì, poteva andare diversamente. Il problema è volerlo. Dopo l’11 settembre gli Usa ci hanno messo pochi giorni a spazzare via da qui i talebani. Poi, in 20 anni, non sono riusciti ad evitare che si prendessero mezzo paese. Come mai? Eppure i talebani, che pure sono armati e bene, non hanno nemmeno gli stinger, i lanciarazzi contro l’aviazione. Gli americani attaccano per lo più dal cielo. L’armata più potente del mondo non ce la fa a battere delle bande di terroristi? Strano no?
Quindi, qual è la strategia Usa, secondo te?
Gli Usa giocano e hanno giocato con questi tagliagole il gioco di Tom e Jerry. Li manovrano, li combattono, li sostengono. Ne hanno bisogno.
Che pace possiamo immaginare?
La pace senza giustizia non esiste. Tutti qui sanno che questi criminali hanno ucciso, violentato, rubato, tradito, torturato, fatto saltare in aria cittadini inermi e adesso è tutto perdonato? Talebani infiltrati, massacrano i loro commilitoni nell’esercito, continuamente. Gli afghani non possono accettare tutto questo. Ogni giorno, i nostri sostenitori nelle varie province, a loro rischio e pericolo, ci mandano report di crimini bestiali. A commetterli sono i talebani, Daesh, i vari signori della guerra con le loro milizie, la polizia. Ma nessuno lo viene a sapere , nessuno fa giustizia. Ignoranza e impunità uccidono un paese.
Il popolo afghano potrebbe scendere in piazza contro tutto questo, come succede adesso in Irak, Libano, Cile, Hong kong?
Abbiamo troppi nemici e troppo forti. Le manifestazioni di piazza spontanee senza guida e senza armi, finiscono in genere nel sangue. Non hanno futuro. Ogni paese ha la propria situazione, con relativi problemi, nemici, storia, cultura. Non puoi nemmeno paragonare la resistenza afghana con quella cilena o palestinese o iraniana, che pure è una nazione simile e vicina. Perchè? Perchè a noi manca l’istruzione. In questi anni il vuoto scolastico è stato enorme, in alcune zone l’analfabetismo delle donne arriva al 95%.E’ l’istruzione, la conoscenza della propria identità e dei propri diritti, le opportunità di futuro, è questo che dà forza al nostro popolo
Qual è quindi la strategia delle forze democratiche in Afghanistan?
Le forze democratichee crescono, il partito Hambastagi, Rawa, Saijss e tutti i miei sostenitori, professori, intellettuali, persone con le mani pulite, ci sono e ci sosteniamo a vicenda. Ma le chances sono nulle. La nostra azione è limitata da ostacoli enormi. Uno è il denaro. Come ho detto, l’istruzione è la porta di uscita dal disastro, ma come costruire scuole o avviare corsi di alfabetizzazione a mani vuote? Per un corso ci vogliono almeno 5000 euro! Noi non abbiamo fucili, dobbiamo combattere con le parole, con la penna, la conoscenza. Le scuole qui, vengono fatte saltare dai talebani, sono occupate dai militari, sono chiuse, raggiungerle vuol dire spesso rischiare la vita, soprattutto quella delle bambine. Come si fa a contrastare tutto questo senza soldi?
E se ci fossero?
Prova a immaginare. Se tutte queste forze democratiche avessero i soldi per poter realizzare i loro progetti e dare istruzione a tutti, questo paese farebbe la rivoluzione, non c’è dubbio, perchè la gente combatterebbe per i propri diritti.
Poi, c’è il problema della sicurezza. Dobbiamo stare tutti molto attenti a come ci muoviamo, uccidere qui è molto facile, anche economico. Sicuramente io avrei molto successo se andassi a parlare apertamente alla gente nelle province, in una piazza magari, sarebbero tutti con me. Ma non so nemmeno se riuscirei a finire il mio discorso! E la sicurezza costa. Se fossimo liberi di muoverci sarebbe diverso. Per questo, vedi, ci vuole molto tempo. Anche il tempo è una nostra arma. Per voi dieci anni sono molti ma per noi no, non sono niente, una piccola parte del cammino. E’ una battaglia lunga, ci vogliono determinazione e pazienza. Noi piantiamo dei semi per il futuro. Anche quando non saremo più vivi, avremo di sicuro un risultano dei nostri sforzi attuali.
Cominciano a fiorire questi semi?
Certo, i giovani che mi seguono sono sempre di più e più motivati, condividono la battaglia che ci sta davanti. Abbiamo la responsabilità di guidarli nella giusta direzione. Vengono da me e mi dicono: vogliamo essere al tuo fianco, cosa possiamo fare? Un tempo non era così. E’ l’urgenza a spingerli perchè il disastro delle loro vite e del paese è sempre più grande. Raramente riesco a incontrarli personalmente, a volte nemmeno sui social.
Come si svolge la tua attività ?
In questo momento sto facendo una battaglia per le scuole, a Takar, a Kabul, a Farah. Ho molti sostenitori all’estero e spero che mi diano una mano. Siamo un Comitato e lavoriamo tutti insieme. Non voglio essere un leader, sono una semplice attivista come ognuno di loro.
Come rimani in contatto con i tuoi sostenitori?
Attraverso facebook o il nostro network o per telefono. Non sono mai io a farlo, lo fanno altri nel Comitato. Organizzano i meeting e io ci vado. Non posso fare niente in prima persona perchè qui è tutto controllato, internet, telefono ecc. Dobbiamo inventarci tecniche diverse per non farci identificare. Avere diverse case, diversi indirizzi mail, diversi telefoni…decide il mio comitato di sicurezza, per fortuna, non io. Tutto questo è molto stressante ma necessario.
Alle elezioni di settembre si sono presentati i figli dei vecchi warlords che controllano ancora gran parte del paese (comandanti dei gruppi fondamentalisti che combattevano i russi, hanno scatenato la guerra civile negli anni ’90, governano molte province, controllano il traffico di droga e siedono in Parlamento). Erediteranno il potere dei loro padri?
Noi li chiamiamo ‘i figli dei lupi’. Hanno studiato in buone università all’estero, in questi ultimi dieci anni, e adesso ritornano, presentandosi come persone pacifiche, ben educate, istruite. Molti di loro sono in Parlamento, hanno posti di potere, come ambasciatori o altro e hanno molti titoli di studio. Alcuni ancora non hanno le mani sporche di sangue come i loro genitori, ma imparano presto. Giorni fa, il figlio di un potente warlord, parlamentare nella legislatura precedente, ha ucciso un soldato a bruciapelo, lo hanno visto in molti. Suo padre, per toglierlo dai pasticci, ha accusato un altro soldato, che è stato condannato per l’omicidio. E’ così che funziona con questa gente. Sono accademici e uccidono in modo accademico, con il loro stile, mentre i padri uccidevano in modo più brutale e selvaggio. Per questo li chiamiamo ‘figli dei lupi’.
Hanno seguito tra la gente?
In un primo momento magari le persone ci cascano ma capiscono presto chi sono e che non sono diversi dai loro genitori.
Tu vai spesso all’estero. Non hai mai la tentazione di restarci e di vivere tranquilla?
Sarebbe una sconfitta per me. I giovani del mio paese mi guardano come un esempio, proprio perchè potrei starmene all’estero e vivere una bella vita con la mia famiglia ma rimango qui, voglio essere parte del cambiamento necessario al paese. Condivido la vita fragile della mia gente, per questo hanno fiducia in me. A volte arrivano delle sorprese. A Farah City, dove sono nata, gli abitanti di un quartiere hanno dato il mio nome a una strada! Non ci avrei mai creduto!
Malalai sorride, si vede che le fa piacere. Deve andare ora, il buio arriva presto in questa stagione. Meglio non muoversi di notte.
‘Sai, come diceva una mia compagna, quando diventi una speranza per qualcuno non hai il diritto di arrenderti. ‘
(da Globalist)
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Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
CINQUE GIORNI DI VISITA AI PROGETTI POSTI IN ESSERE NELLA CONTEA SAMBURU CON L’ASSOCIAZIONE AMREF
La cantante Fiorella Mannoia e il portavoce de I Sentinelli Paladini hanno scelto di seguire Amref
in una delle aree più affascinanti e remote del Kenya.
Dal 7 all’11 gennaio fanno visita ai progetti di contrasto alle mutilazioni genitali femminili nella Contea Samburu.
Amref – come si legge nel sito Vita- è impegnata in progetti di contrasto alla violenza di genere rappresentata dalle Mutilazioni Genitali Femminili (MGF) in Africa e in Italia. Le Mutilazioni Genitali Femminili rappresentano infatti un problema globale, che colpisce 200 milioni di bambine, ragazze e donne al mondo.
In Africa Amref lavora da decenni sul tema e ha sviluppato strategie ed approcci efficaci, che oggi si rivelano preziosi e utili anche per l’Italia e l’Europa che stanno sviluppando risposte al fenomeno che riguarda oggi più di 500.000 donne e ragazze in Europa e 80.000 in Italia
Attraverso gli sguardi e le parole di due attivisti, che da sempre si contraddistinguono per il loro impegno sui diritti umani, Amref racconta il problema in Africa, le sue cause e le risposte che un’organizzazione pienamente africana ha sviluppato affinchè le soluzioni siano sostenibili, di lungo termine e soprattutto garantiscano l’ownership comunitaria: i cambiamenti non possono infatti avvenire se non sono profondamente radicati e guidati dalle comunità stesse.
Il progetto in cui è inserito questo viaggio è sostenuto dall’Otto per Mille della Chiesa Valdese.
Fiorella Mannoia, straordinaria artista, ha dato la sua voce anche a battaglie sui diritti umani. Storica amica e testimonial Amref.
Luca Paladini, attivista sui diritti umani, fondatore e portavoce dei Sentinelli, è oggi una voce autorevole della società civile milanese.
Ha contribuito alla costruzione della rete milanese People (di cui Amref è tra i promotori), protagonista di iniziative di grande impatto pubblico
(da Globalist)
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Gennaio 9th, 2020 Riccardo Fucile
RINCORREVA L’UNICA POSSIBILITA’ DI FELICITA’ CHE GLI ERA STATA DATA: SCAPPARE
Mentre il personale tecnico dell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi stava facendo una ricognizione di routine sull’aereo di linea della Airfrance partito martedì sera da Abidijan in Costa d’Avorio e atterrato a Parigi alle sei di mattina di mercoledì, ha notato qualcosa di anomalo nel vano del carrello. Avvicinandosi, comprende che c’era qualcuno, immobile: era un cadavere, un piccolo cadavere.
Le comunicazioni che citano fonti della polizia francese parlano di un immigrato: “di una decina di anni”. Scritto proprio cosi “d’une dizaine d’annees”. La Air France invece conferma ufficialmente la morte di un “clandestino”. Sembrano le parole scelte per via di una sorta di accortezza per non turbare il lettore, una specie di buon educazione per preservare dal dolore, invece è solo un orrida astuzia per gestirne il drammatico impatto mediatico, non si pronuncia la parola bambino.
È un bambino ad essere morto. Provate a immaginarvi voi stessi a dieci, dodici anni chi eravate, come eravate.
Provate ad avere a tiro di sguardo un bambino di questa età ma fatelo ora in questo istante, fissatelo. Provate a pronunciare nella vostra testa che ha una dozzina d’anni e provate a descriverlo cittadino o clandestino a seconda dei documenti che presumibilmente possiede. Ora provate a misurare il disgusto che sentite per questa metrica di descrizione che avete appena usato.
Mentre scrivo ancora non si conosce il nome ne l’età precisa di questo bambino ivoriano, è facile però immaginarselo nascosto mentre scorge nella radura che circonda l’aeroporto Fèlix-Houphouà«t-Boigny di Abidijan in Costa d’Avorio, l’aereo parcheggiato in mezzo al nulla come spesso accade nelle piste africane cosi distanti dall’agglomerato di cemento presidiato.
È semplice immaginarlo che corre nell’istante in cui ha intuito di non esser visto, ed è stato cosi veloce e cosi attento nel trovare il momento adatto che quando si è arrampicato sulle enormi gomme dell’aereo e poi con al sola forza delle braccia si è aggrappato al telaio rannicchiandosi nel vano del carrello.
Ha sperato cosi di aver trovato il posto giusto per arrivare in Europa, farcela ad avere la sua possibilità di vita. Difficile capire se aveva avvertito qualcuno, se ne aveva parlato con sua madre, se era solo in quella radura o se altri non hanno avuto la sua temerarietà , la sua velocità di corsa e di slancio.
Quello che sappiamo di certo è che gli alloggiamenti dei carrelli di atterraggio non sono nè riscaldati nè pressurizzati. Le temperature scendono a oltre -50°C tra i 9.000 e i 10.000 metri, l’altitudine alla quale volano gli aerei di linea.
Sapete cosa succede quando si è a 4mila metri? È come respirare in una busta di patatine, a 5mila inizi a non riuscire bene a muoverti, a 8 mila come dicono gli alpinisti è come correre su un tapis roulant al massimo e “respirare solo tramite una cannuccia”. Poi arriva un ictus e il cuore si spacca. Oltre i 42 gradi sotto zero il corpo non riesce più a termoregolarsi così cerca di scaricare tutto il suo calore, arrivano febbre, sudorazione poi convulsioni, svenimento.
Queste descrizioni non sono una fenomenologia dell’orrore ma solo un tentativo di dare prova di quello che un bambino ha provato pagando il suo sogno di volare via in Europa.
Se provassi a descriverne il terrore che deve averlo attanagliato al buio, al gelo estremo mentre spariva l’ossigeno, mentre le orecchie gli sanguinavano per la pressione verrei descritto come un buonista, un molle, un finto tenero speculatore che vuole far politica sul dolore di un bambino. In questo cinismo non annegava l’anima di questo bambino.
Il sogno di volare, di volare non visti e di arrivare in Europa riempie il cuore di un adolescente più di qualsiasi analisi delle possibilità reali di realizzazione e dei pericoli.
Volare via, trovare uno spazio di vita nuovo già immaginarsi dopo poche ore di volo di chiamare a casa dicendo che ce l’hai fatta, queste sono fantasie che riescono ad obliare ogni istinto di prudenza, a dissolvere persino la paura.
Così era accaduto anche a Yahuine Koita e Fode Tounkara: avevano 14 e 15 anni quando si nascosero il 29 Luglio del 1999 in un carrello di un aereo partito da Conakry in Guinea e diretto a Bruxelles. Morirono assiderati, ma il mondo si accorse di questi due bambini perchè portavano una lettera scritta a mano all’Europa
“…Signori membri e responsabili dell’Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. Aiutateci, soffriamo enormemente in Africa, aiutateci, abbiamo dei problemi e i bambini non hanno diritti…in Guinea, abbiamo molte scuole ma una grande mancanza di istruzione e d’insegnamento, salvo nelle scuole private dove si può avere una buona istruzione e un buon insegnamento, ma ci vogliono molti soldi, e i nostri genitori sono poveri, in media ci danno da mangiare. E poi non abbiamo scuole di sport come il calcio, il basket, il tennis, eccetera. Dunque in questo caso noi africani, e soprattutto noi bambini e giovani africani, vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l’Africa perchè progredisca…”
L’attenzione e la commozione dilagò sui media, ma nessuna politica cambiò da allora. Continuarono i tentativi di volare nascondendosi nel vano carrelli. Nel 2013 il corpo di un ragazzo sedicenne era stato trovato assiderato nel vano carrello di un aereo proveniente dal Camerun. Nel luglio del 2019 mentre un tranquillo londinese se ne stava in giardino nel quartiere di Clapham proprio dove gli aerei fanno manovra per atterrare a Heatrow ha come avuto la sensazione di un improvvisa esplosione.
Non era una bomba caduta dal cielo ma un cadavere. Su un volo Nairobi Londra della Kenyan Airways un ragazzo si era nascosto precipitando all’apertura del carrello. Negli ultimi dieci anni in Uk era già accaduto altre due volte. Il 60% della popolazione africana è sotto i 25 anni e il 40% ha meno di 15 anni. È il continente più giovane del pianeta. L’Occidente ormai senza giovani, non riesce più a comprendere le dinamiche che portano i giovani africani ad andare via a qualsiasi costo.
Spesso la vergogna più grande in Africa non è non riuscire a raggiungere un salario, a mantenere la propria famiglia, a sposarsi, ma oggi la vergogna più grande è non provare a scappare.
La cancrena generata dalla politica populista risiede tutta nell’aver costretto uno dei temi più complessi del nostro tempo, l’Africa e le politiche migratorie, ad una gabbia interpretativa banalissima e ideologica. Il dibattito politico ridotto a slogan talmente meschini da aver impedito a tutti, anche a coloro che provano a smontarli, ad allontanarsi dall’approfondimento su ciò che realmente sta accadendo in Africa e su ciò che porta un intera generazione ad avere un unico obiettivo: scappare per non tornare.
Eppure non doveva andare così, le cose non sono sempre andate così. L’Africa dal 2012 è piena di tentativi politici di mutare il tragico destino a cui sembrava condannata, impedire di essere terra di saccheggio ed impedire che la classe politica corrotta scarichi ogni responsabilità solo sull’Occidente come alibi sempre utile.
Quando il movimento Y’en a Marre (Non se ne può più) senegalese aveva fatto cadere il presidente Wade oppure il Balai Citoyen del Burkina Faso che costrinse alle dimissioni Blaise Compaorè, quando Lucha in Congo, ed En Aucun in Madagascar, e anche Jeune et Fort in Camerun, e ancora Wake Up in Madagascar e Sindimujia (non sono schiavo) del Burundi, parlavano di lotta alla corruzione, di democrazia e partecipazione civile, di mettere fine ai presidenti a vita, di boicottare le politica contro le migrazioni europee, di mettere al centro la donna, di combattere le monoculture, di difendere l’ambiente.
Insomma quando questa Africa civile ha iniziato ad organizzarsi, l’Europa l’ha temuta. Spaventata dal non poter più controllare, sclerotizzata dai vecchi accordi per tutelare l’estrazione mineraria, le piantagioni, ricattata dalle imprese che non si fidavano dei nuovi movimenti e preferivano quelli che erano politici “figli di puttana” ma “i nostri figli di puttana”.
Ecco l’Europa e gli Usa (in diverso modo) hanno abbandonato l’Africa lasciandola a Cina (e in diversa misura) Russia ma soprattutto lasciandola alla disperazione, se vuoi diritti e una vita dignitosa scappa. Questo bambino che deve nascondersi in un carrello aereo per raggiungere l’Europa mentre il caffè e il cacao della Costa D’Avorio viaggiano senza trovare nessun muro, nessun confine, persino spesso nessuna ispezione è il simbolo terribile dell’ignoranza del dibattito politico.
L’aeroporto da cui è partito l’aereo è dedicato al primo presidente della Costa d’Avorio che costruì alla fine degli anni 80 la chiesa più alta della terra spendendo in un Paese dove mancavano ancora scuole, impianti idrici, modernizzazione degli ospedali, circa 300 milioni di dollari, ecco questo è un altro simbolo del passato africano che ne determina il presente.
Dopo tutte le parole su questa tragedia non vi è che una cosa da fare, fermarsi e ingoiare tutte le lacrime possibili per sopportare lo schifo che siamo diventati manipolando le parole, tradendo ogni significato, compiacendoci del nostro sarcasmo con un semplice ‘è stato sempre così’.
Forse conviene solo tacere difronte a questo bambino morto di freddo per l’unica possibilità di felicità che gli era stata data: scappare di nascosto.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
DONNE CHE HANNO LASCIATO IL SEGNO E CHE SARANNO ANCORA PROTAGONISTE: LE COMBATTENTI CURDE, URSULA, CHRISTINE, SANNA, JACINTA, GRETA, LILIANA, CAROLA
Alcune di loro sono state tra le figure più criticate, lodate, attese del 2019. 
Donne, ragazze, che con i loro gesti, parole e azioni hanno plasmato il giudizio dei cittadini e dell’opinione pubblica. Se si volge lo sguardo all’indietro, mai come quest’anno vengono in mente i volti di così tante donne che hanno contribuito a scrivere la storia. E forse viene anche da chiedersi se bisognava aspettare il 2019 per avere un’agenda di eventi così piena di nomi femminili.
Tra tutte, rimarrà impresso l’esempio delle donne curde che nel nord est della Siria sono diventate il simbolo della resistenza e della lotta all’invasione turca contro il silenzio della comunità internazionale
Ma, oltre la tragedia, oltre la guerra, ci sono anche altre donne che in questo 2019 ci hanno mostrato nuovi modi di fare politica, di parlare e di agire, e che saranno ancora tra le protagoniste (crediamo) dell’anno che verrà .
Ursula von der Leyen
Nata a Bruxelles, nel cuore dell’Unione europea, di lei si è detto che fosse una predestinata visto che il padre nel 1958 diventò capo di gabinetto proprio della Commissione di cui ora lei è la guida. Successore di Jean Claude Juncker, lo scorso luglio von der Leyen è diventata la prima donna a capo del ramo esecutivo dell’Ue in un periodo di frammentazione e turbolenza. Finiti gli anni dello spauracchio Grexit, ora von der Leyen è chiamata a guidare un’Unione che vacilla proprio sulla sua unità di intenti. Un’Unione sempre più divisa da sovranismi e nazionalismi, che non riesce a trovare la quadra su un futuro unitario. Il suo ruolo è stato tra quelli più attesi del 2019, dopo i cinque anni di Juncker alla guida di una commissione che è dovuta navigare tra la crisi economica, la Brexit. Ma le sfide che attendono von der Leyen non sono molto diverse nella sostanza. La tedesca, già ministra della difesa di Angela Merkel, con una lunga esperienza in campo internazionale, ha mostrato un equilibrismo e un pragmatismo che hanno fatto dubitare molti del suo europeismo. Ma, forgiata dalla cancelliera, la sua “lealtà ” all’Unione è molto più pragmatica di quanto non sia passionale, e forse, per questo, più funzionale.
Sarà dunque una delle figure chiave del prossimo anno non solo per quanto riguarda il destino di un’Europa la cui unità è sempre più in salita, ma anche per trovare la quadra di una politica estera minacciata dal sempre più forte unilateralismo statunitense e l’egemonia cinese che spinge da Est. In mezzo un’Unione europea che per sopravvivere dovrà riappropriarsi di processi decisionali, e fare da equilibrista nelle guerre commerciali, e nei difficili rapporti di politica estera che attendono la leader dell’organo decisionale dell’Ue.
Christine Lagarde
Lasciato alle spalle il motto “Whatever It Takes” di Mario Draghi, alla guida della Bce è arrivata Christine Lagarde. «Comunicherò col mio stile», aveva detto nella sua conferenza stampa di presentazione, ricevuto il testimone dall’ex governatore della Banca d’Italia. Con la sua nomina, l’Unione europea si appresta a entrare nel 2020 con al vertice delle sue istituzioni più importanti due donne.
Il suo arrivo a Francoforte è stato accettato non senza qualche riserva per le sue presunte mancanze tecniche. La sua preparazione, più politica che economica, aveva fatto dubitare anche chi contestava, otto anni prima, la sua nomina al Fondo monetario internazionale, di cui è stata presidente fino al 2019. Laureata in Diritto del Lavoro e Sociale, eredita da Draghi un’Europa diversa da quella del 2011, quando, con l’arrivo dell’ex professore di Economia, l’Ue si trovava in piena recessione con una Grecia pronta all’uscita e l’Italia sull’orlo del default. Ora, Lagarde prende in mano un’istituzione che nel prossimo anno dovrà traghettare l’Ue da politiche monetarie a politiche fiscali volte alla crescita, fatte di riforme strutturali, a livello europeo e nazionale, necessarie per far ripartire la locomotiva europea. Già nominata negli anni passati tra le donne più influenti al mondo, la sua capacità , certo indiscussa, di leadership è quello di cui l’Europa ha bisogno per mettere d’accordo pensieri, opinioni e strategie diverse. E con chi le contesta il suo background accademico, Lagarde si è dimostrata tanto inflessibile quanto aperta alla critica: «Quando non so qualcosa vi dirò che non lo so»
Sanna Marin e Jacinda Ardern
Tra le figure chiave che hanno influenzato il 2019, e su cui gli occhi sono puntati per l’anno che verrà non è possibile sottrarsi dal nominare due prime ministre. L’una, Sanna Marin, fresca di elezioni, è diventata a 34 anni la più giovane premier al mondo. Nata da due madri, porta con sè l’eredità di chi si dice fiera di essere venuta al mondo in una famiglia arcobaleno e, nel 2020, porterà questi temi al centro dell’agenda finlandese. Neomammma, è diventata in pochi giorni il simbolo di chi crede a un’Europa diversa, giovane, preparata e meritocratica.
Dall’altra parte dell’emisfero, c’è un’altra donna che in questi ultimi 12 mesi, in una nazione che ai più suona familiare come la Terra di Mezzo, è diventata il volto di chi ha dimostrato che, forse, un altro modo per rispondere al terrorismo esiste.
Jacinda Ardern, 38 anni, premier della Nuova Zelanda, ha mostrato al mondo il volto di un leader umano, ma intransigente allo stesso tempo. Il suo rigore, in tv, nel comunicare alla nazione, in maniera trasparente, i dettagli dell’attacco alla moschea Christchurch, senza nascondersi dietro a una comunicazione aggressiva e giustizialista, ha stupito l’altra parte di un emisfero abituato a toni differenti.
Il velo in testa e la scelta di leggere passi dal Corano all’apertura della sessione parlamentare — quando il mondo gridava proprio il contrario — hanno scosso tutti. Gentile nel suo abbraccio alla comunità musulmana colpita dal dolore, e risoluta nel condannare la pazzia di un suprematista bianco avvelenato da politiche e messaggi d’odio. Nel 2020 sarà ancora lei a guidare una politica diversa e forse più umana.
Greta Thunberg
La Cop25 è stata un fallimento. La conferenza Onu sul cambiamento climatico è stata un buco nell’acqua. Nessun obbligo vincolante è stato concordato tra i paesi partecipanti. Ed è per questo che siamo certi che nel 2020 Greta Thunberg non si fermerà . La giovane attivista ha stravolto nell’ultimo anno la lotta al cambiamento climatico, dando vita, grazie al suo sciopero davanti al parlamento svedese, a un movimento globale. Lei, la leader del Fridays for future, nominata anche al Nobel per la pace, è riuscita a chiamare a raccolta con la sua voce flebile milioni di giovani in tutto il mondo per dar voce alle istanze di generazioni che pagheranno più di altre lo sfruttamento ambientale del nostro pianeta.
Eletta anche dalla rivista Nature tra le persone più influenti per la scienza nel 2019, il prossimo sarà un anno chiave per Greta e per la sua battaglia per cui ha deciso di abbandonare, per un po’ di tempo, la scuola. Ed è ormai impossibile pensare alla lotta ambientalista senza pensare alla sedicenne svedese.
Liliana Segre
Nell’ultimo anno il suo impegno per mantenere viva la memoria dell’Olocausto è andato di scuola in scuola, è passato da prestigiosi atenei a piccole classi, a teatri e piazze. Ma per la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta all’orrore di Auschwitz, l’ultimo anno ha rappresentato anche una nuova, temuta, consapevolezza sul ritorno di un odio che sembrava essere stato sconfitto.
Vittima di attacchi antisemiti, Segre è stata messa sotto scorta. E mentre il dibattito sull’olocausto continua a essere molto acceso, con attacchi etnici e razzisti, la sua memoria continuerà a essere un faro per le nuove generazioni.
Carola Rackete
I decreti sicurezza «vanno depurati da condizioni che io stesso ritengo inaccettabili». Non c’è dubbio, anche nel 2020 uno degli scontri più accessi in Italia, e nell’Europa, sarà sul tema dell’immigrazione. E le parole del premier Giuseppe Conte durante la tradizionale conferenza stampa di fine anno confermano su quali argomenti l’opposizione e la maggioranza si sfideranno in parlamento. Un tema che nel 2019 è stato legato alla figura di una donna, quella di Carola Rackete. La capitana della Sea Watch ha diviso l’opinione pubblica italiana per aver ignorato il blocco navale ed essere entrata nel porto di Lampedusa. Dovrà risponderne durante l’udienza del prossimo 16 gennaio. Ma a rimanere aperto è anche lo scontro con Matteo Salvini che, dopo gli insulti alla capitana, è stato querelato da Rackete. Toccherà aspettare dunque il prossimo anno per vedere se il dibattito a distanza con l’ex ministro continuerà e se Rackete tornerà , prima o poi, in mare a salvare migranti.
(da Open)
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Dicembre 27th, 2019 Riccardo Fucile
“DA NOI C’E’ SPAZIO PER TUTTI, NOI STIAMO CON GLI ULTIMI E I PIU’ VULNERABILI”
Dalla parte dei più vulnerabili: Lorenzo Donnoli, uno dei volti più noti del Movimento delle
sardine, ha commentato sul suo profilo Facebook le polemiche sulla partecipazione alla manifestazione di Roma in Piazza San Giovanni di Nibras Asfa, la “sardina con il velo” che ha “osato” affrontare Giorgia Meloni e Mattia Salvini.
Dopo giorni e giorni di discussioni riguardo la scelta di far salire una ragazza con il velo sul palco delle sardine, Lorenzo Donnoli ha commentato quanto sta cavalcando l’onda mediatica in un lungo post sul suo profilo personale di Facebook: “Disoccupati, precari, operai e lavoratori che rischiano la vita ogni giorno, vittime del sistema mafioso, vittime della malasanità , vittime dell’ignoranza della propria famiglia, vittime di intolleranza, donne vittime di violenza. Questo sono, anche, le Sardine. Quindi non possiamo che rivendicare questa scelta, dalle parte degli ultimi. Delle ultime. Dei più vulnerabili.”
Il messaggio è semplice ed è solamente uno: il movimento delle sardine si schiera dalla parte delle minoranze, tutte. Sociali, religiose, lavorative, non importa. Quello che è fondamentale è riuscire a dare voce a chi, da solo, non riesce a parlare. Perchè “fra le sardine c’è spazio per tutti”.
“Dare voce ad una persona che si definisce islamofoba come ha fatto il Giornale non prova il nostro oscurantismo ma il loro“, ha sottolineato Lorenzo Donnoli nel suo post. “Leggete delle origini del velo, una moda nata in tutto il Mediterraneo, ad imitazione delle più altolocate. Quando a Roma e nella cerchia di Maometto le donne iniziarono a portare il velo, alle schiave era proibito. E non è il burqa. E lo portano anche tante donne al Sud Italia. Non solo Nibras, che è italiana fra l’altro. Basta islamofobia, basta antisemitismo, bas
ta omotransfobia, basta discriminazioni e basta bugie“, continua il lungo commento. Quello a cui fa riferimento Donnoli è l’idea di sottomissione a cui viene collegato il velo islamico. La decisione di indossare il velo, in realtà , può essere sia religiosa che non: per alcune donne è una scelta personale che viene fatta dopo la pubertà e ha lo scopo di riflettere la propria devozione personale vero Dio, altre lo indossano per esprimere visibilmente la loro identità mussulmana, altre ancora lo riconoscono come espressione della loro identità culturale.
Non è altro che una scelta personale. Storicamente il velo è si è diffuso in tutta l’area mediterranea come un elemento distintivo delle donne di classi elevate, e questo spiega perchè anche nel Cristianesimo la Vergine Maria è quasi sempre raffigurata velata. Sempre storicamente parlando, pare che le donne mussulmane abbiano iniziato a indossare il velo per imitazione: le donne della cerchia del profeta Maometto infatti erano tutte velate e presto è diventato un vero e proprio simbolo distintivo di ricchezza.
Con l’avvento dell’Islam, poi, si cercò di promuovere soprattutto una società meno gerarchica e più equa, e con questo anche la concessione di indossare il velo per le schiave, cosa proibita fino a quel momento.
Oggi, in Europa, l’associazione tra il velo e la classe sociale è sparita per fare spazio a discriminazioni di ogni genere: le donne mussulmane velate sono considerate la minoranza più vulnerabile d’Europa.Lorenzo Donnoli contro Giorgia Meloni
“Amore per il prossimo, amore per gli ultimi, lo dico da ateo non battezzato a quelli che si definiscono cristiani e ci attaccano violentemente ogni giorno…”: la conclusione dell’organizzatore del movimento delle sardine è un velato riferimento a Giorgia Meloni, che dopo l’intervento di Nibras ha postato sui suoi profili il video dei due ragazzi durante la manifestazione di Roma e ha commentato: “Quello che non mi è chiaro della simpatica ragazza nel video è: perchè se tu sei fiera di essere islamica, io non posso esserlo di dirmi cristiana?” E a questa domanda ha risposto Donnoli: “Non puoi essere fiera di essere cristiana se il gruppo parlamentare del tuo partito vota contro la risoluzione europea che contrastata la violenza sulle donne e l’odio in base al genere. E fomenta l’odio razziale su due ragazzi solo perchè sono di un’altra fede religiosa. I cristiani amano il prossimo, i pagliacci solo se stessi“.
(da agenzie)
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Dicembre 26th, 2019 Riccardo Fucile
LA VERA SINTONIA DELLE SARDINE NON E’ CON LA SINISTRA MA CON IL MONDO DEL VOLONTARIATO CATTOLICO… I RAGAZZI DELLE PIAZZE HANNO TROVATO UN ALLEATO SORPRENDENTE CON CUI PROGRAMMANO LE PROSSIME MOSSE
Sardine benedette: per sintonia, molto prima che per strategia. 
Da Sant’Egidio alla Cei, Sardine che si appoggiano alle parrocchie, hanno avuto contatti con il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, e stretto relazioni con la Comunità fondata da Andrea Riccardi, già prima che tutto cominciasse: anche quando Mattia, Andrea, Giulia, Roberto gli altri non si erano ancora ritrovati a piazza Maggiore, a sorpresa, in dodicimila, il 14 novembre, ecco anche allora quei fili c’erano già
L’ultima conferma che c’è anche questo pezzo di realtà , alle spalle dei molti e variopinti mondi che sostengono e si ritrovano nel movimento delle Sardine arriva proprio di fronte alla basilica di San Giovanni, a Roma, nel bel mezzo del più importante tra i 130 flash mob organizzati in poco più di un mese dal gruppo di ragazzi che, di colpo, ha scippato a Matteo Salvini il monopolio della piazza.
Conferme fatte di dettagli. Come questo. All’imbrunire del 14 dicembre, nella piazza tappezzata di Sardine, avvicinandosi al camion da cui parlano gli oratori, l’unico politico eletto che è dato rintracciare tra le transenne è infatti il consigliere regionale del Lazio Paolo Ciani. Non certo una prima fila, latore però di un ambiente preciso, tutt’altro che secondario. Eletto nella maggioranza che sostiene il governatore (e segretario dem) Nicola Zingaretti, Ciani è una figura chiave della comunità di Sant’Egidio, creatura dell’ex ministro Andrea Riccardi. Fondatore nel 2018 di Demos (democrazia solidale) con Mario Giro, altro peso massimo di quell’universo, adesso Ciani è a piazza San Giovanni per accompagnare Pietro Bartolo, per trent’anni medico a Lampedusa e da giugno europarlamentare (sostenuto da Demos), a sua volta l’unico eletto ammesso – guarda caso – sul palco sardino, che in generale rifugge la commistione partitica.
Applauditissimo il suo intervento, dopo quello della presidente dell’Anpi Carla Nespoli, e prima di quelli – giusto per dare l’idea della vastità che si è voluta rappresentare – della presidente dell’Arcigay Molise Luce Visco, della collaboratrice di Sea Watch Giorgia Linardi.
L’attenzione all’accoglienza è uno dei punti in cui le sardine si sono esposte di più, chiedendo l’abolizione dei decreti sicurezza di Salvini.
(da “L’Espresso“)
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Dicembre 25th, 2019 Riccardo Fucile
A SIRACUSA IL GESTO DI UN CAMPIONCINO DI KARATE: LEALTA’ SPORTIVA E VALORI MORALI… LA MADRE: “L’ONESTA’ E’ LA PRIMA COSA NELLA VITA, MIO FIGLIO E’ ABITUATO A VINCERE MA ANCHE A PERDERE CON UMILTA'”
“Mamma questa medaglia non la merito, perchè non l’ho vinta. Devo consegnarla al vero vincitore”. Quando la lealtà sportiva e i valori morali rappresentano la vera vittoria, allora accadono storie come quella che ha visto protagonista Giorgio Torrisi, 10 anni, cintura nera di karatè e, dopo ciò che è accaduto, anche di lealtà .
Per un errore nel calcolo dei punti è stato giudicato e premiato come vincitore di un torneo, ma quando ha scoperto di non aver realmente conquistato l’ambita medaglia d’oro ha scelto di consegnarla a Carlotta Bartolo, 11 anni, arrivata seconda.
La competizione, la settima edizione dell’International Edukarate, si è svolta al PalaCannizzaro di Acicastello e ha visto sfidarsi 350 bambini provenienti da tutta la Sicilia. Giorgio Torrisi, di Catania, è stato giudicato il primo nella sua categoria. Immediatamente dopo la premiazione, i genitori stessi, Antonio Torrisi e Chiara De Melio, hanno intuito che c’era qualcosa che non quadrava nei punteggi. “Mio figlio è abituato a vincere – ha raccontato Chiara, la mamma – ma anche a perdere con umiltà , perchè è questo che insegno ai miei figli. Ho spiegato a Giorgio che c’è stato un errore e ha voluto consegnare la medaglia a chi l’ha meritata al suo posto. L’onestà è la prima cosa nella vita”.
Scene rare e ben lontane da quelle a cui spesso si assiste nelle tribune delle gare di calcio giovanili, in cui genitori eccessivamente esigenti pretendono solo vittorie sul campo. A discapito del decoro, della forma e dell’educazione dei figli.
Così Giorgio ha scelto che la sua più grande vittoria sarebbe stata quella di consegnare la medaglia a Carlotta. E la missione è stata compiuta e la medaglia ha trovato il suo legittimo proprietario: tutta la famiglia Torrisi è sbarcata nella palestra dell’ “Accademia Bartolo” a Pachino, in provincia di Siracusa, per incontrare Carlotta e i suoi genitori.
“La nostra prima vittoria è questa – ha dichiarato Giuseppe Bartolo, padre di Carlotta e maestro di karatè -, trasmettere ai nostri atleti e figli i valori della lealtà ”. Carlotta ha ottenuto la sua meritata medaglia, ma il vero vincitore morale della competizione, manco a dirlo, è stato Giorgio.
Il gesto è stato anche notato – e lodato – dall’organizzatore dell’evento, Salvo Filippello, pedagogista componente della commissione nazionale Csain e coordinatore regionale. “Un esempio virtuoso – ha commentato Filippello – come ente promuoviamo i valori sociali ed educativi, al di la di quelli agonistici. Vuol dire che abbiamo seminato bene. Il nostro obiettivo è creare grandi uomini, più che grandi campioni”.
Filippello ha messo in piedi anche una “karate-therapy”, che serve ad incanalare energie ed istinti dei più piccoli nell’ambiente sano dello sport. “Lavoriamo anche in ambienti difficili – ha spiegato il responsabile siciliano di Csain – e con questa attività facciamo in modo che i ragazzini più iperattivi possano lavorare sull’autocontrollo”.
(da agenzie)
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Dicembre 24th, 2019 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA DI UOMINI E DONNE DEL IX REPARTO MOBILE
Gli agenti di polizia della Questura di Bari protagonisti delle cronache nazionali per un grande atto di solidarietà arrivato nei giorni di Natale. Il IX reparto Mobile di Bari ha donato un cospicuo quantitativo di generi alimentari in favore di associazioni impegnate nel sociale e in aiuto ai più bisognosi.
Cibo, per un valore di poco meno di sedicimila euro, che arriva dalla rinuncia a circa tremila buoni pasto maturati durante il corso del corrente anno da parte degli agenti. Dal suo canto l’azienda che gestisce la mensa del polifunzionale della polizia di Stato ha aggiunto una parte di donazione ai buoni pasto, convertendoli poi in derrate alimentari.
I prodotti sono stati donati all’associazione Incontra con sede a Bari, all’opera Salesiana Sacro Cuore con sede a Cisternino, alla Congregazione Suore dello Spirito Santo di Bari e alla Comunità educativa 16 agosto con sede a Bari.
“Un grazie anche a tutti coloro che, in questo periodo natalizio, hanno fatto donazioni” — I volontari dell’associazione Incontra, nella giornata di venerdì 20 dicembre, si sono recati nella caserma di via Cacudi a Bari e, coadiuvati dagli agenti, hanno caricato nel furgone associativo una ingente quantità di generi alimentari a lunga conservazione, che sono stati successivamente disposti sulle mensole del market solidale dell’associazione e quindi verranno donati alle oltre 600 famiglie in stato di bisogno assistite.
“L’associazione InConTra intende ringraziare sia il IX reparto mobile della Polizia di Stato di Bari che l’azienda di ristorazione per aver dimostrato sensibilità verso chi è meno fortunato — si legge nella nota di InConTra -. Un grazie anche a tutti coloro che, in questo periodo natalizio, hanno fatto donazioni in termini di giocattoli, beni alimentari e vestiario utili alle attività di volontariato associative”.
(da Fanpage)
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