Maggio 12th, 2019 Riccardo Fucile
CHI E’ KONRAD KRAJEWSKI, L’ELEMOSINIERE POLACCO CHE HA TOLTO I SIGILLI AL CONTATORE… AVEVA RINUNCIATO AL SUO APPARTAMENTO PER OSPITARE UNA COPPIA SIRIANA
Il cardinale Konrad Krajewski, 55enne polacco, elemosiniere di Sua Santità , ha preso sul serio l’incarico datogli da Francesco nel 2013.
“La scrivania non fa per te, puoi venderla; non aspettare la gente che bussa, devi cercare i poveri”, gli disse al momento della nomina. E lui, fin da subito, si è adoperato in questo senso.
Don Corrado, come lo chiamano tutti Oltretevere, gira di notte per le strade di Roma con un furgoncino carico di viveri, coperte, generi di prima necessità e li distribuisce ai senzatetto. Si deve a lui la creazione di una barberia sotto il colonnato si San Pietro, così l’installazione di alcune docce.
Due anni fa, saputo dell’arrivo tramite i corridoi umanitari promossi da Sant’Egidio di una coppia siriana, Krajewski ha ceduto l’appartamento che il Vaticano gli aveva concesso in quanto dipendente.
E si è trasferito in ufficio, all’ultimo piano della piccola palazzina in dotazione all’elemosineria entro le mura leonine. Per qualche settimana ha abitato in una stanza al pian terreno, dove sono conservate le pergamene che l’elemosineria compila con la benedizione apostolica a chi ne fa richiesta.
Poi, lo spostamento a un piano superiore dove ha almeno garantita un po’ di privacy.
“È una cosa normale, nulla di eccezionale”, raccontò allora Krajewski a Repubblica. Così scorrono le giornate del braccio destro del Papa per la carità . Tutte spese per gli ultimi, in giro per Roma, rispondendo nel limite del possibile alle esigenze di oguno.
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Maggio 10th, 2019 Riccardo Fucile
IL LIBRO DI PADELLARO: NEGLI ANNI DEL TERRORISMO I DUE POLITICI DI DESTRA E SINISTRA FECERO PREVALERE LA TUTELA DELE ISTITUZIONI, NIENTE A CHE VEDERE CON LE CIALTRONATE DELLA CLASSE POLITICA ATTUALE
Giorgio Almirante, compostissimo, entrò nel palazzo in via delle Botteghe oscure a Roma, sede del Pci, in cui era stata allestita la camera ardente per Enrico Berlinguer.
Trentacinque anni fa, giugno 1984, quasi l’indicibile e impensabile in politica: il leader del Msi, partito di destra nato dalle ceneri della Repubblica di Salò, repubblichino egli stesso, per la sinistra “uno sporco fascista, un reietto, un rottame della storia”, andava a rendere omaggio al suo principale avversario politico, capo del Partito comunista più forte d’Occidente, morto dopo un comizio a Padova.
Antonio Padellaro ci racconta, oggi, che Almirante e Berlinguer ebbero 6 incontri privatissimi, quasi tutti però in Parlamento, tra il 1978 e il 1979.
Non sappiamo altro, sappiamo solo questo.
In verità , “Il gesto di Almirante e Berlinguer”, Paper first, 89 pp., 8 euro, serve all’ex inviato del Corriere della sera, ex direttore dell’Unità , fondatore ed ex direttore del Fatto Quotidiano, per fare un po’ di ordine, senza però seguire un vero e proprio ordine nel racconto, di quegli anni duri, difficili, ma anche “strani”- come racconta Padellaro-. Nei giornali la mattina si aggiornava la contabilità dei morti falciati dai terroristi. Il pomeriggio si chiacchierava amabilmente”. Un ordine personale, pubblico e politico.
Padellaro è paziente e lucido, senza mai alzate di tono, sulle miserie politiche del tempo presente. Quelle del libro sono folate nella storia politica di quarant’anni fa e nei suoi drammi, con citazioni apparentemente prive di significato, ma che servono a Padellaro per tenere il “suo” filo del discorso.
Demitizzare letture intrise di troppi clichè su fatti del passato, in particolare sul caso Moro, e parlare ai troppi vuoti frastuoni del presente. Il direttore (perchè resti sempre direttore anche quando non lo sei più operativamente) rivela nulla su Almirante e Berlinguer, e tantissimo.
Ma più di tante parole quel che importa è la scelta, il gesto, appunto.
Quando essere avversari politici non cancellava l’essere uomini avvolti da paure, ansie, per motivi diversi certo.
In cui, quel vedersi, quel parlarsi, immaginiamo anche, quei silenzi, ricomponevano le ragioni profonde di uno Stato, sotto i colpi del terrorismo rosso e nero.
“Pensate: due personaggi che hanno come principale strumento di lavoro la parola, ma che decidono di non fare parola, mai e per nessuna ragione sulle loro confidenze – scrive Padellaro-. Poichè, soltanto l’assoluta riservatezza avrebbe potuto, nelle loro intenzioni, produrre qualcosa di buono per il loro paese. Pensate ora al frastuono che oggi accompagna ogni inutile sospiro della politica che ci circonda”.
Ecco, Padellaro, che ne ha viste molte in cinquant’anni di giornalismo, tra i primissimi cronisti parlamentari, propone e invoca per il tempo presente un senso vero e autentico, mostrando come due mondi e uomini lontani avevano un filo comune, nonostante tutto, al di là dell’immaginazione.
Un filo, dei gesti necessari oggi per non restare solo con scetticismo e sarcasmo “che dominano
discorso pubblico”, come avverte il nostro illustre collega.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Maggio 8th, 2019 Riccardo Fucile
VOTO ALLE DONNE, COSTRUZIONE DI SCUOLE E OSPEDALI, LOTTA ALLA POVERTA’, A FIANCO DEGLI OPERAI NELLE LOTTE SINDACALI, MORTA A 33 ANNI, RESTA ANCORA UN MITO… LA SUA VITA SIA D’ESEMPIO A CERTI CAZZARI SEDICENTI DI DESTRA SOCIALE
Maràa Eva Duarte de Perà³n, per il mondo Evita, ha vissuto solo 33 anni, ma ha lasciato un
segno profondo nella vita politica e sociale dell’Argentina, come dimostra il fervore che ha accompagnato i preparativi per la commemorazione del centenario della nascita, il 7 maggio 1919.
Da giorni i media ricordano l’inaugurazione di mostre, il lancio di opere editoriali, le opere teatrali e i dibattiti, la presentazione di opere d’arte e sculture e, per gli amanti della cucina, perfino l’offerta di un menù speciale nel ristorante “El Santa Evita” nel quartiere di Palermo a Buenos Aires.
Eva Duarte nasce a Los Toldos, in provincia di Buenos Aires. Con la madre Juana Ibarguren e i quattro fratelli forma la “famiglia irregolare” di Juan Duarte, proprietario terriero che muore quando la bimba ha appena sei anni.
Insoddisfatta della vita modesta a Junàn, dove i suoi si sono trasferiti, a 15 anni decide di emigrare a Buenos Aires per diventare attrice. È la radio a regalarle la popolarità ed è sempre grazie alla radio che Eva conosce il colonnello Juan Domingo Perà³n, capo del Dipartimento del Lavoro, che il 22 gennaio 1944 coinvolge molti artisti in un grande evento di solidarietà destinato a raccogliere fondi per le popolazioni colpite dal terremoto di San Juan.
I due non si lasciano più e per la donna è l’inizio di un’ascesa vertiginosa perchè l’anno successivo sposa Perà³n, che nel febbraio 1946 vince le elezioni presidenziali.
A 27 anni la first lady Eva si lancia in politica: si batte per il voto alle donne, inaugura scuole e ospedali, dialoga con i sindacati, trascina le folle e diventa un’icona, con la sua gestualità enfatica, i suoi abiti ricercati e il suo inconfondibile chignon.
La ribattezzano “Abanderada de los Humildes” (Portavoce degli umili) e “Madre de los Descamisados” (così erano chiamati i sostenitori di Perà³n, ad indicare simbolicamente la provenienza dagli strati popolari della società ) consolidando la nascita di un “mito” intorno alla sua persona, immortalato perfino in un musical, diventato film con Alan Parker nel 1996 e interpretato da Madonna. Muore nel luglio del 1952, a soli 33 anni, per un cancro all’utero.
Per molti anni, le spoglie di Evita non trovarono pace. I militari che deposero Perà³n nel 1955 volevano cremare il cadavere imbalsamato della moglie, che invece, con l’avallo del Vaticano, venne sepolto per 16 anni sotto falso nome a Milano. Perà³n riuscì a far portare le spoglie a Madrid dov’era in esilio, per poi trasferirle in Argentina nel cimitero della Recoleta, a Buenos Aires.
Evita è stata anche il controverso volto del “peronismo”, un movimento particolare nella storia della prima metà del XX secolo, epoca nella quale, in Sud America, si svilupparono e presero vigore dittature molto potenti, di carattere militare.
Anche Peròn, colonnello dell’esercito, nominato nel 1943 ministro del lavoro in seguito a un colpo di stato militare, e successivamente divenuto presidente da libere elezioni sembrò prendere il sopravvento al fine di creare una dittatura repressiva.
Ma non fu esattamente così, secondo alcuni storici, forse proprio grazie alla presenza di Evita, che contribuì in modo determinante al forte orientamento di carattere sociale e socialista, vicino ai cosiddetti “descamisados”, della politica del marito. Oltre a gestire in modo populistico l’immagine di
Perà³n, infatti, Evita, diversamente da ciò che avvenne in altri paesi dell’America Latina, tenne per il governo buoni rapporti con la Chiesa cattolica, mitigò la politica di repressione verso gli avversari e fece della classe operaia il fulcro della politica peronista.
(da Globalist)
argomento: radici e valori | Commenta »
Aprile 24th, 2019 Riccardo Fucile
LA LEZIONE DI PAOLO BORSELLINO, UOMO DI DESTRA VERA, A CERTI CIALTRONI CONTEMPORANEI CHE NE INFANGANO I VALORI
Il 26 gennaio del 1989, il giudice Paolo Borsellino incontrò gli studenti di Istituto
professionale “Remondini” di Bassano del Grappa.
Il giudice, nel suo intervento, affrontò i temi che gli stanno più a cuore: la legalità e i rapporti fra mafia e politica
Qui sotto la trascrizione del suo intervento:
“Sono emerse dalle nostre indagini tutta una serie di rapporti tra esponenti politici e organizzazioni mafiose che nella requisitoria del Maxiprocesso vennero chiamati “contiguità ”, cioè delle situazioni di vicinanza o di comunanza di interessi che però non rendevano automaticamente il politico responsabile del delitto di associazione mafiosa. Perchè non basta fare la stessa strada per essere una staffetta, la stessa strada si può fare perchè in quel momento si trova — almeno da punto di vista strettamente giuridico — si trova conveniente o fare convergere la propria attenzione sullo stesso interesse. Questo non ci ha consentito dal punto di vista giudiziario di formulare imputazioni sui politici, però stiamo attenti, vi è un accertamento rigoroso di carattere giudiziario che si esterna nella sentenza nel provvedimento del giudice e poi successivamente nella condanna, che non risolve tutta la realtà , la complessa realtà sociale. Vi sono oltre ai giudizi del giudice, esistono anche i giudizi politici, cioè le conseguenza, che da certi fatti accertati, trae o dovrebbe trarre il mondo politico. Esistono anche i giudizi disciplinari, un burocrate, un alto burocrate, che ad esempio, dell’amministrazione ha commesso dei favoritismi, potrebbe non aver commesso automaticamente, perchè manca qualche elemento del reato, il reato di interesse privato in atto d’Ufficio, ma potrebbe essere sottoposto a procedimento disciplinare perchè non ha agito nell’interesse della buona amministrazione.
Ora l’equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! Questo discorso non va, perchè la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però siccome dall’indagine sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri
poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma erano o rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perchè ci si è nascosti dietro lo “schermo” della sentenza e detto: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perchè non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia e non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al proprio interno di tutti coloro che sono raggiunti, ovunque, da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reato”
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
HA IMPARATO L’ITALIANO LAVORANDO IN UNA STAZIONE DI BENZINA, LA MATEMATICA IN UNA SCUOLA SERALE DOPO AVER TRASCORSO LE NOTTI SUI TETTI DEI CANTIERI
L’italiano l’ha imparato lavorando in una stazione di benzina, dopo aver passato troppe notti
a dormire sui tetti dei cantieri. Ora può festeggiare la sua laurea: Sajjad Ahmed ha 28 anni, è originario del Pakistan ed è appena diventato dottore in Ingegneria industriale all’Università del Salento, a Lecce.
È una storia di riscatto, la sua, di una forza di volontà talmente inossidabile da non arretrare di un solo passo davanti alle difficoltà .
Ed è lui stesso a raccontarla: “La mia famiglia è originaria del Pakistan, ma per 17 anni ho vissuto in Libia, dove ci eravamo trasferiti per il lavoro di mio padre – ricorda – Dai 13 anni in poi ho vissuto da solo, mentre la mia famiglia era rientrata in Pakistan. Ho dovuto lasciare la scuola e iniziare a lavorare per aiutare i miei e le mie sorelle, e spesso dormivo sui tetti dei cantieri”.
Era solo un ragazzino, ma con le idee chiare: “Avrei fatto qualunque cosa per ricominciare tutto da capo, è stato per questo che mi sono imbarcato clandestinamente per venire in Europa: un viaggio difficilissimo, ma il 2 ottobre 2007 siamo sbarcati finalmente nel porto di Lampedusa. Dopo i controlli, con altri minorenni fui destinato a Brindisi, e da lì affidato all’istituto dei frati cappuccini Itca di Lecce”.
Era uno dei tanti minori non accompagnati arrivati in Italia, Sajjad: straniero e solo, ha trovato nell’accoglienza la sua rinascita. Ha quindi cominciato a lavorare come addetto alla distribuzione di carburante e ha ripreso a studiare, completando le scuole medie e le superiori. Quello che guadagnava lo inviava alla famiglia, e ha così permesso alle sorelle di laurearsi.
“È stato poi grazie ad alcuni amici che frequentavano corsi di dottorato che ho capito di poter investire anche su me stesso, di poter essere protagonista dei miei sogni – continua – così ho deciso di iscrivermi a Ingegneria. Un sogno apparentemente irrealizzabile, visto che avevo imparato la matematica a una scuola serale e l’italiano in una stazione di benzina”.
Non è stato facile studiare e superare gli esami, anche perchè Sajjad Ahmed continuava a lavorare, ma “non ho mai smesso di crederci e ho continuato a chiedere aiuto”.
Ora si è laureato, la sua tesi aveva per titolo “Experimental evaluation method of the cyclic curve”, ed è solo il punto di partenza: vuole proseguire gli studi con la magistrale in Ingegneria gestionale.
“Il suo successo è per tutti noi docenti del corso di laurea motivo di profonda soddisfazione – dice il suo relatore, il professor Riccardo Nobile – Avendo avuto modo di conoscerlo sono persuaso che questa sarà una tappa, e non certo l’ultima, della sua realizzazione umana e professionale”.
(da “La Repubblica”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Aprile 18th, 2019 Riccardo Fucile
“PUBBLICHIAMO I CURRICULUM: IO STUDENTESSA LAVORATRICE, INSEGNANTE PRECARIA, OPERAIA IN FABBRICA, CAMERIERA D’ALBERGO E OPERATRICE DI CALL CENTER PRIMA DI ARRIVARE AL SUCCESSO. LEI INVECE SIGNOR MINISTRO?”
Michela Murgia risponde per le rime all’ennesimo tweet offensivo di Matteo Salvini che ha definito
la scrittrice, autrice del bestseller “Accabadora” e vincitrice dei premi Campiello, Dessì e SuperMondello, una “intellettuale radical chic e snob”.
Murgia replica al ministro dell’Interno con un lungo post su Facebook proponendogli un gioco, la “sinossi dei curriculum”.
“Nel ’91, anno in cui mi diplomavo come perito aziendale – esordisce la scrittrice – mi pagavo l’ultimo anno di studi lavorando come cameriera stagionale in una pizzeria. Purtroppo feci quasi due mesi di assenza perchè la domenica finivo di lavorare troppo tardi e il lunedì mattina non sempre riuscivo ad alzarmi in tempo per prendere l’autobus alle 6,30 per andare a scuola. A causa di quelle assenze, alla maturità presi 58/60esimi”.
Ed ecco il passaggio successivo del gioco: “Nel ’92, mentre lavoravo in una società di assicurazioni per sostenermi gli studi all’istituto di scienze religiose, lei prendeva 48/60 alla maturità classica in uno dei licei di Milano frequentati dai figli della buona borghesia. Sono contenta che non abbia dovuto lavorare per finire il liceo. Nessuno dovrebbe. Nel ’93 iniziavo a insegnare nelle scuole da precaria, lavoro che ho fatto per sei anni. Nel frattempo lei veniva eletto consigliere comunale a Milano e iniziava la carriera di dirigente nella Lega Nord, diventando segretario cittadino e poi segretario provinciale. Non avendo mai svolto altra attività lavorativa, è lecito supporre che la pagasse il partito. Chissà se prendeva quanto me, che allora guadagnavo 900 mila lire al mese”.
Ed è ancora con il gioco della sinossi dei curriculum che la scrittrice rivela lati inediti della sua vita prima di arrivare al successo. “Nel 1999 – scrive – per vivere consegnavo cartelle esattoriali a domicilio con un contratto co.co.pro. Ero pagata 4mila lire a cartella e solo se il contribuente moroso accettava di firmarla. Lei invece prendeva la tessera giornalistica facendo pratica alla Padania e a radio Padania, testate di partito che si reggevano sui finanziamenti pubblici, ai quali io non ho nulla in contrario, ma contro i quali lei ha invece costruito la sua retorica. Nel 2000 ho iniziato a lavorare in una centrale termoelettrica, dove sono rimasta fino al 2004. Mi sono licenziata perchè ho scelto di testimoniare in tribunale contro il mio datore di lavoro per un grave caso di inquinamento ambientale. Mentre lasciavo per coscienza l’unico lavoro stabile che avessi trovato vicino a casa, lei era segretario provinciale della Lega Nord, suppongo sempre pagato dal partito, dato che anche allora non faceva mestieri. Nel 2004 ho lasciato la Sardegna per lavorare come cameriera in un albergo al passo dello Stelvio, in mezzo alla neve, con un contratto stagionale a poco più di mille euro. Mentre io da precaria rifacevo letti, lei si faceva eleggere al parlamento europeo a 19.000 euro al mese”.
“Nel 2005 – scrive ancora Michela Murgia – ho lavorato un mese e mezzo in un call center vendendo aspirapolveri al telefono ed ero pagata 230 euro lordi al mese più 8 euro per ogni appuntamento che riuscivo a fissare. Durante quella esperienza ho scritto un blog che ha attirato l’attenzione di un editore. Nello stesso periodo lei a Bruxelles bruciava un quarto delle sedute del parlamento ed era già lo zimbello dei parlamentari stranieri, che nelle legislature successive le avrebbero poi detto in faccia
quanto era fannullone. Io sono a favore della retribuzione dei politici, purchè facciano quello per cui li paghiamo. Nel 2006, mentre usciva il mio primo libro, io facevo la portiera notturna in un hotel, passando le notti in bianco per lavorare e riuscire anche a scrivere. Lei invece decadeva da deputato, ma atterrava in piedi come vicesegretario della Lega nord e teneva comizi contro i terroni e Roma ladrona. Non facendo ancora altro mestiere che la politica, immagino che la politica le passasse uno stipendio. Chissà se somigliava al mio, che per stare sveglia mentre gli altri dormivano prendevo appena più di mille euro al mese. Dal 2007 in poi ho vissuto delle mie parole, della fiducia degli editori e di quella dei lettori e delle lettrici. Negli stessi anni lei ha campato esclusivamente di rappresentanza politica e da dirigente in un partito da dove — tra il 2011 e il 2017 — sono spariti 49 milioni di soldi pubblici senza lasciare traccia”.
Il gioco dei curriculum finisce con la stoccata finale: “Se adesso le è chiaro con chi è che sta parlando quando virgoletta il mio nome nei suoi tweet, forse le sarà altrettanto chiaro che è lei, signor Ministro, quello distaccato dalla realtà .
Tra noi due è lei quello che non sa di cosa parla quando parla di vita vera, di problemi e di lavoro, dato che passa gran tempo a scaldare la sedia negli studi televisivi, travestirsi da esponente delle forze dell’ordine e far selfie per i social network a dispetto del delicatissimo incarico che ricopre a spese dei contribuenti. Lasci stare il telefonino e si metta finalmente a fare il ministro, invece che l’assaggiatore alle sagre.
Io lavoro da quando avevo 14 anni e non mi faccio dare lezioni di realtà da un uomo che è salito su una ruspa in vita sua solo quando ha avuto davanti una telecamera”.
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Aprile 15th, 2019 Riccardo Fucile
UNO DEI SIMBOLI DELLA NOSTRA CIVILTA’, PATRIMONIO COMUNE DI VALORI, SENTIMENTI , EMOZIONI
Non è solo la guglia di Notre Dame a crollare sotto le fiamme. Con lei si sgretola anche una parte
della nostra identità di Europei che di quella cattedrale gloriosa abbiamo fatto uno dei simboli della nostra civiltà . Di quel patrimonio comune di valori, di sentimenti, di emozioni che si agita dentro di noi nei momenti più drammatici. Come un’aritmia del cuore che non si può controllare Come un riflesso condizionato dell’anima.
Credenti e non credenti, euroscettici ed europeisti, qualunque siano la nostra nazionalità e parte politica, quella chiesa che brucia mette tutti d’accordo.
Si spiega anche così la solidarietà che è divampata con lo stesso impeto delle fiamme da ogni parte del mondo. E ha incendiato i social.
Particolarmente toccante è la testimonianza del teatro La Fenice di Venezia, due volte distrutta dalle fiamme e due volte risorta, che ha twittato “Noi siamo stati devastati dal fuoco e ogni volta siamo rinati. Accadrà anche a voi, non abbiate paura, amici!”.
In realtà con i suoi otto secoli di vita, diceva il grande storico transalpino Jules Michelet, Notre Dame è essa stessa un libro di storia. Lì i parigini hanno vegliato il re Luigi il Santo. Lì Filippo il Bello nel 1302 inaugurò i primi Stati Generali del regno di Francia, lì Enrico IV ha sposato Margerita di Valois nel 1572. Ed è sempre sotto quelle volte maestose che Papa Pio VII ha incoronato Napoleone I imperatore di Francia nel 1804.
E sotto quelle vertiginose ogive gotiche che un oceano di popolo in lacrime ha cantato il Te Deum alla fine della prima e della Seconda guerra mondiale. Tutti eventi che hanno costruito l’Europa di ora.
Se la storia a volta può dividere, i monumenti invece uniscono, perchè sono storia stratificata, decantata, filtrata, accumulata e trasformata in simbolo che appartiene a tutti.
In memoria che ci parla di un passato ormai pacificato. Non a caso nell’Ottocento a guidare la ricostruzione della Cattedrale devastata dalle furia della Rivoluzione, fu Victor Hugo che infiammò gli animi con il suo romanzo Notre Dame de Paris e promosse una petizione popolare perchè quel luogo sacro alla patria tornasse al suo splendore.
E non solo la storia dei grandi eventi è passata davanti a quella cattedrale imponente, con quella sagoma familiare che alterna la calma olimpica dei santi che svettano sulla facciata al ghigno demoniaco delle chimere che guardano la strada di sottecchi.
Perchè da più di un secolo su quel sagrato si è fatta la storia di noi tutti.
Turisti, fidanzati, devoti, patrioti, amanti del bello, tutti ci siamo raccontati, fotografati o selfeggiati, o anche solo immaginati davanti a quella facciata per monumentalizzare un po’ anche la nostra vita.
Per farla entrare nella memoria maestosa e romantica della douce France.
(da “La Repubblica”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Aprile 15th, 2019 Riccardo Fucile
IL GESTO ANONIMO A VIBO VALENTIA, UNA DIMOSTRAZIONE DI AFFETTO E VICINANZA IN UNA ZONA AD ALTA CONCENTRAZIONE DI CRIMINALITA’
Il gesto di incoraggiamento al lavoro svolto dall’Arma in tutta Italia è opera di un anonimo che ha
voluto dimostrare a modo suo vicinanza ai carabinieri ed esprimere loro tutta la gratitudine in un momento difficile per la morte del maresciallo Vincenzo Di Gennaro, vittima di un agguato nel Foggiano.
Un fiore appoggiato sul parabrezza di una “gazzella” dei carabinieri, una rossa rossa addobbata con un fiocco tricolore, e una lettera di ringraziamento, breve ma piena di ammirazione e incoraggiamento.
È la straordinaria manifestazione di affetto nei confronti dell’Arma avvenuta questa mattina per le strade di Vibo Valentia all’indomani del tragico agguato a due carabinieri a Cagnano Varano, nel Foggiano, in cui ha perso la vita il maresciallo Vincenzo Di Gennaro.
Il gesto è opera di un anonimo cittadino che ha voluto dimostrare a modo suo vicinanza ai carabinieri ed esprimere loro tutta la gratitudine per un lavoro difficile, soprattutto in alcune aree del Paese.
Ad accorgersi del fiore e della busta col messaggio è stato un appuntato del nucleo Radiomobile di Vibo Valentia che era andato a prendere la vettura parcheggiata proprio davanti alla locale stazione dei carabinieri
Fortunatamente quel fiore non era un gesto intimidatorio, come pure è accaduto in passato nelle stesse zone, ma al contrario un gesto di ringraziamento e riconoscenza.
“Un grazie a voi carabinieri per lo spirito di abnegazione e attaccamento ai doveri, garanzia di tutela per il cittadino, onore a voi tutti” si legge nella lettera adagiata sulla “gazzella” a corredo della rosa rossa.
“Il magnifico gesto di solidarietà ed incoraggiamento all’Arma dei Carabinieri, che denota alto senso civico compiuto da un anonimo cittadino vibonese, non è sfuggito all’attenzione dei militari che hanno accolto con stupore misto ad entusiasmo il gentile pensiero” si legge nel comunicato del Comando provinciale dei carabinieri di Vibo
Un gesto dettato sicuramente dalla triste vicenda pugliese ma che assume un’importanza ancora maggiore perchè, come spiegano gli stessi militari dell’Arma, viene da una provincia, Vibo Valentia, che l’anno scorso è risultata ai primi posti a livello nazionale per numero di omicidi e che da un recente sondaggio è stata collocata all’ultimo posto per qualità della vita, una provincia dove fare il proprio lavoro per le forze dell’ordine è ancora più duro.
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Aprile 14th, 2019 Riccardo Fucile
MENTRE L’INTERNAZIONALE CRIMINALE SOVRANISTA FA AFFOGARE DONNE E BAMBINI, LA ONG DIFENDE I PRINCIPI SACRI DEL CONCETTO DI UMANITA’
La Mare Jonio è di nuovo in acqua. Questa mattina all’alba l’imbarcazione di Mediterranea è salpata dal porto di Marsala per la seconda missione del 2019, la quinta da quando un gruppo di associazioni (Arci, Ya Basta Bologna), l’ong Sea-Watch, il magazine online I Diavoli e l’impresa sociale Moltivolti di Palermo hanno dato vita alla piattaforma.
Condizioni del mare permettendo, la nave italiana arriverà nella zona Search and Rescue libica tra lunedì e martedì.
Una missione, questa, che assume un valore particolare visto quel che sta succedendo sulla costa nord dell’Africa.
“La Libia brucia per una guerra civile terribile e migliaia di persone sono a rischio — dice la portavoce di Mediterranea Saving Humans, Alessandra Sciurba — nessun governo europeo sta pensando all’apertura di canali umanitari, sono tutti troppo impegnati nella loro assurda battaglia contro le navi della società civile. Torniamo a navigare ancora una volta decisi a rispettare fino in fondo il diritto internazionale del mare, i diritti umani e i principi della nostra Costituzione”.
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »