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REFERENDUM, I SONDAGGI DANNO IN TESTA I CONTRARI

Maggio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

A RENZI SERVONO 20 MILIONI DI VOTI

Nello spumeggiante comizio al teatro Niccolini di Firenze, Matteo Renzi ha pronunciato tre frasi, distanti tra loro, ma collegate da un filo rosso che corrisponde alla preoccupazione inconfessabile del presidente del Consiglio: riuscire a motivare e a trascinare alle urne del referendum di ottobre milioni e milioni di elettori, almeno venti, perchè tanti presumibilmente ne serviranno per vincere una consultazione che Renzi stesso ha voluto trasformare in un plebiscito sulla sua leadership.
Le tre frasi rivelatrici scandite ieri dal palco del Niccolini sono queste.
La prima: «Io non sarei mai arrivato a Palazzo Chigi se non avessi avuto una straordinaria esperienza di popolo».
La seconda: «Ora c’è una partita che da solo potrei anche vincere ma non basterebbe». La terza: «Sono sicuro che vinceremo il referendum sulle riforme costituzionali. Non ho paura di perdere, ma ciò che è più importante è coinvolgere gli italiani, ho bisogno di voi, ho bisogno che ci siano 10mila comitati in tutta Italia».
Spinto dall’adrenalina, dalla sua proverbiale fame di vincerle tutte, Renzi riscopre il popolo delle Primarie, ammette che ha «bisogno» della base del suo partito, solitamente oggetto trascurato nella propaganda e nella prassi renziana, arrivando a sostenere che non ha paura di perdere e che la cosa più importante è «coinvolgere» gli italiani.
Frasi da comizio, perchè è evidente che per Renzi la cosa migliore sarebbe vincere – e non perdere – il referendum, mentre è verace l’auspicio del presidente del Consiglio sul coinvolgimento del maggior numero di elettori possibile.
E Renzi sa che non basterà  portare milioni di elettori a votare: la vittoria del “sì”, che nel Palazzo viene data scontata, non lo è per uno degli istituti più seri in fatti di sondaggi.
Per Euromedia Research, guidata da Alessandria Ghisleri, per anni sondaggista di fiducia di Silvio Berlusconi, la più recente rilevazione parla chiaro: i “no” sono in vantaggio sui “sì”, sia pure di misura: 52 per cento contro 48.
Nell’analisi fatta a palazzo Chigi dei risultati del referendum sulle trivelle del 17 aprile, si valuta che non tutti i 15 milioni e mezzo di italiani che sono andati a votare, lo abbiano fatto perchè “anti-renziani”.
È vero che il presidente del Consiglio aveva consigliato di stare a casa, ma parecchi elettori sono andati alle urne motivati dalla ostilità  alla normativa sottoposta a referendum, come dimostra l’alta partecipazione nelle regioni adriatiche, le più interessate alla questione.
E dunque, neppure il totale dei sì (13 milioni e 334mila) alla abrogazione alla legge (la posizione più lontana da quella del governo) sono totalmente ascrivibili al fronte degli elettori anti-Renzi.
Eppure, fatte queste premesse contabili e logiche, si valuta in 10-12 milioni il numeri degli elettori che sono andati a votare con l’obiettivo di mandare un messaggio a Renzi.
Con una partecipazione che a ottobre si immagina non si fermerà  al 31,18% e possa superare quota 50, Renzi dovrà  motivare 18-20 milioni di elettori per superare i suoi antipatizzanti.
Calcoli non sufficienti, anche perchè Renzi sa che non basterà  motivare i “propri” elettori. Gli ultimi, attendibili sondaggi sono allarmanti
L’unico istituto che si è occupato in modo sistematico di testare l’opinione degli elettori sul tema referendum è Euromedia, che ha compiuto il primo sondaggio il 5 febbraio: anche allora prevalsero i “no”, ma di strettissima misura: 51 a 49.
Il problema, visto da palazzo Chigi, sta proprio in questo: in tre mesi nulla di sostanziale si è modificato nella opinione degli italiani interpellati dall’istituto.

Fabio Martini
(da “La Stampa”)

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CHI HA DISERTATO LE URNE: META’ ELETTORI M5S, DUE TERZI DI PD, LEGA, FDI E FORZA ITALIA

Aprile 19th, 2016 Riccardo Fucile

I DATI DI IPSOS, DEMOS E SWG … HA VOTATO UN TERZO DEGLI ELETTORI CHE SOLITAMENTE SI ASTENGONO

Il M5s è stata la forza politica che ha portato più gente a votare al referendum sulle trivelle, ma almeno metà  dell’elettorato dei Cinquestelle non si è presentato al seggio.
Lo stesso è accaduto per due terzi degli elettori che si definiscono di “sinistra“.
Tre elettori del Pd su 4 hanno dato retta a Renzi e hanno disertato i seggi.
Ma se si sommano il non voto all’area del no (che tra i democratici era rappresentata da personalità  come Bersani e Prodi) chi ha seguito Michele Emiliano nella battaglia No Triv è stato un solo simpatizzante Pd su 5.
Sono gli aspetti principali dell’analisi del voto effettuata da diversi istituti di sondaggio pubblicata su Corriere della Sera, Repubblica e Messaggero.
In tutti i casi la premessa è che si tratta di rilevazioni fatte fino ai giorni immediatamente precedenti al voto del 17 aprile, anche perchè un’elaborazione di veri e propri flussi di voto non è possibile nel caso di un referendum.
Di contro c’è che sono rilevazioni sufficientemente attendibili perchè hanno basi solide nel numero di intervistati.
Da una parte la “Santa Alleanza” contro Renzi non ha sfondato e anzi è stata quasi snobbata dagli elettori dei presunti punti di forza del sì al referendum: la sinistra, la sinistra del Pd, la Lega Nord e in parte il Movimento Cinque Stelle.
Dall’altra c’è una parte dell’elettorato del Pd (all’incirca un quarto) che non ha seguito l’indicazione di voto di Matteo Renzi.
Una delle curiosità  — tra le altre — è che il referendum, secondo Swg, ha richiamato il 16 per cento di chi non vota più per principio alle Politiche e un terzo di chi si dice indeciso su chi votare.
Nel sondaggio di Ipsos per il Corriere della Sera, per esempio, sono state intervistate circa 9mila persone dal 21 marzo al 7 aprile.
Gli elettori dei partiti della maggioranza che sostiene il governo Renzi si sono mossi nello stesso modo: sia tra coloro che si definiscono del Pd sia tra quelli che oggi voterebbero Area Popolare la quota di elettori al referendum è stata del 23 per cento.
Analogo il comportamento degli elettori di Forza Italia (ha deciso di votare il 29 per cento) e della Lega Nord (30), nonostante l’invito al voto del segretario del Carroccio Matteo Salvini.
Modesta la partecipazione — 36 per cento — anche tra chi si dice “di sinistra” (non è stata data una connotazione politica nel sondaggio Ipsos) dove sulla carta si dovrebbero trovare maggiormente le sensibilità  ambientaliste. Chi ha portato più elettori alle urne è stato il M5s, ma meno della metà : il 49 per cento.
Nella rilevazione dell’istituto guidato da Nando Pagnoncelli è interessante vedere che — a dispetto di quello che ha dichiarato il presidente del Consiglio nell’intervento subito dopo la chiusura dei seggi — chi si è informato solo con la tv, è stato più volentieri lontano dai seggi (72 per cento di astensionismo).
Tra coloro che invece hanno usato internet come fonte di informazione per capire di più della consultazione sulle trivelle, la quota del non voto si abbassa al 66
Stesse tendenze, anche se con cifre differenti quelle dei dati di Demos per Repubblica. Qui gli intervistati sono circa mille.
Secondo l’istituto diretto da Ilvo Diamanti ha votato il 46 per cento di chi si dichiara elettore del M5s.
Leggermente più bassa (44) l’affluenza tra chi voterebbe l’area di sinistra (Sel, Sinistra Italiana e gli altri partiti al lato del Partito democratico).
Alle urne è andato un terzo degli elettori dei Fratelli d’Italia, mentre ancora una volta è simile la partecipazione al voto tra i votanti di Pd, Forza Italia e Lega (rispettivamente 27, 26 e 28 per cento).
Tuttavia Diamanti su Repubblica mette in luce un aspetto, anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali: “Lascia perplessi la traduzione direttamente politica e ‘personale’ che viene data al risultato del referendum. Non da una parte sola, peraltro. Perchè Renzi e, in modo ancora più esplicito, i ‘renziani’ hanno rovesciato, a proprio favore, questa impostazione. Con l’effetto, francamente paradossale, di trasformare l’astensione in consenso. Traducendo il dato della non partecipazione in una misura del sostegno al governo e al premier”.
Il sociologo la definisce una “deriva del dibattito politico” perchè “riassume la nostra vita politica in un lungo referendum pro o contro Renzi”.
Tutto questo, “con il contributo attivo del fronte anti-renziano” porterebbe sempre di più verso un “governo personale” del presidente del Consiglio, trasformando il nostro sistema attuale in un “premierato preterintenzionale“.
Altri spunti, infine, dal sondaggio di Swg per il Messaggero.
La tendenza sulla partecipazione al voto degli elettori dei vari partiti è simile a Ipsos e Demos: alle urne è andato il 41 per cento dei votanti M5s, il 33 per cento di quelli di Forza Italia, il 30 per cento di quelli che dichiarano di votare Pd, il 26 dei leghisti.
Come detto tra chi si è presentato alle urne è stato anche un terzo di quelli che sono indecisi (cioè non saprebbero oggi che partito scegliere) e il 16 per cento dei non votanti “cronici” alle elezioni vere e proprie.
L’ultimo dato interessante è quello delle fasce d’età . Più l’elettore è anziano e più si è abbassata la quota di partecipazione: dal 41 per cento degli studenti al 37 di coloro che hanno tra i 55 e i 64 anni.

(da agenzie)

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IL VOTO SULLE RIFORME SARA’ SENZA QUORUM: RENZI AVVERTITO

Aprile 19th, 2016 Riccardo Fucile

TUTTI HANNO VINTO, MA ORMAI UN 40% DI ITALIANI SI ASTIENE IN QUALSIASI CONSULTAZIONE

Il motore del carro dei vincitori è tornato a ruggire. Più che un carro, assomiglia a uno di quei tram brasiliani: è talmente affollato che c’è chi resta in piedi, penzolante e con una gamba di fuori.
Hanno vinto tutti. Ha vinto Renzi che per rivendicare il trionfo in un messaggio a reti semi-unificate si era sistemato ai blocchi di partenza alle 22,55.
E hanno vinto tutti gli anti-Renzi, che alla vigilia schieravano dai Cinquestelle a Brunetta, da Piero Pelù al Wwf: “In realtà  avevamo già  vinto”, “è un segnale fortissimo”, “Renzi non può non tener conto”.
Tutti accusano tutti di strumentalizzare il referendum e la lotta nel greggio ha avuto pessimi risultati: il ciaone vince per distacco.
Fino all’euforia per un’affluenza che andava sempre più giù. “I dati che ci giungono — ha assicurato Guerini a metà  pomeriggio, con altre parole — sono in linea, anzi direi addirittura meglio, con le nostre aspettative”. “E’ un risultato netto, chiaro, superiore alle aspettative di tutti gli opinionisti” ha detto a urne chiuse Renzi.
Ma Palazzo Chigi sa che il “risultato netto e chiaro” è frutto di una massa informe, indefinita, una specie di Blob.
Dentro quel 68 per cento di astensionismo in realtà  c’è di tutto: quelli che hanno dato retta a Renzi, un po’ di berlusconiani, forse una quota di grillini, i bagnanti, i non residenti sfiduciati dalle previsioni (segreto di Pulcinella).
Ma soprattutto c’è l’area del non voto, che tutti i sondaggi danno da mesi intorno al 40 per cento.
L’effetto involontario di quella dichiarazione flash alla Obama è stato quello di un capo del governo che voleva abbandonare il ruolo di segretario del Pd per puntare alla poltrona di capo del primo partito, quello degli astensionisti.
Sarà  stato anche un “referendum pretestuoso”, “inutile”, ma intanto è stato organizzato a un mese e mezzo dalle amministrative.
Dall’altra parte, invece, una sfida in difesa dell’ambiente, della salute, di un bene comune (il mare) è stata condotta a un risultato che voleva essere nelle intenzioni il nuovo riscatto del mito della “società  civile” dopo i referendum del 2011 (su acqua, nucleare) e invece ha visto muoversi 12 milioni di persone in meno di 5 anni fa.
In realtà  il fattore anti-B, che l’altra volta fu il carburante, fu più forte del fattore anti-Matteo, anche per la presenza del quesito sul lodo Alfano, che era la madre di tutte le partite, al crepuscolo del potere di Arcore.
Ma nè la questione “tecnica” nè la spallata politica hanno appassionato gli elettori. Solo la vicenda giudiziaria della Basilicata che ha preso il governo in pieno è riuscita a fare un po’ di respirazione bocca a bocca alla campagna referendaria, già  azzoppata dai giornali e dalle tv più influenti.
E infatti il capo del partito No Triv Michele Emiliano, prima del voto ha detto che Renzi era un bugiardo. Ora pare che Renzi abbia fatto quasi tutto da solo: “E’ uno competitivo, ogni volta che c’è qualunque evento, dalle partite di calcetto in su, lui crede che la gente giochi contro di lui. Ma anche in questo caso, non c’era niente contro il premier”.
Grillo aveva dato l’indicazione di votare sì anche se non si capiva niente del quesito a cui rispondere. Di Maio sabato invitava “a votare in massa” per “dare un segnale forte a questi politicanti che rispondono agli interessi dei petrolieri e non a quelli dei cittadini”.
Oggi spiega che “un referendum come quello di ieri è diventato l’ennesimo terreno di scontro tra bande del Pd” e per questo i cittadini “lo hanno snobbato”.
Ma se il referendum appena fallito ha un senso è quello di aver fatto da starter alla campagna elettorale che accompagnerà  gli italiani da qui alle Amministrative e dalle Amministrative al referendum costituzionale, quello che Renzi ha trasformato in ultimo livello del videogame, quello della battaglia finale col mostro.
Nè alle Comunali nè alla consultazione sulle riforme istituzionali c’è il quorum: per la Santa Alleanza cadrà  un alibi, ma il presidente-segretario non potrà  contare sul non voto grazie al quale gli è piaciuto vincere facile.
L’elettorato si rimescolerà : le riforme, nel Pd e anche a destra, piacciono a qualcuno in più, ma anche a qualcuno in meno.
I sondaggi danno i sì alla legge Renzi-Boschi in ampio vantaggio, ma mancano 6 mesi al terzo round del Renzi contro tutti e le amministrative hanno fatto imparare al Pd — a suon di disfatte — qual è il funzionamento dell’effetto Parma, anche detto effetto Livorno.
Così, in attesa della Festa dell’Unità , arriva la Festa dell’Imu, il 16 giugno, a tre giorni dai ballottaggi. Berlusconi sorpassato e stracciato.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA AL POLITOLOGO D’ALIMONTE: “VA ABBASSATO IL QUORUM PER SALVARE IL REFERENDUM”

Aprile 18th, 2016 Riccardo Fucile

IL DOCENTE DELLA LUISS: “RISULTATO SCONTATO, IN FUTURO BASTERA’ IL 37%”

«Mi sarei stupito se si fosse raggiunto il quorum». Roberto D’Alimonte, politologo e direttore del dipartimento di Scienze politiche alla Luiss, non ha dubbi sul dato dell’affluenza sul referendum sulle trivelle.
Le risulta scontato l’esito del referendum?
«Certo, se il 50% più uno degli italiani si fosse recato alle urne sarebbe stato un fatto eccezionale. Il risultato “normale” è che non si facesse il quorum su un referendum di questo tipo».
Perchè?
«Avrebbe significato una sola cosa».
Cosa?
«Che non avremmo compreso cosa succede nel profondo del Paese. Il che vuol dire non aver capito un bel niente».
Il premier Renzi e l’ex Capo dello Stato Napolitano sono scesi in campo evocando l’astensione. Avranno influenzato l’opinione pubblica?
«No, no. Non credo».
Anche questa volta il quorum è lontano.
«Quando c’è un’asticella così alta per convalidare il referendum si crea un incentivo per i fautori del “no”, un vantaggio strutturale che fa tendere la bilancia da una sola parte».
Come si elimina questo incentivo?
«Bisogna abbassare il quorum, ed è quello che introduce la nuova riforma costituzionale, ovvero il ddl Boschi. Con il nuovo quorum sarebbe bastato il 37%»
Avrà  avuto un peso il contenuto del quesito referendario?
«Di certo, se si fosse votato sul divorzio o sull’aborto ci sarebbe stata una partecipazione maggiore e si sarebbe raggiunto il quorum. In sostanza, conta sempre il contenuto, insieme a tanti altri fattori».
D’Alimonte, un’ultima domanda: ieri lei si è recato al seggio?
«No, non ho votato. Sono un’astensionista strategico».

Giuseppe Alberto Falci
(da “la Stampa”)

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ECCO CHI E PERCHE’ E’ ANDATO A VOTARE: “NON HANNO INCISO NE’ RENZI NE’ TEMPA ROSSA, UN PEZZO DI PAESE SI SAREBBE ASTENUTO COMUNQUE”

Aprile 18th, 2016 Riccardo Fucile

IL PARERE DEI SONDAGGISTI… BASILICATA, PUGLIA E ZOCCOLO DURO DI SINISTRA

Due settimane fa Antonio Noto, direttore dell’Ipr Marketing, aveva sfornato un sondaggio – pubblicato sul Carlino – in cui prevedeva una partecipazione al referendum del 30 per cento.
Oggi, ragionando sul risultato abbozza una prima analisi: “Confrontando quel sondaggio e i dati veri, si potrebbe dire in modo un po’ tranchant che la campagna elettorale non ha cambiato niente. Non ha influito nè l’inchiesta Tempa Rossa nè la campagna di Renzi a favore dell’astensione. Insomma la comunicazione è stata più mediatica che reale. Un pezzo di paese si sarebbe astenuto comunque”.
I dati spiegano bene come è stato percepito il referendum. Prendiamo come termine di paragone, il dato di partecipazione alle europee, dove l’affluenza appunto è stata del 58,7 per cento.
Comparando il dato con quello del referendum trivelle (32,2) il differenziale, su scala nazionale, è 26,5 in meno.
Usando questo come punto di riferimento, si vede che è maggiore nel nord e minore nel sud, fino al caso limite della Basilicata dove sulle trivelle votano più elettori che alle europee: il 50,2 per cento rispetto al 49,5 di due anni fa. Segue la Puglia, che sulle trivelle ha una percentuale di partecipazione del 41,7, 9 punti sopra la media nazionale ma quasi dieci punti in meno rispetto alle europee (51,5).
Si tratta di regioni di mare, direttamente toccate dal problema, dove si è svolta una mobilitazione vecchio stampo, fatta di contatti personali e di eventi pubblici, come quello organizzato dal leader della minoranza dem Roberto Speranza a Potenza, dove c’è stato il record di partecipazione col 60 per cento.
Anche i parlamentari Pugliesi raccontano che Michele Emiliano “si è mosso come una macchina da guerra” presidiando il territorio come si faceva una volta: “Ancora domenica mattina arrivavano le telefonate per verificare chi votava e chi no”.
Andando verso il Nord il differenziale rispetto alle Europee aumenta, con delle differenze, all’interno delle cosiddette zone rosse. Umbria e Toscana sono andate al mare.
In Umbria alle Europee votò il 70,5 per cento, sulle trivelle il 28,4. In Toscana alle Europee il 66,7, sulle trivelle il 30,8.
Marche ed Emilia invece hanno un differenziale negativo ma sono sopra la media nazionale, rispettivamente il 34,8 e il 34,3.
Nel Nord il Veneto ha il risultato più altro (37,9) con un differenziale in media nazionale rispetto alle europee, dove la partecipazione si attestò al 63,9. Sotto la media nazionale di partecipazione, invece, la Lombardia col 30,5, in media il Piemonte col 32,7.
Insomma, detto in modo un po’ grezzo, il Nord si è astenuto.
Roberto Weber, dell’Istituto Ixè, dice all’HuffPost: “Sì, però è una sciocchezza dire che chi si è astenuto lo ha fatto per seguire le indicazioni di chi diceva non votare. Il vero dato è un altro, che io non sottovaluterei. C’è un pezzo di elettori del Pd lì dentro, con una sensibilità  ambientalista, uno, due milioni, che si sono mobilitati sul problema specifico. Non sono mica pochi”.
Elettori che si sono espressi di più in alcune regioni di mare, più Adriatico che Tirreno.
Il voto dice qualcosa anche con l’occhio rivolto alle amministrative. Lorenzo Pregliasco, di Quorum-youtrend, nel suo appuntamento fisso ad Omnibus aveva previsto la partecipazione di un elettore su tre.
Oggi dice: “Ci sono due città  dove la media è stata più alta della media nazionale, Roma col 34,8 e Torino col 36,4. Sono le città  dove ci si aspetta un risultato più ampio dei cinque stelle. Al netto della cautela nel traslare voto al referendum e comunali, direi che a Torino, Fassino per vincere al primo turno, considerata l’entità  del fronte del sì, deve prendere un bel po’ di voti”.
Tra le altre città , la rossa Bologna, federazione bersaniana ha il dato più alto di tutti, col 36,8. Napoli il più basso, col 25,7.
Tornando al dato nazionale: 15milioni e 800mila votanti, con 13 milioni e trecentomila sì.
Il premier, sfoggiando la vittoria contro il partito della spallata, ha chiaramente fatto riferimento al referendum di ottobre.
Riferimento uguale e contrario a quello dei suoi avversari, che vedono nel dato il sedimentarsi di una massa critica contro il governo. Dice Federico Fornaro, senatore della minoranza dem e grande esperto di analisi elettorali — sta per uscire anche un suo libro sull’astensionismo — dice: “La mia impressione è che il referendum di ottobre si vinca con una percentuale di votanti medio-alta, non medio bassa e che il fronte del sì avrà  bisogno di una campagna elettorale coinvolgente non sottotono come quella del 2006”.
Concorda Antonio Noto, che non considera affatto una forzatura vedere, nelle trivelle, un sondaggio in vista di ottobre: “Dai nostri dati risulta che l’elettorato che si è più mobilitato sulle trivelle è di sinistra, lo zoccolo duro della sinistra che va a votare sempre. C’è andato sulle trivelle, ci andrà  a ottobre, quando non ci sarà  il quorum. Per vincere il premier ha bisogno di mobilitare molto, più gente andrà  a votare più vincerà  Renzi. Detto questo è tutto da vedere che tipo di campagna sarà …”.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A EMILIANO: “NEL PD INDIPENDENZA DI PENSIERO E’ LESA MAESTA'”

Aprile 18th, 2016 Riccardo Fucile

“NESSUNA UMILIAZIONE DA CHI STA CON LE LOBBY”

“Il dato del voto è buonissimo, e il governo deve tenerne conto. Milioni di italiani vogliono la tutela dell’ambiente, pretendono trasparenza nei ministeri, e non vogliono sottostare alle lobby. Vanno ascoltati”.
Un soffio prima delle 23, il governatore della Puglia Michele Emiliano il volto della battaglia no triv, ostenta soddisfazione.
A urne chiuse però Renzi lo attacca dritto, più volte, come “uno degli sconfitti”.
E lui dalle tv replica: “Io non mi spavento, il presidente del Consiglio deve imparare a rispettare le Regioni. Fa finta di essersela cavata, ma sbaglia”.
Niente quorum. Avete perso, non vuole ammetterlo?
Questo referendum era già  una vittoria in partenza, perchè abbiamo costretto il governo a non permettere nuove perforazioni entro 12 miglia dalle coste. Dopodichè, l’esecutivo l’ha trasformato in una verifica sulle politiche energetiche. Volevano umiliare le regioni e i movimenti No Triv. Ma hanno completamente fallito.
Però il quorum è rimasto una chimera…
Invitando all’astensione, volevano devastare il campo ambientalista. Ma alle 19 l’affluenza era già  sopra il 23 per cento, il secondo miglior risultato degli ultimi 20 anni per i referendum. Avevano già  votato più italiani di quelli che nel 2014 hanno dato il 40 per cento al Pd e a Renzi, con 11 milioni di voti. E ora abbiamo in Italia la più larga area ambientalista d’Europa.
Magro risultato potrebbero ribatterle, non crede?
Dico che questo governo ha fatto un grande favore ai petrolieri, risparmiando loro un miliardo di euro per le spese di smontaggio delle piattaforme “non eroganti”. Ma il campo di chi la pensa diversamente è molto ampio, ed è affollato da parlamentari e militanti del Pd: milioni. Un risultato raggiunto nonostante le dichiarazioni pro-astensione di Renzi, di tutti i ministri, di un ex presidente della Repubblica (Napolitano, ndr). E nonostante le pressioni delle lobby.
Questo risultato vuol dire che il governo è impopolare?
Vuole dire che milioni di italiani non hanno voglia di farsi mettere a tacere da decisioni centralizzate. Da oggi Renzi dovrà  ascoltarli, con attenzione.
Il renzianissimo Francesco Nicodemo la accusa di essere contro “il partito e il suo segretario”, e in generale lei era il nemico da battere per il Pd renziano. Perchè? Ragionano sempre in chiave del futuro congresso dem?
Io ho trattenuto nel Pd molte persone. Ho tenuto un atteggiamento coerente con il mio programma elettorale e con l’indirizzo che avevo ricevuto dal Consiglio regionale. Ricordo che tutti i consiglieri pugliesi si sono tassati per informare i cittadini sul referendum.
Però lei resta il nemico interno da abbattere.
Questo è un momento storico in cui nel Pd l’indipendenza di pensiero è considerata un atto di lesa maestà . Per carità , ho passato questi momenti anche con la precedente gestione (quella di Pierluigi Bersani, ndr). Nei partiti la maggioranza si comporta così. Non ho mai fatto parte di nessuna corrente, e avevo votato per Renzi nelle ultime primarie.
Accusano: Emiliano fa ancora il gioco dei 5 Stelle, anche loro per il sì nella consultazione.
È un’accusa che mi hanno lanciato molte volte. Ribadisco che sono coerente con il mio programma, e che rispondo ai miei elettori. Invece, non so da quale corpo elettorale e da quale organo di partito siano state legittimate certe decisioni, come il favorire i petrolieri con lo Sblocca Italia. O il predicare l’astensione nel referendum.
Il vicesegretario dem Lorenzo Guerini ha parlato di “rete del partito” che ha sorvegliato l’affluenza. A cosa si riferiva?
Non credo che il Pd possa controllare la votazione in un referendum, è un voto di opinione. So solo che in Puglia tantissimi del nostro partito sono andati alle urne.

Luca De Carolis
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL FRONTE REFERENDARIO CONVINTO: I MILIONI DI SI’ SONO IL PRESUPPOSTO PER VINCERE AD OTTOBRE

Aprile 18th, 2016 Riccardo Fucile

SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE NON VI SARA’ QUORUM, VINCERA’ CHI PRENDERA’ PIU’ VOTI

Per i referendari il 32% è un dato inferiore alle aspettative della vigilia.
Dopo lo scandalo Tempa rossa, i promotori del referendum speravano di arrivare un po’ più in alto, almeno alla soglia psicologica del 35%. O addirittura al 40%.
Il fronte del sì mastica amaro, ma si consola con un dato incontrovertibile: i 14,5 milioni di italiani che sono andati alle urne.
Un tesoretto che alimenta le speranze della “Grande alleanza” che sogna di abbattere Renzi al referendum costituzionale di ottobre.
Come se questa fosse stata solo una prova generale della madre di tutte le battaglie. E in fondo, al netto di Emiliano che replica parlando di “vittoria” e rilancia la sfida col governo sulle politiche energetiche, da Civati a Brunetta l’obiettivo è proprio la sfida di ottobre.
“Vittoria di Pirro di Renzi. Quindici milioni italiani gli hanno votato contro, più che sufficienti per mandarlo a casa a ottobre”, twitta il capogruppo di Forza Italia.
“Per chi crede nella democrazia oltre 15 milioni di elettori sono un grande risultato. Ricordiamo che il 40% del Pd alle europee equivaleva a 11 milioni di elettori”, scrive l’ex Pd Civati.
Federico Fornaro, senatore bersaniano, lancia un messaggio chiaro: “I dati di affluenza confermano che il risultato del referendum di ottobre è tutt’altro che scontato e Renzi commetterebbe un errore madornale a trasformarlo in un referendum sul governo”.
Stessa linea da Sinistra italiana, in prima fila per il sì. Alfredo D’Attorre e Arturo Scotto parlano del patrimonio di circa 15 milioni di voti conquistati “a mani nude”. “A ottobre questi voti serviranno per salvare la Costituzione e chiudere finalmente l’esperienza di questo governo”.
Per tutta la giornata, a urne aperte, dentro il Pd se le sono date di santa ragione.
Teatro della sfida è stato twitter, dove Emiliano è stato bersagliato da Francesco Nicodemo, dello staff di Renzi. ”Retwitti le parole di chi odia il Pd”. “Avete fatto un danno enorme al partito”, la replica del governatore.
Sempre su twitter il deputato renzianissimo Ernesto Carbone ha ironizzato sui referendari, con un “ciaone” al quorum che è diventato rapidamente un caso, con migliaia di commenti, quasi tutti polemici. “Irridere chi vota è un boomerang da irresponsabili”, la replica della minoranza Pd con Miguel Gotor.
Che a urne chiuse ha utilizzato la stessa formula di Brunetta: “Il mancato quorum è una classica vittoria di Pirro. L’invito all’astensione è una scelta spregiudicata che rischia di rivelarsi un boomerang. La maggioranza del Pd sta lasciando la bandiera della questione morale e quella della partecipazione civica al M5s: è un errore strategico che rischiamo di pagare caro perchè continuiamo a schiaffeggiare settori del nostro elettorato sempre più ampi e disillusi”.
Collegato con La 7 a seggi appena chiusi, Emiliano replica con durezza al premier: “14,5 milioni di persone respingono l’idea che le lobby contino più delle Regioni, adesso cambia tutto, costringeremo i potenti ad ascoltare e chiederemo una legge sulle lobby. Un politico deve essere imparziale, Renzi invece non conosce l’imparzialità ”. L’affondo finale: “Sul viso del premier ho colto una certa preoccupazione…”.
I leader del M5s, a partire da Grillo e Di Maio, per tutta la giornata hanno esortato gli elettori a recarsi alle urne, fino all’ultimo minuto utile. Senza dubbio, il movimento era la forza politica più grossa schierata per i sì e il mancato quorum è anche una sconfitta grillina. A urne chiuse dal blog Grillo ringrazia i votanti, “eroi della democrazia”.
“Hanno combattuto come Davide contro i Golia delle lobby del petrolio di Trivellopoli e della disinformazione”.
“Oggi chi ha perso, soprattutto la faccia, sono il governo del Bomba e l’ex presidente della Repubblica che hanno dimostrato di non amare la democrazia, la partecipazione civica e la Costituzione sulla quale hanno giurato”, prosegue Grillo.
Che cita i 15 milioni di italiani che “vogliono un futuro diverso”, ma a differenza delle altre forze antirenziane non cita il possibile sfratto del governo a ottobre e si concentra su “uno sviluppo energetico differente”, uno dei temi che più gli stanno a cuore da prima di entrare in politica.
“Siamo pronti a dimostrare che con le tecnologie oggi disponibili è già  possibile cambiare il Paese e liberarlo in pochi anni da carbone e inceneritori”, chiude il leader M5s.
Al Nazareno, sede Pd, l’aria che si respira è quella della vittoria. Il senatore renziano Andrea Marcucci spiega che “quando si passa dal teatrino alla realtà , i numeri cambiano ed il buon senso prevale. Tutti i partiti erano per il voto, la maggioranza degli italiani ha considerato il quesito inutile. Il Pd rispetta tutti gli elettori sempre. Dispiace soltanto per chi, in Parlamento, aveva immaginato improprie spallate al governo Renzi. Tanto rumore per un flop”.
Più prudente Debora Serracchiani: “L’esito della consultazione conferma che la maggioranza assoluta degli italiani non ha ‘sentito’ il quesito proposto”.
Tra i ministri parla il titolare dell’Ambiente Gianluca Galletti, Udc: “Vince l’Italia moderata che non contrappone ambiente e sviluppo, che difende il lavoro. Perdono i partiti del populismo ipocrita”.
Per i dem, in ogni caso, è un’altra giornata di guerra interna.
Se il partito era arrivato alle urne diviso, ne esce ancora più lacerato. E Michele Emiliano, oltre alla minoranza di sinistra, appare sempre più in campo come oppositore del premier-segretario.

(da “Huffingtonpost”)

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LA PARTITA DEL PETROLIO NON E’ CHIUSA, DOPO IL REFERENDUM E’ ANCORA BATTAGLIA

Aprile 18th, 2016 Riccardo Fucile

PARTONO I RICORSI ALL’EUROPA CHE STA ANDANDO IN SENSO CONTRARIO…NELLE AREE INTERESSATE FORTE PRESENZA ALLE URNE

L’alt alle trivelle non è scattato, ma il problema resta.
Il mancato raggiungimento del quorum al referendum lascia spazio all’estrazione di petrolio in mare. Gli impianti già  attivi all’interno delle 12 miglia potranno continuare a pescare idrocarburi senza scadenza. E altre escavazioni potranno essere fatte all’interno dei giacimenti che hanno ottenuto la concessione.
L’inerzia del sistema referendario, cioè la larga astensione fisiologica sommata ai no, ha avuto la meglio.
Insomma, le previsioni sono state rispettate. Il referendum era stato depotenziato dalla riduzione dei quesiti (da 6 a 1) ottenuta dal governo modificando le norme.
Dalla decisione di separare la consultazione dalle amministrative (costata quasi 400 milioni di euro). E la politicizzazione della campagna condotta negli ultimi giorni aveva in parte cambiato la percezione della posta in gioco dando alla partecipazione un significato anti Renzi e all’astensione un significato opposto.
E’ difficile però negare che al centro della contesa ci sia una partita diversa e che questa partita sia tutt’altro che chiusa.
Gli italiani amano la politica, ma talvolta la collegano alla vita reale. Per capire qual è la posta ancora in gioco bisogna distinguere tra un aspetto locale e un aspetto più generale.
Quello locale riguarda la gente che vive di fronte alle trivelle. Qualcuno, soprattutto in Romagna, era preoccupato per il posto di lavoro legato all’estrazione degli idrocarburi. Molti avevano e hanno invece il problema opposto: il lavoro temono di non riuscire a conquistarlo per colpa delle trivelle, per una scelta di sviluppo che punta su infrastrutture dal futuro incerto sacrificando vocazioni alternative come il turismo e la pesca.
Se gli impegni presi alla conferenza sul clima di Parigi verranno rispettati, l’uso del petrolio dovrà  infatti essere ridotto in maniera severa per proteggere il clima e gli investimenti in questo campo potrebbero rivelarsi rischiosi nel medio periodo.
La questione locale era di tutta evidenza e infatti in alcune delle aree più coinvolte dall’estrazione il quorum è stato raggiunto: gli interessati hanno dato un’indicazione chiara.
La questione generale invece è apparsa più sfuggente perchè gli idrocarburi in gioco erano poca cosa.
Parliamo di meno dell’1% del petrolio e di meno del 3% del gas utilizzati a livello nazionale. E parliamo di combustibili per i quali non è in discussione un abbandono immediato, come fu ai tempi del nucleare.
Non si trattava quindi di dare un giudizio secco, non era in gioco una richiesta immediata.
Il Comitato per il sì sottolineava la necessità  di spostare l’asse energetico del paese in direzione delle indicazioni che suggeriscono i climatologi e che sono sempre più apertamente sostenute dalle maggiori istituzioni internazionali: riduzione del carbone netta e immediata, diminuzione dell’uso del petrolio, impiego del gas per la fase di transizione, forti investimenti sull’efficienza energetica e sulle fonti rinnovabili, smart grid, città  intelligenti, elettrificazione del trasporto.
Del resto è stato lo stesso presidente del Consiglio a ripetere, alla vigilia del voto, che entro la fine della legislatura le rinnovabili dovranno dare il 50% dell’elettricità .
Il punto è che dal 2014 ci siamo mangiati buona parte dei vantaggi energetici che avevamo accumulato. Sul fotovoltaico, appena arrivati in cima alla classifica abbiamo cominciato a perdere colpi. Migliaia di posti di lavoro nelle rinnovabili sono andati in fumo. L’annunciato green act è come l’araba fenice: invisibile da due anni.
Lasciare campo libero alle trivelle senza fissare una scadenza per lo sfruttamento dei giacimenti è una decisione che va nella direzione giusta?
Il mancato raggiungimento del quorum non permette di dare in Italia una risposta diversa dal sì del governo.
Ma gli ambientalisti hanno già  annunciato il ricorso davanti all’Unione europea.
Sulle trivelle la battaglia continua.

(da “La Repubblica”)

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I REFERENDARI SCONFITTI NON MOLLANO: RICORSO AL MISE PER CHIEDERE STOP IMMEDIATO A TRIVELLE

Aprile 18th, 2016 Riccardo Fucile

IL COSTITUZIONALISTA DI SALVATORE: “CINQUE CONCESSIONI SCADUTE DA TEMPO, PROROGA ILLEGITTIMA”

Le associazioni del Comitato per il sì al referendum sulle trivelle presenteranno un ricorso al ministero dello Sviluppo Economico per chiedere il blocco immediato di cinque concessioni estrattive entro le 12 miglia.
L’annuncio oggi in conferenza stampa alla Camera.
Secondo Enzo Di Salvatore, costituzionalista ed estensore dei quesiti referendari, “Queste concessioni sono scadute da tempo e la proroga è illegittima. La norma prevede che siano prorogati i titoli vigenti, non quelli scaduti. Il Mise non si è mai pronunciato a riguardo, di conseguenza le aziende petrolifere stanno continuando ad estrarre senza autorizzazione”.
Dopo il fallimento del referendum per il mancato raggiungimento del quorum, la partita dunque non è chiusa.
Oltre al ricorso al Mise, il Comitato per il sì ne ha pronto un altro in sede europea per la violazione, da parte dell’Italia, delle norme che disciplinano l’estrazione degli idrocarburi (direttiva 94/22/CE).
Di Salvatore ha reso noto, infatti, che l’europarlamentare Barbara Spinelli (gruppo Gue/Ngl) ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo se non ritenga di aprire una procedura di infrazione per violazione delle regole sulla concorrenza in merito alla estensione delle concessioni.
Nel corso dell’incontro con i giornalisti, il Comitato ha spiegato le sue ragioni.
Grazie al referendum sulle trivelle “ci sono state modifiche alla normativa proposte dal governo e approvate dal Parlamento. Questa non è demagogia. Petroceltic e Shell hanno rinunciato. I permessi di ricerca sono stati bloccati. Se questo è avvenuto penso sia una vittoria”, ha aggiunto il presidente del Consiglio regionale lucano Piero Lacorazza.
Mentre per Francesco Borrelli, delegato della Regione Campania, è comunque un successo aver riportato al centro del dibattito le tematiche energetiche: “Non si è raggiunto il quorum – ha spiegato – ma comunque è stato tracciato il solco che porterà  l’Italia sempre più verso le rinnovabili e sempre più lontano dal petrolio. Da questa vicenda nascerà  un dialogo più forte con il governo”.
“Se c’è uno sconfitto oggi in Italia è la democrazia – ha detto ancora Enzo Di Salvatore -. Non possiamo gioire se due terzi degli italiani non sono andati a votare. Tuttavia siamo riusciti a fare diventare ‘nazionalpopolare’ un tema di politica energetica nazionale. Prima se ne discuteva solo nelle aule universitarie. Il percorso referendario è stato un successo. Senza il referendum avremmo ancora la politica energetica del governo Monti del 2013, recepita dallo Sblocca Italia, avremmo 27 procedimenti per concessioni entro le 12 miglia, ci sarebbe il pozzo di Ombrina Mare davanti all’Abruzzo. Invece Shell e Petroceltic sono andate via”.
Matteo Renzi dovrà  comunque “tenere conto” dei “13 milioni di sì”, secondo Loredana De Petris: “Dobbiamo ringraziare quei milioni di cittadini che sono andati a votare e assicurargli che il loro impegno non è stato, non è e non sarà  inutile – ha affermato la senatrice di Sel –   Il fatto che oltre 15 milioni di persone si siano recate alle urne, nonostante una campagna di sabotaggio e disinformazione senza precedenti, è un risultato molto importante. Di questi, ben 13 milioni sono stati i ‘si’, ed è molto significativo che proprio in Basilicata, dove i cittadini conoscono bene la problematiche ambientali legate alle trivellazioni in mare, si sia raggiunto il quorum”.
Di una “vittoria di Pirro” per Renzi ha parlato anche Renato Brunetta, capogruppo alla Camera di Forza Italia, con un occhio al referendum costituzionale del prossimo autunno: “Guardando al 2006, coloro che avevano detto ‘no’ alla riforma costituzionale di Berlusconi erano 20mila in meno dei quasi 16 milioni andati alle urne ieri, e quindi – osserva – se si riuscisse a portare al referendum confermativo di ottobre tutti quelli che hanno votato al referendum sulle trivelle, o ‘sì’ o ‘no’, vincerebbe il ‘no’ alla ‘schiforma’ Renzi-Boschi, il ‘no’ vincerebbe per 60 a 40, come successe 10 anni fa”.
“Renzi dovrebbe vergognarsi per avere incitato gli italiani ad astenersi da un referendum, questo è il ruolo che, secondo i nostri politici o politicanti, devono avere i cittadini”, ha commentato la candidata sindaco a Roma del M5S Virginia Raggi,   uscendo dalla Casaleggio Associati a Milano.

(da “La Repubblica”)

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