Gennaio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
QUANDO LOMBARDIA E VENETO SPUTTANARONO MILIONI PER IL REFERENDUM MENTRE L’EMILIA CON UNA SEMPLICE RACCOMANDATA, FACENDO LA STESSA RICHIESTA, SI E’ SEDUTA ALLO STESSO TAVOLO CON IL GOVERNO
All’epoca dei referendum per l’autonomia attuati dalla Lega in Veneto e in Lombardia abbiamo spiegato come la sceneggiata del voto fosse uno spreco di soldi ad usum propaganda del Carroccio, in quanto l’Emilia-Romagna aveva attivato la stessa procedura per ottenerla inviando una raccomandata.
Infatti oggi la Regione è, insieme a veneti e lombardi, seduta sul tavolo del governo per l’attuazione di quello che ha richiesto all’epoca.
E infatti Lucia Borgonzoni, candidata della Lega, ieri durante la presentazione della sua lista civica ha proprio promesso un referendum sull’autonomia, come riporta oggi il Corriere di Bologna.
C’è da ricordare che l’Emilia-Romagna guidata da Bonaccini ha chiesto l’autonomia su 15 delle 23 materie possibili, a differenza delle due Regioni a guida leghista che vogliono competenza esclusiva su tutti i settori.
Ma anche un’eventuale richiesta di maggiore autonomia da parte della Regione può essere attivata tramite raccomandata.
Non serve spendere soldi per far votare i cittadini su una richiesta che la politica ha già deciso di voler attuale, visto che quei referendum sono solo consultivi.
Ma c’è di più.
Perchè la candidata in Regione evidentemente non sa che l’idea dell’Autonomia Differenziata, come è normale, piace molto al Nord e per niente al Sud. E Salvini vuole anche i voti dei meridionali.
Andare verso un nuovo referendum, mentre già circolano i conti su quanto ci perderà il Sud dalla richiesta di autonomia delle tre regioni del Nord, non sembra per niente il miglior viatico per vincere le elezioni politiche.
Povero Matteo, lui fa la strategia politica e gli altri gliela disfano sotto il naso.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
SERVIVANO 64 FIRME IN SENATO, SI ATTIVA LA PROCEDURA REFERENDARIA
La firma numero 64, quella decisiva, è di Francesco Giacobbe, esponente del Pd eletto in Australia. E’ stato raggiunto il quorum dei senatori (un quinto del totale) necessario ad avviare il referendum sul taglio dei parlamentari.
Ma è stata fondamentale un’accelerazione che, in questi giorni, ha coinvolto anche alcuni esponenti di punta di Forza Italia, come Maurizio Gasparri, Lucio Malan e Antonio De Poli.
Le sottoscrizioni, custodite in un ufficio di Palazzo Madama, dovrebbero essere trasmesse nelle prossime ore in Cassazione. A meno di colpi di scena, si blocca l’iter per l’entrata in vigore della legge.
I risultati saranno presentati oggi pomeriggio in una conferenza stampa (alle 17.30 alla Camera) per rendere note le adesioni pervenute e comunicare le iniziative da intraprendere. Alla conferenza stampa parteciperanno Giuseppe Benedetto e Davide Giacalone, presidente e vicepresidente della Fondazione Einaudi e i tre senatori proponenti Andrea Cangini, Tommaso Nannicini e Nazario Pagano.
Il risultato ottenuto rafforza le speranze di chi punta su elezioni anticipate. Se la legislatura si concludesse infatti nei prossimi mesi, nel periodo in cui saranno in corso le procedure per il referendum, si tornerà alle urne per eleggere l’attuale numero di qusi mille parlamentari, non ridotto del 30 per cento come previsto dalla legge.
(da agenzie)
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Ottobre 1st, 2019 Riccardo Fucile
L’EX VICEPRESIDENTE ENZO CHELI NON HA DUBBI
C’è il fondato sospetto che Roberto Calderoli abbia proposto un’altra legge incostituzionale. 
A metterlo nero su bianco è oggi Enzo Cheli, ex vicepresidente della Consulta, che espone tutti i suoi dubbi sul quesito che vuole introdurre il maggioritario tramite referendum: il problema a monte della richiesta delle otto regioni è che la Corte Costituzionale ha sempre statuito che la legge elettorale è “costituzionalmente necessaria”.
Ciò significa che per il buon funzionamento del nostro regime parlamentare il corpo elettorale deve avere sempre a disposizione una legge elettorale vigente e funzionante così da poter essere chiamato in qualunque momento alle urne».
L’intervista rilasciata a Liana Milella per Repubblica
Calderoli, l’esperto di leggi elettorali della Lega, sostiene che la legge che residua non solo sarebbe praticabile ma già la battezza Popolarellum.
«Questa tesi è infondata. Il referendum abrogativo mira a cancellare la parte proporzionale della legge Rosato (che riguarda quasi due terzi del sistema) per adottare di risulta un sistema elettorale interamente maggioritario fondato tutto su collegi uninominali. Se il referendum fosse accolto il Rosatellum diventerebbe immediatamente inoperante perchè andrebbero ridefiniti come uninominali gli attuali collegi plurinominali. E per questo ci vuole una legge».
Secondo Calderoli il governo ha già una delega recente per farlo. Non è così?
«Questa delega è stata concessa con una legge varata dalla precedente maggioranza per modificare i collegi dopo la riduzione del numero dei parlamentari e non riguarda il Rosatellum. È comunque sicuro che la delega non potrà essere messa in atto prima della decisione della Consulta che pertanto il prossimo gennaio si troverà davanti a collegi non ancora riformati».
È proprio sicuro che la Consulta non possa consentire il taglia e cuci sul Rosatellum?
«Anche se la Consulta dovesse farlo per l’intreccio istituzionale che si va configurando il referendum non si potrà fare».
Scusi, ma perchè?
«La ragione è questa: quando, a ottobre, verrà varato il taglio del numero di deputati e senatori la struttura del Parlamento cambierà e di conseguenza sarà necessario varare una nuova legge elettorale di cui già si parla. Che si ispirerà inevitabilmente, per sua natura, a principi diversi e avrà contenuti normativi differenti dal Rosatellum. E questo impedirà che si possa operare un trasferimento del quesito referendario dal Rosatellum alla nuova legge elettorale. La strada, quindi, del referendum, ancorchè ammesso, resterà di fatto bloccata».
Cioè una volta approvata la nuova legge elettorale la vecchia non esiste più e quindi il referendum cade?
«Proprio così, la legge cade e l’Ufficio centrale della Cassazione dichiara il referendum superato. Questo avviene in base all’articolo 39 della legge del 1970 che regola il referendum abrogativo».
Salvini però conta sulla vittoria e già pensa alle elezioni. Dove sbaglia?
«Sbaglia nel fatto che il referendum non ci potrà essere e quindi non ci sarà neppure una vittoria».
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 30th, 2019 Riccardo Fucile
LA SOLITA PASSERELLA PER FARE DEMAGOGIA SPICCIOLA E DISTRARRE L’OPINIONE PUBBLICA
In questi giorni, Salvini e i suoi riempiono media e social con proclami sul referendum
che sta venendo promosso dalle regioni leghiste per introdurre il sistema maggioritario
Il quesito ideato da Calderoli è solo una presa in giro e non può essere ammesso dalla Corte Costituzionale senza cambiare decenni di giurisprudennza.
In materia elettorale, la Consulta ha affermato ripetutamente che il referendum abrogativo è ammissibile solo se la legge elettorale che ne deriva è immediatamente e pienamente operativa, senza necessità di interventi normativi.
Questo perchè “gli organi costituzionali o di rilevanza costituzionale non possono essere esposti alla eventualità , anche soltanto teorica, di paralisi di funzionamento” (sent. n. 29/1987).
“L’esigenza fondamentale di funzionamento dell’ordinamento democratico rappresentativo non tollera soluzioni di continuità nell’operatività del sistema elettorale del Parlamento: una richiesta di referendum che esponga l’ordinamento a un tale rischio non potrebbe, pertanto, che essere dichiarata inammissibile” (v. sent. n.5/95).
Il referendum leghista non soddisfa i requisiti stabiliti dalla Corte. Infatti, se vincesse il sì, dal “ritaglio” referendario uscirebbe una legge maggioritaria, ma priva di un elemento essenziale per funzionare: i collegi. E la mancanza dei collegi è già stata considerata decisiva dalla Consulta per dichiarare inammissibili altri referendum elettorali (sent. n.5/95 citata sopra).
Nel quesito referendario, si cerca, maldestramente, di ovviare a questo problema, modificando la delega al governo contenuta nella legge approvata quest’anno per adattare i collegi del Rosatellum all’eventuale riduzione del numero di parlamentari.
Ma se anche quella delega fosse operativa (e non lo è, ma non è qui la sede per entrare in dettagli tecnici), il referendum lascerebbe comunque il paese senza legge elettorale fino all’emanazione del decreto legislativo da parte del governo.
E questo per la giurisprudenza citata della Corte è inammissibile.
Insomma, la Lega, per la seconda volta, promuove e strombazza in giro un referendum pur sapendo benissimo che è inammissibile.
Lo aveva già fatto nel 2015 col referendum sulla legge Fornero. Almeno questa volta a farne le spese sono stati i consiglieri regionali, che hanno partecipato a sedute inutili e non, come nel 2015, migliaia di militanti leghisti che si sbatterono a raccogliere firme senza sapere che erano già carta straccia
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2019 Riccardo Fucile
LE TRE CONTROMOSSE DI M5S-PD CHE FINIREBBERO PER FREGARE SALVINI
L’idea avanzata da Salvini: se 5 consigli regionali chiedono, a maggioranza assoluta, il
referendum abrogativo sulla legge elettorale, tutti i cittadini italiani sono chiamati ad esprimersi in una consultazione referendaria ai sensi dell’ art. 75 della Costituzione. Mentre le forze politiche della nuova maggioranza parlano di approvare una nuova legge elettorale di tipo proporzionale per cercare di ingabbiare il leader leghista, Salvini corre ai ripari proponendo ai Consigli regionali di centrodestra, che attualmente sono una decina, di chiedere il referendum abrogativo sulla parte proporzionale del Rosatellum.
L’ attuale legge elettorale attribuisce circa 1/3 dei seggi col sistema dei collegi uninominali a turno unico e circa 2/3 col sistema proporzionale senza preferenze, con listini bloccati brevi e coi nomi dei candidati indicati sulla scheda elettorale.
Si tratta di un sistema con una forte componente proporzionale, ma l’ assenza del voto disgiunto e la possibilità di formare coalizioni tra liste rappresentano una discreta correzione maggioritaria. Sufficiente per spedire Salvini al governo. Per questo Renzi e Grillo la vogliono sostituire con il proporzionale.
La proposta
Ed ecco che interviene la proposta della Lega: un referendum abrogativo che tolga la parte proporzionale dal Rosatellum e lo trasformi in un sistema puramente maggioritario, all’ inglese, con 618 collegi uninominali alla Camera e 309 al Senato. Vince in ciascun collegio chi prende un solo voto in più degli altri.
Trattandosi di referendum abrogativo, per la sua validità occorre che si rechino alle urne almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto.
Un quorum molto alto che spiega la recente apertura di Salvini a Berlusconi. Tutto il centrodestra al 50% di votanti ci arriva sicuro.
Ma ci sono dei problemi.
Il referendum abrogativo, qualora fosse raggiunto il quorum e vincessero i sì all’ abrogazione, produce effetti giuridici immediati con la diretta caducazione delle norme di cui al quesito referendario. Ciò presenta una grana di natura giuridica.
La giurisprudenza costituzionale è orientata da tempo ad ammettere solo quesiti referendari che, nel caso producessero la conseguenza abrogativa delle norme di cui al quesito, sortiscano l’ effetto di una legge – seppur parzialmente abrogata – immediatamente applicabile senza la necessità di un intervento parlamentare nel ridisegnare collegi o circoscrizioni.
Nel caso in questione, il quesito riguarderebbe l’ abrogazione dell’ intera parte proporzionale prevista dal Rosatellum, con la conseguente necessità per il Parlamento di rimetterci le mani nel caso il referendum passasse, quantomeno per ridisegnare i collegi uninominali visto che oggi sono solo poco più di 1/3.
Oggi, a Rosatellum vigente, il territorio nazionale è suddiviso in 232 collegi uninominali per l’ elezione della Camera e 116 per l’ elezione del Senato. È difficile che un referendum abrogativo della parte proporzionale (collegi plurinominali) possa attraverso il quesito proposto agli elettori ridisegnare 618 e 309 collegi uninominali. Fatto sta che, solo per questo problema, il quesito potrebbe essere dichiarato inammissibile. Staremo a vedere
Ammettiamo comunque che il quesito superi il vaglio di ammissibilità . Pd e 5Stelle possono ricorrere a tre contromosse.
Le contromosse
La prima. Entro la data del referendum viene approvata dal Parlamento una legge elettorale proporzionale, in modo da rendere inutile il referendum abrogativo, perchè su una legge (il Rosatellum) che non c’ è più
La seconda.
Ammettiamo che Pd e 5Stelle non si muovano prima e il referendum passi. La maggioranza parlamentare giallo-rossa potrebbe fregarsene del voto popolare e approvare una legge elettorale proporzionale. Questo indipendentemente dal fatto se passi o meno la riforma costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari.
Terza contromossa.
Questo nuovo centrosinistra potrebbe addirittura rispettare l’ eventuale esito abrogativo del referendum e approvare una nuova legge elettorale come da indicazione popolare, quindi maggioritaria. Ma a doppio turno, similare a quella francese. In questo modo, al secondo turno, 5Stelle e Pd (unitamente al nuovo partito di Renzi che nascerà tra poco) sosterrebbero insieme i candidati dell’ uno e dell’ altro in tutti i collegi uninominali in cui si vota al secondo turno, in modo da far perdere i candidati di Salvini.
Insomma, la nuova maggioranza Pd-5Stelle potrebbe utilizzare il risultato per dar vita ad una nuova legge elettorale, sì, maggioritaria, ma col doppio turno alla francese.
Una bella fregatura per Salvini.
(da Libero)
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Marzo 12th, 2019 Riccardo Fucile
DEPOSITATA LA RICHIESTA PER UN ELECTION DAY… SALVINI E DI MAIO SAREBBERO COSTRETTI A SCHIERARSI, MA A LORO SERVE CONTINUARE A ILLUDERE I RISPETTIVI ELETTORATI
Sia che si tratti di un referendum sia che si parli di una consultazione popolare sulla Tav, di certo la richiesta depositata oggi dal presidente del Piemonte Sergio Chiamparino ha tutta l’aria di essere respinta.
Il motivo è politico. Nei giorni scorsi il premier Giuseppe Conte ha scongiurato la crisi di governo trovando un cavillo giuridico che ha permesso di avviare i bandi della Tav rinviando nello stesso tempo la decisione di sei mesi.
E a questo punto Lega e M5s non hanno alcuna intenzione di misurarsi con una consultazione popolare che li costringerebbe a prendere una posizione chiara in un momento in cui i due partiti di maggioranza vorrebbero parlarne il meno possibile rinviando il dossier a dopo le elezioni Europee.
E soprattutto, per quanto riguarda la Lega, a dopo il voto in Piemonte poichè il Carroccio, che punta alla conquista della regione, finirebbe sotto l’attacco di tutto il fronte ‘Sì Tav’ che accusa Matteo Salvini di voler bloccare l’opera per restare al governo con Luigi Di Maio.
Elezioni europee e voto regionale saranno a fine maggio, nei giorni in cui, inevitabilmente, Conte dovrà dialogare con l’Europa e con la Francia e trovare una sintesi tra le due opposte visioni di Lega e M5s.
La situazione è talmente complicata che, per adesso, il premier preferisce non nominare un commissario per la Tav.
Intanto il dossier è tutto in mano a lui che smentisce anche l’idea di una mini-Tav mentre il paese di Emmanuel Macron ribadisce “l’impegno ad attuare il trattato bilaterale”.
Tuttavia il giorno è arrivato. Nel day after dell’avvio dei bandi, Chiamparino mette alla prova il governo depositando al ministro dell’Interno la richiesta di accorpare la consultazione popolare sulla Torino-Lione alle elezioni Regionali ed Europee.
Un election day che, secondo il presidente del Piemonte, permetterebbe “di ottenere la necessaria garanzia di regolarità e nel contempo di conseguire un significativo risparmio di risorse”.
Se ieri il ‘no’ al referendum era arrivato dal viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi, oggi arriva da tutto il governo e dai due partiti.
Anche il premier Giuseppe Conte ha escluso l’idea spiegando che un referendum non è previsto. In effetti per indire un referendum regionale è necessario modificare lo statuto regionale e per farlo occorrono almeno sei mesi.
Anche il vicepremier leghista replica a Chiamparino: “Il referendum? Magari… ma Chiamparino ignora che non si può perchè manca la legge della Regione”. I 5Stelle piemontesi alzano un muro: “La consultazione popolare è una farsa”.
In questo caso, come per i “bandi” diventati “avvisi”, il nodo della questione però è semantico.
Chiamparino, come ha avuto modo di chiarire, non parla di referendum, ma di consultazione popolare per indire la quale non serve modificare lo statuto regionale, ma semplicemente il via libera del Viminale.
Negli uffici del ministero dell’Interno si sta ragionando su questo caso che sarebbe il primo nella storia.
Sono state rilevate già parecchie difficoltà che porterebbero a respingere la richiesta. Per esempio, viene fatto notare, bisogna vedere in che modo va fatto e soprattutto se può avvenire contestualmente al voto delle elezioni Europee, se si possono o meno utilizzare i seggi statali pagati dallo Stato per svolgere una consultazione regionale.
Per ora quindi appare difficile che passi la proposta di Chiamparino che potrebbe rubare alla Lega, finita in questa ambiguità di governo, i voti dei favorevoli alla Tav.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 11th, 2018 Riccardo Fucile
CITTADINI PRIVI DI TESSERA ELETTORALE RIMANDATI INDIETRO, MA UNA CIRCOLARE DEL COMUNE AVEVA SPIEGATO CHE NON ERA NECESSARIA
Referendum Atac, urne chiuse. Alle 8 si sono fermate le operazioni di voto per il
referendum “Mobilitiamo Roma” lanciato e promosso dai radicali italiani e + Europa per “mettere a gara il servizio di trasporto pubblico a una o più aziende sotto il diretto controllo del comune di Roma che continuerà , ad esempio, a stabilire il prezzo del biglietto e le tratte necessarie per ogni quartiere”.
Secondo gli ultimi dati resi noti dal Campidoglio, alle 16 c’è stata un’affluenza del 8,95%, pari a 211.817 persone. Dopo 8 ore di votazioni dunque appare lontano il raggiungimento del quorum, fissato al 33,3% dei voti.
Le zone con maggiore affluenza sono i Municipi II (14,23%) ed I (11,93%), ovvero le zone Parioli, San Lorenzo e Centro Storico, bassissima invece a partecipazione in Municipio VI, Tor Bella Monaca-Torre Angela con il 5%.
Ma sono tanti i cittadini che hanno segnalato di non aver potuto votare: “Sono stato impedito dal presidente di seggio perchè non avevo con me la tessera elettorale” racconta Giorgio del Municipio I.
Eppure una circolare del Comune parla chiaro: “Si avvisano i signori presidenti di seggio che, per i referendum consultivi di domenica 11 novembre 2018, gli elettori iscritti nelle liste della sezione sono ammessi a votare anche se sprovvisti di tessera elettorale e che la tessera elettorale, eventualmente esibita, non deve essere timbrata come attestazione di voto”.
“Non poter esercitare regolarmente il loro diritto di voto è un fatto gravissimo” sostiene Riccardo Magi, tra i promotori del referendum. “Oltre ai presidenti che impediscono di votare a chi è sprovvisto di tessera elettorale, mentre il regolamento afferma con inequivocabile chiarezza che per accedere alle urne è sufficiente il documento di identità , c’è anche da segnalare che alcuni seggi non risultano accessibili ai disabili, altri sono stati spostati, in pressochè tutti manca un presidio delle forze dell’ordine e si riscontrano problemi anche in alcuni ospedali. Posto che documenteremo tutte le violazioni di cui avremo notizia, per utilizzarle già da domani in ogni sede opportuna, invitiamo l’Amministrazione a intervenire subito, già dai prossimi minuti, per evitare che si compia uno scempio senza precedenti dei diritti fondamentali dei cittadini. Ne va, letteralmente, della democrazia”.
Dopo averlo sostanzialmente ignorato, anche la sindaca Raggi, nella tarda mattinata si è recata a votare per il referendum nel suo seggio presso l’istituto comprensivo Octavia, mentre il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha votato in mattinata alla scuola Belli, in Prati.
L’appuntamento di oggi ha diviso l’opinione pubblica cittadina: Pd, FI, industriali di Unindustria ad esempio si sono schierati per la liberalizzazione; M5S, Lega, LeU-SI e sindacati per il no.
L’Atac è una delle aziende di trasporto pubbliche più grandi d’Europa, ma anche tra quelle che possiede gli autobus più anziani e un debito “monstre” stimato in circa 1,4 miliardi di euro. La municipalizzata dei trasporti di Roma, è un malato che si sta sottoponendo ad una complessa cura per la guarigione. Si tratta del concordato preventivo in continuità , una strada difficile e ricca di ostacoli, che consiste in una sorta di accordo con i creditori sotto l’egida del tribunale. A dicembre l’assemblea dei creditori dovrà dare l’ok definitivo al concordato sul quale si è espresso già positivamente il tribunale.
L’azienda del trasporto pubblico locale ha oltre 11 mila dipendenti, e un parco bus di quasi 2000 autobus, ma in media – secondo stime del Campidoglio – sono 1.300 quelli che riescono ad uscire ogni giorno, gli altri o sono troppo anziani, o vengono fermati dai guasti.
Sui bus, spesso vetusti, si registrano non di rado incendi – come quello divampato a bordo di un mezzo di 15 anni a maggio nella centralissima via del Tritone – o, più spesso, principi di incendio.
Tanto che su twitter spopola l’hashtag #FlamBus che conteggia, con tanto di numero di linea e lungo dell’incidente, tutti i «bus flambe’ alla romana». Un capitolo a parte anche la manutenzione non sempre facile, visti i fondi, e che riguarda anche le strutture delle fermate metro, come ascensori e scale mobili, non da ultimo la scala mobile della metro Repubblica dove sono rimasti feriti alcuni tifosi russi.
Iter concordatario a parte l’appuntamento di oggi col referendum, seppure consultivo, sulla messa a gara del trasporto pubblico di Roma è un test politico importante per il Campidoglio: si saprà se i cittadini, primi fruitori del servizio martoriato, sono per la strada scelta dai pentastellati o guardano alla liberalizzazione come ad una soluzione possibile.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2018 Riccardo Fucile
A LAURENZANA (POTENZA) VA IN SCENA IL TEATRO DELL’ASSURDO
“Volete voi che arrivino migranti nel territorio di Laurenzana?”. Hanno vinto i No al
referendum sull’accoglienza in provincia di Potenza.
Peccato che non ci siano stranieri accolti nel paese di 1800 abitanti e che non ne sia previsto l’arrivo.
Il risultato finale è stato di 341 “no” e 59 “sì”, con un’affluenza del 25 per cento.
A dare il via libera alla consultazione è stato il sindaco Michele Ungaro, eletto con una lista civica ma iscritto al Partito democratico, sulla base di una delibera del consiglio comunale del 27 settembre 2017.
A tale decisione l’assise è arrivata in base alla sollecitazione preventiva di alcuni cittadini che hanno richiesto che fossero gli abitanti ad esprimersi. Non c’è stata una campagna vera e propria, soltanto “Lega Noi con Salvini Basilicata” ha dato la propria indicazione per il No.
Il referendum non ha alcun valore, se non quello puramente indicativo: nelle due sezioni elettorali allestite in paese sono andati a votare solo 413 aventi diritto su 1.763.
Oltre alle schede votate con un no o un sì, gli scrutatori hanno trovato nelle urne anche sette schede bianche e sei nulle. Il numero dei votanti è stato basso fin dalle prime ore di domenica ed ha sfiorato le 300 unità soltanto nella rilevazione delle ore 19.
In Basilicata sono oltre 70 i Comuni che hanno aderito al programma di accoglienza diffusa della Regione, in modo da evitare le grandi concentrazioni.
In Regione ad oggi sono ospitati circa 2900 richiedenti asilo, pari allo 0,60 per cento della popolazione residente e sono così suddivisi: 1990 in Cas di prima accoglienza, 550 in seconda accoglienza Sprar e 350 minori non accompagnati.
Sono 23.000, invece, gli stranieri regolarmente residenti in tutta la regione pari allo 0,42 per cento degli iscritti nell’anagrafe dei Comuni.
Come sprecare tempo per non decidere su un problema che non esiste.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
UN ANNO DOPO, PREVALGONO ANCORA I CONTRARI ALLA RIFORMA: 61% CONTRO 49%
È trascorso un anno dal referendum costituzionale, il cui esito ha determinato le
dimissioni del governo Renzi, il calo di popolarità dell’ex premier e il congelamento di qualsiasi tentativo di riforma.
Spesso ci si chiede se tra gli elettori prevalga il rimpianto per l’occasione perduta o, al contrario, la convinzione che la bocciatura sia stata la scelta migliore.
Il sondaggio odierno fa registrare uno scenario immutato rispetto al 4 dicembre dello scorso anno: l’affluenza alle urne sarebbe di poco inferiore (65% contro il 68% effettivo), i contrari prevarrebbero nettamente attestandosi a 61% (contro il 59,1% di 12 mesi fa).
Le motivazioni
Le motivazioni del voto di un anno fa sono molteplici. Invitati ad indicare le due principali, il 73% degli intervistati menziona la propria valutazione personale sui contenuti specifici della riforma.
Al secondo posto, tra i motivi del voto, si colloca il giudizio sul governo Renzi, citato da due italiani su tre (64%), soprattutto tra i sostenitori del No (66%); a seguire troviamo il parere dei costituzionalisti (35%), che sono apparsi più convincenti ai contrari alla riforma (39%) rispetto ai favorevoli (30%).
Infine, decisamente minore è risultata l’influenza della cerchia ristretta di familiari, amici e conoscenti (9%), come pure il parere dei leader politici più vicini (9%).
Processo di razionalizzazione §
Dalle risposte al sondaggio gli elettori sembrerebbero aver scelto in modo ponderato, sulla base del merito delle modifiche proposte.
In realtà si tratta di un processo di razionalizzazione della scelta di allora: basti pensare che alla vigilia del referendum solo il 15% dichiarava di conoscere in dettaglio i contenuti della riforma – aspetto del tutto comprensibile in ragione della scarsa familiarità della maggioranza degli italiani con i temi costituzionali – e, analizzando i singoli punti che la caratterizzavano (trasformazione del Senato, riduzione dei senatori, eliminazione del Cnel, delle Province, ecc), si registrava un largo consenso, sebbene alla domanda sulle intenzioni di voto nei sondaggi dal mese di luglio in poi prevalesse costantemente il No.
Le cose come prima
Il voto, infatti, ebbe una forte valenza politica, fu in larga misura un referendum pro o contro Renzi, il quale promise di farsi da parte nell’ipotesi di bocciatura: per gran parte dei suoi oppositori si trattò di una promessa molto invitante, accompagnata dall’aspettativa di nuove elezioni e di un cambiamento della maggioranza di governo.
Nonostante le profezie, talora apocalittiche, da parte dei sostenitori dei due schieramenti durante la campagna referendaria, secondo il 60% degli italiani l’esito non ha avuto alcuna influenza e in Italia le cose sono rimaste esattamente come prima.
Una minoranza (17%) è del parere che la situazione sia peggiorata e il 7% che sia migliorata.
Le opinioni divergono tra coloro che votarono Sì e quelli del No: tra i primi la maggioranza relativa (48%) ha riscontrato un peggioramento della situazione, tra i secondi il 78% ritiene che non sia cambiato nulla.
Niente ripensamenti
Quanto al futuro, il 30% degli elettori ritiene che il responso delle urne renderà impossibile per lungo tempo modificare la Costituzione, a causa della difficoltà sia di trovare un ampio accordo in sede parlamentare che di ottenere il sostegno dei cittadini; al contrario la maggioranza (56%) non ritiene che la bocciatura possa rappresentare un impedimento a qualsiasi processo di riforma.
Tra i sostenitori del Sì prevalgono i pessimisti (58%), tra quelli del No i possibilisti (64%). Insomma, a distanza di un anno dalla bocciatura della «madre di tutte le riforme», tra gli elettori non affiora alcun ripensamento: il risultato oggi sarebbe la fotocopia di quello dello scorso 4 dicembre.
Al contrario affiorano molti dubbi su chi in futuro potrebbe avere il coraggio di mettere mano a una nuova riforma costituzionale, sfidando la diffusa refrattarietà ai cambiamenti e il tifo da stadio.
(da “il Corriere della Sera”)
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