Ottobre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
FLOP DELLA VOTING MACHINE OLTRE CHE DEL REFERENDUM AL 37% (FORSE) DI PRESUNTI VOTANTI
Costi altissimi e risultati deludenti. Alle 10 del mattino del giorno dopo i risultati sul
referendum per l’autonomia della Lombardia non sono ancora defintivi: colpa di problemi “tecnologici”.
Eppure la Lombardia ha speso quasi 50 milioni di euro contro i 14 del Veneto per la macchina referendaria.
In Lombardia i costi oscillano per l’acquisto di 24mila tablet usati per le procedure di voto . Solo per l’acquisto dei tablet e dei software relativi, la Lombardia ha speso 23 milioni mentre altri 24 sono stati stimati per pagare gli scrutatori e 1,6 milioni di euro sono stati spesi per la campagna elettorale.
Eppure, all’indomani del voto, non c’è ancora certezza immediata.
Secondo la Regione Lombardia, la stima del dato finale sull’affluenza nel referendum sull’autonomia “oscilla tra il 38 e il 39% per un numero di votanti di circa 3 milioni” quando sono state esaminate il 95% delle 24mila Voting machine.
Allo stato – spiega la Regione in una nota – l’affluenza è pari 37,07. “Si sono registrate alcune criticità tecniche nella fase di riversamento dei dati della rimanenti Voting machine e pertanto i risultati completi potranno essere resi noti a operazioni concluse” fa sapere la regione.
Inoltre si sono registrati diversi problemi di voto, con conseguenza rabbia dei votanti sul web, anche legati agli alti costi dell’operazione.
Per avere una idea: 50 milioni di euro è la cifra che spenderà la Regione fra 2017 e 2019 per finanziare le tariffe agevolate del trasporto pubblico.
La stessa cifra è stata spesa per il solo referendum di domenica.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
L’ART 117 DELLA COSTITUZIONE: “I LIVELLI ESSENZIALI DELLE PRESTAZIONI DEVONO ESSERE GARANTITI SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE”… I GOVERNI PREMIANO LE REGIONI PIU’ PRODUTTIVE DEL NORD, IL SUD E’ PENALIZZATO MA DEVE EVITARE LA CATTIVA GESTIONE DEI FONDI
Oggi, in Italia, una parte di una parte del Paese chiede di tenere per sè più risorse perchè in questa fase storica il suo reddito pro capite è più alto e, per mantenere standard di servizi più alti per i propri cittadini, decide bene di spendere circa 70 milioni di euro per un referendum dall’orizzonte quanto meno fumoso.
Sempre positivo il ricorso alle urne, ma il fine non giustifica i mezzi, in alcuni casi, dato che le Regioni hanno ben altri strumenti, senz’altro più economici, per invocare più autonomia.
È il caso del referendum Lombardo-Veneto, basato sull’idea che troppo alto sarebbe il residuo fiscale delle regioni coinvolte: intorno ai 50 miliardi.
In realtà , secondo Paolo Balduzzi, l’ammontare vero di quel residuo, sarebbe circa la metà .
Mi pare sempre più frequente il ricorso all’immagine comoda e rassicurante dello steccato, a livello globale.
Da Donald Trump, che sostiene: “A Nation Without Borders Is Not A Nation” ai referendum autonomisti, fino alla Brexit. Ovunque, la paura dell’uomo occidentale lo sta portando a erigere muri di protezione: contro i migranti, contro il nemico. Aggiungerei, contro i meridionali.
Eppure, in Italia vige ancora una Costituzione. Questa Costituzione sostiene all’art. 117 lett.m che occorre provvedere alla “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.
Parole che rischiano di rimanere una dichiarazione formale e vuota, se tutti i cittadini italiani non vedono riconosciuti eguali diritti: la Costituzione rischia sempre più di esser violata nella sostanza e tutto ciò che conduce verso una simile aberrazione è in conflitto con quel dettato, violandone i principi fondamentali.
L’esperienza quotidiana insegna, purtroppo, che in molte regioni (meridionali) il livello dei servizi offerti ai cittadini è sempre più basso. Trasporti, sanità , asili, scuola, università .
Le migliaia di studenti che emigrano nelle università del Nord e l’emorragia di capitale umano hanno fatto sì che in dieci anni il Sud abbia perso 3,3 miliardi di euro di investimento in capitale umano e 2,5 miliardi di tasse, che emigrano verso le università del Nord.
Infatti, il Sud ha perso 716 mila persone, in questi anni, di cui circa 198 mila laureati, solo negli ultimi anni. Queste ingenti somme il residuo fiscale, evidentemente, non le conta. Come il quotidiano acquisto di prodotti e servizi.
E che dire della spesa drammatica dei migranti della sanità che, per avere cure migliori, si trasferiscono quotidianamente al Nord con un triste indotto collegato?
Chi solletichi le paure e gli egoismi della gente, sa perfettamente che un Pil più alto oggi è il frutto di spese sostenute da tutto il Paese per arricchire aree più sviluppate e farne “locomotori” che avrebbero dovuto trainare tutto il paese. E invece non trainano nulla a quanto pare.
Bisognerebbe metter mano alla gravissima discrepanza tra trasferimenti alle Regioni e livelli dei servizi, mettere a nudo l’inettitudine di chi i fondi trasferiti non riesce a metterli a frutto, invece di aggiungere confusione demagogica.
Un bell’articolo di Francesco Sabatino su Lettera43 ricorda che “il divario tra Sud e Nord nelle risorse pubbliche va ben oltre il residuo fiscale, anche tenendo conto che i centro settentrionali possono contare sul supporto di un sistema semipubblico come quello delle fondazioni (patrimonio totale di 40 miliardi quasi interamente collocato sopra Roma) o che gli incentivi a fondo perduto sono stati sostituiti da strumenti legati all’acquisto di macchinari e servizi (la nuova Sabatini o i superammortamenti di Industria 4.0) che premiano soprattutto le aree più produttive”.
Si fa sempre così, in Italia: anzichè metter mano ai problemi si elucubra e si divide nel segno della demagogia.
Dove vanno a finire i soldi trasferiti? Perchè non si chiarisce questo punto? Perchè non si mette il cittadino nelle condizioni di sapere la ragione di questi buchi e di queste disfunzioni?
Dovrebbe esser la gente del Sud a ribellarsi, di fronte a tanto spreco di risorse.
Infine, le interdipendenze dell’economia globale rendono ridicolo ogni sussulto neonazionalista.
Il concetto di confine è superato e scandaloso e rischia di mettere in discussione il più nobile progetto europeo che, pur con gravi defaillance, è riuscito ad avvicinare le popolazioni del nostro continente come mai nella storia.
Non confondiamo l’oro con le patacche.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 21st, 2017 Riccardo Fucile
COME SPUTTANARE 64 MILIONI PER L’ORGANIZZAZIONE, 5 MILIONI PER L’ORDINE PUBBLICO QUANDO BASTAVA UNA RACCOMANDATA DI 5 EURO
La sceneggiata del referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia è pronta. Domani, dalle 7 alle 23, i cittadini governati da Roberto Maroni e Luca Zaia avranno l’ebbrezza di scoprire quanto è bello spendere 64 milioni di euro per una consultazione che non vale nulla allo scopo di attivare una procedura che si attiva con una raccomandata che costa cinque euro.
In pratica, il referendum per l’autonomia spiega (ed è il peggior spot possibile) come spenderebbero i soldi i governatori leghisti se avessero l’autonomia
Ieri i leghisti hanno riconsegnato i 54 miliardi che sarebbero frutto del residuo fiscale che reclamano: li hanno simbolicamente riconsegnati alla Regione Lombardia davanti alla sede milanese dell’Agenzia delle Entrate.
Altrettanto può dirsi dei 20 miliardi reclamati dalla Regione Veneto. Richieste avanzate in nome di uno slogan che si sente ripetere da decenni in quelle due regioni, e non solo dai leghisti: «Non vogliamo fare più gli eterni donatori di sangue, non vogliamo veder sparire i nostri avanzi fiscali per finanziare le regioni che sprecano».
In realtà , fa notare oggi Marco Ruffolo su Repubblica, quei numeri sono molto ballerini:
Quei dati vengono da Eupolis, che è un istituto di ricerca e statistica della stessa Regione Lombardia, e dall’ufficio studi della Cgia di Mestre. Ci sono però altre ricerche che abbassano notevolmente le due stime, pur ammettendo che le tasse di lombardi e veneti sopravanzano i servizi ricevuti. Il problema è che non esiste alcuna valutazione ufficiale che possa chiudere la controversia. E questo perchè mentre è piuttosto semplice capire quanto i contribuenti di una regione danno ogni anno al fisco, non è altrettanto facile sapere quanta spesa pubblica finisce poi in quella regione.
«E’ così — spiega Paolo Balduzzi, ricercatore di scienza delle finanze all’Università Cattolica e collaboratore della Voce.info — ci sono spese pubbliche che sono difficilmente attribuibili alle singole regioni, come quelle per la difesa, o quelle destinate agli organi costituzionali. E poi bisognerebbe tener conto dell’età media: dove è più alta, si spende sicuramente di più per la sanità . Per queste e altre ragioni, esistono stime molto diverse sull’entità dei residui fiscali regionali».
E allora capita di imbattersi in ricerche come quella dell’Università Cattolica, che valuta l’avanzo fiscale lombardo intorno ai 35 miliardi e quello veneto in 9 miliardi circa. E altri studi danno stime ancora più basse.
Ma questi sono dettagli per i governatori di Veneto e Lombardia, pronti a sfruttare un’occasione di propaganda che serve loro anche a livello di dibattito politico interno contro la Lega “nazionalista” di Matteo Salvini.
In un contributo per Lavoce.info, Fabrizio Tuzi, dirigente tecnologo dell’istituto sui sistemi regionali, ha pubblicato una tabella del Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt, nella quale sono indicati i valori medi pro-capite del residuo fiscale per gli anni che vanno dal 2013 al 2015.
Se da un lato c’è la conferma che il conto del dare è superiore di 5.600 euro rispetto al conto dell’avere per ogni singolo cittadino lombardo, dall’altro è altrettanto vero che gli abitanti del Lazio sono poco da meno.
Versano nelle casse dello Stato 3.672 euro pro-capite in più di quello che ricevono. Sono secondi nella classifica del residuo fiscale.
Ma questi dati non sono tra i pensieri dei fautori del referendum. Che se ne fregano anche dei 5 milioni di euro totali che Veneto e Lombardia dovranno spendere per assicurare l’ordine pubblico durante il voto, che si vanno ad aggiungere ai 64 milioni totali di costo per la manifestazione, funestata anche dall’acquisto di tablet che non sembrano nemmeno il massimo della sicurezza.
Ma soprattutto non è automatico che ad un’eventuale vittoria dei Sì (i voti in Veneto e in Lombardia verranno ovviamente conteggiati separatamente) ai due quesiti referendari il Governo possa concedere l’autonomia fiscale alle due Regioni a guida leghista.
Zaia e Maroni sono convinti che la maggior parte dei loro concittadini si esprimerà a favore di una maggiore autonomia, anche in virtù degli schieramenti emersi in Consiglio Regionale Veneto dove assieme al Centrodestra anche il MoVimento 5 Stelle ha votato a favore per l’approvazione dell’istituzione del referendum (il PD si è astenuto).
L’ostacolo maggiore non è quindi la vittoria dei sostenitori dell’autonomia fiscale, dell’indipendenza degli schei, ma quello che succederà dopo.
Con chi tratteranno Maroni e Zaia? Con il Governo Gentiloni (se ci sarà ancora) o aspetteranno di vedere chi vincerà le elezioni politiche se si andrà a scadenza naturale della legislatura, quindi nel 2018?
Le richieste delle due Regioni sono chiare ma in una trattativa dovranno cedere qualcosa per portare a casa il risultato.
Dulcis in fundo: per rendere concreta l’autonomia di Veneto e Lombardia sarà necessaria una modifica costituzionale, quindi una legge costituzionale.
È abbastanza evidente che in questa Legislatura il Parlamento non potrà fare alcuna legge di modifica della Costituzione (l’articolo 116 richiede che l’intesa tra lo Stato e la Regione venga approvata dalla maggioranza assoluta in entrambe le Camere), ed è da vedere se nel prossimo la maggioranza avrà i numeri e la capacità di trovare un accordo. Di questo però nulla si sa e non si parla ancora, meglio cullare sogni di gloria (e di vittoria) che sicuramente verrebbero usati dalla Lega Nord per darsi una grande spinta in vista delle prossime elezioni politiche.
E forse è tutto qui il senso dell’operazione autonomista di Zaia e Maroni, dare una mano al Salvini Nazionale ad arrivare al Governo.
C’è quindi da chiedersi, ha senso far pagare ai cittadini (veneti o lombardi) il costo della propaganda leghista?
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 20th, 2017 Riccardo Fucile
NON BASTANO I 64 PREVISTI, PER GARANTIRE L’ORDINE PUBBLICO SE NE DEVONO SPUTTANARE ALTRI CINQUE
Non basta buttare 64 milioni di euro per una richiesta di autonomia che si attiva con una
raccomandata.
Luca Zaia e Roberto Maroni faranno spendere ai loro cittadini anche altri soldi per garantire l’ordine pubblico durante la consultazione.
Complessivamente, oltre cinque milioni di euro per pagare gli straordinari, l’indennità di ordine pubblico e il vitto delle forze dell’ordine che presidieranno i seggi domenica durante il voto.
La cifra non era prevista nel protocollo che i due governatori avevano sottoscritto con il Viminale ed è stata comunicata solo nelle ultime ore.
Luca Zaia ieri ha detto che la richiesta di stanziamento è folle: «È un atto contro la democrazia. Ci trattano come dei delinquenti solo perchè vogliamo rispettare la sentenza della Corte Costituzionale che ha detto che è giusto dare la voce al popolo. È un chiaro segnale dello scollamento che c’è tra il governo e la popolazione».
In realtà in Lombardia e in Veneto si è scelto di usare lo strumento del referendum per assicurarsi che il Governo tenga conto della volontà popolare ma in effetti non c’era alcun bisogno di arrivare alla consultazione elettorale.
La Costituzione prevede che lo Stato possa raggiungere un’intesa con la Regione ma non menziona il referendum.
L’articolo 117 della Costituzione (oggetto del fallito tentativo di riforma costituzionale Renzi-Boschi) stabilisce quali sono le “materie di legislazione concorrente” tra Stato e Regioni.
Fino ad ora però entrambe le Regioni coinvolte non hanno chiarito — agli elettori in primis — per quale autonomia si andrà a votare.
L’oggetto principale della propaganda è il residuo fiscale, vale a dire la differenza tra quanto una Regione versa in tasse allo Stato centrale e quanto ne riceve indietro in servizi.
Maroni e Zaia ritengono che se il residuo fiscale rimanesse “a casa” si potrebbe utilizzare parte di quei 70 miliardi di euro (52 miliardi per la Lombardia e 15 miliardi per il Veneto) in servizi e investimenti sul territorio che potrebbero dare nuova spinta all’economia.
Tutti sembrano dimenticarsi però che gli enti locali operano in base a princìpi di sussidiarietà , differenziazione ed adeguatezza (art. 118) e che concedendo a Veneto e Lombardia di trattenere il residuo fiscale verrebbe meno il dovere di aiutare i territori meno ricchi e più svantaggiati.
Una posizione questa che potrebbe compromettere i sogni di gloria di Matteo Salvini, da anni ansioso di fare conquiste elettorali al Sud con Noi con Salvini.
Ma cosa penseranno gli elettori del Sud quando scopriranno che Salvini al Nord incoraggia spinte autonomiste che finiranno per danneggiarli?
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 18th, 2017 Riccardo Fucile
IL GRANDE SPOT ELETTORALE DELLA LEGA A SPESE DEI CONTRIBUENTI COSTERA’ 64 MILIONI DI EURO PER NULLA… CHISSA’ COME SARANNO CONTENTI GLI ELETTORI DI SALVINI DEL SUD CHE NON VEDRANNO PIU’ UN EURO
Domenica 22 ottobre i cittadini della Lombardia e del Veneto saranno chiamati a votare
al referendum su una materia alquanto misteriosa: l’autonomia.
È giunta l’ora per le due regioni del Nord di affrancarsi dalla “schiavitù” da Roma oppure l’autonomia significa qualcos’altro?
Quel che è certo è che nè Lombardia nè Veneto diventeranno, la sera del referendum, Regioni a statuto speciale.
E nemmeno la concessione dell’autonomia sarà automatica perchè le due Regioni dovranno intavolare una trattativa con il Governo e successivamente le “ulteriori forme di autonomia” dovranno essere approvate dalle Camere a maggioranza assoluta.
C’è insomma ancora molto che può andare storto sul percorso dell’autonomia.
In Lombardia e in Veneto si è scelto di usare lo strumento del referendum per assicurarsi che il Governo tenga conto della volontà popolare ma in effetti non c’era alcun bisogno di arrivare alla consultazione elettorale.
La Costituzione prevede che lo Stato possa raggiungere un’intesa con la Regione ma non menziona il referendum. Insomma probabilmente Luca Zaia e Roberto Maroni potevano trattare con lo Stato centrale la concessione di condizioni particolari di autonomia anche senza spendere i 64 milioni di euro utilizzati per il più costoso spot elettorale della Lega Nord a spese dei cittadini.
In fondo in Veneto Zaia già durante la campagna elettorale del 2015 prometteva un Veneto “autonomo e indipendente”.
Appena due anni fa maggioranza dei veneti lo ha eletto come Presidente dandogli il mandato per avanzare le richieste di autonomia a Roma.
L’indipendenza invece “è un fascicolo chiuso” come ha detto ieri il capogruppo leghista in Consiglio regionale Nicola Finco. Eppure Zaia ritiene che sia necessario avere il mandato del popolo veneto per poterne parlare — a fine legislatura — con il Governo.
Se è abbastanza scontato che i Sì vinceranno sia in Lombardia che in Veneto (dove sarà però necessario superare il quorum) è improbabile che l’autonomia sia un discorso che sarà affrontato dall’attuale maggioranza di governo.
In Lombardia e in Veneto M5S e alcuni esponenti del PD hanno deciso di cavalcare la tigre del referendum, soprattutto per non lasciare che la vittoria sia esclusivo merito della propaganda leghista
Quale autonomia per Veneto e Lombardia?
Ma veniamo al merito di quello che succederà dal 22 ottobre in poi. L’articolo 117 della Costituzione (oggetto del fallito tentativo di riforma costituzionale Renzi-Boschi) stabilisce quali sono le “materie di legislazione concorrente” tra Stato e Regioni.
Queste materie, che vanno dalle relazioni internazionali delle Regioni con la UE alla protezione civile passando per il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario potranno tutte oggetto di un’eventuale intesa sulle ulteriori forme di autonomia.
“rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale. Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato. £
L’articolo 116 stabilisce inoltre che le materie indicate dal secondo comma dell’articolo 117 (ovvero quelle di competenza esclusiva dello Stato) “alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s) possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata“. Anche l’autonomia limitatamente a queste tre competenze potranno essere discusse da Veneto e Lombardia.
l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;
n) norme generali sull’istruzione;
s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali;
Fino ad ora però entrambe le Regioni coinvolte non hanno chiarito — agli elettori in primis — per quale autonomia si andrà a votare.
L’oggetto principale della propaganda è il residuo fiscale, vale a dire la differenza tra quanto una Regione versa in tasse allo Stato centrale e quanto ne riceve indietro in servizi. Maroni e Zaia ritengono che se il residuo fiscale rimanesse “a casa” si potrebbe utilizzare parte di quei 70 miliardi di euro (52 miliardi per la Lombardia e 15 miliardi per il Veneto) in servizi e investimenti sul territorio che potrebbero dare nuova spinta all’economia
In Lombardia però Maroni spiega che dopo il referendum la Regione «intende altresì esercitare un’energica azione politica al fine di ottenere un’ancora più ampia competenza da declinare sul proprio territorio in materia di sicurezza, immigrazione ed ordine pubblico».
Materie che però sono di competenza esclusiva dello Stato e che non possono essere oggetto di un’eventuale intesa sulla concessione dell’autonomia.
Certo, nelle FAQ è scritto che la Regione si impegnerà a chiedere al Governo le modifiche costituzionali necessari ad attuare il progetto. Ma bisogna essere realistici: non succederà .
Il dubbio è che quindi in Regione Lombardia non si sappia davvero che autonomia chiedere e che quella dei soldi da far rimanere al Nord sia l’unico vero nodo individuato dagli autonomisti. Tutti sembrano dimenticarsi però che gli enti locali operano in base a princìpi di sussidiarietà , differenziazione ed adeguatezza (art. 118) e che concedendo a Veneto e Lombardia di trattenere il residuo fiscale verrebbe meno il dovere di aiutare i territori meno ricchi e più svantaggiati.
Una posizione questa che potrebbe compromettere i sogni di gloria di Matteo Salvini, da anni ansioso di fare conquiste elettorali al Sud con Noi con Salvini.
Ma cosa penseranno gli elettori del Sud quando scopriranno che Salvini al Nord incoraggia spinte autonomiste che finiranno per danneggiarli?
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 13th, 2017 Riccardo Fucile
IL GRANDE ASSENTE E’ IL NO, L’UNICA INCOGNITA E’ QUANTI ANDRANNO A VOTARE PER IL NULLA
L’autonomia? «Una stupidata», ha sentenziato l’imprenditore trevigiano Luciano Benetton.
Una cosa seria, serissima, nelle intenzioni dei governatori Roberto Maroni e Luca Zaia desiderosi di battere cassa a Roma dopo i referendum del 22 ottobre.
Mancano nove giorni e, con l’eco delle vicende catalane nelle orecchie, Lombardia e Veneto si interrogano: quanti andranno a votare? Le due consultazioni si muovono in un limbo, tra la serietà di un voto istituzionale e il faceto delle iniziative elettorali.
Merita, allora, citare qualche esempio.
A cavallo tra le province di Padova e Vicenza, una fronda di sindaci si è detta pronta a concedere colloqui solo ai cittadini che, dopo il 23 ottobre, si presenteranno con il certificato di voto.
La vera scomunica clericale, però, è arrivata dal pulpito di Miane, nel Trevigiano, dove il parroco ha definito «vigliacchi» quelli che non si recheranno alle urne.
Maurizio Dassie non è un arciprete qualsiasi: tra i suoi allievi, alla scuola enologica di Conegliano, ha avuto proprio un giovane Luca Zaia.
Non contento, il prelato ha ribadito il concetto nel bollettino parrocchiale. «Sono morte delle persone per consentire il voto», la predica.
Lo sconto per il funerale
Nella terra del Carnevale veneziano, sacro e profano s’intrecciano. E così due amici, Roberto Agirmo e Samuel Guiotto, hanno realizzato una campagna di marketing ad hoc. «In ogni caso… buon viaggio», recita il volantino che promette sconti agli elettori che andranno a votare: il 20 per cento per chi opta per una vacanza «tailor-made» (fatta su misura) e il 10 per cento sui «servizi funebri completi».
Misura tendente al macabro anche per uno dei video elettorali lanciati sull’altra sponda del Garda.
Un uomo (per la cronaca Ignazio Albanese, fratello dell’attore e regista Antonio) viene ripreso in un bara. Il morto, che rappresenta la Lombardia, si risveglia dal sonno eterno per sgridare le donne piangenti al suo capezzale. Il messaggio è chiaro: l’ha ucciso l’astensione.
Il viadotto crollato
Ma a tenere banco, dopo la questione tablet (23 milioni di euro per 24 mila device, che tra l’altro non consentono neppure di votare scheda nulla) è stato un altro spot televisivo, rigorosamente in dialetto.
Un uomo in bicicletta si dirige verso il ponte crollato di Annone Brianza mentre una donna gli grida che è meglio fermarsi. Il montaggio lascia intendere che l’attore venga inghiottito dalla voragine e che con l’autonomia fatti di questo tipo non sarebbero accaduti. Il crollo di quel ponte costò la vita a un automobilista e altri cinque rimasero feriti: il viadotto non c’è più, ma anche l’umorismo è dato per disperso.
Nessun contrario
In questo campionario mancano, e fa pensare, le campagne per il no all’autonomia.
Anche perchè, eccezion fatta per certi ambienti del clero lombardo, alle classi dirigenti locali è convenuto dirsi favorevoli al referendum.
Le formule prevedono però la virgola: si va dal «sì, consapevole» della Confartigianato veneta al «sì, ma diverso» del sindaco Pd di Bergamo Giorgio Gori, pronto a sfidare Maroni alle Regionali del 2018.
Da ultima anche l’Anci veneta, l’associazione dei comuni, ha parlato dell’opportunità dell’autonomia. Proprio nella regione della Liga Veneta, la madre di tutte le leghe, il sì sembra poter raggiungere un consenso maggioritario.
E Zaia, in lizza per una poltrona in un ipotetico governo di centrodestra nazionale, non vede l’ora di intestarsi la vittoria. Raccontata a mo’ di zibaldone la richiesta di autonomia potrebbe sembrare stupida.
Se non fosse che rischia di avere esiti politici seri, serissimi.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 12th, 2017 Riccardo Fucile
ENZO DE BIASI ORGANIZZA INCONTRI PRO-ASTENSIONE: SOLO CONTRO 18 COMITATI PER IL SI’…. “IN ATTO UN’OPERA DI DISTRAZIONE DI MASSA”
“Certo che io sono favorevole all’autonomia del Veneto, ma questo referendum non ha senso”. Enzo De Biasi, 67 anni, nato in Argentina a Rosario di Santa Fe, nella città della stella del calcio Lionel Messi, e poi cresciuto in Italia, è il presidente del “Comitato Riscossa Civica Veneta contro il Referendum Farlocco”.
Un gruppo nato dall’iniziativa di cinque persone, amici di lunga data, “in grado – sottolinea De Biasi – di scrivere, leggere e far di conto”.
Competenze elementari, insomma, ma quanto basta per battersi controcorrente nella consultazione del 22 ottobre.
In Veneto a favore del Sì sono sorti ben 18 comitati, oltre allo schieramento quasi unanime delle forze politiche.
“Ma la voglia di autonomia qui non è quella catalana – dice De Biasi – I veneti vogliono solo più risorse e per questo non serve un referendum”.
Ex dirigente della pubblica amministrazione ora in pensione, un passato da attivista nella Dc, il Don Chisciotte del No è deciso a battersi in questi ultimi dieci giorni di campagna per convincere i suoi concittadini veneti a smarcarsi dalla “dittatura” del Sì.
Signor De Biasi, cosa l’ha spinta a mobilitarsi pressochè da solo
“Il fatto che sia un referendum farlocco. Ciò che il Veneto potrà ottenere con il voto non è niente di più e niente di meno di ciò che avrebbe potuto ottenere trattando con il Governo. Per quale motivo, se posso avere una cosa gratis, devo pagarla? Si tratta di milioni di euro. Ad esempio l’Emilia Romagna per avere una maggiore autonomia ha scelto la via del dialogo con il Governo, senza che ci fosse la necessità di indire un referendum”.
Lei ha scritto una lettera al governatore Zaia e una al gruppo regionale dei Cinquestelle. Ha ricevuto risposta?
“No, nessuna risposta. Abbiamo una classe politica che è del tutto inadeguata, incapace di affrontare il problema complesso. Questo referendum è quello che classicamente si potrebbe definire un’opera di distrazione di massa che serve a coprire il loro fallimento, in particolare sulle banche venete. Stanno cercando di ottenere una legittimazione popolare parlando alla pancia degli elettori”.
Però lei pure è favorevole ad una maggiore autonomia per il Veneto, vero?
“Su alcune materie sì, serve più autonomia, ma bisogna capire come e quando viene accompagnata da risorse durature nel tempo. Tutto ciò si può ottenere anche senza la spesa del referendum. Nel 2008 quando si formò il IV governo Berlusconi, erano ministri Bossi, Calderoli, Maroni e lo stesso Zaia, il cuore della Lega. Eppure allora, che le condizioni erano ottimali, l’esecutivo ha comunque respinto la richiesta veneta di avere maggiori attribuzioni. Su questo dobbiamo interrogarci”.
Negli incontri che avete organizzato, siete mai stati contestati?
“No. Molte persone sono favorevoli al referendum perchè è stata fatta un’opera di pubblicità ingannevole, e sono disinformati. Ma quando gli spieghiamo la situazione, capiscono e cambiano idea. Chiedere se si vuole maggiore autonomia per il Veneto è come chiedere se si vuol bene alla mamma. La risposta è sì. Quello che non viene detto è che sui quesiti posti nel referendum c’è stata una sentenza della Consulta che ne ha dichiarati incostituzionali 4 su 5, svuotandoli di fatto di significato. Noi siamo una Regione a statuto ordinario ed ogni decisione deve comunque passare dal tavolo delle trattative con il Governo. Per questo non andrò a votare, è un referendum farlocco, inutile e costoso”.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile
SUL PIANO FORMALE E’ UNA FARSA, IL QUESITO NON DICE NULLA, NEANCHE FA RIFERIMENTO AL FEDERALISMO FISCALE… MA COSTA 64 MILIONI DI EURO
C’è poco da fare: nonostante la svolta “italica” di Salvini, il vizio di giocare con i cittadini del Nord la Lega non lo perde mai. È nel suo Dna. L’ultima trovata (in Veneto, a dire il vero, c’avevano già provato qualche anno fa) è il referendum “consultivo” in programma per il prossimo 22 ottobre. Una roba da ridere, se non fosse che costerà milioni e milioni di euro all’erario.
In un articolo apparso sul Tempo alcuni giorni fa a firma di Dario Martini, si parlava di un costo complessivo — tra le due regioni – pari a 64 milioni di euro, di cui ben 22 sarebbero serviti per comprare 24 mila tablet per il voto elettronico in Lombardia (916 euro a pezzo).
Soldi spesi inutilmente, per chiedere ai cittadini della Lombardia e del Veneto se sono d’accordo acchè le loro regioni negozino con il governo centrale una maggiore autonomia su alcune materie di legislazione concorrente e su altre di esclusiva competenza statale (giudici di pace, istruzione, ambiente).
Un’opzione prevista dalla Costituzione, che non prevede, tuttavia, alcun referendum, ma, semplicemente, l’ “iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali”, e, infine, una legge che le Camere dovranno approvare a maggioranza assoluta dei componenti.
Ma che significa “materie di legislazione concorrente”?
Che già oggi, per queste materie, “spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”.
Ergo: su tutta una serie di materie, dalla sicurezza sul lavoro all’energia, dal governo del territorio ai porti (e agli aeroporti), passando per le casse di risparmio, la protezione civile e la valorizzazione dei beni culturali, già oggi le regioni decidono e legiferano, sebbene nel rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento.
A rendere maggiormente irritante questa farsa sono i quesiti proposti agli elettori, nei quali non c’è nessun accenno alla materie su cui queste regioni chiederebbero l’autonomia.
In Veneto, addirittura, gli elettori saranno chiamati a esprimersi sul seguente quesito: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite forme e condizioni particolari di autonomia?”.
Più o meno come chiedere a un bambino se vuole bene a mamma e papà .
Nessuna meraviglia, beninteso: nel 2012 il governatore Zaia, per farsi dire che un referendum sull’indipendenza del Veneto era inammissibile (ai sensi dell’art. 5 della Costituizione), si rivolse all’Avvocatura regionale, che, manco a farlo apposta (sic!), pronunciò un secco no.
È il federalismo fiscale? Le magiche risorse che dovrebbero rimanere sul territorio?
Macchè, tra tutte le “chiamate” dell’articolo 117 il fisco non c’è.
Autonomia sì, ma con i soldi di Roma. Non va dimenticato, peraltro, che, nel 2015, la Corte costituzionale aveva già censurato la norma contenuta nella legge n.15/2014 della Regione Veneto (quella relativa al referendum consultivo per l’autonomia), laddove si prospettava che la Regione mantenesse “almeno l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale”, con la motivazione che la “distrazione di una cospicua percentuale dalla finanza pubblica generale” avrebbe alterato gli equilibri della stessa e i “legami di solidarietà tra la popolazione regionale e il resto della Repubblica”. Capitolo chiuso.
Sul piano formale, quindi, questo referendum è una farsa.
Sul piano politico, come è stato riconosciuto da più parti, esso costituisce un mezzo attraverso il quale la Lega nazionalista cerca di rinsaldare il suo rapporto col Nord, recuperando, a pochi mesi dalle elezioni politiche (e a spese dei cittadini), il vecchio argomento dell’autonomia, su cui ha campato per oltre un ventennio.
Com’è accaduto in passato — c’è stato un periodo in cui bisognava per forza dirsi “federalisti” -, anche questa volta, la legittimazione arriva dagli “avversari”. Sindaci, amministratori, dirigenti locali del Pd che si affannano a dichiararsi per il Sì. Un sostegno ufficiale al referendum arriva, invece, dal Movimento 5 Stelle, che, in questo caso, pensa pure (e dichiara) che i soldi pubblici siano spesi bene (“I soldi spesi per interpellare i cittadini non sono mai uno spreco”). Piccoli e meschini calcoli di bottega, ipocrisia a gogò.
Al fondo, problemi atavici di un Paese che, a furia di soffiare sul fuoco degli egoismi, complici stagnazione e disagio sociale, rischia la bancarotta (fraudolenta).
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 7th, 2017 Riccardo Fucile
IL PREMER SPAGNOLO: “IMPEDIREMO QUALSIASI DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA”… IN CATALOGNA CRESCE IL MOVIMENTO CHE VUOLE UNA SOLUZIONE ALLA CRISI
Da un lato la richiesta di dialogo arrivata dalle decine di migliaia di manifestanti che oggi, a Madrid e
in altre città spagnole, sono scesi in piazza contro le tensioni tra il governo e la Catalogna.
Dall’altro la freddezza del premier spagnolo Mariano Rajoy, che a El Paìs ha parlato così: “Il governo impedirà che qualsiasi dichiarazione di indipendenza possa concretizzarsi in qualcosa. La Spagna continuerà ad essere la Spagna e sarà così per molto tempo“.
Il quotidiano spagnolo, in un’anticipazione dell’intervista che sarà pubblicata domani, riporta l’appello del premier ai catalani “moderati”, affinchè si allontanino dagli “estremisti”, dai “radicali” e dalla “Cup”, partito di sinistra indipendentista.
Questo nel giorno in cui la capitale spagnola ha visto sventolare migliaia di bandiere gialle e rosse e ha sentito gridare slogan come “Viva la Spagna”, “Sono spagnolo” e “Con i golpisti non si dialoga”, mentre altri manifestanti hanno portato in piazza cartelli con la scritta “Parlem? Hablamos?” (“Parliamo?” in catalano e spagnolo). Secondo le autorità sono oltre 50mila i cittadini spagnoli che oggi, 7 ottobre, hanno manifestato a Madrid in Plaza Colon (piazza Cristoforo Colombo) e nella calle de Serrano in difesa dell’unità nazionale, della Costituzione e dello stato di diritto, mentre in altre città della Spagna, tra cui Valencia, i cittadini hanno sfilato per chiedere pace e dialogo in Catalogna e spingere i politici di dialogare e arrivare a una soluzione della crisi.
A Barcellona 5.500 persone hanno preso parte al corteo in piazza Sant Jaume, per chiedere la mediazione tra la Generalitat catalana e il governo di Madrid in vista di una possibile dichiarazione unilaterale di indipendenza, prevista per lunedì 9 ottobre.
La manifestazione a Madrid
A convocare il corteo è stata la Fondazione per la difesa della nazione spagnola (Denaes), e tra quanti hanno partecipato c’è anche il vice segretario generale della comunicazione del Pp, Pablo Casado.
Molti dimostranti, sia a Barcellona che a Madrid, portano magliette o camicie bianche, in segno di pace. Cortei analoghi a quello della capitale, segnala la stampa spagnola, sono in corso in tanti comuni della Spagna.
Al suolo nella piazza madrilena è stata posta una bandiera della Spagna, mentre in sottofondo risuonava dagli altoparlanti la canzone Que viva Espana di Manolo Escobar.
I partecipanti hanno esposto cartelli con la scritta Golpisti a fianco della foto del governatore catalano, Carles Puigdemont, del suo vice, Oriol Junqueras, del capo dei Mossos d’Esquadra, Josep Lluis Trapero. Nella zona è dispiegato un ampio dispositivo di polizia e sanitario, con varie ambulanze.
Centinaia di persone stanno manifestando a Valencia, vicino al municipio, per chiedere pace e dialogo in Catalogna e spingere i politici di dialogare e arrivare a una soluzione della crisi.
La concentrazione rientra fra quelle convocate in tutto il Paese dal movimento spontaneo ‘Parlem?’, attraverso le reti social. I partecipanti sono vestiti di bianco e non hanno esposto alcuna bandiera, come chiesto nella convocazione. Hanno mostrato invece cartelli con scritte come ‘Se quelli sopra strillano, quelli in basso parlano’, e ‘Parliamo’.
Bruciati 20 miliardi in Borsa
È il conto pagato dalla Borsa di Madrid in una settimana di ‘indipendenza virtuale’ della Catalogna dalla Spagna, con 9 imprese che hanno deciso di lasciare la Regine di Barcellona o sono sul punto di farlo.
Alla vigilia del referendum l’indice Ibex 35 era posizionato a 10.381 punti, dopo 7 giorni, tra alti e bassi, si trova in calo dell’1,88%, mentre l’intera capitalizzazione di Borsa è scesa da 1.050 a 1.030 miliardi. In rialzo anche il rendimento dei Bonos dall’1,59% del 29/9 all’1,69% di ieri, mentre lo spread sui Bund è salito da 113 a 123,9 punti.
Ma il conto del referendum non si ferma qui.
Sono 9 infatti le imprese che hanno annunciato il loro addio alla Catalogna, a partire da Banco Sabadell (-6,25% dal 29 settembre) e CaixaBank (-3,77%), pronte ad andare rispettivamente ad Alicante e a Valencia. Poi c’è Gas Natural (-2,29%), che ha deciso il trasloco a Madrid.
In fuga anche la finanziaria Criteria Caixa, in procinto di trasferirsi a Palma di Maiorca, la casa vinicola Cordoniu, che ha solo minacciato l’addio a Barcellona, la fabbrica di cosmetici Naturhouse, che lascia per “motivi operativi”.
Prossimi all’addio il tecnologico Service Point Solutions, il gruppo tessile Dogi International Fabrics ed il biotecnologico Oryzon Genomics.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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