Ottobre 6th, 2017 Riccardo Fucile
SALVINI PREOCCUPATO: SE L’AFFLUENZA FOSSE BUONA IL MERITO SARA’ DEI SUOI AVVERSARI INTERNI (MARONI E ZAIA), SE FOSSE SCARSA IL DANNO DI IMMAGINE SAREBBE TUTTO SUO
La «spesa inutile» fa correre un brivido tra i leghisti. 
I referendum autonomisti indetti da Lombardia e Veneto rischiano infatti di non essere, proprio per la Lega che li ha voluti, una passeggiata.
Lo spettro è quello della bassa affluenza: in Veneto, dove il referendum ha addirittura un quorum.
Ma anche in Lombardia dove non è necessario raggiungere un tetto minimo. Indetti per il 22 ottobre dai governatori Roberto Maroni e Luca Zaia, non sono stati aiutati dalle vicende catalane.
La vicenda ingenera preoccupazione, si ammette in Lega. Non una buona compagna di strada: «Molti – osserva un leghista di prima fila – hanno appreso dei nostri referendum dopo i fatti di Barcellona. Questo, di certo, non ci aiuta».
Qualcuno già lo chiama il referendum «intempestivo», maturato quando la Lega salviniana ha compiuto la svolta nazionale e il grande momento delle tematiche autonomiste potrebbe essera tramontato
I referendum di Veneto e Lombardia rispettano la Costituzione?
Soprattutto, a non tranquillizzare è il sondaggio svolto per la Lega il 27 settembre da Swg.
La prima domanda è se si ritiene «giusto» l’aver indetto il voto.
E fin qui, siamo in zona di (relativa) tranquillità .
Nel nord est l’aver indetto il referendum è molto o abbastanza giusto per il 56% (contrari il 36%) e nel nord ovest è 51% a 37%, a fronte di una media nazionale di 41 favorevoli contro 44 sfavorevoli.
Sull’utilità del referendum già ci si muove in campo negativo: la consultazione sarà «utile» soltanto per il 45% degli intervistati (di opinione opposta il 48%) nel nord est.
Nel nord ovest, meno ancora: utile per il 41%, di parere diverso il 51%.
Ma le peggiori sono le risposte successive.
La prima riguarda la spesa.
La domanda è se l’intervistato sia d’accordo con chi sostiene che il voto sarà una spesa inutile. Condivide tale punto di vista il 56% degli intervistati nel nord ovest e il 52% nel nord est.
Infine, una questione di opportunità : dato che la Costituzione prevede già la possibilità di una trattativa tra Regioni e Stato per ottenere ulteriori competenze, non era forse meglio impegnarsi subito in tale trattativa?
La risposta è sì per il 49% nel nord ovest e, sorpresa, il nord est è ancora più scettico: meglio la trattativa diretta per il 53% degli intervistati.
Di qui, i tentativi di sostenere il referendum lasciando un po’ da parte il fairplay.
Per esempio, le lettere fatte spedire da parecchi Comuni leghisti. In cui si afferma che il Sì renderà la Lombardia «simile» alle Regioni a statuto speciale.
Il 22 ottobre preoccupa anche i salviniani di stretta osservanza.
Il ragionamento è più o meno il seguente: «Con una buona affluenza, gli avversari interni avrebbero buon gioco a tornare alla carica in nome del nordismo. Con un’affluenza scarsa, sarebbe una sconfitta della Lega. E dunque di Salvini».
Per giunta, la vicenda ha incendiato le polveri in casa sovranista.
Un editoriale di Giorgia Meloni dal titolo «Un oltraggio alla Patria inutile e pericoloso» apparso sul Tempo ha causato la veemente reazione dell’assessore leghista Gianni Fava. Che è tornato a parlare di Roma come di «capitale nordafricana».
E così, lo stato maggiore di Fratelli d’Italia in Lombardia ieri ha chiesto a Maroni: «Siamo curiosi di sapere che cosa ne pensi».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Ottobre 6th, 2017 Riccardo Fucile
NON CONTENTO DI AVER SPUTTANATO 64 MILIONI DI EURO PER UN REFERENDUM INUTILE, IL DANDY VENETO RICOMINCIA CON LA MENATA DEI PROF SUDISTI… QUALCUNO GLI RICORDI CHE SE I VENETI HANNO ANCORA LE SCUOLE APERTE E’ GRAZIE AI MERIDIONALI, VISTO CHE I VENETI NON VOGLIONO INSEGNARE
Mentre Matteo Salvini cerca di convincere un sacco di gente che la Lega è un partito nazionale, Luca Zaia su Facebook per propagandare l’inutile referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia — che servirà a buttare 64 milioni di euro — se la prende con i docenti “reclutati dal Sud” che rinunciano al ruolo (come se succedesse soltanto al Sud che un docente rinunci al ruolo) e lasciano così le cattedre scoperte.
Dimenticando che se i veneti si dedicassero alla docenza non ci sarebbero cattedre scoperte e non sarebbe necessario rivolgersi ai “lavativi sudisti”.
Quello che i cittadini del lombardo-veneto andranno a votare è però un referendum consultivo senza quorum (in Lombardia) in base al quale i due presidenti poi potranno dire di avere il mandato popolare per andare ad intavolare con il Governo una trattativa sul contenuto degli articoli 116, 117 e 119, della Costituzione ovvero gli articoli che istituiscono l’autonomia amministrativa delle cinque regioni a statuto speciale.
Il governo sta spiegando da mesi ai due governatori che la scelta del referendum è soltanto uno spreco di soldi e di tempo: «I due referendum sfondano in realtà una porta aperta», ha detto qualche tempo fa il ministro De Vincenti al Messaggero, «ma va ricordato che per attivare, come chiedono i due quesiti referendari, la procedura prevista dall’articolo 116 della Costituzione in materia di “ulteriori forme di autonomia” c’è una strada, scelta dall’Emilia Romagna, più rapida e meno costosa: basta una lettera del presidente della Regione. E su questo il governo è del tutto aperto al confronto. Tant’è che comunque vadano i due referendum, da parte nostra c’è totale disponibilità al dialogo».
Ma vuoi mettere con il brivido di buttare 64 milioni di euro dei soldi dei cittadini del Nord?
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
A BERGAMO PREVALE L’INDIFFERENZA… TUTTI I PARTITI ALLINEATI PER IL SI’, SAPENDO CHE NON SERVE A UNA MAZZA, A PARTE SPUTTANARE 60 MILIONI
Visto da Bergamo questo referendum iperconsensuale del 22 ottobre mette d’accordo tutti: destra e
sinistra, Regione e Comune, vecchi leghisti secessionisti e nuovi leghisti sovranisti, tutti insieme appassionatamente per l’autonomia della Lombardia.
Magari un po’ meno laici e cattolici, perchè finora l’unica voce che stecca nel coro è quella della Curia, in una città dove la Chiesa conta ancora, e molto.
In realtà , dietro l’unanimità le differenze restano.
Scontata la vittoria del sì, le incognite sono in sostanza due. La prima, se la gente andrà a votare. La seconda, l’uso politico che si farà del referendum, non solo nella futuribile trattativa con Roma per indurla a essere un po’ meno «ladrona», ma soprattutto in vista delle regionali prossime venture.
Ora, nonostante la molta pubblicità che Maroni sta facendogli, non sembra che a Bergamo il referendum scaldi molto i cuori.
Di certo, molto meno dei recenti insperati exploit dell’Atalanta. Dietro il bancone di Balzer, il caffè storico, cadono dalle nuvole: referendum, quale referendum?
E il sondaggio fai-da-te sul non meno storico Sentierone, la passeggiata dello struscio, dà per informati che si vota sei bergamaschi su dieci, con cinque intenzionati anche a farlo. Il famoso 50% che i leghisti indicano come soglia del successo, anche se in Lombardia, a differenza che in Veneto, il quorum non c’è.
«Il problema è che la sciura Maria si informa soprattutto dalla tivù, e la tivù ne parla poco», si lamenta il tosto segretario provinciale della Lega, Daniele Belotti.
I leghisti sono in una posizione ambivalente. Per qualcuno nelle valli la vittoria del sì sarebbe il prologo a una secessione alla catalana. I dirigenti sono più realisti.
Prendete Giovanni Malanchini, sindaco di Spirano, 5 mila anime nella Bassa, cavaliere dell’Ordine della polenta (sì, esiste davvero): «Io ho esposto la bandiera catalana e non dimentico che sulla mia tessera c’è scritto Lega Nord per l’indipendenza della Padania. La questione settentrionale resta aperta. Ma per la prima volta in trent’anni possiamo votare per l’autonomia, e in un’elezione vera, non nei gazebo. Un’occasione da non perdere. Semmai, bisogna spiegare bene agli anziani come funziona il voto elettronico».
Insomma, un po’ di autonomia (forse) non sarà il federalismo ma, come si dice da queste parti, «piuttosto che niente è meglio piuttosto».
Sul carro del sì è salito anche il Pd, trascinato da Giorgio Gori, ex televisionaro, attuale sindaco di Bergamo e futuro sfidante di Maroni per il Pirellone.
«In realtà come al solito il Pd è diviso – accusa Belotti -. Metà partito non sta facendo campagna per paura che un successo del referendum tiri la volata a Maroni».
Gori ovviamente non ci sta: «Maroni ha voluto un referendum di cui non c’era bisogno a ridosso delle regionali? Benissimo. Come a poker, andiamo a vedere. Specie l’affluenza. Fosse inferiore al 50% o a quella del Veneto, non credo che Maroni potrebbe cantare vittoria».
E se invece fosse alta? «Beh, avremmo vinto entrambi. La posizione del Pd è chiara. Noi condividiamo gli obiettivi del referendum, anche se dire che così metà dei 54 miliardi di residuo attivo della Lombardia resteranno in regione è pura fantascienza. Non siamo d’accordo sullo strumento del referendum. Ma, visto che c’è, votiamo sì».
In tutto questo, è esploso come una bomba il documento dell’Ufficio per la Pastorale Sociale della Diocesi, scritto dal popolarissimo don “Chicco” Re, il prete in Harley. Spiega che il referendum «avrà solo effetti politici», che è l’inizio di un percorso incerto e che chiede agli elettori «quasi una delega in bianco».
«Quando tutti sono d’accordo si rischia di non vedere i problemi che pure ci sono. Se si fa luce su qualcosa, se ne vedono anche le ombre», chiosa elegante e curiale don Giulio Della Vite, segretario generale della Diocesi.
E a questo punto ognuno tira l’acqua santa al suo mulino.
Il leghista Belotti: «La Curia ha perso il contatto con la gente e ha scavalcato a sinistra il sindaco di sinistra. Ma per fortuna non tutti i preti la pensano così. Molti parroci sono per il sì».
Contrattacco di Gori: «Macchè scavalcato. La Curia ha semplicemente smontato la fuffa propagandistica di Maroni e messo il referendum nella giusta prospettiva». Referendum consensuale, si diceva. Beh, fino a un certo punto.
(da “La Stampa”)
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Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile
INUTILE DAL PUNTO DI VISTA PROCEDURALE E COSTITUZIONALE E NON E’ CHIARO QUALI COMPETENZE LE DUE REGIONI VORREBBERO ATTRIBUIRSI
Il prossimo 22 ottobre si terranno due referendum identici in Lombardia e Veneto. Si tratta di
un’operazione squisitamente politica, i cui confini spaziano tra la ricerca di un forte mandato popolare nei confronti del governo centrale e l’anticipo della campagna elettorale per le prossime elezioni regionali, almeno in Lombardia.
In ogni caso, un’operazione inutile dal punto di vista procedurale e costituzionale e che anzi rischia di confondere i cittadini sulle reali possibilità che le regioni hanno di ottenere maggiore autonomia.
Il riferimento normativo è l’articolo 116 della Costituzione, che dopo la riforma del 2001 prevede al comma 3: “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la regione interessata”.
Come si legge, non si fa menzione di alcun referendum.
Anzi, la decisione finale è presa dal parlamento con maggioranza qualificata, quindi da un organo nazionale.
È però evidente che una richiesta di questo tipo, se accompagnata da un forte mandato popolare, potrebbe aumentare le chance delle regioni di ottenere qualcosa.
Già : ma “qualcosa” cosa?
I referendum non lo specificano: si fa riferimento a “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”.
Quindi?
Maggiori competenze in tutte le materie possibili (cioè quelle concorrenti o alcune tra quelle di competenza statale)? O solo in alcune? E con quali risorse?
La Costituzione non prevede un aumento dell’autonomia fiscale per finanziare le competenze trasferite, che quindi potrebbero esserlo solo da eventuali maggiori trasferimenti da parte del governo. Insomma, verrà chiesto ai cittadini se la regione dovrebbe gestire più attività , senza chiarire quali.
E se il testo del referendum veneto si limita al virgolettato sopra riportato, quello lombardo, pur ripetendo la stessa identica frase, la inserisce in un contesto che rende il testo più cauto ed elaborato ma in fin dei conti ancor meno chiaro.
Insomma, autonomisti nei proclami ma prudenti nella forma, per paura dell’elettorato di sinistra (o della Corte costituzionale).
Certo, va anche detto che si tratta di una storia già vista.
Nel lontano 2007, la giunta lombarda di centrodestra riuscì ad approvare, quasi all’unanimità , una legge per richiedere maggiori competenze, sempre in base all’art. 116; quella legge non ottenne alcun risultato, benchè dal 2008 al governo ci fosse una maggioranza del tutto omogenea a quella che guidava la Lombardia.
E che dire del Veneto, che ha alle spalle un tentativo di referendum sonoramente bocciato dalla Corte costituzionale?
Il rischio quindi che il tutto si concluda con un nulla di fatto è reale.
La riforma costituzionale bocciata nel dicembre 2016 — quella sì — avrebbe potuto facilitare il processo.
Ma è ormai tardi e inutile riparlarne.
Quanto ci costa il giochino dei governatori?
Le stime dei costi dei referendum lombardo-veneti oscillano tra 30 e 50 milioni di euro. Non sono noccioline ma l’argomento sui costi del voto è sempre scivoloso.
O accettiamo il fatto che non sempre il ricorso alle urne è una bella cosa — ma allora dobbiamo stabilire un criterio che sia il meno discrezionale possibile su quale voto sia degno e su quale non lo sia — oppure accettiamo che votare è sempre un bene.
Però costa, e quindi che il voto sia tradizionale o elettronico, che sia o economico o richieda un sacco di soldi, facciamocene una ragione.
Qualcuno ha poi dubbi su come andrà a finire? Sembra ovvio che vincerà il “Sì”: perchè mai non vorremmo avere più autonomia se non vengono indicati i costi per ottenerla? Tuttavia, la storia recente ci ricorda che consultazioni elettorali del tutto facoltative (Brexit, elezione anticipate nel Regno Unito, referendum costituzionale in Italia), ma pensate per aumentare il potere di chi governava, hanno dato un risultato certamente diverso dalle aspettative.
(da “La Voce.info”)
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Marzo 14th, 2017 Riccardo Fucile
LA DATA STABILITA DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Il cdm ha approvato il decreto per l’indizione dei referendum popolari relativi alla “abrogazione di disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” e alla “abrogazione di disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)”, come rende noto Palazzo Chigi.
Camusso: “Sì ai voucher ma solo per le famiglie”.
“Non è con un maquillage legislativo che si può pensare di risolvere il problema dei voucher. Noi ne chiediamo l’abrogazione, chiediamo la cancellazione di una forma di precarietà “. Lo afferma Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, in un’intervista a Repubblica in cui sottolinea che per evitare il referendum i buoni lavoro dovrebbero poter essere usati “solo dalle famiglie, acquistati all’Inps e non in tabaccheria, per retribuire, infine, la prestazione occasionale e accessoria di disoccupati di lunga durata, pensionati e studenti”.
“Le aziende che utilizzano i voucher lo fanno in maniera legale. E sta proprio qui la ragione della nostra iniziativa referendaria”, spiega.
“Se fossimo davanti ad un abuso non avremmo chiesto l’abrogazione, ma il contrasto e la penalizzazione dei comportamenti illeciti. Ci troviamo di fronte, invece, all’ennesima legge che permette la degradazione del lavoro, che sostituisce lavoro ordinario e contrattato con i voucher, l’ultimo gradino della precarietà “.
“I voucher, come gli appalti, sono diventati il simbolo questo progressivo degrado del lavoro. Le persone hanno ben colto la contraddizione tra ciò che veniva raccontato e ciò che realmente accadeva e accade. Per questo sono convinta che il quorum si raggiungerà “.
Camusso si aspetta che il governo “fissi il referendum, aspettiamo la data da 46 giorni. E mi attengo alla legge della Repubblica secondo cui il referendum può essere annullato solo se interviene una legge che colga lo spirito della richiesta del comitato promotore, sia per i voucher sia per sulla responsabilità solidale delle imprese”.
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2017 Riccardo Fucile
BASTAVA LIMITARSI A CHIEDERE L’ABROGAZIONE DELLA NORMA SENZA RENDERLO PROPOSITIVO CON LA RIASSUNZIONE NELLE AZIENDE CON PIU’ DI CINQUE DIPENDENTI
Il referendum sull’articolo 18 non si farà : la parte bocciata non si limitava ad abrogare la norma introdotta dal governo Renzi, ma aggiungeva – con un eccesso di zelo che oggi la Corte ha punito – di estendere la possibilità di essere riassunti anche nelle aziende con più di cinque dipendenti, trasformando così il quesito da abrogativo a propositivo.
Un errore che si poteva benissimo evitare.
Ma anche uno schiaffo morale ai 3,3 milioni di italiani che si erano affidati fiduciosi alla Cgil.
Questa era l’occasione, per il più grande sindacato, di riconciliarsi, nel fuoco di una grande battaglia referendaria, con buona parte dei lavoratori che gli hanno voltato le spalle in questi anni.
Sarebbe bastato poco in fondo: telefonare a un bravo giurista.
Concetto Vecchio
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 11th, 2017 Riccardo Fucile
LA CGIL AVEVA RACCOLTO 3,3 MILIONI DI FIRME CONTRO LA RIFORMA DEL LAVORO VARATA DAL GOVERNO RENZI
No al referendum sull’articolo 18, sì a quelli sui voucher e sugli appalti. 
E’ questo il verdetto della Consulta al termine delle due ore di udienza a porte chiuse. La Corte Costituzionale era chiamata a decidere se dare o meno il via libera ai tre referendum abrogativi, per i quali la Cgil aveva raccolto 3,3 milioni di firme, in materia di lavoro.
I tre quesiti riguardavano le modifiche all’articolo 18 sui licenziamenti illegittimi contenute nel Jobs act, le norme sui voucher e il lavoro accessorio e le limitazioni introdotte sulla responsabilità solidale in materia di appalti.
Durante l’udienza, durata circa un’ora e mezza, i giudici Silvana Sciarra, Giulio Prosperetti e Mario Rosario Morelli hanno svolto le loro relazioni sulle tre richieste di referendum e, successivamente, gli avvocati intervenuti per la Cgil hanno sostenuto la bontà dei quesiti con una discussione approfondita punto su punto.
L’Avvocatura dello Stato, rappresentata dal vice avvocato generale Vincenzo Nunziata, ha ribadito l’inammissibilità dei referendum, come già rilevato nelle memorie presentate per conto di Palazzo Chigi nei giorni scorsi.
Il quesito sull’articolo 18 è stato ritenuto inammissibile. Il referendum proposto dalla Cgil puntava ad abrogare le modifiche apportate dal Jobs Act allo Statuto dei lavoratori e a reintrodurre dunque i limiti per i licenziamenti senza giusta causa.
In particolare, la Cgil chiedeva che fosse ripristinata la “tutela reintegratoria nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo per tutte le aziende al di sopra dei cinque dipendenti”.
Nel dispositivo si legge che la Consulta dichiara “ammissibile la richiesta di referendum denominato ‘abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti'”. E ancora dichiara “ammissibile la richiesta di referendum denominato ‘abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)'”. E infine dichiara “inammissibile la richiesta di referendum denominato ‘abrogazione delle disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi'”
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2017 Riccardo Fucile
CONSIDERATI COME UNA MINA SUL PERCORSO CHE DOVREBBE PORTARE AL VOTO… SE DICHIARATI AMMISSIMIBILI SI DOVREBBE VOTARLI ENTRO GIUGNO
Gli “artificieri” sono a già all’opera, nel campo di battaglia della Corte Costituzionale, per disinnescare la
prima mina, il referendum promosso dalla Cgil sull’articolo 18.
Mina che rischia di far saltare tutto, a partire dal percorso “ordinato” immaginato dal capo dello Stato Sergio Mattarella: prima la modifica della legge elettorale, poi il voto.
I referendum sul jobs act sono sempre stati vissuti, nelle stanze del potere renziano, in un tutta la loro portata politica.
Perchè ogni voto, nell’epoca moderna, come insegna la Grecia o l’Inghilterra, è ad alta intensità politica, figuriamoci una consultazione che ha come titolo “referendum sul lavoro” con i tassi di povertà e disoccupazione del nostro paese.
E il jobs act è la riforma simbolo dell’era Renzi, la più divisiva di tutte, nel paese e nella sinistra: da un lato Marchionne e Confindustria, dall’altro la Cgil.
Insomma un potenziale, nuovo 4 dicembre: “C’è un solo modo per evitare il referendum — disse il ministro Giuliano Poletti nella famosa dichiarazione — sciogliere le Camere e andare al voto anticipato”.
Ecco la mina, o meglio, le mine. Su “come finisce” la legislatura.
Tutto in cento passi, tanti separano il Quirinale dal palazzo della Consulta. E tutto in un mese.
L’11 gennaio la Corte si riunisce per l’ammissibilità dei quesiti sul jobs act. Il 24 sull’Italicum.
In caso di ammissibilità il referendum, per legge, si deve svolgere nella “finestra” tra il 15 aprile e il 15 giugno: “È difficile — dice quella vecchia volpe di Gaetano Quagliariello – immaginare la durata della legislatura senza considerare quello che deciderà la Corte in questo mese”.
Proprio attorno alle decisioni della Corte, le grandi manovre sono iniziate.
Più di un costituzionalista che ha consuetudine con il Quirinale spiega: “È chiaro che ammettere il referendum destabilizza la linea di Mattarella, perchè Renzi a quel punto dice ‘basta, si vota’, anche con leggi diverse. Per Amato e altri giudici che hanno più sensibilità istituzionale si stanno ponendo il problema di non introdurre un elemento di drammatizzazione”.
Il che tradotto dal compassato linguaggio dei frequentatori dei Palazzi significa che, nella Corte, la tensione è già alta.
Gli spifferi raccontano di orientamenti discordanti tra i giudici, con i “magistrati” più favorevoli ai quesiti della Cgil.
E dei primi attriti tra Giuliano Amato, nei panni del grande artificiere, e la relatrice, Silvana Sciarra, allieva di Gino Giugni, giuslavorista, scelta da Renzi e votata dal Parlamento nel 2014.
Non sul quesito sui voucher — tema su cui è prevedibile un intervento del governo — o sulle responsabilità in materia di appalti, ma sull’articolo 18.
Giuliano Amato la pensa come l’Avvocatura dello Stato, ovvero che il quesito è di fatto propositivo e quindi “manipolativo”. La Sciarra, secondo i ben informati, sarebbe intenzionata a dichiararlo ammissibile.
Ognuno, con diplomazia, cerca consensi alla posizione.
Partita aperta, tutta politica. Previsioni impossibili: “L’ambiente della Corte — prosegue la fonte — è molto particolare. C’entra la politica, ma ogni testa è un tribunale e l’attivismo non sempre produce i risultati sperati”.
Certo è che la pressione è destinata ad aumentare. La camera di consiglio è l’11 gennaio. Il 10 Giuliano Poletti, il ministro del jobs act sarà a palazzo Madama per una “informativa”, trascinato dalle opposizione dopo le sue gaffe sui giovani italiani all’estero che “è meglio non avere tra i piedi”.
Il giorno dopo, i titoloni dei giornali, con le opposizioni alla carica: una bocciatura dei quesiti sarebbe letta come un mossa dell’establishment per negare che si esprima la volontà popolare.
Comunque vada la mina rischia di esplodere.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
“POTREBBE ESSERE UN DURO COLPO PER LA CGIL”
I giochi sono ancora tutti aperti. Ma a meno di due settimane dall’11 gennaio, giorno in cui la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sull’ammissibilità dei tre quesiti referendari proposti dalla Cgil con 3,3 milioni di firme, la Consulta sembra orientarsi verso la bocciatura del referendum più esplosivo, quello che riguarda le norme sui licenziamenti.
Quello che farebbe resuscitare (se approvato dagli elettori) il celeberrimo articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970.
Sono solo voci, indiscrezioni, ipotesi; ma a quanto riferiscono fonti informate, sembra farsi strada la tesi dell’inammissibilità del quesito sui licenziamenti.
Il complicato «taglia e cuci» degli articolati di legge andrebbe oltre l’abrogazione della norma della riforma Renzi-Poletti che ha reso possibile ai datori di lavoro licenziare liberamente, pagando una indennità economica (anzichè obbligare a reintegrarlo nel posto di lavoro), un lavoratore impiegato in un’azienda con oltre 15 dipendenti.
Il referendum sarebbe «propositivo», e dunque inammissibile dalla Consulta, poichè estende il diritto di recuperare il proprio posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo a tutti i dipendenti di aziende con almeno 5 impiegati.
Una forte estensione della platea del mondo del lavoro tutelata dall’articolo 18 a milioni di imprese e lavoratori.
Nessun problema, invece, per i due referendum «minori» sull’abolizione dei voucher e sulla responsabilità solidale per gli appalti.
Se queste indiscrezioni venissero confermate, sarebbe certo un brutto colpo per il sindacato guidato da Susanna Camusso. Che oggi, in un momento di grande incertezza politico-istituzionale, avrebbe uno strumento per cancellare quello che dal punto di vista politico e di «narrazione» viene considerato l’architrave del Jobs Act, ovvero l’abolizione dell’articolo 18.
Tutti i sondaggi dicono che se si votasse davvero, i “sì” stravincerebbero: sarebbe una nuova pesante sconfitta per la maggioranza Pd-Ncd-Ala; per Matteo Renzi e Paolo Gentiloni; e naturalmente per Confindustria e tutti coloro che hanno plaudito alla ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro.
Di converso, l’inammissibilità del quesito sull’articolo 18 sarebbe un bel favore per Palazzo Chigi e il Nazareno, che potrebbero cercare a quel punto di «sminare» anche il quesito sui voucher varando un giro di vite per limitare in modo radicale il ricorso a quello che si è rivelato uno strumento di precarizzazione.
Naturalmente bisogna attendere il verdetto ufficiale della Corte Costituzionale. E non solo per ragionevole prudenza: all’interno della Consulta sul referendum articolo 18 ci sono due fronti in netta contrapposizione.
E anche se i fautori dell’inammissibilità per ora sembrano in maggioranza, le cose potrebbero cambiare.
Schierati per la bocciatura ci sarebbero ad esempio due giudici, per la loro storia politica e personale, vicini al centrosinistra: Giuliano Amato e Augusto Barbera, che a quanto risulta insistono nel dire che il quesito dovrebbe essere respinto come «propositivo», e perchè riguarda materie non omogenee.
Non la pensano però così altri giudici, secondo cui già in passato (e in più occasioni) la Consulta ha giudicato ammissibili quesiti referendari «indirettamente propositivi», che innovavano la normativa. È il caso di alcuni referendum su materie elettorali.
Di questa opinione sarebbero Franco Modugno, indicato dai Cinque Stelle nel dicembre 2015, ma anche Silvana Sciarra, una giurista del lavoro scelta dal Pd.
Sciarra gioca in questa partita un ruolo molto importante: come relatrice, sarà lei a illustrare ai colleghi le problematiche da esaminare.
Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)
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