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‘NDRANGHETA E VOTO DI SCAMBIO: 12 ARRESTI IN CALABRIA, ANCHE UN CONSIGLIERE REGIONALE PDL

Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile

MICROSPIE NELLA CASA DEL BOSS “GAMBAZZA” RIVELANO UNA PROCESSIONE DI POLITICI PER AVERE SOSTEGNO ELETTORALE ALLE REGIONALI… TRA QUESTI ANCHE ZAPPALA’ (PDL), IL PIU’ VOTATO NEL REGGINO… PREFERENZE IN CAMBIO DI APPALTI, TRASFERIMENTI DI DETENUTI E VISITE MEDICHE AI LATITANTI

Si rivolgevano ai clan per avere sostegno elettorale in vista delle regionali. Andavano a casa di Peppe Pelle (detto “gambazza”), capo della più potente famiglia di San Luca, e chiedevano i voti.
In cambio erano pronti a “mettersi a disposizione degli amici”.
Preferenze in cambio di appalti, del trasferimento dei detenuti, di visite mediche “quando qualcuno non può muoversi”, come ad esempio i latitanti.
I politici una volta eletti avrebbero lavorato per la ‘ndrangheta con favori d’ogni genere.
Non sapevano però che nella casa del boss c’era una cimice del Ros che registrava tutto. E che tutti gli incontri, i summit, le riunioni nell’appartamento dei Pelle erano ascoltato dai Carabinieri.
Stamattina sono finiti in carcere in 12, ed almeno altrettanti sono gli indagati. Sono mafiosi, intermediari, capi elettori, imprenditori e, soprattutto politici.
In manette con l’accusa, a vario titolo, di voto di scambio, mafia e concorso esterno in associazione mafiosa, sono finite 5 persone che il 29 e 30 marzo scorso portarono una marea di voti, quasi tutti al centrodestra calabrese che sostenne il governatore Giuseppe Scopelliti.
Il Ros ha notificato gli ordini di custodia cautelare a Santi Zappalà  del Pdl (l’unico che poi è stato eletto), a Francesco Iaria dell’Udc, a Pietro Nucera e Liliana Aiello (entrambi in corsa nella lista “Insieme per la Calabria   –   Scopelliti Presidente) e Antonio Manti (candidato con Alleanza per la Calabria).
Il più noto è certamente Santi Zappala ed a lui la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria contesta l’accusa di avere stipulato con Peppe Pelle, il più solido degli accordi: “preferenze in cambio di appalti”. L’esponente del Pdl, alle scorse regionali fu il più votato dell’intera provincia di Reggio, il terzo in assoluto nell’intera Regione Calabria.
Una macchina elettorale potentissima quasi 12 mila voti, che in riva allo Stretto sono tantissimi.
Uno schiacciasassi, capace di mietere consenso in ogni angolo della provincia.
Sindaco di Bagnara Calabra e ex consigliere provinciale, per i magistrati era uno “capace di andare a casa di Pelle a parlare con lui alla pari”.
E secondo quanto emerge dall’inchiesta non si rivolse solo alla famiglia di San Luca.
Zappalà  incontrò altri capi mafia, tra cui i vertici del potente clan dei Commisso di Siderno “che si erano impegnati con un altro candidato, ma che comunque promisero un pacchetto di voti anche a lui”.
Il quadro che emerge dalle carte dell’inchiesta – che porta la firma del Procuratore Giuseppe Pignatone, degli Aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri, e dei Pm Maria Luisa Miranda e Giovanni Musarò   –   è impressionante.
I clan, di fatto si muovevano all’unisono.
Come un vero e proprio cartello elettorale.
Sostenevano i propri candidati in maniera compatta, puntando di volta in volta su quattro o cinque di essi in maniera da essere certi di farne eleggere certamente qualcuno.
Lo stratega era proprio Pelle, che diceva ai suoi, “se noi siamo uniti, se tutte le famiglie sono compatte ne possiamo fare salire tre o quattro”.
Tra l’altro, con le regionali alle porte già  pensavano alle provinciali che a Reggio si svolgeranno tra qualche mese: “Anche lì ne possiamo prendere tanti”.

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LEGA E BLUFF SICUREZZA: FINISCONO I SOLDI, SCOMPARE IL PROBLEMA

Dicembre 20th, 2010 Riccardo Fucile

LA LEGA SI DIMENTICA DELLA SICUREZZA: NEL BILANCIO DELLA REGIONE VENETO NON VIENE DESTINATO UN EURO… EPPURE IL VENETO E’ LA REGIONE DEL NORD CON IL LIVELLO DI PAURA PIU’ ELEVATO TRA I CITTADINI.. MA LA LEGA HA DECISO PER TUTTI: NON ABBIAMO SOLDI, QUINDI IL VENETO E’ SICURO

Nel bilancio della regione Veneto la sicurezza scompare dai capitoli di spesa.
Emergenza finita?
Per i politici sì, ma in realtà  sono i soldi ad essere finiti.
Nella patria dei sindaci sceriffi, delle ronde, delle campagne elettorali passate più a parlare di immigrati che di politica, la sicurezza non è più un problema. Almeno, non lo è per la Lega.
Siamo in Veneto e, dopo l’approvazione di un bilancio “lacrime e sangue”, come l’ha definito il governatore (leghista) Luca Zaia, che assegna zero euro al tema della sicurezza, a dare l’annuncio di un problema che non esiste più è il capo del partito, la Liga Veneta, Gian Paolo Gobbo, ascoltato come un vate in Nordest e secondo per preferenze (quando c’erano) solo a Umberto Bossi.
“Soldi non ce ne sono”, ha detto Gobbo.
“La madre di tutto è il federalismo e tutto il resto va da sè, per cui si cerca di fare il meglio con quello che si ha. Non so se verranno tempi migliori, ma oggi come oggi la situazione è questa. Per cui quello che si può fare, si fa. Per il resto invece, se non ce n’è, non ce n’è. Sociale e sanità  sono stati salvaguardati e credo che già  questo sia molto importante. Dopodichè evidentemente la sicurezza non è più un’emergenza in Veneto”.
Un cambio storico per la Lega.
Difficile, nella prossima campagna elettorale, continuare a stuzzicare gli umori col problema della sicurezza, con questi immigrati che rubano e sono un peso per la società .
E singolare è che a dirlo sia proprio Gobbo che, per colpa dei “ladri” venuti da lontano ha sulle spalle un’imputazione per banda armata.
Ma Gobbo non è il solo.
Gobbo, a gennaio è stato rinviato a giudizio insieme a 36 militanti e esponenti della Lega Nord nell’inchiesta della procura della Repubblica di Verona riguardo le Camicie Verdi e la Guardia Nazionale Padana.
L’inchiesta è stata avviata per indagare su fatti risalenti al periodo 1996/97, secondo l’accusa quella delle Camicie Verdi sarebbe stata un’associazione a carattere militare e quella cosa chiamata Guardia nazionale padana sarebbe stata istituita con il solo scopo di organizzare la secessione del Nord dal resto d’Italia”.
Ma i 36 della Lega probabilmente non verranno mai condannati, visto che   dallo scorso 9 ottobre il reato di banda armata è stato depenalizzato.
Se Gobbo lascia un piccolo margine d’interpretazione alle sue parole (“evidentemente non è più un problema”) è molto più esplicito Gianpaolo Vallardi, il leghista che i pattugliamenti dei cittadini se li è praticamente inventati: “La sicurezza per noi sarà  sempre uno dei temi principali. Ma dopo due anni di governo Berlusconi possiamo dire che il Veneto adesso vive una situazione felice”.
Tutti parlano, nessuno presenta dati credibili.
Ma è politica, of course.
Sicuramente la Lega, “il partito della gente”, non ha fatto i conti con quello che ha detto l’Istat dieci giorni fa durante la presentazione del rapporto su “Reati, vittime e percezione della sicurezza”, secondo cui è diminuito negli ultimi anni il numero di italiani che si sentono “molto sicuri”, e le zone di maggiore criticità  risultano Campania, Lazio e Puglia al sud e, appunto, il Veneto per le regioni del nord.
“Nel territorio”, spiega l’Istat, “emergono alcuni luoghi di maggiore criticità : la Campania, il Lazio e la Puglia si posizionano sempre nei livelli più alti della graduatoria sia rispetto ai reati subiti, che al timore di subirli nonchè in relazione alla percezione di insicurezza e al degrado della zona.
Tra le regioni del nord invece è il Veneto a mostrare i “livelli più elevati di paura tra i cittadini“.
I reati per cui è cresciuta la preoccupazione sono rapine e aggressioni, scippi e borseggi, e soprattutto le violenze sessuali, di cui ha paura più del 50% delle donne.
E’ cresciuta l’influenza della criminalità  sulle abitudini di vita, salita dal 46,3% al 48,5%.
Tra i cambiamenti di questi anni, il miglioramento del giudizio sul lavoro delle forze dell’ordine, apprezzate in egual misura da nord a sud.
Di conseguenza, se ne deduce, che non siano le ronde a risolvere i problemi nè Berlusconi con la bacchetta magica, ma forse qualche merito ce l’hanno le forze dell’ordine, nonostante anche loro siano alla canna del gas e in aperta contestazione di questo governo.
E comunque la percezione della sicurezza in Veneto è un problema che rimane serio.
D’altronde Zaia è stato chiaro fin dall’inizio nel presentare il bilancio ai suoi alleati: “Soldi non ce ne sono, riduciamo tutto, ma la sanità  non si tocca”.
La sicurezza, che ha anche un assessorato, avrebbe dovuto prendere qualche fondo in meno, ma alla fine, con una coperta corta, è finita a zero euro.
E come per magia si è risolto il problema.

Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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L’AQUILA, DAI BAGNI CHIMICI AI MEGA APPALTI: COSI’ LA MAFIA HA TRASFORMATO LE MACERIE IN BUSINESS

Dicembre 8th, 2010 Riccardo Fucile

UN DOSSIER DI “LIBERA”, L’ASSOCIAZIONE DI DON CIOTTI, REGISTRA E DENUNCIA IL MALAFFARE SEGUITO AL TERREMOTO DELL’AQUILA… LA DITTATURA DELLA PROTEZIONE CIVILE, LO SBARCO DELLE CRICCHE, I LEGAMI CON LE AMMINISTRAZIONI DELLO STATO…1600 BAGNI CHIMICI PIU’ DEL RICHIESTO, BUTTATI 4 MILIONI DI EURO… ILCOSTO A MQ DELLE CASE, LE AZIENDE SOSPETTATE DI MAFIA

È un viaggio nella fossa d’Abruzzo e nella ricostruzione che non c’è, un’inchiesta completa sul business fatto sui morti e fra i palazzi di sabbia, un rapporto da brivido su appalti piccoli e grandi pilotati in nome di un’emergenza che non finisce mai.
Il dossier ha per titolo “L’Isola Felice” e descrive cosa è accaduto all’Aquila già  nella notte fra il 5 e il 6 aprile 2009, quando a poche ore dalla tragedia con i soccorsi sono arrivati anche i primi sciacalli.
Una cinquantina di pagine firmate da Angelo Venti su bagni chimici e aziende al di sotto di ogni sospetto, sul mistero delle macerie scomparse, sul giallo degli isolatori sismici non omologati, sui costi delle case promesse da Berlusconi.
“È un lavoro che abbiamo voluto tutti noi di Libera perchè, oggi più che mai, abbiamo il dovere di rompere il silenzio”, dice don Luigi Ciotti.
Il rapporto sarà  distribuito in 40mila copie la prossima settimana all’Aquila.
“La scossa delle 3.32 ha spazzato via quel velo di ipocrisia che copriva chi si ostinava a parlare ancora di questa come un’isola felice”, scrive Venti partendo subito dal primo affare: l’oro dei bagni chimici.
Quell’odore di mafie lo sentono subito in Abruzzo.
Così apre il dossier: “Il rischio delle infiltrazioni non deve attendere l’inizio della ricostruzione, anzi arriva nelle prime ore insieme con la Protezione Civile e con un appalto sul modello di gestione dei Grandi Eventi”.
Il costo sostenuto per i bagni chimici è una parte consistente delle spese della prima emergenza: quasi un quarto dei fondi per il mantenimento delle tendopoli.
Le segnalazioni raccolte dal presidio di Libera parlano di liquami smaltiti illegalmente nei fiumi, di bolle di trasporto falsificate, di ditte che subiscono sabotaggi, di contatti fra i manager di quelle aziende e funzionari della Protezione civile per gonfiare le fatture.
Molte di quelle società , da anni, collaboravano con la Protezione civile per la gestione dell’emergenza rifiuti in Campania.
Alla fine, nelle tendopoli, si conteranno circa 3.600 bagni chimici, ciascuno al prezzo di 79 euro al giorno e per una spesa di oltre 8 milioni al mese.
Da conti fatti dagli esperti i bagni trasportati nel “cratere” sarebbero stati 1.600 in più del necessario: oltre 3 milioni e 800 mila euro al mese sottratti alla ricostruzione vera.
Poi c’è l’affare oscuro delle macerie.
Scoperto il 13 aprile 2009, giorno di Pasquetta, quando i ragazzi di Libera fotografano ruspe e camion che trasportano a Piazza d’Armi, zona militare interamente recintata.
Le macerie e ogni sorta di arredi ed effetti personali vengono macinati dentro due macchine tritasassi.
Gli autisti dichiarano che provenivano dalla Casa dello studente e altri palazzi crollati in via XX settembre, un paio di giorni prima la procura – per quei palazzi – aveva annunciato l’apertura di un’inchiesta per “crolli sospetti”.
Si blocca tutto.
“Ma lo smaltimento è anche un affare da decine di milioni di euro che scatena gli appetiti di speculatori e criminalità “, scrivono quelli di Libera.
E spiegano: “Anche la vicenda della ditta che detiene la proprietà  della ex Teges (è l’unica cava dove hanno rovesciato le macerie, ndr), la T&P srl, fa sorgere altre domande. Nel giugno 2009 la T&P vede l’ingresso di un nuovo socio con legami con diverse altre società , tra cui l’aquilana Abruzzo inerti srl, partecipata a sua volta dalla romana Sicabeton spa, grossa azienda con interessi in Italia e all’estero”.
Personaggi e società  del gruppo Sicabeton sono stati indagati dai carabinieri di Palermo e figurano in un rapporto consegnato nel 1991 al giudice Falcone. La Sicabeton spa, poi, risulterebbe inserita nell’elenco delle imprese a rischio censite dalla Procura nazionale antimafia.
È tutto un intrigo di soldi e cemento.
E a gestire il cantiere più grande d’Europa è il Dipartimento di Protezione civile.
Altro capitolo, il Progetto C. a. s. e.: “È la prima volta nella storia delle catastrofi italiane che la Protezione civile si occupa di ricostruzione sostituendosi agli enti locali. Quello degli alti costi del Progetto C. a. s. e. è un capitolo aperto, non si hanno dati completi delle spese effettive e non vi è accordo sui costi reali da conteggiare”.
A giugno 2010, la Procura nazionale antimafia e la procura dell’Aquila però hanno iniziato le indagini “per accertare se i 2.700 euro a metro quadrato pagati sono rispondenti alla qualità  delle realizzazioni”.
Nel dossier si ricostruisce anche il primo caso sospetto di infiltrazione mafiosa.
È il giugno del 2009 e si scopre che fra le ditte del movimento terra a Bazzano, c’è l’Impresa Di Marco srl di Carsoli: l’amministratore unico è Dante Di Marco, lo stesso della Marsica plastica srl coinvolta due anni prima in un’inchiesta dove era finito Massimo Ciancimino con i suoi soldi. Un’inchiesta che gli investigatori definirono “il primo caso conclamato di presenza mafiosa in Abruzzo”.
Oggi sono oltre 300 le imprese siciliane, calabresi e napoletane “attenzionate” dall’antimafia.
Molte hanno sede sociale al nord, naturalmente sono intestate a figli o a nipoti, mafiosi e camorristi.

Attilio Bolzoni e Carmine Saviano
(da “La Repubblica“)

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DIECI ARRESTI IN MOLISE PER I RIFIUTI: INDAGATO IL PRESIDENTE PDL DELLA REGIONE MICHELE IORIO

Dicembre 6th, 2010 Riccardo Fucile

AL GOVERNATORE SI DEVE LA NOMINA A COMMISSARIO DEL CONSORZIO “VALLE DEL BIFERNO” DI ANTONIO DEL TORTO, CAPO DI UNA ORGANIZZAZIONE CHE LUCRAVA SULLO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI… IL TUTTO AVVENIVA FALSIFICANDO DOCUMENTI E SPARGENDO FANGHI CHIMICI NEI TERRENI O IN MARE

Blitz del Noe all’alba di oggi a Termoli, per seguire dieci misure cautelari, delle quali quattro in carcere, emesse in Molise dalla Procura di Larino (Campobasso), nell’ambito di un’inchiesta sullo smaltimento di rifiuti nel depuratore dell’ente consortile.
Per i fanghi non trattati   sparsi sui terreni, i mancati controlli e i documenti falsi è stato arrestato e trasferito in carcere, tra gli altri, Antonio Del Torto, presidente del Cosib, il consorzio industriale Valle del Biferno.
Tra gli indagati – diciotto –   c’è anche il presidente della Regione Molise, Michele Iorio, per la nomina di Del Torto.
Un’altra dipendente del Consorzio, che pare legata da parentela a Del Torto, è stata fermata e confinata in casa, mentre l’ingegnere dell’ente avrebbe il divieto di dimora in città .
Gli uomini del Noe hanno anche posto sotto sequestro tre stabilimenti del nucleo industriale.
Le indagini del Noe erano iniziate nel 2007 e proseguite per due anni.
Per gli inquirenti, il vero protagonista della vicenda è proprio Antonio Del Torto, titolare della società  Inside Srl di Termoli oltre che presidente del Cosib.
Nell’azione criminale, Del Torto si sarebbe circondato di collaboratori, come il responsabile tecnico dell’impianto di depurazione di acque reflue Coniv Spa di Montenero di Bisaccia (Campobasso) e dirigenti e funzionari pubblici, con il concorso di chimici liberi professionisti compiacenti.
Un capitolo investigativo riguarda la nomina di Del Torto a commissario straordinario dello stesso Cosib da parte del presidente della Regione Michele Iorio.
Nomina – sostiene la Procura – che “avrebbe estromesso dal governo del Consorzio gli organi ordinari, concentrando tutti i poteri nel presidente/commissario”.
E Del Torto, “senza alcuna forma di controllo interno”, avrebbe operato indisturbato in azioni delittuose come lo scarico dei rifiuti “direttamente a mare”.
Questa – sempre secondo la Procura – la dinamica della gestione illecita dei rifiuti prodotti dall’impianto Coniv.
I residui derivanti dal trattamento chimico fisico, venivano qualificati in maniera fraudolenta come fanghi prodotti dal trattamento di acque reflue urbane e quindi smaltiti con operazioni di spandimento su oltre 200 ettari di terreno gestiti da aziende agricole del Basso Molise.
In violazione, quindi, della normativa che vieta di spandere su terreni agricoli fanghi provenienti da impianti che accettano, oltre ad acque reflue, anche rifiuti liquidi speciali contenenti sostanze pericolose.
Inoltre, alcune particelle fondiarie in cui era autorizzato lo smaltimento dei fanghi sono soggette a rischio di inondazione naturale dal fiume Biferno.
Secondo gli inquirenti, con atti falsi e la corruzione di un funzionario della Provincia di Campobasso, sarebbe stata trasformata l’originaria autorizzazione allo scarico dell’impianto di depurazione consortile in scarico “direttamente a mare”: in realtà  lo scarico, a quattro chilometri dal mare, avviene all’interno di un canale che si immette in un altro canale.
Si tratta di condotte contraddistinte da “classico habitat fluviale”, con fauna e flora fluviale.
Il risultato era che le persone coinvolte potevano lucrare sul risparmio nelle operazioni di trattamento dei reflui e sull’aumento di quantità  e qualità  dei rifiuti da trattare.
Potevano così ottenere nuove autorizzazioni regionali con cui aumentare ulteriormente quantità  e qualità  dei rifiuti da trattare presso l’impianto di depurazione del Cosib, rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi allo stato liquido conferiti anche da società  esterne al Molise.

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RIFIUTI NAPOLI: MIRACOLO AD INTERIM GRAZIE A VENDOLA, POI SAREMO DI NUOVO PUNTO E A CAPO

Dicembre 6th, 2010 Riccardo Fucile

BERLUSCONI PROMETTE L’ENNESIMA FINE DELL’EMERGENZA, MA LA SOLUZIONE TEMPORANEA DERIVA SOLO DALLA SOLIDARIETA’ DELLE ALTRE REGIONE, PUGLIA IN TESTA…VENDOLA SI E’ OFFERTO SI PRENDERSI IN CARICO 400 TONN AL GIORNO PER UN TOTALE DI 50.000 TONN… MA TRA QUALCHE MESE RITORNERA’ TUTTO COME PRIMA: I PROBLEMI NON SI RISOLVONO CON GLI SPOT

La novità  è la prudenza: non ha fissato una data precisa, ha rinunciato a farsi vedere a Napoli rischiando le proteste e le domande dei giornalisti, ma per il resto ha promesso il solito miracolo: “Ho la certezza che nel giro di qualche giorno la città  tornerà  a essere pulita”, ha detto Silvio Berlusconi, dopo aver incontrato, a Palazzo Chigi, il prefetto di Napoli, Andrea de Martino, e il generale Mario Morelli, comandante Logistico Sud dell’Esercito.
Il premier aveva annunciato una visita a Napoli ma, per fare il punto sull’emergenza rifiuti, ha preferito invitare Morelli e de Martino a Roma.
L’unica, vera strategia portata avanti dal governo per risolvere la situazione, consiste nel sollecitare la “solidarietà ” di altre regioni italiane per spingerle ad accogliere i rifiuti della provincia di Napoli.
La Puglia ha già  accettato. E sono in corso trattative con Lazio, Marche, Calabria, Toscana ed Emilia Romagna.
E proprio l’aiuto della Puglia consentirà  a Napoli di tornare a una situazione di “normalità  ”nei prossimi giorni: tra martedì e mercoledì, secondo alcuni tecnici, e soltanto per qualche mese.
Dal giorno dell’ultima visita di Berlusconi a Napoli, venerdì scorso, la situazione è solo leggermente migliorata.
L’accordo con le provincie di Benevento, Avellino e Caserta, per utilizzare le loro discariche, sta lentamente alleviando il peso dell’emergenza.
Ma è l’accordo con la Puglia, 400 tonnellate al giorno per un massimo di 50mila, che ha riaperto il flusso dei conferimenti che, intorno a martedì, può riportare Napoli a normali condizioni di vivibilità .
Ma non si può parlare di “soluzione” del problema.
Dati alla mano infatti, e considerati gli attuali ritmi di trasporto, le due discariche che coprono Napoli e provincia, ovvero Chiaiano e Terzigno, chiuderanno il proprio ciclo entro maggio.
Il che significa che l’emergenza viene soltanto spostata di qualche mese.
Il trasporto dei rifiuti nelle altre regioni, in teoria, può rimettere in moto il ciclo dei rifiuti, liberando spazio per raccogliere il “tal quale” e indirizzare le frazioni secche, cioè il combustibile, all’inceneritore di Acerra.
L’impianto, però, può utilizzarne al massimo 1400.
Ben 600 tonnellate al giorno, quindi, se non si troveranno altre soluzioni, andranno quotidianamente a rimettere in moto il meccanismo dell’accumulo. E della prossima emergenza.

Antonio Massari
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LEGA RIDENS: RENZO BOSSI FA IL “BALILLA” MA SI BLOCCA IN ITALIANO, BELSITO FA RIDERE E ANCHE UN CLAMOROSO AUTOGOL

Dicembre 5th, 2010 Riccardo Fucile

A GENOVA IL “TROTA” SI IMPADRONISCE DELLA FIGURA STORICA DEL “BALILLA”, GIOVANE PATRIOTA CHE NEL 1746 GUIDO’ LA RIVOLTA POPOLARE CONTRO LE TRUPPE AUSTRO-PIEMONTESI CHE OCCUPAVANO LA CITTA’… BALBETTA IN CATTIVO ITALIANO E INANELLA GAFFE… MA BELSITO LO SUPERA QUANDO INEVISCE CONTRO “IL NEPOTISMO NELL’UNIVERSITA’ E CONTRO CHI PIAZZA I FIGLI NEI POSTI IMPORTANTI, SOLO GRAZIE AL COGNOME CHE PORTA”

“Io, come giovane, sto facendo partire, dove facendo dei corsi che si insegna la storia, senza avere gli strumenti, la scuola non ce li dà “.
Così – c’è la registrazione – parlò il Trota.
Con quella giacchetta strizzata, lo sguardo del papà , sembra proprio Don Backy. E del resto fu proprio Don Backy, come braccio destro di Adriano Celentano ai tempi del Clan, a sdoganare lo scambio tra essere e avere, con una celeberrima hit del 1963, “Ancora una volta ho rimasto solo”.
Come Don Backy, più di Don Backy, avrà  anche problemi non secondari con la consecutio temporum (e anche un po’ con la storia, a voler essere sinceri) ma Renzo Bossi è capace di scaldare gli animi dei suoi “ragassi”.
Non come papà , ma la stoffa si vede.
Così, nella biblioteca della Regione Liguria, sotto le scritte “vietato far rumore” si odono boati da stadio contro la firma – da parte della Repubblica di Genova – dell’alleanza di Aranjuez (1° maggio 1745), con Francia e Spagna contro Austria e Casa Savoia e insulti alla mamma del “Marchese Antoniotto Botta Adorno che, accecato dall’odio, avanza richieste umilianti ed economicamente esosissime contro la Repubblica”.
Esosissime?
Consigliere Bossi, mica sarà  tanto contento il vostro Governatore Cota di questa santificazione leghista del Balilla in chiave antipiemontese.
“Chiedetelo al Cota – sbuffa il Trota – Noi siamo qui per festeggiare un ragazzo che diede voce alla rivolta del popolo. Cioè, la rivolta covava già  e lui fece uscire quella emozione profondissima del popolo. Capito?”. Capito.
Un po’ come i ragazzi che oggi scendono in piazza contro il governo?
“Insomma. I ragazzi hanno le loro ragioni ma la riforma universitaria ci vuole, serve una ripartenza della cultura nel nostro Paese e spesso i giovani protestano ma non sanno perchè. Capito?”.
Capito: ripartenza della cultura.
E che ne dice della dura battaglia con Fli sull’eredità  di Balilla? “Eh, Balilla mica era futurista”. Risate del popolo leghista, presente in massa.
“E poi ho letto delle polemiche, perchè noi lo festeggiamo il 3 mentre l’anniversario è il 5. Volete sapere il perchè? Noi, il 5, eravamo occupati”.
Risate e lungo applauso liberatorio, con sberleffi ai Futuristi che invece il 5 non hanno un tubo da fare.
“Che poi, al Balilla, mica mettiamo l’Alberto da Giussano, il nostro distintivo, all’occhiello”.
Boato gioioso del popolo verde.
La mattinata va via liscia, con i più giovani che prendono in giro il decano leghista Ravera (Rixi: “Diamo la parola al Ravera, che è un po’ il nostro Balilla, lui l’ha conosciuto di persona”), con l’architetto Casareto di “A Compagna” che ricorda Craxi in camicia rossa tra i mugugni dei leghisti e i leghisti che infilano una gaffe dietro l’altra, apparentemente senza accorgersene.
Come quando il sottosegretario Belsito, seduto proprio a fianco del consigliere regionale lombardo Renzo Bossi (potrebbe diventare vicesindaco di Milano, hanno scritto i giornali), si lancia con veemenza contro “il nepotismo nell’Università , questa gente che piazza i propri figli nei posti importanti, solo grazie al cognome che porta”.
Occhi bassi, magari il Trota non ha capito.
E, soprattutto, non riferirà  a papà .

Raffaele Niri
(da “la Repubblica-Genova“)
Ps. A uso fotografi, Renzo Bossi posa alla fine, nell’atto del lancio del sasso del Balilla, in una delle sue più espressive interpretazioni.

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COSI’ E’ FALLITO IL PIANO CASA DEL GOVERNO: OGNI REGIONE HA FATTO PER CONTO SUO, IN LOMBARDIA SOLO 216 DOMANDE

Dicembre 1st, 2010 Riccardo Fucile

CIRCA 2700 IN TUTTA ITALIA LE DOMANDE PER AMPLIAMENTI: “E’ STATA UN’OPERAZIONE MEDIATICA CONTRASSEGNATA DA UNA SCARSA CONOSCENZA DELLA NORMATIVA”…ALLA FINE E’ DIVENTATO UN SPOT SUI RISCHI DEL FEDERALISMO: IL GOVERNO HA FATTO CALARE LA LEGGE DALL’ALTO… AVREBBE DOVUTO GARANTIRE 50 MILIARDI DI INVESTIMENTI E 200.000 NUOVI POSTI DI LAVORO

Se qualcuno avesse in mente di produrre uno spot sui rischi del federalismo, non troverebbe di meglio che la storia del Piano casa.
Un progetto grandioso, nelle intenzioni del suo sponsor, Berlusconi, una cuccagna che avrebbe fatto crescere di 200 mila unità  l’occupazione nel settore del mattone e mosso investimenti di oltre 50 miliardi di euro in 3 anni, quattrini dei privati, senza aggravi sulle casse statali.
Un’idea così innovativa che si è trasformata in un flop da antologia. Per un motivo soprattutto: la programmazione del territorio è un tema locale per eccellenza (si parla di legislazione “concorrente” tra Stato e Regioni, articolo 117 della Costituzione).
Lo Stato dà  le linee generali, ma le decisioni concrete spettano alle amministrazioni periferiche.
L’intervento del governo centrale, con una legge calata dall’alto, ha complicato tutto.
Proprio l’esecutivo che del federalismo ha fatto la sua bandiera, è entrato a gamba tesa sugli enti locali.
I governatori regionali, per la verità , ci hanno messo buona volontà  per evitare che il piano del governo deragliasse e per una decina di mesi hanno trattato in via della Stamperia con il ministro Raffaele Fitto (Affari regionali), per tentare di migliorare un’impostazione nata male.
Gli incontri sono stati più di 50 e il primo aprile del 2009 è stato anche firmato un accordo. Ma era un pesce, la frittata era fatta e il Piano non è decollato. Alla fine ogni Regione è andata per conto suo.
La confindustriale Finco (impianti e prodotti per le costruzioni) diretta da Angelo Artale ha raccolto in un documento la congerie di decisioni assunte sul piano casa a livello periferico.
Alcune Regioni, per esempio, hanno stabilito che le agevolazioni governative (aumento dei volumi del 20 per cento per le case mono e bi-familiari) sarebbero durate 18 mesi (in Toscana, Emilia-Romagna ed Umbria stanno addirittura già  scadendo), in altre 2 anni, in altre ancora sarebbero state permanenti.
A Bolzano hanno bocciato il bonus, in altre parti è stato portato al 35, in altre al 40. Il Lazio non ha voluto il bonus per le villette, ma ha optato per un premio fino al 60 per cento per i grandi palazzi, a patto che i vecchi immobili fossero distrutti e si costruisse da un’altra parte.
In Sicilia dove sulle spiagge hanno edificato 80.000 case abusive avrebbero voluto che il piano fosse esteso anche alle abitazioni condonate.
In Sardegna il bonus l’hanno concesso anche agli alberghi, ma in misura ridotta (10 per cento).
In Calabria hanno deliberato solo alcune settimane fa.
Per le procedure di demolizione e ricostruzione di grandi edifici molte Regioni hanno ripreso il tetto volumetrico della legge governativa (35 per cento in più) salvo accorgersi poi che gli imprenditori non lo ritenevano sufficiente e quindi invece di intervenire scappavano.
Con queste premesse era inevitabile che il grandioso progetto si sbriciolasse. E così è stato.
In tutta Italia a settembre le domande per ampliamenti erano 2.700, in media 42 per città . Un fiasco totale.
Con una sola eccezione, il Veneto, dove prima dell’alluvione il piano cominciava a funzionicchiare con circa 10 mila domande presentate.
Per due motivi, uno politico e uno connesso alla struttura abitativa del territorio.
Il motivo politico è legato a Giancarlo Galan, Pdl, governatore regionale ai tempi del varo del piano governativo e oggi ministro dell’Agricoltura.
Si dice che sia stato proprio lui il suggeritore di Berlusconi e infatti il progetto sembra studiato proprio sulla realtà  veneta: una regione caratterizzata da una specie di città  diffusa, con una miriade di case mono o bifamiliari, con molte famiglie benestanti (almeno fino a qualche tempo fa), disposte a mettersi le mani in tasca per investire nell’allargamento dell’alloggio.
Basta spostarsi un po’ e il quadro cambia radicalmente.
In Lombardia le domande sono state appena 216 mentre il 60 per cento dei 1546 comuni che ha deciso di affrontare la faccenda ha introdotto misure restrittive rispetto alla norma governativa.
A Milano su circa 12 mila pratiche edilizie aperte, meno di 100 sono collegate al piano casa.
In Toscana, Emilia ed Umbria, le regioni rosse hanno interpretato la norma del governo in senso restrittivo per evitare rischi di cementificazione e di conseguenza le richieste di accesso al piano sono casi rari.
Nel Sud la proposta governativa si è scontrata con una bassa propensione delle famiglie a dare fondo ai risparmi in un momento nero come questo.
Di fronte a cifre di adesione da zero virgola, il giudizio degli addetti ai lavori è unanime e impietoso.
Alfredo Martini che per il Cresme (Centro di ricerche dell’edilizia) ha fatto il giro d’Italia organizzando 16 riunioni in altrettante regioni con più di 5 mila partecipanti: “È stata un’operazione mediatica contrassegnata da una scarsa conoscenza delle normative”.
Massimo Ghilori, direttore mercato privato dell’associazione costruttori (Ance): “Una grande delusione”.
Alessandra Graziani, architetto del centro studi Fillea, il sindacato di settore Cgil: “Hanno affrontato con faciloneria una faccenda complessa ed è finita male”.

Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ALLE COSCHE PIACE IL FEDERALISMO

Novembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

SECONDO IL PM ALBERTO CISTERNA, MAGISTRATO DELLA DIREZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA, “CON IL FEDERALISMO E I CENTRI DI SPESA A LIVELLO LOCALE, LE COSCHE HANNO A PORTATA DI MANO L’AMMINISTRAZIONE”….IL DISEGNO FEDERALISTA RISALE PER COSA NOSTRA A CIRCA 20 ANNI FA: SE A DECIDERE NON E’ PIU’ IL MINISTERO ALLA SANITA’ MA L’ASSESSORE, LA MAFIA SARA’ AVVANTAGGIATA: NON SERVIRANNO REFERENTI A ROMA, BASTERANNO QUELLI SUL TERRITORIO

”Con il federalismo e i centri di spesa a livello locale le cosche hanno a portata di mano non solo la politica ma anche l’amministrazione”.
Lo sostiene in un servizio che sarà  pubblicato dall’Espresso Alberto Cisterna, il procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia che sta seguendo gli sviluppi delle inchieste di Milano e Reggio Calabria sulla penetrazione della ‘ndrangheta in Lombardia, ma nel suo ragionamento allarga lo sguardo alla strategia che sembra unire la criminalità  organizzata.
”Il disegno federalista risale per Cosa nostra al periodo anteriore alle stragi del 1992.
Anche in Calabria alcuni clan vennero accoppiati a movimenti autonomisti locali.
Il loro obiettivo è elementare: se a decidere non è più il ministro della Sanità  ma l’assessore è chiaro che questo li avvantaggia.
Riduce il braccio: li possono raggiungere e minacciare sul loro territorio e non hanno più bisogno del referente nel governo di Roma.
E questo, stando alle indagini, è colpa anche del sistema elettorale”Paradossalmente la peggiore legge elettorale che il Paese abbia mai avuto è la migliore per quanto riguarda il contrasto alle infiltrazioni nelle politiche nazionali: candidare alle Camere soggetti vicini alla criminalità  organizzata è diventato più difficile.
Una situazione che ha spinto Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta a concentrarsi sulle elezioni locali: ”Tutta la tensione applicativa delle cosche si è scaricata sul sistema federale, che sta diventando un sistema finanziario federale in cui le risorse verranno sempre più gestire a livello locale: ad esempio per il federalismo demaniale c’è il rischio che molti beni messi in vendita vengano acquistati sul territorio con il concorso degli enti locali collusi dai mafiosi.
Federalismo e business rischiano di intrecciarsi, in un meccanismo perverso che — senza forti controlli — potrebbe autoalimentarsi: «I mafiosi hanno talmente tanto denaro che il loro problema è investirlo direttamente, evitando i costi alti del riciclaggio: vogliono fare gli imprenditori, con le carte in regola. Comprendo che dopo aver regolarizzato all’estero 100 miliardi di euro grazie allo scudo fiscale, questo è un Paese che potrebbe diventare mafioso senza accorgersene: rischia di finire in mano a una fortissima partecipazione economica mafiosa, che non mostrerebbe la sua origine. Sarebbe il peggio del peggio: combatteremmo contro un nemico invisibile perchè assolutamente integrato nel sistema”.
Argomentazioni che dovrebbero indurre a serie riflessioni il nostro sistema politico che ama spacciare il federalismo come la panacea di tutti i mali.

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UN PREMIER SOTTO RICATTO

Novembre 20th, 2010 Riccardo Fucile

MINACCIATO DALLA CRICCA DI COSENTINO DI FARGLI MANCARE I VOTI SULLA FIDUCIA SE NON AVESSE ANNULLATO IL DECRETO CHE SOTTRAEVA LA GESTIONE RIFIUTI DI NAPOLI AI SUOI UOMINI…. LA CARFAGNA SI BATTEVA PER LA LEGALITA’ ED E’ STATA ATTACCATA PER QUELLO… E DELL’UTRI VIENE DEFINITO DAI GIUDICI “MEDIATORE E CANALE DI COLLEGAMENTO” TRA COSA NOSTRA E L’IMPRENDITORE BERLUSCONI

Inaspettatamente in un solo giorno, anzi in poche ore, emergono dal passato e dal presente le relazioni pericolose di Silvio Berlusconi con le mafie.
La liaison allontana da lui anche la fedele e fidata Mara Carfagna.
Annuncia altri sismi per il suo governo. Apre nuove crepe nella già  compromessa affidabilità  del capo del governo.
Le cose, a quanto pare, vanno così.
Infuriati per la nomina a commissario per i rifiuti di Stefano Caldoro, governatore della Campania, decisa dal Consiglio dei ministri, due politici indagati per mafia Nicola Cosentino e Mario Landolfi si presentano a Palazzo Grazioli.
Affrontano Silvio Berlusconi a brutto muso minacciandolo di non votare la fiducia se non avesse annullato il decreto legge che, assegnando alla Campania 150 milioni di euro, consente al governatore anche l’adozione di “misure che prevedono poteri sostitutivi” nei confronti degli enti inadempienti. Il capo di governo che, entro il 14 dicembre, ha bisogno di voti in Parlamento come dell’aria che respira li rassicura.
Promette una rapida retromarcia.
La notizia si diffonde e il ministro Mara Carfagna – molto si è data da fare per quel decreto legge che sottrae l’emergenza all’opacità  dei potentati locali – annuncia che, dopo la fiducia, lascerà  il governo e il partito del presidente.
Così dunque stanno le cose.
La ricattabilità  del premier è di assoluta evidenza.
La sua debolezza politica – e ormai di leadership – lo espone a ogni pressione, alle più imbarazzanti coercizioni, a umilianti inchini dinanzi a personaggi non solo discussi, ma decisamente pericolosi.
È imbarazzante l’imposizione che il capo del governo subisce da Nicola Cosentino, 51 anni, da Casal di Principe, salvato dall’arresto per mafia solo dal voto della maggioranza.
L’uomo ha il controllo pieno di quattro delle cinque Province campane (Napoli, Caserta, Salerno, Avellino).
Sono queste istituzioni che amministrano i flussi della spazzatura e governano le società  di gestione che hanno sostituito i consorzi infiltrati da ogni genere di illegalità , malaffare, prepotenza criminale (il consorzio di Caserta è costato fino all’aprile scorso, 6,5 milioni di euro al mese).
Tutta la parabola politica di Cosentino si può spiegare e raccontare dentro l’emergenza rifiuti.
Quelle crisi – indotte e cicliche – hanno convogliato in quella disgraziata regione un fiume di denaro (dal 2001 al 2009 tre miliardi e 546 milioni di euro) e proprio nei consorzi – e oggi nelle società  di gestione – la politica ha incontrato il potere mafioso e ha messo a punto la distribuzione di benefici, rendite, utili, organizzando un “sistema della catastrofe” che, da quella rovina, ha spremuto influenza, consenso e ricchezza.
A farla da padrone la camorra, a cominciare dalla camorra dei Casalesi. Hanno guadagnato e guadagnano sull’affitto delle aree destinate a discarica e dei terreni dove vengono stoccate le ecoballe.
Lucrano sul noleggio dei mezzi e soprattutto nei trasporti.
Nicola Cosentino rappresenta il punto di equilibrio – oscuro e ambiguissimo – di questo “sistema” che oggi appare sfidato, dentro il Popolo della Libertà , dall’asse Caldoro-Carfagna e, dentro la maggioranza, da Futuro e Libertà , in Campania diretto da Italo Bocchino.
Il decreto legge che assegna al governatore poteri commissariali può essere considerato il successo di questo schieramento.
Il passo indietro di Berlusconi ripristina ora le gerarchie di un “sistema” che ha in Cosentino il leader e nel potere intimidatorio della camorra la sua forza.
Si sapeva che l’uomo di Casale di Principe ha sempre avuto un’arma da puntare alla tempia del governo.
In qualsiasi momento poteva far saltare gli equilibri che hanno permesso a Berlusconi di rivendicare le capacità  tecnocratiche di eliminare i rifiuti dalla Campania con un miracolo che ha liquidato quella disgrazia con una magia. L’illusionismo manipolatorio aveva in Cosentino il suo garante.
Un garante di cui oggi Berlusconi non può liberarsi.
Per due motivi: Cosentino gli farebbe mancare i suoi voti il 14 dicembre e, peggio, nella prossima e vicina campagna elettorale seppellirebbe l’immagine del Cavaliere sotto l’immondizia e i miasmi.
Come non può fare oggi a meno di Cosentino, il Cavaliere non ha potuto liberarsi in passato di quel Marcello Dell’Utri che, si legge nelle motivazioni della Corte d’Appello che lo ha condannato a sette anni di reclusione, fu “mediatore” e “specifico canale di collegamento” tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi.
Dell’Utri, scrivono i giudici, è l’uomo che ha consentito ai mafiosi delle “famiglie” di Palermo di “agganciare” “una delle più promettenti realtà  imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”.
È questa allora la scena che abbiamo sotto gli occhi.
Un capo del governo che, nella sua avventura imprenditoriale, è stato accompagnato – per lo meno fino al 1992 – dalla presenza degli uomini di Cosa Nostra e, oggi, per proteggere la maggioranza che sostiene il governo deve chinare il capo dinanzi alle pretese del politico considerato dalla magistratura il più compromesso con gli interessi dei Casalesi.
È uno stato di dipendenza, di oscurità , di minorità  politica che nessun arresto di latitante, confisca di bene miliardario, statistica e classifica di successi dello Stato potrà  ribaltare.
Le vittorie dello Stato contro le mafie non riescono a diventare il riscatto personale di Berlusconi – e della sua storia – da quei poteri criminali con cui egli si è intrattenuto negli anni della sua impresa economica e ancora oggi si deve tener vicino per sopravvivere nel suo crepuscolo politico.

Giuseppe D’Avanzo
(da “la Repubblica“)

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