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MONTELEONE NEI GUAI: “8.000 EURO AL MESE DAI CONTI DELL’UDC”

Ottobre 26th, 2013 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE LIGURE AVREBBE PRELEVATO IN DUE ANNI 189.000 EURO DAI FONDI PUBBLICI PER LE SPESE… TRADITO DAL FEDELISSIMO: “MONTELEONE PRESE QUEI SOLDI”

C’è una differenza netta che, a giudizio degli inquirenti, separa l’inchiesta sulle spese sospette dell’Udc da quella sugli altri partiti coinvolti finora: il problema in questo caso non sono i vini pregiati, le mutandine, la bigiotteria, le terme o il cibo per gatti acquistati con i soldi dei contribuenti.
Il punto è che i fondi sono proprio spariti, sono usciti dalle casse del partito senza pezze giustificative.
In particolare, nei due anni tra l’inizio del 2010 e la fine del 2011 il presidente del consiglio regionale Rosario Monteleone ha prelevato in contante, dai depositi del gruppo consiliare, 189mila euro, di cui ne ha giustificato circa la metà .
In media, spalmati su quell’arco temporale, una paghetta aggiuntiva allo stipendio niente male: 8mila euro al mese cash.
Ma nelle carte della Finanza c’è di più.
Nello stesso periodo in cui Monteleone incassa questi «rimborsi» assai poco spiegati, i suoi «principali conti personali», dove secondo le Fiamme Gialle finiscono gli emolumenti da consigliere regionale, hanno movimenti in uscita definiti «esigui», in ogni caso del tutto insufficienti a spiegare il tenore di vita del politico.
Ultimo elemento fondamentale: quando nel 2012 i partiti finiscono nella bufera, il numero uno dell’assemblea ligure da un lato riduce i prelievi dai conti del partito, dall’altro aumenta invece quelli dai depositi personali. Perchè, si chiedono i finanzieri?
Non c’è dubbio che nelle informative sulle “spese pazze” trasmesse dai militari al sostituto procuratore Francesco Pinto, quello della formazione centrista sia definito un caso «anomalo». Al centro degli accertamenti infatti non ci sono più acquisti stravaganti, per usare un eufemismo, scontrini che difficilmente possono essere considerati legate all’attività  politica.
Qui la questione è un’altra: metà  dei soldi fuoriusciti dai conti dell’Unione di Centro, e incassati in banconote sonanti da Monteleone, al momento paiono finiti un buco nero.
Un tassello importante s’è materializzato con le dichiarazioni del capogruppo in Regione Marco Limoncini, l’unico altro rappresentante che avesse accesso ai fondi alimentati con il finanziamento pubblico.
Limoncini è stato sentito mercoledì, il giorno prima dell’interrogatorio del collega di partito, e ha consegnato a chi indaga tutte le distinte dei prelievi in contanti eseguiti personalmente.
Al netto di quanto ritirato dal capogruppo, che sulle proprie spese ha presentato una vasta documentazione, rimangono 189mila euro.
Quelli che, atti alla mano, sono finiti nelle mani di Monteleone.
Prelevamenti elevati, anche di 11mila o 5mila euro a volta, ai quali vanno aggiunti altri 34mila euro “estratti” dai conti dell’ufficio di presidenza.

Marco Grasso e Matteo Indice
(da “il Secclo XIX”)

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REGIONE EMILIA, TUTTI I PARTITI INDAGATI: DAI CINQUESTELLE ALLA LEGA, DAL PDL AL PD

Ottobre 22nd, 2013 Riccardo Fucile

SVOLTA NELL’INCHIESTA DELLA PROCURA SUI FONDI UTILIZZATI DAI CONSIGLIERI: L’IPOTESI DI REATO E’ PECULATO

Ci sono indagati nell’inchiesta che venne aperta nell’ottobre di un anno fa dalla procura di Bologna sulle spese dei consiglieri regionali, dopo che già  era stato iscritto come primo indagato Paolo Nanni dell’Idv.
L’ipotesi di accusa contro i consiglieri regionali indagati sono di peculato per essersi appropriati, in teoria, di denaro pubblico in dotazione ai singoli gruppi, ma di averlo speso con finalità  diverse da quelle di far funzionare i gruppi stessi.
Nell’inchiesta della Procura di Bologna sui fondi del consiglio regionale dell’Emilia-Romagna, sono indagati tutti e nove i capigruppo dell’attuale legislatura (cominciata nel 2010).
Si tratta quindi dei politici che guidano i gruppi di Pd, Pdl, Idv, Lega Nord, Fds, M5S, Sel-Verdi, Udc e gruppo Misto.
L’inchiesta è coordinata dalle pm Antonella Scandellari e Morena Plazzi, che hanno delegato la Finanza a tornare oggi in Regione per approfondire alcuni aspetti dell’inchiesta per quanto riguarda le spese del mandato attuale.
Nell’ottobre scorso la Finanza acquisì in Regione 400 faldoni di documenti.

Luigi Spezia
(da “La Repubblica”)

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SPESE PAZZE IN REGIONE LIGURIA, LE CERAMICHE CHE INCHIODANO L’UDC E IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE

Ottobre 19th, 2013 Riccardo Fucile

LA STESSA FATTURA PER GIUSTIFICARE DUE SPESE DIVERSE…. MANCANO ALL’APPELLO ANCHE 110.000 EURO

Li accusano, nero su bianco, di aver riciclato la stessa fattura per giustificare due spese differenti.
E, sempre nero su bianco, di aver «provveduto a una rifusione parziale» delle somme mancanti dai conti che gestivano, ma in un momento nel quale «le inchieste giudiziarie erano di pubblico dominio».
Nelle carte che ieri in tarda mattinata i finanzieri del nucleo di polizia tributaria (agli ordini del colonnello Carlo Vita) hanno notificato a Rosario Monteleone e Marco Limoncini, e in quelle che la Finanza ha trasmesso settimana dopo settimana alla Procura, c’è la sintesi d’una serie di accertamenti partiti da lontano.
Che le stesse Fiamme Gialle avevano più diffusamente illustrato al pm Francesco Pinto con un’informativa a puntate.
Titolo, piuttosto eloquente: «Operazioni sospette ad opera di Monteleone Rosario, Limoncini Marco (capogruppo Udc in consiglio regionale) e Salvatori Tiziana (segretaria personale di Monteleone, ndr).
L’artista di Albisola e i documenti truccati
Come in tutti gli scandali politico-giudiziari che si rispettino, la buccia di banana (meglio: una delle) su cui i vertici dell’Udc sono scivolati, ha una genesi alquanto colorita.
E per capirlo bisogna saltare per un attimo ad Albisola.
Qui, nelle scorse settimane, i finanzieri fanno visita a Paolo Anselmo, artista piuttosto noto in zona. Gli chiedono se possiede ancora la documentazione d’una fornitura di ceramiche (cento animaletti da usare come regali natalizi) che in precedenza gli era stata pagata proprio dall’Unione di centro.
Anzi, con un assegno del presidente del consiglio regionale in persona, Rosario Monteleone.
Anselmo, il cui talento è unanimemente riconosciuto ma che di rado riceve ordini così «importanti» e sostanziosi, ricorda tutto e possiede tutto.
Spiega di aver conservato le carte richieste, ricorda la cifra pagata dall’Udc (per la precisione 10.800 euro) e sfodera quello che è il papello fondamentale: la fattura. «Ricordo che – racconta – ero stato contattato dalla segretaria di Monteleone per la fornitura di cento animaletti di ceramica. Quante fatture ho emesso per l’ordine? Una sola, come mia abitudine».
Il problema, si scopre oggi, è che una copia di quella stessa fattura i finanzieri l’avevano sequestrata fra i «giustificativi» di spesa presentati dal partito: in poche parole, fra gli “scontrini” con i quali si dovrebbe spiegare come sono stati utilizzato i soldi pubblici ottenuti ogni anno per «attività  politica».
L’esborso per le ceramiche era inserito alla voce «rappresentanza»; ma aldilà  del fatto che si possa considerare tale (e non magari un vero e proprio acquisto privato accollato ai contribuenti) il dettaglio che ha fatto sgranare gli occhi ai militari è stato un altro.
La ricevuta trovata negli archivi dell’Udc (il cliente) è diversa da quella che possiede Anselmo (il fornitore).
E secondo la Procura è stata “ritoccata” per giustificare anche una spesa differente (e poco giustificabile) da quella per cui era stata emessa.
Gli inquirenti pensano insomma che sia stata usata due volte, senza ovviamente che l’artista ne sapesse nulla.
Ecco perchè nei confronti di Montelone e Limoncini scatta l’accusa di falso in scrittura privata.
«Incroci continui presidenza-partito»
L’affaire ceramiche, dal punto di vista della cifra (quegli 11 mila euro spesi non si sa come e giustificati con la possibile “clonazione” della fattura di Paolo Anselmo) è il meno «significativo» agli occhi di chi indaga.
Gli ammanchi più consistenti, insistono gli investigatori, riguarderebbero vere e proprie «distrazioni» dai budget di soldi pubblici che Monteleone aveva alla presidenza del consiglio regionale; e – insieme a Limoncini – nell’Udc, con potere di firma sul conto.
Fra i due depositi, rimarcano le Fiamme Gialle nei propri dossier, c’è stato un continuo viavai di denaro.
E alla fine, perlomeno in base ai calcoli che le forze dell’ordine hanno fin qui ultimato, ecco che dal primo mancano all’appello 32 mila euro e dal secondo 81.800, sempre ricordando che in esame vengono presi 2010, 2011 e 2012.

(da “il Secolo XIX“)

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PIEMONTE, AL VIA LA COMMISSIONE ANTIMAFIA: CON 33 CONSIGLIERI INDAGATI SU 39 TOTALI

Ottobre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

QUASI TUTTI SONO SOTTO INCHIESTA PER LO SCANDALO DEI RIMBORSI AI PARTITI, COMPRESI GRILLINI E FRATELLI D’ITALIA, PDL E PD, SEL E IDV…SI SALVANO SOLO 5 CONSIGLIERI DEL PD

Deve promuovere la “cultura della legalità ”, ma a farne parte ci sono molti indagati per reati contro la pubblica amministrazione.
Ha cominciato la sua attività  la Commissione antimafia della Regione Piemonte, approvata con un voto unanime a luglio.
I suoi componenti sono 39 consiglieri regionali, molti dei quali sono sotto inchiesta per lo scandalo dei rimborsi ai gruppi politici.
Solo sei sono gli eletti non coinvolti nell’indagine: c’era una chance per eleggere alla presidenza della commissione tre non indagati, eppure il consiglio regionale piemontese è stato capace di mancarla.
Il vertice
A presiederla è Andrea Buquicchio (Idv), a cui i pm Giancarlo Avenati Bassi, Andrea Beconi, Enrica Gabetta contestano spese per 55mila euro.
Accanto a lui siederanno due vice, Daniele Cantore (Pdl) e Andrea Stara (Insieme per Bresso). Al primo i magistrati contestano rimborsi per 27mila euro, tra cui 12mila euro di ristoranti e 6mila per acquisti di lusso come tre cravatte di Marinella più orologi e set da scrivania acquistati in gioiellerie.
Stara, facendo parte di un gruppo composto da un solo rappresentante (se stesso), è stato uno dei primi a ricevere l’avviso di garanzia dalla Procura di Torino per rimborsi da 57mila euro, tra cui gli acquisti di un tosaerba da 4mila euro, di una sega circolare e di un frigorifero.
I componenti
Presidente e vicepresidenti sono in buona compagnia.
Tutti i consiglieri del Pdl (ora scisso in tre gruppi, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Progett’azione) sono indagati per essersi spartiti 760mila euro circa.
Tutti i consiglieri della Lega Nord — tranne Claudio Sacchetto, poi diventato assessore, ma incluso Roberto Cota — sono indagati per aver ottenuto 289mila e 500 euro.
E così via anche i gruppi consiliari di minoranza (Udc, Pd, Idv, Sel, FdS, M5S e altri del misto).
A salvarsi sono ben pochi e fanno tutti parte della commissione antimafia.
C’è Sara Franchino, subentrata al posto di Michele Giovine (il consigliere dei Pensionati sospeso per la condanna relative alle firme false, pure lui indagato per rimborsi da 120mila euro) e cinque consiglieri del Pd: Mauro Laus, Gianni Oliva, Gianna Pentenero, Roberto Placido e Elio Rostagno.
Le attivita’
La commissione antimafia del consiglio regionale dovrà  proporre norme per contrastare l’espansione delle mafie in Piemonte, soprattutto nell’attività  pubblica. Nella sua attività  la commissione antimafia dovrà  anche interagire e cooperare con i magistrati, coi quali alcuni dei consiglieri indagati non hanno affatto collaborato nell’ambito dell’indagine sui rimborsi gonfiati: in tanti al momento dell’interrogatorio si sono avvalsi della facoltà  di non rispondere.
Nella nota del Consiglio regionale si legge pure che i consiglieri dovranno monitorare “gli eventi di infiltrazione criminosa segnalati dalle autorità  competenti”.
Compito difficile per alcuni politici che per anni non hanno visto le infiltrazioni della ‘ndrangheta nel tessuto economico e amministrativo della loro regione.
A spingere per la creazione di questo organismo era stato il consigliere Pd Nino Boeti, ex sindaco di Rivoli citato nell’ordinanza di custodia cautelare dell’indagine Minotauro per i contatti con il presunto boss della ‘ndrangheta Salvatore De Masi. L’aveva proposta a luglio, dopo la dura requisitoria con cui il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli aveva criticato il comportamento dei politici a contatto con persone poco raccomandabili.

Andrea Giambartolomei
(da “il Fatto Quotidiano”)

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FARSA SICILIANA: IL PD SCARICA CROCETTA, MA I SUOI QUATTRO ASSESSORI NON SI DIMETTONO

Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile

I MEMBRI DEL PD IN GIUNTA RIFIUTANO L’AUT AUT DEL PARTITO E ANCHE ROMA DA’ L’ORDINE DI “RICUCIRE I RAPPORTI”

Non si dimettono, anzi rimarranno saldi sulle loro poltrone nonostante il loro partito gli abbia dato un aut aut: o stanno con il Pd e si dimettono, oppure rimangono con Rosario Crocetta.
Tertium non datur. Almeno per il momento, i quattro assessori regionali indicati undici mesi fa proprio dal Pd alla terza opzione non hanno voluto neanche pensare: rimarranno fedeli al governatore, che ieri sera è stato di fatto scaricato dai democratici siciliani.
“Le nostre nomine sono state concordate con il Pd e noi siamo quattro dirigenti del Pd: nessuno può giocare ad essere più piddino dell’altro: io non mi dimetto”, ha esordito stizzita la giovane Nelli Scilabra, ex senatrice accademica dell’Università  di Palermo, poi elevata al vertice del delicato assessorato alla Formazione su indicazione del senatore Beppe Lumia.
“Non ci dimettiamo perchè non c’è più tempo per la Sicilia”, ha rincarato la dose l’assessore all’Ambiente Mariella Lo Bello, che fino a ieri sera era completamente all’oscuro del terremoto politico messo in cantiere dal suo partito.
“Ho letto ora su livesicilia (quotidiano online palermitano ndr.) quello che stava succedendo e sono arrivata qui” raccontava, intervenendo all’assemblea dei democratici convocata proprio per scaricare il governo di cui fa parte, insieme all’altro assessore Nino Bartolotta, anche lui rimasto fedele a Crocetta.
Rimane in sella, almeno per ora, anche l’assessore al Bilancio Luca Bianchi che ha dalla sua i gradi di tecnico in prestito da Roma, da dove è stato inviato in Sicilia dopo essere stato vice presidente dello Svimez.
“Io vengo da un’esperienza esterna, ho studiato il Mezzogiorno per anni: ho fatto molta teoria e zero pratica. Per questo ho accettato la proposta di venire in Sicilia, e credo che l’esperienza sul campo sia stata molto positiva. Non mi dimetterò, non prima di capire se è possibile che si ricostruisca il rapporto tra governo e partito. Certo, non parteciperò a nessun governo che non abbia l’appoggio del Pd”.
La posizione di Bianchi è la cartina di tornasole di come i dirigenti nazionali del Pd abbiano preso il terremoto messo a punto dai loro omologhi siciliani.
Da Roma dunque l’obbiettivo è ricucire i rapporti tra i democratici siciliani e Crocetta, che nella capitale sembra godere ancora di credito.
Il governatore scaricato dal Pd siciliano ha continuato fino ad oggi a tenersi lontano da Palermo. Da Catania, dove continua a seguire le condizioni mediche degli uomini della sua scorta coinvolti in un incidente, fa sapere di non aver intenzione di riagganciare i contatti col suo partito.
“Io dovrei chiamarli? No, chi lo pensa allora non mi conosce. Non posso entrare in questi giochi di potere, la verità  è che tra me e loro c’è un problema di linguaggio, di comunicazione”.
A Palazzo dei Normanni, intanto, il caos regna sovrano.
Il Movimento Cinque Stelle ha in serbo già  da settimane una mozione di sfiducia contro Crocetta, e lo stesso Nello Musumeci, leader della destra sconfitto alle elezioni, rimane alla finestra in attesa che il governo dell’ex sindaco di Gela naufraghi definitivamente.
Un’ipotesi che non è per nulla scontata.
Se in teoria è vero che oggi Crocetta non avrebbe più la maggioranza in parlamento regionale, è vero anche che troppo spesso Palazzo dei Normanni ha assunto le sembianze di un vero e proprio mercato di voti e deputati.
In seno agli stessi democratici, oltre agli assessori, iniziano infatti a sfilarsi altri esponenti di partito.
Il primo è stato Fabrizio Ferrandelli, neo leader della corrente di Matteo Renzi all’Ars, che già  in mattinata ha utilizzato l’inglese per andare incontro al governatore, non allontanandosi troppo dal suo partito.
“Stabiliamo una road map tutti insieme — ha detto mimando il lessico british del sindaco di Firenze — Facciamo una road for peace and change, una tabella di marcia per la pace e soprattutto per il cambiamento”.
Non parla inglese ma volge lo sguardo comunque all’estero Marco Forzese, eletto deputato dell’Udc, inserito nella lista dei cosiddetti candidati impresentabili in campagna elettorale per un’indagine sulle promozioni facili al comune di Catania, che per garantire l’appoggio a Crocetta guarda invece addirittura alla Spagna.
“È arrivato il tempo — ha detto il deputato fondatore del movimento Democratici e Riformisti — di creare un modello simile a quello della Catalogna che prevede sì la presenza dei partiti nazionali in Sicilia, ma in una logica di confronto con un grande partito regionale che insieme possiamo rappresentare”.
E anche dall’opposizione arrivano segnali di apertura nei confronti di Crocetta.
Il deputato del Pdl Vincenzo Vinciullo, per esempio, guarda al governo Letta, proponendo immediatamente un “patto istituzionale tra partiti per salvare la Sicilia dal default”: una sorta di governo delle larghe intese con il presidente del Pd, sostenuto da Udc, Pdl e vari deputati apolidi in ordine sparso.
Senza, però, l’apporto degli stessi democratici che, dopo aver appoggiato Raffaele Lombardo fino alla vigilia delle dimissioni, adesso hanno scaricato il primo presidente di centro sinistra eletto in Sicilia.
Come dire che dopo anni di strapotere del Pdl e di Totò Cuffaro, a sinistra abbiano dimenticato ad amministrare le vittorie.

Giuseppe Pipitone

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IL PD SCARICA CROCETTA E RITIRA GLI ASSESSORI: DOPO NOVE MESI LA RIVOLUZIONE E’ GIA’ FINITA

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

“NON CI RICONOSCIAMO PIU'”: DOPO LA LITE SUL “MEGAFONO”, LA LISTA PERSONALE DEL GOVERNATORE, ORA A PESARE E’ IL RIFIUTO AL RIMPASTO OPPOSTO DA CROCETTA

Si sono riuniti all’hotel che fu dei fratelli Graviano, il San Paolo Palace di Brancaccio, per mettere le carte in tavola e definire finalmente i rapporti che legano il Partito democratico al governatore della Sicilia Rosario Crocetta.
E mentre a Roma l’assemblea nazionale si è infiammata, a Palermo il responso è stato univoco: il Pd ha scaricato la giunta regionale guidata dell’ex sindaco di Gela.
“Noi non ci riconosciamo più nell’azione del governo Crocetta, non ci sentiamo più vincolati a sostenere l’azione di un governo che sta commettendo errori gravi che si ripercuoteranno sui siciliani: da adesso, valuteremo provvedimento per provvedimento e atto per atto” è stato il de profundis recitato all’assemblea siciliana dei democratici dal segretario regionale Giuseppe Lupo.
Per Crocetta dunque è scattata l’ora X della crisi di governo: da domani dovrà  governare senza l’appoggio del suo partito.
“Il governo Crocetta ha un’idea politica diversa dal partito. Gli assessori in giunta ormai, dopo quello che è successo, non possono più considerarsi rappresentanti del Pd: traggano le loro conclusioni” ha rincarato la dose Antonello Cracolici, in passato sostenitore dell’alleanza con Raffaele Lombardo, e ora principale oppositore del governatore.
Crocetta ha preferito non intervenire all’assemblea, annunciando di voler seguire le condizioni degli uomini della sua scorta, coinvolti in un incidente automobilistico alcuni giorni fa.
“Mi aspettavo una visita da parte loro. Un atto fatto col cuore, di amore. Ma la politica lo conosce il linguaggio del cuore?’ — ha replicato il presidente da Catania — Per me si continua il programma che è stato concordato con il popolo siciliano. Io non mi faccio condizionare da alcuno e non sarò il pupo di alcuno”.
La decisione del Pd di mollare il presidente arriva dopo un’estate infuocata: sul banco degli imputati era finita la decisione di Crocetta di creare Il Megafono, il suo movimento personale.
Una lista che non è stata digerita dai democratici perchè sottrarrebbe voti proprio al Pd.
E non è un caso se l’ultimo sodale rimasto a Crocetta è proprio il senatore Beppe Lumia, anche lui ex sostenitore dell’alleanza del Pd con Lombardo, e oggi rieletto a Palazzo Madama proprio nella lista del Megafono, senza quindi dover passare dalle primarie.
“Questo è il primo presidente della Regione di cui non dobbiamo vergognarci” è stato l’intervento di Lumia in difesa di Crocetta, mentre dalla platea parecchi abbozzavano un sorriso: “E Mattarella dove lo mettiamo” ricordava qualcuno ridacchiando.
Il Pd non ha digerito soprattutto l’opposizione netta di Crocetta ad un rimpasto: in giunta sono rimasti soltanto assessori tecnici di area politica, ma nessun parlamentare o politico di ruolo è stato accolto dal governatore, come invece avevano chiesto dalla maggioranza.
“Non è vero che noi puntiamo solo alle poltrone — ha smentito Lupo — ma mi ha fatto molto male leggere che il presidente, che si considera un condannato a morte dalla mafia, abbia ventilato l’ipotesi che il Pd potesse lasciarlo da solo su questo tema. È un’offesa a un partito da sempre in prima fila nella lotta all’illegalità ”.
Ad ascoltarlo proprio dalle prime file della platea c’erano attentissimi Nino Papania e Mirello Crisafulli, i due ex parlamentari nazionali cancellati dalle liste del Pd alle ultime elezioni politiche dopo l’appello di Franca Rame contro gli impresentabili.
E l’unico che non sembra deluso da Crocetta sembra essere proprio Crisafulli. “Io deluso dall’assenza di Crocetta? E perchè mai? Io sono qui per parlare col mio partito. Crocetta fa parte del Megafono, come è evidente, visto che fa anche le feste…” sibilava l’ex deputato, che aspettando l’inizio dell’assemblea si è adagiato su una panchina scrutando da lontano i vari compagni di partito che arrivavano alla chetichella.
Poche ore dopo avrebbero puntualmente scaricato Crocetta.
Dopo decenni di strapotere del Pdl e della destra, dopo l’appoggio al governo di Raffaele Lombardo, il Pd in Sicilia è imploso appena 11 mesi dopo la storica vittoria delle elezioni regionali.

Giuseppe Pipitone

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“UNDICIMILA EURO AL MESE? TROPPO POCHI”: I DEPUTATI SICILIANI NON SI TAGLIANO LO STIPENDIO

Settembre 19th, 2013 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE SI DIMETTE: “I COLLEGHI RINVIANO SEMPRE IL TAGLIO DI 2.000 EURO”

Undicimilacento euro lordi, per dodici mesi, per cinque anni di legislatura, sono troppo pochi. Almeno per i deputati dell’Assemblea Regionale Siciliana, che dall’inizio dell’anno si riuniscono per tentare di tagliarsi lo stipendio.
Un taglio minimo, di appena duemila euro lordi al mese, come previsto dal decreto Monti, ma che evidentemente deve essere sembrato troppo corposo ai parlamentari siciliani.
“Come si permettono da Roma a mettere il naso nella nostra busta paga?” si saranno chiesti i deputati della commissione sulla spending review, creata appositamente per recepire il decreto legge numero 172 del 2012, che impone un taglio agli stipendi di tutti gli amministratori.
Autotassarsi però è sempre difficile, soprattutto in periodo di crisi, anche se attualmente in Sicilia i deputati regionali non sono esattamente al verde, dato che portano a casa ben 13 mila euro lordi al mese.
La commissione per la spending review ha avuto quindi vita difficile.
E il presidente, il deputato del Pd Antonello Cracolici, ha ben pensato di dimettersi, evitando di prestare la faccia alla cupidigia dei colleghi.
“Qualcuno voleva traccheggiare, si riunivano prima della seduta della commissione e cercavano il rinvio” ha detto il parlamentare democratico. A far saltare il tavolo è stato, come spesso capita sull’isola, il nodo della famosa Autonomia della Regione Sicilia.
Concetto troppo spesso levato a mo’ di scudo per difendere prebende e privilegi che in altre regioni semplicemente non esistono.
In Sicilia, infatti, una legge del 1965 equipara l’Assemblea parlamentare al Senato della Repubblica, e anche lo stipendio dei deputati è equiparato a quello dei senatori: che tra diaria, gettoni e indennità  possono arrivare a guadagnare anche 15 mila euro lordi al mese.
Potevano gli onorevoli deputati rinunciare a tutto ciò, accontentandosi di “appena” undicimila euro e spiccioli? Ovvio che no.
“Io ho avanzato l’ipotesi che il deputato regionale siciliano guadagnasse quanto un consigliere regionale della Lombardia o dell’Emilia Romagna. Altrimenti sarebbe passato solo il messaggio che lo Statuto siciliano è fonte unicamente di privilegi” ha spiegato Cracolici, che si è dimesso dopo che ieri pomeriggio era arrivato sul suo tavolo un emendamento firmato dall’onorevole Riccardo Savona, recentemente migrato dai banchi dell’opposizione a quelli della maggioranza di Rosario Crocetta.
Oggetto dell’emendamento di Savona era la proposta di sganciare la riforma sul taglio degli stipendi dal decreto Monti, facendo invece riferimento proprio alle buste paga del Senato.
In pratica i deputati erano d’accordo ad abbassarsi lo stipendio fino a undicimila euro, ma rimanendo sempre agganciati alla situazione di Palazzo Madama.
Un taglio momentaneo dato che, passato questo periodo di vacche magre, a Roma gli stipendi potrebbero ricominciare a salire.
E così anche a Palermo. Dove undicimila euro al mese sono pochi e i parlamentari hanno imparato a salvaguardarsi il futuro anche quando debbono tagliarsi lo stipendio.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL SOGNO DI UN’ITALIA SENZA REGIONI E PROVINCE MA CON 36 DIPARTIMENTI

Luglio 24th, 2013 Riccardo Fucile

LA PROPOSTA DELLA SOCIETA’ GEOGRAFICA ITALIANA PER RENDERE OMOGENEE LE AREE   E RIDURRE GLI SPRECHI

Il termine non è particolarmente elegante, ma rende bene l’idea di quanto accaduto in Italia nel dopoguerra: «Iperterritorializzazione».
All’inizio, spiega la Società  geografica italiana, c’erano le Province, retaggio tipico di un Risorgimento che aveva rinnegato il federalismo.
Lo Stato unitario era stato modellato sull’organizzazione centralistica di stampo napoleonico con 59 ripartizioni territoriali di dimensioni ottimali per poter essere attraversate in una giornata di cavallo.
Poi sono arrivate le Regioni, le quali avrebbero dovuto mettere fine a quel modello avviando la stagione delle autonomie e del decentramento.
Invece le Province hanno preso a lievitare come la panna montata.
Alla nascita delle Regioni, nel 1970, erano 94, tre in più rispetto al 1947.
Oggi sono 110. E con loro si moltiplicavano Unioni dei Comuni, Comunità  montane, Comunità  collinari, Circoscrizioni comunali, Circondari, Aree di sviluppo industriale, Ambiti turistici, Centri per l’impiego…
Per non parlare dell’inestricabile groviglio degli enti intermedi fra Comuni, Province e Regioni: dalle aziende sanitarie locali alle migliaia di società  pubbliche locali, agli ambiti territoriali ottimali, ai consorzi di bonifica, perfino alle istituzioni scolastiche. E l’autonomia si è trasformata in un delirio.
Sovrapposizioni di competenze, duplicazione di funzioni, moltiplicazione di responsabilità  senza che nessuno sia davvero responsabile.
Il tutto con ben cinque Regioni (o sei, considerando le Province autonome di Trento e Bolzano) a statuto talmente speciale da metterle di fatto al riparo da qualunque condizionamento centrale.
Un coacervo talmente complicato che nessuno è oggi nemmeno in grado di dire con esattezza quante siano in Italia le pubbliche amministrazioni: una recente ricognizione le ha stimate in un numero prossimo a 46 mila.
Ma oltre una semplice stima non si è ancora riusciti ad andare, appunto.
Il che la dice lunga sul disordine prodotto da questa superfetazione incontrollata di livelli amministrativi.
La riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra nel 2001 ha poi contribuito a far impazzire definitivamente la maionese, decentrando poteri spesso in modo irrazionale: basti dire che ogni Regione poteva farsi il bilancio con principi contabili propri, e che fra le materie di concorrenza legislativa fra Stato e Regioni era stato messo anche il lavoro.
Come se le aziende del Lazio potessero avere sui contratti relativi agli stessi mestieri regole diverse da quelle della Campania.
Non è un caso, dunque, che proprio dall’inizio del nuovo secolo la spesa pubblica abbia cominciato ad aumentare esponenzialmente: in dieci anni i bilanci regionali sono raddoppiati, senza che alla crescita delle spese in periferia abbia corrisposto una riduzione analoga delle spese dello Stato centrale.
E fare marcia indietro ora si rivela complicatissimo, come dimostra la telenovela dell’abolizione delle Province.
Parte da qui un’idea che la Società  geografica italiana aveva già  presentato all’inizio di marzo, provando a immaginare un’Italia con una articolazione territoriale completamente diversa.
Senza più le 110 Province (109 al netto della valle d’Aosta, dove Provincia e Regione coincidono), nè le 20 Regioni (21, considerando le Province autonome di Trento e Bolzano): al loro posto 36 dipartimenti regionali più omogenei per radici storiche e fondamentali economici.
Qualche esempio aiuta a capire.
L’attuale Piemonte verrebbe suddiviso in tre Regioni più piccole: una comprendente i territori di Asti, Cuneo e Alessandria, la seconda coincidente con la Provincia di Torino e la terza ottenuta dall’unione di Novara, Vercelli e la Valle D’Aosta.
Ancora. Le Province di Brescia, Verona e Mantova dovrebbero dare luogo a una piccola Regione a cavallo fra l’attuale Lombardia e il Veneto.
Così come al Sud si unirebbero Campobasso e Foggia. Mentre La Spezia confluirebbe nella piccola Regione tirrenica composta da Pisa, Livorno, Lucca e Massa Carrara.
Gli unici dipartimenti a coincidere con gli attuali confini regionali sarebbero Marche, Umbria, Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.
Facile immaginare le possibili reazioni: non troppo differenti, supponiamo, da quelle che hanno accolto, impallinandola, la proposta di accorpamento delle Province partorita dall’ex ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi.
Pensate alla fusione fra Pisa e Livorno. Con Lucca, poi…
E l’integrazione fra Firenze e Prato? Ci sono voluti decenni per dividere le due Province e ora di nuovo insieme, per giunta con Pistoia e Arezzo.
Come spiegare poi a viterbesi e reatini che il loro destino sarebbe di confluire in una microregione con Roma?
O ai cremonesi che la via maestra li porterebbe nelle braccia di Parma e Piacenza?
Niente più che una simulazione, ovvio.
Con zero speranze di fare breccia nel marasma legislativo, dove, ancora prima di vedere la luce, il disegno di legge che svuota le Province cui sta lavorando il ministro Graziano Delrio non ha vita facile.
Ma con l’aria che tira può essere già  considerato un successo, per la Società  geografica ora presieduta da Sergio Conti, che la proposta venga esaminata da un «tavolo tecnico» al ministero degli Affari regionali con il sottosegretario Walter Ferrazza, candidato senza fortuna alle ultime politiche con il Mir di Gianpiero Samorì e poi ripescato al governo, nonchè tuttora sindaco di Bocenago, 400 abitanti in Provincia di Trento.
Il quale si ritrova fra le mani un autentico scoop.
Per la prima volta, da quando esistono le Regioni, sul tavolo del governo c’è una proposta che sia pure come caso di scuola ne mette in discussione la loro stessa esistenza: sulla base di quell’assunto del famoso geografo Calogero Muscarà  che nel 1968, un paio d’anni prima che venissero create, le definì «una conchiglia vuota sul piano identitario».
Un guscio che però negli anni si è riempito di potere e soprattutto denaro.
Tanto denaro: ogni anno le Regioni gestiscono più di 200 miliardi di euro.
Oltre un quarto di tutta la spesa pubblica.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)

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LE ASSURDE SPESE “SPAZIALI” DELLE REGIONI A PARIGI

Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile

ALL’AIR SHOW DI LE BOURGET PADIGLIONI DEL PIEMONTE, DI “UMBRIA TRADE AGENCY” E PERSINO DI “APULIA REGIONE”…LE REGIONI ITALIANE HANNO 178 SEDI ESTERE

Lo slogan dice: «Per rafforzare il Made in Piemonte nel mondo».
Il Made in Piemonte? Proprio così.
Questa   è la missione del Centro estero per l’internazionalizzazione.
Come stupirsi, allora, davanti a uno stand del Ceipiemonte all’Air Show di Le Bourget, Parigi?
E passi che sia anche quello uno dei tanti organismi pubblici regionali. Quando all’estero c’è   da mostrare i muscoli, la Regione Piemonte non si è mai tirata indietro. Sinistra o destra, non fa differenza.
La precedente amministrazione della democratica Mercedes Bresso seguiva con affetto ed entusiasmo le imprese dei piloti piemontesi in MotoGp, tanto da presentarsi con un proprio spazio espositivo al Gran Premio di Turchia del 2005?
L’attuale governatore leghista Roberto Cota ha scatenato un’offensiva senza precedenti nel settore aerospaziale.
Per apprezzarne la portata è sufficiente scorrere la lista degli espositori al salone parigino che si è appena concluso. Dove non mancava, appunto, la Regione Piemonte.
Ma anche il suddetto Ceipiemonte. E la finanziaria regionale Finpiemonte. Poi la Camera di commercio di Torino, che di Finpiemonte è anche azionista. Il Politecnico di Torino, che partecipa a una società  con Finpiemonte. Nonchè Torino Piemonte aerospace, ovvero «un progetto della Camera di commercio di Torino gestito da Ceipiemonte al servizio delle imprese piemontesi eccellenti della filiera aeronautica», spiega il sito Internet. Per un totale di sei – soggetti pubblici – sei.
Sbaglierebbe, però, chi pensasse a un’esperienza unica.
Nell’elenco degli espositori italiani a Le Bourget, accanto all’Università  di Perugia, figura infatti lo stand dell’Umbria trade agency, o Centro estero Umbria.
Di che cosa si tratta? È un organismo costituito dalla Regione Umbria nel 2009 insieme alle Camere di commercio di Perugia e Terni, per promuovere «l’internazionalizzazione delle imprese umbre».
Una specie di Ice regionale, insomma.
Peccato che al salone parigino ci fosse anche uno stand di Umbra aerospace, l’associazione delle imprese di settore che ha come «partner istituzionali» tanto la Regione Umbria quanto L’Umbria trade agency. Poco male. Melius abundare.
Del resto, si sarebbe potuto rinunciare a una presenza all’Air show della «Apulia Region» (Regione Puglia) causa presenza a poca distanza di un padiglione Alenia aeronautica del gruppo Finmeccanica, che ha stabilimenti a Foggia, Brindisi e Grottaglie, in Provincia di Taranto?
«Stimolare i processi di innovazione e competitività  nel settore aerospaziale pugliese con un attenzione particolare per la formazione: questo l’obiettivo della partecipazione della Regione Puglia» secondo il sito Puglialive.net.
Un salto di qualità  rispetto a quando gli assessori regionali, come l’ex vicepresidente della Giunta pugliese Sandro Frisullo, nel 2007, si limitavano alle «visite istituzionali» al salone dell’aeronautica.
Ma ancora ben distante dalle vette toccate da alcuni enti come la Regione Lazio, che nel 2005 contribuì al finanziamento della missione spaziale Soyuz con a bordo il cosmonauta viterbese Roberto Vittori e un seguito di prodotti tipici laziali: dalle olive di Gaeta al pecorino della Sabina.
Un accoppiamento, quello fra le stelle e le prelibatezze alimentari, sperimentato anche dalla Regione Campania nell’ottobre 2011 al Congresso internazionale di astronautica di Cape Town, in Sudafrica.
Nell’ambito del programma «Campaniaerospace».
Da quando le Regioni hanno preso a gestire valanghe di denaro, la tentazione di comportarsi come Stati sovrani è stata inarrestabile.
Ecco allora le ambasciate regionali, gli assessorati all’internazionalizzazione (ce l’ha, per esempio, la Regione Calabria), le agenzie di promozione all’estero, fino all’esplosione di una selva di surreali marchi territoriali: Made in Piemonte, Made in Lombardy…
Alcuni finiti sotto la tagliola della Consulta, che nel luglio del 2012 ha dichiarato l’illegittimità  costituzionale di una legge della Regione Lazio approvata durante la giunta di Renata Polverini che aveva istituito un elenco di prodotti «Made in Lazio» realizzati con materie prime laziali.
Una corsa a perdifiato, nell’indifferenza istituzionale più assoluta.
Non sono riusciti ad arginarla nè i governi che da vent’anni a questa parte si sono alternati alla guida del Paese, tantomeno i politici locali.
Nel 2010 il ministro dell’Economia Giulio Tremonti fece il conto, scoprendo che fra ambasciate, consolati, uffici di promozione, antenne commerciali e punti d’appoggio, le Regioni italiane potevano contare su 178 sedi estere.
Il solo Piemonte poteva contare su 23 basi oltrefrontiera, attivate da «accordi con realtà  locali», rispose così a Monica Guerzoni del «Corriere» l’assessore della giunta di Roberto Cota, Elena Maccanti, proprio grazie al Ceipiemonte.
Nell’elenco, Corea del Sud, Lettonia, Costa Rica…
Una trentina, invece, quelle della Lombardia: dal Brasile alla Cina, passando per Russia, Israele, Giappone, Perù, Uruguay, Polonia, Moldova, Kazakistan.
Mentre la Regione Lazio poteva contare su un contact point a Bucarest, Romania.
Il sito dice che c’è tuttora un consiglio di amministrazione di tre persone, una struttura tecnica con un direttore e tre dipendenti oltre a quattro consulenti.
Ben 21 sedi delle Regioni italiane erano poi nella sola Bruxelles, dove l’ex viceministro Adolfo Urso avrebbe voluto razionalizzarne la presenza, concentrandole almeno tutte nello stesso luogo fisico, una specie di «Palazzo Italia».
Com’è andata a finire? Indovinate…

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)

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