Novembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
ASSUNTI DA CUFFARO, COSTANO 4.000 EURO AL MESE A TESTA, 3,2 MILIONI DI EURO L’ANNO… E REDATTORI DA COORDINARE NON CE NE SONO… “CON QUEI SOLDI LA REGIONE PUO’ PAGARE 200 PRECARI”
Ventuno capiredattori, con uno stipendio da quattro mila euro al mese a testa e nessun redattore semplice da coordinare. Sembra la redazione dei sogni e invece è “soltanto” l’ufficio stampa della presidenza regionale siciliana.
Un ufficio che, numeri alla mano, dovrebbe produrre la migliore comunicazione del mondo.
Ma a Rosario Crocetta, neo eletto governatore della Sicilia con il Pd e l’Udc, quell’ufficio stampa fatto di soli capiredattori non va proprio a genio.
E per questo ha intenzione di azzerarlo. “Quei 21 giornalisti sono decaduti dal giorno in cui mi sono insediato e se sono ancora al loro posto lo sono in modo volontario e li ringrazio, per carità gli verranno retribuite queste giornate lavorative”, ha sentenziato il neo presidente, mettendo in apprensione tutti i componenti dell’ufficio stampa più ricco d’Italia.
Assunti ai tempi in cui sullo scranno più alto di palazzo d’Orleans sedeva Salvatore Cuffaro, l’ex governatore condannato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, i ventuno capiredattori erano passati indenni all’arrivo di Raffaele Lombardo, che li aveva confermati in toto.
Adesso però Crocetta intende iniziare la sua spending review proprio dall’ufficio stampa presidenziale. “Costano 3,2 milioni di euro all’anno, con questi soldi la Regione può pagare 200 precari. Nemmeno alla Rai o a Repubblica ci sono 21 capiredattori” ha calcolato il neo governatore che poi ha puntato il dito contro Gregorio Arena, l’addetto stampa della presidenza di stanza a Bruxelles.
“Da eurodeputato sono stato nella sede della Regione a Bruxelles una dozzina di volte e lui non c’era, dicono che era in ferie. L’ho trovato a lavoro soltanto una volta. Quell’ufficio stampa non serve a nulla e costa dodici mila euro al mese”.
Le dichiarazioni dell’ex sindaco di Gela hanno ovviamente provocato una serie di reazioni dagli organi di categoria.
A cominciare proprio dal cdr dell’ufficio stampa presidenziale, che ha sottolineato come “qualsiasi decisione non possa essere assunta se non attraverso il rispetto delle norme previste dal contratto di lavoro dei giornalisti, a noi applicato, e dallo Statuto dei lavoratori”.
“Se i giornalisti vorranno fare vertenza, lo facciano pure — ha replicato il neo governatore — . Non hanno un rapporto a tempo indeterminato perchè non hanno fatto un concorso pubblico, il loro rapporto è fiduciario. Presentino i curricula e li verificherò assieme agli altri che riceverò”.
Crocetta però prima di azzerare l’ufficio stampa dovrà fare i conti con i contratti giornalistici a tempo indeterminato che blindano di fatto la posizione dei giornalisti. E anche la posizione dell’addetto stampa a Bruxelles è blindata per almeno tre anni.
In caso contrario la Regione dovrebbe pagare un anno di stipendio a tutti i giornalisti sollevati dall’incarico dal neo governatore.
“Abbiamo difeso dagli attacchi arroganti, mossi dai predecessori di Crocetta, i giornalisti che scrivevano su di loro — ha scritto l’ordine dei giornalisti in una nota — e difendiamo ora i giornalisti dagli attacchi arroganti di chi vuol cambiare tutto per non cambiare niente”.
In passato anche la Corte dei Conti si era interessata alla vicenda, aprendo un’indagine che calcolava in circa cinque milioni e trecento mila euro il danno erariale provocato dall’istituzione dell’ufficio stampa. Alla fine però i magistrati contabili avevano assolto sia Lombardo che Cuffaro.
Nel frattempo va prendendo forma la nuova giunta regionale.
Lunedì dovrebbe essere il giorno in cui Crocetta nominerà il nuovo assessore all’energia.
Un ruolo che sarà occupato da Nicolò Marino, per anni magistrato antimafia a Catania e oggi sostituto procuratore a Caltanissetta dove ha indagato sulla strage di via d’Amelio.
Il nome di Marino circola da giorni, ma solo nelle ultime ore il magistrato ha annunciato che sarà a Palermo lunedì per partecipare ad una conferenza stampa con Crocetta a Palazzo d’Orleans.
“Il resto lo desumete da voi” ha glissato il magistrato catanese.
Come dire che sta per appendere la toga al chiodo.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 11th, 2012 Riccardo Fucile
I LEGALI DEL LOBBISTA: CARCERE ECCESSIVO, RICORDO A CORTE DIRITTI
Una «allarmante indifferenza al rispetto delle regole». E «ai principi che dovrebbero governare i comportamenti in settori rilevanti quali quelli economici », in particolare «quelli che attengono al corretto esercizio di attività di grande impatto sulla collettività quale la cura e la salute».
I giudici del Tribunale del Riesame sono molto duri, nel descrivere il comportamento del faccendiere Pierangelo Daccò, nelle motivazioni con cui respingono l’ennesima richiesta di scarcerazione presentata dal suo difensore, Gian Piero Biancolella, che proponeva i domiciliari.
Ieri l’avvocato, prima dell’udienza nella quale il suo assistito è stato interrogato per rogatoria a Milano dai magistrati di Lugano, ha denunciato con veemenza il trattamento nei confronti del suo assistito, in carcere a Opera da un anno: «È un caso di interesse per la Corte dei diritti dell’uomo».
E ha rievocato le polemiche sulla carcerazione preventiva ai tempi di Mani Pulite: «Oggi è stato condotto in tribunale con gli schiavettoni ai polsi».
Biancolella denuncia «il silenzio della società civile» e un atteggiamento di «garantismo a singhiozzo: non trovo lo stesso virtuosismo garantista in tutte le vicende, indipendentemente dalla coloritura politica».
Il grande amico e anfitrione dei viaggi all’estero di Roberto Formigoni, è l’«unico detenuto», sottolinea Biancolella, nello scandalo sulla fondazione Maugeri che vede indagato per corruzione, fra gli altri, lo stesso governatore lombardo.
E in questi giorni è al centro di un fuoco incrociato: su di lui indagano, oltre ai pm milanesi Greco, Orsi, Pastore, Pedio e Ruta, anche il procuratore svizzero Raffaella Rigamonti, che sta approfondendo le operazioni di riciclaggio da lui realizzate attraverso le banche elvetiche.
Condannato a dieci anni nel processo abbreviato per il crac San Raffaele, Daccò è però continuamente evocato nel dibattimento sull’ospedale San Raffaele che si sta svolgendo con rito ordinario e nel quale oggi è prevista la deposizione del fiduciario svizzero Giancarlo Grenci.
A delineare quale fosse esattamente il ruolo di Daccò nella sanità lombarda, è stato, nell’udienza del 12 ottobre Mario Valsecchi: «Agevolava – ha spiegato l’ex direttore generale del San Raffaele – l’emanazione di normative o comunque provvedeva a facilitare la Fondazione nell’ottenimento della presentazione di richieste finalizzate all’ottenimento di certi benefici».
Quali, esattamente? Le norme emesse dalla giunta Formigoni che hanno evitato che l’ospedale finisse sul lastrico già nel 2004 («quando i debiti erano già intorno al miliardo di euro»), ma continuasse a vivere nonostante i debiti fossero già stratosferici (il crac da 1 miliardo e mezzo è stato dichiarato un anno fa).
All’«agevolatore» Daccò – secondo la versione di Valsecchi – in cambio dei «benefici» garantiti venivano girati fior di quattrini in nero.
Nel 2008, per fare un esempio, gli furono girati «non so se 200 o 250 mila euro». «E questo quando avvenne?», lo incalza il pm di Milano, Luigi Orsi.
«Dopo l’emanazione della legge», risponde Valsecchi.
In cambio di leggi poi approvate dalla Regione, e che avrebbero oggettivamente permesso al San Raffaele di continuare a nascondere i propri spaventosi buchi di bilancio, Daccò si presentava all’incasso dei vertici della fondazione.
E, seguendo la versione dell’ex direttore generale, sarebbe successo almeno in due occasioni, con l’approvazione delle «leggi regionali numero 34 e 7».
«Che comunque avevano portato della nuova liquidità e l’avrebbero portata nel futuro». Il salvagente lanciato a don Verzè dalla Regione grazie alla norma 34, ha permesso di erogare «finanziamenti a fondo perduto».
La norma numero 7, invece, «di vedere incrementato su alcune voci il proprio Drg (le prestazioni rimborsabili dal servizio sanitario, ndr), fino a un massimo del 25%». Attraverso questa riforma, secondo questa versione suggerita da Daccò ai piani alti del Pirellone, per i calcoli di Valsecchi al «San Raffaele garantì un incremento lordo di circa 45/46 milioni di euro».
Davide Carlucci e Emilio Randacio
(da “La Repubblica”)
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Novembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
GIA’ PUBBLICO MINISTERO A ROMA, ATTUALMENTE AL DIPARTIMENTO DELL’AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA, POTREBBE CONTRIBUIRE A RIDARE UN’IMMAGINE PRESENTABILE AL PARTITO
Potrebbe uscire dalla magistratura la carta a sorpresa del centrodestra per affrontare le prossime elezioni regionali dopo lo scandalo dei fondi ai gruppi consiliari.
Alcuni settori del Pdl avrebbero puntato sull’attuale vice capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Simonetta Matone, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni di Roma.
Dopo Polverini dunque ancora una donna.
Volto noto anche al grande pubblico televisivo, grazie alle presenze nei programmi che trattano di casi giudiziari in cui sono coinvolti bambini e minori, Matone è il jolly al quale settori del centrodestra vorrebbero affidare la sfida a Nicola Zingaretti, il candidato del centrosinistra già in pista da tempo e accreditato di un considerevole vantaggio.
Magistrato dal 1980, dal maggio 1991 è stata Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Roma, con il grado di Consigliere di Cassazione.
Dall’agosto del 2011 è vice capo del Dap.
Tra i riconoscimenti ricevuti, nel 2005 il Premio “Donna dell’anno 2005” della Regione Lazio.
“Sarei contento se ci fosse questa possibilità , ma credo che nessuno finora abbia parlato con lei”.
Così il senatore Andrea Augello, sull’ipotesi di candidatura alla presidenza della Regione Lazio, per il centrodestra, di Simonetta Matone.
Verso l’ex sostituto procuratore del Tribunale dei minorenni, dice Augello, “nutro non da oggi personale stima, è una figura importante per il suo impegno nella magistratura, nella pubblica amministrazione e per il suo impegno civile nei confronti della città “.
“Sarei contento della possibilità che il centrodestra possa presentare questa figura – conclude Augello – però allo stato devono ancora esserne poste le premesse”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
“NON POSSO ESSERE IL CANDIDATO DEL PDL”: ATTORNO A LUI SI FORMA UNA ALLEANZA RIFORMATRICE COM MONTEZEMOLO, GIANNINI, UDC, FLI … E ANNUNCIA AMBROSOLI COME ASSESSORE ALLA TRASPARENZA
Sembrava uno dei candidati possibile del Pdl alla poltrona che sta per lasciare Roberto Formigoni dopo scandali e inchieste.
Ma ha spiegato durante la trasmissione Omnibus su La7: “Se non fossi, come sarò, il candidato di una lista civica con espressioni della società civile che provengono anche da movimenti come quello di Giannino e Montezemolo — ha spiegato — non potrei tenere insieme rappresentanti del Ppe italiano come Fli e l’Udc, che non starebbero con un candidato del Pdl”.
Albertini ha ribadito di avere la tessera del Pdl, ma di “non frequentare il partito” e di essere stato “sindaco indipendente per anni”.
“Sono d’accordo che la Lega (che potrebbe far correre il neo segretario Roberto Maroni, ndr) esprima un proprio candidato — ha poi sottolineato — perchè è giusto che un partito che ha avuto i problemi che conosciamo, con una leadership divisa tra movimentisti e governisti, torni alle sorgenti del Po e chieda ai propri elettori di votare”.
Solo ieri proprio il presidente uscente della Lombardia invitava il partito di Silvio Berlusconi a non ripetere “gli errori siciliani” e dividersi sull’appoggio a un candidato piuttosto che a un altro.
Dal suo profilo Facebook Formigoni scriveva: “Diversi osservatori segnalano il rischio per il Pdl di ripetere le disavventure siciliane: andarono divisi nell’appoggio a due candidati e hanno consegnato la Regione alle sinistre. Hanno ragione. E’ un rischio che va evitato”.
Per il governatore “in campo in Lombardia c’è già un candidato forte, riconoscibile, con un profilo civico che oggi è indispensabile: è Gabriele Albertini. Stia bene attento chi punta ad alternative che sarebbero meno forti e meno credibili e che rischierebbero di spaccare il Pdl. Non ripetiamo gli errori siciliani”.
Da settimane Formigoni sponsorizzava l’ex primo cittadino alla guida della Regione, ma oggi il “candidato forte” si è tirato fuori.
Parlando del futuro, Albertini ha annunciato quale sarebbe la sua prima mossa come governatore: “La prima cosa che farei se fossi presidente della Regione Lombardia – ha spiegato – è proporre in pubblico a Umberto Ambrosoli di fare l’Assessore alla trasparenza e all’etica nella gestione della Regione. E’ un amico che stimo moltissimo – ha proseguito l’ex sindaco – mi farebbe piacere se potesse dare il suo contributo alle istituzioni anche se è stato candidato dall’altra parte politica, perchè la vera differenza la fanno le persone, non le appartenenze o le categorie o il partito per cui si vota”.
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Ottobre 30th, 2012 Riccardo Fucile
SCANDALO FONDI PDL: I SEI MEMBRI DELL’UFFICIO DI PRESIDENZA ACCUSATI DI ABUSO D’UFFICIO PER LA PROROGA AL SEGRETARIO GENERALE DELLA PISANA
I membri dell’ufficio di presidenza della Regione Lazio, tra i quali Mario Abbruzzese, presidente, e Isabella Rauti, consigliere di segreteria e moglie del sindaco Gianni Alemanno, sono indagati dalla procura di Roma per concorso in abuso d’ufficio.
Il filone d’inchiesta, nell’ambito del fascicolo sull’uso dei fondi del Pdl, riguarda la proroga dell’incarico al segretario generale del Consiglio regionale Nazzareno Cecinelli, che sarebbe dovuto andare in pensione.
NELL’ELENCO ANCHE ASTORRE
Oltre ad Abruzzese (Pdl) e Rauti (Pdl) sono indagati anche il vicepresidente del Consiglio regionale, Raffaele D’Ambrosio (Udc), e i consiglieri Gianfranco Gatti (Lista Polverini), Claudio Bucci (Idv) e Bruno Astorre (Pd).
L’inchiesta è nata da un accertamento del Nucleo tributario della Guardia di finanza. Anche la Corte dei Conti ha avviato un’inchiesta contabile dopo aver ricevuto una segnalazione dalla Procura.
PROROGA SENZA REQUISITI
Secondo il pm Alberto Pioletti, il 28 marzo 2012 l’ufficio di presidenza avrebbe prorogato l’incarico a Cecinelli in violazione delle disposizioni legislative sull’affidamento di incarichi dirigenziali a tempo determinato.
Il Nucleo tributario avrebbe già acquisito le delibere relative al segretario generale. L’episodio nel quale sono coinvolti è relativo al 28 marzo 2012 e riguarda il conferimento dell’incarico a Nazzareno Cecinelli di segretario generale del consiglio regionale del Lazio
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
LA LOTTA AGLI SPRECHI: CI SAREBBERO 24.000 ESUBERI DI PERSONALE
Inefficienze, sprechi, clientelismo.
C’è un po’ di tutto in questa cifra incredibile: 24.396.
Secondo l’ufficio studi della Confartigianato questo numero rappresenta l’eccesso di personale delle nostre Regioni.
Ma ciò che fa davvero impressione ancor più del numero in sè è il rapporto fra i dipendenti inutili e quelli utili.
Su tre persone impiegate nelle amministrazioni regionali ce n’è una di troppo.
Anzichè le attuali 78.679, ne sarebbero quindi sufficienti 54.283. Con un risparmio enorme: due miliardi, 468 milioni e 300 mila euro l’anno.
Cifra che equivale al 28 per cento dell’addizionare regionale dell’Irpef.
Tagliando il personale in eccesso nelle Regioni, insomma, ogni cittadino italiano potrebbe risparmiare 41 euro l’anno di tasse, ma con differenze enormi: dagli 8 euro del Veneto agli 82 della Basilicata, fino ai 705 (settecentocinque) della Valle D’Aosta
Come hanno fatto questo conto?
Le Regioni sono state per prima cosa suddivise in raggruppamenti omogenei per dimensione e categoria.
All’interno dei quali si sono poi individuati i relativi benchmark: la Sardegna per le Regioni a statuto speciale grandi, la provincia di Bolzano per quelle piccole, la Lombardia per le Regioni ordinarie grandi e la Liguria per quelle piccole.
Il calcolo è venuto di conseguenza: con risultati in qualche caso sorprendente.
Il Molise, per esempio. Secondo la Confartigianato per assimilarsi al modello più virtuoso delle piccole Regioni ordinarie dovrebbe perdere oltre i tre quarti del personale attualmente in servizio: 680 dipendenti su 902.
E poi la Campania, dove ben 4.746 impiegati su 7.501 risultano di troppo.
Ma lo studio non risparmia neppure alcuni degli enti considerati più virtuosi, come l’Emilia Romagna, la Toscana e il Veneto, che potrebbero fare a meno rispettivamente del 31,9, del 34,4 e del 20,7 per cento del personale.
In queste sole tre Regioni, seguendo il criterio adottato dall’ufficio studi dell’organizzazione degli artigiani, ci sarebbero circa 2.500 esuberi.
Per non parlare di situazioni come quella dell’Umbria, dove risulterebbe in eccesso addirittura il 54,8 per cento del personale: dieci punti più rispetto alla Calabria.
E la Sicilia, nella quale il numero astronomico dei dipendenti è sempre stato assunto a paradigma dello spreco?
Per la Confartigianato ha il 35,4 per cento di esuberi teorici: 6.780 persone.
Lo studio ricorda che la Regione siciliana spende per retribuire il proprio personale una cifra di poco inferiore all’esborso di tutte le quindici Regioni a statuto ordinario.
Si tratta (dati 2011) di un miliardo 853 milioni contro 2 miliardi 92 milioni.
Una cifra enorme, pur considerando che è comprensiva della spesa per le pensioni degli ex dipendenti, in questo caso a carico dell’amministrazione regionale.
E non c’è dubbio che il caso siciliano indichi come il problema sia particolarmente grave al Sud. Non a caso la stessa Corte dei conti, in un recentissimo rapporto, cita come significativa anche la situazione della Campania ” che fa registrare, nel 2008 una consistenza più che doppia rispetto alla Regione Lombardia, dato che persiste nel 2010 nonostante la riscontrata flessione del 7,73 per cento”.
Lo studio della Confartigianato rimarca che la Regione Campania, con il 59 per cento degli abitanti della Lombardia, ha il 126 per cento dei suoi dipendenti.
Ma la Corte dei conti sottolinea anche gli esempi “rappresentati dalle altre Regioni del Sud (Puglia, Calabria, Basilicata), le quali presentano una consistenza di personale sproporzionata alla dimensioni territoriali e alla popolazione in età lavorativa degli stessi enti”.
C’è poi la questione dei dirigenti, che in alcune Regioni sono decisamente più numerosi.
E qui non parliamo soltanto del Sud. In Valle D’Aosta ce ne sono 143.
Mentre le Province autonome di Bolzano e Trento ne hanno rispettivamente 403 e 256, contro i 251 della Lombardia.
Vero è che in questa Regione il numero dei dipendenti è tale da dare luogo a un rapporto fra dirigenti e non dirigenti particolarmente elevato.
In Lombardia c’è un ufficiale ogni 12,2 soldati semplici.
Ma è pur vero che ci sono Regioni dove questo rapporto è ancora più basso: in Molise c’è un dirigente ogni 10,7 impiegati.
E lo studio non dispone del dato siciliano, che per memoria risulta ancora più piccolo, dato che i dirigenti sono circa 2.000 a fronte di un numero di “non dirigenti” che nel 2011 si aggirava intorno ai 17 mila.
Con queste differenze è chiaro che il costo procapite sia fortemente squilibrato.
Nel Molise si tocca il massimo per le Regioni ordinarie, con 178 euro per far fronte alle retribuzioni del personale regionale a carico di ogni cittadino, contro una media di 45 euro e un minimo, riscontrato sempre in Lombardia, di 23 euro.
In Sicilia gli stipendi dei dipendenti regionali per 346 euro su ciascun abitante dell’isola: più del doppio rispetto ai 162 euro della Sardegna.
Un discorso simile, spiega l’ufficio studio della Confartigianato, si potrebbe fare anche con le burocrazie comunali.
Per cui ci sono, eccome, disparità territoriali non trascurabili. Anche se il risparmio che si potrebbe ottenere dagli oltre 8 mila Comuni è decisamente inferiore a quello calcolato per le Regioni: un miliardo 451 milioni contro quasi due miliardi e mezzo.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere dela Sera“)
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Ottobre 24th, 2012 Riccardo Fucile
LA FARSA DELLE ELEZIONI SICILIANE: SIA MICCICHE’ CHE LOMBARDO ORA CHIEDONO IL VOTO DISGIUNTO, UNO ALLA LORO LISTA E UNO AL CANDIDATO DEL CENTRO-SINISTRA PER IMPEDIRE LA VITTORIA DI MUSUMECI (E QUINDI DI ALFANO)
Il nome lascia già intendere l’inciucio che nasconde.
A Palermo l’hanno ribattezzato «patto della Crocchè», che tradotto dal siciliano suona come l’accordo della «crocchetta».
In realtà si tratta della crasi tra Rosario Crocetta, europarlamentare e candidato alla presidenza della Sicilia alle regionali per il Partito democratico e l’Unione di centro e Gianfranco Miccichè, candidato alla Regione alla guida di una coalizione in cui coabitano il Grande Sud, il partito dell’ex governatore Raffaele Lombardo e i finiani di Futuro e libertà .
A fronte degli ultimi sondaggi secondo cui l’elezione è un affare tra Crocetta e Nello Musumeci, candidato del Popolo della libertà , Lombardo e Miccichè avrebbero stretto un patto affinchè i loro voti siano dirottati sul candidato del Pd.
Con l’obiettivo di impedire la vittoria dell’uomo del segretario del Pdl Angelino Alfano, che in Sicilia si gioca una bella fetta di credibilità .
Tanto che in caso di sconfitta del partito di Silvio Berlusconi non sono escluse le dimissioni dell’ex delfino del Cavaliere.
L’accordo ideato da Miccichè e Lombardo sa di vendetta nei confronti di Alfano, che da giorni va ripetendo che in Sicilia la sfida è tra «Musumeci e Crocetta».
E che qualcosa si stia muovendo in Sicilia lo hanno confermato anche i diretti interessati.
Il candidato del Pdl ha infatti ammesso che «Lombardo sta facendo votare Crocetta».
Il braccio destro dell’ex governatore siciliano, il senatore Giovanni Pistorio, ha però negato l’esistenza dell’accordo: «Nulla da spartire con Crocetta», ha dichiarato.
Tuttavia c’è chi nel Movimento per l’autonomia di Lombardo è stato visto in incontri sospetti.
(da “Lettera 43“)
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Ottobre 21st, 2012 Riccardo Fucile
L’AVVOCATO, FIGLIO DI GIORGIO AMBROSOLI, SCRIVE: “RINGRAZIO QUANTI MI RITENGONO ALL’ALTEZZA, MA LA TEMPISTICA IMPEDISCE DI REALIZZARE L’UNICO PROGETTO NEL QUALE RIESCO A IMMAGINARE UNA MIA CANDIDATURA”
L’annuncio era atteso per domani, ma l’avvocato Umberto Ambrosoli ha deciso di rinunciare, oggi, alla candidatura a presidente della Lombardia per il centrosinistra.
E la comunicazione avviene tramite Twitter.
Umberto, penalista stimato, è figlio di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, ucciso su ordine del banchiere Michele Sindona l’11 luglio 1979.
In molti contavano su una risposta positiva perchè sembrava il nome giusto su cui si sarebbero convogliati anche i voti della società civile.
“Servire la collettività , vivere la responsabilità politica — ha scritto — è la più nobile delle ambizioni; ringrazio quanti mi ritengono all’altezza. Tuttavia, la tempistica oggi disponibile impedisce di realizzare l’unico progetto nel quale riesco a immaginare una mia candidatura”.
Ambrosoli che ieri sera aveva incontrato il sindaco di Milano (e anche avvocato) Giuliano Pisapia.
E oggi è arrivato il no ad accogliere la sfida di andare al Pirellone squassato negli ultimi mesi da uno scandalo dopo l’altro e decimato dagli arresti di assessori. I tempi, voto a dicembre per il presidente uscente Roberto Formigoni e in aprile per il segretario della Lega Roberto Maroni, sembrano troppo stretti al professionista per creare un progetto che preveda la “creazione di un gruppo di persone estremamente competenti sulle principali tematiche regionali; l’elaborazione di un programma concreto da proporre ai cittadini lombardi e intorno al quale impegnare una coalizione ampia; condivisione con i partiti aderenti circa i criteri selettivi (estremamente rigidi e severi) dei candidati al Consiglio; condivisione dei meccanismi di trasparenza, a partire dalla campagna elettorale”.
L’avvocato ha chiuso la sua comunicazione su Twitter con un ringraziamento: “Grazie ha tutti coloro che mi hanno incitato (rendendo intenso il …mumble mumble di questi giorni)”.
Al tweet del mancato candidato hanno riposto in tanti chiedendo un ripensamento.
“Massimo rispetto per le sue valutazioni — si legge in un cinquettio — triste vedere chi è competente aspettare mentre incompetenti ladri e truffatori sgomitano”.
In un post, però, c’è chi lo invita a riflettere: “E se si votasse in aprile? Il tempo penso che ci sia per costruire”.
Nell’invito ad un ripensamento c’è anche chi lo informa: “Io prenderei la residenza per poter andare con orgoglio a votare!!”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 19th, 2012 Riccardo Fucile
IL CENTROSINISTRA: “SOTTOVALUTATI I NOSTRI ALLARMI”… IL PDL CONTESTA L’ASSESSORE ALLA SANITA’ MOFERINO CHE AVEVA LANCIATO L’ALLARME
«Se la Regione è tecnicamente fallita. è fallita anche la giunta: Cota vada a casa e si imbocchi subito la strada delle elezioni anticipate».
Questa, in sintesi, la reazione dell’opposizione alle parole dell’assessore alla Sanità : il quale, intervenuto in Commissione Bilancio, ha detto fuori dai denti che l’ente è al capolinea: «Tutti devono rendersene conto e trarre le conseguenze».
Quel che è peggio, il “buco” supererebbe i 900 milioni (a fronte di un debito complessivo che avrebbe raggiunto i 10 miliardi): soldi che le Asl hanno speso negli anni, soprattutto nel biennio 2008-2009, contando su trasferimenti regionali mai arrivati e oggi nemmeno iscritti a bilancio. Nella conferenza stampa odierna, convocata da Cota e da Monferino, si potrà saperne di più.
Le reazioni
«Tutti devono trarre le conseguenze», ha detto l’assessore. Questione di punti di vista.
Per il manager prestato alla politica, che nei mesi scorsi era arrivato a minacciare le dimissioni, i consiglieri devono smetterla di remare contro alla riforma sanitaria, l’architrave dell’azione di governo: vale per la minoranza e la maggioranza di Pdl-Lega in Consiglio regionale, irritata dal mancato rimpasto di giunta e disciplinata nel fare le pulci al pupillo del governatore. Per l’opposizione Cota e la sua squadra devono sbaraccare.
Meno scontati i malumori nel centrodestra, che con il super-assessore ha un rapporto non meno conflittuale.
Se il capogruppo della Lega Nord Mario Carossa contrattacca il Pd lancia in resta – «Si vergogni di criticare la riforma della sanità piemontese, salvo votare a Roma nuovi tagli sulla pelle della gente» – Vito Bonsignore, europarlamentare del Pdl non fa sconti nemmeno al suo partito: «Anche chi ha guidato il centrodestra in Regione non è estraneo a questa situazione e non può chiamarsi fuori. Mentre ci si sofferma sui rimborsi ai consiglieri, si perde di vista il vero problema, che è la crescita del debito e della spesa denunciati dalla Corte dei Conti: già ad agosto segnalava come la Regione abbia tagliato gli investimenti del 44% riducendo la spesa corrente ad appena il 5%».
Il Pdl diviso
A stretto giro di posta la replica di Enzo Ghigo, che ha tenuto le redini della Regione dal ’95 al 2005: «Le dichiarazioni di Bonsignore mi lasciano indifferente. Quanto alle affermazioni di Monferino, le trovo irresponsabili e fuori luogo».
Perchè? «La situazione delle finanze regionali è preoccupante ma la soluzione dei problemi non passa tramite allarmismi. Mi auguro che Cota sappia rimodularli».
Parole chiare, che si accompagnano al silenzio altrettanto eloquente di altri esponenti del centrodestra.
Il centrosinistra
Non è il caso dell’opposizione. «L’allarme sui conti lanciato dal Pd ormai da molti mesi è stato sottovalutato – commenta Aldo Reschigna, il capogruppo -. Ora la situazione, a tutti effetti drammatica, impone di ascoltare le nostre ricette e di cambiare governo regionale».
Concetto ribadito da Roberto Placido: «Da oggi il Piemonte è una Regione fallita non solo tecnicamente ma politicamente. È naufragata ogni velleità di riorganizzazione della macchina sanitaria. Sono naufragati tutti gli annunci che si sono susseguiti in questi due anni».
«Quello che è stato definito un buco da 900 milioni deriva dal disallineamento dei bilanci della Regione e delle Asl – interviene Monica Cerutti, Sel -. È l’ulteriore prova dell’inadeguatezza del governo regionale, al quale chiediamo di fare un passo indietro».
Il capogruppo dell’Italia dei Valori Andrea Buquicchio, auspica persino il commissariamento della sanità piemontese: «L’unica soluzione, ormai, a fronte del palese fallimento di Monferino».
Alessandro Mondo
(da “La Stampa”)
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