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I DUE POLITICI INGENUI E I RAPPORTI CON I BOSS: “PER NOI ERANO ELETTORI”

Ottobre 17th, 2012 Riccardo Fucile

NEL PDL I SINGOLARI CASI DI COLUCCI E VAGLIATI

Come un’onda che si ritira dal bagnasciuga, ogni indagine anti ‘ndrangheta si lascia alle spalle conchiglie di contatti e rapporti che, senza superare la soglia del rilievo penale, interpellano però la concezione che certa politica mostra dei rapporti con i potenziali elettori. Anche i due ultimi blitz non fanno eccezione.
Mentre investigano per voto di scambio sull’assessore regionale alla Casa Domenico Zambetti, il 10 maggio 2011 i carabinieri intercettano ad esempio il medico Marco Scalambra (ora arrestato con l’accusa di corruzione del sindaco di Sedriano, Alfredo Celeste, ai domiciliari) mentre racconta di essere stato sollecitato il giorno prima dall’assessore di Formigoni ai Sistemi verdi e Paesaggio, Alessandro Colucci (16.000 preferenze nel 2010, figlio di un questore della Camera ed ex coordinatore provinciale pdl), a fare campagna elettorale per un candidato Pdl al Comune di Milano, Renzo De Biase: «Allora – racconta il medico – io ieri ho visto Alessandro, ho visto… Formigoni… e ho chiacchierato un po’ con Alessandro. Mi ha detto “ma come, tu non stai facendo niente per la campagna di Milano? Ma io pensavo che tu facevi per Renzo Di Biase”».
Due ore dopo, l’assessore Colucci richiama il medico per reiterare la richiesta di far appoggiare quel candidato, «ti faccio pervenire del materiale io se ti può tornare utile».
Il medico si attiva subito. Ma nel modo che conosce: cerca cioè Eugenio Costantino, ora arrestato come referente della cosca Di Grillo-Mancuso nella compravendita di voti con l’assessore Zambetti.
Solo che riesce a rintracciarlo appena due giorni prima delle elezioni, quando Costantino spiega di non poter più farcela.
Nulla di penale, Colucci non è indagato: così come non lo fu quando nel 2010 un avvocato (poi arrestato e condannato per associazione mafiosa) fu intercettato mentre assicurava il sostegno elettorale a Colucci perorato da un consigliere pdl avellinese; o quando nel 2005 Colucci si ritrovò al tavolo di un ristorante con uomini della cosca Morabito, in una cena il cui «scopo esplicito – scriveva il pm Laura Barbaini – era quello di raccogliere consensi per l’elezione alla Regione di Colucci».
Ma questi campanelli d’allarme sembrano non suonare ancora nella dichiarazione in cui l’assessore, oltre a «escludere tassativamente qualsiasi mio coinvolgimento sia pure indiretto», sente di aggiungere: «Denunzio comunque il tentativo di criminalizzare qualsivoglia rapporto che si intrattenga con gli elettori connesso alla mia attività  di pubblico amministratore attento ai bisogni del territorio», tentativo «ancora più grave se si considera che la riforma elettorale in corso, da tutti auspicata, tende a eliminare il fenomeno dei politici nominati per privilegiare il rapporto diretto tra eletti ed elettori».
Non dissimile l’inconsapevolezza rilevata da un precedente blitz nel consigliere comunale milanese pdl Armando Vagliati, che – premette il gip Giuseppe Gennari archiviandone l’accusa di corruzione – mette il presunto boss «Giulio Lampada in contatto con imprenditori immobiliari», e in cambio «si rivolge a Lampada anche per ottenere un appoggio nella possibile nomina a vicepresidente della Fondazione Fiera di Milano».
Vagliati «dice di non aver mai avuto idea dello spessore criminale di Lampada, e di non aver mai capito per dabbenaggine, ingenuità , buona fede».
Il giudice osserva però che almeno dalla conversazione del 29 gennaio 2010 «Vagliati sa perfettamente che Lampada aveva il fratello delinquente, che aveva paura di essere intercettato e che accettava solo incontri di persona come un latitante ricercato».
Eppure «questo ancora non basta al politico, certo vittima di dabbenaggine e ingenuità , a interrompere bruscamente ogni tipo di rapporto con un soggetto quantomeno sospettato di legami con la criminalità  organizzata».

Luigi Ferrarella
(da “il Corriere della Sera“)

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FORMIGONI PER ELEZIONI SUBITO, MA IL PDL PUNTA AD APRILE

Ottobre 16th, 2012 Riccardo Fucile

LA RUSSA CHIAMA IL CARROCCIO: “FACCIAMO PRIMARIE DI COALIZIONE”

Si vota, «prima possibile». Questo «prima» nella testa del presidente Roberto Formigoni potrebbe essere entro Natale o al massimo entro fine gennaio, anche per prendere in contropiede la Lega, colpevole di avere portato allo strappo in Regione Lombardia, dopo l’arresto dell’assessore Domenico Zambetti (per voti comprati dalla ‘ndrangheta).
Per rafforzare le sue intenzioni, nella serata di ieri il governatore ha ricevuto le lettere di dimissioni che tutti e 28 i consiglieri del Pdl hanno consegnato al capogruppo Paolo Valentini. Dimissioni che diventeranno esecutive quando lo riterrà  il presidente.
E siamo ancora al punto: quando?
Formigoni accelera. Ma nelle intenzioni della maggioranza dei dirigenti del partito, il rapporto con la Lega va salvaguardato e quindi nulla esclude che si possa arrivare fino ad aprile.
Le parole di mediazione giungono dal senatore Mario Mantovani, coordinatore del Pdl lombardo che ieri ha organizzato un incontro nella sede di viale Monza (nato come ristrettissimo, finito come una mezza assemblea): «L’interesse dei lombardi – spiega Mantovani – va anteposto a quello dei partiti. Abbiamo chiesto al presidente Formigoni di approvare la nuova legge elettorale che abolisca il listino bloccato in modo da scongiurare presenze non condivise dagli elettori».
Quindi: Formigoni costruisce la giunta «ridotta e rinnovata» che lavori alla riforma, poi si occupa del bilancio regionale e poi si parla di date. Con calma.
Ignazio La Russa ripete la sua preoccupazione e dà  man forte a Formigoni: «Noi speriamo di andare assieme alla Lega sia a Roma che qui. Ma non ci deve essere un legame tra elezione nazionale e regionale, sennò daremmo corso a sospetti sulle scelte condizionate dal livello nazionale: quindi sarebbe meglio votare entro fine gennaio».
Formigoni conferma le tappe di avvicinamento alle urne: ieri sera ha inviato una lettera al presidente del consiglio regionale Fabrizio Cecchetti, per chiedere, come ha già  fatto più volte a parole e per iscritto, di voler procedere «rapidamente al cambiamento della legge elettorale, almeno eliminando il listino bloccato».
Quanto alla nuova giunta, che secondo alcuni potrebbe puntare in particolare sui direttori generali della Regione proprio per dare una connotazione tecnica, «voglio chiudere in pochissimi giorni e attendo che la Lega mi dia i propri nomi, perchè resto fermo al patto preso giovedì scorso con Maroni e Alfano».
Replica a distanza il segretario della Lega Lombarda, Matteo Salvini: «La nostra opinione non cambia. Bisogna andare al voto al più presto.
Gli assessori? Valuteremo se e con chi entrare in giunta».
Mantovani insiste sulla necessità  di scegliere in base a criteri di «capacità  unite a onestà  e rigore» ricorda che «abbiamo già  cominciato a fare pulizia nel partito e basta pensare che negli ultimi mesi ci sono stati 47 provvedimenti interni di sospensione o espulsione».
Si guarda avanti, dunque. E si pensa già  al dopo Formigoni.
Mentre il nome di Albertini imperversa, la Russa si spinge un passo in là , commentando il fatto che domenica la Lega proporrà  una sorta di consultazione interna, con dei gazebo allestiti ad hoc: «Facciamo prima di Natale le primarie di coalizione. Perchè se la Lega fa le proprie primarie e le organizza anche il Pdl, diventerebbe difficile poi trovare un’intesa».

Elisabetta Soglio
(da “il Corriere della Sera”)

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CARROZZINE E PROTESI PER DISABILI: I POLITICI RUBANO E LO STATO FORNISCE SOLO MODELLI VECCHI

Ottobre 15th, 2012 Riccardo Fucile

L’ELENCO DEGLI AUSILI FERMO A 13 ANNI FA, INSORGONO LE ASSOCIAZIONI

Respiratori, carrozzine, deambulatori, materassi anti-decubito e tanti altri ausili e protesi: sono essenziali per i pazienti e quindi garantiti dal Servizio sanitario nazionale.
Il loro elenco è contenuto nel Nomenclatore tariffario, che però è fermo a 13 anni fa (Decreto n. 332/99 del Ministero della Salute).
Da allora, infatti, non è stato più adeguato, sebbene quella stessa norma preveda un suo aggiornamento periodico “con cadenza massima triennale”.
Ora è arrivato l’ennesimo rinvio da parte della Commissione Affari sociali della Camera, dove si sta discutendo il Decreto legge “Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute”.
«Dopo anni di attesa, l’aggiornamento del Nomenclatore tariffario è rimandato a maggio 2013, cioè alla prossima legislatura, nonostante le sollecitazioni dei pazienti» commenta Tonino Aceti, responsabile del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici di Cittadinanzattiva, che martedì presenterà  a Roma il Rapporto sulle politiche della cronicità , con un capitolo dedicato all’assistenza.
CARENZE
«Nel frattempo, i malati sono costretti a usare dispositivi spesso obsoleti e, per avere ausili innovativi e adeguati, devono pagare la differenza di costo rispetto alla tariffa prevista per quelli presenti nel Nomenclatore» sottolinea Aceti.
Nell’attuale Nomenclatore, poi, non rientrano alcuni ausili. «Mancano, per esempio, i comunicatori a comando oculare per i malati di Sclerosi laterale amiotrofica, finora erogati solo grazie a fondi stanziati ad hoc – dice Pietro Barbieri, presidente della Federazione italiana superamento handicap – .
Altro problema: mancano controlli sulla qualità  dei prodotti da parte di un organismo preposto, come per esempio avviene sui medicinali da parte dell’Agenzia italiana per il farmaco».
Già , la qualità . Non si tratta di avere protesi agonistiche come quelle utilizzate dai campioni paralimpici, ma ausili che consentirebbero a chi ha una disabilità  di condurre una vita il più possibile autonoma.
Invece, riferisce Aceti: «Soprattutto nelle Regioni sottoposte a piani di rientro, le Asl non riescono a fornire nemmeno i dispositivi previsti dal vecchio Nomenclatore tariffario».
«Si risparmia addirittura sulla qualità  di pannoloni, cateteri e sacche per la stomia – fa notare Giuseppe Sciacca, presidente della Fais (Federazione che riunisce le Associazioni di incontinenti e stomizzati) –. E in questi casi non stiamo cerco parlando di “innovazione tecnologica”, ma del diritto di questi pazienti a condurre una vita dignitosa».
LINEE GUIDA
«Le Asl fanno gare di appalto al massimo ribasso per risparmiare, ma a volte forniscono prodotti peggiori a costi più alti – aggiunge Alessandro Giustini, membro della Società  italiana di medicina fisica e riabilitazione (Simfer) –.
Un esempio: carrozzine che arrivano in container dall’Estremo Oriente sono vendute allo stesso prezzo di quelle prodotte nel nostro Paese, pur avendo metalli e tessuti scadenti». In attesa dell’aggiornamento del Nomenclatore tariffario, gli esperti stanno mettendo a punto Linee guida su come condurre gare di appalto per offrire dispositivi di migliore qualità  a costi contenuti.
«Le presenteremo a fine ottobre al Congresso della Simfer – anticipa Giustini –. Alla loro stesura hanno partecipato, oltre a noi fisiatri, i rappresentanti del Ministero della Salute, delle Regioni, della Consip (l’Agenzia che controlla gli acquisti della Pubblica amministrazione, ndr) e del Centro studi e ricerche sugli ausili tecnici di Confindustria (costituito da medici, pazienti, produttori, tecnici, ortopedici)».

Maria Giovanna Faiella

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LE CARTE DELL’INCHIESTA: AFFARI, FAVORI E RICATTI, ZAMBETTI IN MANO AI BOSS DELLA ‘NDRANGHETA

Ottobre 11th, 2012 Riccardo Fucile

IL SISTEMA DEI CALABRESI PER CONQUISTARE I LAVORI DELL’EXPO

«Hai visto quel “pisciaturo” di Zambetti come ha pagato? Eh…lo facevamo saltare in aria!… Cirù, tu l’avevi letta la lettera che gli avevamo mandato?… Il pizzino? Gli hanno mandato una lettera tramite me… che quando l’ha letta, figlio mio, le orecchie si sono incriccate così… gli abbiamo mandato una lettera talmente scritta bene e talmente con tanti di quei… si vede che avevano gente laureata nel gruppo, gli hanno fatto la cronistoria di come sono iniziate le cose, di come erano i patti e di come andava a finire…».
Milioni di euro di appalti
Già , come andava a finire per Domenico “Mimmo” Zambetti, assessore alla Casa della Regione Lombardia, uno in grado di firmare appalti per decine di milioni di euro, in fondo glielo avevano fatto scrivere chiaro e tondo «da gente laureata»: perchè si capisce, anche la mafia calabrese, tra un’estorsione e un’ammazzatina, ormai usa un certo stile.
E lui, «Zambe», il «pisciaturu», che in dialetto calabrese vuol dire «uomo di poco conto» ma anche qualcosa di peggio, la sua condanna l’aveva firmata il giorno che aveva chiesto almeno 4 mila voti per andare ad occupare una poltrona d’assessore nella giunta plurinquisita di Roberto Formigoni.
Poi, forse, si era pentito. Troppo tardi.
I boss, se la ridevano mentre sulla Bmw imbottita di cimici del capocosca Eugenio Costantino, il 18 marzo scorso, commentavano l’ultima rata da 30 mila euro pagata dall’assessore.
«Oh, si è messo a piangere davanti a me e a zio Pino (l’altro boss, Pino D’Agostino, ndr). E piangeva, per la miseria, si è cagato sotto, cagato completo, totale… ogni tanto, solo così possiamo prenderci qualche soddisfazione, altrimenti non ne avrei mai nella vita di soddisfazioni, perchè il potere lo hanno i politici e la legge, però ogni tanto, vaffanc…, con l’aiuto degli amici, ogni tanto una soddisfazione ce la prendiamo…vaffanc… lo sai lui quante persone fa piangere?…E ogni tanto piangono anche loro, ma solo così, Ciro, non c’è altra alternativa che puoi farli piangere…ecco perchè io starò sempre dalla parte della delinquenza!». Incredibile.
Ma come si sa, certe disgrazie, hanno sempre un’origine precisa.
Nel caso dell’assessore Zambetti è una cena del 2009 per le elezioni nel comune di Sedriano, dove il futuro assessore, già  onusto d’incarichi pubblici, si presenta per appoggiare la candidatura per il Pdl di Teresa Costantino, la figlia del boss delle cosche platiote al Nord, un tipo sempre elegante e dalla faccia pulita, un boss «2.0» come si direbbe adesso: uomo d’affari, titolare della catena di gioiellerie «compro oro», affamato di appalti pubblici che potrebbe accaparrarsi, come spiega al suo compare e plenipotenziario Giuseppe D’Agostino detto «zio Pino», tramite una sua «testa di legno», tale Paolo Antonio, presidente di una cooperativa, la «Nuova Coseli», con sede in viale Bianca Maria, la strada che a Milano raccoglie studi professionali e uffici di prestigio.
Zambetti capisce in fretta l’antifona e il personaggio e al momento giusto, alla vigilia delle elezioni regionali del 2010 firmerà  il suo patto col Diavolo: 4.000 voti in cambio di 200 mila euro e una serie di appalti e favori.
Un vero peccato che l’antimafia di Ilda Boccassini, intercetti il boss per una delle tante indagini sulla criminalità  organizzata.
Scoprendo, come mai prima d’ora, quello che da tempo si sapeva e scriveva: e cioè che la ‘ndrangheta al Nord, quella dei Barbaro e dei Morabito, dei Bruzzaniti e Palamara, ha messo da un pezzo le mani sulle città  e la Regione.
Il «cavallo di Troia» al Pirellone
Piazzando il suo «cavallo di Troia» dentro il Pirellone: nientemeno che l’assessore alla Casa: «Noi gli diciamo: Mimmo, guarda che c’è quel lavoro, c’è che ce lo devi far dare, adesso tu sai che c’è l’Expo, lui ci può aiutare e li guadagniamo tutti».
Un politico di rango che li riceve nel suo ufficio in via Mora 22, in pieno centro.
Che fa avere una casa all’amante, una licenza alla sorella, sistema la figlia del boss nella direzione centrale dell’Aler, l’ente che controlla le case popolari…
«Però aspetta, adesso bisogna vedere se non l’ha presa per il culo… se non le rinnovano il contratto, poi dopo andiamo a prenderlo a Zambetti… gli diciamo: vieni qua, pisciaturu e gli facciamo un culo così».
Vatti a fidare dei politici.
Sebbene Zambetti, che viene ricattato anche attraverso fotografie di una cena elettorale a Magenta dove i boss si affollano per stringergli la mano, s’impegni soprattutto per gli appalti.
L’elezione pagata a rate
In più, paga la sua elezione. A rate: tre in tutto, l’ultima, da 15 mila euro, il 15 marzo scorso.
Mentre i carabinieri intercettano, filmano e fotografano, appostati sotto il suo ufficio, per un’indagine che non lascia scampo.
E sarebbe bello capire anche, dove li trovava tutti questi soldi l’assessore, accusato non a caso, oltre che di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio, anche di corruzione.
Secondo l’inchiesta, Zambetti si consegna totalmente alle cosche calabresi. Ne riceve l’appoggio, grazie anche ai voti trovati da un personaggio già  noto alle cronache, Ambrogio Crespi, fratello minore del più celebre Luigi, il sondaggista che inventò «il contratto con gli italiani» di Silvio Berlusconi.
Crespi, giornalista e sondaggista a sua volta, ha contatti con i «napoletani», che controllano interi condomini alla periferia di Milano.
«Ambrogio se vuole, 2000 voti come niente, a me. Lo fa per soldi, no?» E «per gli amici che si disturbano, ci vuole almeno un pensiero, una cinquina di mila euro…». Anche se poi Crespi si lamenta perchè ha preso «solo» 80 mila euro e così, con la scusa di farsi pagare un sondaggio, va a trovare pure lui l’assessore Zambetti.
Ognuno ha il suo bel tornaconto in questa storia squallida e pericolosa che rivela il degrado etico e di legalità  raggiunto ormai da certi politici e imprenditori.
Perchè probabilmente, questa non era nemmeno la prima volta che l’assessore ricorreva agli «amici degli amici».
«Scusa, com’è che glieli hanno dati i 2.500 voti a Milano l’altra volta a Zambetti… E va bè, tanto ci ha messo le mani la famiglia Barbaro per i voti…. Perchè io – spiega Costantino a una sua amica nel giugno del 2011 – ne sto vedendo di tutti i colori. Io per l’assessore ho fatto la campagna elettorale per le provinciali del 2009, per quelle del Comune di Milano del 2011 perchè dove ci sono mi chiamano ormai…».

Paolo Colonnello
(da “La Stampa“)

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FINISCE IL BLUFF FEDERALISTA, SVOLTA DEL GOVERNO: “MENO POTERE ALLE SINGOLE REGIONI”

Ottobre 10th, 2012 Riccardo Fucile

I RECENTI SCANDALI SCONSIGLIANO DI DARE TROPPA AUTONOMIA ALL’ENTE REGIONALE…IRA DELLA LEGA, APERTURA DI PDL E PD

Il disegno di legge costituzionale è pronto.
E così, a undici anni dalla riforma del Titolo V della parte seconda della Costituzione, il governo Monti è pronto a rivedere l’intero impianto «federalista» di quella riforma approvata, non senza polemiche, sul finire della legislatura del 2011.
La bozza messa a punto dal governo – anche a seguito degli eclatanti scandali nella pubblica amministrazione – tende ad «assicurare – è scritto così nelle premesse del Ddl – un esplicito fondamento nelle norme della Costituzione attraverso: a) la parziale rivisitazione degli elenchi delle materie di legislazione esclusiva statale e di legislazione concorrente; b) la rinnovata configurazione del ruolo della legislazione dello Stato nell’area della potestà  concorrente; c) l’esplicitazione dei limiti della legislazione regionale c.d. residuale rispetto alla legislazione statale esclusiva; d) l’attenuazione della rigidità  dei confini fra potestà  regolamentare del Governo e potestà  regolamentare delle regioni; e) la “costituzionalizzazione” della conferenza Stato – regioni e l’attribuzione agli esiti favorevoli delle intese e dei pareri espressi in tale sede di effetti limitativi nei confronti delle impugnazioni in via principale delle leggi e dei conflitti di attribuzione intersoggettivi.
Altri obiettivi importanti, sempre in chiave di unitarietà  giuridica ed economica dell’ordinamento costituzionale, sono rappresentati dal riconoscimento a livello di Costituzione della competenza della Corte dei conti a svolgere controlli sugli atti e sui bilanci delle regioniIl testo messo a punto dal governo – anche in seguito agli scandali e le inchieste che hanno coinvolto la pubblica amministrazione – fronti delle impugnazioni in via principale delle leggi e dei conflitti di attribuzione intersoggettivi. Altri obiettivi importanti, sempre in chiave di unitarietà  giuridica ed economica dell’ordinamento costituzionale, sono rappresentati dal riconoscimento a livello di Costituzione della competenza della Corte dei conti a svolgere controlli sugli atti e sui bilanci delle regioni.
Le reazioni non tardano.
Pdl e Pd aprono alla riforma, seppur con alcuni distinguo.
La Lega Nord, invece, dichiara guerra al governo ed evoca scenari di guerra: come «nel Paese Basco», dice Mario Borghezio alludendo ai separatisti dell’Eta. Completamente favorevole all’iniziativa è invece Pier Ferdinando Casini, che parla di superamento di un «federalismo confuso e pasticcione».
Insorgono anche i governatori. «È impensabile un percorso di modifica unilaterale», sbotta il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani.
«Il governo si sbaglia se vuole cancellare le Regioni. Neanche un governo tecnico può permettersi di distruggere questa identità  storica», aggiunge Roberto Formigoni.
I partiti della maggioranza sembrano condividere la linea del governo.
«Ben venga un intervento» sulle competenze delle Regioni; «sediamoci attorno ad un tavolo per discuterne» anche se «i tempi per una riforma sono ristrettissimi», spiega Mario Valducci.
Ma «è molto complicato mettersi ora al lavoro con i pochi mesi che mancano alla fine della legislatura».
Apre al dialogo anche Davide Zoggia del Pd. «Un intervento è necessario perchè ci sono storture e cose da correggere» ma «non è possibile immaginare un ritorno al centralismo», avvisa. «Una riforma va fatta ma coinvolgendo il territorio».
I due principali partiti convergono sulla necessità  di rivedere «le dimensioni e le funzioni delle Regioni», riducendone il numero e rendendole più omogenee per abitanti ed estensione.
Ma Monti sembra proprio seguire la scia della Spagna.
Il governo di Madrid, su sollecitazione dell’Europa, sta rivedendo l’organizzazione federalista (i buchi dei bilanci delle Regioni autonome spagnole sono una voragine per lo Stato centrale spagnolo).

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DUE ITALIANI SU TRE NON CREDONO ALLE REGIONI

Ottobre 9th, 2012 Riccardo Fucile

DOPO I PARTITI, LE ISTITUZIONI… IN CRISI PERSINO IL RAPPORTO CON I COMUNI

Le Regioni sono nell’occhio del ciclone.
Il susseguirsi di scandali e di sprechi incomprensibili in questa o in quella Regione ha profondamente turbato i cittadini.
E comportato un sensibile incremento del trend di diminuzione di fiducia nelle istituzioni.
Oggi, la quota di italiani che riesce a giudicare positivamente i partiti politici è ridotta al 4 per cento: meno di quanti, in qualche modo, operano attivamente all’interno dei partiti stessi. Molti degli stessi militanti disistimano le forze politiche in cui operano.
Ma, come si è detto, la disaffezione ha finito con il toccare anche le istituzioni.
La maggioranza (53 per cento) degli elettori manifesta sfiducia persino nei confronti del Comune in cui vive, l’istituzione locale un tempo più amata.
Ancora minore è il consenso espresso per le Province (38 per cento).
E, com’è comprensibile alla luce degli ultimi avvenimenti, risulta ulteriormente inferiore quello dichiarato per le Regioni: due italiani su tre (64 per cento) affermano di non apprezzare più queste ultime.
Il distacco è ancora più accentuato tra i giovanissimi (71 per cento di sfiducia) e tra i residenti nelle Regioni meridionali (70 per cento di sfiducia), a conferma del tradizionale minore attaccamento alle istituzioni rilevabile in queste aree.
Nell’insieme, dunque, gli italiani non si fidano più delle istituzioni locali e delle Regioni in particolare: un sentimento che mina progressivamente il consenso sociale verso gli organismi rappresentativi.
Ciò porta alcuni a proporre di abolire le Regioni oltre alle Province.
Sull’eliminazione di queste ultime, si sa, vi è un largo consenso e auspicio tra gli elettori.
Quasi due italiani su tre (63 per cento) ne auspicano l’eliminazione, anche se una quota consistente (38 per cento) propone di limitare questo provvedimento solo ai contesti di minore dimensione (ma, come è noto, il consenso per l’abolizione delle Province si attenua fortemente nel momento in cui viene presa in considerazione la Provincia in cui si risiede).
Tuttavia, dopo l’estendersi degli scandali che hanno riguardato le Regioni, molti (44 per cento), come si è detto, propongono di abolire anche queste ultime.
Si tratta, beninteso, di un’idea che è difficile prendere in considerazione: anche se per la maggior parte degli osservatori i poteri attribuiti oggi alle Regioni (anche per effetto della riforma del titolo V) sono eccessivi e vanno forse ridotti, una loro completa abolizione appare quantomeno problematica.
Resta il fatto che, sull’onda degli avvenimenti delle ultime settimane, tanti vogliano liberarsene buttando anche ciò che c’è di buono.
Questo atteggiamento è relativamente più frequente tra chi è più lontano dalla politica: se ne occupa poco o per nulla ed è tentato dall’astensione.
Tra chi esprime questa posizione, la maggior parte (28 per cento) ritiene però che il provvedimento dovrebbe riguardare in particolare le Regioni più piccole, considerando il fatto che è difficile pensare di applicare la stessa normativa ad entità  territoriali di dimensione così diversa tra loro.
Gli avvenimenti delle ultime settimane non hanno però prodotto solo disaffezione e sfiducia crescente verso le istituzioni locali: non pochi cittadini si sono risolti, alla luce di quanto è successo, a cambiare la loro opzione di voto o a prendere in considerazione l’astensione.
In particolare, ben il 14 per cento afferma di avere mutato, a seguito degli scandali, la propria scelta elettorale.
E una percentuale altrettanto ampia – ancora una volta, più accentuata tra quanti manifestano un minore interesse per la politica – dichiara di voler passare alla diserzione dalle urne.
Se si tiene conto che un altro 27 per cento di cittadini afferma di «avere comunque deciso di non andare a votare già  da prima», si giunge complessivamente a più del 40 per cento di italiani che prende seriamente in considerazione la possibilità  di non presentarsi alle urne alle prossime elezioni.
È ragionevole pensare che, alla fine, buona parte di costoro si recherà  comunque a votare.
Ma la diffusione dell’intenzione dichiarata ad astenersi costituisce di per sè un altro segnale dell’estendersi della disaffezione verso la politica e le stesse istituzioni: un fenomeno di cui non si può non tenere conto, pena il dissolversi dei fondamenti su cui si regge il consenso sociale.

Renato Mannheimer
(da “il Corriere della Sera“)

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QUELLE SOCIETA’ IN ROSSO FINANZIATE DALLE REGIONI

Ottobre 8th, 2012 Riccardo Fucile

LE SOLE PARTECIPATE AL 100% COSTANO 780 MILIONI…. DAI 15 MILIONI PERSI DALLO ZUCCHERIFICIO ALLE FILM COMMISSION DI CAMPANIA E CALABRIA

Finanziarie, società  di gestione dell’acqua e delle fogne, zuccherifici, terme, film commission , società  di consulenza e di informatica.
Sono quasi 400 gli organismi partecipati dalle Regioni con circa 10 mila dipendenti, costosi e spesso in «rosso».
La galassia delle «regionalizzate» è, secondo la Corte dei conti che lo ha censito per la prima volta in una relazione pubblicata lo scorso agosto, «un fenomeno poco noto», rispetto a quello delle «municipalizzate», su cui c’è «l’obiettiva necessità  di indagare».
Obiettivo: verificare che non siano di ostacolo all’iniziativa privata e che diventino un mero strumento per sfuggire alla disciplina dei conti pubblici.
Una necessità  che è diventata impellenza all’indomani delle numerose indagini che stanno coinvolgendo le Regioni, tra sprechi e vere e proprie ruberie.
Gli affidamenti
Si scopre così, scrive l’organo di controllo, che «le Regioni, al pari degli altri enti territoriali, hanno esternalizzato funzioni, servizi ed attività , costituendo società  oppure entrando nel capitale di società  esistenti». Non solo.
Alle società  vere e proprie si affiancano «enti pubblici dipendenti» e «agenzie regionali», costituite in base agli statuti, «affidatarie di funzioni ed attività » proprie della Regione in quanto istituzione, assegnatarie di risorse organizzative ed economiche con direzione e responsabilità  autonome. Rientrano a pieno titolo in questa modalità  le società  finanziarie regionali, «fenomeno di grande rilevanza».
Il capitalismo regionale
I dati affluiti alla Corte dei conti, che disegnano quello che è definito come «capitalismo regionale», riguardano il 2010 e in parte il 2011 e sono stati inseriti in una banca dati che verrà  tenuta aggiornata.
Vi hanno contribuito tutte le Regioni e le Province autonome, tranne la Sicilia e la Sardegna perchè, come spiega la relazione, le Sezioni di controllo della Corte dei conti di quelle Regioni «hanno ritenuto di non inviare loro le richieste istruttorie».
Sono stati censiti 394 organismi partecipati di proprietà  delle Regioni, di cui il 57,6% è costituito da spa e il 10,4% da srl: in tutto 268 società .
Il resto è costituito da fondazioni (7,6%), consorzi (3%) e altri organismi (21,3%).
La presenza dei privati nella compagine sociale è rilevata in 163 organismi partecipati (41% del totale), di cui 56% spa e 8% srl.
Il record del Lazio
La maggiore incidenza di spa partecipate si trova nel Lazio (9,7%), seguito dalla Toscana (8,4%) e dal Veneto, Emilia Romagna e Campania (6,6%).
Le srl sono presenti soprattutto in Liguria ed Emilia Romagna (12,2%).
In quest’ultima Regione le Fondazioni rappresentano il 60% del totale di tutte le Regioni.
Il valore delle partecipazioni detenute dalle Regioni nelle 268 spa e srl sfiora i 3,5 miliardi, la metà  dei quali sta in capo a Regioni e Province autonome.
Il dato di maggior rilievo riguarda la Lombardia che possiede, nelle otto società  di cui è azionista, partecipazioni per 322,74 milioni di euro, pari al 76% del valore del loro capitale sociale complessivo. Piemonte e Puglia che si collocano subito dopo detengono in valore assoluto quote di importi molto inferiori, pari rispettivamente a 78,49 e 58,94 milioni di euro. Colpisce la presenza frazionata in numerose società  delle Regioni Lazio (23 società ), Toscana (20), Emilia Romagna (20), Campania (19) e Veneto (18).
I bilanci
Ma quali risultati conseguono queste regionalizzate?
I dati, in questo caso relativi alle spa e srl partecipate al 100% dalle Regioni, 75 in tutto, mostrano per l’esercizio 2010 un fatturato complessivo pari a 1.921,94 milioni di euro, ma il dato aggregato relativo ai risultati di esercizio evidenzia un «rosso» di -92,60 milioni di euro.
Un dato deludente se si pensa che le somme erogate dalla Regione, a titolo di corrispettivo e contributo in conto esercizio, ammontano a 780 milioni di euro.
I costi della produzione superano il valore della stessa, attestandosi a 2.008,95 milioni di euro, il 19% dei quali sono relativi al personale per un numero di occupati pari a 7.526 addetti.
Mai una gara
L’affidamento dei servizi avviene quasi nella totalità  dei casi senza gara: 248 affidamenti diretti contro 19 tramite meccanismo competitivo.
Tra le società  partecipate al 100% in Piemonte, la società  Sviluppo Piemonte Turismo chiude il preconsuntivo 2011 con 3 mila euro di utile, L’Istituto per le piante da legno e l’ambiente, partecipato all’84%, ne perde 722 mila.
In Lombardia le quattro spa interamente della Regione, Cestec, Finlombarda, Infrastrutture Lombarde e Lombardia Informatica chiudono in attivo, mentre nel 2010 Expo è sotto di 10,5 milioni. In Veneto le Ferrovie, partecipate al 100% chiudono con utile risicato il 2011, perde invece un milione e mezzo la controllata Veneto Nanotech.
In Toscana, dove la Regione partecipa con un 76% alle società  Terme di Casciana, si registra una perdita tra il 2010 e il 2011 di più un milione di euro.
Nel Lazio l’azienda di trasporti Co.Tral (99,9%) registra perdite intorno ai 30 milioni nei due anni considerati.
In Molise lo Zuccherificio (100%) risulta in rosso di più di 15 milioni nei due anni. In Campania la Astir (fognature, 100% della Regione) è sotto di 25 milioni nel 2010, la Caremar (traghetti) di 3,5, i bus dell’Eav ne perdono 82,5, la Film Commission 356 mila.
La stessa commissione in Calabria (100%) risulta sotto di 744 mila euro nel preconto 2011.

Antonella Baccaro
(da “il Corriere della Sera“)

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IL PIEMONTE CE L’HA PIU’ ALTO: REGIONI, LA MANIA DEI GRATTACIELI

Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile

LA REGIONE SPOSTERà€ LA SEDE IN UN PALAZZO DI 205 METRI … COSTO DELL’OPERAZIONE? UFFICIALMENTE 262 MILIONI, MA NESSUNO CI CREDE

Il Piemonte ce l’ha più alto di tutti. Anche di Formigoni.
Il nuovo Pirellone della Regione Lombardia, infatti, con i suoi 161 metri di altezza, potrebbe impallidire di fronte alla torre della Regione Piemonte in costruzione a Torino in zona Lingotto: un grattacielo da 41 piani fuori terra per 205 metri di altezza (progettato da Massimiliano Fuksas) che sovrasterà  i 168 metri della Mole Antonelliana e i 166 metri del grattacielo di Intesa San Paolo, in avanzato stato di realizzazione di fronte alla stazione di Porta Susa.
Un manufatto destinato ad alterare pesantemente lo skyline subalpino, ma la questione non è estetica (gli appassionati di questo tipo di costruzioni già  lo considerano un gioiello) e nemmeno di opportunità .
Interrogarsi adesso sulla necessità  che una delle Regioni più indebitate d’Italia si doti di una sede faraonica è abbastanza ozioso, dal momento che i lavori proseguono spediti, come si può ammirare da un’apposita terrazza sul cantiere inaugurata a luglio e da una webcam attiva 24 ore su 24 sul sito ufficiale della Regione Piemonte.
L’interrogativo riguarda i costi: possibile, infatti, che un manufatto di 205 metri che andrà  ad occupare un’area di oltre 70 mila metri quadrati possa costare “soltanto” 262 milioni di euro, quando il nuovo Pirellone e il grattacielo Intesa San Paolo (entrambi più bassi e su una superficie inferiore) sono costati rispettivamente 400 e 500 milioni?
Non ci credono i pochi attivisti di “Non grattiamo il cielo di Torino”.
Chiedono che l’altezza venga dimezzata: “Anche perchè – dichiara l’ex assessore all’Ambiente di Torino Paolo Hutter – con la spending review, quindi meno dipendenti e meno metri quadri per impiegato, molti uffici potrebbero rimanere vuoti”.
Di una sede unica della Regione Piemonte (attualmente i circa 2.700 dipendenti sono dislocati in una trentina di sedi sparse per la città ) si parla dal 2003, quando la giunta dell’allora presidente Enzo Ghigo (Forza Italia) commissionò all’archistar Fuksas il progetto di un nuovo palazzo che in origine avrebbe dovuto essere un grattacielo più piccolo, 100 metri per 100 milioni, in zona borgo San Paolo.
Nel 2005 la nuova giunta guidata da Mercedes Bresso prima bocciò il progetto per una questione di opportunità  economica, poi fece suo il sogno di Ghigo, fino a dare il via libera al progetto definitivo nel maggio 2009: non più 100 ma 200 metri, non più Borgo San Paolo ma il Lingotto, precisamente l’enorme area dismessa dell’ex Fiat Avio, pagata all’azienda di casa Agnelli 50 milioni di euro.
Nel 2010 la nuova giunta Cota protestò per la maxiparcella dello studio Fuksas (22,5 milioni di euro), ma alla fine anche il Piemonte targato Lega Nord si è impossessato del sogno di Ghigo.
Ed è stato proprio l’ex delfino di Bossi, il 30 novembre 2011, a inaugurare in pompa magna il cantiere.
Il sistema di finanziamento dell’opera è il “leasing immobiliare in costruendo”, ossia l’ormai collaudato project financing, un mutuo da 262 milioni di euro rateizzato per vent’anni in canoni semestrali da 12,6 milioni di euro l’anno.
La gara è stata vinta da Mps Leasing & Factoring (Monte dei Paschi), i lavori affidati a Coopsette, colosso delle infrastrutture che a Torino costruisce anche l’inceneritore del Gerbido.
La Regione Piemonte conta di far fronte all’impegno di spesa vendendo l’attuale sede della Giunta in piazza Castello e le altre sedi di proprietà  tra le decine in uso in città  (ricavo previsto 80-90 milioni di euro), risparmiando sui canoni di affitto delle sedi non di proprietà  (circa 13 milioni l’anno), risparmiando sulle bollette (un milione) e – soprattutto – ricavando denaro cash della vendita dei diritti edificatori sui quasi 100 mila metri quadrati, un quartiere nuovo di pacca che si andrà  ad aggiungere ai già  numerosi insediamenti sorti un po’ dappertutto negli ultimi quindici anni (il rovescio della medaglia del “rinascimento” torinese pre e post olimpico).
Un meccanismo che portò l’ex vice di Mercedes Bresso Paolo Peveraro a parlare addirittura di “operazione a costo zero”, ma — fino a prova contraria — sembra davvero irreale che tutto possa risolversi con 262 milioni di euro.
Più facile che nel contratto di leasing ci sia la solita clausola che garantisce il privato: se il committente non sarà  in grado di rimborsare le banche, lo Stato ci metterà  una pezza.
E a pagare i sogni di grandeur ci penseranno i piemontesi di domani.

Stefano Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SCOPPIA LA RIVOLTA DEI PEONES: “NO AI TAGLI DELLE INDENNITA’”

Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile

PROTESTE DI ASSESSORI E CONSIGLIERI REGIONALI, DALLA PUGLIA AL VENETO, CONTRO I TAGLI ANNUNCIATI DAL GOVERNO DELLE MAXI-INDENNITA’ FINORA PERCEPITE

Se non è rivolta poco ci manca.
Sono fortissimi i maldipancia degli eletti nelle Regioni di fronte al decreto con cui il governo intende dare una bella sforbiciata agli emolumenti dio consiglieri e assessori.
Tagli che arrivano addirittura «fino al 95 per cento» dei fondi oggi elargiti ai gruppi consiliari, come spiega il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà .
Da Nord a Sud c’è maretta, a cominciare dal caso monstre dell’assessore lombardo alle Infrastrutture, il pidiellino di osservanza ciellina Raffaele Cattaneo, che fa due conti e si lamenta perchè alla fine – dice – non riuscirà  neppure a pagare il mutuo.
Prendendosi gli sberleffi del popolo di twitter, dove in molti gli rispondono con un sarcasmo velenoso: «Allora faremo una colletta in suo favore».
Nel Veneto, il governatore leghista Luca Zaia sente il bisogno di alzare gli scudi contro il malessere che serpeggia tra i consiglieri regionali, anche del gruppo del Carroccio (le Regioni entro il 30 ottobre dovrebbero adeguare gli emolumenti a quelli della Toscana, considerata la più virtuosa, e se non rispettassero il termine sarà  il governo a decidere per loro entro il 30 novembre).
«Il decreto del governo – sbotta Zaia – va nella giusta direzione, se qualcuno si mette di traverso gli passo sopra, perchè sono io a metterci la faccia. Fischiano le orecchie al consigliere leghista (e iperbossiano) Santino Bozza, che interpreta così un “sentimento” assai diffuso: «Tagliare gli stipendi nelle Regioni? Si cominci dalla Sicilia, dove i consiglieri guadagnano 17mila euro al mese contro i nostri 8mila: i diritti acquisiti non si toccano».
In Puglia il consigliere del Pdl Lucio Tarquinio parla addirittura di «schiaffo» del governo: «Se lo accettassimo, riconosceremmo di essere Batman anche noi; non accetto che un Consiglio dei ministri in cui non c’è neppure un eletto dal popolo cancelli di fatto la Costituzione italiana; la dignità  e le competenze del consiglio regionale non possono essere svendute».
In Piemonte, dove tre giorni fa il governatore leghista Roberto Cota ha minacciato di espellere dalla maggioranza il consigliere dei Pensionati Michele Giovine che faceva ostruzionismo contro i tagli decisi dalla giunta, c’è una forte preoccupazione per il destino del personale in forza ai gruppi consiliari, che addirittura si dice possa essere azzerato.
Aldo Reschigna, capogruppo del Pd: «Chiediamo una riflessione a governo e Parlamento, perchè sono coinvolte decine e decine di persone; la casta non c’entra, parliamo di gente spesso con un reddito limitato e anche di una certa età ».
Su questa linea pure Francesco Storace, consigliere nel disastrato Lazio: «Applaudiremo se a questi tagli si aggiungeranno quelli del numero dei parlamentari, di cui non si parla più, se i rimborsi ai partiti saranno finalmente aboliti, se anche le indennità  di deputati e senatori subiranno un dimagrimento».
Via libera al decreto dal presidente della Toscana Enrico Rossi, che però non rinuncia a una puntuta precisazione: «Ci vuole il pugno di ferro, ma dev’essere selettivo, perchè non tutte le Regioni sin comportano allo stesso modo, e quelle virtuose vanno premiate».
E il capogruppo del Pd, sempre in Toscana, dice in chiaro ciò che in moltissimi sussurrano: «Bene il decreto, ma sarebbe stato meglio se le Regioni avessero presentato al governo una loro proposta; invece sull’onda dello scandalo del Lazio i governatori hanno delegato ogni scelta a Monti, e questo è stato un errore».

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