Destra di Popolo.net

ORA TUTTI SERVONO LA PIZZA: ANCHE RENZI SI DESTREGGIA TRA I TAVOLI A RIGNANO

Settembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile

LA MODA LANCIATA DAI GRILLINI FA SCUOLA: TUTTI A FAR FINTA DI ESSERE “POPOLARI”

Il Partito Democratico di Rignano ha pubblicato su Facebook un video in cui si vede Matteo Renzi che serve la pizza ai tavoli durante la festa dell’Unità  del paese.
Inutile dire che la scena del segretario del Partito Democratico ne ha ricordata un’altra a molti commentatori: “Copione, senza originalità  e senza nemmeno il minimo di norme igieniche: almeno i pentastellati mettono il grembiule prima di servire. Patetico e ridicolo”, scrive Giorgio nei commenti.
“Quando si finisce col fare quello che qualcun altro ha fatto   l’effetto non può essere che modesto e un po’ triste. Credo sia una metafora della mancanza di idee vere in questo PD, della capacità  di scaldare i cuori. Che Renzi stia velocemente scolorendo credo non sia un mistero per nessuno e non basteranno cose del genere per risollevare le sue sorti politiche”, sostiene il più apocalittico Arturo.
Il riferimento è alle molte iniziative simili che hanno coinvolto i parlamentari del MoVimento 5 Stelle nelle cene di autofinanziamento per le campagne elettorali delle elezioni regionali.
In mancanza di politici lungimiranti, potremo sempre consolarci con un nutrito gruppo di aspiranti camerieri ai tavoli delle pizzerie.

(da “NextQuotidiano”)

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RENZI A CACCIA DI FACCE NUOVE PER LE LISTE

Luglio 26th, 2017 Riccardo Fucile

CERCA PROFESSIONISTI E IMPRENDITORI….RIVIDO TRA I PARLMENTARI: “STANNO ARRIVANDO I CURRICULA”

Un brivido scorre lungo la schiena di parecchi parlamentari del Pd. In un capannello si sente: “L’hai saputo del casting? Al Nazareno stanno arrivando i curricula per fare le liste”.
Gli astanti annuiscono: “Stavolta quello fa una strage delle correnti”.
Dietro il termine, un po’ dispregiativo, di casting si nasconde, ma neanche tanto, un’operazione politica drastica. Che è già  in atto, anche se mancano diversi mesi alle elezioni.
Il presidente del Pd, Matteo Orfini va dritto al punto, senza tante perifrasi: “Abbiamo detto che vogliamo fare un grande Pd. Bene, per costruirlo occorre essere generosi. Questo significa che non partiamo dalla tutela degli equilibri interni, ma dal coinvolgimento di pezzi di società . Qualcuno lo chiama casting? Io lo chiamo inclusività “.
Ecco. Su questi “pezzi di società ” Renzi ha già  iniziato a mettere la testa per realizzare quella che, un po’ pomposamente, al Nazareno chiamano “macronizzazione”: tanta società  civile, “strage” appunto delle correnti. I numeri aiutano a comprendere l’entità  dell’operazione.
Se il Pd raggiungesse oggi il 28 per cento — ed è una cifra considerata ottimistica — sarebbero eletti alla Camera 180 deputati, ovvero un centinaio in meno rispetto al gruppo eletto nel 2013 che si giovò anche del premio di maggioranza della legge elettorale di allora.
In caso di 25 per cento, gli eletti sarebbero 140 circa, di cui cento “fortunati” saranno blindati nei posti bloccati. Per gli altri una lotteria.
Fonti degne di questo nome raccontano che, al momento, le quote fissate, tra i cento, sono: una manciata di parlamentari dati a Orlando e Franceschini — cinque e cinque — e gli altri, una novantina, divisi tra volti nuovi e fedelissimi da tutelare.
E se il grosso della “selezione” avverrà  col famoso giro in treno di Renzi a settembre, alla ricerca di “energie nuove”, è anche vero che la ricerca è già  iniziata.
Ed è incentrata, per un partito che ha prosciugato le casse sulla campagna referendaria, soprattutto su professionisti e imprenditori, la famosa “Italia che lavora e produce” di cui parlava Berlusconi.
A questo stanno lavorando, in gran segreto, nel giro stretto del segretario. A partire dalla fondazione Eyu, del tesoriere Francesco Bonifazi, nata come uno strumento di fundraising e diventata uno snodo fondamentale per capire il potere renziano.
Ad esempio il terminale politico del gruppo è quel Giacomo Filibeck, segretario aggiunto del Pse, che ha giocato un ruolo determinante nella “cacciata” di Massimo D’Alema dalla Feps.
E non è sfuggito, a proposito di relazioni e di caccia ai volti nuovi, il ruolo affidato a Benedetta Rizzo, nella nuova segreteria del Pd. Donna di comunicazione ai vertici della società  Hdrà  e professionista delle relazioni sin dai tempi in cui animava Vedrò, vanta il perfetto curriculum dell’headhunter e comunque ha più contatti e relazioni trasversali di parecchi dirigenti del Pd. Un’agenda buona per riempire di volti nuovi le liste.
Insomma, sono questi i referenti perfetti qualora un imprenditore alla ricerca di seggio volesse un contatto col giro del segretario. Il quale non farà  neanche tanta fatica a togliere di mezzo un bel po’ di parlamentari, applicando alla lettera lo statuto che prevede il limite di tre mandati.
E applicato finora in modo estensivo, come limite di “tre legislature” (quindici anni di parlamento, per intenderci).
Qualche deroga sarà  evidentemente concessa ai ministri e al premier uscente, ma già  applicandolo ai parlamentari se ne depennano più di una cinquantina dalle liste. I più colpiti sono proprio quelli di Andrea Orlando e Dario Franceschini.
A quel punto, ha già  fatto capire Renzi, al loro posto si selezionerà  non col bilancino ma seguendo altri criteri.
Più di parlamentare di lungo corso in questi giorni ha suonato l’allerta a Franceschini: “Dario occhio, quello alla fine proverà  a non ricandidare neanche te”. Per la prima volta l’ex segretario, entrato in Parlamento nel 2001, ha pensato che l’allerta ha un fondamento. Perchè l’aria che tira è questa.

(da “Huffingtonpost”)

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FINANCIAL TIMES ATTACCA RENZI: “IL SUO LIBRO POTEVA ESSERE UN TRAMPOLINO DI LANCIO, INVECE REGOLA I CONTI. VILE ATTACCO A LETTA”

Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile

“NON SPIEGA COME L’ITALIA POSSA TORNARE COMPETITIVA”

Il Financial Times boccia il libro Avanti di Matteo Renzi. Per il quotidiano finanziario inglese “probabilmente” la pubblicazione del libro “non sarà  il momento in cui Renzi recupererà  il suo rapporto con il popolo italiano”, anche se l’ex primo ministro “continua a rimanere il più popolare tra tutti i leader”.
Ma pur avendo “una visione politica più vivace di qualsiasi altro politico italiano”, il segretario del Pd “non scrive abbastanza” di come debba fare l’Italia per “riconquistare competitività  globale, in settori come il commercio e innovazione” nelle pagine del libro che racconta i mille giorni a Palazzo Chigi.
Anzi, spiega James Politi nel suo editoriale ripercorrendo gli ultimi mesi della recente stagione politica, dal referendum costituzionale alla riconferma alla guida dei democratici, “Avanti doveva essere un trampolino di lancio” per la sua “missione” ma “riprende le vecchie lotte”, “regola i conti con gli oppositori e attacca i media per il trattamento sleale contro di lui, la sua famiglia e i suoi alleati”.
Secondo il giornalista del Financial Times, “uno dei passaggi più forti è l’attacco vile al suo predecessore Enrico Letta“ per “avergli tenuto il broncio”, dopo il famoso ‘Enrico stai sereno’ e il passaggio di consegne a Palazzo Chigi.
Il quotidiano britannico parla anche della sfida alla Ue legata al deficit al 2,9% per 5 anni e ripercorre il rapporto “intenso ma complicato” con la cancelliera Angela Merkel e le istituzioni europee. “A Roma — aggiunge Politi — si dice che il suo progetto sia arrogante e il suo libro rischia di rafforzare questa percezione”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MASSIMO D’ALEMA: “RENZI EDUCA I FIGLI A ODIARMI”

Luglio 14th, 2017 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA DEL FATTO AL LIDER MAXIMO E’ UN MASSACRO CONTINUO DI RENZI

Massimo D’Alema rilascia oggi un’intervista al Fatto Quotidiano che rischia di diventare l’argomento del giorno per i toni assolutamente furiosi dell’ex presidente del Consiglio e anche per il titolo scelto dal quotidiano per il colloquio con Ettore Boffano e Fabrizio D’Esposito:
Significa che la mutazione è antropologica, prima ancora che politica.
C’è un episodio rivelatore che mi ha colpito molto, quando Renzi scrive nel suo libro che sua figlia chiede se è certo dell’abiura del dalemismo da parte di Orfini. È aberrante, questa è educazione all’odio, è l’elogio del tradimento. Se questi sono i principi educativi, c’è da essere seriamente preoccupati.
Allora lei ha letto Avanti?
Per l’amor del cielo. Concordo con Letta quando parla di disgusto. Ho altro da leggere. Ho visto le numerose anticipazioni pubblicate dai quotidiani. Quante sono? Otto? Dieci in tutto. Una cosa sconcertante, questa è informazione di regime, che però contribuisce a far crescere quel sentimento dilagante contro Renzi.
L’intervista è lunghissima (occupa due pagine del quotidiano) e più interessante rispetto alle querelle con Renzi è quello che D’Alema dice sull’economia:
Un tempo il Pd aveva un grande peso, oggi un po’ meno.
Il Pd avrebbe dovuto impostare il tema di una profonda riforma dei Trattati.
Invece
Ha usato la sua forza contrattuale per chiedere un po’ di soldi e flessibilità  anzichè fare una battaglia per riformare il patto di stabilità  e chiedere che gli investimenti non possono essere calcolati nel rapporto deficit-Pil.
Renzi chiede meno tasse
Ci vuole un grande piano di investimenti, basta sfogliare Keynes. Il moltiplicatore che deriva dalla fiscalità  è basso. Meno tasse per tutti è uno slogan vecchio ed è immorale riprenderlo aumentando il debito. Non possiamo rubare i soldi ai nostri figli, distribuendo mance ai banchieri.
Secondo D’Alema, “ci vuole un ritorno alla serietà  della politica […]. Vedete, noi siamo stati un gruppo dirigente che si rispettava. Quando ero a Palazzo Chigi ho proposto Veltroni segretario, Prodi a capo della Commissione europea. Oggi prevale il culto del capo, la cultura del sospetto. Renzi ha impedito che Letta diventasse presidente del Consiglio europeo e questa era una proposta della Merkel”.
Quanto al futuro, D’Alema auspica un soggetto unitario a sinistra:
“Dobbiamo presentarci con un soggetto unitario, non possiamo andare con due liste che litighino tra di loro […]. Ora c’è un nucleo di partenza composto da Mdp e Campo Progressista di Pisapia, io immagino a conclusione di questa fase una consultazione popolare a novembre”.
Primarie?
“Certo, ma senza truppe cammellate, con regole che impediscano qualsiasi forma di inquinamento”.
D’Alema lascia intendere che potrebbe candidarsi. “A me sembra molto prematuro”, risponde a domanda diretta. “Se ci saranno i capilista bloccati, decideranno gli elettori con le primarie”.
Quindi è sì?
“Ripeto, ci saranno le primarie…”.

(da agenzie)

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“AVANTI” A DESTRA: IL LIBRO DI RENZI E IL COAGULARSI DI UN’AGENDA CONSERVATRICE

Luglio 13th, 2017 Riccardo Fucile

RENZI VUOL CONVINCERE L’ELETTORE CHE UNA COSA DI DESTRA REAZIONARIA IN REALTA’ E’ DI SINISTRA

L’insistente campagna di presentazione dell’ultimo libro di Matteo Renzi, “Avanti”, diventata la più recente delle armi di distrazione di massa, sta oscurando – ancora una volta – la maggiore novità  in corso nella politica italiana: il coagularsi di un’agenda politica di destra, diventata centrale nel dibattito del paese.
Questo spostamento a destra è già  stato segnalato parzialmente dalle elezioni amministrative, ma è ben più sostanziale di quanto le stesse urne locali abbiano già  indicato.
Stiamo parlando infatti del formarsi di un nucleo coerente di idee su una molteplicità  di temi, piuttosto che di un semplice partito.
Stiamo parlando di argomenti intorno ai quali si innerva un consenso trasversale, che va al di là  delle formazioni politiche costituite. Consenso che sta influenzando e trascinandosi dietro, come d’altronde dimostra anche l’ultimo libro di Renzi, il posizionamento stesso del Pd.
Sui singoli temi il fenomeno è evidente.
Sull’immigrazione, con l’azione di Minniti — che, paradossalmente, punisce soprattutto le Ong – e le dichiarazioni contenute in “Avanti”, in cui si parla di “aiutare i migranti a casa loro”, il centrosinistra si sposta su un terreno tradizionalmente leghista, adottato in seguito anche dal Movimento 5 Stelle.
Si capisce che si tratti di una manovra per portare la competizione del Pd su temi molto popolari, ma per quanti distinguo possano essere avanzati, la decisione di scegliere una linea del genere finisce per indicare una volontà  di aprirsi a posizioni trasversali, che travalichino il semplice bacino dell’elettorato di partito, di destra o di sinistra che sia.
Un esempio perfetto di come, quasi senza accorgersene, farsi condizionare da un’agenda conservatrice. E dunque spostare come riflesso quasi involontario la propria.
Un altro tema che ha preso lentamente a scivolare verso destra è il rapporto con l’Europa. Mentre il governo continua a mantenere una parvenza di rispetto nei confronti delle regole europee, nel suo ultimo libro Renzi guida la rivolta contro quegli stessi criteri che il governo dice di voler difendere.
Facendone una battaglia politica pubblica e stentorea — fino ad arrivare all’ormai nota proposta di mantenere il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% – e renderla un pezzo importante della futura piattaforma elettorale.
Il terzo indizio è la gestione della crisi bancaria.
Su questo versante il governo ha fatto quello che l’Unione ha chiesto. Ma il modo in cui il processo è stato gestito — a partire da Banca Etruria e il giglio magico – ha alimentato la sensazione popolare, sempre più vasta, che gli interventi di salvataggio siano in fondo serviti soltanto a chi le banche le aveva o le dirigeva.
Senza minimamente sanzionare o punire chi colpa ha avuto in quei fallimenti. In questo caso la piattaforma del Pd ha seguito quella del governo.
Col risultato finale di spostare l’elettorato democratico a favore di un tipico risentimento dei conservatori.
Inoltre, un esempio piccolo, ma rilevante, nella formazione dell’opinione pubblica: la questione Rai. Il taglio dei compensi può essere discusso come giusto o sbagliato. In astratto è una questione interessante; ed è persino giusto sostenere che chi è bravo valga di più.
Nel caso specifico, tuttavia, è difficile non vedere come la proposta di portare tutti gli stipendi a equa misura sia, per un’azienda pubblica, una proposta politica.
È la richiesta di una sorta di patrimoniale, fatta per rispondere alla reazione dei cittadini che, dopo essersi visti obbligati a pagare il canone attraverso la bolletta elettrica, oggi più che mai chiedono alla Rai un comportamento adeguato ai tempi.
E i tempi sono quelli di una patrimoniale vera che la crisi ha imposto alla vita di tutti. Che il centrosinistra e il Pd, responsabili del governo del paese, abbiano prima fatto una legge, e poi si siano presi la responsabilità  di concederne l’aggiramento, chiaramente aumenta il senso di distacco e disprezzo che la politica ha per la voce dei cittadini. E anche questo scontento è un malumore che classicamente è l’humus naturale delle campagne di destra.
Come si vede non stiamo parlando della creazione di nuovi partiti o coalizioni populiste o sovraniste.
Siamo piuttosto in presenza di scelte politiche che portano a un’unificazione dell’elettorato – al di là  degli schemi ideologici – intorno a piattaforme di ispirazione conservatrice.
L’effetto di questa fluttuazione dell’opinione pubblica si è già  avvertito dentro il sistema dei partiti. Il caso più clamoroso è il comportamento iper-opportunistico del M5S, che, intuendo questo magmatico ribollire dell’elettorato, ha accentuato la propria caratteristica “a-ideologica” a favore di scelte estremamente pragmatiche.
Alcune di queste lo sono così tanto da poter essere definite chiaramente come ciniche. La posizione assunta sulla difesa della libertà  di espressione a proposito del fascismo è semplicemente inaccettabile da qualunque punto di vista in un paese con la storia dell’Italia.
Il pericolo che i 5 Stelle corrono su questa strada è quello di diventare una pura frantumazione di idee, un variegato collage di diversi colori ideologici, una forma pulviscolare che non darà  mai stabilità  al paese che la sceglie.
Nel centrodestra sembra avere intuito molto bene questa dinamica di flussi Silvio Berlusconi. Che da abilissimo panettiere della politica italiana sa lavorare come nessun altro su due forni. Entrambi sono in riscaldamento.
Quello con Matteo Renzi, con cui dialoga di grandi intese, e quello con Matteo Salvini, con cui parla di coalizioni. Ci sono pochi dubbi che alla fine, a voto contato, Silvio sceglierà  per chi lo farà  vincere. Un altro comportamento opportunistico.
Chi pare restare fuori dalla decodificazione di quel che sta succedendo sotto i suoi occhi sembra essere proprio il partito che più è in difficoltà  nella gestione di questi flussi.
Il Pd di Renzi guarda oggi a destra, sia pur con un mucchio di distinguo che dovrebbero far capire all’elettore che una cosa di destra in realtà  è di sinistra.
La spericolatezza con la quale attualmente il Pd viaggia su questo filo del rasoio fa pensare a un’enorme incoscienza.
Soprattutto fa capire a chi lo osserva che al cuore di questo errore c’è un’assoluta inconsapevolezza: la convinzione di essere ancora al centro delle dinamiche del paese, la convinzione, cioè, di essere ancora chi dà  le carte.
Mentre invece il futuro si sta già  costruendo altrove.

(da “Huffingtonpost”)

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“L’ASSE D’ALEMA-BERLUSCONI FECE SALTARE IL NAZARENO”: IL RETROSCENA DI RENZI RACCONTATO NEL SUO LIBRO

Luglio 11th, 2017 Riccardo Fucile

LA TELEFONATA FATTA ALLE SUE SPALLE PER CONCORDARE UN NOME PER IL QUIRINALE: “IN QUEL MOMENTO CAPISCO CHE IL PATTO NON ESISTE PIU'”

Un accordo sul Quirinale fra Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema fece cadere il Patto del Nazareno e compromise il percorso delle riforme istituzionali.
È il racconto di Matteo Renzi sul suo libro “Avanti”, di cui Democratica pubblica un’anticipazione
“Scrivere le regole insieme agli altri impone flessibilità  e capacità  di ascolto. Non puoi fare come ti pare, mai. E questa regola, che abbiamo sempre seguito, continuiamo a ritenerla più vera e necessaria che mai. Non siamo stati noi a tirarci indietro dalle riforme che avevamo scritto insieme all’altra parte politica”.
Renzi racconta la sua verità  sul Patto del Nazareno e dice che “chi ha partecipato a quei tavoli sa perfettamente che è stata Forza Italia a rompere con noi”.
“Quando, a fine gennaio del 2015, si tratta di votare per il Quirinale, Berlusconi mi chiede un incontro, che resterà , ma io non posso ancora immaginarlo, l’ultimo per anni. Perchè quando si siede — accompagnato da Gianni Letta e Denis Verdini — mi comunica di aver già  concordato il nome del nuovo presidente con la minoranza del Pd. Mi spiega infatti di aver ricevuto una telefonata da Massimo D’Alema, di aver parlato a lungo con lui e che io adesso non devo preoccuparmi di niente, perchè “la minoranza del Pd sta con noi, te lo garantisco”. Te lo garantisco? Lo stupore colora — o meglio sbianca — il volto di tutti i presenti. Berlusconi ha sempre un modo simpatico di raccontare la realtà . La sua ricostruzione della telefonata con D’Alema è divertente, ma lascia tutti i partecipanti al tavolo senza parole. Non solo non avevamo mai inserito l’elezione del capo dello stato nel Patto del Nazareno, ma l’idea che Berlusconi abbia già  fatto una trattativa parallela con la minoranza del mio partito sorprende anche i suoi. In quel momento — sono più o meno le due di pomeriggio del 20 gennaio —, nel salotto del terzo piano di Palazzo Chigi, capisco che il Patto del Nazareno non esiste più: il reciproco affidamento si è rotto”.
Renzi precisa che non è un problema del nome scelto da Berlusconi e D’Alema.
Nel libro non fa il nome di Giuliano Amato, che è quello su cui convergono tutte le indiscrezioni, scrive che la personalità  individuata “è di indubbio valore e qualità “, ma è “difficile da far accettare ai gruppi parlamentari — sempre pronti a esercitare l’arte del franco tiratore — e all’opinione pubblica”. E poi…
“C’è un fatto di metodo, prima ancora che di merito. Io ho scelto un percorso trasparente e partecipato, con tanto di streaming, dentro il Pd e davanti al paese per evitare di tornare allo stallo del 2013. Sono impegnato in un iter parlamentare difficilissimo per condurre una maggioranza su un nome condiviso. E in una sala ovattata al terzo piano di Palazzo Chigi devo scoprire che si è già  chiuso un accordo tra Berlusconi e D’Alema, prendere o lasciare? E, come se non bastasse, da questo prendere o lasciare dipende la scelta se continuare o meno con il percorso di riforme, che pure erano state scritte insieme”.
Renzi rivendica la scelta di Sergio Mattarella, “le sue qualità  parlano per lui”.
“Quando mi trovo a dover scegliere tra l’asse Berlusconi-D’Alema (non ricordo un solo accordo Berlusconi-D’Alema che alla fine sia stato utile per il paese) e la soluzione più logica per il parlamento e per l’Italia, non ho dubbi, con buona pace di tutti i retroscenisti. Del resto, come canterà  Vasco Rossi qualche mese dopo: “Essere liberi costa soltanto qualche rimpianto”. Da quel momento Berlusconi mi dichiara guerra.
Dopo la rottura del Patto del Nazarano i rapporti fra Renzi e Berlusconi “si interrompono”, malgrado, scrive il segretario Pd, “sono tra i pochi della sinistra che non ha mai voluto fargli la guerra sulle sue vicende giudiziarie. Ho sempre spronato i miei compagni di partito a portare avanti una proposta per l’Italia, non contro Berlusconi”.
Nel giugno 2016, quando viene ricoverato, un nuovo contatto e “come sempre, il Cavaliere è simpatico e gentilissimo”. Berlusconi lo aveva attaccato pubblicamente, ricorda Renzi, ma al telefono non esita a dirgli: “E poi, caro Matteo, sappi che mi dispiace molto per quanto ti stanno attaccando, ce l’hanno tutti con te”.
“Ma come? Lo stesso che pubblicamente mi dà  dell’aspirante dittatore a distanza di due giorni mi porta la sua solidarietà  per gli attacchi? Mentre pigio il tasto rosso che mette fine alla telefonata, scoppio in una risata: è inutile, anche se mi sforzassi, Berlusconi non mi starà  mai antipatico. Sul Quirinale però non potevo consentire nè a lui nè a D’Alema di sostituirsi al Parlamento e decidere per tutti. La simpatia è una cosa, la politica è un’altra”.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI PREPARA UNA CAMPAGNA ELETTORALE DOVE IL NEMICO E’ BRUXELLES

Luglio 10th, 2017 Riccardo Fucile

LA SUA PROPOSTA SUL DEFICIT INCASSA IL GELO UE E NON CAMBIA L’AGENDA DEL GOVERNO

Renzi attacca, anche in modo un po’ duro, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. “Ha un pregiudizio anti-italiano”. Renzi rivanga addirittura un’antica polemica: “Gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro”.
E poi una valanga di frasi, contro l’austerità , contro il rigore perchè “di rigore si muore” e contro gli “euro-burocrati”, contro il fiscal compact.
Con toni da comizio cerca la polemica con l’Europa e l’alimenta: “Basta cura dimagrante”. A ogni ora da un palco radiofonico diverso. Renzi è a Radio-Montecarlo di pomeriggio, a Zapping sul far del tramonto. E domani stessa cosa, altre radio, per presentare il libro
È semplicemente l’inizio della campagna elettorale, pensata e programmata sul 24 settembre e poi diventata più lunga per necessità : le anticipazioni sui giornali, le radio, il treno a settembre.
C’è tutto: una proposta (alzare il deficit al 2,9 per abbassare le tasse), uno slogan (superare il fiscal compact, anche se non si spiega come e con chi), il nemico (i sordi burocrati di Bruxelles), i voti da cercare al centro in nome della critica all’Europa e rispolverando antichi slogan del centrodestra (“giù le tasse”).
E c’è soprattutto, come ben raccontano quelli che gli stanno attorno, quel desiderio diventato quasi un’ossessione di tornare al centro della scena, dimostrando — dopo la sconfitta epocale — che la politica è ancora, come prima del 4 dicembre — “renzicentrica”.
E invece, in questo anticipo di campagna elettorale a 40 grandi all’ombra, la notizia è proprio questa, a vedere le reazioni a tanto attivismo.
La proposta viene presa per quello che è: un’idea “per la prossima legislatura” — così ha più volte detto Renzi — e dal sapore elettoralistico.
Il governo continua per la sua strada senza neanche che si senta una voce per valorizzarla neanche in prospettiva, Moscovici liquida in modo tranchant proposta e proponente, governo ed Europa dialogano e trattano sulla prossima legge di bilancio. “Temi per la prossima legislatura” dice sbrigativamente Padoan, evidentemente nell’intento di evitare che la campagna elettorale di Renzi aggravi il negoziato in corso sulla legge di bilancio.
Perchè il punto è proprio questo. Il lavoro che sta facendo il governo Gentiloni a Bruxelles per la manovra di autunno è assai diverso, nella logica e nel merito, rispetto al piano illustrato da Renzi: Padoan sta negoziando il rientro, dunque una riduzione del deficit.
L’ex premier propone un aumento del deficit che altro non è che aumento della spesa pubblica, con l’idea di elargire un bonus per famiglie, anch’esso dal sapore elettoralistico.
E la riposta dell’Europa mostra il vero punto debole dell’idea, ovvero l’assenza di alleanze e l’isolamento.
Le parole di Moscovici, che ricorda la flessibilità  di cui beneficiò il governo di Renzi, sono piuttosto indicative della freddezza attorno all’idea.
E per cambiare i trattati come il fiscal compact servono alleanze tra paesi membri, capacità  negoziale e un minimo di condivisione.
Altro discorso è una campagna elettorale impostata con l’obiettivo di contendere voti a Grillo e Salvini.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI STRONCATO ANCHE DAL FEDELE VELARDI: “NON TI REGGO PIU’, CALEMBOUR E BANALITA’, DEVI CAMBIARE DENTRO”

Luglio 9th, 2017 Riccardo Fucile

LO SPIN DOCTOR: “SEI FERMO AL 4 DICEMBRE, DEVI CAMBIARE LINGUAGGIO, BASTA SERMONCINI DA RENZISMO DEPRESSO, IL MONDO CAMBIA”

“Matteo, non ti si può più ascoltare”. Alla fine anche il fedelissimo Claudio Velardi, mestiere spin doctor e politologo, ha ‘spento’ il pc.
Come se non bastassero i fuorisciti dal Pd, i leader della minoranza interna, il risveglio di Dario Franceschini e i distinguo dei padri fondatori dem Walter Veltroni e Romano Prodi.
Adesso anche gli esperti di marketing politico — che lo hanno sempre sostenuto e difeso — sotterrano il linguaggio usato dall’ex premier, gli esempi, i giochini di parole, l’eterno rivendicare i successi e derubricare le sconfitte.
Con un post sul suo blog — poi duplicato per chiarire e approfondire il suo pensiero — Velardi, tra l’altro ex consulente di Massimo D’Alema, ha demolito “perchè gli voglio bene” la comunicazione del segretario del Pd risalendo fino all’origine di tutti i mali: l’orologio biologico “drammaticamente bloccato al 4 dicembre 2016“, giorno del Referendum costituzionale e un modo di parlare che non funziona più.
Ma per cambiarlo, ammonisce Velardi, “devi cambiare testa”.
La miccia è stata la rassegna stampa OreNove di venerdì, quella dell’annuncio sul numero chiuso per i migranti. Le tirate di orecchie che verranno sono riassunte già  nel titolo, Non ti reggo più.
“Guardo su Facebook la tua rassegna stampa. Ascolto sempre le stesse parole, espressioni, esempi, calembour. Risento per la millesima volta che le colpe delle cose che non vanno sono dei governi precedenti il tuo, che invece su altri piani “adesso si vedono i risultati del nostro lavoro” (con l’aggiunta di rito del “ma non basta”) — scrive Velardi — mi infastidisco per quell’insopportabile intercalare anni ’80 del “ragazzi”, per il sindaco di turno da blandire come tutti “i sindaci che combattono bla bla”, e poi sto cazzo di bonus giovani, e l’umano dramma della ciclista, e altre dieci banalità “.
“Per poi sentire — andando al merito — la difesa dell’ignobile codice Antimafia, sia pure con la vaga promessa del cambiamento della legge alla Camera — continua — E, in conclusione, l’inascoltabile sermoncino conclusivo, un classico del renzismo depresso: “Però basta parlare del Pd come ne parlano i giornali, io voglio invece parlare di lavoro, di casa, mamme, giovani, etc…”. Il tutto dopo averci propinato per mezz’ora le minchiate dei giornali”.
La questione, sostiene Velardi, non è solo comunicativa, arma necessaria, lo avverte, “se vuoi tornare a parlare all’Italia”.
Perchè, continua, “per cambiare linguaggio devi cambiare testa”.
E scatta l’istantanea degli ultimi sette mesi, nitida.
Perchè mentre dopo il referendum costituzionale tutti pensavano che Renzi si sarebbe inabissato per poi tornare, è di fatto rimasto in sella. Rilancio dopo rilancio.
Invece, consiglia lo spin doctor, “devi metterti a studiare invece di agitarti freneticamente pensando solo a giornali e colleghi di partito (perchè sei tu che pensi ossessivamente solo a loro!), devi riflettere sul mondo che continua a cambiare”.
Il problema, però è che l’orologio biologico di Renzi è “drammaticamente bloccato al 4 dicembre 2016 (e non voglio pensare alla discussione che si aprirà  sul tuo libro, e sulle polemiche tutte rivolte all’indietro che dovremo sorbirci)”.
Altrimenti, la sconfitta è dietro l’angolo: “All’appuntamento con il 2018 ci arriverai sfiancato come un vecchio ronzino“. Per questo “devi cambiare dentro, e rapidissimamente”.
E come può avvenire questo cambiamento? “Se metabolizza la grande sconfitta del 4 dicembre, capisce razionalmente che è cambiato tutto da allora, e si colloca — emotivamente, umanamente — su una nuova lunghezza d’onda”, spiega Velardi nel secondo post.
Ma può accadere solo se è “pacificato” con sè stesso e “questo non so dire quanto lo sia”.
Quindi Velardi entra nel merito: “Che lui torni compulsivamente sulle cose buone fatte dal suo governo non serve. Il giudizio è consegnato inesorabilmente al passato. Avrebbe potuto giocarsi la carta solo legando fortemente i suoi tre anni con il governo Gentiloni, per poter dire a fine legislatura: ecco che cosa abbiamo fatto insieme in   quattro anni. Non lo ha fatto dopo il 4 dicembre, ora i mille giorni — come dire — restano agli atti. Quelli che ne pensano bene, manterranno la loro opinione. Pure gli altri, purtroppo”, aggiunge.
Per questo “dovrebbe contribuire con lealtà  a concludere al meglio il lavoro di Gentiloni” e allo stesso tempo “mettere su un nuovo programma” che dovrebbe essere “totalmente nuovo”, perchè “da sei mesi a questa parte molto è cambiato, nel mondo, in Europa e — naturalmente — in Italia, con il fallimento delle riforme”.
Ci vorrebbero una nuova agenda, nuove parole d’ordine — la prima (salviniana) è arrivata poche ore dopo, sui migranti e non è piaciuta alla base del Pd — ma per riuscire a metterle insieme e a trovarne di giuste, insiste Velardi, Renzi dovrebbe “dedicare molto tempo allo studio, per mettere a punto nuove idee” e nel frattempo “costruire — questione cruciale — la classe dirigente da presentare all’appuntamento elettorale”.
Di conseguenza, è la stoccata finale, “tacere”, ovvero “parlare solo quando ha da dire cose nuove, e di peso”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SAVIANO ATTACCA RENZI: “CHE IPOCRISIA DA CHI VENDE LE ARMI AI REGIMI”

Luglio 8th, 2017 Riccardo Fucile

“UN TENTATIVO MALDESTRO DI DARE IN PASTO UNA RISPOSTA ALLA FEROCIA DELLA PIAZZA”

“Quanta ipocrisia dunque nell’affermare di voler aiutare i migranti a casa loro. Ma attenzione, quella di Matteo Renzi non è una gaffe o un errore di comunicazione, è piuttosto un frettoloso e maldestro tentativo di dare in pasto una risposta alla ferocia della piazza”. Lo scrive su Facebook Roberto Saviano.
“Mi permetto di parafrasare così le parole del segretario del partito di centrosinistra, ossatura della maggioranza di governo – continua- se vi considerate di sinistra non dovete sentirvi moralmente in colpa se iniziate ad avvertire impulsi razzisti. Non siete voi a essere razzisti, sono i negri a essere troppi. Ma vi assicuro che continuerò ad avere moralmente a cuore gli affari di chi tra voi produce armi da vendere ai paesi in guerra, impedendo che si creino condizioni di vita accettabili per i negri ‘a casa loro’. Per Renzi dunque l’Italia non ha il ‘dovere morale di accogliere’ ma di ‘aiutare a casa loro'”.
Eppure, aggiunge, Saviano sul social network, “Renzi sa perfettamente che l’Italia realizza l’esatto contrario perchè aiuta sì chi decide di lasciare il proprio paese, ma ad ammazzarsi a casa propria. La prova? Le esportazioni di armi italiane. 2,7 miliardi di euro nel 2014. 7,9 miliardi di euro nel 2015. 14,6 miliardi di euro nel 2016. Queste cifre mostrano come è cresciuto negli ultimi 3 anni (e Renzi ne è al corrente) il valore complessivo delle esportazioni di armi dall’Italia”.
“Ma il dato politicamente importante – sottolinea ancora lo scrittore – è il boom di vendite verso paesi in guerra in violazione della legge 185/1990, che vieta l’esportazione e il transito di armamenti verso paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. L’Italia nel 2014-2015 è stato l’unico paese della Ue ad aver fornito pistole, revolver, fucili e carabine alle forze di polizia e di sicurezza del regime di al Sisi (con quale faccia chiedono verità  per Giulio Regeni!). Nigrizia denuncia forniture militari a paesi dell’Africa settentrionale, a regimi autoritari, all’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra e per la quale il Parlamento europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti”.

(da “Huffingtonpost”)

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