Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
“HO DETTO DUE VOLTE NO ALLA PRESIDENZA DI VIALE MAZZINI”
Il dopo primarie e il dopo Francia. Il governo Gentiloni e il governo Grillo. L’europeismo possibile e il rapporto con Sergio Mattarella.
La partita a scacchi sulla legge elettorale e ovviamente il caso Ferruccio de Bortoli-Maria Elena Boschi.
A due settimane dalla vittoria alle primarie del Partito democratico, Matteo Renzi, intervistato dal Foglio, nella sua prima intervista da neo segretario, parla a ruota libera:
“Il Pd è l’unico partito già pronto alle elezioni – dice -. Ma siccome siamo persone serie ci va benissimo votare nella primavera del 2018, non abbiamo fretta. Quindi lasciamo lavorare il governo, assicurando il massimo sostegno possibile”. “Prima – sottolinea Renzi – erano tutti contro l’Italicum, ora sono tutti a favore”.
“Noi siamo pronti a votare l’Italicum ma chi sostiene questo tipo di riforma in realtà sogna il Cespugliellum”. Alla domanda se crede che il Pd possa tornare al 40%, risponde: “Io penso di sì.
Il Pd è l’unico grande partito di governo che esiste in Italia”. Secondo Renzi, “la scissione ha lasciato una traccia emotiva vera e profonda nei cuori di qualche militante ma a livello elettorale non ci ha danneggiato”.
Poi, in merito alla vicenda Banca Etruria e alla ricostruzione di Ferruccio de Bortoli nel suo libro, dice: “Ha fatto il direttore dei principali quotidiani italiani per quasi vent’anni e ora spiega che i poteri forti in Italia risiedono a Laterina? Chi ci crede è bravo. Ma voglio dire di più. Ferruccio de Bortoli ha una ossessione personale per me che stupisce anche i suoi amici. Quando vado a Milano mi chiedono ‘ma che gli hai fatto?’. Boh. Non lo so. Forse perchè non mi conosce. Forse dà a me la colpa perchè non ha avuto i voti per entrare nel cda Rai e lo capisco: essere bocciato da una commissione parlamentare non è piacevole. Ma può succedere. Non mi pare la fine del mondo”.
Secondo Renzi, poi, “che Unicredit studiasse il dossier Etruria è il segreto di Pulcinella. Praticamente tutte le banche d’Italia hanno visto il dossier Etruria in quella fase”, aggiunge il segretario Pd, certo che “arriverà un giorno in cui si chiariranno le responsabilità a vari livelli”.
La replica
A stretto giro è arrivata pronta la replica di De Bortoli. Sul corriere.it l’ex direttore spiega.
Il segretario del Pd sostiene che io avrei nei suoi confronti un’ossessione personale. «Forse perchè dà a me la colpa per non aver avuto i voti necessari per entrare a far parte del consiglio d’amministrazione della Rai. Essere bocciati da una commissione parlamentare non è piacevole, lo capisco».
Segnalo all’ex premier che avendo detto due volte no alla proposta di fare il presidente, non era tra le mie ambizioni essere eletto nel cda della Rai. Visto quello che sta accadendo, ringrazio di cuore per non avermi votato. Non avrei potuto comunque accettare avendo firmato un patto di non concorrenza”
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile
I DEM FORZANO SUL SISTEMA ITALO-TEDESCO, MA AL SENATO UNA MAGGIORANZA NON C’E’
Ecco la mossa che fa precipitare la discussione sulla legge elettorale nel caos. 
Ettore Rosato, capogruppo del Pd alla Camera, dice all’HuffPost: “Ringraziamo Mazziotti, il relatore, del lavoro svolto, ma noi non ci riconosciamo in quel testo presentato, il cosiddetto Italicum bis, perchè l’Italicum senza ballottaggio è sostanzialmente un proporzionale puro. La nostra idea è alternativa. Quello che abbiamo proposto è un sistema parzialmente maggioritario che consente anche la coalizioni. Quella è la nostra posizione.”.
Parole pesanti, che di fatto annunciano lo show down in commissione. si straccia la legge proposta, con annessa decapitazione del relatore.
E, appunto, la discussione approda in Aula nel caos. L’opposto dei desiderata di Mattarella. Ricapitolando, in questa storia così confusa. Martedì, in commissione, inizia la discussione sul cosiddetto testo base di legge elettorale.
Quello presentato è l’estensione dell’Italicum, così come è oggi alla Camera, anche al Senato.
Per farla breve, il Pd avrebbe due strade: provare ad emendarlo, discutendo con le altre forze politiche che vogliono sostanzialmente un impianto proporzionale e cercare un accordo, oppure forzare sul suo modello, ribattezzato il Rosatellum (un tedesco rivisitato con 50 per cento di collegi e 50 proporzionale).
Senza accordo, anzi alimentando lo scontro con le forze maggiori. Nel primo caso gli interlocutori sono Forza Italia e 5Stelle, nel secondo Lega e il partito di Verdini, grande teorico di questo modello.
Racconta un parlamentare ben informato: “Prima della riunione della commissione è arrivata una telefonata al presidente dal Pd, in cui gli si diceva garbatamente: Renzi vuole la legge 50 e 50, prendi il testo scritto da Abrignani e porta quello come testo base”.
Ed è questo schema su cui il Pd si prepara alla riunione di martedì. Detta così, con tutti questi latinismi per ribattezzare i modelli, pare un convegno di costituzionalisti. In verità la pagina che sta per scrivere il Pd, stando alle intenzioni di oggi, è una pagina di aspra lotta politica.
Per adottare come testo base il Rosatellum va stracciato quello attuale e decapitato il relatore attuale. Semplice: con una maggioranza Pd-Lega-Verdini si boccia il testo e, di conseguenza, si dimette il relatore.
Già in giornata, si nomina un nuovo relatore che porta avanti il nuovo testo. Lo spirito è un po’ quello dell’altra volta, quando Renzi tolse dalla commissione chi non era d’accordo con l’Italicum.
L’ultima valutazione riguarda l’unica criticità che presenta questo percorso. Ovvero: i tempi. Perchè così — cambio del relatore e testo — si ricomincia daccapo in commissione e dunque è assai difficile che si riesca ad andare in Aula il 29 maggio, per avere a giugno i tempi contingentati. Si rischia che si vada in Aula a giugno per avere a luglio i tempi contingentati.
Fuori dai tecnicismi, detta senza tante perifrasi, già si intravede il caos.
Barricate alla Camera di tutte le opposizioni e conta da brivido al Senato, dove il Rosatellum rischia assai, anzi è assai probabile che non passi numeri alla mano. Il Pd ha 99 voti, a cui vanno aggiunti i 16 di Ala (sulla carta), più i 19 della Lega.
Insomma, servirebbe una poderosa campagna acquisti tra i vari gruppi misti e una buona dose di promesse di ricandidature tra le truppe di Alfano per passare. Sulla carta è più probabile un incidente, anzi quell’Incidente a cui Renzi pare stia lavorando con gioioso impegno pur di correre al voto con la legge che c’è, che giudica la migliore di tutti. Sarebbe l’opposto degli auspici di Mattarella.
Fedele alla sua prassi che “quando il Parlamento è al lavoro il Presidente tace”, il capo dello Stato — in visita in Uruguay – attende l’esito della discussione. Tuttavia i parlamentari che hanno una qualche consuetudine con lui spiegano che, nel corso del famoso al Colle con i presidenti di Camera e Senato, aveva auspicato non solo una legge ma anche un percorso ordinato, nei modi e nei tempi parlamentari.
E un eventuale slittamento dell’approdo in Aula non è un dettaglio. Soprattutto, se il dettaglio rivelasse un’intenzione non detta. Prende sempre più corpo nei Palazzi la tesi che il vero obiettivo di Renzi sia creare l’Incidente, “costringere” il Quirinale fare un decreto e poi a sciogliere.
Quando qualcuna di queste interpretazioni fu ritenuta fondata, vennero invitati a pranzo al Quirinale Grasso e la Boldrini e ne uscì un messaggio che suonava come un monito. Per ora è quasi rimasto inascoltato. E da martedì, su queste premesse, sarà assordante solo il rullo dei tamburi.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
NEL LIBRO DI DE BORTOLI SI RACCONTA DI UN GIORNALISTA MINACCIATO DA UN UOMO DELLA SCORTA DEL PREMIER… MA CI SI CHIEDE PERCHE’ IL CORRIERE DELLA SERA NON NE ABBIA MAI PARLATO A TEMPO DEBITO
Prima scena: un giornalista vede bussare alla sua porta qualcuno che si qualifica come uomo dei servizi segreti. Questi gli dice: «So chi sei, so chi è tua moglie, so chi è la tua amante».
Seconda scena: un giornalista si presenta per stringere la mano a Matteo Renzi a tavola. L’allora premier comincia a urlare e inveire contro di lui finchè non arriva la scorta che lo porta via e nell’occasione uno degli uomini gli dice che lo conosce e conosce anche i suoi segreti.
Gli episodi sono diversi, anche se hanno elementi di similitudine. Entrambe le versioni però si concludono nello stesso modo: con il giornalista che lascia l’albergo.
Il protagonista della storia è Marco Galluzzo del Corriere della Sera e la storia circola da qualche tempo.
Nella sua versione definitiva è stata immortalata da Ferruccio De Bortoli nel suo libro Poteri Forti (o quasi) che ha già fatto una vittima: Maria Elena Boschi.
In questo caso però è curioso vedere come si è evoluta la vicenda nei racconti sulla stampa.
Il primo a parlarne fu Andrea Cangini sul Resto del Carlino e la versione era molto diversa dalla sua versione definitiva:
Durante il suo primo anno di governo, Matteo Renzi si ritirò per qualche giorno con la famiglia in un bell’albergo sul mare. Cercava riposo e riservatezza. Un cronista prese una camera vicino alla sua con l’intenzione di scrivere qualche pezzo ‘di colore’ sulla vita privata del premier. Niente di insidioso. Dopo l’uscita del primo articolo, il giornalista sentì bussare alla porta, aprì e si trovò al cospetto di un signore robusto che, qualificatosi come agente dei servizi segreti, con tono convincente inanellò tre affermazioni in un’unica, breve frase: “So chi sei, so chi è tua moglie, so chi è la tua amante”. Il collega capì il messaggio e fece la valigia.
Non compare il luogo della vicenda, non si fa il nome del giornalista e si parla di un intervento di un funzionario che può essere evidentemente slegato dalla volontà dell’ex premier, anche se nel proseguo dell’articolo Cangini collega questa vicenda alla storia dei servizi segreti nell’affare CONSIP, sostenendo che è la spia della tendenza a usarli come polizia personale da parte del presidente del Consiglio.
C’è però un’altra fonte che racconta la stessa storia ma con significative differenze. La racconta Maurizio Belpietro nel suo libro “I segreti di Renzi” e stavolta i protagonisti hanno nome e cognome e i luoghi vengono nominati mentre scompare il riferimento preciso alla moglie e all’amante di cui si parlava nell’articolo di Cangini.
C’è anche un altro episodio di cui è protagonista, suo malgrado, un giornalista del Corriere della Sera. Il quotidiano di via Solferino, all’epoca ancora diretto da Ferruccio de Bortoli, una volta appreso che il premier sta trascorrendo le ferie all’hotel Villa Roma Imperiale del Forte, decide di inviare sul posto Marco Galluzzo, che prende una stanza nello stesso albergo. Quando Renzi lo viene a sapere, va su tutte le furie e manda uno dei suoi sms di fuoco a de Bortoli, che in quel momento si trova a sua volta in vacanza.
Secondo il premier, la presenza di un cronista del Corriere nel suo albergo rappresenta una violazione della privacy. A quanto pare, finchè si tratta di centinaia di servizi di giornali e televisioni che fanno spot, tutto va bene. Ma quando i media vogliono andare un po’ oltre e fare il loro mestiere al di là della propaganda, a Matteo non va giù. Dopo l’ sms del presidente del Consiglio, Ferruccio de Bortoli telefona in redazione per chiedere delucidazioni. Viene a sapere che Galluzzo è a Forte dei Marmi e decide di chiamarlo. Ed è a quel punto che il giornalista gli racconta un fatto piuttosto spiacevole. A quanto pare, il capo scorta di Renzi lo aveva avvicinato per dirgli: noi sappiamo tutto di te, anche la tua vita privata, stai attento.
La versione definitiva della vicenda è quella contenuta nel libro di De Bortoli e la raccontano il direttore del Corriere e il cronista del quotidiano.
L’ episodio che mi lasciò di stucco accadde in occasione delle sue brevi vacanze siamo nell’ agosto del 2014 in un albergo di Forte dei Marmi di proprietà di un suo amico. Il collega Marco Galluzzo, che lo seguiva con professionalità e rispetto, prese una stanza nello stesso albergo. Niente di male. L’ albergo era aperto a tutti. Non riservato solo a lui. Il messaggio del presidente, particolarmente piccato, lamentava una violazione inaccettabile della sua privacy. Aveva incontrato Galluzzo nella hall e il collega lo aveva salutato. Tutto qui. Io stavo al mare, in Liguria, non sapevo assolutamente nulla. Al telefono, Galluzzo mi spiegò di essere stato avvicinato dalla scorta del premier che gli aveva intimato di lasciare subito l’ albergo
Questo è invece il racconto di Galluzzo:
«Mi avvicinai al tavolo del ristorante dove cenava, nella terrazza dell’ albergo, con la moglie e i figli. Mi fu possibile solo salutarlo e per un attimo stringergli la mano, poi cominciò a gridare, lasciando di stucco i tavoli degli altri ospiti, gruppi francesi, tedeschi e russi. E anche Agnese, che mi rivolse uno sguardo di comprensione, quasi di vergogna. Gridava talmente forte, inveendo contro il Corriere che invadeva la sua privacy, che la scorta accorse come se lui fosse in pericolo. Venni anche strattonato. Dovetti alzare la voce per dire al caposcorta di non permettersi. Lui reagì minacciandomi. Mi disse che tutta la mia giornata era stata monitorata, dal momento in cui avevo prenotato una camera nello stesso albergo, e che di me sapevano tutto, anche con sgradevoli riferimenti, millantati o meno conta poco, alla mia vita privata».
E infine, ecco la chiosa di De Bortoli:
Quella fu l’ unica volta nella quale risposi a un sms di Renzi, dicendogli in sostanza che non volevamo assolutamente attentare alla privacy della sua famiglia era sempre in un luogo aperto al pubblico non era accettabile che il collega venisse minacciato dalla sua scorta. E con quella frase sibillina sul giornalista spiato, poi. Seguì sms di risposta. Più morbido. Per tagliar corto. Il 24 settembre 2014 uscì sul Corriere il mio editoriale dal titolo «Un nemico allo specchio» nel quale criticavo la gestione del potere renziano. (…) Renzi doveva guardare il suo nemico allo specchio: se stesso.
A differenza della vicenda della Boschi e di Ghizzoni, qui il racconto è molto più circostanziato.
Ma mentre si può comprendere perchè della storia di Banca Etruria e Unicredit De Bortoli non abbia mai parlato sul quotidiano (perchè probabilmente l’ha appresa dopo il suo secondo addio alla direzione del Corriere) qui è incomprensibile che un episodio che il direttore ha reputato tanto grave non sia mai stato raccontato dal suo giornale.
“Se Berlusconi avesse fatto una cosa simile saremmo tutti insorti”, dice giustamente De Bortoli.
Dimenticando che l’insurrezione sarebbe scoppiata se nell’occasione il Corriere avesse raccontato la verità .
Invece di tenerla in caldo per tre anni e farla raccontare agli altri.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 8th, 2017 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER FA IL GRILLINO: OPERAZIONE ANTI-DEGRADO PER ATTACCARE LA GIUNTA RAGGI
Una promessa è una promessa. E se Matteo Renzi promette che domenica prossima insieme ai
volontari con la maglietta gialla pulirà Roma, ci si aspetta che lo faccia.
Se non altro per non dare la cattiva impressione di rimangiarsi tutto quello che promette. Ma anche perchè la mossa, in puro stile grillino, rischia di creare un cortocircuito con l’amministrazione della città . E i suoi referenti politici.
Per questo sarà divertente assistere allo spettacolo di un Partito Democratico in vena di blitz da Retake Roma.
Scrive Il Messaggero che la svolta “romana” del segretario Pd, in realtà , è partita da Corviale un paio di settimane fa, quando da candidato alle primarie, è andato a palleggiare a due passi dal Serpentone con i ragazzi del Calcio sociale, penultima tappa della campagna elettorale per (ri)scalare il partito.
Il debutto a Roma è per domenica prossima. Con tanto di ramazza per ripulire i parchi abbandonati all’incuria, ma anche con le sacche di bitume per colmare le buche delle strade groviera.
Le magliette gialle hanno esordito alla festa della Liberazione del 25 aprile scorso a Milano, garantendo la sicurezza del corteo e la possibilità di sfilare alla Brigata Ebraica.
«L’obiettivo è dimostrare che il partito è una forza a disposizione della città , anche dal punto di vista civico», spiega ancora al Messaggero Luciano Nobili, renziano romano e tra i registi dell’operazione anti-degrado.
Insomma, «non c’è solo la contestazione al M5S». Per quella, verrà programmata il 20 maggio un’iniziativa ad hoc, con Roberto Giachetti che a un anno dallo scontro elettorale con la Raggi illustrerà «cosa non è stato fatto in 12 mesi» di governo pentastellato a Roma.
Insomma l’ex premier diventa grillino. E riprende l’esperienza di associazioni tipo Tappami, già oggi al lavoro per le buche nei municipi con la benedizione dei grillini. Anche se non sembra il frutto del riconoscimento di errori nella gestione del dossier Capitale, che finora è stata disastrosa da parte del Partito Democratico.
Che ha deciso di defenestrare Ignazio Marino dopo lo scandalo degli scontrini dandogli dell’incapace. Lasciando poi la città in mano a un commissario governativo che non poteva nè doveva risolvere i problemi.
E poi facendo surclassare il proprio candidato dalla “nuova” Virginia Raggi, che al ballottaggio è stata eletta con percentuali bulgare contro Roberto Giachetti.
Il nervosismo infatti è palpabile. Pinuccia Montanari non ci sta e attacca a sua volta: “Se Renzi pensa di ripulire in un giorno i 20 anni di malagestione che loro e la destra hanno regalato alla città nessuno ci casca. Noi un piano rifiuti lo abbiamo”.
E ancora: “Il Pd di Renzi ci ha lasciato ad esempio una città senza mezzi per gestire il verde, una situazione che noi stiamo recuperando con gare da 9 milioni di euro” e poi suggerisce al segretario dem: “In città ci sono aree di competenza non nostre ma della Regione, come gli argini del Tevere. Magari Renzi si attivi in quel senso…”.
Finirà tutto in uno spot? Nel caso, sarà difficile eguagliare quello per Roma Pulita.
(da “NextQuotidiano“)
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Maggio 5th, 2017 Riccardo Fucile
PD A CACCIA DEI VOTI DEI PISTOLERI
«Capisco le sue considerazioni Inviterò i senatori a valutare di correggere la legge nella parte in cui risulta meno chiara e logica, visto che io per primo — leggendo il testo — ho avuto molti dubbi»:
Matteo Renzi rispondendo ai messaggi critici che sono arrivati sulla legittima difesa già boccia la legge sulla legittima difesa ieri approvata alla Camera e che prevede la circostanza dell’aggressione notturna, tradotta liberamente nella possibilità di poter “sparare” anche di notte in caso di attacco.
C’è una questione che però sembra sottovalutata.
La legge così com’è stata pensata ha trovato l’opposizione “da destra” di Salvini, Forza Italia e Meloni in quanto considerata blanda e contraddittoria; e ha ricevuto critiche da sinistra come quella di Roberto Saviano, che ha accusato il Partito Democratico di essere “come la peggiore destra”.
Se la legge deve cambiare, in quale direzione deve farlo?
Ad occhio si direbbe che il segretario del Partito Democratico voglia andare a destra: scrive infatti Tommaso Ciriaco su Repubblica che «è il passaggio sul “giorno e la notte” a non convincerlo, quel discrimine “orario” nella legittima difesa che lo lascia interdetto. Un principio va fissato, ma legarlo troppo alla visibilità dell’aggressore, determinata dalla luce e dal buio, rischia di trasformarsi, appunto, in un pasticcio». Eppure è proprio quel punto, spiega oggi Bruno Tinti sul Fatto, ad avere una difficile legittimazione e quindi ampliarlo sarebbe complicato:
La novità rispetto al passato (prima del 2006) consiste nel fatto che non è richiesta una proporzione tra il mezzo utilizzato per difendersi e quello utilizzato dall’aggressore: gli posso sparare senza se e senza ma (che è quello che interessa agli sceriffi). Legge equilibrata ed efficiente. Però c’è ancora una fastidiosa condizione: è necessario che chi si introduce in casa abbia un atteggiamento aggressivo oppure che, pur avendolo inizialmente, non decida di desistere, cioè andarsene per i fatti suoi. Così oggi è arrivata la nuova legge: “Si considera legittima difesa la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno”. Micidiale: chiunque si aggira di notte in una casa può essere ucciso.
Per completare il quadro, hanno modificato anche l’ipotesi di eccesso colposo in legittima difesa, cioè quando si usa un’arma in una situazione non prevista dalla legge, per esempio contro un ladro in fuga (di giorno, di notte abbiamo visto che si può, se ancora non è uscito dalla casa): “È sempre esclusa la colpa se sussiste la simultanea presenza di due condizioni: se l’errore è conseguenza di un grave turbamento psichico; se tale turbamento è causato dalla persona contro cui è diretta la reazione”. “Signor giudice, vero che stava scappando, anzi era già in strada: ma ero così turbato…”.
Di certo c’è che la legge così com’è in Senato avrebbe molte difficoltà a passare.
Il governo Gentiloni ha ottenuto a dicembre 169 voti di fiducia, otto in più della maggioranza assoluta, compresi quelli di Mdp ed escluso Ala di Denis Verdini che uscì dall’aula.
Mdp alla Camera non ha votato e, senza modifiche, non sembra intenzionata a votare nemmeno a palazzo Madama.
Ala, invece, alla Camera ha votato sì e quindi potrebbe bilanciare i voti in mendo degli ex Pd.
Mdp e Ala, infatti, sostanzialmente si equivalgono come numeri al Senato (15 gli ex Pd, 16 i verdiniani). Ma dubbi sono stati espressi anche dai socialisti di Riccardo Nencini, che contano su tre senatori.
E nello stesso Pd non si può dare per scontato il voto di tutto il gruppo, anche alla Camera c’è stata la defezione di Franco Monaco.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 30th, 2017 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER OLTRE IL 70% A ORLANDO IL 20%, EMILIANO VERSO IL 7%… CIRCA 2 MILIONI I VOTANTI
Matteo Renzi vince le primarie del Pd. “Un gigantesco grazie a tutti”, dice. 
Circa due milioni di militanti si sono recati alle urne per votare il nuovo segretario del Pd.
L’ex premier incassa una larga maggioranza, oltre il 70 per cento. Nei dati ancora parziali e non ufficiali, Orlando è intorno al 20% Emiliano al 7%.
Il leader dem si è sentito telefonicamente con il premier Paolo Gentiloni, in viaggio per la visita in Kuwait che twitta: “Primarie pd, una bella giornata”.
“Una responsabilità straordinaria – è il commento di Renzi – grazie di cuore a questa comunità di donne e uomini che credono nell’Italia. Avanti Insieme”. Dopo essersi ripreso il partito, punterà ora a dettare l’agenda del governo. Ma soprattutto a rilanciare la battaglia sulla legge elettorale.
Renzi: “Toglieremo l’Italia dalla palude”.
L’ex premier esalta la “giornata speciale”, ringrazia gli avversari (“Impareremo da loro”) e fra le prime cose manda un messaggio a tutto il mondo politico: “Grazie a tutte le amiche e gli amici che lavorano nel governo del Paese a iniziare da Gentiloni, a cui va tutto il sentimento della nostra vicinanza e amicizia. Ci attendiamo molto da tutti voi che lavorate nel governo e lavoreremo al vostro fianco con molta convinzione”.
Poi accenna anche ad un’autocritica “Ho imparato – dice – che questo non è un partito personale. Quando centinaia di migliaia di persone votano, come si fa a dire che questo è il partito di una persona?”. “Inizia una storia totalmente nuova – spiega il segretario del Pd dopo aver rivendicato la sua azione di governo – il 30 aprile, nel giorno dell’anniversario della morte di Pio La Torre, inizia una nuova partita rivolta al futuro, non la rivincita di quella vecchia”.
“Vogliamo fare una grande coalizione con i cittadini – spiega – non con partiti che alla fine non rappresentano nemmeno se stessi. Abbiamo il compito storico di non lasciare l’Italia nella palude”.
“Se saremo in grado di lasciare agli altri il monopolio della paura, del complottismo e della disperazione, daremo significato a chi oggi, saltando il ponte, ha dato fiducia al Partito Democratico”.
Orlando: “Battere la peggior destra”.
Il suo diretto concorrente, il ministro della Giustizia Andrea Orlando, ammette la sconfitta. “Larga vittoria di Renzi, gli ho già telefonato per augurargli buon lavoro”. “Ora insieme – ha aggiunto – per battere la peggior destra del Paese. “Sono convinto che partito costruirà il centro sinistra”.
Le reazioni.
“Renzi sia custode dei valori costitutivi del centrosinistra, sono certo che sente il momento particolare”, è l’esortazione del governatore pugliese Michele Emiliano. “Una leadership forte di Matteo è positiva per il governo” sottolinea il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini. “Spero in un atteggiamento diverso” chiosa Gianni Cuperlo, sostenitore di Orlando – anche se lo zainetto con i gufi non mi pare un buon auspicio”.
“Abbiamo avuto una scissione. La risposta dei nostri militanti è stata molto chiara”, dice l’ex vicesegretario Lorenzo Guerini. “È un segnale che fa ben sperare per la stabilità politica e per la continuità dell’azione riformista nel nostro Paese”. Così il presidente dei senatori dem, Luigi Zanda.
“Un partito forte crea maggiore stabilità del governo, il governo Gentiloni è forte e non abbiamo elezioni anticipate all’ordine del giorno, i prossimi mesi sono importanti per il Paese”, ha ammonito il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato. “Lavoreremo per un partito plurale e aperto, coerentemente con la nostra proposta”, precisa il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina.
Polemiche interne al Pd sull’affluenza.
L’affluenza (circa due milioni di elettori) è stata più larga del previsto. Nonostante ciò non sono mancate le polemiche interne al partito. A quella sollevata dalla mozione Orlando secondo cui ci sarebbe stato un calo di partecipazione replica Guerini: “Rispetto al 2013, quando i partecipanti erano stati 2,8 milioni, siamo in un’ altra fase politica del Paese – spiega – due milioni ai seggi sono una grande testimonianza di partecipazione di cui siamo orgogliosi, una grande ulteriore legittimazione per il segretario del partito democratico. È stato smentito chi consigliava di mettere in soffitta lo strumento delle primarie”.
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI SCIMMIOTTARE L’ENFANT PRODIGE FRANCESE URTA CONTRO LA REALTA’ DI DUE STORIE DIVERSE
A parte l’anagrafe, c’è poco in comune tra Emmanuel Macron e Matteo Renzi. 
E i tentativi di queste ore, di questi giorni, del mondo renziano di annettersi alla vittoria di Macron nel primo turno delle presidenziali francesi, e quella annunciata del ballottaggio del 7 maggio contro Marine Le Pen, suonano disperati e vagamente patetici.
Macron è un “enfant prodige” delle èlite tecnocratiche – diplomato all’Ena, brillante e fulminea carriera nel gruppo Rothschild -, Renzi ha fatto sempre e solo il politico scalando, anche lui va detto con indubbia brillantezza, i gradini della nomenclatura interna di partito: segretario provinciale del Partito popolare e della Margherita fiorentini, presidente della provincia e poi sindaco sempre a Firenze, segretario del Pd e per questa via, senza battesimo elettorale, presidente del consiglio.
Macron è un leader senza partito, ha vinto il primo tempo delle presidenziali e probabilmente vincerà la partita contro qualunque previsione e contro tutti i partiti, vecchi e meno vecchi, della quinta repubblica francese.
Renzi è un leader di partito sconfitto, sconfitto rovinosamente dal referendum del 4 dicembre, e la sua via per provare a ritrovare il potere perduto passa dalla riconquista della segreteria del Partito democratico.
È quasi certo che riuscirà in quest’impresa, grazie al voto nelle primarie del 30 aprile di alcune centinaia di migliaia di iscritti del Pd e grazie soprattutto all’appoggio del 90% dei gruppi dirigenti (segretari provinciali e regionali, parlamentari, consiglieri regionali) democratici.
Questa differenza pesa, e pesa molto, sui rispettivi profili: consente a Macron di presentarsi per ora credibilmente – e nonostante i suoi due anni da ministro “tecnico” dell’economia di Hollande – come leader al tempo stesso competente ed estraneo a quel mondo della politica e dei partiti che attualmente riscuote la disistima pressochè unanime dei cittadini.
Impedisce a Renzi di riproporre di sè con un minimo di credibilità l’immagine che a suo tempo lo rese attraente: quella del “rottamatore”, di “homo novus” deciso a farla finita con la “vecchia politica”, i suoi privilegi, i suoi riti e linguaggi novecenteschi; di un leader non “oltre la sinistra e la destra” come dice di sè Macron, ma che sembrava volere “ringiovanire” la sinistra immergendola nei problemi e nei bisogni del tempo presente.
In più, il passo odierno di Renzi è appesantito da un’altra vistosa palla al piede che lo divide da Macron: il fatto di essere parte di una famiglia politica, i socialisti europei, che dappertutto sembrano al tramonto, divenuti persino al di là dei loro (abbondanti) demeriti i simboli di una sinistra “tutta chiacchiere e distintivo” tanto arretrata culturalmente quanto identificata dal “popolo” con l’odiato “establishment”.
Anche sul piano programmatico le analogie tra Macron e Renzi sono sbiadite.
Il primo ha avvolto finora nella nebbia, nella genericità di parole e impegni del tutto vaghi, il suo programma, con un’unica eccezione: un sì convinto, ostentato, ripetuto in ogni occasione, all’Europa, la scelta di contrapporre con uno slogan bello ed efficace la sua “Francia dei patrioti” alla “Francia dei nazionalisti” impersonata da Marine Le Pen.
Renzi invece sull’Europa accarezza spesso le suggestioni euroscettiche di buona parte dell’opinione pubblica, quasi ad inseguire l’antieuropeismo militante di Salvini e quello più sfumato ma comunque inequivoco dei Cinquestelle.
Quanto al programma renziano, anch’esso all’inizio era abbastanza nebbioso, retorica della “rottamazione” a parte, ma mille giorni di governo hanno sostituito alla foschia delle origini indicazioni più che chiare: politiche sociali conservatrici e regressive, politiche ambientali giurassiche dalle trivellazioni petrolifere ai ripetuti decreti salva-Ilva, politiche economiche senza visione affidate quasi soltanto alla pioggia propagandistica dei bonus, alleanza stretta con gli interessi economici meno innovativi legati all’industria fossile (Eni) e automobilistica (Marchionne).
Tutto questo non vuol dire che Macron, se diventerà presidente dei francesi, farà meglio di Renzi.
Significa che se Matteo Renzi spera di ritornare sulla breccia, anzichè costruire la sua rivincita su un improbabile scimmiottamento di Macron, che per lui resta comunque “inimitabile”, dovrebbe partire dal fallimento evidente e radicale della sua prima stagione, da quei mille giorni che hanno dilapidato il patrimonio di fiducia in un vero e radicale rinnovamento politico incarnato per qualche mese dal “rottamatore”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 6th, 2017 Riccardo Fucile
LA VICENDA TORRISI E’ CHIUSA… IL PRESIDENTE SPEGNE LE FIAMMATE RENZIANE SULLA CRISI
C’è un motivo se l’incendio si è già spento. E si è passati dalle fiammate del giorno prima, il “così
non si va avanti” di Lorenzo Guerini e Matteo Orfini al “sosterremo il governo di oggi”.
Il pompiere, silenzioso e operoso, è sul Colle più alto. E questa, di per sè, non è una gran notizia.
La notizia è che, mercoledì pomeriggio, per la prima volta si è registrato al Quirinale un sincero moto di irritazione e disappunto. È stato quando scomposti propositi incendiari si sono levati dalla selva del Parlamento.
Con i vertici del Pd che chiedevano un colloquio col capo dello Stato, dopo l’elezione di Salvatore Torrisi: “Al Colle, al Colle”, che suonava come un “al voto, al voto”, drammatizzando una vicenda parlamentare che con la tenuta del governo non aveva a che fare nulla.
A ben vedere non solo non è arrivata risposta, ma — col passare delle ore — è stata, di fatto, ritirata da richiesta.
Una fonte molto vicina a Renzi racconta, in modo confidenziale: “Con Mattarella siamo andati a sbattere contro un muro. Ci ha fatto sapere: se mi fate la domanda di un incontro mi costringete a dire pubblicamente di no, quindi ritirate la domanda”. Ecco che, col passare delle ore, il nome del capo dello Stato è scomparso dalle dichiarazioni.
Il perchè, del ragionamento di Mattarella è evidente: il capo dello Stato non si intromette in normali vicende parlamentari, come l’elezione di un senatore di maggioranza alla presidenza della commissione, nè può considerare la sconfitta di un candidato di un partito, o meglio di una mozione, un affare da crisi di governo.
È accaduto che non ha ricevuto i Cinque Stelle che, sempre in relazione a vicende parlamentari urlavano al golpe, è accaduto col Pd, che voleva salire al Colle con lo spirito da cui andò dal notaio per sciogliere il Comune di Roma.
La vicenda ora è chiusa, però dice molto di più. E i parlamentari attorno a Renzi hanno ben chiaro il punto.
Prosegue la fonte che in questi due giorni ha sentito l’ex premier più volte: “La finestra elettorale di giugno ormai è chiusa. Renzi ieri si è gasato pensando di poter costruire l’incidente e andare al voto, ma questa roba non c’è più. Il Colle giugno lo ha chiuso. Il punto è che è già in atto in modo riservato un confronto su ottobre”.
Il confronto ruota attorno al termine “abbinamento”, che sarebbe la coincidenza tra il voto in Italia e il voto in Germania.
L’ex premier è convinto che resti la via maestra perchè approvare, in questo quadro politico e parlamentare, è un’impresa e dunque, in qualche modo, va messa nel conto un po’ di instabilità dei mercati, ma poi la manovra la fa un governo in carica.
E se proprio non è il 24 settembre, ottobre va bene lo stesso. Dalle parti del Colle tutta quest’ansia di tornare alle urne non si percepisce, soprattutto — questo resta il punto — in assenza di un sistema elettorale omogeno e coerente.
Che eviti il rischio che, dalle urne, esca una maggioranza alla Camera e una al Senato, rischio insito nell’utilizzo della legge attuale. Fa notare poi più di un costituzionalista di area Colle che la scadenza naturale della legislatura — febbraio — implica lo scioglimento a dicembre, dunque siamo davvero al mese più, mese meno che rende difficilmente comprensibile la fretta. Non solo.
Un’antica sapienza democristiana suggerirebbe di aspettare l’esito delle elezioni tedesche per vedere che clima europeo si produce e a quel punto affrontare le elezioni nazionali.
Resta comunque, al netto di ragionamenti e valutazioni di buon senso, un punto irrinunciabile, tra una secchiata d’acqua su un fuoco e l’altro. Irrinunciabile istituzionalmente. Occorre una legge elettorale.
Altrimenti non si va al voto, ma al caos. Ed è l’unica discussione che non appassiona il Palazzo, e neanche i suoi inquilini più frettolosi (e incendiari).
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 5th, 2017 Riccardo Fucile
DOMANI CHIAMA I SUOI PARLAMENTARI AL NAZARENO
Davanti alla buvette Lorenzo Guerini è nervoso. Michele Anzaldi è furioso. 
Matteo Richetti mantiene il sorriso in Transatlantico, ma non c’è niente da fare: oggi è giornata ‘no’ in casa Renzi. A cominciare dal capo: umore nero.
Si imbatte in un inciampo dietro l’altro: lo scivolone su Panorama e poi l’incidente che lo mette in minoranza in Senato.
Nel giro di poche ore ecco che prende corpo il nuovo possibile incubo: la sindrome del 4 dicembre. Domani pomeriggio Renzi convoca i suoi parlamentari e il suo promesso vice-segretario Maurizio Martina al Nazareno.
Incontro fissato da tempo, ma che cade in una cornice di debolezza proprio nei gruppi parlamentari del Pd.
Non sono passati nemmeno tre giorni dal trionfo renziano al voto dei circoli Pd, la campagna elettorale per le primarie è appena iniziata ed ecco che cade la prima tegola, dritta dritta a incrinare i propositi battaglieri del leader.
Con il grancapo della comunicazione Anzaldi, Renzi decide di dare un’intervista al settimanale Panorama. Colloquio rilassato all’ora di pranzo, si parla di tutto un po’. “Questa volta sarei tornato alla politica solo con i voti”, dice Renzi. Senza voti niente impegno politico? “Mi pare evidente”, la risposta dell’ex premier.
Il che poi sulle anticipazioni di agenzia diventa ‘se perdo mollo’. Vale a dire lo stesso teorema al quale Renzi è rimasto impiccato (politicamente, s’intende) al referendum costituzionale, la stessa maledetta frase che — parole sue — ha contribuito a “politicizzare” la consultazione del 4 dicembre, producendo la santa alleanza di tanti, diversi e vincenti contro Renzi.
Potrebbe risuccedere con le primarie del 30 aprile? Esagerato, sembrerebbe.
Eppure al quartier generale dell’ex premier scatta l’allarme non appena l’intervista a Panorama viene diffusa dalle agenzie di stampa. Parte la smentita di Anzaldi: “E’ un pesce d’aprile a scoppio ritardato? Non ha mai pronunciato le parole attribuite”.
Parte anche la smentita di Renzi: “Non l’ho detto e stavolta non l’ho nemmeno pensato. Ho spiegato a pranzo per un’ora perchè non ho mollato e a questo punto non mollerò mai”.
Smentisce pure Richetti e lo stesso giornalista autore dell’intervista, Andrea Marcenaro, interviene per spiegare di non vedere “nè notizia, nè scandalo” nell’assunto secondo cui senza i voti non c’è impegno politico.
Tanto che Renzi ha risposto “mi pare evidente”, nell’intervista.
Tempesta in un bicchier d’acqua? Può essere, ma intanto semina il panico nell’inner circle dell’ex premier. Ora fioccano le interpretazioni.
Alla Camera, tra i suoi parlamentari, c’è chi pensa al complotto: “Montato ad arte per danneggiarci”. E chi tenta di gettare acqua sul ‘focolaio Panorama’ allungando lo sguardo verso il Senato, dove “è successo qualcosa di molto più serio”. Già perchè in confronto l’affare Panorama è acqua fresca.
A Palazzo Madama Renzi finisce in minoranza. Il voto segreto sull’elezione del presidente della Commissione Affari Costituzionali, quella che si occuperà della cruciale questione della legge elettorale, elegge a sorpresa il Popolare Salvatore Torrisi ed elimina il candidato del Pd e di maggioranza Giorgio Pagliari.
Un tradimento, che però ferisce al cuore soprattutto i renziani del Pd e non tanto il resto del partito. “Non è questo il modo di stare in maggioranza”, tuona Guerini.
“I partiti di maggioranza sono poco leali”, attacca il capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato. Ma il suo omologo al Senato, Luigi Zanda, finisce nel mirino dei renziani: lo accusano di non aver ostacolato la manovra anti-Renzi.
Ora, tutto questo che vuol dire?
Primo: “Evidentemente hanno vinto coloro che non vogliono toccare la legge elettorale e che vogliono restare sul proporzionale facendo definitamente cadere la nostra proposta di Mattarellum”, ci dice alla Camera Richetti.
Ragion per cui il Pd chiede un incontro al premier Paolo Gentiloni e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Ma l’incidente del Senato fa scattare anche un altro campanello d’allarme al quartier generale di Renzi.
Vale a dire: il leader torna a vincere, come dimostrano i congressi locali del Pd, ma non governa. Non ha la golden share dei gruppi, continua a essere debole in un Parlamento eletto in effetti con le liste di un Pd diverso, quello del 2013 a trazione Bersani e l’alleato di allora, Dario Franceschini.
E allora? Domani, l’ex premier farà il punto con i suoi parlamentari al Nazareno.
I luogotenenti renziani ne contano una 60ina al Senato e 190 alla Camera.
Nei capannelli dei parlamentari in Transatlantico sono già partite le scommesse su quanti effettivamente andranno all’incontro con Renzi.
Perchè anche nella stessa mozione, non c’è la stessa modalità di approccio ai temi caldi che presto il Parlamento dovrà discutere.
Per esempio, la manovrina e il Def. Ieri all’assemblea del gruppo Dem alla Camera con Pier Carlo Padoan, solo i renzianissimi hanno portato alta la bandiera del no alle privatizzazioni, no a nuove tasse, no alla riforma del catasto, chiedendo un approccio ‘battagliero’ con Bruxelles.
Il resto del gruppo si è di fatto schierato col ministro, che, pur non entrando nei dettagli, non ha ceduto alle pressioni.
Ecco, timori e debolezze allungano un’ombra scura sulla campagna elettorale di Renzi per le primarie, tra sindrome del 4 dicembre e l’incubo del dopo: basta vincere per governare?
(da “Huffingtonpost”)
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