Aprile 25th, 2015 Riccardo Fucile
CAOS GRADUATORIE E BLUFF DEL POSTO FISSO
La scuola, e i suoi docenti precari eternamente insoddisfatti, oggi sono il fronte più avanzato della contestazione al Governo Renzi.
Quelli che avversano il disegno di legge “La Buona Scuola” – un’agguerrita e organizzata minoranza – hanno una capacità di persuasione sui pari grado e di pressione sull’esecutivo superiore ad altri gruppi antirenziani: i metalmeccanici di Landini, il mondo antagonista.
Il premier lo sa e ha deciso di saltare i contestatori sindacalizzati parlando direttamente agli insegnanti, con una lettera che sta partendo in queste ore e che vuole spiegare a un milione di dipendenti pubblici malpagati di che cosa è fatta la riforma. Di 101mila assunzioni (potrebbero salire di seimila unità ), concorsi regolari ogni due anni, 500 euro ai docenti da spendere in cultura, dodici materie nuove o rinforzate
Fuori il clima è surriscaldato.
Il governo si è complicato la vita cambiando più volte l’istituto di legge che avrebbe dovuto trasformare la scuola – delega, poi decreto, poi disegno più delega – e più volte anche il merito delle questioni.
Via tutti gli scatti d’anzianità , si diceva. Poi di nuovo scatti fissi con riduzione dei premiali.
Prima 148mila assunti, poi ridotti di un terzo.
Tutto questo intervenendo sul problema dei problemi della scuola italiana: l’affastellamento ventennale di graduatorie di insegnanti che hanno dato fino a ieri la speranza di un posto fisso a un esercito fuori controllo e tutt’altro che necessario: 600mila precari.
La partita scuola è stata centrale fin dall’insediamento del governo, quattordici mesi fa. E il governo ha scelto di portarla avanti senza parlare con il sindacato, che si è ribellato aprendo – ieri, con i mille dell’universo Cobas in piazza – la stagione dei boicottaggi e delle manifestazioni.
Si approderà allo scioperone del 5 maggio, che i Cobas vorrebbero trasformare in una grande marcia per Roma mentre i confederali temono l’abbraccio da sinistra.
Quindi il boikot test Invalsi (5 e 6 maggio) e forse una manifestazione a chiusura il 12.
Ieri alla Festa dell’Unità di Bologna, a consumare il cacerolazo contro il ministro Stefania Giannini, c’erano i precari di seconda fascia, in gran parte esclusi dalle assunzioni del prossimo primo settembre.
Al loro fianco gli studenti dei collettivi. «Squadristi, violenti, antidemocratici», li definisce il ministro Stefania Giannini.
Ma la tensione nel corso di maggio sembra destinata a salire. Non è un caso che gli scolastici del governo – il sottosegretario Davide Faraone e la capoclasse Pd Francesca Puglisi – sul disegno di legge stanno cercando accordi con le opposizioni in commissione Cultura per venire incontro ai precari prima illusi e poi delusi.
Gli uffici parlamentari stanno contando gli emendamenti – anche qui sono stati chiusi, riaperti e richiusi i termini di consegna – e oggi si saprà quanti sono sopravvissuti (oltre duemila i presentati).
Ma sono già chiare le possibili novità , che soddisfano la Cgil, non i Cobas.
Il Pd voterà per far rientrare tra gli assunti subito i seimila “secondi” del concorso 2012, gli idonei.
E poi, per rispettare la sentenza della Corte di giustizia europea senza tagliare le gambe ai supplenti di lungo corso, approverà un articolo ponte per consentire a chi ha almeno 36 mesi di supplenze di insegnare fino al 2016, quando potrà accedere con punteggi speciali al concorsone.
È di queste ore l’emendamento Malpezzi-Ghizzoni che reintroduce una vecchia idea del Pd: il “prof apprendista”.
Dice che per diventare docenti ci si dovrà affidare a una laurea magistrale che permetterà di partecipare a concorsi annuali e quindi all’apprendistato triennale, pagato.
La VII commissione dovrebbe infine decidere che al concorso 2016 parteciperanno solo abilitati.
E qui si accontentano coloro che oggi hanno pagato e passato i tirocini di Taf, Pas, Scienze della formazione primaria.
Lunedì si inizia a votare.
Corrado Zunino
(da “La Repubblica“)
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
LA CLAMOROSA PROTESTA DI DOCENTI E STUDENTI CON PENTOLE E POSATE IMPEDISCE AL MINISTRO DI PARLARE
Dopo 20 minuti di contestazioni è stato annullato il dibattito in programma alla festa dell’Unità di Bologna con il ministro dell’istruzione Stefania Giannini.
Nonostante i ripetuti appelli al dialogo i manifestanti non hanno interrotto la loro rumorosa protesta con pentole e posate ed il ministro se ne è andato .
Quando, poco dopo le 18.30, è cominciato il dibattito, gli organizzatori si sono resi conto che la platea dello spazio dibattiti della festa nazionale dell’unità di Bologna, era in larga parte composta da studenti e precari della scuola.
Quando il ministro ha preso la parola sono cominciate le proteste con pentole e posate che hanno di fatto reso impossibili gli interventi del dibattito.
Oltre al ministro Giannini ha lanciato appelli al dialogo anche la responsabile scuola del Pd Francesca Puglisi, ma ad ogni affermazione la protesta, alla quale nel frattempo si erano aggiunte altre persone, non faceva che aumentare di intensità , accompagnata anche da grida di contestazione all’indirizzo della Giannini.
Questa situazione è andata avanti per circa 20 minuti fino a che il ministro Giannini ha lasciato la festa, visibilmente indispettita.
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Aprile 14th, 2015 Riccardo Fucile
L’ITALIA CHE SI SBRICIOLA
Stavolta la colpa è – lo dice il sindaco di Ostuni, lo ribadisce il ministero dell’Istruzione, lo temono i vigili del fuoco di Brindisi che hanno controllato anche le altre classi – delle due ditte che hanno fatto lavori degni di far crollare cinque metri quadrati di intonaco sulle teste di bambini di sette anni.
Responsabilità delle due ditte e, s’accalora il sottosegretario Davide Faraone travolto dal fuoco delle accuse come responsabile politico della missione di governo sull’edilizia scolastica, di chi non ha fatto i controlli su quei lavori.
Questa volta l’edificio era stato sverniciato, reso energeticamente efficiente. Risistemato apparentemente, come quello che si aprì a Messina nel novembre 2008.
Le altre tragedie sfiorate che hanno seguito la tragedia compiuta di Rivoli – un ragazzo morto, diciassette feriti, uno paralizzato – si sono consumate invece dentro scuole vecchie.
Perlopiù degli anni Settanta e Ottanta che, lo si certifica tutti i giorni, sono state tirate su con mattoni malcotti, foratini malforati, eternit a infrastrutturarle: «Materiali scadenti», li definisce Pierluigi Saggese della struttura di missione in carica.
Trentasei incidenti solo nell’anno solare 2014, molti accaduti la domenica o durante la pausa mensa.
Ventisei a rischio vita nelle ultime quattro stagioni. Le aule italiane continuano a crollare, vengono giù soprattutto i soffitti instabili inseriti come sono su solai fradici e ammalorati. Ci sono 40 milioni del ministero solo per questa voce: “Soffitti e solai”. Sono pochi, come il resto.
Il sottosegretario Faraone nell’ultimo briefing al ministero ha parlato di 3,9 miliardi nella disponibilità del piano scuole “belle- sicure-nuove”, ma dopo faticose ricostruzioni – tra governo, unità di missione e Miur ognuno ha un suo sito con un suo punto di vista sulle cifre – si comprende che nei primi dieci mesi del 2014 di miliardi se ne è speso uno: 1.044 milioni, per la precisione. Uno su quattro, fin qui
L’accelerazione dell’ultimo governo non è travolgente se è vero che il governo Berlusconi – fonte Maria Stella Gelmini – tra il 2008 e il 2009 finanziò risistemazioni scolastiche per 1,620 miliardi e Maria Chiara Carrozza sotto Letta (che durò trecento giorni in tutto) sbloccò 450 milioni.
All’inizio del suo governo Matteo Renzi parlava di 10 miliardi da trovare in tre anni, ma l’Europa dei burocrati lo gelò – come ha rivelato il sottosegretario Roberto Reggi, poi sostituito – sulla possibilità di recuperarli in deroga al Patto di stabilità . Ancora nel 2009 la Protezione civile diceva che per rifare gli edifici scolastici d’Italia servivano tredici miliardi
La distanza tra le necessità , le promesse e le spese sul campo la si può leggere nel mattinale da questura del 2015.
Racconta degli ultimi sette crolli.
Otto gennaio, sei bambini feriti in una scuola materna di Sesto San Giovanni, nel Milanese: cadono intonaco e pignatte, l’istituto viene evacuato.
Diciassette gennaio: un controsoffitto crolla al liceo scientifico Guglielmo Marconi di Sassari in seguito alle infiltrazioni dell’acqua.
Diciotto febbraio: in una classe di un istituto alberghiero di Pescara si stacca l’intonaco dalla parete e ferisce, lievemente, due studenti alla testa.
Lo stesso giorno il bis a Villa Santa Maria in Chieti: nell’istituto Benedetto Croce, elementari e medie, esplode il vano caldaia dell’edificio per una perdita di gas, muri interni ed esterni sventrati.
Il 3 marzo la tragedia sfiorata è a Bagheria, otto chilometri da Palermo: scuola Cirincione, un bimbo ferito.
E l’uno aprile, infine, gli ultimi due eventi: si stacca una finestra a Campi Bisenzio, Firenze, e vien giù l’intonaco a Lucca. Dell’Alberghiero di Pescara, per dire, l’insegnante di educazione fisica ora dice: «Qui rischiamo ogni giorno l’incolumità , ci sono mille studenti e mille non ci dovrebbero stare».
Tra una settimana, questo è un risultato dopo diciott’anni di rilevazioni e dodici milioni spesi, il ministero dell’Istruzione presenterà l’anagrafe scolastica, istituto fino a ieri mitologico, come i dati sugli insegnanti precari.
L’aggiornamento necessario ci dirà , però, che a censire e mappare per bene la situazione si complica.
Non sono più un terzo gli istituti bisognosi di cure, ma oltre il 50 per cento: 21.230. Una scuola su due, in Italia, o è specialmente brutta o è davvero insicura.
«Abbiamo preso in mano cantieri partiti nel 2006», si giustificano alla missione, «rifar partire la macchina è stata dura».
L’ultimo monitoraggio del ministero dell’Istruzione – anche questo parziale, realizzato due anni fa – aveva fatto emergere che 15 scuole su cento erano accatastate come negozi, ex seminari, appartamenti ed edifici industriali.
Oltre metà dei plessi scolastici – 23 mila, quindi – ricadevano (e ricadono) in zone ad altissimo o ad alto rischio di terremoto.
Solo uno su sette è stato progettato rispettando norme antisismiche.
Corrado Zunino
(da “La Repubblica“)
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Aprile 14th, 2015 Riccardo Fucile
NEL DOCUMENTO ECONOMICO IL GOVERNO SCRIVE CHE LE “SPESE PER L’ISTRUZIONE ” CALERANNO DA QUI AL 2020… E I SOLDI PER L’EDILIZIA RESTANO QUELLI DI LETTA
Non c’è solo il crollo di Ostuni ad agitare il fronte della scuola, ma pure i soldi. L’istruzione doveva
essere una priorità , ma dai numeri del Def non si direbbe, anzi: il futuro è tutt’altro che roseo, almeno sul fronte delle risorse. Partiamo da qui.
Ieri la Rete della conoscenza ha attaccato il governo: “Matteo Renzi ha sempre detto di considerarla una priorità , e ora smentisce se stesso”.
La conferma è in una tabella del Documento di economia e finanza appena licenziato: vi si legge che nei prossimi 15 anni la spesa per l’istruzione — già ridotta al lumicino — è prevista in discesa in rapporto al Pil.
Secondo il Tesoro, resterà sostanzialmente stabile nel 2016, per poi scendere gradualmente.
Nel dettaglio: quest’anno dovrebbe attestarsi attorno al 3,7per cento del Pil per scendere al 3,5 nel 2020 e poi ancora giù fino al 3,3 per cento del 2030.
Dopo il 2035, quando i bambini di oggi avranno bambini, ricomincerà leggermente a salire (3,5 per cento nel 2060).
Secondo il governo, però, il calo vero e proprio si verificherà fino al 2020, perchè da lì in poi “sarà essenzialmente trainato da quello degli studenti indotto dalle dinamiche demografiche”.
Molto semplice: il paese invecchia, quindi ci saranno meno iscritti e meno risorse. Magra consolazione, tanto più che non è previsto nessun incremento.
Peggio ancora va nei prossimi anni nonostante un Pil stimato in crescita.
E qui è il paradosso.
Se questo sale — potrebbe giustificarsi il governo — è normale che in percentuale la spesa per l’istruzione diminuisca.
Vediamo come. In numeri assoluti, nei prossimi cinque anni, si passa da 60,6 a 64,4 miliardi. Sembra un aumento, ma non lo è.
Nello stesso periodo, infatti, il Tesoro stima un’inflazione che procede al ritmo dell’1,7-1,8% l’anno.
Tradotto: i fondi a disposizione di scuole e università non solo non cresceranno, come promesso, ma caleranno in termini reali.
Quei 3,8 miliardi in più in un quinquennio, infatti, non coprono nemmeno l’aumento dei prezzi. Visto il punto di partenza non è un bel segnale.
Secondo l’Istat, l’Italia è già il Paese che spende meno di tutti in Europa per l’istruzione in rapporto al Pil: nel 2012 era al 4,6 per cento , mentre la Spagna, per dire, spendeva il 5,5 per cento e Francia, Inghilterra, Svezia e Olanda erano sopra il 6 (la Danimarca è al 7,6).
Secondo l’Ocse, il think thank dei paesi ricchi, l’Italia è bel al di sotto della media: è l’unico Paese che registra una diminuzione della spesa tra il 2000 e il 2011 (-3 per cento, la media Ocse registra +38).
Ed è la seconda ad aver tagliato di più dal 2008, primo anno della crisi economica (-11 per cento, dietro la sola Ungheria).
Da allora alla scuola sono stati tolti oltre 8 miliardi.
Il triste primato riguarda anche l’Università , come ha spiegato la Commissione Ue: “Dal 2009 le risorse sono calate del 20%, ma per migliorare i risultati servono finanziamenti adeguati”, cioè più corposi. Il crollo del soffitto della scuola Pessina di Ostuni ha poi riacceso la polemica sui fondi destinati all’edilizia. Non è un mistero che Matteo Renzi abbia puntato sul capitolo buona parte delle sue carte.
Ieri, da Palazzo Chigi, è arrivato il consueto diluvio di risorse promesse e stanziate: “Abbiamo messo 3,9 miliardi”, comprensivi delle operazioni “scuole belle” (450 milioni per le piccole manutenzioni), “scuole sicure” (400 milioni per la messa in sicurezza) e “scuole nuove”(244 milioni).
Le risorse sono state incrementate, ma solo una parte è arrivata, cioè quella stanziata dal governo Letta con il “decreto del Fare” del giugno 2013 (794 milioni).
Per il resto — compresi gli 800 milioni del “decreto Mutui” — bisognerà attendere i prossimi mesi, se non proprio il 2016.
Ieri, poi, Sel ha denunciato la scomparsa dal Def di 489 milioni destinati alle scuole dal ministero delle Infrastrutture.
Soldi apparsi nelle bozze e poi scomparsi dal testo definitivo. “Sono stati semplicemente messi a bilzancio, nessun taglio”, spiega al Fatto Laura Galimberti, responsabile dell’unità tecnica di Palazzo Chigi.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 24th, 2015 Riccardo Fucile
I PAESI DEL SUD EUROPA GUIDANO LA CLASSIFICA: 12-13 SETTIMANE… PER OLANDESI, INGLESI E TEDESCHI SOLO UN MESE E MEZZO… MA ALTROVE ESISTONO SOSTE BEN PIU’ LUNGHE
In effetti i ragazzi italiani sono quelli che trascorrono più tempo lontani dalle aule.
Non lo racconta solo il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, proponendo di accorciare le vacanze e dedicare una parte ad attività di lavoro o formazione, ma anche i numeri raccolti nell’ultimo rapporto stilato da Eurydice, la rete europea d’informazione sull’istruzione, e relativo all’anno scolastico ancora in corso negli istituti primari e secondari, insomma dalle elementari ai licei.
Sono ben 13 le settimane che compongono quella italiana, una delle pause estive più lunghe del Vecchio continente.
A un primo sguardo, la divisione europea è quella usuale: Nord contro Sud.
Con notevoli eccezioni.
La faccenda va però presa alla larga. Non è tanto la durata delle vacanze estive a mutare quanto la distribuzione di altre pause dallo studio nel corso dell’anno: “Oltre alla sosta dei mesi caldi, ci sono altri quattro principali periodi di vacanze in Europa: quello autunnale, quello per Natale e Capodanno, una sosta invernale o legata al carnevale e le vacanze pasquali – si legge nel rapporto – con l’eccezione delle vacanze natalizie, le altre soste differiscono sia per durata che per le date d’inizio e termine”.
Come se non bastasse, oltre a queste pause più o meno comuni tutti i Paesi dell’Unione offrono un’altra serie di interruzioni, che messe insieme pesano da uno a dieci giorni, per ricorrenze pubbliche o religiose sparpagliate nei mesi.
Ecco dunque che, fra i nostri più stretti vicini, la Germania concederà quest’anno appena sei settimane senza libri ai suoi ragazzi.
Saranno comprese fra il 7 luglio e il 13 settembre (decidono le amministrazioni locali all’interno di quel periodo).
Berlino e i là¤nder prevedono tuttavia molte altre finestre senza studio, anche piuttosto corpose, sia per l’autunno che per Pasqua e per quella che in Italia è assolutamente sconosciuta, la vacanza primaverile, una sorta di “spring break” all’americana: fino a 11 giorni da collocare fra fine aprile e giugno.
In Francia le settimane di pausa sono invece nove, distribuite fra il 4 luglio e i primi di settembre.
Anche in questo caso i ragazzi hanno potuto o potranno godere di riposi ben più sostanziosi per carnevale (due settimane) e Pasqua (altre due settimane), oltre a due settimane autunnali.
Periodi che nel calendario italiano o non esistono o sono ridotti a pochissimi giorni: le vacanze pasquali sono infatti di durata variabile fra cinque e sei giorni mentre per Carnevale ci si muove fra uno e cinque giornate di stop. Praticamente inesistenti.
Mentre i Paesi del Sud Europa (Spagna, Italia, Cipro, Malta, Grecia, Portogallo) seguono tutti sospensioni estive fra le 10 e le 13 settimane, quelli dell’Europa centrale e settentrionale si collocano fra le sei settimane di alcune regioni tedesche alle 10 di Finlandia e Svezia.
La media si attesta tuttavia intorno alle otto settimane, poco più di quanto il ministro Poletti sarebbe disposto a concedere agli alunni italiani: “Un mese di vacanza va bene, un mese e mezzo – ha detto il ministro – ma non c’è un obbligo di farne tre”.
“L’anno scolastico termina generalmente fra la fine di maggio e la seconda metà di luglio – si legge ancora nel report Eurydice che tratteggia i lineamenti dei sistemi d’insegnamento continentale – la metà di giugno è il momento in cui iniziano le vacanze nella maggior parte dei Paesi. Ma la durata varia significativamente: dalle sei settimane in alcuni là¤nder tedeschi, in Olanda, in Inghilterra e Galles fino alle 13 in Italia e Lettonia. Le vacanze estive sono di solito più corte in quelle nazioni in cui gli studenti hanno interruzioni più lunghe e frequenti durante l’anno”.
Qualche altro elemento di confronto, considerando che dove non precisato nei singoli Paesi vigono anche interruzioni autunnali e primaverili, oltre a quelle natalizie, di carnevale e pasquali come abbiamo visto spesso molto lunghe: in Austria la sosta estiva dura nove settimane (ma non esiste quella autunnale), in Belgio altrettanto, in Repubblica Ceca otto, in Danimarca sei (si torna in aula nella prima metà di agosto, come in Finlandia), in Ungheria undici, in Irlanda e Slovacchia nove e in Spagna ancora undici (con dieci giorni a Pasqua ma senza pausa autunnale).
Simone Cosimi
(da “La Repubblica”)
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Marzo 24th, 2015 Riccardo Fucile
LA PRESUNTA LUNGHEZZA DELLA VACANZA ESTIVE E QUANDO IL LAVORO SOTTOPAGATO NON ERA ANCORA LA NORMALITA’
Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti si è lamentato della lunghezza esorbitante delle vacanze
estive.
Per un ragazzo, ha detto, tre mesi senza fare nulla sono troppi.
Ne basterebbe la metà , mentre l’altra potrebbe essere impiegata più utilmente in attività formative.
E ha portato a esempio i suoi figli, che durante le estati dell’adolescenza andavano a spostare le casse al mercato e non se ne sono mai pentiti.
Come ogni attacco alle residue sacche di felicità della vita, la proposta del ministro è stata calorosamente applaudita da parecchi adulti.
Mi permetto di dissentire.
E non perchè io coltivi solo memorie meravigliose delle mie estati fancazziste. Anzi, le ricordo popolate di incontri sbagliati, tempi morti infiniti, incertezze e angosce che nemmeno i baci ricambiati e i film avvincenti riuscivano completamente a lenire (per non parlare dei baci rifiutati e dei film noiosi).
Eppure ho la sensazione che il mio (pessimo) carattere si sia formato in quei lunghi periodi di vuoto.
E’ nei mesi dell’ozio che ho coccolato sogni inauditi e accumulato esperienze significative.
Non ho mai spostato casse al mercato. In compenso ho raccolto mele. Chili e chili di mele. Più o meno per mia scelta, però.
Non perchè mi fosse stato imposto da una legge, che da buon italiano avrei subito cercato di violare.
Tra l’altro quelli erano ancora tempi in cui il lavoro sottopagato procurava un brivido di trasgressione.
Poichè oggi rappresenta la normalità fino ai trent’anni e oltre, costringere chi ne ha quindici a fare già la sua conoscenza mi sembra una cattiveria, anch’essa gratuita.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Marzo 16th, 2015 Riccardo Fucile
IN PORTOGALLO AI PROF IL 40% IN PIU’…E SIAMO ALL’ULTIMO POSTO IN EUROPA PER LA SPESA PUBBLICA PER L’ISTRUZIONE, PEGGIO DI NOI NESSUNO
Il punto di partenza è: l’Italia è all’ultimo posto in Europa per la spesa pubblica dedicata all’istruzione.
Solo il 9,05% del totale.
Peggio di noi nessuno. La media Ue è del 10,84. Spagna, Bulgaria, Polonia, Slovenia, Portogallo sono sopra.
Noi, i meno «spendaccioni», siamo superati da Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania.
Eppure, il nostro Pil permetterebbe di investire qualche soldo in più nella scuola. Invece, per la formazione dei nostri studenti ci limitiamo a destinarne appena il 4,70%.
La media Ue è del 5,44 e, per avere un’idea, l’Irlanda per l’istruzione ne usa il 6,50, la Svezia il 7,26, la Danimarca l’8,72.
Ecco perchè i nostri prof sono tra i meno pagati d’Europa.
Secondo la relazione della Rete Eurydice commissionata dalla Commissione europea, lo stipendio di una maestra italiana della primaria a inizio carriera non arriva ai 23 mila euro lordi annui (22.903): a fine carriera diventeranno 33.740.
In base al potere di acquisto di ogni singolo Paese, l’Ocse ha calcolato che quelle retribuzioni iniziali e finali sono rispettivamente di 28.907 e 42.567 dollari.
E ancora: la media Ue, secondo i calcoli rielaborati dalla Uil Scuola, è di 26.212 euro alla partenza che diventano 43.416 alla fine: «Le retribuzioni dei docenti italiani – sottolinea la ricerca – hanno uno spread che parte dai 4 mila euro annui all’inizio della carriera per arrivare ai 10 mila alla fine».
E questo solo per la scuola primaria.
Un professore laureato che insegna in un liceo italiano dal primo anno guadagna meno di 25 mila euro lordi l’anno (24.669): dopo 35 anni va in pensione con 38.745 euro (lordi). Il suo omologo in Portogallo parte con 21.261 euro lordi e arriva ai 43.285.
Ma, sempre secondo l’Ocse, quella cifra per il prof portoghese vale oltre 60 mila dollari, cioè il 20% in più rispetto al suo collega italiano, il 40% se si fa il confronto tra gli insegnanti delle elementari dei due Paesi (in Portogallo non c’è differenza di stipendio da un ciclo all’altro).
Una percentuale che sale ancora se guardiamo la busta paga di un prof di una superiore irlandese – 68.391 dollari a fine carriera -, per non parlare di un tedesco: 77.628 dollari (di potere d’acquisto) dopo 28 anni in cattedra.
E sì che gli insegnanti italiani sono tra quelli che trascorrono più ore in classe: la media Ue per un maestro elementare è di 19,6 ore settimanali, per un italiano sono 22, come gli irlandesi.
Ci superano francesi (24), spagnoli e portoghesi (25). I maestri tedeschi restano a scuola meno: 20 ore a settimana.
Come alle superiori: 18 ore per un italiano (e un tedesco) contro una media di 16,3. In Francia, sono 14.
E meno male che ci sono gli scatti di anzianità . Li hanno tutti i maestri e prof d’Europa, svedesi esclusi.
In Italia, per ora, sono l’unico modo per avere un aumento di stipendio ogni 9, 15, 21, 28, 35 anni.
Con la riforma della Buona scuola il governo voleva toglierli o farli pesare meno sulla busta paga, appena il 30%, preferendo gli scatti di merito.
C’è stata una sollevazione e i sindacati hanno portato a Palazzo Chigi migliaia di firme contrarie.
Il disegno di legge appena approvato dal Consiglio dei ministri ci ha ripensato: gli scatti restano.
Questo perchè come dice il premier Matteo Renzi, «basta pensare agli insegnanti come l’ultimo grado della scala sociale sono la nostra più grande risorsa a cui affidiamo l’educazione dei nostri figli».
Per quello li paghiamo di meno?
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Marzo 16th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LE PROMESSE, TAGLIATI FUORI DAL GOVERNO 70.000 PRECARI: “IL NOSTRO FUTURO E’ SVANITO NEL NULLA”…QUELLI CHE RESTANO A CASA SARANNO IL TRIPLO DEGLI ASSUNTI
Quando il premier, la sera a Palazzo Chigi, ha detto: «Io sono un leader e un leader fa delle scelte», Claudia Pinna, 41 anni, ricercatrice microbiologa di Sassari, ha smesso di respirare. Alcuni secondi.
«Ho scoperto che gli idonei non erano più previsti nelle assunzioni degli insegnanti e tutto è diventato una nuvola. I programmi per il futuro, il mutuo per accedere alla casa, l’idea di un altro figlio».
Nel vortice delle anticipazioni si era già detto: Renzi vuole distinguere tra vincitori residui del concorso 2012 (1.700) e idonei (8.300). Poi è arrivata la conferma, a Palazzo Chigi: la stabilizzazione dei centomila precari non prevedeva gli idonei.
«Chi è fuori è fuori, ciao ciao». Ha detto così il premier, mentre argomentava.
Il piano straordinario della Buona scuola assume centomila aspiranti e ne lascia a terra 520 mila, distribuiti nelle tre fasce di riferimento: Gae, poi prima e seconda d’istituto. L’ultimo aggiornamento ufficiale – e il non avere ancora presentato un censimento definitivo è grave colpa del ministero dell’Istruzione – dice che gli iscritti alle Graduatorie a esaurimento (che Renzi vuole sopprimere) sono 125.700. Bene, 99 mila entreranno in ruolo, se il piano regge al passaggio parlamentare, il 1° settembre e per 27 mila insegnanti di scuola materna dovrebbe arrivare l’assunzione subito dopo attraverso la legge delega e il provvedimento “asili 0-6 anni”.
Con questo schema le graduatorie di prima fascia (Gae, appunto) andranno a sparire davvero.
Ma le incrostazioni scolastiche hanno reso il sistema complesso, doloroso, e le scelte del premier – molte maturate solo nelle ultime ore – quel dolore l’hanno allargato. L’aggiornamento della seconda fascia delle graduatorie d’istituto (gli abilitati non inseriti nelle Gae) certifica 130.000 ospiti.
Bene, i sindacati dicono che di questi 70 mila oggi sono in classe come supplenti annuali. Il Miur scende a 30 mila.
Di sicuro, le scelte di Renzi non solo non permettono di assumere definitivamente questi “supplenti lunghi”, ma di fatto li licenziano.
Se poi si scende di categoria e si va a cercare nella terza fascia (i non abilitati-laureati) si scopre che lì ci sono 337.458 iscritti.
Il ddl li lascia tutti a casa.
Solo gli iscritti alle supplenze annuali – iscritti, la maggior parte poi non le ha ottenute – sono 460 mila.
Tolti i centomila assunti al prossimo primo settembre, fuori resta un numero enorme: 360 mila aspiranti docenti.
«Più del triplo di quelli assunti», dicono i sindacati.
Servirebbero sei concorsi da 60 mila vincitori ciascuno per assorbirli: diciott’anni di concorsi.
È vero che in quel mare che sono le “graduatorie d’istituto” ci sono laureati con poche ore di insegnamento, altri che hanno trovato un lavoro diverso, una marea di insegnanti mal pagati delle private.
Ma ci sono anche 22 mila abilitati con i tirocini Tfa, 60 mila usciti dai percorsi Pas, 55 mila diplomati magistrali, quelli delle ex Siss che hanno fatto un esame con valore di concorso.
Le scelte del leader toglieranno questo lavoro – l’insegnamento – a capaci e no, a esperti e neofiti, senza le raffinate distinzioni che in partenza erano state promesse. E sulla scuola si abbatterà una valanga di ricorsi di dimensioni mai viste.
«Mi piaceva l’idea di entrare a far parte di una cosa in cui credevo, la scuola a me piace molto», si legge nei gruppi facebook.
Un follower figlio del Tfa scrive: «Abilitati di stato trattati come carta straccia, proletariato scolastico ».
Angelo Palumbo, 42 anni, di Napoli, laureato in lettere moderne, è un delegato degli 8.300 idonei del concorsone 2012.
Dice: «Siamo stati pugnalati alle spalle. Abbiamo aspettato tredici anni per il concorso, l’abbiamo vinto. Eravamo dentro il decreto legge con la dicitura idonei, voluti dal ministro. Abbiamo partecipato alla grande festa del Pd e ora non c’è più traccia di noi».
Class-action, Tar e tribunali del lavoro. Adesioni a scioperi già proclamati da altri.
C’è chi – oggi fuori dall’insegnamento – contro la “Buona scuola” annuncia lo sciopero della fame.
Corrado Zunino
(da “La Repubblica”)
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Marzo 14th, 2015 Riccardo Fucile
LA GUERRA DEI 7.000 IDONEI CHE HANNO PASSATO IL CONCORSO DEL 2012, ESCLUSI DALLE ASSUNZIONI DOPO LE PROMESSE DEL GOVERNO
Da 150mila a 100mila: i precari assunti con la riforma della scuola sono scesi di un terzo rispetto al numero che il governo aveva messo nero su bianco lo scorso settembre.
La differenza è dovuta al fatto che 14mila sono già stati assunti nel corso dell’anno; al “congelamento” di 23mila docenti dell’infanzia (il governo li assumerà dopo aver elaborato un piano di destinazione con i Comuni); soprattutto all’esclusione degli idonei dell’ultimo concorso, tra i 6mila e i 7mila docenti.
E proprio su questa scelta il governo rischia un clamoroso autogol: forse potrebbe bloccarsi addirittura l’intera riforma.
Perchè era stato proprio il ministero, un anno fa, a includere questi insegnanti nelle Graduatorie di merito del Concorsone indetto nel 2012 dall’allora ministro Profumo e promettere loro una cattedra; ribadendo l’impegno anche in autunno.
Adesso fa marcia indietro all’improvviso.
Ma tutta una serie di atti normativi sembra dar ragione agli idonei. Ed espone la riforma ad un pericoloso contenzioso legale:
“E’ una decisione inspiegabile”, tuona Giuseppe Curia, delegato nazionale del Coordinamento degli idonei. “Se il provvedimento verrà approvato così, il giorno dopo andremo dritti in tribunale. Del problema si stanno interessando anche tanti partiti politici che ci hanno promesso il loro appoggio. Una simile assurdità non passerà mai in Aula, Renzi si prepari alla battaglia”.
Gli idonei del Concorso 2012 sono quei candidati che hanno passato le prove conseguendo il punteggio minimo, ma in graduatoria si sono posizionati oltre gli 11mila posti messi a bando dal Miur.
Sono 17mila in totale, di cui però 10mila già presenti nelle Graduatorie ad Esaurimento (GaE, le liste che assegnano per legge il 50 per cento dei posti a tempo indeterminato e che ora il governo si accinge a svuotare).
Dunque ai fini della stabilizzazione meno di 7mila.
Nel maggio del 2014, per stoppare i ricorsi un decreto ministeriale aveva sancito di estendere lo scorrimento delle Graduatorie di merito anche a tutti gli idonei, che quindi sarebbero dovuti entrare in ruolo nei prossimi anni.
Un’intenzione ribadita anche nella riforma: stabilizzeremo “tutti i precari storici, tutti i vincitori e gli idonei dell’ultimo concorso”, si legge ancora a pagina 15 del programma de “La buona scuola”.
Qualcosa, poi, è cambiato. “Gli idonei non sono vincitori, altrimenti si chiamerebbero vincitori. Ci dispiace, ma loro dovranno fare il concorso”, ha spiegato ieri in conferenza stampa Matteo Renzi con toni perentori. Difficile dire cosa ci sia dietro questa giravolta. O forse no: con la loro esclusione il governo risparmierà risorse da destinare a nuovi progetti, come il merito con fondi aggiuntivi o la “carta del prof” da 500 euro l’anno, non previsti nel piano originario.
Di fatto, però, si tratta di un azzardo.
Le cui conseguenze potrebbero essere gravi per tutta la riforma
“Siamo rimasti davvero stupiti”, spiega al fattoquotidiano.it Curia. “Non capiamo come Renzi possa pensare di tagliare fuori legalmente gli idonei. Il governo dovrebbe abrogare un suo stesso decreto, ed emanare un nuovo testo unico, che però in ogni caso non potrebbe avere valore retroattivo”.
Attenzione: ad alto rischio non è solo il piano straordinario d’assunzioni. Persino il prossimo concorso (quello da 60mila posti, atteso da tutti gli altri precari esclusi dalla riforma, in particolare dai più giovani) potrebbe essere bloccato.
Il decreto D’Alia stabilisce che non è possibile bandire un nuovo concorso prima di esaurire le graduatorie di quello precedente, che hanno durata triennale.
Mentre alcune liste del Concorsone 2012, anche a causa di gravi ritardi e disfunzioni, sono state pubblicate solo nel 2014.
“Siamo pronti a rivolgerci immediatamente al Tar”, minaccia il coordinamento. “Faremo ricorso contro il piano di assunzioni e impugneremo il bando del prossimo concorso (atteso già nei prossimi mesi: le prime prove in teoria dovrebbero svolgersi già in autunno, nda)”.
Evidentemente il ministero avrà sentito i suoi legali, ed è convinto di avere gli strumenti per andare avanti su questa strada. Ma le parole di Curia anticipano ricorsi imminenti. Uno scenario che stride con l’intenzione di Renzi di approvare in tempi rapidi il ddl per procedere con le immissioni in ruolo.
Adesso sulla questione rischia di aprirsi un grosso contenzioso. Fuori e dentro il Parlamento.
Lorenzo Vendemiale
(da “il Fatto Quotidiano“)
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