Ottobre 9th, 2014 Riccardo Fucile
DA ROMA A TRIESTE, DA TORINO A LECCE DOMANI CORTEI E MANIFESTAZIONI PER ROTTAMARE IL VECCHIO CHE AVANZA SOTTO MENTITE SPOGLIE
Espropriati: di diritti e di futuro non ci stanno: rivendicano centralità e coinvolgimento.
Per partecipare, in modo attivo, alle politiche che tracciano la strada sulla quale dovranno costruirsi il futuro.
Dieci ottobre, gli studenti italiani scendono in piazza: oltre sessanta cortei in altrettante città italiane.
Quello principale partirà da piazza della Repubblica, Roma, alle nove e trenta del mattino. Decine di sigle, unite da una medesima critica: quella che tiene insieme Jobs Act e riforma della Scuola. Due binari su cui viaggia, spedito, il treno della “precarietà permanente”.
E quella del 10 ottobre è una giornata di protesta tutt’altro che estemporanea. Anzi: preparata con cura sui territori, nelle scuole e negli atenei. Ricercando, soprattutto, il dialogo con le altre parti sociali che in questo autunno stanno dando vita, giorno dopo giorno, alle protesta contro il governo di Matteo Renzi: dagli operai della Fiom e della Cgil fino ai movimenti per il diritto all’abitare, passando per le tante anime della protesta sociale
Una preparazione scandita da azioni in molte città : come quella, di stamattina, all’esterno di Palazzo Chigi. O quella che li ha visti protagonisti al ministero dell’Economia.
“Ogni giorno sono stati fatti volantinaggi, flash mob, azioni di sensibilizzazione, incontri, assemblee pubbliche, tutto per creare un reale coinvolgimento degli studenti”, dice Alberto Irone della Rete degli Studenti Medi.
Un coinvolgimento che ha come obiettivo la proiezione delle istanze degli studenti in un orizzonte che vada oltre lo studio.
Da Link, uno dei sindacati studenteschi, dicono: “Usciti dall’università , venendo meno i luoghi collettivi in cui ritrovarsi e mettere insieme istanze e rivendicazioni, ci si è trovati troppo spesso soli a dover fare i conti con un mondo privo di qualsiasi tutela”.
Un mondo in cui “non esistono retribuzioni, nè strumenti di sostegno al reddito, nè diritti, nè strumenti minimi di democrazia; un mondo in cui il pubblico, inteso come garante dell’accessibilità e delle tutele, ha lasciato spazio enorme al privato”.
Sintetizza bene la piattaforma programmatica della giornata Gabriele Scuccimarra, dell’Unione degli Universitari.
L’obiettivo polemico è la nuova disciplina del lavoro: “Il governo Renzi ha promesso una riforma che
garantisse diritti a chi oggi non ne ha, ma in realtà il contenuto del Jobs Act, dai voucher alla mancanza di ammortizzatori universali, aumenterà la precarietà senza garantire nessuna tutela a chi entrerà nel mercato del lavoro. Una riforma portata avanti a colpi di fiducia e deleghe, senza ascoltare i giovani e rifiutando il confronto”.
Toni simili da Link, uno dei sindacati studenteschi: “Mentre Renzi promette invano di far ripartire il lavoro, il governo riduce nuovamente i fondi per il diritto allo studio e la quota di finanziamento pubblico degli atenei”.
Ma se Roma e il governo Renzi rappresentano il luogo e il simbolo della protesta, c’è da sottolineare come la giornata del 10 ottobre sia stata pensata come una sorta di mobilitazione totale.
Perchè, in relazione alle politiche della conoscenza, ogni territorio ha la propria “questione” specifica.
Ed ecco, allora, spiegate le cinque manifestazioni in Calabria, le quattro in Emilia Romagna, le sei in Puglia e le otto in Lombardia.
In un elenco che subisce aggiornamenti di ora in ora.
Edilizia scolastica, cittadinanza studentesca, borse di studio, mense universitarie: un catalogo degli orrori, la topografia del disagio di quei giovani italiani che non si rassegnano all’inazione, all’essere Neet, ma che cercano ancora la strada del sapere come accesso al mondo del lavoro.
E ad animare la giornata anche quei collettivi universitari che non si riconoscono in sigle specifiche. Le loro rivendicazioni: “Tutto gratis”: perchè la formazione deve essere un sistema eccellente, pubblico e gratuito. “Tutti liberi”: perchè gli studenti e le studentesse non vogliono che le loro scuole divengano come le “fabbriche di Marchionne”. “Tutti uguali”: perchè ogni scuola deve essere eccellente, indipendentemente dal fatto che sia in centro a Milano o a Ballarò a Palermo. Collettivi che lanciano una contro-consultazione rispetto a quella proposta dal governo. Per raccogliere le “vere istanze” di chi non vuole rassegnarsi ad essere un “precario in formazione”.
E non ci si ferma al 10 ottobre. Gli studenti annunciano la loro partecipazione alla giornata del 25 ottobre, a Roma, in concomitanza con la manifestazione nazionale della Cgil. Poi il 17 novembre per la giornata internazionale dello studente.
Ecco la lista dei principali cortei previsti:
Abruzzo
PESCARA — Piazza Salotto ore 9
Calabria
REGGIO CALABRIA — Piazza Italia ore 9.30
COSENZA — Piazza Loreto ore 9.00
LAMEZIA TERME — Piazza della Repubblica ore 9.00
CORIGLIANO CALABRO — Liceo Scientifico F.Bruno ore 8.30
GIRIFALCO — Piazza Italia ore 9
Campania
NAPOLI — Piazza Garibaldi ore 9
AVELLINO Piazza d’armi ore 9
SALERNO — Sit in Piazza Ferrovia ore 9.30 e assemblee davanti alle scuol
NOCERA (verso Salerno) — Stazione ore 9.0
CAVA DEI TIRRENI — Piazza Lentini ore 9.00
CASERTA — Stazione ore 9.30
Emilia Romagna
FERRARA — Piazza Dante ore 1
PIACENZA — Liceo Gioia ore 9
BOLOGNA — Piazza San Francesco ore 9.0
RIMINI — Parco d’Augusto ore 8.30
Friuli Venezia Giulia
TRIESTE — Piazza Goldoni ore 8.30
UDINE — Piazzale Cavedalis ore 8.00
Lazi
ROMA — Piazza Repubblica ore 9.3
LATINA — Piazza del Popolo ore 9.0
CIVITAVECCHIA (Verso Roma) -Stazione ore 7.58
TIVOLI — Mutua Tivoli ore 9.00
FORMIA — Piazza Mattei ore 9.0
Liguria
GENOVA — Piazza Caricamento ore 9.00
Lombardi
MILANO — Piazza Cairoli ore 9.3
SESTO SAN GIOVANNI (MI) (verso MILANO) — Piazza Rondò ore 8.30
VARESE (verso MILANO) — Stazione FS di Varese ore 7.45
MONZA — Arengario di Monza ore 8.30
VIMERCATE (MB) (Verso Monza) — Omnicomprensivo ore 7.45
LECCO — Stazione FS
MANTOVA (Network Studentesco) — Viale Risorgimento, stazione APAM ore 8.30
BERGAMO — Piazza Marconi, Stazione FS ore 9.00
COMO — Piazza Cavour ore 9.00
BRESCIA — Piazza Garibaldi ore 9.00
CREMONA — via Palestro ore 9.00
March
JESI — Porta Valle ore 8.3
Molise
ISERNIA- 9:30 da Mr Mago
CAMPOBASSO — 10:00 da Piazza San Francesc
Piemonte
TORINO — Piazza Arbarello ore 9.00
ARONA — Piazza Stazione ore 9.00
ALESSANDRIA — ore 8,30 piazza del Cavallo (c.so Crimea)
Puglia
FOGGIA- Piazza Italia ore 9.00
BARI- P.zza Umberto I ore 9,30
BRINDISI — Tribunale ore 9,00
TARANTO — Arsenale (via di Palma) ore 9.00 –
LECCE- Largo Stazione ore 9.00
BARLETTA — Via Dante Alighieri ore 8.00
Sardegna
CAGLIARI — Piazza Garibaldi ore 9.30
CARBONIA — Piazza Roma ore 9.30
NUORO (verso CAGLIARI) — Viale Sardegna (Stazione ARST) ore
Sicilia
CATANIA — Piazza Roma ore 9.00
SIRACUSA — Molo S. Antonio pre 9.00
VITTORIA — Stazione ore 9.00
MESSINA — Piazza Antonello ore 9
Toscana
FIRENZE — Piazza San Marco ore 9
BORGO SAN LORENZO (verso Firenze) — Stazione ore 8.32
PISA — Piazza Guerrazzi ore 8.30
SIENA — Piazza della Posta ore 9.20
Veneto
BASSANO DEL GRAPPA — via Tommaso d’Aquino (Centro Studi) ore 7.30
PADOVA — Piazza delle Erbe ore 9
VENEZIA — Piazzale Roma ore 8.30
TREVISO — Piazzale Luca d’Aosta ore 8.30
VERONA — Stazione Porta Nuova ore 9
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Ottobre 8th, 2014 Riccardo Fucile
I FONDI DISTRIBUITI IN BASE ALLA PLATEA DEI LAVORATORI SOCIALMENTE UTILI E NON ALLE REALI ESIGENZE DELLE SCUOLE…LA CAMPANIA PRENDE PIU’ DI UN TERZO DEI 450 MILIONI COMPLESSIVI
“Non siamo partiti dall’edilizia, ma dall’annoso problema dei lavoratori socialmente utili e della gara per i
servizi di pulizia”.
A svelare il bluff dell’operazione “Scuole belle” sono gli stessi vertici del ministero dell’Istruzione.
L’obiettivo non erano le scuole: i soldi, 450 milioni di euro in totale, sono stati in realtà stanziati per risolvere il problema degli ‘ex Lsu’, migliaia di lavoratori che svolgono le opere di pulizia nelle strutture scolastiche del Paese, messi in difficoltà dal ribasso dell’ultima convenzione Consip.
Il progetto di manutenzione è solo il modo di garantire a questi dipendenti la continuità occupazionale perduta.
Così gli istituti scivolano in secondo piano: fondi distribuiti a pioggia, senza considerare gli interventi realmente necessari; importi, in alcuni casi di decine di migliaia di euro, spesi per operazioni marginali, perchè solo queste rientravano nelle competenze dei lavoratori da occupare.
“Scuole Belle” insomma si trasforma, diventa la storia un’iniziativa che riguarda sì la scuola italiana, ma non è stata calibrata sulle esigenze della scuola italiana.
Non più il grande progetto annunciato in pompa magna dal presidente del Consiglio, ma i classici due piccioni con una fava.
Anche i presidi ne sono consapevoli. “Il progetto non è come l’hanno presentato: pensavamo di poter gestire quelle risorse, con certe cifre avremmo potuto fare cose importanti. In realtà c’è solo da scegliere tra alcune opzioni di lavori possibili. È tutto incanalato perchè quei soldi servono a dare da mangiare ai lavoratori socialmente utili, le scuole vengono dopo”, spiega Fernando Iurlaro, dirigente dell’Istituto comprensivo Copertino, in provincia di Lecce.
I SOLDI DOVE CI SONO PIÙ LAVORATORI
La riprova sta proprio nel processo con cui l’esecutivo ha elaborato la graduatoria e quantificato gli importi. I 150 milioni per il 2014, che diventeranno 450 milioni fino ai primi mesi del 2016, sono esattamente quanto serve a colmare il gap aperto dall’ultimo bando Consip.
E i fondi sono stati distribuiti tra le varie province del Paese non sulla base delle richieste delle scuole ma sul numero dei lavoratori.
Tanto che su 450 milioni totali 330 finiscono al Meridione — la Campania da sola ne prende 171, la Puglia 68 — solo perchè la maggior parte degli Lsu si trova in queste regioni. Non certo perchè le strutture del Sud siano messe peggio di quelle del Nord.
A ricostruire l’iter è Sabrina Bono, capo dipartimento Miur per le risorse finanziarie: “Quella dei lavoratori socialmente utili è un’emergenza che nasce dalla gara per i servizi di pulizia: l’esternalizzazione, se da un lato ha razionalizzato i costi, dall’altro ha generato una pressante questione sociale. Per affrontarla, il nuovo governo ha pensato ad una soluzione che non fosse il solito ricorso agli ammortizzatori sociali. E visto che sul tavolo c’era già il tema dell’edilizia scolastica, si è deciso di inaugurare un filone riguardante la piccola manutenzione”.
Questo genere di lavori, infatti, ricade proprio all’interno della convenzione Consip che riguarda gli “ex Lsu”.
Così sono stati messi in cantiere un tot di opere in base al fabbisogno di questi lavoratori, non delle scuole. Legittimo. Anche lodevole, a sentire alcuni protagonisti come i sindacati o i vertici del ministero, soddisfatti di aver raggiunto un duplice obiettivo: “Per noi è una bella iniziativa, fino all’anno scorso in alcune scuole si facevano collette fra i genitori per riverniciare le aule. Abbiamo ricevuto tante lettere di ringraziamento”, afferma la Bono.
Sicuramente, però, non è quello che aveva raccontato il premier Renzi, che negli ultimi mesi aveva più volte sbandierato l’intenzione di mettere la scuola al centro dei piani del governo. Mentre le cose sono andate diversamente.
GLI EFFETTI NEGATIVI SUI LAVORI
La particolare genesi del progetto, infatti, ha comportato alcune storture nella destinazione dei fondi alle scuole e nel loro impiego.
La prima, la più macroscopica, è che il principale criterio di ripartizione è stato il numero di lavoratori presenti nella provincia: i soldi, insomma, non sono andati alle scuole che ne avevano più bisogno.
Del resto, non c’è stato alcun bando a cui gli istituti potevano partecipare, nessun censimento specifico per monitorare gli interventi da effettuare (se non la consueta comunicazione che all’inizio di ogni anno i presidi fanno ai Comuni di appartenenza). Così nelle province più “munificate” dal progetto (come ad esempio Napoli con 37 milioni di euro, o Lecce con 10 milioni) è capitato che alcune scuole, le più grandi, si vedessero assegnati fino 200mila euro. Cifre ben lontane dai 7mila euro fissati come importo minimo dal Miur, o dalla media di 20mila euro scarsi per plesso. Sempre, però, per fare interventi “di cacciavite”.
La lista delle operazioni possibili, poi, è abbastanza ristretta: verniciatura delle pareti e cancellazioni di scritte; riparazioni degli infissi; rimozione e riallocazione delle strutture didattiche (praticamente montare o spostare mensole, armadi, lavagne); piccoli interventi all’impianto idrico-sanitario (caldaie escluse, però); rifacimento e manutenzione del giardino. È possibile spendere decine, a volte centinaia di migliaia di euro solo in questo tipo di lavori? Evidentemente sì. Si doveva farlo, del resto. Al massimo è stata concessa la possibilità di destinare fondi avanzati per pagare a canone servizi di pulizia e giardinaggio per i prossimi mesi.
E pazienza che in alcuni casi gli stessi presidi abbiano avanzato dei dubbi. “A me alcuni costi sono sembrati spropositati.
Ad esempio, il 15% secco solo per pulizie di fine cantiere (altra voce della circolare, ndr) mi è sembrato esagerato”, spiega Tonino Bacca, dirigente scolastico del circolo “Livio Tempesta” a Lecce.
La sua direzione didattica si è vista assegnare 166mila euro, di cui 25mila circa se ne andranno solo per smontare i cantieri.
“A casa mia non avrei mai fatto quei lavori a quelle cifre”, conclude. “Se avessi potuto decidere, avrei speso solo una parte dei fondi in manutenzione e il resto li avrei destinati a migliore la qualità delle attrezzature e dell’offerta formativa”.
Discorso simile in un’altra scuola della provincia: qui la preside (che ha preferito rimanere anonima) ha speso circa 50mila euro per riverniciare 16 aule; ma pochi mesi prima la ritinteggiatura di 10 aule, a spese del Comune, era costata solo 17mila euro; in proporzione, meno della metà . È il genere di inconvenienti che si verifica con i finanziamenti a pioggia
Il risultato, alla fine della giostra, è una “mano di fresco” ai 7.751 plessi interessati, che ha lasciato parzialmente soddisfatti i presidi: da una parte felici di aver migliorato le condizioni delle loro strutture, dall’altra convinti che con le stesse cifre si sarebbe potuto fare di più e di meglio.
Tutti contenti, invece, i lavoratori impiegati dal progetto, i veri beneficiari dell’iniziativa.
LSU: CHI E QUANTI SONO
Per capire di chi si tratta e da dove nasce questa esigenza bisogna fare un passo indietro. In totale parliamo di circa 21mila uomini e donne in tutta Italia, concentrati per oltre il 50% nelle regioni del Sud.
Alcuni provengono dai cosiddetti “appalti storici”, impiegati in questo settore sin dagli anni Ottanta. Altri, la maggior parte, sono appunto gli ex “lavoratori socialmente utili” (Lsu): disoccupati o cassaintegrati che nel 2001 il governo Prodi decise di stabilizzare all’interno delle scuole per i lavori di pulizia, impegnandosi a stanziare ogni anno le risorse necessarie per mantenerli.
La loro situazione si è però complicata nel corso degli anni: le opere di pulizia sono state prima sottratte agli enti locali nel 2007, poi esternalizzate.
E l’ultima gara Consip del 2011 ha visto dei ribassi tali (in alcuni casi anche del 30-50%) da indurre le ditte a presentare un piano di riduzione consistente dell’orario di lavoro. Si tratta della Dussmann in Puglia e Toscana; della Manutencoop in Emilia-Romagna, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Lombardia e Trentino Alto-Adige; e del consorzio Rti in Sardegna, Lazio, Umbria, Marche, Abruzzo Molise, Valle D’Aosta, Piemonte e Liguria (nelle altre regioni la gara non è stata completata).
Già negli scorsi anni erano state varate delle operazioni straordinarie di pulizia, per far fronte all’emergenza. Quindi, nel febbraio 2014, il lancio di “Scuole belle”, per dare una svolta alla questione.
Con i soldi del progetto, infatti, i lavoratori dovrebbero essere a posto almeno per due anni. Poi alcuni di loro dovrebbero andare in pensione, il bacino cominciare a svuotarsi. E il “bubbone” sgonfiarsi. Con piena soddisfazione del governo.
Un po’ meno delle scuole, che per essere pulite meglio dovrebbero sperare in una disoccupazione maggiore.
Lorenzo Vendemiale
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
IL BALLISTA FA LA RIFORMA CON UNA PARTITA DI GIRO: I PIU’ DANNEGGIATI SARANNO I DOCENTI
Con il fucile della spen ding review pun tato die tro la schiena, il governo sta pre pa rando una
gigan te sca par tita di giro ai danni della scuola, dell’università e degli enti di ricerca. Nella pros sima legge di sta bi lità ci potreb bero essere 900 milioni di euro in tagli complessivi per finan ziare la prima tran che dei fondi neces sari per assu mere 148 mila pre cari dalle gra dua to rie ad esau ri mento a set tem bre 2015.
Ne ser vi ranno, a regime, altri 2,7 miliardi, ma al momento l’esecutivo non sem bra avere alcuna idea su dove, come e quando prenderli.
Ma i tagli ci sono dav vero?
Le «indi scre zioni» pub bli cate ieri da Il Sole 24 ore sosten gono che i tagli ver ranno ripartiti in que sta maniera: 400 milioni dalle uni ver sità e dal fondo Foe che finan zia gli enti di ricerca.
Dovrebbe essere col pito anche il fondo Far che il governo Letta aveva desti nato all’assunzione dei ricer ca tori.
Pro prio quelli che ieri il mini stro dell’Istruzione Ste fa nia Gian nini ha detto di volere assumere nei pros simi tempi. Senza spe ci fi care nè il come, nè il quando.
Gli altri 500 milioni di euro, a par tire dalla ridu zione della pianta orga nica del per so nale ammi ni stra tivo Ata, dalle sup plenze di pochi giorni e dal taglio dei com mis sari esterni agli esami di matu rità .
Risparmi risi bili, si dice pari a 30—35 milioni di euro. Tutto il resto è da tro vare.
Ai danni di chi già lavora nella scuola, nell’università e negli enti di ricerca.
«Sono tagli pesan tis simi — afferma allar mato Mimmo Pan ta leo (Flc) – Nel piano scuola non ci sono cer tezze di risorse ma adesso si sco pre che addi rit tura si vogliono fare altri tagli alla scuola pub blica. Uni ver sità , ricerca e Afam rischiano il col lasso finan zia rio. Il piano scuola rischia di tra sfor marsi in un’araba fenice. Ser vono fatti con creti a par tire dal rin novo del con tratto nazionale».
«Il governo vuole fare la riforma a costo zero – sostiene Mar cello Paci fico (Anief-Confedir) – l’idea è attuare una par tita di giro, acce le rando la digi ta liz za zione, ridu cendo il per so nale non docente, in par ti co lare nelle segre te rie, e fare “cassa” eli mi nando i com mis sari esterni alla matu rità ».
«Il governo smen ti sca» rin cara afferma Fran ce sco Scrima, segre ta rio gene rale Cisl Scuola.
«Da anni l’università – spiega Glian luca Scuc ci marra dell’Udu – è con si de rata solo come un bacino da cui tagliare e pren dere soldi». Con tro i tagli Udu e Rete degli stu denti e Uds scen de ranno in piazza venerdì 10 ottobre.
Ma non di soli tagli vive il mirag gio della «riforma» Renzi. Non potendo per dere la fac cia impo nen doli in forma lineare, sullo stile Gelmini-Tremonti, il governo-che-tiene-tanto-alla scuola sce glie di rapi nare le risorse diret ta mente dalle tasche dei docenti.
Il sot to se gre ta rio all’Istruzione Toc ca fondi ieri ha get tato la maschera del «patto educativo»: ha con fer mato che non ci saranno risorse aggiun tive per la scuola. E che quindi i tagli da 8,4 miliardi di euro non ver ranno nem meno in parte recu pe rati.
Saranno dun que i docenti a finan ziare gli annunci di Renzi rinun ciando ad una parte del loro stipendio.
Gli scatti di com pe tenza sono una fin zione per chè il sistema di Renzi pre vede che il 66% dei docenti sia meri te vole e il 34% imme ri te vole. Que sto mec ca ni smo è un taglio.
La spesa per l’istruzione con ti nua a calare anche con Renzi.
Roberto Ciccarelli
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
IL LICEO SABIN RIMASTO SENZA ARREDI: “FINORA NON E’ ARRIVATO NULLA… LA PROVINCIA SI DIFENDE: “TROPPI TAGLI DAL GOVERNO”
Senza banchi e sedie. E manca pure qualche lavagna.
Per 200 studenti del Liceo scientifico statale A.B. Sabin di Bologna il nuovo anno scolastico è iniziato in maniera non convenzionale.
Gli iscritti, infatti, sono aumentati, tanto che l’istituto ha aperto quest’anno sei nuove classi, che però, tra i tagli impartiti dal governo ai bilanci della Provincia, e il processo di dismissione dell’ente stesso in corso, sono rimaste senza arredi.
“Noi avevamo fatto richiesta per avere banchi, sedie e lavagne a maggio — spiega Alfonso De Berardinis, vicepreside del Sabin — e inizialmente ci era stato detto che non c’erano i fondi per acquistarli. Tuttavia, a causa dell’aumento delle classi previsto per il nuovo anno scolastico, da 40 a 46, abbiamo insistito, e siamo stati informati che l’ordine era stato presentato, ma ad oggi non abbiamo ancora ricevuto nulla”.
Per sistemare gli studenti, quindi, la scuola ha chiesto aiuto al Comune di Bologna e al Quartiere Navile, che attingendo anche dalle aule del Museo del Patrimonio Industriale hanno fornito al Sabin 200 sedie con la ribaltina, “di quelle, insomma — sorride De Berardinis — che si usano all’università ”.
Così nessuno studente è rimasto in piedi il primo giorno di scuola. Tuttavia, le classi quinte e quarte del liceo dovranno accontentarsi della soluzione di emergenza probabilmente fino alla fine del mese, perchè è difficile che gli arredi arrivino prima dell’inizio di ottobre.
“Ci adattiamo — racconta Emiliano, che quest’anno avrà l’esame di maturità — anche se non è particolarmente comodo seguire le lezioni senza banco, abbiamo diversi libri e la ribaltina è molto piccola. E’ assurdo che per un mese 200 studenti si debbano trovare in questa situazione. A ben vedere, però, è il perfetto esempio delle condizioni in cui versa la scuola pubblica oggi”. Il Sabin, peraltro, non è l’unico istituto a dover ricorrere alla creatività per sopperire alla mancanza di materiale didattico.
Al liceo scientifico Copernico, sempre a Bologna, ad esempio, servirebbe qualche intervento di manutenzione, finito anch’esso in lista d’attesa, al liceo Righi, sempre sotto le Due Torri, è stato comprato nuovo materiale informatico per i laboratori che però sono senza tavoli, e all’Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno sarebbero dovuti arrivare 50 banchi nuovi, che, come nel caso del Sabin, non si sono ancora visti.
“Sì aspettavamo i banchi nuovi, che non sono ancora arrivati — racconta il preside, Carlo Braga — tuttavia la nostra è una scuola grande, quindi siamo riusciti ad arrangiarci con il materiale che avevamo in magazzino. Certo, i tavoli non sono nuovi, ma se non altro nessuno è rimasto senza”.
Il perchè di questi ritardi lo spiega la Provincia di Bologna, che attualmente si trova in fase di dismissione, pronta per essere sostituita dalla Città Metropolitana. “Le scuole superiori — illustra Maria Bernardetta Chiusoli, assessore provinciale al Bilancio e ai Lavori pubblici — fanno capo al nostro ente, che però dal governo ha subito tagli pesantissimi: 30 milioni di euro quest’anno. Un indice di molto superiore, per esempio, a quello imposto alle amministrazioni comunali. Per questo si sono generate tante difficoltà ”.
A Bologna, comunque, ci si ingegna, “e grazie alla stretta collaborazione tra enti pubblici e rete scolastica — continua Chiusoli — siamo riusciti a tamponare la situazione. Ci siamo già messi in contatto con le centrali d’acquisto tramite il Consip, e abbiamo ricevuto garanzie di effettiva consegna del materiale nel più breve tempo possibile, anche in funzione dell’incremento degli studenti iscritti quest’anno nelle nostre scuole”.
“Non è facile — spiega Chiusoli — come assessore all’Edilizia vorrei spendere per effettuare gli interventi che servono alla nostra città , ma come assessore al Bilancio ho l’incarico di tenere i conti della Provincia. Quando viene meno un interlocutore che svolge funzioni esclusive come questo ente, a causa dei tagli applicati da un governo centrale che, forse con leggerezza, non ha tenuto conto del ruolo specifico dell’istituzione in questione, purtroppo si creano disagi per gli utenti”.
Il quadro degli istituti che aspettano di ricevere forniture non è chiaro, salvo i casi più eclatanti non ci sono dati precisi.
Certo è, però, che a questa lista si sommano le tre scuole di Bologna e provincia che invece avrebbero bisogno di interventi più significativi.
Rientrano tutti nel ramo #scuolesicure del piano di edilizia scolastica varato a luglio dal governo guidato da Matteo Renzi, ma i fondi non sono ancora stati sbloccati.
“Noi abbiamo presentato tre progetti, che sarebbero immediatamente cantierabili — elenca Chiusoli-.
Il primo, da 112mila euro, per la messa in sicurezza delle Ipa Ferrarini di Sasso Marconi, il secondo, da 43mila euro, per rifare il controsoffitto delle palestre dell’Istituto professionale Malpighi a San Giovanni in Persiceto, e il terzo, da 97mila euro, per la bonifica dell’amianto nella copertura delle Giordano Bruno di Budrio.
“Manca la delibera Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, che sblocchi le risorse di cui abbiamo bisogno”.
Annalisa Dall’Oca
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
IL “SOCIAL IMPACT BONDS” A BENEFICIO DEI PRIVATI…E IL PRESIDE MANAGER SARA’ COSTRETTO A TROVARSI UNO SPONSOR
Rem tene, verba sequen tur, si diceva tanto tempo fa.
E allora ana liz ziamo le parole e rico struiamo indut ti va mente il para digma cul tu rale sot teso alla recente pro po sta del Governo sulla scuola.
Il docu mento, da sot to porre nei pros simi due mesi a con sul ta zione online e offline, è tutto un flo ri le gio di angli smi: la scuola deve uscire dalla com fort zone e diven tare l’avamposto del rilancio del made in Italy.
Dotarsi di inse gnanti men tor capaci di pro porre for ma zione online ma anche blen ded. Pro durre piat ta forme spe ri men tali con un design chal lenge lan ciato pre sto da un
hac ka ton mirante alla crea zione di una app.
Attrez zarsi per sfide di gover nance e policy a colpi di data school nazio nali, design di ser vizi e ope ning up edu ca tion, ovvia mente rife rita alle best prac ti ces.
Ma non basta: final mente arriva la good law e il nud ging sbarca al Miur per chè «assi cu rare piena com pren sione e chia rezza su quanto il Miur pub blica è un’azione di aper tura e tra spa renza di pari dignità rispetto all’apertura dei dati».
La buona scuola pro muove il CLIL, cioè il Con tent and Lan guage Inte gra ted Lear ning, e alle ele men tari inse gna il coding attra verso la gami fi ca tion.
Valo rizza il pro blem sol ving, il deci sion making e, ove neces sa rio, poten zia
l’agri-business.
Gli stu denti diven te ranno digi tal makers, si supe rerà il digi tal divide e riu sci remo a intrat te nere gli early lea vers, ovvero quei «gio vani disaf fe zio nati» (sic) che la scuola oggi non rie sce a tenere con sè.
Per fare que sto adotta il BYOD, bring your own device, ovvero «por tati il tuo pc da casa».
Ma, non paga, la buona scuola del governo pro porrà school bonus, school gua ran tee, cro w d fun ding, emet tendo all’occorrenza social impact bonds a bene fi cio dei pri vati che vor ranno appro fit tare del suc cu lento ban chetto dell’istruzione imban dito da Renzi.
Good appe tite.
Ma l’anglofilia del docu mento non si esau ri sce nella patina les si cale e nel regi stro
lin gui stico.
La buona scuola di Renzi è quella ame ri cana, auto noma nell’organizzazione, nella didat tica e nei finan zia menti.
È la scuola intesa non come isti tu zione della Repub blica, costi tu zio nal mente garan tita a tutti e che offre pari oppor tu nità di accesso cri tico alla cono scenza e al sapere, bensì come espres sione dif fe ren ziata, cul tu ral mente mar cata e com pe ti tiva, delle realtà e delle comu nità locali: la scuola che si fa il suo pro getto for ma tivo e si cerca sul
mer cato qual cuno che abbia inte resse a pagarlo.
La scuola, in Ame rica, è nata prima degli Stati Uniti, quando i coloni strap pa vano le terre ai Nativi e costrui vano pri gioni e saloon.
Comi tati locali le orga niz za vano, spesso in case pri vate, si pro cu ra vano gli inse gnanti, met te vano a dispo si zione i libri e la Bib bia non man cava mai.
Oggi i comi tati si chia mano Con si gli Diret tivi, sono com po sti da cit ta dini eletti e man ten gono gli stessi com piti: adot tano pro grammi didat tici e gesti scono il bilan cio. L’autonomia sco la stica con sente alle fami glie ame ri cane il con trollo sui con te nuti dell’insegnamento e per mette ai fun zio nari eletti di imporre con te nuti e metodi di inse gna mento nei loro distretti scolastici.
La fram men ta zione della scuola pub blica ame ri cana ha pro dotto e pro duce risul tati sco la stici così sca denti da indurre oggi il Con gresso a forme di con trollo cen tra liz zato ex post.
Stan dard e obiet tivi di appren di mento nazio nali da misu rare con bat te rie di test dai cui risul tati dipende la soprav vi venza o la chiu sura delle scuole.
Un rime dio peg giore del male, per chè tra sforma l’insegnamento in adde stra mento e, soprat tutto, non sol leva gli stu denti ame ri cani dalle ultime posi zioni nelle clas si fi che inter na zio nali.
La buona scuola di Renzi è quella di un paese, l’America, in cui le scuole migliori sono pri vate e costo sis sime; un paese in cui anche le scuole pub bli che, finan ziate con la fisca lità muni ci pale, pos sono avere rette molto ele vate e dove le più acces si bili si tro vano nei quar tieri depri vati e accol gono i poveri, gli svan tag giati, i discri mi nati.
Un paese in cui la dispa rità eco no mica è diret ta mente pro por zio nale alla dispa rità educativa.
C’è un pas sag gio, nel docu mento, in cui si dice che «ogni scuola dovrà avere la
pos si bi lità di schie rare la squa dra con cui gio care la par tita dell’istruzione», ossia la libertà di sce gliere i docenti che riterrà «più adatti» per rea liz zare la pro pria offerta for ma tiva.
La meta fora cal ci stica di ber lu sco niana memo ria, rivela esat ta mente qual è la
dire zione del governo: por tare a com pi mento il pro cesso di pri va tiz za zione della gestione della scuola intra preso da Ber lin guer con la legge sull’autonomia e,
con tem po ra nea mente, com ple tare il per corso di arre tra mento dello stato inau gu rato da Tre monti, fino alla com pleta dismis sione della scuola pub blica.
Il preside-manager, costan te mente in cerca di spon sor per finan ziare la sua scuola, sce glierà e licen zierà discre zio nal mente i suoi docenti, affian cato in que sto da un nucleo di valu ta zione in cui la pre senza di esterni garan tirà forme di con trollo politico-culturale ma soprat tutto il ritorno eco no mico degli inve sti menti pri vati. L’esperienza di Chan nel One, che in Ame rica ha un con tratto con 12.000 scuole, impo nendo a milioni di stu denti in classe dosi quo ti diane della sua pro gram ma zione tele vi siva e pub bli ci ta ria, dovrebbe indurre i cit ta dini ita liani a una rifles sione seria.
Il resto del docu mento è pura dema go gia.
La pro po sta del ser vi zio civile a scuola, la col la bo ra zione con il terzo set tore, l’ingresso del volon ta riato: un omag gio dell’esecutivo a certa cul tura scou ti sta e demo cri stiana; il rife ri mento alla sus si dia rietà , una striz zata d’occhio a Com pa gnia delle Opere e a Comu nione e Liberazione.
E infine, l’impegno di assun zione di 150.000 pre cari nel 2015, accom pa gnato dall’ignobile ricatto a milioni di inse gnanti di ruolo che impone di rinun ciare al loro attuale sta tus giu ri dico e di restare inchio dati fino alla pen sione al loro mise re vole
sti pen dio ini ziale.
Un impe gno spac ciato come scelta e come testi mo nianza della volontà del governo di inve stire nella scuola, in realtà ine lu di bil mente impo sto dalla pro ce dura d’infrazione avviata a Bru xel les con tro l’Italia per la vio la zione della nor ma tiva comu ni ta ria sulla rei te ra zione dei con tratti a termine.
Una pro messa da far tre mare i polsi in tempi di tagli dra co niani e di riforme feu dali impo ste dalla Troika: ma forse, l’ennesima vel leità di chi, assai peri co lo sa mente, «vuo’ fa’ l’americano».
Anna Angelucci
Asso cia zione Nazio nale Per la Scuola
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
TRA DOCENTI CHE MANCANO E PALESTRE INAGIBILI: LA “SCUOLABUONA” PUO’ ATTENDERE
Inizio d’anno in una scuola elementare di Torino, città che si fregia della definizione di “educativa”. Stremati
dalla lunga estate i genitori si rallegrano che, almeno per chi non frequenta la prima, già dal primo giorno funzioni il tempo pieno.
Meraviglie di una scuola ben organizzata.
Peccato che ci sia subito la prima doccia fredda: la palestra è inagibile perchè richiede manutenzione e non ci sono soldi per farla, con buona pace delle promesse di Renzi di investire prioritariamente nell’edilizia scolastica.
Se si vorrà far fare ginnastica ai bambini, occorrerà chiedere ospitalità a qualche scuola vicina, rassegnandosi a prendere le ore lasciate libere dalle classi di questa e perdendo prezioso tempo per andare e venire tra una scuola e l’altra (certo, anche questo è un modo di fare esercizio motorio…).
Non è tutto, però. Posto che si trovino gli incastri giusti tra le due scuole nella fruizione della palestra, i bambini “ospiti” potranno fruirne effettivamente solo se, per ogni classe, accanto alla maestra ci sarà un genitore disposto ad accompagnare i bambini nel tragitto di andata e ritorno.
Non è chiaro come si pensi di trovarlo: chiedendo che i genitori a turno prendano mezza giornata di permesso o ferie?
Costringendo chi non ha un lavoro, perchè casalinga o disoccupato/a, a mettersi a disposizione? Precettando qualche nonno/a?
Ma non è finita qui. In una quinta elementare finalmente la classe quest’anno ha entrambe le maestre di ruolo, dopo quattro anni di sistematico turn over della maestra di italiano. O meglio, le ha sulla carta.
La maestra appena assunta in ruolo due giorni prima dell’inizio della scuola è andata in congedo di maternità anticipato. Per ora, quindi, tempo pieno, ma, come gli anni scorsi, attesa non si sa quanto lunga di un/una supplente, in più niente ginnastica. Questo in una classe in cui un buon numero di scolari è, non solo straniero, ma da poco in Italia; quindi avrebbe più bisogno di continuità nell’insegnamento.
È questa la #buona scuola che è stata promessa?
Il rispetto dovuto ai bambini, l’attenzione necessaria per non spegnere in loro la fiducia nella scuola e l’entusiasmo di imparare cose nuove?
Ovviamente, la maestra in maternità ha tutti i diritti e probabilmente avrà tirato un sospiro di sollievo nell’apprendere che poteva mettersi in congedo di maternità senza timore di perdere punti in graduatoria come quando era supplente.
Sicuramente avrà buoni motivi di salute per averlo chiesto anticipato e il medico che glieli ha certificati avrà agito con scrupolo e non chiudendo un occhio.
Sono anche sicura che il Comune di Torino, o qualsiasi ente sia responsabile dell’edilizia scolastica, ha avuto priorità più urgenti (tetti che crollano, servizi igienici rotti e simili) di una palestra su cui concentrare le risorse disponibili per la manutenzione (se pur sono arrivate).
Ciò non impedisce di rimanere sconfortati di fronte allo scarto tra le promesse e la realtà e al semplicismo delle prime.
Lasciamo pure stare la questione della palestra, anche se poi è inutile lamentarsi che i bambini italiani fanno poco moto e praticano poche attività sportive, se anche quelle che dovrebbero fare a scuola dipendono dalla disponibilità di tempo dei genitori, oltre che dal fatto che un’altra scuola possa cedere parte delle proprie attrezzature, senza ridurre il servizio per i propri studenti.
La faccenda della maestra di ruolo in maternità (una eventualità non remota in una professione al 90% femminile) mostra come la stabilizzazione, l’immissione in ruolo dei supplenti possa essere un passaggio necessario e doveroso, specie per coloro che fanno supplenze da anni, talvolta nella stessa scuola e stessa classe.
Ma non risolve la questione di come garantire agli studenti continuità e qualità didattica e neppure il diritto minimo ad avere un insegnante annuale stabile, se non il primo, almeno il secondo giorno di scuola.
Su questo punto anche i sindacati sono troppo silenti.
Eppure, se non lo si affronta, insieme a quello della qualità dell’insegnamento, il nostro continuerà ad essere un sistema scolastico che troppo si affida alla supplenza non solo degli insegnanti “supplenti”, ma delle famiglie.
Se si può chiudere un occhio sulle richieste di contributi per il materiale didattico o la carta igienica; si possono imbiancare i muri delle aule e tagliare l’erba in giardino; ma non si può accettare che la solidità dell’istruzione dei bambini e ragazzi sia affidata alla capacità e disponibilità delle famiglie di integrarla quando questa è mancante, o intermittente.
In questo modo la scuola, invece di essere strumento di compensazione delle disuguaglianze, le conferma, quando non le acuisce.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI A PALERMO, MA ANCHE GIANNINI, BOSCHI E DELRIO: TUTTI A FARE PASSERELLA TRA I BANCHI
Ministri in classe, lunedì mattina, per il primo giorno di scuola.
I titolari dei dicasteri del governo Renzi hanno risposto all’appello del premier e per il primo suono della campanelle andranno ciascuno in un istituto, per lo più quello dove hanno studiato, per confermare, con la loro presenza, che l’esecutivo in carica “ritiene davvero la scuola una priorità ”.
“Esigo che la riforma della scuola non si faccia sulla testa degli insegnanti, ignorandone la dignità , nè sulla testa dei genitori”, ha detto il premier nel suo discorso inaugurale alla Fiera del Levante a Bari.
“Andremo di casa in casa – ha aggiunto – andremo scuola per scuola e solo ripartendo da qui riusciremo a restituire un po’ di speranza all’Italia”.
Se il presidente del Consiglio ha subito annunciato che lunedì (primo giorno dell’anno scolastico nella gran parte delle regioni) sarà a Palermo nell’istituto scolastico intitolato a don Peppino Puglisi, il ministro Giannini resterà , invece, il 15 nella Capitale e visiterà una scuola della periferia romana, un istituto tecnico agricolo particolarmente attivo nell’innovazione didattica e nell’alternanza scuola-lavoro. Giannini inizierà da lì l’annunciato tour per parlare della “Buona scuola” che toccherà anche il suo liceo di Lucca
Via via si apprendono anche le “destinazioni” degli altri inviati speciali tra i banchi. Gian Luca Galletti (Ambiente) è atteso alla scuola Marconi di Bologna, Carmela Lanzetta (Affari regionali) sarà al liceo Olivetti di Locri, Maurizio Lupi (Trasporti) alla Cabrini di Milano, Giuliano Poletti (Lavoro) all’istituto tecnico Scarabelli di Imola.
Maria Elena Boschi (Rapporti con il Parlamento) andrà a Laterina (Arezzo) dove è cresciuta, in visita alla scuola elementare Goffredo Mameli mentre nella sua Genova dovrebbe approdare Roberta Pinotti: la responsabile della Difesa sarà presente, salvo imprevisti dell’ultimo minuto, al liceo scientifico “Enrico Fermi”, la scuola che ha frequentato e dove ha pure insegnato per alcuni anni, dopo la laurea in Lettere.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, sarà alle 8.15 alla primaria Matilde di Canossa di Reggio Emilia per l’inizio dell’anno scolastico laddove ha studiato da bambino.
Non è chiaro se inizia l’anno scolastico o viene girato il solito spottone di un governo che annaspa.
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Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
IL TRUCCO DEL GOVERNO: CON GLI SCATTI PER ANZIANITA’ TUTTI AVEVANO UN MIGLIORAMENTO DI STIPENDIO, CON QUELLI PRESUNTI “PER MERITO” UN DOCENTE SU TRE NON LO AVRA’ E LO STATO RISPARMIERA’ 200 MILIONI L’ANNO
L’Ocse chiede all’Italia di aumen tare la busta paga degli inse gnanti da una media di 24 mila 316 euro (31.460
dol lari) a 26 mila 866 euro (34.760 dol lari).
Il «patto edu ca tivo» pro po sto da Renzi taglierà invece gli sti pendi.
I conti non tor nano nell’abolizione degli scatti di anzia nità tra sfor mati in «scatti di com pe tenza».
Nelle 136 pagine del libretto sulla «buona scuola» il governo sostiene che gli scatti inte res se ranno il 66% dei docenti.
Il 34%, un docente su tre, verrà giu di cato «imme ri te vole» e non potrà rice verli.
Per l’Anief quella di Renzi è una riforma più dura di quella appro vata dal centro-destra con Bru netta.
Quest’ultima pre ve deva il «merito» per il 75% dei dipen denti pub blici. Il centro-sinistra solo per il 66% del per so nale sco la stico, quasi il 10% in meno.
Su que ste basi allora imma gi niamo il futuro, dopo l’assunzione dei 150 mila docenti pre cari pre vi sta a set tem bre 2015 per i quali saranno neces sari 4,1 miliardi di euro a regime, ancora tutti da tro vare.
Secondo la ripar ti zione media indi cata nelle linee guida, il 66% di tutti i docenti sarà meri te vole di uno «scatto» di sti pen dio da 60 euro ogni tre anni.
I neo-assunti dovranno attende 4—5 anni (invece di nove) per rag giun gere il primo «scatto».
Si parla di 180 euro con tro i 140 garan titi dal sistema pre ce dente.
Il governo sostiene che a fine car riera gua da gne ranno 9 mila euro netti di sti pen dio in più, due mila in più rispetto a quanto avreb bero per ce pito con i soli «scatti di anzianità ».
Que sta cifra sarà tut ta via desti nata solo ad un terzo dei docenti e non sem pre alle stesse per sone.
E il rispar mio per le casse dello Stato sarà supe riore rispetto a quanto già rea liz zato oggi. Si dà infatti il caso che il port fo lio di cre diti e titoli di un docente «meri te vole» possa essere pena liz zato dal nucleo interno di valu ta zione di un isti tuto.
Dopo sei anni, e due scatti, que sto docente può avere una brutta sor presa.
Al nono anno potrà essere sca val cato in clas si fica da uno più «meri te vole» di lui. Sem pre che que sto non accada già al terzo o al sesto anno.
Il sito spe cia liz zato Oriz zonte Scuola ha pub bli cato due simu la zioni curate dai docenti Anto nello Ven ditti e Eliana Via nello.
Il primo sostiene che in nove anni ver ranno per ce piti media mente due scatti invece di tre. In 42 anni di ser vi zio, il docente meri te vole per ce pirà 26 euro men sili in meno, 312 euro all’anno. Per lo Stato si ipo tizza un rispar mio di 200 milioni di euro annui per 650 mila docenti.
La seconda simu la zione riguarda i 150 mila futu ri bili neo-assunti.
Se per de ranno il primo scatto dopo 4—5 anni, il loro sti pen dio per derà 72 euro, 900 euro in meno all’anno. La per dita dovrebbe restare anche nel caso in cui recu pe rino posi zioni in clas si fica negli anni suc ces sivi.
Nella scuola di Renzi essere meri te voli ha un costo per tutti.
Per il governo, invece, è un altro modo per fare «spen ding review», dopo avere negato lo sblocco dei con tratti fino al 2017.
A dif fe renza di altre cate go rie del pub blico impiego, il con tratto della scuola è bloccato dal 2009. In quasi dieci anni i docenti ita liani avranno rega lato allo Stato una media di 4800 euro (stima Flc-Cgil). Nei pros simi dieci ne lasce ranno molti altri.
Si chiama merito e fa rima con i tagli.
Il bluff è il risul tato di un pre ciso dispo si tivo di governo: alla scuola viene appli cato il sistema «valu tare e punire».
Per i docenti que sto signi fica sacri fi carsi in nome delle poli ti che di auste rità . Resta da capire cosa acca drà a coloro che non saranno «meri te voli» per legge.
Le linee guida Renzi-Giannini sug ge ri scono di spo starsi nelle scuole meno competitive dove il ren di mento è medio-basso.
Que sta mobi lità riguar derà i docenti «meri te voli» che invece ver ranno indi riz zati verso gli isti tuti «eccellenti».
L’obiettivo sem bra essere quello di raf for zare le dispa rità ter ri to riali, di censo e di classe tra le scuole e i docenti in tutto il paese.
Sono inquie tanti le pro spet tive che aspet tano i docenti e i pre cari meno pagati nei paesi Ocse, e sem pre più poveri, all’inizio del nuovo anno sco la stico.
Roberto Ciccarelli
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
MENO DEL 10% DEGLI ISCRITTI AVRA’ UN’OPPORTUNITA’
In Veneto cercano un «esperto» contabile rigorosamente a partita Iva.
Ricapitoliamo: un esperto (professionista), in regime di consulenza, che sia anche disoccupato e abbia al massimo 29 anni.
In Campania vanno per la maggiore gli operatori di call center con contratto di collaborazione. Parasubordinati con i soldi comunitari per ricordarci delle ultime offerte degli operatori di telefonia mobile.
Per il Piemonte vengono segnalati diversi avvisi relativi al settore delle pulizie, mentre in Lombardia (tra i profili meno qualificati) spuntano diversi addetti al reparto ortofrutta con contratto a tempo determinato.
E poi ci sono i tirocini – perchè il programma dello Youth Guarantee prevede anche la possibilità di opportunità formative – come quello da levigatore di legnami (Veneto), estetista (Piemonte), receptionist (Sicilia), commesso di banco (Lazio), barista (sempre Sicilia).
Così con lo stage s’impara a fare il caffè, forse anche la granita.
A quattro mesi dal lancio del portale governativo Garanzia Giovani le registrazioni sono oltre 169 mila – secondo l’ultimo dato diffuso dal ministero del Lavoro – su un totale (presunto) di oltre due milioni di inattivi.
A conti fatti meno del dieci per cento della platea che s’intende raggiungere e con una progressione decrescente delle iscrizioni nelle ultime settimane.
Si dirà : bene, forse stiamo sovrastimando la disoccupazione giovanile contabilizzata dall’Istat al 43,7% .
Tuttavia sul portale governativo finora campeggiano circa 13 mila opportunità formative/professionali.
Così a conti fatti solo uno su tredici potrà avere una chance, fosse anche un tirocinio in un centro estetico, quando il modello originario Youth Guarantee (di estrazione nordica) finanziato da Bruxelles con un assegno da 1,5 miliardi di euro impone che a tutti i candidati venga offerta un’opportunità entro quattro mesi dalla data di registrazione.
Il caso vuole gli stessi dalla nascita del portale avvenuta il primo maggio scorso.
Il quadro si colora poi di un altro dato interessante: secondo i ricercatori di Adapt, l’associazione fondata da Marco Biagi di diritto del lavoro, oltre il 90% delle offerte di Garanzia Giovani sarebbero già state pubblicate dal portale del ministero del Welfare Cliclavoro e dai siti delle agenzie interinali, tra le quali Adecco, Gi Group, Randstad, Obiettivo Lavoro, Kelly Services, Tempor, Infogroup.
L’avrebbero riscontrato attraverso un lavoro certosino fatto di verifiche con le agenzie private che effettivamente avrebbero confermato l’esistenza di selezioni aperte per alcuni profili, esattamente identici a quelli che campeggiano su Garanzia Giovani. Finalmente la riuscita sinergia pubblico/privato auspicata anche dal Jobs act in gestazione alle Camere?
Non proprio, visto che i centri per l’impiego finora hanno chiamato per un primo colloquio di orientamento circa 23 mila candidati, cioè un settimo degli iscritti.
E la scadenza dei quattro mesi (dal giorno del colloquio, come richiesto dal governo) incombe alla finestra per tutti i candidati con il rischio che il telefono taccia.
Per il giuslavorista Michele Tiraboschi è «la conferma del mancato coinvolgimento delle aziende che non hanno previsto alcun piano di inserimento dei giovani nonostante gli incentivi comunitari».
Oppure è solo colpa della crisi che impedisce di guardare al di là del proprio naso?
Fabio Savelli
(da “il Corriere della Sera”)
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