Luglio 10th, 2014 Riccardo Fucile
IL GREMBIULISMO A SCUOLA SCONFITTO DAL NUOVO CHE AVANZA
Al fine di stimolare la creatività dei bambini, un pool sicuramente formidabile di pedagogisti ha stabilito che da settembre nelle scuole materne comunali di Torino vengano aboliti i grembiuli.
Il loro ragionamento, sicuramente formidabile, non fa una piega (a differenza di molti grembiuli) e suona grosso modo così.
Le aule sono frequentate da creature di etnie diversissime, perciò sarebbe sbagliato soffocare tanta varietà sotto la cappa del conformismo che ha nel grembiule il suo simbolo.
Una bimba vuole presentarsi in classe con l’abito tradizionale afghano oppure vestita da Peppa Pig?
E che lo faccia. Libertà , diversità , creatività , ta-ta-tà .
Resta da capire cosa avessero in testa i fautori del Grembiulismo che la nuova pedagogia, sicuramente formidabile, si accinge a mettere in naftalina.
Pare ritenessero che dare lo stesso vestito a tutti i bambini fosse un modo per tutelare i più disagiati, annullando le differenze economiche e sociali almeno al loro primo manifestarsi: nell’abito.
Pare addirittura che i grembiulisti pensassero che la creatività , per potersi manifestare, avesse bisogno di un limite da infrangere, essendo la trasgressione la condizione naturale in cui il talento individuale si esprime.
Insomma, secondo quei retrogradi impenitenti, la creatività consisterebbe nel tentativo di togliersi lo stesso grembiule degli altri.
Al contrario, se quel grembiule non c’è, si passerà la vita alla ricerca di omologazioni rassicuranti.
Cioè di altri grembiuli, opinioni e pregiudizi collettivi da mettersi addosso.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Luglio 9th, 2014 Riccardo Fucile
I SOLITI FAVORI A SCUOLE E CLINICHE PRIVATE CHE CONTINUERANNO A NON PAGARE UN EURO DI IMU E TASI
«Una vergogna», per Giovanni Paglia.
«Un bene perchè sana una disparità », per il sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi.
Anzi «un provvedimento importante e un piccolo segnale», lo definisce il ministro Stefania Giannini.
Perchè ora «le scuole con una retta inferiore ai 6.800 euro sono esentate».
Da cosa? Dall’Imu e dalla Tasi, i balzelli sugli immobili.
Le reazioni al decreto del ministero dell’Economia che di fatto esclude dal pagamento delle tasse la quasi totalità delle scuole paritarie e delle cliniche private sono diverse. C’è chi vi legge un ulteriore, grandioso sconto, alle strutture cattoliche.
Chi invece un’occasione per «sanare una disparità », come il presidente della Fism Toscana (Federazione italiana scuole materne), Leonardo Alessi.
«C’era il rischio concreto che chiudessero a breve migliaia di istituti, costretti a pagare senza motivo decine di migliaia di euro di Imu».
E in effetti in Toscana e a Firenze l’anno scorso le iscrizioni sono crollate del 20% e addirittura il prestigioso istituto dei padri Scolopi ha chiuso la materna.
Nel caso dell’Imu-Chiesa però «non si tratta affatto di uno sconto, al contrario di un inasprimento », spiega il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta.
«Prima di Monti le scuole non pagavano, ora pagano in proporzione alla media della retta chiesta agli utenti e secondo parametri definiti dal ministero dell’Istruzione. Per quanto riguarda la sanità , le cliniche pagheranno per l’uso delle sale e delle stanze utilizzate in forma privata».
In realtà il criterio per capire se una scuola verserà o meno Imu e Tasi è tale per cui quasi tutti saranno esentasse.
Si deve infatti confrontare il Cm con il Cms, così li chiama il decreto.
Cioè il corrispettivo medio incassato dalla scuola privata e il costo medio per studente sostenuto dallo Stato (al lordo di alcune voci come le spese per l’edilizia o il trasporto pubblico).
Ebbene questo secondo parametro è assai elevato e va dai 5.739 euro annui per la primaria ai 6.914 euro per la secondaria.
Se il Cm è inferiore o uguale al Cms, zero Imu e Tasi.
Tana libera tutti, visto che le rette sotto i 7 mila euro sono la maggioranza se non la totalità (in media si va dai 2 ai 4 mila euro).
E chi è poco sopra si adeguerà per non avere obblighi fiscali, è ovvio.
Per le cliniche, basterà la convenzione con il servizio sanitario nazionale, a prescindere dalle tariffe.
«Convenzione che non si nega a nessuno. Almeno abbiamo capito cosa si intende per no profit quando c’è di mezzo il Vaticano», prosegue Paglia, Sel.
«Scuola paritaria e pubblica fanno lo stesso servizio pubblico e quindi devono avere lo stesso trattamento», insiste il sottosegretario Toccafondi (ciellino).
Quello che nessuno riesce a spiegare è in realtà semplice: se uno vuol mandare un figlio alla scuola privata è giusto che lo faccia . Come è però giusto che se la paghi fino all’ultimo euro, non che la fa pagare alla collettività .
Oppure che questi benefattori non facciano pagare alcuna retta.
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Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
UNA TESTIMONIANZA DENUNCIA CONTRO UN GOVERNO CHE DI SCUOLA (E NON SOLO) NON CAPISCE UN CAZZO
Pubblichiamo la lettera aperta di una docente al governo: ne condividiamo completamente i contenuti
Egregio Presidente Renzi, Onorevole Giannini, esimio Sottosegretario Raggi,
chi vi scrive è una professoressa, una donna come tante, che fino ad oggi ha vissuto con entusiasmo il proprio lavoro, spendendosi giorno dopo giorno, ora dopo ora per i propri ragazzi.
Sono 30 anni che insegno, di cui 27 come insegnante di sostegno. Per scelta, sono fiera di precisarlo
Oltre alla specializzazione per l’insegnamento ai ragazzi disabili, che ai miei tempi constava di un biennio parauniversitario (mica il corsetto di 6 mesi che proponete oggi), con 18 esami, fra cui neuropsichiatria infantile, clinica delle minorazioni, psicologia, pedagogia, normativa scolastica, e annesse prova scritta in Braille e tesi finale, ho conseguito diverse altre specializzazioni: sono specializzata in didattica della musica, sono facilitatore alla comunicazione di primo livello ed ho superato l’esame di accertamento linguistico (lingua inglese) per l’insegnamento all’estero. Oltre agli innumerevoli corsi di formazione in tecniche della comunicazione, ABA, dislessia e quant’altro.
Sono andata a discutere la mia tesi di specializzazione con la media del trenta, questo solo per farVi capire quanto io abbia investito sulla mia formazione.
Ogni mattina mi sveglio e affronto problemi che vanno dalle crisi di un ragazzino autistico all’incapacità di memorizzare di un alunno dislessico, fino alla gestione di crisi epilettiche o psicotiche. Ogni giorno, quando torno a casa, sono talmente stanca che vorrei solo dormire, ma mi metto a cercare materiali utili da mettere sul Cloud che ho creato per tutta la classe. Perchè, sì, io faccio sostegno “alla classe”: a me vengono affidati i ragazzi immigrati che non conoscono bene l’italiano, gli alunni con problemi di dislessia, e i famosi BES, i bisogni educativi speciali, OLTRE alle problematiche che devo necessariamente affrontare con gli alunni certificati.
Lo sa, Presidente Renzi? Ho una cicatrice sul braccio sinistro, causata da un cutter che un ragazzino autistico era riuscito a trovare nella cattedra dei bidelli, e per difendere lui da se stesso mi sono ferita io.
Lo sa, Onorevole Giannini? Spesso sono tornata a casa coi lividi, da scuola, per un calcio, un pugno, perchè ho dovuto contenere un ragazzino che si sarebbe fatto male.
Lo sa, Sottosegretario Raggi, che mi sono pagata da sola la supervisione, assolutamente necessaria per non scaricare sui ragazzi i miei problemi e le mie frustrazioni personali?
E oggi mi sento dire che “non faccio abbastanza”, che rispetto all’Europa “gli insegnanti italiani lavorano meno”. Ma con quale faccia!!!
Ognuno di voi, è mai stato un’ora, dico una sola, in cattedra? Avete mai avuto a che fare con un ragazzino autistico che si autolesiona? Conoscete le teorie comportamentiste, l’approccio psicanalitico, le neuroscienze in rapporto all’autismo? Se vi chiedessi quale ritenete più consona sapreste rispondere? No, che non sapreste rispondere. Perchè di scuola sapete poco o nulla.
A voi interessa risparmiare.
Ed è per questo che avete montato ad arte una campagna pubblica contro gli “insegnanti fancazzari”, è per questo che volete raddoppiarci l’orario di lavoro, a parità di stipendio, si badi bene, in modo da non dover pagare supplenti e non assumere i precari, è per questo che propagandate una scuola che sia al contempo succursale dell’ASL, degli assistenti sociali, dei campi estivi.
SOLO PER RISPARMIARE. Sulla nostra pelle, si intende.
Io sfido chiunque si azzardi a dire che non lavoriamo abbastanza a fare non dico una mattinata, ma almeno 3 ore in una classe problematica.
Vi invito caldamente a venire a pulire la bava alla bocca di un ragazzo epilettico, poi a cambiarlo, perchè si è urinato addosso, e soprattutto a rassicurarlo e pregare Dio che la crisi passi presto. Per lui, per i suoi genitori, per voi stessi che vi trovate di fronte all’imponderabile
Vi sfido a contenere la crisi di un ragazzo autistico che sbatte la testa contro al muro e comincia a sanguinare.
Lo sapreste fare? No che non lo sapreste fare…. E allora di cosa parlate?
E i miei colleghi, che gestiscono classi eterogenee, dove si devono fare fino a 5 compiti in classe differenti per andare incontro alle esigenze di ogni alunno, pensate che a casa non facciano niente?
Fate pure tutti i vostri piani, allora, costringeteci, col plauso del popolo bue, che non vede l’ora di punire gli “insegnanti fannulloni”, a fare più di quanto sia umanamente possibile, toglieteci ogni motivazione, spremeteci come limoni…. Come pensate sarà la scuola, poi?
Ve lo dico io: insegnanti che perderanno ogni motivazione, che ridurranno la propria disponibilità all’osso, che andranno in burnout a discapito degli allievi, che non saranno più disposti a fare nulla di più di quanto dovuto.
Da ultimo, una mia personalissima considerazione: ho amato il mio lavoro, ci ho creduto, mi sono spesa senza riserve, ho fatto molto, molto di più di quanto sarebbe stato richiesto. Oggi, invece, l’unico pensiero che riesco ad avere è di scappare il più presto possibile, anche a costo di fare la cameriera.
Un bel risultato, eh? Complimenti, da parte mia e da parte di tutti gli insegnanti che da anni si prendono cura dei nostri ragazzi, che sono il nostro futuro.
Annachiara Piffari
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Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO REGGI LE SPARA COSI’ GROSSE CHE CI CREDONO SOLO I VELINARI DEI MEDIA AL SERVIZO DI RENZI
Sentite questa: “Taglieremo una delle quattro sedi ministeriali, il Palazzo della ricerca, all’Eur, oggi in
affitto. Ho scoperto che per i 1.200 dipendenti ministeriali ci sono 80 metri quadrati a testa. Per ogni studente italiano, in classe, ce ne sono otto”.
Autore della dichiarazione (che cito da la Repubblica, 2 luglio) è il sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi.
Nessuno studente la passerebbe liscia, in un tema scolastico, con un simile salto logico.
Infatti a) non sappiamo che cosa è, e che cosa si fa, nel Palazzo della ricerca e se sia uno spreco o una attività indispensabile, con tutta quella gente (1.200) che passa le ore di lavoro nella solitudine di vastissime stanze vuote; b) non sappiamo se il rapporto fra dipendenti e vastità della costruzione sia dovuto alla precedente spensieratezza di una quarantina di governi, oppure se il rapporto 80 metri-una persona sia determinato dal fatto che la costruzione prevede aree vuote per ragioni di progetto (per esempio vastissima area di ingresso, balconi sproporzionati); impossibile vedere la connessione fra gli 80 metri di cui godono i perdigiorno che saranno immediatamente aboliti dal rigoroso sottosegretario, e gli otto metri destinati agli studenti.
Il salto logico è pauroso. Come dire che il problema delle carceri troppo affollate si risolve abolendo i saloni troppo grandi del ministero della Giustizia in Via Arenula.
Però è un parere autorevole, e i poveri insegnanti dovranno tenerne conto.
Pare che Reggi sia il vero riformatore della nuova scuola italiana o così ci viene presentato, e lui incoraggia affermando “Ho scoperto…
Che significa una severa ispezione in prima persona in una remota sede ministeriale all’Eur” (Sud di Roma) .
Sentite questa. Domanda: “Volete togliere un anno ai licei?” Risposta: “È un’altra scelta europea. E poi se vuoi fare più musica, più storia dell’arte e non hai soldi, devi rimodulare quello che hai”.
Quando sia stata compiuta la scelta europea, e se sia vincolante non è detto.
Ma è il concetto che spaventa: se tagli un anno di scuola, hai più soldi, se hai più soldi, insegni più e meglio per gli anni che ti restano.
Inevitabile una riflessione che sembra sfuggita al riformatore: se invece di un anno se ne tagliano due, il risparmio permetterebbe ancora più musica e più storia dell’arte. Dunque con tre anni di meno si raggiungerebbe una scuola d’eccellenza, anche se resterà qualche ragazzino in più per la strada.
L’affermazione, nel Paese europeo che ha la più alta percentuale di abbandono scolastico prima del diploma, appare di una leggerezza allarmante.
Ma proprio questo è il tratto tipico del giovane governo Renzi, un tratto che si ripresenta intatto, dopo le prove di chiarezza, rigore logico e consapevolezza delle condizioni reali, dimostrate nella riforma del Senato (composto di sindaci con immunità parlamentare), nella riforma della Pubblica Amministrazione (mobilità forzata dei dipendenti entro cinquanta chilometri), nella legge Franceschini (nei musei pagano soltanto i vecchi) e che già si intravedono nella riforma della Giustizia (soprattutto un bel taglio alle fastidiose intercettazioni).
Sono rappresentazioni che puntano a meravigliare, con taglio spettacolare in cui deve esserci sempre qualcosa di sorprendente, ma non necessariamente qualcosa di vero e di utile.
Soprattutto nessun rapporto con fatti e persone e pubblico realmente coinvolti nei settori “riformati”.
Ma nella “Riforma della Scuola” (responsabile il ministro Giannini, direttore dei lavori il sottosegretario Reggi) ci sono altre cose incredibili nel senso di radicalmente separati dalla realtà .
Uno è che le supplenze saranno fatte dagli insegnanti già in ruolo e già al lavoro nell’Istituto che ha bisogno di un supplente.
In altre parole, il prof Rossi, se necessario (e se non vuole essere trasferito, nell’ambito di 50 chilometri) deve insegnare in Prima A, ma contemporaneamente assumere anche la supplenza della Prima B. Altro che “fermare l’attimo”.
Un’altra è che i giorni di scuola passeranno da 208 a 230.
Tutti diranno “bravi! così si studia di più!”, dimenticando che, intanto, viene annunciato il taglio niente meno che di un anno intero di liceo, perchè altrimenti i soldi non bastano per insegnare musica e storia dell’arte (senza badare al fatto che, nelle scuole italiane, la musica non si insegna).
Tra le “idee nuove” per un nuovo mondo della scuola, c’è anche il principio che, in teoria, è possibile compensare i docenti che lavarono di più, pagando qualcosa in più. Non si dice quanto.
Si dice però che la decisione spetta ai dirigenti scolastici. Diventano, in tal modo, depositari di un arbitrio che promette tempesta.
Ma è bene essere preparati alla vera grande novità : senza soldi e senza supplenti, le scuole non solo funzioneranno 230 giorni e non 208, ma dovranno anche restare aperte dalle ore 7 alle ore 22 di ogni giorno scolastico.
Difficile capire che cosa può avere motivato, in un mondo informato di genitori, insegnanti, cittadini, una affermazione così priva di ogni possibile rapporto con la realtà . Ma c’è una risposta. Siamo qui a parlarne.
Con l’aiuto dei media, dimenticheremo (salvo le famiglie e gli insegnanti) questi penosi dettagli e sentiremo dire: beh, dopo tutto hanno fatto anche la riforma della scuola.
E purtroppo ci saranno giornali che prenderanno tutto come se fosse possibile, come se fosse vero.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
INVECE CHE SBLOCCARE GLI SCATTI DI ANZIANITA’ FERMI DA ANNI E PORTARE LA REMUNERAZIONE NELLA MEDIA EUROPEA, I COMPAGNI DI MERENDE DI RENZI PENSANO A RIDURRE GLI ORGANICI E RADDOPPIARE L’ORARIO DI LAVORO
I soliti giornali del regime renziano, proni alla propaganda del grande pataccaro, oggi titolano “Scuola: un
premio ai professori ma dovranno lavorare di più”.
Arrivano (pilotate) le prime anticipazioni sul piano di riforma della scuola preparato dal ministro Giannini e dal sottosegretario Reggi che dovrebbero “rivoluzionare” il mondo dell’istruzione (nel senso di sfasciarlo).
Il messaggio che il governo vorrebbe far passare è che “verrà dato un premio economico fino al trenta per cento ai prof che si impegnano di più, che sono impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, presidi e docenti senior) o in attività specializzate come lingue o informatica”
E’ previsto un nuovo contratto di lavoro: “più ore per tutti i docenti, 36 a settimana, e aumenti di stipendio a chi si prende responsabilità , offre competenze specifiche”.
Il contratto riguarda un milione di insegnanti.
Il sindacato Anief ha chiesto preventivamente di fermare tutto, “prima si portino gli stipendi ai livelli dei paesi industrializzati, poi discutiamo”.
Reggi ha ribaltato la questione e avanzato una proposta: scatti d’anzianità invariati e premi stipendiali fino al 30 per cento per i docenti impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, docenti senior) o attività specializzate (lingue e informatica).
In cambio il ministero chiede agli insegnanti una maggiore disponibilità : più ore a scuole per un periodo più lungo.
Ma Reggi mente sapendo di mentire.
In primo luogo gli scatti sono bloccati da anni e dovrebbe persino vergognarsi a citarli, altro che dichiarare che “rimarranno inalterati”.
Secondo aspetto: se raddoppi l’orario devi avere il coraggio di dire che lo scopo è dimezzare gli insegnanti e stipare più alunni nella singola classe, non c’e’ alternativa.
Reggi mente quando parla di aumenti di stipendio: riguarderà solo 1 insegnante su 100 nella migliore delle ipotesi (vicepresidi e affini), gli altri secondo lui dovrebbero lavorare il doppio e guadagnare come ora.
Un’altra novità riguarda anche le supplenze brevi. Attualmente ci si affida alle chiamate brevi, “costose” per i bilanci del Miur: l’idea è quella di far coprire le supplenze ai prof già in cattedra nell’istituto senza riconoscimenti economici extra.
Che originale pensata, ci voleva un ministro per proporre di lavorare gratis.
Avranno più potere i dirigenti scolastici che potranno decidere a chi assegnare il bonus stipendiale (i loro raccomandati).
Il tutto per “garantire investimenti nei premi ai più disponibili e nell’offerta formativa scesa a 600 milioni e da raddoppiare”.
Se volete fare investimenti nella scuola pubblica, cari renziani, cominiciate con utilizzare i milioni di euro che regalate alle scuole private, iniziate da lì invece di insultare gli insegnanti definendo la scuola italiana “un ammortizzatore sociale”.
Non esiste Paese europeo dove un ministero definisca così i propri dipendenti, come in effetti in Europa non esiste una classe dirigente di livello infimo come in Italia.
Ribadiamo il concetto: a guidare la Pubblica istruzione ci devono essere intelligenze sensibili al recupero della “funzione pubblica” della scuola, non quinte colonne di interessi privatistici.
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Luglio 1st, 2014 Riccardo Fucile
NON C’E’ TRACCIA DEI 3,5 MILIARDI PER RISTRUTTURARE GLI EDIFICI… LE REGIONI: “I SOLDI NON SONO ARRIVATI”
Dovevano essere erogati 3 miliardi e mezzo, ma per adesso i soldi che il governo ha approvato da destinare
alle scuole sono solo 784 milioni di euro.
C’era anche una data: primo luglio, giorno in cui operai e addetti ai lavori avrebbero dovuto iniziare il piano di ristrutturazione e messa a nuovo degli edifici scolastici.
Ma non in tutte le regioni questo processo è stato avviato.
Il Fatto si è occupato più volte dei fondi destinati alla scuola, anche il primo giugno scorso dopo che un rapporto del Censis (il Centro Studi Investimenti Sociali) aveva pubblicato preoccupanti dati sullo stato delle scuole in Italia: tanto amianto, edifici fatiscenti e intonaci che cadevano.
Allora fu ribadito che il governo sarebbe intervenuto con i 3 miliardi e mezzo.
E così quel primo giugno, il sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi aveva anche assicurato che “gli interventi inizieranno da luglio” spiegando puntualmente dove sarebbero stati presi i soldi.
Mancava solo un mese e nello scetticismo generale ci si chiedeva come e quando sarebbero state approvate le delibere.
A trenta giorni di distanza i soldi approvati sono 784 milioni di euro: “244 milioni — spiega Reggi sentito di nuovo da Il Fatto — nel biennio 2014-2015 sbloccati con un decreto del presidente del Consiglio del 15 giugno scorso che permette ai Comuni di sganciarsi dal patto di stabilità ; altri 400 milioni sono stati riprogrammati nelle graduatorie del decreto del fare con una delibera Cipe approvata oggi pomeriggio (ieri per chi legge). Entro il 1 ottobre dovranno essere aggiudicati con procedure rapide. E nella stessa delibera Cipe aggiungiamo altri 140 milioni per il recupero di sette mila edifici scolastici”.
Mancano un po’ di soldi rispetto ai 3 miliardi e mezzo annunciati.
Parola agli assessori: “Non abbiamo visto un euro
Il Fatto per verificare lo stato dei lavori nelle scuole delle diverse regioni italiane ha provato a contattare funzionari e assessori all’Edilizia scolastica e alle Infrastrutture. Molti amministratori non sapevano neanche di cosa si trattasse, altri rinviavano a funzionari che avevano lasciato l’ufficio alle quattro del pomeriggio di un qualsiasi lunedì.
Con altrettanti invece siamo riusciti a parlare e da Nord a Sud si presentano situazioni simili. In Campania, un collaboratore dell’assessore all’Istruzione e Edilizia Scolastica Caterina Miraglia, è molto chiaro: “Non sono arrivati ai Comuni neanche i soldi dell decreto del fare di settembre. Qui abbiamo partecipato alle graduatorie che però sono bloccate a causa di alcuni ricorsi amministrativi. Altre Regioni hanno gli stessi problemi: graduatorie bloccate, soldi che non arrivano e lavori che non partono”.
Non diversa la situazione del Piemonte, dove l’assessore regionale all’Istruzione Giovanna Pentenero afferma che “al momento i lavori nelle scuole non sono ancora partiti. Aspettiamo la norma che allenta l’impatto del piano di stabilità sui Comuni”. In Toscana, dall’ufficio dell’assessore Emmanuele Bobbio ci spiegano che “da parte dei Comuni non abbiamo alcuna notizia, in queste erogazioni le Regioni sono state bypassate. So però che in alcune scuole i lavori sono iniziati e stanno andando avanti, anche se i fondi non sono ancora arrivati”.
In Lombardia, la dottoressa Claudia Moneta, dirigente della struttura che si occupa dell’edilizia scolastica , ci spiega che “le regioni hanno fatto solo un’attività istruttoria nel decreto del fare. In quel caso abbiamo fatto una graduatoria e ci erano stati assegnati circa 15 milioni di euro”.
Quei soldi non sono arrivati ma “i lavori nelle scuole sono comunque andando avanti, soprattutto per la bonifica dell’amianto”.
Altri 14 milioni erano stati assegnati a settembre anche alla Regione Lazio.
Mentre alla Liguria dovevano arrivare 4 milioni. “Con il decreto del fare — spiega Giovanni Boitano , assessore ligure — siamo partiti con 30 progetti. In totale erano 74. Una parte dei soldi è arrivata, ma non tutti”.
Il sottosegretario Reggi: ”Si deve attendere il 2015”
Il primo giugno scorso, il Fatto chiese al sottosegretario Roberto Reggi dove sarebbero stati presi i soldi promessi da Renzi.
“Ci sono 450 milioni — spiegò Reggi — destinati alla piccola manutenzione. Abbiamo recuperato 300 milioni di euro con l’aggiudicazione di una gara sul servizio di pulizia”.
I 400 milioni per la manutenzione straordinaria sarebbero stati recuperiamo da fondi europei inutilizzati.
E per i grandi interventi sarebbero stati stanziati 1 miliardo e 300 milioni giacenti nelle casse dei Comuni attraverso l’allentamento del patto di stabilità .
“A questi — concluse Reggi — si aggiungono 900 milioni che arriveranno a gennaio 2015 da mutui con la banca europea. E altri fondi europei per un valore ancora da stabilire, ma che può essere intorno ai 3 miliardi”.
Risentiamo Reggi a distanza di un mese che ci spiega che “è normale che i soldi stanziati a settembre non siano arrivati a tutti: la graduatoria si è chiusa ad aprile. Però un processo partito a settembre e chiuso con l’aggiudicazione degli appalti entro aprile non era mai successo”.
Ma i soldi in totale non dovevano essere 3 miliardi e mezzo? “Eh, ma entro fine 2015”.
In molte città oltre a non esserci i soldi, non sono neanche iniziati i lavori.
“Sono loro a doverli fare partire, non noi”.
Ti pareva…
Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
LA FILOSOFIA DELL’ISTRUZIONE RIDOTTA A “I CONTI DEVONO TORNARE”.. L’IDEA AZIENDALISTA DI UTILI E BILANCI
Nelle mense scolastiche menu differenziati in base al prezzo: il dolce solo ai bambini le cui famiglie
possono spendere 40 centesimi al giorno in più.
L’idea è del sindaco di Pomezia, Fabio Fucci (Cinquestelle).
Nella Scuola Spa i conti devono tornare. I piccoli italiani nel futuro saranno più vincenti. Ma, di certo, più soli e più cupi. Non è la prima volta che succede.
E, siccome siamo agli sgoccioli di una mefitica campagna elettorale, togliamo di mezzo subito un equivoco peloso (e penoso). Il fatto che Fabio Fucci, sindaco di Pomezia (due passi dalla Capitale), sia un militante del Movimento Cinque Stelle è, per quanto attiene alla storia che segue, del tutto irrilevante a nostro avviso.
Qui si discute dell’idea stessa di scuola che si è ormai impadronita non dei fedelissimi dell’ex comico ma di una fetta notevole dell’Italia: ossia un’idea aziendale, fatta di utili e di bilanci, che tralascia quasi in premessa quello che uno splendido film ci raccontava come il «capitale umano».
Accade dunque che, in questa scuola italiana gestita con cuore da manager, i bambini meno ricchi abbiano una refezione più scarsa.
Era già capitato ad Adro, per opera di quel sindaco leghista Lancini (poi arrestato per irregolarità sugli appalti e reintegrato in carica dal prefetto) che negava la mensa ai figli di genitori morosi, a quelli che insomma non pagavano in tempo la retta.
La sua iniziativa venne presto emulata da altri primi cittadini del Carroccio. E, storia di adesso, è arrivata infine alle porte di Roma, in quella Pomezia che è di fatto industriosa periferia e dormitorio della metropoli.
Negli asili e nelle elementari della cittadina, i genitori poveri devono scegliere se lasciare i loro bambini senza dolce o spendere quaranta centesimi in più a pasto: l’efficientissimo Fucci ha infatti avuto la trovata della doppia mensa.
Non volendo tagliare (bontà sua) quantità e qualità del pranzo ai bambini, ha deciso di concedere il dolce per merenda solo ai ricchi: gli altri, se lo portino da casa, se vogliono.
Il ministro Giannini, a Radio Capital, ha dichiarato di non conoscere bene il caso ma di essere «comunque per l’autonomia scolastica»: «Non mi sembra una situazione di discriminazione», ha aggiunto.
Sul suo profilo Facebook, Fucci ha ovviamente estratto l’argomento della polemica elettorale, sostenendo che lui questo provvedimento lo aveva varato addirittura il 27 dicembre 2013.
E soprattutto ha spiegato che l’idea gli è venuta parlando coi genitori che, s’intende, volevano provvedimenti più incisivi, «menù con quantità differenziate di cibo ».
Noi, francamente, ce ne infischiamo della tempistica. La sostanza ci appare più importante. E la sostanza che Fucci rivela è di grande interesse: perchè la scuola, in fondo, riflette un modo d’essere della società .
Questa è una società nella quale un buon numero di famiglie «benestanti» di Pomezia (o di Adro o di vattelapesca dove capiterà la prossima volta) trova legittimo e persino educativo che, nella sfera dei pubblici servizi, chi ha meno riceva meno a partire dalla più tenera età .
Conosciamo le obiezioni e ci pare di sentirle: ci sono i furbi, i finti poveri, quelli che non pagano la retta e si comprano il Ferrarino. Sarà .
Ma ci sono sicuramente i bambini – ricchi o poveri che siano, bambini – che attingono da episodi così una lezione di ferinità che si porteranno appresso per la vita: i conti devono tornare, dal primo banco all’ultimo, come se i banchi fossero una catena di montaggio.
Forse i piccoli italiani, così montati nella nostra Scuola Spa, domani cammineranno nel mondo più vincenti: di certo, più soli e più cupi.
Goffredo Buccini
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI PISANO: ANDRO’ A TRENTOLA DUCENTA PER RINGRAZIARLI… IL COMUNE PIEMONTESE NON AVEVA FONDI
Una storia di solidarietà all’incontrario: dal sud al nord.
«Nonostante le difficoltà , i Comuni possono anche aiutarsi tra loro lanciando un messaggio positivo ai ragazzi e sfatando i pregiudizi».
E’ difficile riuscire a spiegare le motivazioni che hanno spinto un sindaco campano, quello di Trentola Ducenta 18 mila abitanti in provincia di Caserta, a trasferire 11 mila e 500 euro dalle casse del suo municipio a quello di Pisano Novarese, piccolo paese di 798 abitanti sul lago Maggiore, per consentirgli di mettere in sicurezza le scuole.
Una storia che ha dell’incredibile. Tutto è nato dall’invito che il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha rivolto ai suoi «colleghi» all’inizio di marzo con una semplice email.
Ogni sindaco avrebbe dovuto comunicare a palazzo Chigi, entro quindici giorni, l’opera di edilizia scolastica più urgente, con costi e tipologia di intervento.
Uno dei primi a rispondere è stato Gianluigi Cristina, eletto sindaco di Pisano con una lista civica: «La materna e le elementari di via Piceni sono state messe in sicurezza negli ultimi dieci anni al 90%. Per concludere l’opera, servono 11.500 euro», spiega al collega Renzi.
Mancano l’uscita con maniglione antipanico del dormitorio, l’adeguamento dell’altezza standard delle finestre, nuove porte antincendio in cucina, ma l’ente non ha le risorse finanziarie necessarie.
L’appello appare su un quotidiano. A leggerlo non è Renzi ma un sindaco ex democristiano alla guida della sua cittadina da vent’anni, eletto l’ultima volta nel 2011.
Si chiama Michele Griffo, si professa di centrodestra: è il primo cittadino di Trentola Ducenta, che sta a sette chilometri dal mare.
Anche lui ha scritto al premier, ma chiedeva 400 mila euro: «I problemi sono uguali dappertutto — racconta Griffo -, quello che sta succedendo deve arrivare come un segnale significativo anche allo Stato centrale. Le nostre casse stanno bene: avanzeremo a consuntivo circa 900 mila euro. Rispettiamo il patto di stabilità , abbiamo una differenziata al 75% e una tassa dei rifiuti tra le più basse d’Italia. Quell’appello mi ha toccato. La cifra è alla nostra portata: quei bambini potranno sentirsi al sicuro».
Detto fatto: il 4 aprile ha inviato un fax scritto a mano di poche parole al municipio novarese per dire che il finanziamento c’era.
E che importa se non arrivava dallo Stato ma da un altro Comune.
I lavori inizieranno in estate
A Pisano non volevano crederci. Poi ha prevalso il senso pratico sabaudo: se ci danno i soldi, li prendiamo.
Anche qui, poche parole: «Ci sono dei passi formali da fare — dice Cristina – , accettare ufficialmente i fondi. Dopodichè, a mie spese, mi recherò a Trentola Ducenta per ringraziare».
La partenza sarà entro il 25 maggio, prima delle elezioni che si terranno anche a Pisano, un Comune non nuovo nel sottolineare, anche polemicamente, le proprie difficoltà economiche, come quando ha di recente rinunciato a spendere 250 euro per figurare in un cartellone autostradale di promozione turistica promosso dalla Provincia e sottoscritto da tutti gli altri Comuni vicini: «Non abbiamo soldi da buttare via. La nostra scuola funziona: il 60% dei 120 iscritti viene dai paesi confinanti perchè ha un’ottima organizzazione didattica e la mensa è interna. I lavori inizieranno subito, con la chiusura estiva».
«Dalla Campania ospiti nei nostri hotel»
Intanto, mentre si fantastica su un gemellaggio con in prima fila proprio gli studenti, la generosità dei casertani ha già scatenato un moto di riconoscenza.
Appresa la notizia, l’hotel «Colli Fioriti» di Fosseno di Nebbiuno (Novara) si è offerto di ospitare gratuitamente gli amministratori campani che vorranno visitare il lago Maggiore e la scuola. A lavori conclusi.
Cinzia Bovio
(da “La Stampa“)
argomento: radici e valori, scuola | Commenta »
Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
LA SCUOLA NON E’ UN’AZIENDA CHE PRODUCE BENI, GLI STESSI CRITERI DI GESTIONE NON SONO APPLICABILI
Cambiano i governi non la politica scolastica, che promette di andare verso la graduale
eguaglianza delle scuole private a quelle pubbliche.
Alcuni governi sono più energici di altri; questo parte con una straordinaria determinazione.
Le prime dichiarazioni della nuova ministra della Pubblica istruzione, Stefania Giannini, sono improntate al merito e al bisogno, per usare una fortunata coppia di valori, molto frequentati negli anni ’80.
Il merito dovrebbe guidare la diversificazione remunerativa degli insegnati delle scuole pubbliche: coloro che producono di più dovrebbero essere meglio retribuiti, come i dipendenti di una qualunque azienda.
Il criterio per stabilire il merito nell’insegnamento medio e superiore non sarà facile da individuare, a meno che non si adottino criteri discutibili come il numero dei promossi, le ore di servizio alla scuola, o il buon gradimento da parte dei genitori o del dirigente scolastico.
Ma è doveroso attendere le proposte prima di giudicare, riservandoci un angolino di scetticismo per le pratiche che vogliono applicare la logica degli incentivi economici a tutte le funzioni indifferentemente, non tenendo conto che ci sono beni di cittadinanza (come la scuola) che non possono essere giudicati con gli stessi criteri della produzione di beni destinati al mercato.
Le dichiarazioni di Stefania Giannini sono invece più esplicite nella parte relativa ai rapporti dello Stato con le scuole private paritarie.
Qui la ministra invoca il bisogno. E le posizioni che emergono sono molto preoccupanti benchè non nuove.
Nuovo è l’armamentario argomentativo, perchè pensato non per convincere che le scuole private parificate meritino più finanziamenti, ma per sostenere che esse hanno bisogno dei soldi pubblici e, infine, che il sollievo dal bisogno sarà garantito dal percorso del governo che va verso l’affermazione dell’eguaglianza piena, non più della parità , delle scuole private con quelle pubbliche.
Il fine è far cadere ogni barriera che distingue i due ordini di scuola allo scopo di non dover più giustificare i finanziamenti pubblici, che a quel punto sarebbero dovuti. In questa cornice si iscrive la proposta della ministra di rilanciare le scuole private paritarie.
Veniamo alla giustificazione di questa marcia accelerata verso la scuola privata, che come si è detto è basata sul bisogno: in pochi anni le scuole private hanno perso studenti (in cinque anni uno su cinque), e per fermare questa emorragia lo Stato dovrebbe intervenire.
E così è. I soldi pubblici sono infatti già stati accreditati alle Regioni, come ha comunicato la Compagnia delle opere (ben rappresentata nel governo): 223 milioni di euro stanziati per l’anno scolastico 2013/2014, in aggiunta a 260 milioni già previsti per lo stesso anno. In tutto, 483 milioni che tengono in piedi un settore in estrema difficoltà .
Il pubblico, dunque, “tiene in piedi” la scuola privata in difficoltà . I vescovi e la ministra Giannini all’unisono chiamano questa una politica di «libertà effettiva di scelta educativa dei genitori».
Ma se c’è emorragia di studenti dalle private alle pubbliche, logica vorrebbe che si diano più risorse alle pubbliche, sia perchè ne hanno presumibilmente più bisogno sia perchè se lo meritano, avendo attratto più studenti, nonostante le “classi pollaio” esito della riforma Gelmini.
Se è solo per bisogno che le scuole private devono ricevere i soldi pubblici, ciò significa che lo Stato fa dell’assistenza vera e propria.
Non è dunque chiaro con quale logica la ministra applica la coppia merito/ bisogno, perchè qui sembra di capire che le pubbliche siano punite proprio per ricevere gli studenti che abbandonano le private, le quali per non saper trattenere gli studenti ricevono invece i finanziamenti.
È chiaro che i soldi pubblici servono a tenere queste scuole in vita, non a premiare il merito o il buon rendimento.
Tenerle in vita, si sostiene, perchè sono il luogo dove si concretizza la «libertà educativa dei genitori».
Ma perchè i genitori scelgono di iscrivere i figli alla scuola pubblica? Presumibilmente questa loro scelta libera è dettata da ragioni di merito: la scuola pubblica è, nonostante tutto, migliore e vince sul mercato della libertà educativa.
Ma a seguire le parole del ministro sembra di capire che lo Stato interverrebbe quando la scelta è già stata fatta, ovvero per finanziarne il residuo (cioè il risultato di quella scelta) non per garantirla.
Qui vediamo in azione l’opposto del criterio del merito e del bisogno legato al merito, e inoltre una stridente contraddizione con il principio della libera scelta.
Un argomento insidioso per giustificare il tampone di emorragia con i soldi pubblici è che un alunno delle scuole private costa meno di un alunno delle scuole pubbliche. Nel contesto di razionalizzazione mercatista della spesa pubblica nella quale ci troviamo, non si fatica a intuire quale sarà il passo successivo: meglio finanziare le scuole private che quelle pubbliche perchè costano meno all’erario.
Questo sarebbe un epilogo fatale per la scuola pubblica.
A giudicare da queste prime dichiarazioni della ministra Giannini, nel settore dell’istruzione il governo promette di essere un governo della restaurazione, ovvero di voler chiudere la disputa tenuta aperta dalla nostra Costituzione, decretando che tutte le scuole sono pubbliche, quelle dello Stato e quelle private parificate, che tutte devono essere “eguali”.
La maggioranza parlamentare ha il potere di farlo.
Ma l’opinione pubblica e politica ha il dovere di criticare questa scelta e di operare per fermarla o cambiarla.
Nadia Urbinati
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