Maggio 26th, 2013 Riccardo Fucile
GUCCINI: “VOTO A PERCHE’ I PRINCIPI SONO FONDAMENTALI… RED RONNIE: “VOTO B, CHI VA ALLE PRIVATE COSTA MENO ALLO STATO”
I princìpi sono importanti. Francesco Guccini di politica parla sempre, anche se, che venga ascoltato o meno, non ama le strumentalizzazioni e l’eco che ogni sua parola provoca ogni volta. Sul referendum di Bologna però non ha potuto restare in silenzio: “Dicono che votare contro i finanziamenti alle scuole private è una questione di principio che non tiene conto dei problemi pratici? Può darsi. Nella vita si fanno tante cose solo per seguire i propri ideali. I princìpi sono importanti”.
Si è schierato per il no nel referendum che secondo le previsioni rischia di spaccare il fronte che fu granitico del Partito democratico a Bologna.
Dalla sua parte anche Stefano Rodotà , ma sul versante opposto il sindaco Virginio Merola e Romano Prodi, uno degli uomini che il maestrone di Pavana ha sempre sentito come tra i più vicini alla sua linea di pensiero.
Una divisione che ha fatto emergere malumori e sottolineato ancora una volta la distanza del cantante dal Pd.
“Ho già detto quello che penso, perchè ci tenevo a esprimermi. Ho già detto che non credo più nel Pd e che non lo sento più come il mio partito, Ora non voglio aggiungere ulteriori polemiche. Semplicemente io credo che entrare alla scuola pubblica, dove si opera senza discriminazioni e senza indirizzi confessionali, sia il primo passo di ogni individuo che voglia imparare l’alterità e la condivisione. È il primo passo di ogni essere umano per diventare uomo, per diventare donna”. Diritti e uguale accesso all’istruzione, così il cantautore cita nella sua difesa il padre costituente Piero Calamandrei: “Io non posso non fare mia la sua lezione, quella contenuta nel celebre Discorso in difesa della scuola nazionale. Da quelle parole traggo il mio augurio e il mio saluto per tutti voi: ‘Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale’”.
Parole che Guccini aveva già ricordato in occasione dell’incontro pubblico a Pistoia, lasciando un messaggio ai volontari del comitato articolo 33 a Bologna: “Sono qui con il cuore ad accompagnare la vostra campagna. Sono qui a discutere di viaggi e incontri ai Dialoghi sull’Uomo e questa coincidenza mi porta a pensare proprio alla scuola — e alla scuola dell’infanzia, pubblica laica e plurale — come uno dei luoghi fondamentali dove l’uomo prende forma e inizia il suo viaggio”.
Io sono per il mantenimento del sistema attuale”. Red Ronnie, giornalista ed esperto di musica, storica voce di Radio Alice a Bologna lo dice.
Ma lo schieramento del capitolo B, quello per mantenere i finanziamenti alle scuole materne private e paritarie, deve scontrarsi con l’intellighenzia alla bolognese, molta aria di Rive Gauche, osterie e pochi fronzoli.
Tanto che parteggiare per il B diventa quasi una scelta di campo, lunga e complessa da giustificare.
“Le mie figlie hanno frequentato scuole paritarie e difendo questa scelta. Non dimentichiamo che uno studente costa di più allo Stato se va alla scuola pubblica. Le strutture paritarie spesso sono realtà di eccellenza, con bravi insegnanti e una buona sperimentazione”.
Una difesa del sistema integrato, che passa per la critica di chi ha scelto la difesa della scuola pubblica per presa di posizione.
“Non esistono più le questioni di principio, come non esiste più destra o sinistra. Dobbiamo solo tornare alla meritocrazia. Se le realtà paritarie sono di qualità , allora vanno protette”.
La disputa ha radici lontane e coinvolge cittadini ed istituzioni.
Romano Prodi ha osservato: “Era opportuno non arrivare al referendum”.
Anche perchè per la prima volta è la sinistra Bolognese che si scanna in famiglia. Quella che fa riferimento al Pd, alle Coop e all’apparato e quella più libertaria, riassunta bene in mezzo secolo di carriera da Francesco Guccini.
“Io ho fatto il Sessantotto”, conclude Red Ronnie, “e lì erano gli studenti a lottare contro i professori. Qui mi sembra che ci siano gli insegnanti a motivare gli studenti per una battaglia che forse non gli appartiene”.
A votare “B come bambini”, come recita lo slogan ufficiale, però hanno detto di essere in tanti, non solo all’interno del Partito Democratico.
Nella lunga lista c’è Maria Chiara Carrozza, ministro all’istruzione, l’ex sindaco Walter Vitali, Salvatore Vassallo, parlamentare in quota Renzi, Silvia Noè, consigliere regionale Udc e il politologo Gianfranco Pasquino.
Guai a parlare di laicità , ci tengono a sottolineare i partigiani del “No”, ma solo di tutela di un posto per oltre quattrocento bambini che altrimenti non avrebbero altre strutture.
Contro ogni strumentalizzazione di principio.
Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
PD E SEL, ALLEATI IN GIUNTA MA DIVISI SUL REFERENDUM PER CANCELLARE UN MILIONE DI FONDI ALLE SCUOLE PRIVATE….PRODI VOTERA’ CON I VESCOVI E IL SINDACO MEROLA E CONTRO GUCCINI E RODOTA’ CHE VOGLIONO L’OPPOSTO
Come ci sia finito dentro a questo inghippo, non è chiaro: il sindaco di Bologna, Virginio Merola, è uno che pur di non avere guai è capace di condividere i pensieri di Renzi, Bersani, Prodi, D’Alema o dei ragazzi di Occupy Pd.
Non brilla per protagonismo, e neppure per le decisioni.
Un uomo diviso tra guelfi e ghibellini che si è trovato, causa di forza maggiore, a indire un referendum che non avrà nessun valore giuridico, ma che rischia di mettere in crisi la sua già vociante giunta: quello sui finanziamenti alle scuole private.
Un milione di euro che ballano sui tavoli del palazzo comunale e che il sindaco vuol concedere e concederà , ma che la Bologna laica rispedisce al mittente.
Un fuocherello, all’inizio, che rischia di generare un incendio.
Sul fronte opposto al sindaco di Bologna si sono schierati con il comitato Articolo 33 personaggi come Stefano Rodotà , Andrea Camilleri, Corrado Augias, Michele Serra, Francesco Guccini, Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Ivano Marescotti, giusto per citarne alcuni, tutti sul “non se ne parla”, niente soldi alle scuole private.
Scuole che a Bologna, ma anche nel resto d’Italia, vuol dire cattoliche.
Così Merola si è trovato catapultato in una nuova campagna elettorale, solo che due anni fa aveva al fianco Pier Luigi Bersani, Romano Prodi e Vasco Errani, quello che allora sembrava essere il vertice di un governo prossimo venturo.
Questa volta invece i suoi principali alleati sono un cardinale, l’arcivescovo Carlo Caffarra, il Pdl, la Lega Nord, impegnatissima nel montare gazebo ovunque tra le vie medievali, con tanto di palloncini verdi.
Un mix di genti a dir poco singolare: uomini del Carroccio, militanti del Pd, impiegati delle Coop rosse, parroci e suore, tutti insieme per convincere gli elettori a mettere la croce sulla B, quella che prevede il mantenimento del sistema integrato tra pubblico e privato.
E quindi anche un sostanzioso finanziamento alle scuole d’infanzia convenzionate. Non un euro di più, non un euro di meno.
Tutti gli altri sono per il no al sostegno comunale dell’educazione privata, che tradotto sulla scheda elettorale vuol dire opzione A.
E tutti gli altri vuol dire Sel, principale alleato al Pd in giunta, quello che la tiene in piedi, il Movimento 5 stelle, con i suoi due consiglieri comunali, Massimo Bugani e Marco Piazza, intellettuali, attori, personalità della cosiddetta società civile, molto poco politici. Un muro contro il quale il sindaco di Bologna, la città simbolo del Pd che fu, rischia di sbattere contro.
Perchè il referendum, essendo puramente consultivo, non avrà nessuna conseguenza immediata e non è detto che, in caso di vittoria del comitato referendario, l’amministrazione debba invertire la rotta. Anzi.
Merola può benissimo andare avanti per la sua strada.
Sarà più difficile, in questo, convincere i suoi alleati, i vendoliani, che comunque gli hanno garantito che — almeno per ora — non hanno alcuna intenzione di far cadere la giunta e rischiare un altro commissariamento dopo quello già vissuto (e non bene) con Anna Maria Cancellieri.
Una consultazione che per il momento sta dividendo molto. Due nomi su tutti: Romano Prodi e Francesco Guccini.
Da sempre, il maestrone di Pavana, come lo chiamano a Bologna, sostiene il professore: lo ha fatto nel corso delle campagne elettorali, lo avrebbe voluto come sindaco di Bologna, candidato premier, presidente della Repubblica.
Ieri Guccini — che nella sua vita, oltre a scrivere canzoni, è stato insegnante alla Dickinson College — ha preso una posizione netta: “Entrare nella scuola pubblica è il primo passo di ogni individuo che voglia imparare l’alterità e la condivisione. Ed è il primo passo di ogni essere umano per diventare uomo, per diventare donna”.
Prodi, da Addis Abeba, dove è al lavoro per l’Onu, spiega invece che il “referendum si doveva evitare perchè apre in modo improprio un dibattito che va oltre i ristretti limiti del quesito. Il mio voto per i finanziamenti alla scuola privata è motivato da una ragione di buonsenso: perchè bocciare un accordo che ha funzionato bene per tantissimi anni e che tutto sommato ha permesso con un modesto impiego di mezzi di ampliare il numero di bambini ammessi alla scuola d’infanzia ?”.
Non stupisce la dichiarazione di Prodi: nonostante la distanza abissale che si è creata tra lui e il Pd, quello del finanziamento alle scuole private è un provvedimento voluto dal suo governo il 5 agosto 1997.
Se la partita fosse decisa dagli intellettuali il fronte del no avrebbe già vinto.
Oltre a Prodi, di nomi spendibili il sindaco di Bologna ne ha ben pochi: Maurizio Lupi, Maurizio Gasparri, Stefano Zamagni, Giuliano Cazzola, Antonio Polito e pochi altri. Previsioni? Per ora non ne circolano.
Certo è che in una città come Bologna, la Curia e quello che fu il “partitone” la fanno da padrone.
È sempre stato così, dal dopoguerra a oggi.
Poteri che hanno sempre dialogato, seppur mai in pubblico, e che per la prima volta nella storia repubblicana si trovano ad amoreggiare senza nascondersi.
Emiliano Liuzzi
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Febbraio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
IN 25.000 ASPETTANO I PRIMI SOLDI
Non ricevono lo stipendio da tre mesi e chissà quanto dovranno ancora aspettare per la prima busta
paga del 2013. I supplenti delle scuole sono stremati.
C’è chi non ha più i soldi per la benzina.
Chi ha intaccato i propri risparmi per iniziare il mese.
L’anno scorso è stato mobilitato un esercito di 75mila supplenti per sostituire gli insegnanti di ruolo.
Di questi, circa 25mila hanno firmato un contratto annuale, gli altri hanno lavorato per molte meno ore, anche solo per un giorno.
E quasi diecimila di loro non percepiscono lo stipendio da dicembre o addirittura novembre.
Sull’altare sacrificale dei tagli, oltre i docenti precari c’è anche il personale Ata, segretari e bidelli.
La denuncia arriva dalla Fcl Cgil, che per il 27 febbraio ha organizzato un incontro con il Miur.
La colpa è dei ministri dell’Istruzione e del Tesoro: “Indifferenti e incapaci di difendere la scuola – commenta Annamaria Santoro, segretaria nazionale Fcl Cgil. Con la spending review dello scorso luglio il governo Monti ha previsto che dal primo gennaio del 2013 il pagamento dei supplenti saltuari diventasse di competenza del Ministero dell’Economia allo scopo di sgravare le scuole da oneri amministrativi.
È la formula del “Cedolino unico”.
Altro che alleggerimento, però: a sei mesi di distanza regna il caos organizzativo e le scuole fanno la fame.
“Hanno sottostimato la spesa per le supplenze — spiega Santoro -: sono già stati esauriti i 196 milioni di euro stanziati nel 2013 e i 37 milioni di euro come saldo di dicembre 2012. Così alcuni istituti hanno anticipato con la cassa il pagamento del mese di dicembre”.
Oltre al danno, la beffa.
Il Miur aveva promesso che il 12 febbraio ci sarebbe stata un’emissione speciale dei rimborsi.
Poi è saltata ed è stata rimandata a lunedì 18.
Entro le ore 18 di quel giorno le scuole avrebbero dovuto caricare online i dati del singolo supplente.
Ma il sistema informatico va subito in tilt: interruzioni, malfunzionamenti, tempi stretti per diecimila istituti che nelle stesse ore accedono allo stesso server.
Un copione già visto tante volte, l’ultima per l’iscrizione telematica degli studenti.
La Santoro fa il punto: “Si sono ridotti all’ultimo momento per distribuire le risorse e l’obiettivo di contenimento della spesa è stato tradotto in una riduzione delle previsioni di spesa e in una continua integrazione del fabbisogno che viene calcolato con cadenze ravvicinate e dando pochi soldi per volta”.
Prendere contatti con il Miur è un’impresa, ottenere risposte altrettanto. E se lo fa non si espone.
Lo racconta una maestra, ovviamente temporanea, di Milano, sul piede di guerra: “Ho chiamato il ministero, mi hanno detto di inviargli una mail, l’ho fatto e come me tanti altri ma nessuno ha ricevuto risposte”.
Poi, l’ennesimo ritardo.
Alle ore 15 del 18 febbraio arriva una mail collettiva a tutte scuole italiane in cui si avvisa di inserire anche i rimborsi di novembre, dicembre e la tredicesima.
Non tutte le scuole però si accorgono per tempo e perdono il turno.
“I miei risparmi sono all’osso – conclude l’insegnante -. Ho aspettato, ora non ce la faccio più”.
Dovrebbe avere un salario di 1290 euro mensili, non sa ancora se la sua richiesta di rimborso sia andata a buon fine e tantomeno sa quando vedrà arrivare il prossimo stipendio.
La testimonianza arriva anche da due direttori scolastici, uno di Fiorenzuola, nel piacentino, l’altro di Rozzano, alle porte di Milano: “Nessuno ci ha aggiornato sul nuovo sistema, abbiamo mille difficoltà ”.
Millantare l’innovazione per la scuola e non garantirla è la conclusione.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 11th, 2013 Riccardo Fucile
ELEZIONI IN VISTA E NESSUNO PARLA DI SCUOLA, SE NON PER TAGLIARE POSTI DI LAVORO… MENTRE LA LOBBY DEI LIBRI CI COSTA 800 MILIONI
Le maestre a chiamata emigrano ogni giorno. 
Si svegliano alle 3 del mattino, prendono il treno alle 4 e quando entrano a scuola, alle 8,30, sono già stanche.
Vivono un caporalato senza caporali, organizzato dallo Stato, partono senza sapere se lavoreranno, aspettando una telefonata che arriverà , se arriverà , solo dopo un viaggio fatto di speranza e rassegnazione.
Si mettono in attesa di una supplenza dormendo su treni sporchi, affollati e rumorosi. Oppure, sedendo in un bar della stazione Termini, aspettando pazienti, alle 7 del mattino, che il loro telefono squilli.
Se la telefonata giungesse a casa non riuscirebbero ad arrivare in tempo a scuola e quindi perderebbero l’occasione.
Così partono senza sapere cosa accadrà , lasciando famiglia e figli ancora nel sonno, sperando che un’influenza improvvisa induca la segreteria di qualche istituto a scorrere l’elenco dei nominativi nella lista del circolo, per far scattare una supplenza. Che può durare anche un solo giorno.
Le maestre a chiamata giungono a Roma da Aversa, dal casertano, da Villa Literno. Dalle città del lavoro agricolo, della raccolta semi-servile dei pomodori, degli immigrati chiusi nei ghetti di Castelvolturno.
È da qui, ma anche da Formia, Latina, Frosinone, che ogni mattina, prima che faccia giorno, centinaia di pendolari della scuola pubblica, si mettono in cammino per uno, tre, quindici giorni di supplenza.
Come Carla Pagano, in viaggio da dieci anni.
La incontriamo a Villa Literno, alle 4,37 sul regionale 12442 proveniente da Napoli. Arriveremo a Roma alle 6,49, poi lei dovrà arrivare nella zona dei Colli Portuensi, verso il sud della città .
“Mi tocca un’altra ora di viaggio, ma arriverò a scuola prima dell’orario, quindi dovrò aspettare quasi un’ora prima che comincino le lezioni”.
Ha il viso sereno, ma stanco. E si accende solo quando si parla dei bambini: “Li adoro e loro mi vogliono bene”.
Accanto a lei c’è Antonietta Bonanno, tre figli lasciati a dormire e una supplenza più serena che dura fino a giugno.
“Ma sono otto anni che vado avanti e indietro: ieri mattina mi sono alzata alle 3 e sono tornata a casa alle 22, perchè avevo la programmazione settimanale”.
Carla, invece, sta per completare l’ultimo giorno, di tre, di supplenza.
“Mi hanno chiamato lunedì mattina, ero appena arrivata a Termini, ma finirà domani (giovedì scorso, ndr). Poi tornerò di nuovo senza incarico”.
E se non ne trova un altro? “Prenderò il primo treno per casa, sarà stato un viaggio a vuoto. Però”, sorride convinta dopo una pausa, “Mi sento fortunata: mia sorella ha trent’anni ed è a casa senza fare niente, io almeno ho un lavoro”.
La paga 47 euro alla giornata
Il treno è affollato, si è già riempito alla nostra fermata.
Il controllore conosce tutti: “Pensi che una volta ho incontrato un’insegnante che andava da Salerno a Udine per una supplenza di due giorni”.
Le maestre stendono dei foulard o delle lenzuola sui sedili — “sa, sono sporchi” — e cercano di dormire ancora un’ora o qualcosa in più.
Il rumore su questo treno è assordante: “In tanti anni mi è venuta la labirintite ” confessa Carla.
“Hanno fatto l’alta velocità tra Roma e Napoli ma non hanno pensato ai pendolari” protestano le sue colleghe.
Se questo convoglio è pieno, quello successivo, delle 5,51, lo sarà ancora di più.
“Il lunedì si viaggia in piedi, ci sono anche quelli che si fermano la settimana a Roma, tornano il venerdì e poi ripartono il lunedì mattina”.
Tutto questo, tra l’altro, ha un costo e Carla tira fuori dalla borsa i suoi biglietti, così facciamo due conti: “L’abbonamento al regionale costa 117 euro al mese, quello ai trasporti di Roma 35 euro. Spesso c’è un contrattempo, finiamo tardi oppure la metro si blocca, l’altro giorno ho dovuto prendere il taxi per tornare in stazione spendendo 40 euro”.
Il totale è di circa 200 euro al mese.
Ma i contrattempi possono essere anche altri: “Io ogni quindici giorni devo dormire in albergo — aggiunge una collega — perchè la preside mi chiede di restare al pomeriggio: sono altri 80 euro”.
Quando scendiamo sul binario della stazione Termini si avvicinano altre insegnanti, ognuna ha una storia da raccontare. Sul treno sarannno state un centinaio.
Molte hanno avuto l’incarico tutto l’anno, sono più serene ma sempre stanche.
“Io ho una figlia di cinque anni che stasviluppando un grande spirito di sopravvivenza perchè non riesco a starle vicino” racconta un’insegnante che preferisce non essere citata.
Aspettano di entrare in ruolo da 5, 8 o 10 anni.
“La situazione è peggiorata con la riforma Gelmini” concordano tutte. Quando è arrivato il maestro unico, con i tagli lineari e indiscriminati, i posti disponibili si sono ridotti drasticamente.
“Dal 2010 non si riesce più a lavorare”.
E così, a centinaia — la Cgil Scuola di Caserta ne stima tremila — si sono spostate a Roma.
E sono state costrette a passare in viaggio più ore di quelle passate in classe.
La maestra con la bambina “dal forte spirito di sopravvivenza” racconta di quando ha perso il treno delle 17,15 e ha dovuto attendere tre ore prima del prossimo.
“Quando sono arrivata a casa, mia figlia ormai dormiva”.
I due cellulari di Simonetta
Quelle che sono arrivate in anticipo o che devono aspettare la telefonata, si fermano al Momento, il bar sul ballatoio dell’atrio centrale.
Le maestre di Marcianise hanno una proposta: “Se un Frecciarossa si fermasse a Caserta alle 6 del mattino, pagheremmo la cifra pur di poter dormire di più e viaggiare meglio”.
La cifra, in realtà , è salata, l’abbonamento al treno veloce costa 300 euro, il doppio di quello regionale.
Invece, una supplenza viene pagata 47 euro al giorno e gli stipendi mensili, quando va bene, superano a malapena i 1.100 euro.
Del resto, un maestro di ruolo prende 1300 euro.
Come in una scena da sit-com, se ne vanno le insegnanti di Caserta e arrivano quelle di Frosinone.
Simonetta ha 48 anni, tre figli e due cellulari: “Ho lasciato due recapiti” spiega con lo sguardo furente.
“Sono partita alle 6 e ho viaggiato un’ora in piedi su un treno zeppo”.
Con lei assistiamo alla scena chiave della giornata: il telefono squilla, lo sguardo si illumina, è una scuola che ha bisogno della supplenza: “Dovete ancora aspettare il certificato medico della titolare? Va bene, attendo che mi richiamiate”.
Squilla anche l’altro telefono , Simonetta si divide tra due chiamate, nemmeno fosse una dirigente d’azienda.
Sull’altra linea, l’offerta è la stessa, deve scegliere. “Farò tre giorni, fino a venerdì, così, almeno, avrò pagati anche il sabato e la domenica”.
Se cumulerà almeno 78 giorni in un anno avrà diritto alla disoccupazione ridotta, oggi mini-Aspi, e quindi a circa 700 euro per un paio di mesi.
“Nel 2012 ho lavorato 100 giorni”. Alla sua collega, seduta accanto, la tazzina di caffè vuota sul tavolo, invece andrà male.
Non ha chiamato nessuna scuola, è costretta a tornare a casa, il viaggio è andato a vuoto.
Se ne riparlerà domani.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 29th, 2012 Riccardo Fucile
LA DIRIGENTE HA RESPINTO GLI STUDENTI: “SONO FASCISTI, ERAVAMO ASSEDIATI, MI HANNO MALMENATO”… MA I RAGAZZI ERANO DEI CENTRI SOCIALI
«Li ho chiamati fascisti, sì. E violenti. E squadristi. E figli di papà . Cantavo “Bella ciao”,
“ho trovato l’invasor”… mentre cercavano di sfondare per occupare la scuola. Da loro sono stata anche malmenata, io che sono una donna e pure vecchia. Ma di qui non mi muovo. Difendo la mia scuola, anche a costo della vita. Sono al servizio dello Stato».
Lei è la preside Maria Concetta Guerrera, la scuola è il Leonardo da Vinci di Milano, quotato liceo scientifico del centro, davanti al Palazzo di Giustizia.
L’invasore sono gli studenti dei collettivi decisi ad occupare, come in molte altre scuole, da Roma in avanti.
Qui si sono presentati lunedì pomeriggio, respinti da dirigente e bidelli e alla fine costretti al dietrofront dalla Digos.
E ci hanno riprovato ieri, prima e dopo assemblee e sit in.
Nelle stesse ore, altri studenti di altri collettivi, dal liceo scientifico Allende all’artistico Brera, hanno preso aule e spazi «contro i tagli», «per la scuola pubblica». Lì però copione classico delle proteste studentesche d’autunno, con supervisione della polizia e presidi in campana ma tolleranti.
Qui il programma Guerrera è diverso.
Lei, i capelli grigi, i pantaloni comodi di lana, le scarpe basse e l’andatura lenta, lei si barrica a scuola.
E se vede facce nuove, come lunedì, chiama la Digos. («Eravamo assediati. Ho subito avvisato anche i genitori»).
È pronta a passarci le notti nel suo liceo la preside Guerrera.
«Nessuno entrerà qui a fare danni, a devastare laboratori che sono preziosi e che poche scuole pubbliche hanno. I ragazzi non hanno motivo di occupare. Hanno chiesto l’assemblea, l’ho autorizzata. Hanno chiesto spazi autogestiti, li ho autorizzati. Nessuna delle loro iniziative è stata negata o compressa. I professori sono tutti disponibili, sono persone dall’alto sentire. E la mia porta è sempre aperta, sono per il dialogo e il confronto. Loro invece…».
Lo ribadisce. «Sono fascisti e violenti». Cita gli Scritti Corsari di Pier Paolo Pasolini, la dirigente del Leonardo, che è professoressa di storia e filosofia: «Descriva la scena di lunedì: da una parte i bidelli e gli agenti a difendere la scuola, dall’altra i ragazzi pronti a sfondare ed entrare con la forza. Chi erano i proletari? Chi si è fatto male alla fine?».
Un bidello del Leonardo si è fatto male, nel tentato blitz di lunedì. Ma non denuncia. Nè lui, nè la preside «malmenata».
Ieri intanto sono arrivate le scuse degli studenti.
Alla porta «sempre aperta» si sono affacciati in quattro, le facce pulite, le felpe ordinate, per dire che «abbiamo sbagliato, nei modi.
E anche nel messaggio, non siamo contro ma con i professori». Scuse accettate.
Però la preside del Leonardo non arretra di un passo.
Spiega le sue ragioni, con tono pacato, disponibile (ma allontana il fotografo, secca). «Le richieste degli studenti? Pretestuose. Per loro è soltanto un gioco. Novembre è il mese delle occupazioni, succede ogni anno, le ragioni se non ci sono poi le trovano. Mai visto un’occupazione al ponte dell’Immacolata però, preferiscono andare a sciare…».
«Figli di papà », anche questo è stato ribadito. «E sono eteroguidati».
C’erano esterni nel gruppo deciso a occupare, ex studenti e ragazzi dei centri sociali, dice la preside. «Vanno fermati. Io finchè resisto non mi muovo. Ma sono sola. In alto loco tutto tace…».
Non una parola dal provveditorato, attacca Guerrera. «Nessun intervento. Sarebbe stato opportuno almeno un coordinamento. Onori e oneri… Io qui l’ho fatto. Lunedì pomeriggio i miei bidelli guarda caso erano tutti presenti».
Ieri sera in uno spazio vicino al liceo l’assemblea del Leonardo con studenti, professori e genitori.
Mentre a scuola c’è un gruppo che riprova a occupare. E con loro c’è la preside. Fino alle nove di sera.
Poi escono tutti insieme.
Federica Cavadini
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 9th, 2012 Riccardo Fucile
DUE TERZI SONO DONNE… RADDOPPIATE LE PREVISIONI DEL MINISTERO…ETA MEDIA 38 ANNI, IL 66,8% DEGLI ISCRITTI NON E’ IN GRADUATORIA
Numeri record. Il doppio delle previsioni.
I dati ufficiali del Miur parlano chiaro, il concorso della scuola sarà un evento spartiacque: 321.210 candidati per 11.542 posti.
Di questi, la gran parte — 258.476 — è costituita da donne. I restanti 62.734, sono uomini.
Ma soprattutto i due terzi degli aspiranti insegnanti che hanno fatto domanda di partecipazione al concorso non proviene dalle graduatorie ad esaurimento.
Sono 214.453 (66,8%), rispetto ai 106.757 (33,2%) che sono invece presenti nelle stesse graduatorie.
CANDIDATI DI MEZZA ETA’
L’età media dei canditati è di 38,4 anni. Di poco più alta è l’età media degli uomini (40 anni) rispetto a quella delle candidate donne (38 anni).
Nello specifico, la maggior parte dei candidati (158.879) ha un’età compresa tra 36 e 45 anni.
Seguono i 113.924 candidati con un’età pari o inferiore ai 35 anni e i 45.595 con un’età compresa tra i 46 e i 55 anni.
I candidati con un’età superiore a 55 anni sono 2.812.
Ordini di scuola Omogenea la distribuzione delle domande
Considerati gli ordini di scuola scelti dai candidati, le domande si distribuiscono in modo pressochè omogeneo.
Il 26,2% delle domande riguarda i posti disponibili nella scuola dell’infanzia, il 26,6% la scuola primaria, il 20% la secondaria di I grado e il 27,2% la secondaria di II grado. Provenienza dei candidati
La metà delle domande arriva dal Sud. In testa la Campania
Circa la metà delle domande di partecipazione al concorso proviene da aspiranti insegnanti del Sud: sono 164.827 (51,3%).
Percentuali minori per le domande provenienti dalle regioni del Nord (29,3%) e del Centro (19,4%).
La Regione con il maggior numero di domande è la Campania con 56.773 candidati.
(da “Il Corriere della Sera“)
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Novembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile
PARADOSSI ALL’ITALIANA: TUTTI AL LICEO, MA MANCANO 100.000 PERITI
«Uscivi dal Pacati e avevi un posto di lavoro. Per decenni è stata fucina di tecnici e
periti», ricorda con la dignità del Prof di provincia Francesco Moioli, ex preside in pensione.
L’istituto nasce a Clusone negli Anni Sessanta quando i comuni della Val Seriana si consorziano per creare una scuola orientata alle professioni. Il territorio è in espansione e le ditte bergamasche finanziano i laboratori.
Con il tempo si aggiungono corsi di elettronica, informatica e tessile-moda, per soddisfare la domanda di aziende come Radici e Zambaiti.
Nel 2000 la scuola tocca il record di 640 studenti, ma è l’inizio della fine: esplodono altri indirizzi, va in crisi il tessile che delocalizza e nelle famiglie cresce la mania del liceo.
Nel 2010 gli alunni scendono sotto i 400. L’anno dopo il Pacati viene assorbito dall’Istituto Fantoni che comprende liceo scientifico, geometri e ragionieri.
Addio specializzazione di una volta.
Nel mitico Nordest l’Itis Galilei di Conegliano Veneto ha fornito per decenni quadri e tecnici alla Zoppas.
Negli anni d’oro l’azienda che ha inventato la «stovella» occupava quattromila operai, stipendi buoni e Golf Gti.
«Oggi usiamo le rette per riparare i laboratori», allarga le braccia il dirigente scolastico Aldo Tonet.
«Le iscrizioni crescono, le famiglie tornano a scommettere sui mestieri, ma lo Stato non ha soldi».
A Bologna invece «si faceva la fila all’alba davanti all’Istituto tecnico Aldini Valeriani.
Trent’anni fa c’era il numero chiuso», sorride il preside Salvatore Grillo.
«Ogni due anni arrivavano 150 milioni per i laboratori, dal 2007 invece più nulla». Eppure i ragazzi del Valeriani sono diventati imprenditori di successo nel distretto del «packaging» e nella «motor valley» conosciuta nel mondo.
«L’Italia è un Paese cresciuto grazie a geometri e periti industriali», s’inorgoglisce Grillo.
Se prendiamo le tabelle Istat, storicamente quando crescono le iscrizioni agli istituti tecnici (il record nel 1990 con 1,3 milioni di studenti) aumenta il Pil nazionale e viceversa (il Paese è fermo da 15 anni e le iscrizioni sono crollate alle 900 mila del 2010).
Solo un caso?
Tra gli spread italiani quello sulla scuola è il meno raccontato.
«I 30 punti di competitività persi in 15 anni sulla Germania nascono anche in aula: formazione e mondo del lavoro restano entità separate», spiega Gianfelice Rocca, presidente di Techint, curatore insieme all’associazione Treellle della ricerca «I numeri da cambiare» sui deficit della scuola italiana: una primaria priva di selezione per insegnanti e presidi; le medie buco nero; i pochi investimenti sull’università (1% del Pil contro 1,4 di media Ue) ma soprattutto la debolezza della seconda «gamba» professionalizzante, la vera forza della Germania dove il 14% dei giovani consegue diplomi su mestieri richiesti dalle imprese (in Italia 0,5%).
Gaffe o meno del ministro Fornero, da qui bisogna partire.
In passato non era così.
«Negli anni del boom c’erano imprenditori alla guida degli istituti tecnici», ricorda Claudio Gentili di Confindustria. Non c’era pregiudizio artigiano. «È con gli Anni Settanta che nella scuola secondaria prevale il modello dello studio teorico», trasformando in senso comune l’idea che la cultura sia solo quella umanistica e il sapere tecnico serie B.
«In realtà , grazie all’esplosione dei diplomi nel periodo 1985-1998, l’Italia si è allineata agli standard Ue sulla scolarità secondaria: 85 giovani su 100 hanno conseguito un diploma o una qualifica contro una media Ocse dell’80%», spiega Carlo Barone, ricercatore all’università di Trento, autore del saggio «La trappola della meritocrazia» (Il Mulino).
«Il mercato del lavoro non ha bisogno di più diplomati», destinati ad avvitarsi nella spirale liceo-laurea debole-disoccupazione, «bensì di giovani capaci di svolgere con professionalità i lavori manuali».
«I ragazzi e le famiglie chiedono i licei; il mercato del lavoro anche in tempi di crisi tecnici di laboratorio, informatici, progettisti elettronici e meccanici, responsabili di produzione», calcolano da Unioncamere.
Solo nel 2009 c’è stato un gap di 84.269 diplomati tecnici, nel 2010 di 109.826, nel 2011 di 99.500.
Paradossale, con una disoccupazione under 24 arrivata al 36,2%.
Gli esperti di scuola lo chiamano «strabismo italiano».
Negli ultimi 20 anni per competere le Pmi hanno aumentato dal 12 al 22% la quota di tecnici sul totale occupati, contemporaneamente sui banchi di scuola è avvenuto il sorpasso dei licei su Itis e professionali (nel 1990 il 46,6% degli iscritti alle secondarie frequenta le tecniche e il 31,3% i licei; nel 2010 la percentuale si è rovesciata: 41,5 a 33,5%).
Il rischio è disperdere quel patrimonio di manualità che fece la fortuna dei distretti.
In Germania la formazione professionale è più valorizzata.
Prevede l’alternanza di lezioni in classe, laboratori e tirocini in azienda. In Italia è ancora vista «come un vicolo cieco per studenti svantaggiati e tutti i rami delle superiori (licei, tecnici, professionali) offrono percorsi poco professionalizzanti – continua Barone -, privilegiando una formazione generalista che non chiuda le porte dell’università , anche se poi questo sistema “aperto” scatena una feroce selezione informale tramite bocciature e abbandoni».
Qualcosa si è mosso con la nascita dei percorsi triennali di Istruzione e formazione professionale (Ifp), gli eredi dei corsi regionali di formazione.
Nel 2008 il 6,5% dei 14-17enni frequentava un Ifp. «Un dato in crescita, peccato che le Regioni non abbiano soldi da investire…».
Marco Alfieri
(da “La Stampa”)
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Ottobre 31st, 2012 Riccardo Fucile
INCREMENTO DEL 9% NEL 2012… CRESCONO DEL 13,6%% QUELLI NATI IN ITALIA DA GENITORI NON ITALIANI… PAESI DI ORIGINE PIU’ DIFFUSI SONO ROMANIA, MAROCCO E ALBANIA
Tornano ad aumentare a ritmo sostenuto gli alunni stranieri in Italia.
Dopo due anni, in cui il fenomeno si era affievolito, il 2011/2012 ha rivisto un incremento importante della loro presenza tra i banchi scolastici nel Paese.
Adesso, gli alunni censiti come non italiani rappresentano poco meno del 9 su cento, quasi 756 mila, con presenza ancora più marcata nel primo ciclo: scuola dell’infanzia, primaria e media.
Ma il dato che più salta all’occhio è che fra questi c’è stato un forte incremento (del 13,6%) degli studenti che sono ufficialmente “stranieri”, ma in realtà sono nati in Italia da genitori non italiani.
Questo dato testimonia l’ampiezza di un problema di cui in molti chiedono la soluzione .
Il nostro Paese, infatti, rimane ancorato a una legge del 1992 (della quale più volte si è chiesta la riforma) che contempla la norma dello ius sanguinis (si acquista la cittadinanza dei genitori) e non prevede lo ius soli (si è cittadini del Paese dove si nasce).
L’ultimo report del ministero dell’Istruzione su “Gli alunni con cittadinanza non italiana nel sistema scolastico italiano: anno scolastico 2011/2012”, fotografa una situazione in cui la “presenza degli alunni con cittadinanza non italiana – si legge nella presentazione dei dati – si configura come un fenomeno ormai strutturale e, allo stesso tempo, in continuo movimento: sia per l’incremento annuale sia per le variabili che lo determinano”.
In un solo anno – dal 2010/2011, all’anno scorso – la pattuglia degli stranieri si è incrementata di 45.676 unità , parecchi di più dei 36 mila ingressi nel sistema scolastico nazionale dell’anno precedente.
“Nonostante – spiega lo studio – il numero degli studenti con cittadinanza non italiana sia stato sempre in crescita, l’incremento registrato di anno in anno risultava decrescente. Quest’anno il fenomeno è invece in controtendenza, infatti, per la prima volta la variazione percentuale è maggiore di quella dell’anno precedente”.
Ma delle 45 mila new entry del 2011/2012, ben 34 mila sono stranieri nati sul suolo italico, censiti come tali soltanto perchè nati da uno o entrambi i genitori nati all’estero.
In Italia, in totale, 44 alunni stranieri – percentuale che sale all’80 per cento alla materna – su cento (334.284 alunni) sono nati tra i confini italiani.
Un dato che rimette al centro dell’attenzione la possibilità di concedere la cittadinanza italiana agli stranieri nati in Italia.
Per il resto, lo studio conferma le difficoltà incontrate dagli alunni stranieri rilevate negli anni precedenti.
Probabilmente per ragioni economiche, la presenza degli alunni stranieri è maggiore nelle scuole statali rispetto alle scuole private.
Ed è concentrata nelle regioni settentrionali, dove le opportunità di lavoro continuano ad essere migliori rispetto alle altre aree del paese.
Quasi due stranieri su tre frequentano infatti le scuole del Nord (491 mila in totale), e appena l’11,7 per cento le regioni meridionali.
Le regioni con le presenze più massicce sono la Lombardia, l’Emilia Romagna e l’Umbria.
Le scuole dove la percentuale di stranieri supera il 30 per cento sono pochissime – 2.499 – e quasi tutte concentrate al Nord.
E in alcune realtà la presenza di alunni stranieri supera addirittura il 20 per cento.
E’ il caso di comuni come Campi Bisenzio (22, 2 per cento), in Toscana, Mirandola (20,5 per cento), in Emilia Romagna, Arzignano (21,2 per cento), in Veneto, Montichiari (20,9 per cento) e Pioltello in Lombardia con quest’ultimo che si avvicina addirittura al 30 per cento: il 28,1 per cento.
Resta quella rumena (con 141.050 presenze) la nazionalità più presente in Italia, seguita da quella albanese (102.719 presenze) e marocchina, con 95.912 alunni stranieri. E anche la comunità cinese sta facendosi strada.
Ma il report sottolinea anche le difficoltà che incontrano gli alunni stranieri a seguire il passo dei compagni.
Se infatti 3 alunni stranieri su cento risultano iscritti in anticipo rispetto all’età canonica di ingresso all’anno che frequentano, la percentuale di iscritti in ritardo risulta prossima al 40 per cento.
E il tasso di ripetenze per anno di corso, più frequenti alla scuola superiore, confermano che l’integrazione segna ancora il passo.
Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 30th, 2012 Riccardo Fucile
IL CONFRONTO CON QUANTO SUCCEDE IN EUROPA DOVREBBE INDURRE IL GOVERNO AD AUMENTARE GLI STIPENDI, NON CERTO L’ORARIO
Gli insegnanti italiani lavorano troppo poco o l’orario di insegnamento è in linea con quello dei colleghi europei?
L’aumento da 18 a 24 ore dell’orario di insegnamento contenuto nella legge di stabilità per il 2013, in discussione alla Camera, sta spaccando a metà l’opinione pubblica italiana.
Una parte ritiene legittimo l’aumento di sei ore settimanali a carico dei docenti di scuola media e superiore. Che questo aumento sia poi a costo zero – non è previsto neppure un euro in più sullo stipendio – è un altro discorso.
L’altra metà dell’opinione pubblica è contro l’aumento forzoso dell’orario di insegnamento previsto per i prof italiani.
Ma per quante ore a settimana stanno in classe in Europa i docenti, più o meno delle 18 ore settimanali svolte in Italia?
E quanto lavorano, comprese tutte le attività funzionali all’insegnamento: correzione degli elaborati, preparazione delle lezioni, aggiornamento, partecipazione alle riunioni pomeridiane, incontri con i genitori e incontri informali per affrontare le problematiche che si presentano a scuola.
E quanto guadagnano?
Da alcuni anni a questa parte, considerando l’istruzione dei cittadini un fattore strategico per lo sviluppo economico, Unione europea e Ocse studiano a fondo i sistemi scolastici degli stati aderenti.
In Europa, secondo la banca dati Eurydice della Commissione europea, i docenti di scuola media e superiore lavorano da un massimo di 23 ore a settimana della Scozia a un minimo di 14 ore di Polonia e Turchia.
In media, 18,1 ore settimanali per i docenti di scuola media e 17,6 per i colleghi delle superiori.
Le 24 ore settimanali di insegnamento inserite nel disegno di legge di Stabilità non sono contemplate in nessuno dei 34 paesi europei presi in considerazione da Eurydice e collocherebbero l’Italia al primo posto in assoluto.
Le 18 ore settimanali attuali svolte da prof italiani sono perfettamente in linea con la media europea e, per la scuola superiore, sono anche al di sopra della media.
Quello che contestano al governo i docenti è che le 18 ore a settimana rappresentano soltanto una parte dell’impegno complessivo. In alcuni paesi europei, questo impegno, lo hanno quantificato.
E si scopre che l’orario di insegnamento è solo una parte dell’impegno complessivo.
In Germania, l’orario di insegnamento alla media e al superiore uguale a quello degli insegnanti italiani: 18 ore.
Cui corrispondono 30 ore di presenza a scuola settimanali e 40 ore di impegno settimanale complessivo, lezioni e presenza a scuola compresi.
Stesso discorso in Danimarca – 20 ore di lezione a settimana alla media e 19 al superiore – per un impegno complessivo di 37 ore settimanali.
E analogo discorso in Spagna – 38 ore complessive a settimana – e in Scozia: 23 di lezione, 28 di presenza a scuola e 35 ore complessive di impegno settimanale. Ma nella maggior parte de casi – Italia compresa – l’unico orario prestabilito è quello delle lezioni da svolgere in classe.
Le 18 ore settimanali italiane corrispondono, in base a questi dati, ad un impegno complessivo variabile fra le 35 ore della Scozia e le 40 ore della Germania.
Ma in tutte le nazioni che hanno computato il lavoro totale degli insegnanti presentano uno spread con l’Italia i termini di retribuzioni di gran lunga superiore a quello tra i bond tedeschi e i titoli di stato italiani.
In Germania, un’insegnante di scuola superiore con 15 anni di servizio percepisce, secondo l’Ocse, la stratosferica cifra di 66.895 dollari Usa equivalenti, l’83 per cento in più di un collega italiano nelle stesse condizioni.
Il divario di stipendio con la Danimarca scende al 59 per cento e con la Spagna al 33 per cento.
Lo spread con i prof lussemburghesi, anche questi impegnati per 18 ore a settimana in classe con gli alunni e ai quali viene richiesta la presenza a scuola per 20 ore – comprese le 18 ore di lezione settimanali – è addirittura imbarazzante: 101.775 dollari Usa all’anno, quasi il triplo dei 36.582 percepiti da un professore italiano.
Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)
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