Gennaio 26th, 2011 Riccardo Fucile
MENTRE IL PREMIER SI STAVA INTRATTENENDO CON UNA SCOLARESCA, UN VENTENNE GLI DICE : “LEI E’ UN COGLIONE”… IDENTIFICATO E LASCIATO ANDARE
«Lei è un coglione».
È la frase pronunciata da un ragazzo di poco più di 20 anni che si trovava tra la folla mentre il premier Silvio Berlusconi si era fermato a salutare una scolaresca fuori da palazzo Chigi prima di un incontro sull’Expo di Milano.
Il presidente del Consiglio, evidentemente convinto che la frase fosse indirizzata a lui, ha subito replicato «Senti chi parla …».
Il ragazzo è stato fermato dagli agenti delle forze dell’ordine, identificato e subito rilasciato.
Non è la prima volta che Berlusconi viene prese a cattive parole.
Nel 2003 Piero Ricca, figlio di un ex magistrato e attivista, urlò così al premier mentre usciva dall’aula del processo Sme: « Fatti processare, buffone!» .
Nel febbraio 2005 Ricca fu condannato dal giudice di pace di Milano a un’ammenda di 500 euro, successivamente la Cassazione annullò la sentenza e la rinviò al giudice di pace di Milano, da cui venne definitivamente assolto nel 2006.
Nel 2006 c’è poi il discorso di Berlusconi in Confcommercio quanto attaccando la sinistra il premier definì «coglioni gli elettori che voteranno per i partiti schierati per l’Unione».
Poi il Cavaliere si corresse ed affermò di aver detto quelle frasi con ironia e con il sorriso sulle labbra.
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE CONDANNATO DAL TRIBUNALE CIVILE PER AVER TAGLIATO ANCHE DEL 50% LE ORE DI SOSTEGNO AI RAGAZZI DISABILI…DIVERSE FAMIGLIE AVEVANO PRESENTATO RICORSO IN PROCURA CONTRO IL MINISTERO E L’UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE…LE BUGIE DELLA GELMINI
A inizio anno, il ministro Gelmini aveva promesso l’aumento degli insegnanti da affiancare agli studenti con disabilità .
In realtà , le famiglie hanno assistito al drastico taglio delle ore di sostegno. Da qui la decisione del ricorso.
Supportata dalla convinzione che la scarsità delle risorse non potesse giustificare la lesione di un diritto fondamentale come quello all’istruzione.
E così ieri i giudici milanesi hanno dichiarata “accertata la natura discriminatoria della decisione delle amministrazioni scolastiche di ridurre le ore di sostegno scolastico per l’anno in corso rispetto a quelle fornite nell’anno scolastico precedente (2009-2010)”.
“E’ una sentenza importante”, spiega l’avvocato Livio Neri di Avvocati per Niente onlus, legale dei 17 genitori.
“Per la prima volta un giudice parla di discriminazione in materia di sostegno scolastico”.
Altra novità è la scelta di tante famiglie di agire collettivamente.
“Questa decisione — precisa Neri — impedirà agli uffici scolastici di tirare la coperta, togliendo le ore a chi non protesta”.
Ma il direttore scolastico per la Lombardia Giuseppe Colosio frena: “Potremo fare ben poco — afferma — non ci sono soldi”.
Ma Neri riosponde: “Il modo andrà trovato”.
Dopodichè annuncia un esposto in procura nel caso in cui le amministrazioni non dovessero provvedere entro i trenta giorni stabiliti dal giudice.
“La vittoria più grande”, chiarisce Maria Spallino, uno dei genitori che hanno presentato il ricorso, “è l’aver dimostrato che fare rete tra le famiglie può davvero cambiare le cose”.
E rilancia: “Questo è un primo passo all’interno di un percorso che ci vede impegnati perchè i nostri figli camminino a testa alta, a scuola come in ogni momento della loro vita nella società ”.
I genitori degli studenti sono stati assistiti nella causa dall’associazione Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità ).
“Da oggi le famiglie possono contare su uno strumento legale più rapido ed efficace per far valere i diritti dei loro figli”, spiega Marco Rasconi, presidente di Ledha Milano.
“Grazie a questa sentenza — continua Rasconi — ci auguriamo che altre famiglie escano dall’ombra per difendere il diritto dei propri figli alla formazione scolastica e non solo”.
Una sentenza che diventa un monito a certa politica degradata che pensa si possa tagliare tutto indiscriminatamente, spesso a danno dei più poveri e dei meno tutelati, operando delle odiose discriminazioni contro chi dalla vita ha già avuto sofferenza e pena.
Quella stessa politica che non dimezza le auto blu, i privilegi della casta, gli enti inutili, per poi tagliare i servizi sociali ai bisognosi.
No, la nostra destra tutelerebbe prima loro e manderebbe i politici sui mezzi pubblici, a contatto con i problemi quotidiani di quei cittadini che dovrebbero rappresentare e tutelare.
Una politica al servizio del popolo, non dei potenti.
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Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile
NEL SAGGIO DELLO STORICO MICHELE BONTEMPO, SI RIPERCORRE L’ISTITUZIONE DELLA SANITA’ PUBBLICA, DEGLI ENTI PREVIDENZIALI, DELLA TUTELA DEI LAVORATORI AD OPERA DEL FASCISMO…L’INAM, LA MATERNITA’ E INFANZIA, LA FISSAZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO, LA TUTELA DELLE DONNE E DEI BAMBINI, IL DIVIETO DI OPERARE LICENZIAMENTO SENZA GIUSTA CAUSA… E ANCORA LE PENSIONI, LE ASSICURAZIONI DI INVALIDITA’, DI VECCHIAIA E DI DISOCCUPAZIONE, L’ASSISTENZA AI POVERI E AI DIVERSAMENTI ABILI, I CORSI PORFESSIONALI… INIZIATIVE ALLORA ALL’AVANGUARDIA NEL MONDO
Sanità pubblica, enti previdenziali, tutela del lavoro e Stato sociale hanno, nel nostro Paese, un’origine comune che troppo spesso viene volutamente dimenticata.
Un’origine che non è di sinistra ma che affonda proprio nel Ventennio fascista.
Ci vuole uno studioso della tempra e della bravura di Michele Giovanni Bontempo – giurista cattolico e funzionario del Ministero dell’Economia e delle Finanze – per riportare alla luce quel lungo processo che, nell’arco di ben quindici anni, ha portato il nostro Paese a fare impresa.
Dall’agro-alimentare al tessile, dal chimico al meccanico.
Lo Stato sociale nel Ventennio racconta la nascita di quel prestigioso marchio, noto a livello mondiale con il nome di made in Italy.
E’ così che, capitolo dopo capitolo, Bontempo ripercorre con sapienza la storia di quelle aziende (tuttora molto vitali) che sono il vanto della nostra produzione.
Dall’Istituto nazionale di assistenza malattie (Inam) all’Opera maternità e infanzia, dall’Assistenza ospedaliera per i poveri alle grandi opere pubbliche. “Chi ha promosso questo welfare italiano, in campo sociale, economico ed industriale, che ha reso grande l’Italia anche all’estero? – si chiede Bontempo – non la sinistra, ma il fascismo durante il Ventennio. Una legislazione sociale che ha ripreso il meglio del welfare giolittiano”.
Nel saggio pubblicato nella collana dei Libri del Borghese, Bontempo descrive con estrema precisione il cambiamento della società italiana negli anni che videro la nascita e l’affermazione del fascismo, soffermandosi soprattutto sulle leggi e sui provvedimenti che portarono il nostro Paese tra le nazioni con il Welfare più evoluto dell’epoca.
Da “Lo Stato sociale nel Ventennio” emerge, con gustosa chiarezza, la profonda maturazione della società italiana che vede rivoluzionarsi i rapporti alla base del lavoro.
Datori di lavoro e lavoratori hanno diritti ed obblighi reciproci.
Le fonti di Bontempo sono i testi storici e le Gazzette Ufficiali dell’epoca, rarità oggi sconosciute al grande pubblico.
Si inizia con un rapido esame della società e dell’economia appena emerse dalla Grande Guerra, allo sbando la prima, praticamente distrutta la seconda. Partendo da tale premessa, Bontempo analizza le politiche intraprese dal governo Mussolini per agevolare la tendenza a “fare impresa”.
Una tendenza che, stranamente, avrebbe poi salvato l’economia italiana sando vita al boom economica degli anni Cinquanta e Sessanta.
Tutto questo passando attraverso la promozione di una politica sociale senza precedenti.
Alla fissazione dell’orario di lavoro fa seguito l’ampia tutela per le donne (di questi anni il divieto di licenziamento per le gestanti) e i bambini.
Non solo.
Il saggio di Bontempo mostra molto chiaramente come il governo Mussolini abbia varato la prima normazione relativa all’igiene ed alla salubrità delle fabbriche.
Lo “Stato sociale nel Ventennio” riporta alla luce, con estremo coraggio, conquiste che non vengono insegnate a scuola.
E’ così che Bontempo ripercorre le radici del divieto di licenziamento senza giustificato motivo o senza giusta causa e degli istituti che garantiscono e regolano non solo la pensione ma anche le assicurazioni di invalidità , vecchiaia e disoccupazione.
Bontempo ricorda, poi, come sia proprio di questi anni l’introduzione degli assegni per gli operai con famiglia numerosa e l’istituzione di strutture il cui fine è quello di assistere i poveri e quelli che oggi chiameremmo “diversamente abili”.
Nel Ventennio, spiega Bontempo, la conservazione del posto di lavoro era garantita e favorita da continui corsi professionali che avevano lo scopo di aggiornare il lavoratori.
Sono solo alcuni (pochi) degli esempi che il giurista confeziona in un saggio istruttivo e prezioso per riscoprire le radici e i cardini del nostro Stato sociale
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Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile
AL PRIMO POSTO L’ALMA MATER DI BOLOGNA, SEGUITA DA CNR E DALLA STATALE DI MILANO… GLI ISTITUTI PRIVATI SOLO IN OTTAVA E DECIMA POSIZIONE… AD ELABORARE LA CLASSIFICA, SCIENZIATI E RICERCATORI CHE LAVORANO ALL’ESTERO
In Italia la ricerca migliore è quella pubblica e in particolare universitaria. 
Lo segnala la prima classifica dei centri di ricerca che ospitano i migliori “cervelli”.
Tra i primi dieci, sette sono atenei pubblici: l’Alma Mater di Bologna apre la graduatoria, seguita dal Cnr e dalla Statale di Milano.
I primi due istituti privati sono in ottava e decima posizione: l’Ospedale San Raffaele e l’Istituto nazionale dei tumori, entrambi milanesi.
A precederli, università di Padova (quarta), Roma La Sapienza (quinta), Statale di Torino (sesta), l’Istituto nazionale di astrofisica (settimo), mentre l’università di Firenze è nona.
La classifica è basata sul numero di scoperte di rilievo dei migliori scienziati e ricercatori.
A contarle, i loro colleghi, anch’essi italiani, che però lavorano all’estero, riuniti nell’associazione Virtual italian academy (Via-academy), nata a Manchester. Via-academy ha prima classificato i migliori cervelli attivi in Italia, tenendo conto della quantità e della rilevanza accademica delle loro scoperte.
Poi li ha suddivisi per posto di lavoro, ricavando una classifica delle strutture.
Il valore delle ricerche di ciascuno studioso è misurato col cosiddetto indice “h”: se uno scienziato ha un h-index di 32, ad esempio, significa che ha fatto 32 scoperte citate ciascuna almeno 32 volte, in scoperte di altri suoi colleghi. L’indice “h” privilegia in particolare i ricercatori che ottengono molti risultati di rilievo, a scapito di chi ne produce tanti, ma di scarso interesse, o di chi fa il colpo isolato.
Per la graduatoria, sono stati considerati solo gli studiosi con un indice “h” di almeno 30.
Poi sono stati raggruppati per centri di ricerca, e per ognuno di questi si sono sommati gli indici “h” dei relativi ricercatori.
Più alta la somma, più alta la posizione in classifica.
Via-academy si è soffermata sui primi 50 enti.
Sono per lo più università statali, ma comprendono anche 11 università e istituti privati.
L’ateneo di Pisa è undicesimo, seguito dall’Istituto Mario Negri e dagli atenei di Ferrara, Napoli e Genova. La Normale di Pisa è ventiduesina, la Bocconi trentanovesima, il Politecnico di Milano, quarantasettesimo.
Il limite principale della classifica, nota l’università di Bologna che ha diffuso la notizia, è forse il fatto che la valutazione non è necessariamente esaustiva. Gli studiosi considerati sono infatti solo quelli rintracciati dai loro colleghi.
E’ però plausibile che col tempo, e la notorietà , la classifica (aggiornata in tempo reale) vada via via completandosi con un numero crescente di partecipanti.
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Dicembre 27th, 2010 Riccardo Fucile
DAL 9 DICEMBRE IL RILASCIO DEL DOCUMENTO E’ SUBORDINATO AL SUPERAMENTO DI UN ESAME DI CONOSCENZA DELLA LINGUA ITALIANA….LA PRENOTAZIONE SI PUO’ FARE ON LINE, PECCATO CHE NON ESISTA UN PIANO DI INSEGNAMENTO…E LA BUROCRAZIA FA IL RESTO
Sai distinguere la pubblicità di un aspirapolvere da quella di un divano?
Sei in grado di dare o comprendere delle indicazioni stradali?
Se la risposta è no, scordati la carta di soggiorno.
La novità risale al 9 dicembre scorso: da quel giorno, infatti, il rilascio del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno) è subordinato al superamento di un test di conoscenza della lingua italiana.
Come funziona la nuova procedura?
I cittadini stranieri possono prenotare on line la prova d’esame attraverso la pagina dedicata sul sito del ministero dell’Interno.
La richiesta viene acquisita dal sistema e trasferita alla prefettura competente.
Se la domanda risulta regolare, la prefettura convoca l’immigrato entro 60 giorni, sempre per via telematica, indicando giorno, ora e luogo del test.
Le prime prove d’esame non si dovrebbero dunque tenere prima di febbraio 2011.
Il test richiede una conoscenza elementare della lingua italiana e in caso di bocciatura si può rifarlo, presentando una nuova domanda.
Dove viene svolta la prova? Presso i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti, presenti sul territorio nazionale.
Chi è esentato? Non deve sostenere la prova d’esame chi ha degli attestati che certifichino la conoscenza dell’italiano a un livello non inferiore all’A2 del Quadro comune di riferimento europeo; chi ha titoli di studio o titoli professionali (diploma di scuola secondaria italiana di primo o secondo grado oppure certificati di frequenza relativi a corsi universitari, master o dottorati); chi è affetto da gravi limitazioni alla capacità di apprendimento linguistico.
“Di fatto questo test – avverte il responsabile del servizio immigrazione del Patronato Acli, Pino Gulia – aggrava il lavoro già oneroso dell’amministrazione pubblica e rischia di prolungare ulteriormente le procedure per il rilascio dell’ordinaria documentazione necessaria ai cittadini stranieri, creando problemi a quanti hanno oggi in scadenza il permesso di soggiorno e sono in possesso dei requisiti per richiedere il permesso per lungo-soggiornanti”.
“L’anomalia di questa procedura – aggiunge Antonio Russo, responsabile immigrazione per le Acli – è quella di istituire una prova della conoscenza della lingua, senza aver prima previsto e progettato un piano articolato per l’insegnamento della lingua italiana. Chiediamo cioè agli immigrati di fare i test senza avergli mai fatto fare i corsi, se non quelli affidati all’iniziativa dei soggetti di volontariato”.
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
I TAGLI SULLA PELLE DI UNA GENERAZIONE… “GLI ASSALTI AL BANCOMAT? MOLTI DI LORO NON LO AVRANNO MAI”… LE FAMIGLIE E I LORO FIGLI: SU DI LORO IL CONTO DI CHI SI E’ “MANGIATO TUTTO”
Faccio il regista, ma sono anche docente alla Sapienza e ho insegnato vari anni in
un’università americana.
È la prima volta che mi trovo davanti a una lotta studentesca che non ha somiglianza alcuna con quelle del passato.
Per capirla, il modo migliore è lasciar parlare loro.
Sono scesi in piazza non soltanto gli studenti universitari, ma tantissimi adolescenti delle scuole medie e superiori.
Di nuovo nelle prossime ore, assieme a loro, scenderanno per le strade di tutta Italia disoccupati, terremotati, cassintegrati.
Non so se ce rendiamo conto. Qui il problema non è più e non solo il decreto Gelmini. La posta in gioco è molto più alta.
È il governo, sono i politici tutti, chiamati a pagare un conto da troppo tempo rimasto in sospeso.
Non sono gli studenti soltanto a scendere in piazza ma l’intero popolo dei precari. “Vi siete pappati tutto, siete peggio delle cavallette”, dice rivolto al mondo degli adulti Alberto, 17 anni, ultimo anno di liceo.
Stiamo parlando di un blocco sociale che oggi rappresenta un vero soggetto politico, il solo che vive sulla propria pelle l’impoverimento crescente del paese.
I politici, quelli dei piani alti, non sono neppure capaci di dare un segnale. Tacciono quando gli chiedono di rinunciare a poche migliaia di euro, a fronte delle decine che percepiscono, al fine di colmare le casse del diritto allo studio, svuotate con tagli mostruosi da Tremonti.
Il linguaggio delle interviste che raccolgo non è forbito. “Mi hanno rotto il cazzo”, dice Giorgia, 15 anni, liceo romano.
Chi? Risponde Luca, suo compagno di scuola: “C’hanno rotto tutti: Berlusconi e il suo gregge di maiali. Ma anche Fini, che fa tanto il democratico ma al Senato vota contro di noi per i suoi giochini di Palazzo”. Chiedo: Vendola almeno ti piace? “È un politico pure lui! Ma almeno è gay”.
Due ragazze di Scienze politiche, entrambe vent’anni ce l’hanno con i giornalisti. Scrivono sui disordini del 14 dicembre, ma “cagano stronzate, black-bloc qua, infiltrati là , ma non spendono una parola sulle ragioni della protesta”.
Se la prendono anche con Roberto Saviano, per il suo articolo sulla violenza. La prima dice: “Sta a fare le prediche come i chierichetti. Cazzo ne sa lui di cosa significa vivere con 1.000 euro al mese, doversi trovare un letto a 500 euro, pagarsi da mangiare e se ci riesci andare una volta al mese in birreria?”.
Prende la parola la sua compagna: “Sai cosa ti dico, che hanno fatto bene a dare fuoco ai bancomat. Io il bancomat non l’avrò mai. Il bancomat non ce l’ha neppure mio padre, che guadagna 1.600 euro al mese. Mia madre non ha lavoro e a noi il bancomat la banca non lo dà ”.
Chiedo come fa a mantenersi gli studi con un reddito familiare così basso.
Di giorno studia, la sera fa la cameriera in una pizzeria sulla Tiburtina.
Quanto ti pagano? Mi guarda fisso: “Aho, ci fai o ci sei?”.
Non capisco. Allora precisa: “Mica lavoro a stipendio”.
Anche pizzerie e trattorie per campare trattano in nero.
Lei guadagna solo con le mance. “Se mi va bene, prendo 30-40 euro a sera, lavoro sino alle due del mattino, prima di andare via devo pure pulire i cessi, ma almeno con questi soldi non peso su mio padre”.
Sarebbero questi i figli della borghesia di cui ha parlato la tv in questi giorni? In mezzo agli studenti ci saranno pure i figli di papà , ma sarà un caso che ne incontro pochissimi.
La maggioranza che protesta è messa veramente male.
Rispetto al ’68 c’è un mare di differenze. Là i figli della borghesia se la prendevano con i poliziotti, che venivano difesi da Pasolini.
Qui in mezzo alla protesta ci sono i figli di falegnami, pompieri, impiegati, militari. Quelli che La Russa ha difeso con tanta passione.
“Quel cazzone di La Russa”, dice Michele 19 anni, primo anno di Matematica. E aggiunge: “Se c’ero io da Santoro sapevo come fargli un culo così!”. Come? “Chiedendogli quanto guadagna lui e quanto guadagna un militare per andare a farsi ammazzare in Afghanistan”.
Luigi, secondo anno di Fisica, aggiunge: “Mio padre è carabiniere, rischia la pelle per 1.300 euro al mese. Fa la scorta ai politici che ne prendono ventimila”.
Dei politici, La Russa, dopo l’exploit da Santoro, è il più gettonato.
Uno studente del terzo anno di Fisica mi dice: “Quel taroccato di La Russa Ignazio Benito s’è messo d’accordo con la Gelmini per insegnare a scuola a sparare, tirare con l’arco e compiere esercizi ginnico-militari. Siamo tornati allo studio e moschetto, fascista perfetto”.
Devo ammettere che non sapevo nè che il secondo nome di La Russa fosse quello del Duce, nè dell’accordo bombardiere con la Gelmini.
A dimostrare per le strade ci saranno anche tanti figli di papà , ma il fatto è che la grande maggioranza dei loro genitori non è più appartenente alla borghesia benestante come nel ’68.
Sono madri e padri che a migliaia, quando va bene se lavorano entrambi, portano a casa in due 4.000 euro al mese.
Con un figlio a carico non ci campano, anche se i sociologi continuano a iscriverli tra le classi borghesi.
Nel ’68 gli slogan erano infarciti di idealismo: la fantasia al potere, viva Marx, viva Engels, viva Mao Tse Tung… Qui si parla poco di ideali, ma molto di soldi che mancano, di salari, di stipendi, di borse di studio.
Nel ’68 la rivolta era contro i baroni e contro i genitori. Qui la media dei docenti, la maggior parte dei quali non sono baroni, non arriva a guadagnare 3.000 euro al mese, partecipa alle veglie degli studenti, sale sui tetti assieme a loro.
E per la prima volta salgono sui tetti anche molti genitori, che si sentono in colpa perchè vedono per i loro figli un futuro nero.
A un’assemblea della Sapienza all’indomani degli scontri di Roma partecipano tutti insieme studenti, docenti, precari e sub precari.
I baroni, quelli veri, che sfruttano un esercito di sub precari hanno coniato un termine da vernissage. Li chiamano “collaboratori didattici”. Sono quei trentenni che lavorano gratis all’università , sperando un giorno di ricevere una qualche forma di remunerazione. Affiancano i docenti nelle tesi di laurea, dialogano con gli studenti, compiono ricerche che poi vengono firmate da baroni e baroncini.
Anche loro a formare una massa sempre più impoverita di giovani e meno giovani da sotto-pagare, da sfruttare, da mantenere ai livelli minimi di sussistenza, in perenne attesa di un posto di lavoro lontano come un’araba fenice.
Federica, 20 anni, fa il secondo anno a Ingegneria. Suo padre, dice, “viaggia sui 10.000 euro”. È il suo stipendio mensile.
“Lo invidio”, aggiunge. Le ha raccontato che trent’anni fa, ingegnere pure lui, dopo cinque anni dalla laurea già poteva permettersi di metter su famiglia e comprar casa.
Federica invece sa che una volta laureata, se trova lavoro, potrà contare al massimo su 1.300-1.400 euro al mese. Con i quali non potrà permettersi di uscire di casa.
Mi impressiona il percorso di Mario, laureato in Fisica a pieni voti. Ha già 37 anni e non ha smesso di sperare in un posto da ricercatore. Intanto può solo contare su assegni sporadici e dare ripetizioni di matematica.
Quei pochi soldi non bastano.
Per sopravvivere, fa il potatore nei pressi di Roma. Sale sugli alberi, taglia rami e continua a sognare.
Giovanni, 21 anni, laureando a Tor Vergata, se la prende con i parlamentari: “Vorrei vedere loro scendere in strada perchè gli tolgono l’86% dello stipendio, vorrei vederli caricati dalla polizia, schiacciati nell’imbuto di Piazza del Popolo. Cosa farebbero?”.
Cita l’86%, che è quanto la Finanziaria di Tremonti toglierà al fondo per il diritto allo studio nei prossimi anni.
Giovanni prosegue: “Sì, vorrei vedere La Russa, magari con in mano il manganello di quando manifestava coi fascisti contro la polizia. Lo vorrei proprio vedere. Altro che camionette incendiate. Quel rotto in culo si mette a sparare se gli toccano lo stipendio da parlamentare!”.
Gentile signor Prefetto e caro signor Questore, ho letto che per le prossime manifestazioni studentesche è prevista la mano dura.
Mi permetto di darvi un consiglio. Lasciate perdere le zone rosse.
È la città blindata che scatena la rabbia di chi si sente impedito a manifestare e protestare. Non ripetete l’errore del 2001 a Genova e della caserma Bolzaneto.
La massa degli studenti e dei precari è profondamente pacifica.
Lo ha dimostrato in tutti questi mesi.
Lasciateli arrivare davanti al Parlamento. Non lanceranno un sasso.
Lasciateli arrivare di fronte al Senato.
Ricordatevi da dove nasce quel termine. Senatus Populusque Romanus. Senza la presenza del popolo non sarebbe mai nato.
Quelli che oggi scendono in piazza sono la parte più sana del popolo.
Non sono nemici cui sbarrare la strada e tantomeno da manganellare.
Roberto Faenza
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
AI TEMPI DI TANGENTOPOLI ERA IN MEZZO AI GIOVANI MISSINI CHE AVEVANO CIRCONDATO LA CAMERA, IMPEDENDO L’ACCESSO AI DEPUTATI… FINI’ INDAGATO PER TURBATIVA DELL’ATTIVITA’ DEL PARLAMENTO… ORA VUOLE ARRESTARE CHI MANIFESTA PER L’UNIVERSITA’ E IMPEDIRE CHE GLI STUDENTI RAGGIUNGANO MONTECITORIO…. CONVERTITO SULLA VIA DI ARCORE
Era il 1 aprile 1993: Maurizio Gasparri era un parlamentare missino di 37 anni, con un
passato di giornalista al Secolo d’Italia e di dirigente giovanile, sempre alla corte delle persone giuste, da Almirante a Fini, a Tatarella.
Quel giorno un centinaio di militanti del Fronte della Gioventù cinge d’assedio la Camera, bloccandone l’ingresso.
Le forze dell’ordine vengono colte di sorpresa, per lunghi minuti gli “assalitori” spadroneggiano.
Le cronache parlano di biglie e monetine contro le vetrate d’ingresso, di insulti, di un tentativo di aggressione ad alcuni deputati, mentre si alzano cori da stadio contro i politici corrotti.
Siamo nel pieno della bufera di Tangentopoli.
Sempre le cronache dell’epoca raccontano che ai contestatori si uniscono diversi parlamentari del Msi: tra questi Gasparri, Buontempo, Pasetto, Nania e altri.
Sotto il giubbotto i manifestanti indossano tutti una maglietta con la scritta: “Arrendetevi, siete circondati”.
Gasparri è in mezzo ai contestori, solo l’intervento dei carabinieri evita che la situazione degeneri quando dai missini si alza il grido “All’attacco”.
Finisce tutto con qualche spintone: giustificazione risibile per la magistratura che indaga Gasparri e colleghi, oltre a 30 attivisti.
L’ipotesi di reato è di turbativa dell’attività del Parlamento, tutto finirà senza conseguenze per i parlamentari missini.
Ma se Gasparri ora vuole arrestare tutti i manifestanti e i dissidenti, quando era presidente del Fuan, l’organizzazione universitaria missina, indicava un’altra strada agli aderenti: “dobbiamo sempre porci come alternativa al sistema e mai perdere gli autobus rivoluzionari”, affermava durante il convegno “La destra e il ’68”.
Ora che si ritrova dall’altra parte della barricata, non gli si chiede certo di scendere in piazza con lo stesso spirito rivoluzionario: ormai è più dedito agli strapuntini di Palazzo Grazioli che alle piazze, più agli stipendi della Casta che ai sacrifici dei militanti.
Ormai la polizia non la contesta, dagli agenti semmai si fa scortare.
Ma per quel minimo di decoro che dovrebbe contraddistinguere chi ha fatto politica a destra in quei tempi, forse sarebbe opportuno conservasse un approccio diverso ai giovani che vogliono migliorare la società italiana.
Coi criteri che ora auspica per gli altri, lui avrebbe trascorso in carcere sicuramente qualche mese.
E pensare che lui contestava allora i “socialisti ladri” e sosteneva che “Di Pietro per me è un mito”, proprio quando il suo attuale sultano invece finanziava Craxi a botte di miliardi.
Strano destino dei piccoli uomini.
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Dicembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
CORO DI NO ALLA PROPOSTA DEL DASPO PER I MANIFESTANTI FERMATI… “LA LIMITAZIONE DELLA LIBERTA’ PERSONALE SPETTA ALLA MAGISTRATURA, NON AI QUESTORI”… I PARERI DI VARI DOCENTI UNIVERSITARI
“In nome della sicurezza non si possono espropriare i diritti fondamentali”. 
I costituzionalisti lanciano l’allarme e bocciano l’estensione del Daspo alle manifestazioni di piazza: “Il rischio è di violare le libertà costituzionali”.
Il divieto di assistere a spettacoli sportivi è una misura restrittiva della libertà personale, disposta dall’autorità di pubblica sicurezza (il questore) nei confronti di una persona ritenuta pericolosa.
È una misura di prevenzione – che prescinde cioè dalla commissione di un reato – giudicata legittima dalla Consulta con la sentenza 512 del 2002.
Qual è allora il problema?
“Una cosa è comprimere il diritto di tifare Lazio, un’altra limitare il diritto di manifestare contro una riforma universitaria – risponde Michele Ainis, costituzionalista a Roma Tre – in questo secondo caso, infatti, c’è una tutela costituzionale rafforzata, perchè esistono diritti funzionali ad altri”.
Tradotto: “La democrazia non si limita al voto e se prima delle elezioni non potessi manifestare la mia opinione, verrebbe aggredito un bene costituzionale di valore ben superiore al tifo calcistico”.
Per questo “i beni costituzionali vanno bilanciati e in nome della sicurezza, o della paranoia della sicurezza, non si possono certo espropriare i diritti”.
Sulla stessa linea, il ragionamento di Stefano Merlini, costituzionalista a Firenze: “In base all’articolo 17 della Costituzione, le riunioni in luogo pubblico possono vietarsi “solo per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica”. Il divieto vale dunque per tutti ed è esclusa la possibilità di impedire a un singolo cittadino di partecipare a riunioni non vietate. Non solo. Sulle misure di prevenzione si discute ormai da anni. Limitare la libertà personale con pronuncia dell’autorità di pubblica sicurezza, e non del giudice, è già al limite della costituzionalità nell’ambito sportivo; se esteso alla piazza travolgerebbe tutto il sistema delle libertà costituzionali, violerebbe la riserva di giurisdizione indicata dall’articolo 13 della Costituzione e rischierebbe di riportarci a una situazione simile a quella originaria del Testo unico di pubblica sicurezza”.
Contro il rischio di generalizzare una misura eccezionale si schiera anche Gaetano Azzariti, costituzionalista alla Sapienza di Roma: “Con una reazione emotiva e poco razionale agli avvenimenti complessi degli ultimi giorni – sostiene il giurista – il governo ancora una volta si contrappone all’autonomia e al ruolo della magistratura, alla quale sola spetta il potere di limitare la libertà di circolazione”.
E ancora: “Tutto questo è segnale di una cultura di governo più attenta alle questioni d’ordine pubblico, che alle garanzie di libertà dei cittadini, col rischio concreto di disattendere il chiaro quadro costituzionale improntato al garantismo”.
Alla cautela invita Federico Sorrentino, docente di diritto costituzionale a Roma, “perchè – premette – vanno comprese le legittime esigenze della sicurezza pubblica”.
Ma non per questo il giurista nasconde la sua “perplessità su una misura grave e di dubbia conformità al quadro costituzionale”.
L’estensione del Daspo al di là del ristretto ambito sportivo, infatti, “non incide tanto sull’articolo 21 della Costituzione relativo alla libertà di manifestazione del pensiero, quanto principalmente sull’articolo 17 che prevede la possibilità di vietare le riunioni per motivi di sicurezza, ma mai fa riferimento al singolo manifestante”.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
PARLA ROGNONI, MINISTRO DEGLI INTERNI NEL 1979: “NON C’E’ PIU’ IL CLIMA DEGLI ANNI SETTANTA: E POI NOI NON ABBIAMO MAI FATTO ARRESTI PREVENTIVI”…”QUELLO DI OGGI E’ UN PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO, NON DI TERRORISMO”…”DA GASPARRI SOLO PAROLE STRAMPALATE. I DASPO? ILLIBERALI”
Il 7 aprile 1979, quando il magistrato padovano Pietro Calogero fece scattare la più grande retata di estremisti mai vista in Italia, ministro dell’Interno era il democristiano Virginio Rognoni.
La Dc aveva una sponda importante nella sua linea dura contro la violenza di piazza: il Pci.
E infatti i comunisti approvarono subito il blitz di Calogero.
Insomma c’era un vasto consenso politico all’uso del rigore nei confronti di quell’ambiguo mondo che in qualche modo spalleggiava, proteggeva, nascondeva il terrorismo di estrema sinistra.
Eppure Rognoni, che oggi ha 86 anni e vive a Pavia, sembra non credere alle proprie orecchie quando gli riferiamo che il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri ha chiesto «arresti preventivi» citando proprio il blitz del 7 aprile.
«Ha detto proprio così? Ma che cosa c’entra il 7 aprile?».
Ha detto proprio così, ministro. Ha detto che bisogna fare come allora.
«Ma noi non abbiamo mai fatto arresti preventivi. Sono provvedimenti che non hanno senso».
Neanche in situazioni di particolare emergenza?
«Guardi, noi a un certo punto, per contrastare il terrorismo avevamo introdotto il fermo di polizia. Consentiva appunto di fermare persone sospettate di avere commesso reati e di trattenerle per due o tre giorni, non ricordo bene, prima di consegnarle all’autorità giudiziaria, cioè al magistrato. Ma era una cosa ben diversa dagli arresti preventivi. La polizia poteva fermare persone che, come ho detto, erano sospettate di avere già commesso un reato: non di essere in procinto di commetterlo».
Il fermo di polizia funzionò?
«Non servì a niente. E infatti a un certo punto lo levammo».
Torniamo agli arresti preventivi.
«Quelle di Gasparri mi paiono parole strampalate. Il 7 aprile la magistratura ordinò l’arresto di persone che si riteneva si fossero rese responsabili di gravi reati. C’era di mezzo anche un omicidio. E poi il sequestro Moro: Toni Negri era sospettato di essere stato uno dei telefonisti delle Brigate Rosse. Negri da questa accusa fu poi assolto, perchè risultò che la voce non era la sua. Ma fu condannato per altro. Così come furono condannati altri estremisti dell’Autonomia».
Dove sbaglia Gasparri?
«Nel non distinguere tra la punizione per reati già commessi e il processo alle intenzioni. L’inchiesta di Calogero era un’inchiesta seria, con imputazioni precise, moltissimi arrestati. Calogero indagava su attività illegali precise e diffuse. Gasparri fa una confusione totale, gli arresti preventivi non c’entrano niente. E sarebbero provvedimenti illiberali».
E dei «Daspo» proposti dal sottosegretario Mantovano che cosa pensa?
«Sono contrario anche a quelli. Mi sembrano provvedimenti illiberali anche quelli. I cortei sono libere manifestazioni di pensiero, non si può impedire a nessuno di parteciparvi».
Anche se poi va a spaccare vetrine, incendiare auto e tirare pietre ai poliziotti?
«Se lo fa, lo si arresta e lo si mette in carcere. Ma non si può intervenire prima sulla base di una supposizione».
Ma lei non rivede, in quello che sta accadendo in questi giorni, il clima terribile che visse da ministro dell’Interno?
«Quello di oggi è un problema di ordine pubblico. Quello dei miei tempi era terrorismo».
Allora si cominciò con l’ordine pubblico, e poi si finì con i killer delle Br. Non teme che la storia possa ripetersi?
«No. Non si può fare un parallelo tra allora e oggi. Sono situazioni completamente diverse. Non temo il ritorno del terrorismo, non c’è il clima degli anni Settanta e Ottanta».
Michele Brambilla
(da “La Stampa“)
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