Settembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
IN 520 SEDI UNO STUDENTE SU DUE E’ STRANIERO, IN 2851 VANNO DAL 30% IN SU… DIFFICOLTA’ MA ANCHE MOLTI ESEMPI DI CONVIVENZA
Sono le otto di un martedì di metà settembre. Alla scuola primaria “Carlo Pisacane” di Roma è suonata la campanella. Arriva di corsa un signore in giacca, cravatta e ventiquattrore che tiene per mano il figlio. Sono italiani. Salgono le scale e dietro infilano il portone una donna con il capo coperto da un velo verde smeraldo e una bimba in tuta da ginnastica rosa. Due minuti e si presentano madre e figlia, con gli occhi a mandorla e poi un’altra italiana col suo bambino.
Sul pavimento dell’atrio la scritta blu “mare madre”, incorniciata dalle onde.
Ecco, chi entra lì è un cittadino del mondo.
Le classi ghetto, le fughe bianche, lo straniero “nemico” abitano lontano, tra le paure sventolate dai politici a turno per spostare i voti.
La realtà quotidiana parla d’altro: di integrazione vera, reale, quotidiana e vissuta.
E noi siamo andati a vederla. Siamo entrati nelle scuole ai margini delle grandi città per capire come si fa “integrazione multiculturale”.
Qualche dato, prima, per avere un’idea del fenomeno. In Italia ci sono 57mila scuole. Di queste, 2851 con una densità straniera che va dal 30% in su. In particolare, sono 510 quelle che superano il 50% e 27 quelle con oltre l’80% di stranieri.
Partiamo da Roma.
È una giornata di sole. L’istituto Pisacane sorge in via dell’Acqua Bullicante 30, nel quartiere multietnico di Torpignattara, periferia sud-est della Capitale. In cortile 16 alunni con la pelle di tutti i colori sono seduti in cerchio.
Gli altri fanno lezione nelle aule con le cartine dei cinque continenti fissate sui muri scrostati. Duecento iscritti totali.
“Gli italiani sono ritornati da noi — dice Vania Borsetti, maestra qui da sette anni — sono figli di professionisti, registi, artisti, insegnanti. Hanno capito che la diversità culturale tra i banchi è un valore e non un ostacolo. Oggi nelle classi prime gli stranieri sono il 50%, nel 2010 erano il 90%. Questa sì che è convivenza”.
Nel 2009 la scuola è finita nell’occhio del ciclone a causa dell’alta presenza straniera, che superava il tetto del 30% per classe imposto dal ministro Gelmini.
Alcune mamme italiane avevano trasferito i loro figli in altri istituti.
“Una mattina un’associazione di estrema destra occupò le scale d’ingresso, il quartiere era in rivolta, c’erano le telecamere della tv davanti alla scuola e i bambini spaventati”. Aprire le porte al territorio è stata la soluzione per non chiudere: “Dovevamo farci conoscere per non farci temere”.
Le maestre hanno appeso al portone locandine in arabo, bengalese, cinese e italiano per invitare i residenti al coro, alle recite, i laboratori di arte, le feste dei popoli.
Il 18 dicembre di ogni anno, per la giornata mondiale dei rifugiati, musicisti di fama internazionale fanno un concerto con gli studenti. “Palco, videoproiettore e server ce li prestano i commercianti. Ogni etnia prepara piatti tipici. L’ultima volta eravamo in 500”. I genitori nel 2013 hanno fondato l’associazione “Pisacane 011” che organizza corsi in palestra e in cortile aperti a tutti: quello di chitarra, sassofono e batteria, di teatro, sport, e l’aiuto compiti. Oggi quella scuola, all’incrocio tra un bar italiano e un negozio di cianfrusaglie cinese, è diventata il polo culturale del quartiere.
“Offriamo un’educazione internazionale. Un bambino italiano e uno bengalese sono amici per la pelle, e la famiglia del secondo ha iniziato a visitare i monumenti di Roma. Un’alunna calabrese ha insegnato alla classe il suo dialetto per dimostrare che anche lei parla due lingue. Qui la doppia identità è forza. Perchè il Miur non ci aiuta? Le nostre aule cadono a pezzi, molte non hanno le porte, una finestra è rimasta rotta per due mesi. E le ore di potenziamento della lingua italiana (L2, ndr) per chi è appena arrivato sono ridicole, solo 30 all’anno”.
Qui Esquilino, dove la segretaria è fatta da 4 mamme: due marocchine, una somala e una filippina
Ha stretto un patto con il territorio anche la scuola “Di Donato“, nel rione Esquilino, vicino alla stazione Termini. Ore 17.30. Lezioni terminate un’ora fa.
Nel piano seminterrato con volta a botte ci sono almeno 150 bambini impegnati in mille attività . Sono italiani, cinesi, bengalesi, mediorientali, nordafricani e rumeni. Fanno calcio, basket, pattinaggio, danza, pittura, teatro, musica, lettura, doposcuola.
C’è anche una stanza per i giochi. La sede della web radio di Save the children.
E dalle 20 alle 22 i balli popolari per i nonni e il fitness per insegnanti e genitori. A gestire lo spazio ci pensano le famiglie, a turno.
In segreteria ci sono quattro mamme, due marocchine, una somala e una filippina.
Il custode, filippino anche lui, è un papà che fa l’elettricista. La scuola è aperta anche nei weekend.
Al sabato mattina ci sono i corsi di informatica per i piccoli. Alla domenica le feste (ogni volta dedicate a una cultura diversa), i laboratori di costruzioni, cucina tradizionale, tornei sportivi, sfilate di veli e abiti orientali, visione di documentari con dibattito.
“L’ultimo era sull’immigrazione italiana in Belgio — spiega Francesca Valenza, genitore referente del progetto intermundia, finanziato dal Comune, che promuove l’integrazione nelle scuole romane, e ha sede lì — stiamo portando avanti un progetto sui rom, per capire chi sono e da dove vengono”.
Alla “Manin” gli iscritti italiani sono cresciuti del 30%
Per scelta tante famiglie italiane di altri quartieri hanno iniziato a mandare i figli alla Manin. Miriam Iacomini, maestra: “Gli iscritti italiani sono cresciuti del 30%. Sono figli di dirigenti e professionisti. Manca il ceto medio basso, più diffidente verso gli immigrati. Gli alunni in tutto sono 750, di cui il 51% immigrati”.
Di nuovi arrivi dall’estero ce ne sono di continuo, almeno 30 all’anno.
“In organico abbiamo 37 docenti, ogni volta chiediamo in ginocchio al Miur di darcene tre in più. Alle medie avremmo bisogno di un’altra classe. Altrimenti come facciamo ad accoglierli? Le ore di L2 non bastano, ma l’università ci mette a disposizione tirocinanti di lingue straniere per aiutare chi fa fatica a esprimersi”.
La scuola va fuori. In Piazza Vittorio Emanuele con i gruppi di lettura e gli scacchi. Al Maxi e al Macro con le mostre di manufatti. Iacomini: “Abbiamo creato un’osmosi tra noi e gli abitanti. Così ci siamo salvati”.
Milano, al “Luigi Cadorna” una linea di confine tra magrebh e movida
La scuola “Luigi Cadorna” di via Dolci 5, a Milano, ha fatto la stessa cosa per evitare le fughe bianche.
Il posto non è dei più facili. È a due passi dallo stadio di San Siro, sul confine invisibile tra le case popolari delle famiglie magrebine e i palazzi dei milanesi abbienti.
Dal 2006 è partita la collaborazione con associazioni locali, fondazioni e Consiglio di zona. Il dirigente scolastico Massimo Nunzio Barrella è fiero: “Grazie a loro oggi la scuola è aperta anche il sabato per scambi culturali e gare sportive. Il cortile ospita il mercato della Coldiretti, il martedì e il giovedì ci sono i corsi di italiano da tre ore per le straniere (una novantina) gestisti da nonne e mamme italiane con servizio di babysitting 0-3 anni”. Anche i genitori si sono dati da fare. Prima hanno creato un Comitato con una decina di commissioni all’interno. Poi nel 2007 alcuni di loro si sono uniti nell’associazione “Cadorna” per promuovere attività sportive, dal cacio all’hip hop, capoeira, basket, chitarra, lingue straniere.
“Tutte le iniziative sono state raccolte in un diario distribuito agli allievi”. Il preside accende il computer e mostra una foto in cui è vestito con la dishdasha, la tunica bianca per gli uomini arabi, accanto a donne siriane e nordafricane in occasione di un party scolastico.
“Erano felicissime di vedermi nei loro panni e io curioso dei loro costumi”. Gli alunni italiani dieci anni fa erano solo il 20%. Ora il 40%. Non per caso.
La mentalità è cambiata: “I genitori decidono di mandarli qui perchè sanno che una formazione multiculturale è più ricca di una monoetnica. Certo, le difficoltà non mancano. Poche ore di L2: 25. E qualche tensione. L’aiuto degli abitanti è stato decisivo e solo con loro possiamo migliorare”.
Quelle descritte sopra non sono soltanto tre scuole.
Sono tre modelli di integrazione di successo, tre laboratori sociali da cui imparare. I dirigenti si sono dati appuntamento alla Biennale Spazio pubblico (organizzata dall’istituto nazionale di urbanistica) a maggio a Roma per un confronto a quattrocchi. Il workshop, coordinato da Vinicio Ongini, responsabile dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni del Miur, erano presenti altri cinque istituti esemplari.
Firenze, al “Sassetti Peruzzi” pochi fondi e docenti impreparati alla complessità etnica
Il “Sassetti-Peruzzi” di Firenze, una secondaria di secondo grado, ha una sede a Scandicci, in maggioranza italiana, e un’altra a Rifredi, periferia nord-ovest, in direzione Prato, con 331 alunni stranieri su 541, di cui 198 cinesi.
Ha tre indirizzi: commerciale, socio-sanitario e turistico. E quattro problemi: difficoltà nella comunicazione con studenti (alcuni analfabeti) e famiglie cinesi, docenti impreparati alla complessità etnica, fondi scarsi per l’alfabetizzazione e per l’acquisto di testi semplificati, dispersione scolastica.
“Tantissimi cinesi alternano la scuola a periodi di lavoro o viaggi in Cina” spiega Barbara Degli Innocenti, dirigente scolastica, che per contrastare il fenomeno da settembre 2014 ha attivato una sezione sperimentale apposta per loro.
“Abbiamo tolto due ore di matematica e due di italiano per insegnare lingua e letteratura cinese. Lo studio di economia e diritto è bilingue. Il diploma sarà valido anche in Cina. È nata una partnership con due scuole della regione dello Zhejiang. A novembre il primo gemellaggio”.
Torino, al “Regio Parco” fino al 90% di stranieri
Semiperiferia est di Torino. Istituto comprensivo “Regio Parco”.
Dal 30 al 90% la percentuale di bambini di altre nazionalità . Il cortile fino alle 18.30 è un luogo di ritrovo per genitori e alunni. Dipingono, giocano con la palla, lavorano la pasta di sale e l’argilla.
La preside, Concetta Mascali, ha puntato sul coro: “Il nostro solista l’anno scorso era cinese. Cantare in italiano serve a impare la lingua”. E su un’orchestra di archi: “Ho lanciato una raccolta fondi per comprare violini e violoncelli. Due strumenti difficili che richiedono ascolto, collaborazione e disciplina”.
Una richiesta: “L’università deve formare insegnanti con competenze multiculturali, che sappiamo la storia e la geografia dei popoli migranti, per essere meno eurocentrici”.
Napoli, al “Bovio-Colletta” tra disagio sociale e progetti occasionali
Napoli, zona stazione. Qui si respira un forte disagio sociale. Per colpa del lavoro che non c’è e del basso livello di istruzione.
Non solo perchè ci vivono gli stranieri, che sono tantissimi. All’istituto comprensivo Bovio-Colletta per favorire l’inserimento degli immigrati si leggono fiabe esotiche, si inventano racconti contro la discriminazione, si commentano film, si fanno lezioni anti bullismo.
C’è anche un laboratorio di artigianato, danza e teatro per le mamme . “Quest’anno è durato solo un mese, nel 2014 è saltato, ci sono poche risorse — si lamenta la preside Annarita Quagliarella — siamo condannati a progetti occasionali”.
Tornando a Roma. Quartiere dormitorio tra Primavalle e Monte Mario.
Accanto a un campo rom si trova l’Istituto alberghiero “Domizia Lucilla”.
Da due anni c’è un progetto pilota che usa il cinema per insegnare la lingua italiana. “Gli studenti leggono la sceneggiatura, fanno il riassunto, modificano la trama, guardano le immagini con i sottotitoli in lingua originale” racconta Sergio Kraisky, insegnante.
Palermo, all’”Antonio Ugo” “le famiglie non si sentono diverse dai migranti”
Sicilia, primo approdo dei profughi. All’istituto comprensivo “Antonio Ugo” di Palermo, quartiere Noce, controllato dalla mafia, ci sono tre classe di minori non accompagnati provenienti da Senegal, Nigeria, Egitto.
“Il Comune ha fatto resistenza ma poi ha ceduto — spiega Riccardo Ganazzoli, il dirigente — le famiglie non hanno battuto ciglio. Non si sentono diversi dai migranti, hanno lavori precari, sono monoreddito. Lo straniero è uno stimolo. Perchè chi viene dalla miseria attribuisce alla scuola una funzione civile che noi abbiamo dimenticato”.
Chiara Daina
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
INCREMENTO DI RISORSE MININO, AI LIVELLI DEL 2012… RIDOTTO IL FONDO PER IL FUNZIONAMENTO DEGLI ISTITUTI
Si svolta, si riparte, finalmente la scuola è al centro della politica.
Ma quanti soldi sta mettendo, davvero, Matteo Renzi, sulla scuola? Molto meno di quanto dichiarato.
Basta leggere il documento votato in commissione Cultura sull’assestamento di Bilancio.
Alla fine si tratta di 242 milioni in più rispetto al 2014.Una cifra che non riporta il bilancio dell’Istruzione nemmeno ai livelli del 2012.
“Il miliardo in più millantato dal governo Pd per la Buona scuola — commenta il deputato del M5S, Luigi Gallo — semplicemente non esiste”.
I numeri non sono facili da decifrare perchè il bilancio italiano è ancora scandito da due voci: “Il conto per competenza”e“ il conto per cassa”.
La prima voce misura esattamente quanto, delle entrate e delle uscite, è riferibile all’anno solare mentre la seconda, misurando i flussi di cassa, comprende pagamenti riferibili ad anni precedenti e successivi.
Prendendo come riferimento il “conto per competenza” scopriamo quindi che rispetto al saldo definitivo del 2014,pari a 52.817 milioni, il 2015 era cominciato con una previsione al ribasso: 52.605 milioni stanziati dalla Legge di Stabilità del 2014, quella che reca le previsioni iniziali di spesa.
Nell’anno della “buona scuola”, paradossalmente, si prevedeva una spesa per l’Istruzione di 52.605 milioni, 212 in meno rispetto al 2014.
Addirittura, se si fa il confronto nel conto di cassa, si stabiliva una diminuzione previsionale per il 2015 di oltre 2 miliardi di euro.
Chiaro, quindi, che si stava delineando una situazione di grave ritardo rispetto a impegni presi in passato come dimostra la consistenza dei residui 2014, superiori ai 3,5 miliardi.
Il governo, dunque, è corso ai ripari e ha adottato le opportune variazioni già nel periodo gennaio-maggio 2015.
Queste hanno riguardato un aumento delle dotazioni di competenza di 441,1 milioni e di quelle di cassa di 541,1.
A queste variazioni si aggiungono poi quelle decise dal ddl Assestamento approvato dal Parlamento, alzando ancora di 13 milioni il Conto di competenza e di 1.919,2 milioni quello di cassa sanando lo sbilancio precedente.
Ne viene fuori una situazione di questo tipo: sul conto di competenza, l’incremento di bilancio è pari a 242 milioni di euro mentre quello di cassa aumenta di 398 milioni.
Si tratta di cifre molto lontane dai vari miliardi esibiti sia dal presidente del Consiglio che dalla ministra Stefania Giannini.
Salvatore Cannavo’
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
RAPPORTO SAVE THE CHILDREN: ALLARME POVERTA’ EDUCATIVA
Senza stimoli culturali, scarsi in matematica e italiano, costretti a frequentare scuole spesso inagibili e
pericolose, senza la possibilità di fare sport o attività che possano arricchire la vita.
E’ nera la fotografia della situazione scolastica in Italia, presentata nel rapporto “Illuminiamo il futuro 2030 – Obiettivi per liberare i bambini dalla Povertà Educativa”, nell’ambito della campagna “Illuminiamo il Futuro” di Save The Children. I dati, rielaborati dalle statistiche Ocse-Pisa, consegnano al Belpaese una pagella ampiamente insufficiente: la metà dei bambini italiani non ha stimoli culturali, non legge, non visita musei.
E a scuola uno su cinque, in media, ha gravi lacune sia in matematica che in italiano. Il panorama è peggiore al Sud dove troppe scuole non offrono il tempo pieno e i minori non hanno la possibilità – spesso economica – di praticare una attività sportiva o culturale.
La metà dei ragazzi italiani non ha stimoli culturali.
Il 48,4% dei minori italiani tra 6 e 17 anni non ha letto neanche un libro l’anno scorso, il 69,4% non ha visitato un sito archeologico e il 55,2% un museo, il 45,5% non ha svolto alcuna attività sportiva.
Quasi il 25% dei quindicenni è sotto la soglia minima di competenze in matematica e quasi 1 su 5 in lettura.
Uno su cinque scarso in matematica e lettura.
Quasi il 25% dei quindicenni è sotto la soglia minima di competenze in matematica e quasi 1 su 5 in lettura, percentuale che raggiunge rispettivamente il 36% e il 29% fra gli adolescenti che vivono in famiglie con un basso livello socio-economico e culturale: povertà economica e povertà educativa, infatti, si alimentano reciprocamente e si trasmettono di generazione in generazione.
D’altra parte, notevoli sono le carenze di servizi e opportunità formative scolastiche ed extrascolastiche: solo il 14% dei bambini tra 0 e 2 anni riesce ad andare al nido o usufruire di servizi integrativi, il 68% delle classi della scuola primaria non offre il tempo pieno e il 64% dei minori non accede ad una serie di attività ricreative, sportive, formative e culturali, con punte estreme in Campania (84%), Sicilia (79%) e Calabria (78%).
La povertà economica diventa povertà educativa.
“La povertà educativa non può essere un destino ineluttabile e non è accettabile che il futuro dei ragazzi sia determinato dalla loro provenienza sociale, geografica o di genere”, sottolinea Raffaela Milano, direttore Programmi Italia-Europa Save the Children.
E prosegue: “le enormi diseguaglianze che oggi colpiscono i bambini e i ragazzi in Italia vanno superate attivando subito un piano di contrasto alla povertà minorile e potenziando l’offerta di servizi educativi di qualità “.
“I dati che emergono dalle nostre elaborazioni rivelano un fenomeno allarmante: in Italia, una parte troppo ampia degli adolescenti è priva di quelle competenze necessarie per crescere e farsi strada nella vita”, sottolinea Valerio Neri, direttore Generale di Save the Children.
Al Sud il panorama peggiore.
Al Sud e nelle isole, la percentuale di adolescenti che non consegue le competenze minime in matematica e lettura raggiunge rispettivamente il 44,2% e il 42%, con un picco estremo in Calabria (46% e 37%).
In relazione al genere, le disuguaglianze colpiscono in modo particolare le ragazze per la matematica (il 23% delle alunne non raggiunge le competenze minime contro il 20% dei maschi), mentre i ragazzi sono meno competenti in lettura: il 23% risulta insufficiente contro l’11% delle coetanee.
Le ragazze e i ragazzi meridionali sono maggiormente svantaggiati sia in matematica che in lettura rispetto ai coetanei settentrionali: la percentuale delle ragazze che non raggiungono le competenze minime in matematica è del 32% al Sud, il doppio delle coetanee del Nord (16%) e la stessa differenza percentuale si riscontra per i maschi meridionali (28%) e i loro coetanei settentrionali (14%).
Differenze di genere si osservano anche per le attività ricreative e culturali: il 51% delle minori tra i 6 e i 16 anni non ha fatto sport in modo continuativo contro il 40% dei maschi, mentre questi ultimi leggono meno, fanno poche attività culturali e navigano meno su Internet.
Altro fattore della povertà educativa è l’origine migrante dei genitori: tra i ragazzi migranti di prima generazione il 41% non raggiunge i livelli minimi di competenze in matematica e lettura, incidenza che cala al 31% in matematica e al 29% in lettura per i quelli di seconda generazione.
Metà delle scuole è inagibile.
La qualità delle infrastrutture è fondamentale per lo sviluppo delle capacità di apprendimento ma in Italia il 45% delle scuole è priva di un certificato di agibilità e/o abitabilità , il 54% degli edifici non è in regola con la normativa anti-incendio e il 32% non rispetta le norme anti sismiche, configurando una condizione di pericolo dato che il 40% degli edifici si trova in zone a rischio sismico (la metà dei quali al Sud) e il 10% in aree a rischio idrogeologico.
Quanto alle scuole inadeguate dal punto di vista infrastrutturale, le differenze regionali sono marcate: se in Toscana, Campania, Liguria, Friuli Venezia Giulia e Veneto il 70% o più dei ragazzi frequenta scuole inadeguate, la percentuale cala a quasi un terzo nella Provincia Autonoma di Trento e Bolzano e in Valle d’Aosta.
La qualità degli spazi fisici della scuola influenza – spiega il Rapporto – notevolmente le capacità di apprendimento da parte degli alunni ma la situazione italiana appare critica: sui circa 33 mila edifici censiti in modo completo dall’anagrafe scolastica, il 50% è stato costruito prima del 1971, anno di entrata in vigore della normativa sul collaudo statico degli edifici.
La situazione di degrado in cui versa parte consistente dell’edilizia scolastica rappresenta un fattore essenziale della povertà educativa Italia, anche perchè va a colpire soprattutto le fasce della popolazione minorile già di per se più svantaggiate.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
SONO I PAPA’ CHE A VOLTE DIMENTICANO
Chi non è nè bestia nè gufo ed è dotato di un animo sensibile resterà colpito dall’affermazione di
quell’insegnante precaria fiorentina che ha appena ottenuto una cattedra (precaria) nella sua città .
«Speravo in un incarico a Firenze, già a Empoli sarei stata costretta a rinunciare per i miei figli. Le mamme sanno cosa vuol dire».
In effetti le mamme lo sanno e fanno fatica a farsene una ragione. Le mamme professoresse, intendo.
L’ultima riforma del governo concede il Graal del posto fisso — il sospirato «ruolo» — a chi accetta un trasferimento di sede.
Di solito dall’estremo Sud all’estremo Nord, dove c’è più carenza di posti. Cambiare radicalmente aria è un sogno a venti o trent’anni e una necessità tragica quando muori di fame o sotto le bombe.
Ma se la tua esistenza è strutturata in una condizione di relativa tranquillità , andartene altrove in cerca di fortuna può rivelarsi uno strappo insopportabile.
Intorno ai quaranta la vita ti ha già cucito addosso una mezza dozzina di fili.
C’è un coniuge da sopportare, e qui talvolta il distacco chilometrico può rivelarsi una distanza di sicurezza. Ma ci sono anche figli, genitori e suoceri anziani da accudire. Una rete di assistenza che grava sulle spalle della donna-prof e si sbriciolerebbe nel caso di un suo trasferimento da Siracusa a Trento.
Prima di definire ingrate e scansafatiche certe insegnanti, come hanno fatto alcuni membri del governo, bisognerebbe riflettere sulle parole della professoressa precaria di Firenze.
Tanto più che di nome fa Agnese e di cognome Landini (nell’anima).
Renzi da sposata. Perchè una mamma lo sa.
Sono i papà che a volte se ne dimenticano.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Agosto 30th, 2015 Riccardo Fucile
I PASTICCI DI RENZI E I DIECIMILA PRECARI CHE PERDONO IL POSTO… LE SENTENZE EUROPEE INAPPLICATE
Martedì è il 1° settembre e quindi riaprono gli asili statali. Cioè, forse. Specialmente nelle grandi città c’è un problema non piccolo che discende da una scelta fatta dal governo nella “Buona Scuola”: la legge, infatti, esclude dalle assunzioni i precari della scuola materna, che tecnicamente è pertinenza dei comuni e non del ministero.
Per gli asili, insomma, continuano a funzionare le vecchie graduatorie: per la fine della “supplentite” (come la chiama il presidente del Consiglio) se ne riparla un’altra volta. Solo che pure coprire i posti da supplente è un problema: oltre 10mila insegnanti precari della materna infatti, su circa 23mila, hanno già avuto contratti a termine per più di 36 mesi e quindi non possono essere ulteriormente prorogati, ma solo assunti.
Il problema si presenta quest’anno perchè il mondo della scuola, con una legge del 2011, era stato escluso dalla norma sulle stabilizzazioni dopo tre anni di precarietà : a novembre 2014, però, una sentenza della Corte di Giustizia europea ha bocciato lo stato d’e ccezione creato per la scuola con la buona ragione che, se quegli insegnati servono, vanno assunti e non tenuti a bagnomaria.
A Roma, la battaglia è particolarmente infuocata perchè riguarda la metà della platea: circa 5mila insegnanti precari delle materne che — magari dopo supplenze reiterate per un quindicennio — ora rischiano di perdere il lavoro.
Un bando per coprire i posti vacanti firmato dalla Giunta il 14 agosto, infatti, escludeva i cosiddetti precari “+36”, ma ora il nuovo assessore Marco Rossi Doria ha sospeso l’iter imponendo almeno all’inizio dell’anno i “turni unici” per maestri e maestre di ruolo.
In alcuni istituti, però, su una pianta organica di 12 posti, ne risultano vacanti fino a 5: reggere a lungo in questa situazione è impossibile, senza contare che nei nidi settembre è il delicato mese del cosiddetto “inserimento” dei bimbi.
La soluzione? Non c’è.
Per ora i ministeri interessati si sono rimpallati domande, ma la via per uscirne non si trova.
La prima, e più ovvia, sarebbe che i Comuni assumano le persone di cui hanno bisogno, specialmente quelle che — avendo avuto un decennio di contratti a termine — ne hanno diritto per legge (a quello o a un risarcimento, dicono le sentenze).
Gli enti locali, però, com’è noto, sono sottoposti ai rigori del Patto di Stabilità interno e non hanno lo spazio finanziario per assumere.
Ieri Il Sole 24 Ore parlava di una possibile soluzione in due tempi: lunedì 31 agosto una circolare per chiarire il destino dei “+ 36 m es i” e poi, con la legge di Stabilità , un intervento per aiutare i comuni nelle assunzioni (sempre che si trovino i soldi). Quanto al governo, con la legge “La Buona Scuola” ha già detto che per ora non metterà le mani nella scuola materna.
La cosa curiosa, e in un certo senso paradossale, è la seguente: le 102.734 assunzioni previste e finanziate dal governo per elementari e medie (inferiori e superiori) non saranno raggiunte. I nuovi insegnanti saranno tra gli 80 e i 90mila.
È successo che — analizzando le 71.643 domande di regolarizzazione arrivate — il ministero si è accorto che per vari motivi non sono coperti alcuni profili: mancano docenti abilitati all’insegnamento della matematica e, in misura minore, di altre materie scientifiche e mancano pure gli insegnanti di sostegno.
Per questi posti si dovrà continuare ad affidarsi alle supplenze annuali.
Un vero peccato che nasconde un paradosso: le 71mila e dispari domande, infatti, ne nascondono tremila di docenti che nel frattempo sono stati assunti e quasi 15mila di insegnanti abilitati nella scuola materna, di cui però la legge Giannini- Renzi ha scelto di non occuparsi.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 20th, 2015 Riccardo Fucile
POTRANNO ACCETTARE UNA SUPPLENZA VICINO A CASA
Gli insegnanti precari neoassunti attraverso il piano “Buona scuola” del governo potranno accettare una supplenza vicino alla propria residenza per un anno, prima di un eventuale trasferimento.
È questa l’ultima novità decisa da Ministero dell’Istruzione, secondo quanto riporta oggi Il Messaggero.
A tendere una mano ai docenti è stata la ministra Stefania Giannini che in merito alle supplenze sull’organico di fatto ha chiesto espressamente agli uffici scolastici territoriali di effettuare le nomine entro l’8 settembre.(..).
Una sorta di compromesso tra le parti che sta dando i suoi frutti e che da qualcuno viene però interpretato come una cessione alle pressioni dei sindacati: i docenti infatti non dovranno rinunciare all’assunzione prevista dalle fasi B e C ma non dovranno neanche affrontare subito i trasferimenti.
roprio il rischio di un trasferimento rapido e distante dalla propria casa aveva spinto molti docenti a preferire di restare nelle cosiddette graduatorie a scorrimento in attesa di incarichi di supplenza e di un eventuale incarico di ruolo.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
“NESSUNO DIFENDE UN PRIVILEGIO, MA UN DIRITTO”
Marcella Raiola, 44 anni, precaria da 13, insegnante di materie letterarie, spiega le ragioni del suo no: “È un salto nel buio. Non difendo un privilegio ma un diritto”.
Caro direttore, ho 44 anni e faccio con passione l’insegnante pendolare da 13.
Insegno Latino, Greco e materie letterarie nei licei classici della provincia di Napoli, e poche volte ho lavorato a meno di 25 chilometri da casa.
Sono laureata e abilitata con il massimo dei voti e ho conseguito un dottorato di ricerca in Filologia.
Sono iscritta in graduatorie che per legge sono provinciali, non nazionali, e ho pieno titolo all’assunzione.
Da 13 anni accumulo punteggio lavorando da “ultima arrivata”, con studenti, colleghi, dirigenti sempre diversi, e con meno diritti (niente ferie, niente scatti stipendiali).
A differenza di tanti altri, poche volte mi è capitato di lavorare su uno spezzone orario, cioè a stipendio ridotto, oppure su due o tre scuole.
Non ho, come tanti miei colleghi di età compresa tra i 40 e i 55 anni di cui ho raccolto gli sfoghi dolorosi in questi giorni tesi e tristi, figli piccoli, disabili, genitori anziani da accudire da sola o una casa appena comprata con un mutuo salato, ma ugualmente non ho prodotto la famigerata domanda di deportazione.
“Deportare” è una parola forte, è vero, ma è affiorata spontaneamente alle labbra di lavoratori precari da dieci o addirittura venti anni, con alle spalle peregrinazioni in varie regioni e grandi sacrifici, sia per l’aggiornamento (a carico nostro) che per la maturazione di un punteggio che ora viene azzerato e vanificato.
A quelli che puntano il dito contro di noi, in questi giorni, denigrandoci e accusandoci di “sputare in faccia al posto” per difendere il privilegio di lavorare “sotto casa”, voglio spiegare le mie ragioni e perchè ci viene chiesto un vero e proprio salto nel buio.
Quale lavoratore, dopo 15/20 anni di precariato, accetterebbe che un computer stabilisse dove deve andare a sopravvivere con mille euro al mese, andando a svolgere, per di più, mansioni ad oggi non definite e sicuramente diverse da quelle per cui ha studiato e lavorato?
La “fase” in cui la maggior parte dei precari rientra, infatti, me compresa, è quella in cui si viene assunti non da docenti, ma da “personale-jolly” e tuttofare, che il dirigente onnipotente utilizza a piacimento. Non solo.
L’incarico che viene offerto ai precari dura solo tre anni e comporta l’obbligo di fare ulteriore domanda di trasferimento presso scuole del nuovo comprensorio in cui ci si verrà a trovare, con tanti saluti alla continuità .
E dopo? È questa la grande “ stabilizzazione”?
I nostri detrattori dicono pure che i lavoratori devono spostarsi dove sono i posti, ma non si chiedono come mai i posti siano tutti al Nord, mentre è al Sud che occorrerebbero più insegnanti, dato l’alto tasso di abbandono e di dispersione scolastica.
Il piano di assunzioni del governo è solo un altro gigantesco taglio mascherato: il Pd aveva promesso il ritiro dei tagli Gelmini, 88.000 dei quali sono stati dichiarati illegittimi dal Consiglio di Stato, ma non ha mantenuto la promessa e si è invece inventato l’organico “funzionale”, con la conseguenza che una parte dei precari verrà assunta per fare chissà cosa chissà dove (probabilmente il “tappabuchi” fino alla fine della carriera).
Un’altra cospicua parte, quella impossibilitata o indisponibile a cedere al ricatto della migrazione coatta e della dequalificazione professionale, resterà nelle graduatorie. Questo confligge con la sentenza della Corte europea del 26 novembre scorso, che condanna l’Italia per abuso di contratti a tempo determinato e impone l’assunzione di tutti i precari che hanno maturato 36 mesi di servizio.
Ci hanno chiesto di buttare a mare una vita di studio e sacrifici, di partecipare a una lotteria calpestando chi non può “concorrere”, nello spirito del “si salvi chi può”. Perchè?
Perchè non posso insegnare le mie materie nelle scuole in cui lavoro da 13 anni e in cui ci sono classi da 34 alunni (una l’ho avuta proprio io, nel 2009-2010).
Smembrate, potrebbero essere meglio gestite da un maggior numero di docenti? Perchè chi ha punteggi altissimi deve finire a Pordenone mentre chi è in fondo alle graduatorie potrà coprire le cattedre su cui i deportandi lavorano continuativamente da anni?
Qual è la ratio sottesa a questo sistema caotico e lambiccato?
Marcella Raiola
(da “la Repubblica”)
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Agosto 16th, 2015 Riccardo Fucile
I COSTI IN AUMENTO DEL 1,7% RISPETTO ALLO SCORSO ANNO PER IL CORREDO SCOLASTICO
Superato Ferragosto, si inizia già a pensare al ritorno tra i banchi di scuola che, anche quest’anno,
rappresenterà per le famiglie una vera e propria stangata, fino a 1.100 euro, per acquistare libri, zaini, quaderni e corredo scolastico vario per gli studenti. Negozi e supermercati di tutta Italia, spiega il Codacons, hanno già rifornito gli scaffali di tutto l’occorrente per la scuola: si va da diari e quaderni ‘low cost’ a zaini e astucci griffatissimi con le marche del momento, sempre più richieste dai giovanissimi.
In base alle prime stime del Codacons, il corredo scolastico comporterà quest’anno un maggior esborso del +1,7% rispetto al 2014.
Una famiglia media dovrà mettere in conto una spesa annua che sfiorerà i 500 euro a studente (498,5 euro), cui va aggiunto il costo per libri di testo, altra voce che inciderà pesantemente sui portafogli delle famiglie italiane, variabile a seconda del grado di istruzione e della scuola.
Tra corredo e libri di testo, denuncia il Codacons, la spesa complessiva può raggiungere e superare i 1.100 euro a studente, una vera e propria stangata per le tasche degli italiani.
Tuttavia anche sulla spesa scolastica è possibile risparmiare sensibilmente e abbattere i costi del 40% seguendo alcuni consigli utili diffusi dal Codacons.
Innanzitutto, non inseguire le mode.
In questi giorni tutte le televisioni stanno bombardando i vostri figli con pubblicità mirate agli acquisti necessari per la scuola.
Allontanateli dalla Tv e non fatevi condizionare dal mercato pubblicitario.
Non inseguendo le mode, per il corredo potreste spendere il 40% in meno, acquistando prodotti di identica qualità .
Basta non comprare gli articoli legati ai personaggi dei cartoni animati o bambole famose.
Nei supermercati si può arrivare a risparmiare fino al 30% rispetto alla cartolibreria. Andate con la lista dettagliata della spesa e obbligatevi a rispettarla.
In questo periodo, suggerisce il Codacons alcune catene di supermercati vendono i prodotti scolastici addirittura a prezzi stracciati: sono i cosiddetti prodotti “civetta”. Vengono venduti beni addirittura sottocosto, contando sul fatto che comunque finirete per acquistare anche tutto il resto.
Approfittatene, acquistando solo i prodotti civetta.
Buona idea anche rinviare gli acquisti: le scorte di quaderni e penne si possono anche comprare in un momento successivo e spesso, aspettando, si risparmia.
Per le cose più tecniche, dal compasso ai dizionari, poi, è bene attendere le disposizioni dei professori, onde evitare acquisti superflui o carenti.
Ben vengano, ovviamente, offerte promozionali e kit a prezzo fisso perchè possono essere convenienti.
Se non sono frutto di un accordo con le associazioni di consumatori, che fanno da garante, meglio confrontare comunque i prezzi e controllare la qualità del prodotto, specie per lo zaino.
(da “La Stampa”)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX DIRETTORE DELLA NORMALE DI PISA: “E’ LA VITTORIA DELLA COSTITUZIONE SULL’INTERPRETAZIONE DEI POLITICI”
È la vittoria della Costituzione sull’«interpretazione» che ne hanno dato i governi. Salvatore Settis,
archeologo ed ex direttore della Scuola Normale di Pisa, ora presidente del consiglio scientifico del museo parigino del Louvre, è tra coloro che aspettavano da quindici anni che un giudice affermasse la natura commerciale delle scuole paritarie che abbiano l’obiettivo di perseguire con i propri ricavi il pareggio di bilancio.
E anche se la riforma Berlinguer del 2000 diede pari dignità alle scuole gestite da privati, è alla Carta fondamentale che si richiama per affermare la priorità dell’istruzione statale.
Professor Settis, lei è stato tra i firmatari nel 2013 di un appello contro i finanziamenti alla scuola privata ispirato alla Costituzione. Ora la Cassazione dice che le paritarie chiedono una retta, quindi utilizzano modalità commerciali, e per questo non possono essere esenti dall’Ici. Se l’aspettava?
«La sentenza fa scalpore perchè è in controtendenza con quello che fanno i governi, compresi quelli di centrosinistra. La Costituzione all’articolo 33 parla di scuola pubblica e aggiunge che enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione ma “senza oneri per lo Stato”. Invece, negli ultimi anni non è stato così. A partire dalla legge Berlinguer, con un governo di centrosinistra, e poi negli anni c’è stato uno smottamento verso la scuola privata».
Lei dice “prima la scuola statale”. Ma la legge riconosce anche le scuole paritarie come pubbliche.
«Ma “senza oneri” per lo Stato non può avere un’interpretazione diversa. Purtroppo i contributi di cui le scuole paritarie già godono e i privilegi di natura fiscale si accompagnano a una contestuale riduzione dei finanziamenti per la scuola pubblica. E sarebbero molto più tollerabili se la scuola pubblica venisse salvaguardata, invece non è così. Non dubito che la scuola privata vada difesa, ma la scuola pubblica dovrebbe avere il primato».
La Cei dice che gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro, ma lo Stato risparmia sei miliardi e mezzo. Chi chiede il sostegno alla scuola paritaria lo motiva anche col fatto che con un milione e trecentomila studenti in più le scuole statali avrebbero un costo molto più alto.
«La Costituzione dice che l’istruzione è obbligatoria e gratuita. Visto che stanno facendo delle modifiche alla Costituzione, cambino anche questo articolo… Potrei capire di più la posizione di chi difende la scuola privata se desse la giusta priorità alla scuola pubblica che invece viene mortificata da continui tagli. Data la scarsità dei finanziamenti, se si rinuncia a pescare dalla tasse, si taglia da altre parti e non vorrei che ci stessero trascinando verso un sistema di tipo americano».
Dove però i costi di un’istruzione di qualità sono molto alti.
«Ci sono Paesi come gli Stati Uniti dove le scuole private sono più importanti e la pubblica è un disastro. Quindi, alla scuola privata vanno i ricchi, e non vorrei che l’Italia andasse in questa direzione. Specie in un momento in cui stanno crescendo le disuguaglianze e le nuove povertà di cui parla anche papa Francesco. In una situazione di questo tipo rafforzare la scuola pubblica dovrebbe essere la prima cosa. Poi se la scuola di carattere commerciale può essere aiutata, è lecito».
Quindi cosa risponde a chi dice che senza finanziamenti le scuola paritarie chiuderebbero?
«Che non stanno facendo i conti con la Costituzione, la difesa dei privilegi in quanto acquisiti è piuttosto debole».
Melania Di Giacomo
(da “il Corriere della Sera”)
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