Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
E FELTRI DEDICA DA GIORNI DUE PAGINE DEL GIORNALE SULLE PRESUNTE TRUFFE DELL’INPS AI DANNI DEI PENSIONATI: SIAMO TORNATI AL METODO BOFFO
Tre anni di affitti non pagati, per un totale di oltre 3 milioni di euro. 
C’è (anche) questo dietro le due pagine al giorno, in apertura di giornale, che Libero da giovedì scorso dedica ai presunti sprechi e privilegi dell’Inps e del suo presidente Tito Boeri.
Qualche titolo: “Le rapine dell’Inps“, “L’Inps ha un tesoro che non usa”, “Aiutare i poveri è una scusa per tagliarci gli assegni“, “Boeri punisce chi paga i contributi”, “Tutti i tesori d’arte dell’Inps in magazzino ad ammuffire”.
Ma soprattutto: “L’ufficio di lusso di Boeri è pagato dai pensionati”.
Piccolo particolare: l’ufficio “di lusso” in piazza Colonna, proprio di fronte a Palazzo Chigi, dove l’economista bocconiano si è trasferito da qualche mese, si trova al primo piano di Palazzo Wedekind. Che è di proprietà dell’istituto di previdenza.
Nessuno scandalo, dunque. Il problema è che quel gioiello nel cuore della Capitale ospita anche la redazione de Il Tempo, proprio quest’anno acquistato dalla cassaforte Tosinvest della famiglia Angelucci, proprietaria di Libero.
E il 10 giugno il quotidiano romano verrà sfrattato per morosità perchè l’ex proprietario, il costruttore romano Domenico Bonifaci, ha smesso di pagare l’affitto nel 2012 accumulando nei confronti del padrone di casa Inps un debito superiore ai 3 milioni.
La campagna del giornale di Angelucci, dunque, va in soccorso dell'(altro) giornale di Angelucci.
Ed è lo stesso Vittorio Feltri, che proprio per scelta degli editori mercoledì 18 maggio è tornato al timone del giornale al posto di Maurizio Belpietro, ad ammetterlo nell’editoriale di domenica: “Non vorremmo che egli (Boeri, ndr), per ritorsione, minacciasse di sfrattare il quotidiano Il Tempo dallo stesso edificio di Piazza Colonna, sede della redazione. Sarebbe meschino“.
Lo sfratto per morosità — che in realtà è già stato notificato e rinviato e il 10 giugno, appunto, si concretizzerà — viene dunque presentato come una ritorsione.
Così ai lettori è servito un nuovo prodotto del “metodo Boffo“, come fu definita la campagna di diffamazione condotta nel 2009 da Feltri — dalle pagine de Il Giornale — contro Dino Boffo, direttore di Avvenire, reo di aver scritto alcuni editoriali critici sullo stile di vita dell’allora premier Silvio Berlusconi.
Il Giornale, come è noto, era di suo fratello Paolo. Che la gestione del mattone Inps sia su molti fronti inefficiente, come raccontato anche da Il Fatto Quotidiano, corrisponde al vero. Ma sembra difficile sostenere che pretendere il pagamento dell’affitto rientri tra gli aspetti da censurare.
Del resto che a preoccupare Libero, oltre al futuro delle pensioni degli italiani, siano le sorti del Tempo, è scritto chiaro e tondo anche in uno dei numerosi pezzi scritti negli ultimi giorni sul tema dal vicedirettore Fausto Carioti: “Negli ultimi anni la crisi si è fatta sentire sui bilanci della società editrice, e qualche fitto è rimasto indietro“, minimizza Carioti dopo aver ricordato che il palazzo ottocentesco “dal 1945 era sede del quotidiano” e “nessun dirigente dell’istituto di previdenza vi aveva mai messo piede”.
Quanto al debito accumulato negli anni, “quando ancora a guidare l’istituto di previdenza c’era Tiziano Treu è stato fatto un accordo fra le parti: rateizzazione del dovuto e riduzione degli spazi locati, lasciando a disposizione della proprietà primo e secondo piano”.
Ma “le vicende della politica ci hanno messo lo zampino. Prima che la ristrutturazione fosse finita, Renzi ha congedato Treu e messo in sella Boeri. A lavori ultimati il presidente dell’Inps ha deciso che proprio quello“, un edificio dell’Inps, “dovesse essere il suo ufficio di rappresentanza”.
“Quella porzione di palazzo è stata tolta dalla lista degli immobili da reddito e inserita tra i beni strumentali”, scrive il giornale, stimando il valore del mancato incasso tra i 550mila e i 600mila euro annui di affitto.
Il quotidiano contesta insomma a Boeri di avere rinunciato ad affittare o vendere i due piani, perdendo milioni di euro di potenziali entrate.
“Qui il danno è assai più salato per l’istituto di previdenza e di conseguenza per i pensionati assistiti — scrive Libero — Ma che importa? Ora il presidente può affacciarsi davanti a Palazzo Chigi e sorridere festoso a chi l’ha nominato…”.
E godere addirittura, chiosa, di un “piccolo box per la sua auto di servizio” perchè “da quelle parti è assai difficile parcheggiare”.
L’istituto dal canto suo, nella replica che Libero ha pubblicato martedì dopo giorni di attacchi, fa notare che “dei circa 650 mq del piano ristrutturato nel 2014, solo 50 sono utilizzati per uffici, mentre le sale, fra cui la Sala Angiolillo, vengono regolarmente affittate per eventi”.
E aggiunge che “i proventi dalla messa a reddito di Palazzo Wedekind non potranno che aumentare quando sarà possibile riqualificare e mettere a reddito anche il terzo e quarto piano dell’edificio, oggi occupati dal quotidiano Il Tempo, che dal 2012 non paga l’affitto”.
Proprio come la “gente che non salda la pigione” degli “appartamenti occupati abusivamente“, casi che Feltri cita a esempio della gestione “da cani” del patrimonio immobiliare dell’istituto.
Chiara Brusini e Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile
CONTINUANO LE POLEMICHE DOPO IL CAMBIO AL VERTICE DI “LIBERO”
“Sul Fatto Quotidiano scrivono che ho pranzato con Renzi, uno che non ho mai visto in vita mia. Prima di
diventare un fedelissimo di qualcuno bisognerebbe averci un minimo di rapporto. E poi essere favorevoli alle riforme istituzionali, dire che voterò sì al referendum, non significa essere renziani. E comunque meglio renziano che figlio di puttana”.
A dirlo è Vittorio Feltri, che in un colloquio con il Foglio smentisce di essere stato chiamato a dirigere Libero per spostare la linea del giornale e fare campagna per il referendum.
“Ero in contatto con gli Angelucci, gli editori, da luglio. Ad Angelucci, al figlio, dissi: ‘Non vengo a fare il maggiordomo di Belpietro. Già è difficile scrivere sul Giornale che Berlusconi fa delle sciocchezze (per così dire), figurarsi se mi devo fare condizionare da un altro direttore”, racconta Feltri.
“Belpietro l’ho inventato io”, dice.
Quanto a Berlusconi, “sono stato molti anni dalla sua parte, quando era lucido. Ora lui è sincero solo quando mente. Non sono berlusconiano”
Nel primo editoriale del suo ritorno alla direzione di Libero, Feltri promette di dire “pane al pane, vino al vino”, con un “linguaggio colloquiale, più ironico che acido, perchè siamo convinti che sia già faticoso vivere la vita e non sia il caso di raccontarla con la bava alla bocca per polemizzare a ogni costo”.
“Prenderemo di mira chi sbaglia e incoraggeremo chi sbaglia meno degli altri, posto che l’errore è il denominatore comune dell’umanità “, prosegue Feltri.
“I nostri commenti e le nostre cronache non saranno improntate a pregiudizi”.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 17th, 2016 Riccardo Fucile
CONTRASTI SULLE LINEA EDITORIALE ALL’ORIGINE DEL CAMBIO
E’ stato lui ad annunciarlo durante la riunione di redazione. “L’editore mi ha comunicato che questo è il
mio ultimo numero”.
Maurizio Belpietro lascia la direzione di “Libero”, il giornale che guidava da 7 anni. Non dimissioni: di fatto, un licenziamento.
L’editore è Antonio Angelucci, imprenditore nel settore sanitario, senatore di Forza Italia, ma anche grande amico di Denis Verdini, che quel partito lo ha lasciato in ossequio allo spirito del Nazareno.
Alla direzione arriva colui che il quotidiano lo ha fondato, quello stesso Vittorio Feltri che a inizio maggio aveva fatto il suo ritorno come “firma” e aveva subito mandato un segnale netto.
Un editoriale in cui decretava la fine di Berlusconi descrivendolo come una “macchietta” alla mercè del “cerchio magico, una specie di gineceo”.
Perchè questa volta, non si tratterebbe semplicemente di un giro di poltrone tra le testate di area centrodestra, come è accaduto in passato.
Questa volta — dicono i ben informati — si tratta di un cambio di passo, di linea editoriale.
Di certo, la convivenza tra Belpietro e Feltri aveva fatto segnare aria di burrasca sin dal primo momento.
Non era sfuggito agli addetti ai lavori che quel primo editoriale, quello del grande ritorno, non fosse stato messo in pompa magna, ma semplicemente richiamato in prima pagina.
Raccontano inoltre fonti interne alla redazione che nei giorni successivi, Belpietro abbia “boicottato” un altro editoriale con la scusa che era stato inviato ai vice-direttori invece che a lui.
A peggiorare il conflitto era arrivato stato poi un intervento del cdr che aveva chiamato in causa l’editore per chiedere se il ritorno di Feltri fosse stato finanziato con gli stipendi dei giornalisti, che da poco hanno concluso una lunga fase di contratto di solidarietà e sono ora in cassa integrazione.
Angelucci, che quel ritorno ha fortemente voluto, dietro quel comunicato ci aveva visto anche l’avallo dell’allora direttore. Il quale, peraltro, pare contrastasse anche il progetto di sinergia con ‘Il Tempo’.
Ma ci sono altre motivazioni, oltre alle difficoltà di coabitazione, dietro questa decisione che ha colto di sorpresa anche buona parte della redazione di ‘Libero’? Come sempre, potrebbe c’entrare anche la politica.
Ad insinuarlo è, per esempio, Augusto Minzolini, che in un tweet si domanda: “Libero cambierà posizione sul referendum? Sarà attratto nell’area del Sì? Nell’era renziana può succedere anche questo”.
Le voci si rincorrono da settimane e raccontano che da un po’ di tempo Angelucci chiedeva al direttore, non tanto di cambiare linea, quanto di moderare certi suoi fondi. Soprattutto, viene raccontato, quelli che attaccavano più direttamente gli affari delle famiglie Renzi e Boschi.
Il premier non avrebbe gradito e Denis Verdini, che con il suo partito “Ala” sostiene l’esecutivo, avrebbe fatto presente all’amico-editore.
Fin qui i rumors. Ma ci sono anche i fatti. Uno in particolare, un pranzo.
Circa una settimana fa, infatti, seduti a un tavolo del ristornate “Il moro”, vicino a Fontana di Trevi, si erano ritrovati proprio Maurizio Belpietro, Angelucci e Denis Verdini.
Piatto forte, ca va sans dire, proprio la gestione del quotidiano “Libero”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 17th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO DE ANGELIS ARRIVERA’ LUNA
Un’altra rivoluzione per salvare l’Unità .
Dal 1° giugno, a meno di colpi di scena, alla direzione del quotidiano fondato da Gramsci arriverà Riccardo Luna per giocare la carta dell’innovazione tanto cara a Renzi, mentre Erasmo D’Angelis dovrebbe tornare come dirigente a Palazzo Chigi dopo appena un anno dal ritorno in edicola.
Per la redazione si profila un momento durissimo, visto che per contenere i costi l’editore prevede di dimezzare il numero dei giornalisti: da 33 a 16.
L’operazione, con i conti del giornale in profondo rosso, è stata avviata sotto la supervisione diretta di Matteo Renzi, che punta a rilanciare il foglio, di cui il Pd possiede il 20%. In un anno di esercizio, l’editore è arrivato a perdere oltre 250 mila euro al mese, un fardello insostenibile.
Così al Nazareno, prima di rischiare un colpo d’immagine durissimo come quello di una nuova chiusura in un momento politico delicato, hanno deciso di voltare pagina. Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd, ha seguito la vicenda per evitare il disimpegno del gruppo Stefanelli-Pessina, editore con l’80%.
Se si esclude il boom di vendite nei giorni del ritorno in edicola, con tanti vip dem che si scattavano selfie con l’Unità in mano, i numeri sono poi crollati: 60 mila copie stampate e una media di circa 8 mila vendute.
I tagli partiranno dalla carta: addio al formato «lenzuolo» e ritorno al tabloid.
Il segretario ha affidato a Luna un ruolo chiave per rilanciare il giornale, puntando sull’interazione con i social network ed i video del sito unità .tv, anche per giocare la dura battaglia in vista del referendum di ottobre sulla riforma costituzionale.
Luna, 51 anni, ha lavorato a lungo per Repubblica, poi al Corriere dello Sport e a Il Romanista, che svelò le carte di Calciopoli.
In seguito Luna ha diretto Wired, mensile dedicato all’innovazione, per poi intervenire sul palco della Leopolda raccontando la rivoluzione digitale di cui l’Italia ha bisogno per ripartire.
Un curriculum non proprio da Unità , ma su cui Renzi ha voluto investire per rilanciare l’identità del foglio gramsciano, attualizzandolo dopo il tentativo fallito di quest’anno.
Claudio Bozza
(da “il Corriere dela Sera”)
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Aprile 20th, 2016 Riccardo Fucile
REPORT SENZA FRONTIERE: SIAMO 33 POSTI SOTTO IL BOTSWANA E DIETRO IL NICARAGUA…IN TESTA LA FINLANDIA, PERDIAMO 4 POSIZIONI IN UN ANNO
Più in basso del Nicaragua, più giù della Moldavia e più ancora dell’Armenia.
E’ lì che si piazza l’Italia nella classifica di Reporters sans frontières (Rsf), termometro della libertà di stampa nel mondo.
La Penisola continua a perdere posizioni a ora saluta il già tutt’altro lusinghiero 73esimo posto dello scorso anno scivolando al 77esimo: peggio, all’interno dell’Unione Europea, solo Cipro, Grecia e Bulgaria.
Il motivo? Pressioni, minacce e violenze subite dai cronisti.
Nel motivare questa posizione nel ranking annuale, la ong con sede a Parigi fa riferimento al fatto che “a maggio 2015 il quotidiano La Repubblica ha riportato che fra 30 e 50 giornalisti sono sotto protezione di polizia perchè sono stati minacciati” e aggiunge che in Vaticano “è il sistema giudiziario che attacca i media“: il riferimento è all’indagine su Gianluigi Nuzzi e Emiliano Fittipaldi per lo scandalo Vatileaks.
“Due giornalisti rischiano otto anni di carcere per la pubblicazione di libri che rivelano i malaffari della Santa Sede”, si legge nel rapporto
Pure il Botswana, che perde anch’esso posizioni, si attesta comunque al 43esimo, appena sotto il Burkina Faso, surclassandoci nettamente.
“Sfortunatamente — ha commentato il segretario generale di Rsf Christophe Deloirell — è chiaro che molti dei leader mondiali stanno sviluppando una forma di paranoia nel legittimare il giornalismo”.
“Il livello di violenza — è dunque il giudizio generale di Rsf sulla situazione – contro i giornalisti (comprese intimidazioni verbali e fisiche, e minacce di morte) è allarmante“.
La graduatoria, sottolinea ancora Rsf, rivela “l’intensità degli attacchi di Stati, ideologie e interessi privati contro l’indipendenza del giornalismo“.
Le prime cinque posizioni sono occupate da Finlandia, che mantiene il primo gradino del podio dal 2010, Olanda, in salita di tre posizioni rispetto al 2015, Norvegia, in calo di una, Danimarca, un gradino sotto lo stesso anno e Nuova Zelanda, che guadagna un posto.
Tra i balzi in avanti più significativi, quello della Svizzera, che in un solo anno lascia la 20esima posizione per guadagnare la settima: non tanto per suoi meriti particolari, sottolinea Rsf, quanto piuttosto per via del preoccupante peggioramento degli altri Paesi, in un contesto che nel suo complesso si è degradato.
Altra novità rilevante di questa classifica è l’aggiornamento dell’indice regionale, che vede l’Europa sopravanzare nettamente l’Africa, che a sua volta per la prima volta scavalca il continente americano.
Grandi progressi per la Tunisia e per l’Ucraina, per la relativa tregua nel conflitto.
Peggiora invece la situazione in Polonia, dove un Governo ultraconservatore ha operato una stretta sui media; in Tagikistan, dove il regime ha subito una deriva autoritaria; e in Brunei, che perde 34 posizioni per l’imposizione della sharia.
Gli ultimi tre ranghi restano appannaggio di Turkmenistan, Corea del Nord ed Eritrea, fanalino di coda tra i 180 Paesi censiti.
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2016 Riccardo Fucile
“SILVIO SI SENTE UNA QUERCIA, MA SOTTO LE QUERCIE NOM CRESCE MAI NULLA”… LA MELONI TENTENNA TROPPO, SALVINI HA ASPIRAZIONI SBAGLIATE
Oggi il candidato sindaco a Roma del centrodestra pare sia Guido Bertolaso, lo conferma Silvio
Berlusconi. Ieri no. Domani forse. Napoli la danno (quasi) per persa, meglio mandare un commissario in Campania; Matteo Salvini oggi è coeso, ieri meno, domani chi può dirlo; Giorgia Meloni aspetta, a volte si “veste” da intrepida e rassicura tutti “tranquilli, la coalizione è unita, abbiamo i candidati”; in altre le sorge qualche dubbio e scompare dai giornali. Meglio non dichiarare.
E lo stesso Berlusconi?
“Pensa sempre come Alberto Sordi nel Marchese del Grillo, lo ricorda? ‘Io sono io e voi non siete un cazzo’…”, sintetizza Vittorio Feltri.
Con lui cerchiamo di comprendere le condizioni politiche (e psicologiche) del centrodestra.
Direttore, sembra il caos.
Questi sono in uno stato confusionale, ma non da oggi, da almeno un paio di anni, da quando Berlusconi si è adattato al governo presieduto da Enrico Letta: da qual momento sono nate le prime contraddizioni esplicite, con alcuni componenti di destra da una parte e altri finiti dall’altra.
Poi la situazione si è aggravata con l’arrivo di Matteo Renzi.
Sì, con lui è giunto il tonfo.
Va bene, ma qual è o quali sono stati i momenti chiave di questo crollo?
I tanti, troppi addii: in poco tempo si è passati da un centrodestra forte e unito, a liti perenni e divisioni, con Berlusconi imperterrito nel mantenere un atteggiamento cesaristico, quando perdere sia Fini che Casini è stato eccessivo.
Per proseguire con Alfano, definito senza “quid”…
Già , poi ancora Fitto e soprattutto Denis Verdini. Oggi è chiaro che non c’è più niente, ed è anche chiaro che ricostruire una coalizione comporta delle difficoltà insormontabili.
Oggi poi rispetto a Berlusconi sono cambiati i pesi specifici e gli interlocutori.
Con la Meloni che guida un partitino, mentre Salvini ha un partitone che comanda e determina.
Non è chiara la strategia dell ex Cavaliere.
Oltre alla “debolezza” da Marchese del Grillo, lui sogna di abbandonare la politica in un momento nel quale non è più in disgrazia.
Questa è una sua riflessione o ha ricevuto una confidenza?
Una mia riflessione, però lo conosco bene. Comunque una questione importante sono i soldi…
Che mancano o che nessuno vuole mettere.
E invece sono fondamentali per una campagna elettorale: ai tempi di Gabriele Albertini candidato sindaco di Milano, nessuno lo conosceva, tutti pensavano al mediano del Milan (Demetrio). Affissioni e appuntamenti sono stati fondamentali e bisognerebbe muoversi ancora su quella strada.
Renzi ora appare irraggiungibile.
Tutti questi attacchi rivolti al premier hanno certamente una giustificazione, come voi del Fatto quotidiano sapete bene, ma prima di Renzi abbiamo assistito a dei governi comici. Questo non è assolutamente peggio dei passati.
Si riferisce solo a Monti prima, Letta poi?
No, anche all’ultimo Berlusconi. Lui (l’ex Cavaliere) fu bravissimo nella campagna elettorale del 1994, ma poi la coalizione creata non stava insieme nemmeno con lo sputo, piano piano sono uscite fuori tutte le contraddizioni come tra Fini e Casini, Fini e la Lega. Il collante era Berlusconi e solo Berlusconi.
Anni fa il centrosinistra schiacciato sembrava sognare un “Obama bianco” per risollevare le sorti. Ora lo stesso “Obama” appare il miraggio del centrodestra…
È esattamente così. Oggi il centrosinistra ha più il problema dei 5Stelle, Renzi vuole loro al ballottaggio per puntare ai voti della destra, così ora attacca i sindacati. E per carità , vista la mia storia, su questo sono anche concorde.
Ma a Parma, nel 2012, la destra ha votato per Pizzarotti (5Stelle) come sindaco, con l’obiettivo di non far vincere il Pd.
Altro periodo: allora c’era euforia e curiosità verso il Movimento, oggi sono abbastanza conosciuti e anche loro puntano ai voti del centrodestra.
L’ex Pdl da coalizione è diventato un bacino da conquistare.
A quanto pare, ma è facile se non c’è nessuno a catalizzare.
Giudizio sulla Meloni.
È anche simpatica, ma in questo periodo non ho capito il suo atteggiamento.
Su Salvini.
Cerca un modo di condurre il gruppo, perchè crede sia ricomponibile, ma in questo sbaglia, non c’è più un assetto.
A Roma c’è chi pensa al commissario straordinario Francesco Paolo Tronca come possibile exit strategy del centrodestra.
Lo conosco come Prefetto di Milano, non so molto di più; ma Roma vive una situazione straordinaria, particolare, e magari una scelta del genere sarebbe giustificata più dal momento giudiziario che da quello politico.
Roma è un problema così grande da terrorizzare i candidati.
Secondo me Renzi vuole far vincere i 5Stelle, in questo modo se governano positivamente bene per loro, ma se sbagliano li elimina dal suo orizzonte.
Berlusconi insiste su Bertolaso.
Assurdo candidare e mettere la faccia e le energie verso uno che è sotto processo.
Il centrodestra dovrebbe organizzare delle primarie?
Vuole scherzare? Sono una cagata pazzesca, non sono disciplinate per legge, sembra piuttosto di stare dentro una bocciofila dove ognuno si fissa le regola che preferisce. Negli Stati Uniti sono regolate, mica improvvisate.
Lei voterebbe Trump o Clinton?
Non sono statunitense, quindi non posso dare un giudizio, ma lì, oggi, il voto mi sembra più indirizzato verso l’aspetto emotivo che razionale, e per questo credo vincerà Trump.
I sondaggi lo danno in svantaggio.
Perchè su di lui la gente, l’elettorato non dice la verità , accadeva lo stesso processo nell’Italia negli anni Settanta, quando non conoscevo una persona che ammettesse: sì, io voto Democrazia cristiana. Eppure vincevano sempre loro.
Di tutti gli abbandoni che ha elencato prima, qual è stato il più grave per Berlusconi?
Verdini, un addio micidiale, sapeva organizzare, tenere i contatti, gestire il partito.
Era una sorta di Carlo Ancelotti nel centrocampo del Milan anni Ottanta.
Sì, esattamente così. Poi la questione è una: Berlusconi non ha costruito la sua successione.
Troppo concentrato su se stesso?
Si è sempre sentito e si sente ancora oggi una quercia; ma lo sanno tutti: sotto le querce non cresce mai nulla.
Alessandro Ferrucci
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 2nd, 2016 Riccardo Fucile
DALL’UNIONE NASCERA’ UN’AZIENDA DA 750 MILIONI DI FATTURATO CHE CONTROLLERA’ IL 20% DEL MERCATO
L’operazione “dimostra l’impegno di lungo periodo di Cir, del suo management, della mia famiglia e mio personale nello sviluppo del Gruppo Espresso”.
Con queste parole Rodolfo De Benedetti, presidente della holding che controlla il gruppo Espresso, ha annunciato la firma del memorandum di intesa con Itedi, la società che controlla La Stampa e il Secolo XIX, in vista della fusione delle due case editrici in un nuovo polo a cui faranno capo il quotidiano torinese, quello ligure e Repubblica.
L’operazione segna l’inizio dell’uscita della Fiat dall’editoria italiana dopo oltre un secolo.
Oggi il capitale dell’ItEdi è per il 77 per cento di Fca (Fiat Chrysler) e per il 23 dell’Ital Press Holding, la società di Claudio Perrone, l’ex editore del Secolo XIX.
La società verrà inglobata dal gruppo presieduto da Carlo De Benedetti.
Nel 2014 l’Espresso ha registrato ricavi netti consolidati per 643,5 milioni e un risultato positivo di 8,5; mentre ItEdi ha avuto soltanto 110 milioni di fatturato e un utile di 624mila euro.
Considerati i rapporti di forza, agli azionisti di Itedi andrà quindi una piccola quota di minoranza del gruppo Espresso.
Il passaggio cruciale: la porzione del Gruppo Espresso che spetterà a Fca sarà redistribuita fra i suoi azionisti.
In questo modo la Fiat, una compagnia che produce automobili e non giornali, come ripete sempre l’ad Sergio Marchionne, uscirà dall’editoria italiana.
La holding Exor, cassaforte degli investimenti della famiglia Agnelli presieduta da John Elkann, avrà un peso molto ridotto. Perchè Exor è titolare del 30 per cento di Fca, che corrisponde a un terzo della quota spettante ai soci di ItEdi nel gruppo di De Benedetti.
La conseguenza è chiara. Visto che non ci saranno patti di sindacato (cioè accordi tra azionisti per prendere decisioni comuni) — e a meno di pesanti nuovi investimenti di Exor — quando verrà scelto il consiglio di amministrazione del Gruppo Espresso allargato, non sarà Elkann a decidere, ma l’asse Rodolfo De Benedetti-Monica Mondardini.
Magari l’Ingegnere Carlo De Benedetti, 82 anni, continuerà a mantenere la presidenza e una voce sulla scelta dei direttori, ma è chiaro che c’è un salto generazionale: si passa dagli assetti dell’editoria determinati dall’epoca dominata da Gianni Agnelli e Carlo De Benedetti (e Silvio Berlusconi), a un nuovo equilibrio. John Elkann, nipote prediletto di Giovanni Agnelli, resta in Italia, ma i soldi di Exor li ha investiti sul settimanale globale The Economist.
Manca soltanto un tassello per rinnovare lo scenario: Rcs e il Corriere della Sera, da sempre sotto la responsabilità finanziaria e civile degli Agnelli.
Da tempo John Elkann ha deciso di uscire e in questo caso Fca e Marchionne non c’entrano: l’investimento del 16,7 per cento è tramite l’accomandita Giovanni Agnelli e C. Elkann ha perso il suo amministratore delegato, Pietro Scott Jovane, e non ha alcuna intenzione di partecipare al possibile aumento di capitale che potrebbe essere necessario da qui a un anno.
L’operazione ItEdi-Espresso offre all’erede di Gianni Agnelli l’occasione di disimpegnarsi da Rcs presentando l’addio come una scelta obbligata: è chiaro che neppure nel Paese di Mondazzoli (Mondadori + Rizzoli) si può sommare la presenza nel capitale dei due principali gruppi che editano i grandi quotidiani.
Pare che John Elkann abbia già individuato il percorso finanziario per lasciare Rcs, anche se sarà doloroso, con inevitabili minusvalenze.
Ancora non è chiaro se qualcuno degli altri soci è interessato a rilevare la quota di controllo, Diego Della Valle e Urbano Cairo hanno spesso contestato la gestione ma non sono pronti a spendere abbastanza da comandare.
Quando è nata ItEdi accorpando Secolo XIX e Stampa, l’alleanza è stata pensata fin da subito con una declinazione editoriale: articoli condivisi per ridurre i costi, visto che i due mercati regionali (Piemonte e Liguria) non sono sovrapposti.
Nel caso della fusione tra ItEdi e Gruppo Espresso, invece, l’operazione è tutta finanziaria. Non nasce un giornale unico.
Il nuovo direttore di Repubblica, Mario Calabresi, è già espressione della sintonia tra due mondi sempre tangenti ma distanti (De Benedetti è anche stato ad di Fiat per i famosi 100 giorni), cresciuto da giornalista a Repubblica e da direttore a La Stampa. Intorno a Calabresi, il nuovo Gruppo Espresso costruirà l’editoria post-Fiat.
Stefano Feltri e Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
“BENE LE RIFORME, MA LA STELLA STA RAPIDAMENTE SBIADENDO”
In due anni Matteo Renzi è riuscito a dare all’Italia ciò di cui aveva bisogno? 
Provano a chiederselo alcuni giornali stranieri, come Guardian, Figaro, Irish Times e altri nel tracciare un bilancio sul mandato del premier fiorentino.
Quasi tutte le testate straniere che hanno deciso di commentare il percorso del nostro governo concordano nella riuscita di Renzi su alcuni passaggi principali – in primis le riforme – ma la paura è che la stella di Matteo, piena di ambizioni, stia con il passare dei giorni a Palazzo Chigi lentamente “sbiadendo”.
Per Figaro “Il ‘super-riformista’ Renzi scuote l’Italia”. Il giornale francese dice che il premier italiano “ha fatto percorrere più strada all’Italia negli ultimi due anni che nei trent’anni precedenti”. Anche però si chiede se durerà a lungo. “E se la stella di Matteo Renzi stesse impallidendo?”, scrive il giornale, aggiungendo che oggi il governo si trova a dover “fronteggiare una crescita ancora debole”.
L’Irish time concorda con la spinta propulsiva di Renzi soprattutto sulle riforme ma teme che, in una marea di “promesse”, il successo del premier rimanga pallido rispetto alle ambizioni italiane di crescita e sviluppo
Analisi più approfondita sul Guardian che per decretare o meno la riuscita dei due anni renziani ha spacchettato gli obiettivi del governo italiano fra quelli “raggiunti” e “non raggiunti”: più o meno un pareggio.
Per il quotidiano britannico Renzi è riuscito a rafforzare l’economia del paese (“in crescita anche se a un ritmo lento”) grazie anche all’aiuto a distanza di un altro italiano, il presidente della Bce Mario Draghi.
Positivo anche il giudizio sulle riforme e i segnali di progresso in tal senso. Anche la credibilità dell’Italia all’estero, nel dopo Berlusconi, per il Guardian è “cresciuta grazie a Renzi” (vedi Expo).
Altri due punti a favore del presidente del consiglio sono le “politiche sulla diversità di genere” (l’impegno per le il ruolo delle donne in particolare) e la voce forte di Renzi nei confronti dell’Ue nelle politiche anti austerity.
Proprio dall’Ue però inizia, per il Guardian, una serie di negatività da accostare al successo renziano.
Fra questi ad esempio l’incapacità di Matteo di contenere o esaminare le polemiche anti austerity e il crescente “populismo anti-Ue”.
Secondo punto, in fase di discussione in Aula in questi giorni, è quello sulle unioni civili. “L’Italia è l’unico grande paese nella parte occidentale d’Europa che non risconosce unioni civili o matrimoni gay”.
Il ddl Cirinnà sarà dunque, per il Guardian, ago della bilancia per capire se in tema di diritti “Renzi riuscirò a modernizzare l’Italia”.
Infine, altri tre passaggi dolenti sottolineati dagli inglesi: la crisi dei migranti, la situazione delle banche e il Sud Italia.
Questi tre macro temi sono, a detta del quotidiano britannico, i tre talloni d’Achille del premier.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 31st, 2016 Riccardo Fucile
CHIUDE LA PUBBLICAZIONE SUL CALCIO GIOVANILE, NONOSTANTE MILIONI DI CONTRIBUTI GOVERNATIVI
Da una prospettiva che mescola stampa, sport e tifo, siamo davanti a un giornale precursore. In
tante cose. Tipo l’intuizione che il calcio giovanile (Esordienti, Pulcini e campionati Primavera) rappresentasse un bacino di lettori affatto disprezzabile. Famiglie intere – papà e mamme ultrà , se non gli stessi giocatorini – pronte al lunedì a fiondarsi in edicola pur di leggere il nome del pargolo aspirante campioncino nel resoconto, bastavano anche poche righe, di epiche sfide disputate nei più improbabili campetti della periferia romana.
Ma il Corriere Laziale, pubblicazione dalla storia circa trentennale, vanta anche altri record. Di sicuro quello di avere incamerato in 6 anni la bellezza di dieci milioni 254.825 euro. Soldi pubblici.
Quelli in arrivo dalle provvidenze previste dalle leggi per l’editoria che hanno finanziato tante testate: dai grandi organi di partito a sconosciuti fogli di provincia. Una cascata di danaro che pure non è servita a evitare il fallimento della pubblicazione edita da una cooperativa, la Edilazio ’92.
Le cronache delle partitelle
Il tribunale fallimentare di Roma ne ha decretato la chiusura con una sentenza depositata in cancelleria il 15 gennaio.
Una crisi inevitabile a partire dal 2012, dopo lo stop all’annuale mancia di Stato che irrorava l’attività del giornalino. Tanti saluti così alle cronache delle partitelle da Casalotti, Sezze, Cave, Montalto, Vitorchiano e da ogni borgo del Lazio sparso tra Agro e Appennini.
A scrivere quegli articoli – poco più delle formazioni, i gol, la descrizione di qualche azione e talvolta le pagelle dei calciatorini – inviati a tamburo battente dopo il fischio finale, c’erano reggimenti di autori.
Giovanissimi aspiranti giornalisti pronti a narrare il derby tra i Pulcini della Pescatori Ostia e quelli dell’Ostiamare con lo stesso pathos di una finale di Champions League. Ma anche allenatori, dirigenti, accompagnatori, qualche tifoso di buona volontà . Animati tutti da null’altro che la passione.
560 iscritti all’Ordine del giornalisti pubblicisti
Il Corriere Laziale ha stabilito però anche un altro primato. La rivista diretta dal burbero Eraclito Corbi, oggi vigoroso ottantenne, vanta anche il record- lo aveva segnalato Sergio Rizzo sulle pagine del Corriere della Sera – delle tessere professionali sfornate: oltre 560 iscritti all’Ordine del giornalisti pubblicisti del Lazio. Come sia stato possibile, lo spiegava un esposto che la presidente dell’Ordine, Paola Spadari, presentò nel 2014 alla Procura della Repubblica.
Con tanto di testimonianze e verbali. Il Corriere Laziale aveva messo in piedi una specie di fabbrica di pubblicisti, una catena di montaggio funzionante a pieno ritmo.
Il giornale reclutava giovani aspiranti giornalisti da impiegare per le cronache. Ma a «zero compensi». Anzi: talvolta dichiarando di aver ricevuto inesistenti pagamenti, quelli necessari a dimostrare l’attività per l’iscrizione all’Ordine.
Quattro redattori licenziati
Non basta. I soldi incassati dal dipartimento per l’Editoria della presidenza del Consiglio non hanno evitato licenziamenti in redazione. Ne ha dato notizia dopo il fallimento l’Associazione Stampa Romana che, per bocca dell’avvocato Raffaele Nardoianni, ha raccontato dei quattro cronisti che nel 2013 persero l’impiego «senza che venisse loro corrisposta nè l’indennità di mancato preavviso, nè il trattamento di fine rapporto».
Niente tfr ai dipendenti, dunque, nonostante la generosità delle provvidenze al giornale che in certi periodi usciva con cadenza bisettimanale.
Cifre cospicue: un milione 873.417,31 euro nel 2006, un milione 872.667,94 l’anno dopo, un milione 904.503,29 nel 2008 e così via sino ad arrivare al milione 047.868,56 euro del 2011, ultimo anno di elargizioni.
Cessate nel 2012 , dopo un controllo dell’Inpgi (l’istitituto previdenziale dei giornalisti) che ha stabilito che la cooperativa non aveva più diritto agli aiuti. Da qui la crisi e la picchiata dei conti verso il fallimento.
Come sono stati spesi quei soldi?
A questo punto la domanda tra l’ovvio e l’inevitabile: come sono stati spesi quei soldi? Una risposta, naturalmente di parte, arriva dallo stesso direttore con una specie di recente lettera aperta pubblicata online.
Corbi esordisce in questo modo: «Lo confesso: sono colpevole. È così. E ho sperperato generosità . Due parole, impresa e generosità , che non possono stare insieme». Poi precisa: «Non sono nè un “furfante”, nè un “ladrone”». Ammonisce: «Chi lo afferma ne risponderà davanti al giudice». «Non mi sono imbertato nulla» assicura parlando di 4 milioni finiti nella voce stipendi tra cui il suo, di 3.500 euro al mese, «che negli ultimi tempi neanche percepivo per dare la precedenza ai dipendenti».
Poi la tipografia (qui però non vengono chiarite cifre), «una redazione confortevole, aria condizionata d’estate e riscaldamento d’inverno», «sito internet e web-tv», «un giornale che ritenevo bello e interessante».
«Avessi messo quei 10 milioni di euro in qualche conto in un paradiso fiscale caraibico col cavolo che ancora starei qui, a quasi 80 anni, a sputare il sangue».
Infine la franca ammissione: semmai «sono stato un pessimo imprenditore».
Alessandro Fulloni
(da “il Corriere della Sera”)
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