Luglio 25th, 2015 Riccardo Fucile
IL CONDUTTORE DI “PIAZZA PULITA”: “CHI ESERCITA IL DIRITTO DI CRONACA DEVE ESSERE TUTELATO QUANDO I FATTI SCOPERTI SONO DI INTERESSE PUBBLICO”
Cresciuto nella scuderia di Michele Santoro, diventato conduttore di un talk show di successo come Piazzapulita, Corrado Formigli ha le idee molto chiare sull’emendamento di Area popolare che prevede il carcere per gli autori di registrazioni pirata.
Cosa pensa di questa vicenda?
“Do per scontato che chi esercita il diritto di cronaca, che è un diritto garantito dalla Costituzione, venga tututelato quando i fatti scoperti sono di interesse per l’opinione pubblica”.
Nell’emendamento, le limitazioni riguardano solo i fatti che costituiscono reato. È d’accordo?
“No. Esiste anche un interesse pubblico riguardo ad alcune registrazioni che va tutelato quanto la privacy dei singoli cittadini. Dev’esserci una compensazione di interessi. Per come la si sta raccontando, questa norma è insidiosa per il diritto di cronaca. Come minimo mi aspetterei che se ne discutesse apertamente, con il coinvolgimento di tutte le parti in causa, e non che spuntasse a fine luglio, alla chetichella”.
Accade periodicamente. Secondo lei perchè?
“Perchè la politica sogna giornalisti che fanno il compitino e vanno a casa presto la sera, mentre il nostro mestiere è anche farci gli affari degli altri. Non sempre le registrazioni che pubblichiamo rivelano reati, ma fatti di opportunità politica, conflitti di interessi, relazioni discutibili che i cittadini hanno il diritto di conoscere”.
Non crede che a volte si sia esagerato?
“È successo che si sia abusato dell’uso delle intercettazioni mettendo in piazza fatti personali e privati, ma questo non ha niente a che fare con il diritto di cronaca. Dev’essere quello, il discrimine”.
Ha mai avuto problemi per registrazioni pirata mandate in onda?
“Leggo che il Movimento 5 Stelle è in prima linea nel contrastare questa norma. Fa loro molto onore, perchè sono stati vittima della registrazione in cui Giovanni Favia parlava di Gianroberto Casaleggio lamentando il suo strapotere. Avevamo pubblicato quelle parole per il diritto dei cittadini di conoscere il funzionamento di un partito importante nel panorama politico italiano”.
Un’altra volta toccò a Berlusconi.
“Era una telefonata con un parlamentare dell’allora Pdl in cui l’ex premier accusava Napolitano di orientare la sentenza Mediaset in Cassazione. Chi può dire che non fosse rilevante? Sarebbe assurdo mettere in carcere l’autore di quella registrazione. È solo un giornalista che ha fatto il suo dovere”.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
E’ NELL’ELENCO DEI CLIENTI DEL BARONE DEL RICICLAGGIO DOLFUS
Guido Veneziani molla la presa sull’Unità , ma non del tutto. 
È la prima conseguenza delle indagini per bancarotta fraudolenta a carico dell’editore che, come rivelato da ilfattoquotidiano.it riguardano le vicende della stamperia piemontese Roto Alba, ormai sull’orlo del fallimento.
Ma la decisione del Pd e degli altri soci del quotidiano per cavarsi dall’imbarazzo rischia di trasformarsi nella più classica toppa che allarga il buco, visto il curriculum del nuovo azionista di maggioranza del giornale, Massimo Pessina, che già aveva tentato l’impresa un anno fa senza però riuscirci.
Il cambio in corsa si è consumato venerdì 22 maggio, nel corso della riunione del consiglio di amministrazione dell’editrice, alla quale viste le problematiche delicate da affrontare, ha partecipato anche il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, che insieme al segretario Matteo Renzi ha in mano la partita del rilancio del quotidiano fondato da Gramsci.
Qui Veneziani ha presentato le sue dimissioni da presidente del cda e ha accettato di diluire le sue quote, a vantaggio della Piesse srl, il cui 60% attualmente fa capo a Pessina, mentre il restante 40% è intestato a Guido Stefanelli, l’amministratore delegato della Pessina Costruzioni anche se secondo l’editrice la proporzione è stata recentemente invertita.
A loro, in ogni caso, andrà il 76% della società editrice contro il 38% detenuto in precedenza, mentre Veneziani scenderà dal 57 al 19 per cento.
Invariata la quota del Pd, il 5% custodito nella fondazione Eyu.
L’ormai ex cavaliere bianco del quotidiano, contattato da ilfattoquotidiano.it spiega il suo passo indietro con la volontà “di non mettere in imbarazzo il partito del presidente del consiglio”, sebbene sostenga che l’avviso di garanzia ricevuto “è illegittimo, perchè ipotizza la bancarotta fraudolenta per un’azienda che non è ancora fallita”. Aggiunge poi di avere trovato “solidali” Bonifazi e tutti i consiglieri: “Mi è stato chiesto fortemente di rimanere nella compagine sociale, visto che da sei mesi studio questo progetto editoriale. E io ho accettato di continuare a essere l’editore della prossima Unità ” che deve tornare in edicola entro il 30 giugno e che al momento è ancora senza direttore, ma ha già un vicedirettore, Vladimiro Frulletti, il giornalista che per il quotidiano seguiva Renzi che ha ricevuto l’incarico venerdì.
Ufficialmente, invece, nelle intenzioni del Pd il passaggio di testimone tra Veneziani e Pessina in testa all’azionariato, dovrà garantire “trasparenza e massima tutela e affidabilità del nuovo progetto editoriale”, come ha sottolineato Bonifazi in una nota esprimendo forte apprezzamento per il gesto dell’editore che “mira a sgombrare il campo da ogni speculazione”.
Peccato che il patron dell’omonima società di costruzioni che si è fatto avanti, abbia di suo da tempo una lunga lista di cose su cui fare trasparenza.
Ultima in ordine cronologico la sua presenza nell’elenco dei clienti italiani di Filippo Dollfus, il barone del riciclaggio internazionale arrestato a Milano all’alba del 26 aprile scorso.
Il nome di Pessina, infatti, compare nella lista di coloro che si erano affidati al finanziere svizzero e ai suoi associati per “trasferire all’estero ed occultare denaro o utilità nella gran parte dei casi provenienti da delitti di appropriazione indebita, evasione fiscale, corruzione o riciclaggio”, come si legge nell’ordinanza depositata il 29 aprile scorso.
Sempre per restare in tema di evasione, il costruttore figura anche tra i clienti della Hsbc di Ginevra svelati dalla lista Falciani: secondo quanto riportato dall’Espresso il 18 febbraio scorso, è stato titolare di un conto chiuso nel 2003, quando il deposito ammontava a circa 9mila dollari.
Una scoperta che non stupisce, visto che prima ancora Pessina, citato anche nelle carte dell’inchiesta sugli appalti Expo insieme a Stefanelli e salito agli onori delle cronache per essere stato tra i finanziatori dell’ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati con 15mila euro, era comparso nell’elenco dei “furbetti di San Marino“. Ovvero la lista degli italiani che avevano portato i loro soldi nella Smi Bank del Titano venuta a galla nel 2010.
E, giusto per non farsi mancare niente, due anni prima il nome di Pessina e dei suoi familiari era spuntato anche tra quelli degli italiani titolari di conti a Vaduz, in Liechtenstein, con depositi complessivi per oltre 30 milioni di euro.
Luigi Franco e Gaia Scacciavillani
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 20th, 2015 Riccardo Fucile
I RE DELLE CLINICHE PRIVATE PUNTANO A RILEVARE IL QUOTIDIANO ROMANO DAL RE DEL MATTONE BONIFACI…SI PROFILA UNO SVUOTAMENTO DI “LIBERO”, TROPPO COSTOSO SENZA CONTRIBUTI PUBBLICI
Un nuovo editore per il quotidiano Il Tempo: la famiglia Angelucci.
Nella trattativa, agli sgoccioli, i proprietari di Libero mettono sul piatto una cifra che si aggira intorno ai 15 milioni di euro. Milione più, milione meno.
I “re delle cliniche private” — se ne contano 25 in Italia — puntano dritto sul quotidiano romano, rilevandolo dal “re del mattone” Domenico Bonifaci, che tra beghe e debiti tenta di venderlo.
Sono anni ormai che il giornale romano del centrodestra è in crisi: le edizioni locali sono chiuse e s’è avviata una forte ristrutturazione aziendale.
Si paventa anche l’ipotesi di una richiesta di concordato preventivo da parte di Bonifaci. Ipotesi che potrebbe far gola ad Angelucci perchè acquisirebbe il giornale a un valore stracciato.
Con l’arrivo degli imprenditori della sanità potrebbe profilarsi uno scenario che vede Libero soccombere, con un suo progressivo svuotamento (è costoso tenerlo in vita, soprattutto da quando il dipartimento dell’editoria ha chiuso i rubinetti dei contributi) in favore de Il Tempo, portando così a Piazza Colonna editorialisti di peso, sui cui nomi, al momento, c’è il massimo riserbo.
Certo è che per Angelucci, il cui core business è concentrato principalmente nella Capitale, scalare il diretto concorrente de Il Messaggero è un affare di grande impatto. Il Tempo — che fu diretto da Gianni Letta — passa di dinastia in dinastia.
È il 1996 quando Bonifaci lo compra per 70 miliardi di lire da un altro “re” di Roma, Francesco Gaetano Caltagirone, costruttore e proprietario del gruppo de Il Messaggero.
Primo direttore della testata romana della nuova era è Maurizio Belpietro. Ma viene licenziato dopo sei mesi.
Antonio Angelucci e Domenico Bonifaci hanno in comune molte cose. Entrambi abruzzesi, entrambi trapiantati a Roma da tempo incalcolabile, sono imprenditori di lungo corso — uno del mattone, l’altro della sanità — e hanno in comune anche la passione per l’editoria.
C’è anche un altro dettaglio in comune: i guai giudiziari.
Bonifaci, classe 1937, self made man con la licenza elementare, era l’uomo della “provvista” costituita per la maxi tangente Enimont: Sergio Cusani si rivolse a lui per ottenere 142 miliardi di fondi neri, utili a Raul Gardini per uscire da Enimont. Bonifaci patteggiò e pagò 50 miliardi di lire.
Angelucci padre, classe 1944, un po’ più istruito del suo collega — ha la licenza media — è il presidente di Tosinvest Spa, holding con indirizzo in Lussemburgo, che controlla tutte le attività di famiglia.
Il pallino per i giornali lo spinge a entrare nel mondo dell’editoria.
È il 1998: acquista il 24,5% delle quote de L’Unità , ma ne esce due anni dopo, durante la liquidazione del giornale.
La passione per i giornali è tale che, dopo l’avventura al quotidiano fondato da Gramsci, gli Angelucci fondano Il Riformista e rilevano Libero.
La famiglia Angelucci entra nel mirino dei magistrati di Bari per corruzione che ha condannato in primo grado Raffaele Fitto e Angelucci junior.
Secondo i giudici, l’ex governatore pugliese riceve un finanziamento di 500mila euro dall’imprenditore Giampaolo, ultimo figlio di Antonio, presidente di Tosinvest sanità che, in cambio, s’aggiudica un appalto, per sette anni, da 198 milioni di euro per la gestione di 11 residenze sanitarie.
I fatti contestati risalgono al periodo che va dal 1999-2005, quando Fitto era presidente della Regione Puglia. Ora il reato è prescritto.
E un’ultima indagine riguarda proprio l’attività editoriale di famiglia: è il 2013 quando Angelucci senior viene indagato per i contributi pubblici incassati da “Editoriale Libero” ed “Edizioni Riformiste”.
Contributi “doppi” e quindi illeciti, secondo l’accusa, che iscrive il parlamentare nel registro degli indagati con l’accusa di falso e truffa aggravata: per la Gdf, le due società avrebbero dichiarato di appartenere a editori diversi, aggirando così l’obbligo, per ciascun imprenditore, di chiedere finanziamenti per un solo giornale.
Dopo il fallimento del Riformista, però, gli Angelucci tornano alla carica: ora puntano a Il Tempo.
Loredana Di Cesare
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
“RENZI HA UNA CONCEZIONE AUTORITARIA DI OCCUPAZIONE DELLE ISTITUZIONI”… “L’ITALIA È UN PAESE AD ALTA DIGERIBILITà€, CHE AMA L’UOMO FORTE”
La parola più spesso pronunciata è responsabilità . Quella soltanto accennata, che sta dentro tutte le altre, è nostalgia.
“So cosa vuol dire, perchè l’ho già provata”, ha detto Ferruccio de Bortoli ai suoi giornalisti prima di lasciare via Solferino.
Era il 30 aprile, oggi ci riceve nel suo ufficio alla Fondazione Vidas: “Non ho fatto un giorno di vacanza”.
Sorride: “Sai, pensavo che la mia esperienza come direttore finisse con il Sole 24 Ore. Ho anche goduto di un tempo supplementare. Il ricambio, a tutti i livelli, è necessario”.
Parla di politica?
Non solo. Partiamo da una considerazione preliminare: la nostra classe dirigente ha progressivamente perso l’idea di quella che chiamo ‘responsabilità nazionale’. Insieme all’etica pubblica. La classe dirigente privata ha criticato spesso gli apparati pubblici e la politica per difetti che ha finito per mutuare, ingigantendoli. Questo è lo spaccato in cui sono venute meno anche le figure di riferimento morale.
La vostra generazione ha delle responsabilità .
Non c’è dubbio. Abbiamo avuto buoni maestri, siamo stati cattivi maestri. È successo nell’intera società : abbiamo avuto ottimi padri, che si sono sacrificati moltissimo, ma non sempre siamo stati all’altezza del nostro ruolo quando lo siamo diventati noi. Lo dico anche per esperienza personale. È chiaro che ci sono tante eccezioni, però è vero che è un po’ svanita la coscienza collettiva. Pur con i suoi difetti, il secolo dell’ideologia aveva un’idea complessiva di bene comune, che non è affatto la sommatoria degli interessi privati. Ecco, da noi il bene comune è diventato una sorta di res nullius, che non ci appartiene. Gli spazi pubblici fatichiamo a sentirli nostri, tant’è vero che li trattiamo molto male. In questo senso dico che la classe dirigente ha perso per strada il ‘sentimento’ della propria responsabilita’
Per esempio?
Nel continuo pensare che lo Stato debba svolgere un ruolo di supplenza; nel fatto che in tutti questi anni gradatamente si sono trasferiti costi privati sul pubblico; abbiamo vissuto per molto tempo al di sopra delle nostre possibilità : fenomeni che hanno finito per ridurre il senso di responsabilità della classe dirigente. Tutti siamo consci di difetti e problemi, ma molto raramente si fa autocritica. Carenze, limiti, fragilità appartengono sempre al nostro vicino, sono la caratteristica decisiva del nostro nemico, del nostro avversario. L’autocritica, sostanziale e costruttiva, non c’è stata dentro i corpi sociali, da Confindustria al sindacato, non c’è stata all’interno degli ordini professionali. Così si è arrivati alla balcanizzazione della situazione italiana.
Questo è vero anche per i giornali?
Sul mondo dei media sono molto critico, però rifiuto l’accusa di un’informazione che non fa il proprio lavoro. Perchè lo si dice pensando a un’informazione che dovrebbe avere un ruolo ancillare, essere una proiezione della comunicazione politica o d’impresa. L’informazione, e l’ho scritto, è per sua natura scomoda, deve illuminare gli aspetti oscuri. Dove non c’è informazione non c’è riconoscimento del merito, dei risultati; non c’è equità , non c’è concorrenza, non c’è nemmeno crescita economica. Abbiamo discusso a lungo dei costi di un’informazione sbagliata o reticente. Ma abbiamo parlato assai poco dei costi della non informazione, cioè spazi di società che non vengono toccati da un’informazione corretta, indipendente, perfino irritante. Quando i media non fanno sconti a nessuno c’è una maggiore circolazione delle idee, un maggiore confronto, e anche una maggiore legalità .
A cosa si riferisce?
I poteri — quello politico e quello finanziario — dovrebbero essere osservati, analizzati, seguiti con maggiore scrupolo e rigore. Penso anche al funzionamento degli organi pubblici, alla burocrazia, a legami sotterranei. Questo è un tema sul quale sono intervenuto più volte. Altrove si parla molto tranquillamente del ruolo di alcune associazioni.
La massoneria. Un argomento ricorrente nei suoi discorsi, a partire dal famoso editoriale sul patto del Nazareno e “l’odore stantio di massoneria”.
Come ho chiarito, non volevo dire affatto che il premier appartiene alla massoneria. Giravano molte voci ed era lecito porre una domanda di chiarezza. La libertà di associazione in Italia esiste. Ma se scelte o nomine di carattere pubblico o privato sono determinate da appartenenze di questo tipo, legittime ma non trasparenti, si deve sapere.
E dire che in Italia c’è stata la P2, il Corriere ne sa qualcosa.
Quello che è accaduto con la P2, come spesso capita per i fatti molto gravi, è stato dimenticato. L’Italia ha un rapporto difficile con la sua memoria, specie per quanto riguarda il passato prossimo. Così però si perde la percezione di credibilità , affidabilità , livello di onestà dei protagonisti della scena pubblica.
Abbiamo dimenticato Mani Pulite?
È stata rimossa. Tangentopoli è stata, diciamo, una fase in cui si è tentato di moralizzare il Paese, anche se non possiamo negare i limiti dell’azione giudiziaria, che credo abbia fatto luce solo su una parte del malaffare dell’epoca. Però dobbiamo dirlo: a differenza di adesso, era un malaffare indirizzato soprattutto ai partiti, mentre oggi mi sembra tutto indirizzato alle persone o ai gruppi di potere. Quella lezione non l’abbiamo storicizzata. Per esempio riguardo alla sostituzione dell’etica con la norma penale nel discorso pubblico: un tema che meriterebbe una riflessione ampia. Alla fine tutto si richiude: l’Italia è un Paese ad alta digeribilità , che non impara dai propri incidenti. Ci si rifà molto facilmente una verginità , e si cambia di aspetto e di maschera con grandissima velocità .
La politica è il miglior esempio.
Credo che il trasformismo sia una delle caratteristiche peculiari del nostro Paese, non solo nella politica. Uno degli straordinari difetti dell’Italicum, che peraltro il Fatto ha ben sottolineato, è che aumenterà il grado di trasformismo della politica. Il partito della Nazione è il trionfo del trasformismo. Ma come: ci siamo divisi tra bianchi e neri, tra guelfi e ghibellini, per una vita e poi improvvisamente confluiamo tutti in un grande partito!
Perchè è possibile adesso?
Intanto perchè c’è un solo grande protagonista, al quale ovviamente dobbiamo riconoscere grandi meriti
…e talenti, come lei ha scritto.
Matteo Renzi è uno straordinario comunicatore, è un politico raffinato. E poi c’è il disfacimento del centrodestra, di partiti che si erano in qualche modo stabilizzati in un bipolarismo molto claudicante nella Seconda Repubblica…
Berlusconi è finito?
Anche lui è stato un grande solista, ora incapace di passare il testimone: rischia di mangiare le proprie creature e di lasciare un’eredità che fa addirittura torto a quello che ha fatto. Comunque: in questa grande decomposizione del quadro politico l’Italicum favorisce il trasformismo, forse anche nella certezza di chi comanderà . Però il trasformismo, attenzione, è una malattia che mina alla base la democrazia. Vedo il rischio di un distacco tra la società e la politica: con la nuova legge elettorale non decidiamo più i nostri eletti, per il 60-70%, a Montecitorio
Lei è favorevole al monocameralismo.
Sì, ma dubito molto delle funzioni di un Senato ridotto a una Camera di secondo grado, eletta dai consigli regionali. Il pericolo è un progressivo distacco dei cittadini che non credono più nel governo, nella politica, nello Stato e nella possibilità di stare insieme. L’effetto collaterale dell’Italicum sarà di aumentare l’astensionismo: se l’offerta politica si riduce a un Partito della Nazione, e ad alcuni residuali cespugli, che non hanno la minima attrattività perchè sono perdenti nati… È avvenuto un cambio sostanziale nella forma di governo, siamo passati a un premierato forte: un passaggio che si è concretizzato con leggerezza colpevole. L’Italia, una democrazia immatura, ama l’uomo forte. Mentre la partecipazione è fatta da contrappesi, istituzioni che si rispettano. Siamo passati dal berlusconismo, che occupava le istituzioni anche con fini personali, a un impoverimento delle istituzioni, un indice importante del grado di salute della nostra democrazia.
I giornali sono stati all’altezza del passaggio?
Credo che in generale la media della stampa italiana sia stata più internazionale del proprio Paese, più avanzata sui temi dell’economia e della politica. Penso abbia svolto una funzione di stimolo e critica: dopodichè il giornalismo non fa mai abbastanza. Deve essere il più possibile acuminato, e contemporaneamente sapere che alla libertà si accompagna la responsabilità . Quando si sbaglia bisogna riconoscerlo. Per esempio credo che ci debba essere un maggiore rispetto per le persone: quanti abbiamo ‘condannato’ sulla base di inchieste che si sono rivelate totalmente infondate? Non ce la possiamo cavare con una breve in una pagina interna. Dobbiamo porci il problema di restituire a quelle persone la dignità . Più rispetto vuol dire anche più libertà : credo che questo sia un modo per immettere nel giornalismo anticorpi che possono difenderlo da una serie di condizionamenti subdoli, per esempio quelli del mondo pubblicitario, anche considerando che il settore non attraversa un periodo felicissimo dal punto di vista economico.
Lei ha detto che Renzi è allergico al dissenso, che mal sopporta le critiche. Le sue pare lo abbiano fatto particolarmente arrabbiare.
Non lo so. Vorrei ricordare che la novità di Renzi è stata salutata, anche da me, come una novità positiva: ha portato la sfida della modernità all’interno di un partito ancorato a vecchi schemi ideologici. Dopodichè, a me pare abbia mutuato dalla controparte molti dei modi con i quali gestisce il potere. La sua è una concezione autoritaria di occupazione delle istituzioni. A mio parere dovrebbe imparare — se vuole paragonarsi ai leader europei — che l’informazione non è un male necessario. L’informazione è scomoda, per lui come lo è stata per le persone che ha ‘rottamato’. Non può pensare che la stampa lo applauda costantemente. Questo riflesso personale autoritario m’inquieta.
Vi siete scambiati sms: che dicevano?
Diciamo che i rapporti sono stati sempre tesi, ho ricevuto critiche per scelte che magari erano spiacevoli per lui. Ma non ci sono state solo posizioni contrarie: abbiamo elogiato la sua politica economica, per esempio.
L’avversione del premier ha inciso in questo suo travagliato anno al Corriere?
Assolutamente no. All’epoca delle leggi ad personam ho avuto una lunghissima querelle giudiziaria con Ghedini e con Pecorella, avvocati di Berlusconi. E con D’Alema ebbi tutta una serie di procedimenti che si interruppero quando diventò presidente del Consiglio, subito dopo Prodi. Con Berlusconi da tanto tempo non ci sentiamo più. Penso che il giornalista debba fare il proprio mestiere, cercare di farlo il meglio possibile. Mentre da noi c’è sempre una visione un po’ amicale del rapporto tra giornalista e politico. Ci si dà troppo spesso del tu, si va a cena. In questo, ho commesso degli errori anch’io.
Cioè?
Ho capito che bisogna essere un po’ più rigidi, altrimenti la tua fonte pensa che tu non abbia regole. Io non chiedo a un imprenditore o a un finanziere di non fare il suo mestiere. Non vedo perchè loro debbano chiedere a me di non fare il giornalista.
Questo è un problema nostro: le persone ci trattano come noi permettiamo loro di fare.
È vero. Il giornalismo, quando è temuto è autorevole, quando è indipendente si fa rispettare. Nel momento in cui accetti una mediazione o un compromesso, è la linea dalla quale non torni più indietro.
Le notizie non sempre piacciono ai protagonisti.
Il giornalismo deve nutrire l’opinione pubblica di verità , non sempre piacevoli. Deve far ragionare, mettere la classe dirigente nella condizione di valutare le priorità . Deve esercitare una pressione che induce a prendere decisioni, a tendere al meglio, a valutare molti aspetti di ogni singola questione. Dove non c’è opposizione, dove non c’è il controllo democratico da parte di giornali che sono i cani da guardia del potere, è chiaro che il potere non si comporta bene. Il potere tende a prendere pessime abitudini che fanno male alla democrazia.
Questo accade perchè come categoria abbiamo parecchio scodinzolato, più che abbaiato.
Sì. E forse abbiamo fatto anche molti sconti. Uno dei difetti principali del giornalismo odierno è quello di essere parte della scena che deve descrivere.
Questo si vede molto bene in tv.
Se fai questo mestiere, come dovrebbe essere anche per i magistrati, non devi avere nè amici nè sentimenti. Devi dire crudamente quello che succede e devi porti delle domande, essere inopportuno e temuto. Solo così il giornalista ha un ruolo. Perchè il grande giornalismo anglosassone, quello vero, magari dice sì alla guerra, però poi non diventa il gazzettiere delle forze armate. Mentre qui abbiamo molti colleghi che sono, anche inconsapevolmente, enbedded.
Le è capitato di essere in difficoltà nel pubblicare una notizia?
Una volta i magistrati ci chiesero di non pubblicare la notizia del rapimento di Alessandra Sgarella, che era avvenuto a Milano: ritenevano che ci fossero altissime possibilità che l’ostaggio venisse ucciso durante la notte. Però c’era un altro aspetto: il governo era di centrosinistra e l’allora ministro dell’Interno aveva detto che con il suo governo i rapimenti non c’erano più. Non pubblicare quella notizia diventava anche una scelta politica. Per questo chiamai Ezio Mauro e gli altri direttori, dicendo ‘dobbiamo uscire’. Andai a dormire con l’angoscia di sentirmi poi responsabile se per caso fosse successo qualcosa alla persona rapita: fortunatamente non accadde niente.
Nel suo Rendiconto d’addio ha parlato dei suoi “fin troppo litigiosi azionisti”. Molte pressioni
È stata una separazione consensuale. Ho sofferto la grande litigiosità dei miei azionisti, però non vorrei toccare questo tema: fa parte del passato. Ho avuto problemi con molti di loro, alla fine devo riconoscere che il giornale me l’hanno fatto fare. Sono contento perchè sono stato sostituito da Luciano Fontana: lui era la mia proposta iniziale. Sono convinto che proseguirà , innovando e facendo molte più cose meglio di me.
Il direttore del Corriere della Sera è un mestiere a sè, anche nel mestiere a sè del direttore. Molti azionisti da tenere a bada.
Nella prima direzione di più. Nella seconda meno, i rapporti si sono allentati. Forse è molto più difficile per un direttore avere un azionista unico, che gli chiede cose cui è difficile dire di no. Comunque la libertà è direttamente proporzionale alla capacità del giornale di essere autorevole e di avere le notizie.
Ezio Mauro dirige Repubblica da 19 anni, lei e Mieli avete diretto, con la doppia staffetta, via Solferino per un ventennio…
Sono diventato direttore per la prima volta nel ’97, succedendo a Paolo. Credo che il nostro tempo sia finito. La nostra generazione non ha favorito ricambi, anche perchè si sono affrontate negli ultimi anni molte ristrutturazioni, che purtroppo si sono risolte a danno dei giovani: si sono tutelati di più gli anziani. Ecco, questa responsabilità generazionale l’ho sentita. Cioè, se devo fare una critica a me stesso, probabilmente ho fatto crescere molti giovani, ma avrei dovuto fare di più e meglio. Dopodichè, è chiaro che noi siamo ancorati a una visione un po’ novecentesca della politica, dell’economia, della società . Ho notato che la mia capacità di interpretare la realtà si è costantemente ridotta. Mi sono reso conto che l’angolo di visuale con cui guardavo il mondo e quindi con cui facevo il giornale si era ristretto.
Che cosa significa?
Alcuni fenomeni, non capendoli, abbiamo preferito non affrontarli. Per esempio la cultura digitale. Per esempio i movimenti giovanili, le tendenze della cultura e della società : eravamo meno preparati di come avremmo dovuto essere per affrontare questi temi. All’inizio del nostro ventennio probabilmente saremmo stati degli innovatori più capaci. Forse ci siamo trasformati, siamo diventati conservatori. Del resto quelli che quando eravamo giovani noi vedevamo come anziani, erano molto più giovani di noi adesso.
Si perde la capacità di stupirsi?
Sai qual è la malattia senile del giornalismo? Quando accade qualcosa e tu pensi di sapere già come andrà a finire. E allora, credendo di sapere, hai un atteggiamento un po’ scettico e superficiale rispetto a quello che accade. Invece ti devi stupire, incuriosire, indignare. Sempre. Tu devi essere attratto dal sistema. Cioè, la tua carne, il tuo corpo, devono essere attratti dalle notizie. Ma quando tu ti soffermi sul ciglio — con la tua giacca e cravatta come faccio io — e giudichi dall’alto, sei superficiale, superbo. E alla fine fai male il tuo mestiere.
È preoccupato per il Corriere? Si parla dell’ennesima, sanguinosa, ristrutturazione.
Come ho detto, il mio rapporto con gli editori si è interrotto il 30 aprile. Il mio legame affettivo con il giornale è indissolubile, continuo, e anche in questi giorni ne provo profondissima nostalgia. Ma sono convinto che il ruolo del Corriere rimarrà quello di prima, anzi, sarà estremamente potenziato dalla direzione di Luciano Fontana. Il Corriere ha sempre generato utili, anche quando era in amministrazione controllata. Mi sono sempre battuto per la centralità del Corriere all’interno del gruppo e credo che anche in questa fase gli editori riscopriranno e rilanceranno la centralità del Corriere.
Ora scrive sul Corriere del Ticino. Libri in cantiere?
Non so neanche se sono capace di scriverlo, un libro. Non è così facile scrivere un libro, sai? Io sono sempre stato, e resto, un giornalista.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile
IL PROCESSO A PIO POMPA E IL CASO DELLA AMURRI
Confesso il mio doppio conflitto d’interessi: sono giornalista e sono anche uno di quelli spiati durante il governo Berlusconi-2 dal Sismi del generale Niccolò Pollari e del suo “analista” Pio Pompa e, per soprammercato, pure dalla cosiddetta Security della Telecom capitanata da Luciano Tavaroli (che in realtà lavorava in tandem con i servizi).
Bene: a Perugia, nel silenzio generale, sta per concludersi il processo a Pio Pompa, nei cui uffici e appartamenti romani furono sequestrati nel 2007 ben 10 mila file.
“In quei Cd, Dvd e hard-disk — ha ricordato il pm Massimo Casucci — sono stati rinvenuti dossier su giornalisti e magistrati, insieme a documenti su attentati e sulle questioni aperte riguardanti Iraq, Afghanistan e Nigergate.
Quando è avvenuta la perquisizione, però, Pompa non faceva più parte dell’intelligence militare e dunque non poteva detenere quei file”.
E perciò, dieci giorni fa, il pm ha chiesto la condanna di Pompa a 4 anni e mezzo di carcere per essersi procacciato documenti “atti a fornire notizie che nell’interesse della sicurezza dello Stato dovevano rimanere segrete”.
Ieri il sito del Fatto ha rivelato che, sentito come testimone, il generale Pollari — ex superiore di Pompa — ha invocato il segreto di Stato depositando una lettera che gli ha scritto Giampiero Massolo, direttore del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio (il Dis, che coordina i servizi segreti militare e civile). Che dice Massolo?
Che anche il governo Renzi, come i precedenti, ha deciso di apporre il segreto di Stato e addirittura di ricorrere alla Corte costituzionale per mandare in fumo il processo a Pompa.
Ora, nei dossier sequestrati nel 2007, emergeva un sistematico dossieraggio su magistrati, politici e giornalisti considerati “ostili” a Berlusconi, definiti “bracci armati” di non si sa quale Spectre e dunque da “disarticolare”, “neutralizzare”, “ridimensionare” e “dissuadere”, anche con “provvedimenti” e “misure traumatiche”. Davvero il governo Renzi ha così a cuore la libertà di stampa e di pensiero da impedire verità e giustizia anche su quell’oscura vicenda?
È vero, noi giornalisti siamo una categoria malfamata.
Ma ormai il primo che passa si sente autorizzato a prenderci a ceffoni senza che nessuno dica o faccia nulla.
È di questi giorni l’incredibile vicenda dell’Unità , che il Pd vorrebbe rimandare in edicola con i soliti soldi pubblici, ma abbandonando al loro destino i giornalisti delle ultime gestioni, lasciati soli a difendersi da querele penali e cause civili, a pagarsi gli avvocati e addirittura a farsi pignorare le case e gli stipendi.
Ed è dell’altro giorno la sentenza del Tribunale di Roma che dà torto a Sandra Amurri, giornalista del Fatto Quotidiano, e ragione all’ex deputato Dc e poi Udc Calogero Mannino, tuttora imputato a Palermo per violenza o minaccia a corpo dello Stato nel processo sulla trattativa Stato-mafia.
L’antefatto è noto, almeno ai nostri lettori.
Il 21-12-2011 Sandra Amurri, trovandosi al Bar Giolitti di Roma, a due passi da Montecitorio, ascoltò casualmente una conversazione fra due politici.
Uno lo riconobbe subito: Mannino. L’altro lo identificò poi dalle foto scattate con l’iPhone: Giuseppe Gargani.
Sentì dire fra l’altro a Mannino: “Stavolta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perchè hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perchè questa volta ci fottono.
Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità . Hai capito? Quello, il padre, di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.
E a Gargani: “Certo, certo, stai tranquillo, non ti preoccupare, ci parlo io”. Un caso di scuola di inquinamento delle prove.
La Amurri raccontò sul Fatto quanto aveva visto e sentito e, chiamata dai giudici di Palermo a testimoniare sotto giuramento, confermò tutto.
Mannino la insultò: “Mitomane”, “spia”, “agente volontario in servizio della Stasi in Germania o del Kgb nell’Urss”, “fantasia eccitata”, “delirio”, “menzogna organizzata”.
La Amurri gli fece causa. Intanto, sentito come teste al processo Trattativa, Gargani confermava il colloquio (non, ovviamente, le parole) con Mannino nella data e nel luogo indicati.
E il deputato Aldo Di Biagio, che l’aveva incontrata alla sua uscita dal bar Giolitti, testimoniava che subito la nostra giornalista gli aveva raccontato ciò che aveva appena sentito dai due politici.
Ora il giudice di Roma dà ragione a Mannino e condanna la Amurri a pagargli 15 mila euro di spese legali.
Ma, quel che è peggio, scrive nella motivazione che gli insulti sanguinosi di Mannino — i peggiori che un giornalista possa ricevere — sono “espressioni riconducibili all’esercizio del diritto di critica… proporzionate e strettamente collegate alle accuse mossegli nell’articolo” e “all’indebita interferenza della giornalista in una sua conversazione privata”.
Già , perchè qui la colpevole è la cronista: ha “abusivamente origliato il colloquio” e, anzichè starsene zitta come fanno i conigli che non cercano rogne, l’ha denunciato e poi confermato ai giudici per aiutarli ad accertare la verità .
La domanda è semplice: se io, comune cittadino o giornalista, ascolto al bar due persone che progettano un omicidio, o una rapina, o uno stupro, che devo fare?
La sentenza non lascia dubbi: devo farmi i cazzi miei e lasciare che i due portino a termine il crimine.
Altrimenti, se faccio il mio dovere di denunciarli, quelli potrebbero diffamarmi e, se reagisco, rischio di incontrare un giudice che mi accusa di averli abusivamente origliati violando la loro sacra privacy, e mi obbliga pure a rimborsarli con 15 mila euro.
Una lezione di educazione civica.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 30th, 2015 Riccardo Fucile
ITALIA AL 65° POSTO SU 199
Freedom House, l’organizzazione non governativa statunitense che dal 1980 mappa e monitora lo
stato della libertà di informazione nel mondo, ha appena pubblicato il rapporto 2015, relativo allo scorso anno.
I dati relativi all’Italia sono assai poco confortanti: il nostro Paese resta, in termini di libertà di informazione, 65° su 199 ma, soprattutto, nella schiera degli Stati che Freedom House definisce “parzialmente liberi” in termini di libertà di informazione.
E’ la stessa posizione del 2014 con lo stesso punteggio, 31 — in una scala nella quale vicino allo zero ci sono i più liberi e vicino a 100 i meno liberi — assegnatoci lo scorso anno.
Ma le buone notizie — o, almeno, quelle non negative — si fermano qui.
Guai, naturalmente, a sottovalutare un dato che è, comunque, moderatamente confortante se si tiene conto che, secondo Freedom House, il 2014 è stato il peggiore anno, negli ultimi dieci, in termini di libertà di informazione nel mondo con appena il 14% della popolazione globale che vive in Paesi nei quali vi è effettivamente un adeguato livello di libertà di informazione.
Ma guai, allo stesso tempo, a considerare lusinghiero un posizionamento che è invece drammatico specie se contestualizzato in termini geopolitici.
Benchè, infatti, il nostro Paese sia 65° su 199 nel mondo, siamo 30° su 42 nel continente europeo e siamo seguiti solo da Paesi come l’Ungheria, la Bulgaria, il Montenegro, la Croazia, la Serbia, la Romania, l’Albania, il Kosovo, la Bosnia Erzegovina, la Grecia, la Macedonia e la Turchia.
Una dozzina di Paesi — quelli che seguono l’Italia nella classifica stilata da Freedom house — che, senza nulla togliere alla loro storia, cultura e tradizione nè voler esprimere alcun giudizio di valore, non rappresentano, certamente, delle eccellenze democratiche nel Vecchio Continente
Ma, purtroppo, non basta.
Perchè Freedom House — come già in passato — annota una circostanza che dovrebbe farci riflettere sulla situazione drammatica dello stato di libertà di informazione in Italia: l’Europa è, infatti, il continente con la più alta concentrazione di Paesi nei quali la libertà di informazione c’è per davvero.
Siamo quindi la pecora nera di un continente che — per storia, cultura e tradizione — costituisce, al contrario, un’eccellenza nel mondo intero in termini di libertà di informazione.
E per averne conferma basta mettersi davanti la mappa dell’Europa sulla quale Freedom House ha colorato in verde i Paesi nei quali c’è libertà di informazione ed in giallo quelli nei quali si vive in condizioni di semi-libertà .
L’immagine parla più di un fiume di parole: l’intera Unione Europea, eccezion fatta per il nostro Paese e per quelli dell’est, più di recente entrati nell’Unione, è interamente colorata di verde.
Sono verdi, perchè libere, la Francia, la Gran Bretagna, l’Irlanda, la Germania, lo sono naturalmente i Paesi Scandinavi — che guidano addirittura la classifica mondiale — e lo è l’Austria, come l’Olanda, il Belgio, il Lussemburgo e lo è, persino, Cipro.
E’ libera, in termini di libertà di informazione, il 66% dell’Europa e sono liberi oltre 400 milioni di cittadini europei.
Non dispongono, invece, di un adeguato livello di libertà di informazione i cittadini italiani ed altri 100 milioni di cittadini in Europa che corrispondono, appena al 21% della popolazione del Vecchio Continente.
E se si ritrae lo zoom e dalla mappa europea si passa a guardare quella del mondo intero non si porta a casa un’impressione più confortante perchè il giallo che colora il nostro Paese e quelli in analoghe condizioni di semi-libertà ci accomuna, essenzialmente, a buona parte del Sudamerica, ad alcune regioni africane, all’Europa dell’est ed all’India.
Sono colorati in verde, invece, oltre al resto dell’Europa, gli Stati Uniti d’America, il Canada e l’Australia.
Insomma a guardare la mappa del mondo di Freedom house e, ancor di più, a guardare quella del Vecchio Continente e dell’Unione europea in particolare, ci si sente piccoli, piccoli in termini di libertà di informazione.
E’ una realtà — una delle tante — difficile da accettare.
Come è possibile, allo stesso tempo, voler essere considerati un Paese democratico ed avere così poca cura della libertà di informazione, indiscutibile pietra angolare della democrazia?
Ci sono poche cose, molto importanti, che vanno fatte subito se ci si vuole anche solo augurare che negli anni che verranno — la fine del 2015 è sfortunatamente troppo vicina — anche il nostro Paese possa essere colorato di verde sulle mappe di Freedom house.
Approvare subito — come inizia, per fortuna, a dirsi con insistenza — un Freedom of information act, chiudere la parodia del disegno di legge sulla diffamazione, depenalizzando per davvero la diffamazione e resistendo alla sciocca ed inopportuna tentazione di approfittare dell’occasione per imbavagliare l’informazione che corre sul web e, soprattutto, stabilire, una volta e per tutte, che ogni bit di informazione pubblicato online è democraticamente sacro e spetto solo ad un giudice ordinarne la rimozione.
Guido Scorza
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 30th, 2015 Riccardo Fucile
ATTACCHI AL PREMIER CAUDILLO: “SPERO CHE MATTARELLA NON FIRMI”
È con un lungo editoriale nelle pagine interne del “suo” giornale che il direttore del Corriere della
Sera Ferruccio De Bortoli saluta i lettori.
Dodici anni alla guida del Corriere, in cui entrò, giovanissimo praticante, nell’ottobre del ’73. Oggi se ne va, in forte polemica con “gli editori pro tempore”.
“Il Corriere — scrive De Bortoli — non è stato il portavoce di nessuno, tanto meno dei suoi troppi e litigiosi azionisti. Non ha fatto sconti al potere nelle sue varie forme, nemmeno a quello giudiziario. Ha giudicato i governi sui fatti, senza amicizie, pregiudizi o secondi fini. E proprio per questo è stato incisivo e criticato. Chi scrive ha avuto lunghe vicende giudiziarie con gli avvocati di Berlusconi, con D’Alema e tanti altri. Al nostro storico collaboratore Mario Monti — che ebbe, per fortuna dell’Italia, l’incarico dal presidente Napolitano di guidare il governo — non piacquero, per usare un eufemismo, alcuni nostri editoriali. Come a Prodi, del resto, a suo tempo. Pazienza”.
“Del giovane caudillo Renzi, che dire? Un maleducato di talento”, prosegue De Bortoli nel suo editoriale di addio al quotidiano di via Solferino.
“Il Corriere ha appoggiato le sue riforme economiche, utili al Paese, ma ha diffidato fortemente del suo modo di interpretare il potere. Disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche. Personalmente mi auguro che Mattarella non firmi l’Italicum. Una legge sbagliata”.
“Ad alcuni miei, ormai ex, azionisti – scrive ancora De Boroli – sono risultate indigeste talune cronache finanziarie e giudiziarie. A Torino come a Milano. Se ne sono fatti una ragione. Alla Procura di Milano si sono irritati, e non poco, per come abbiamo trattato il caso Bruti-Robledo? Ancora pazienza. L’elenco potrebbe continuare”.
“In questo Paese, di modesta cultura delle regole, l’informazione è considerata da gran parte della classe dirigente un male necessario. Uno dei tanti segni di arretratezza”, scrive ancora De Bortoli, che conclude dicendosi “certo che con la nuova direzione il Corriere sarà ancora più autorevole, forte e innovativo. A tutti i colleghi, al direttore generale Alessandro Bompieri e al suo staff, va la mia gratitudine. Ai lettori, molti dei quali in questi giorni non mi hanno fatto mancare i segni della loro vicinanza, un grande e ideale abbraccio”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 19th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI, UN AMEREGANO DEL KANSAS CITY
Era il 29 marzo 2014 e i giornali e i tg italiani (all’insaputa di quelli americani) si stupirono molto per gli elogi di Obama, in visita a Roma, a Renzi e Napolitano, ma anche agli altri monumenti della Capitale, tipo il Colosseo.
Corriere della sera: “L’incoraggiamento di Obama all’Italia. Elogio di Napolitano”, “Matteo, ti aiuto io”, “La fiducia sulle riforme di Renzi. E a Napolitano: con te Italia fortunata”.
Repubblica : “L’intesa tra Obama e Renzi: ‘Giusto cambiare l’Eu — ropa’. ‘Che roccia Napolitano’”.
La Stampa: “Obama scommette su Renzi. ‘Sangue fresco, farà bene all’Europa’”. “Barack-Mat — teo: ‘Yes we can’”. “L’energia del premier conquista il leader Usa”. Messaggero : “Obama a Roma: mi fido di Renzi”. Unità : “Cresci — ta e lavoro: yes we can. Obama promuove Renzi”.
Forse si aspettavano che Obama prendesse per i fondelli Renzi per la sua somiglianza con Mister Bean e Jerry Lewis, e magari Napolitano per la sua età giurassica.
Quella di scambiare qualche sorriso, qualche pacca sulle spalle, qualche convenevole, qualche parola di circostanza, cioè l’ordinaria amministrazione dell’arte della diplomazia, per formidabili aperture di credito non è una novità , per la stampa più servile e provinciale del mondo.
Basta cercare su Google le parole chiave “Obama”e“premier italiano” per scoprire che, da quando è presidente, secondo i giornali italiani Obama s’è innamorato di tutti i nostri premier.
19 gennaio e 9 febbraio 2012: “Obama promuove Monti”. 18 ottobre 2013: “Obama promuove Letta”.
Pure Merkel, Hollande e tutti gli altri capataz mondiali non fanno che “promuovere” gli ometti che si succedono a Palazzo Chigi, immancabilmente “colpiti” e “impressionati” dalle loro “riforme”, ovviamente “strutturali” e all’insegna della “crescita”.
Appena vide Monti, Obama proruppe: “Ho piena fiducia nella leadership di Monti e voglio solo dire quanto noi apprezziamo la poderosa partenza e le misure molto efficaci che sta promuovendo il suo governo”.
Un anno e mezzo dopo, al cospetto di Letta, non riuscì a trattenersi: “Non potrei essere più colpito dall’integrità , dalla profondità di pensiero e dalla leadership di Enrico Letta”.
L’altroieri toccava a Renzi, ultimo leader europeo ricevuto alla Casa Bianca dopo 14 mesi di anticamera punitiva per la sua politica estera filorussa, in perfetta continuità col putinismo berlusconiano.
E Obama ha reinserito il pilota automatico: “Sono molto colpito dall’energia di Renzi e impressionato dalle sue riforme”, ovviamente per la “crescita”.
Ancora una volta i giornali perdono la memoria, i freni inibitori e soprattutto le bave. La Stampa, pagina 1: Paolo Mastrolilli sottolinea “la chimica personale nata tra Barack e Matteo”. Anche perchè Matteo Zelig ha detto a Obama che “l’America è il mio modello”, esattamente come aveva detto alla Merkel “la Germania è il mio modello”. E meno male che non è ancora andato in Grecia.
La Stampa, pagina 3: riecco “la buona ‘chimica’ emersa tra i due”, stavolta a firma di Paolo Baroni e Fabio Martini.
Nel giornale della Fiat si gioca tutti al Piccolo Chimico, senza neppure sincronizzare i sostantivi e le lingue.
E poi via, una profluvie di Renzi “Obama italiano”, anzi “Matteo l’Amerikano”: “usa lo stesso acronimo, Jobs Act, per restituire lavoro e spazio ai giovani” e pure “la deregulation” che cancella l’articolo 18, “un passo avanti verso la modernità , molto americana”.
Con la differenza che Obama ha creato milioni di nuovi posti di lavoro, mentre il Jobs Act all’italiana solo 13 (non milioni: unità ). Ma questo non si dice.
Si va di turibolo, tra “il sogno americano”,“la forza di sfidare il futuro puntando sulla crescita”: pure il Quantitative Easing di Draghi e il Piano Junker li ha inventati Renzi. Su Repubblica , poi, Francesco Bei si bea: “’Caro Matteo’, ‘Caro Barack’.
Era dai tempi dell’idillio Bush-Berlusconi che non si vedeva tanto calore.
La chimica è scattata”. E te pareva. Renzi scopre che Obama lo copia: “Ha usato le stesse parole che ripeto io a ogni Consiglio europeo”.
Sarà l’Nsa che spia tutti? Ah saperlo. Poi c’è la perfetta “sintonia sulla crescita, quasi un atto di accusa alla Germania. Mentre a casa i Fassina e i Landini lo dipingono come servo della Merkel, Renzi viene apprezzato dagli americani come l’antagonista europeo del rigore”.
Non dite a Bei che, sopra il suo articolo, c’è quello di Rampini che riporta le parole esatte di Obama: “Io non critico la Merkel, grande alleata. Renzi è sulla strada giusta avendo avviato le riforme che vi chiedeva la Merkel”.
Quindi è Obama, non Landini e Fassina, a dargli del servo della Merkel. Bei però è troppo beato per accorgersene: “Il body language della conferenza stampa, i segni del linguaggio del corpo, il ‘tu’ confidenziale (you equivale anche a ‘lei’, ma lui non lo sa, ndr), puntano tutti nella stessa direzione”.E “la stretta di mano”? È“una presa amichevole, come fanno i ragazzi tra di loro, con l’avambraccio in verticale”.
E la lingua in orizzontale, supportata da foto e didascalie: “Alcuni gesti con le mani di Obama e Renzi sono apparsi curiosamente simili”. “Kerry fa un gesto di approvazione alla delegazione italiana”. Poi “Obama cinge le spalle di Renzi”, finale chapliniano. Matteo ringrazia Barack nel suo impeccabile inglese oxfordiano: “Sei stato molto ispirational”.
E Obama — gli legge nel pensiero Bei — si sente “un europeo travestito”, anzi un “italiano onorario” in America, come l’Alberto Sordi di Uozzameregaboys!, grazie ai vini che Renzi ha donato, “il top dei vitigni toscani”, e han fatto subito effetto. Soprattutto sul cronista: “Renzi ha trascorso le sue 36 ore washingtoniane a vivere per intero il film in cui il protagonista era lui stesso. Come una puntata di House of cards, la sua serie preferita. Non a caso, come Frank Underwood, la giornata di Renzi inizia con una corsa di un’ora lungo i prati che portano da Capitol Hill, passando sotto il grande obelisco, fino al Lincoln Memorial”.
Praticamente, un ameregano del Kansas Sity.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile
SLALOM DI STAMPA: NASCONDONO IL FINANZIAMENTO DI 5.000 EURO ALLA CENA DI RENZI E PARLANO SOLO DEL VINO DI D’ALEMA
Una volta Massimo D’Alema faceva paura ai giornalisti in carriera.
Perciò va capito se, quando la mattina apre i quotidiani che non ha lasciato in edicola, gli viene lo stranguglione.
I giornali degli Agnelli, dei Benedetti e dei Tronchetti Provera, che lui ricorda nostalgico come finanziatori di Italianieuropei, hanno sparato in prima pagina le sue duemila bottiglie di vino e hanno nascosto le cene di Renzi con i 5 mila euro della Cpl Concordia.
Se l’occultamento della notizia diventasse specialità olimpica, l’Italia mieterebbe medaglie.
E non possono nemmeno dire che la notizia gli sia sfuggita, visto che già venerdì scorso era l’apertura del Fatto.
Certo, diranno che questo giornale esagera, ma stavolta vince per eccesso la prudenza del Corriere della Sera, che affoga due righe sulla “contribuzione” al premier, senza neppure la cifra, in un articolo a pagina 20   intitolato “Gli affari tra sindaco Pd e senatore forzista”.
Stesso trattamento su Repubblica e Messaggero, come se lavorassero a redazioni unificate.
La Stampa, più audace, dedica una riga di sommario del pezzo nascosto nella parte bassa della pagina 8  : “E il cda decise di contribuire alla cena voluta da Renzi”.
I grandi slalomisti sanno quando passare distanti dai pali per non rischiare.
Stessa cosa i cronisti, che danzano lontani dalle notizie sgradite al capo, per non rischiare di sbatterci contro e doverle scrivere.
Sono mali di stagione. Sono in ballo nomine Rai e direzione del Corriere, la timidezza dunque li paralizza, e fanno a gara a conquistarsi l’sms più benevolo di Matteo.
Con buona pace del povero D’Alema, che chiede minaccioso le generalità al cronista impertinente e resta folgorato quando quello gli risponde a brutto muso “sono della Rai”.
Ai bei tempi avrebbe detto: “Ne parlerò con il suo direttore”, che magari aveva appena lottizzato.
Adesso gli è rimasto solo “ne parlerò con il mio avvocato”.
La libera stampa ormai striscia solo davanti a Matteo.
Pronta a scavare la buchetta per seppellire cacche e notizie.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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