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TERREMOTO DI TRE ANNI FA NEL CENTRO ITALIA, ANCORA 50.000 SFOLLATI, NESSUNA CASA RICOSTRUITA: “SCUSATE SE NON SIAMO TUTTI MORTI”

Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile

AMATRICE, ARQUATA DEL TRONTO, ACCUMOLI: 299 MORTI, 800MILA TONNELLATE DI MACERIE DA RIMUOVERE, SU 80.000 CASE DISTRUTTE O DANNEGGIATE SOLO PER 3.000 INIZIATI I LAVORI… “SALVINI E DI MAIO VENUTI PER FARE PASSERELLA POI SONO SPARITI”

Passeggiare per Pretare, frazione di Arquata del Tronto distrutta dal terremoto del 24 agosto 2016, significa fare un viaggio a ritroso nel tempo di tre anni: cumuli di macerie per buona parte ancora a terra e ordinati ai lati delle strade; case sventrate ma ancora tenacemente in piedi e colme di letti, armadi, poltrone, camere di   bambini resistite alle intemperie, alle centinaia di scosse di assestamento e al tempo che nel Centro Italia terremotato sembra essersi fermato.
Come l’orologio all’esterno della stazione di Bologna bombardata il 2 agosto del 1980 segna da 39 anni le 10 e 25, ad Arquata del Tronto le lancette sono ferme alle 3 e 36 del mattino del 24 agosto 2016, la notte che ha cancellato 299 vite ad Amatrice, Accumoli ed Arquata e decine di altri borghi. La notte che ha disegnato un enorme buco nero nel cuore dell’Italia, un buco che si sarebbe allargato poi il 26 e 30 ottobre 2016 e 17 gennaio 2017 annientando centinaia di paesi, molti dei quali letteralmente distrutti.
A tre anni dal sisma nel cratere — cioè il territorio di 138 comuni tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo distrutto o seriamente danneggiato — il senso comune è quello di essere stati abbandonati. Basta entrare in un bar o in un’area SAE per percepire rabbia e sfiducia.
“Neppure i politici si ricordano più di noi. Nei loro discorsi in Senato Conte, Salvini e Renzi non hanno mai menzionato il terremoto. Siamo spariti. Non esistiamo più”, dice Francesco Amici, terremotato di Acquasanta Terme. Eppure proprio il cratere è stato a lungo il più grande palcoscenico d’Italia: prima delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 Matteo Salvini e Luigi Di Maio avevano scelto i comuni più devastati dai terremoti del 2016 come luogo ideale in cui imbastire la campagna elettorale seguendo un frame narrativo tanto semplice quanto efficace: “I migranti negli hotel con 35 euro al giorno, i terremotati nei container sotto la neve”.
Un anno e cinque mesi dopo, e con un “governo del cambiamento” già  archiviato e consegnato alla storia, è chiaro ormai a tutti che quelle promesse erano solo spot elettorali. Il tema della ricostruzione è scomparso dall’agenda politica già  il 5 marzo del 2018.
I numeri della ricostruzione forniti dalla Protezione Civile e dalla struttura commissariale facente capo al geologo Pietro Farabollini (e prima di lui a Vasco Errani e Paola De Micheli) sono emblematici.
A tre anni di distanza dal 24 agosto 2016, su un totale di 2.509.043 tonnellate di macerie ne rimangono da rimuovere ancora 800mila, cioè quasi un terzo.
Nonostante siano trascorsi 36 mesi non sono state ancora consegnate tutte le SAE (soluzione abitative d’emergenza): delle 3.901 ordinate ne sono state consegnate 3.853. 8.108 persone vivono ancora nelle SAE, altre 1.364 in hotel, 792 nei Mapre ( Moduli abitativi prefabbricati rurali emergenziali), 484 in moduli container e 477 in strutture comunali.
Altre 38.060 persone percepiscono il contributo di autonoma sistemazione e vivono in affitto lontani dalle loro abitazioni. In totale gli sfollati sono 49.285, 30mila dei quali solo nelle Marche.
Quanto alla ricostruzione, quella pubblica non è mai iniziata e per quella privata i cantieri aperti sono pochissimi, su oltre 70mila immobili colpiti e altri 10mila ancora da periziare.
I tempi per esaminare le pratiche sono biblici: se ne attendono 79.454, ma le richieste di fondi pubblici presentate sono state appena 7.942, il 10 per cento; quelle accolte sono 2.788. Di questo passo occorreranno decenni per ultimare la ricostruzione, ma allora il rischio è che più nessuno vorrà  tornare a vivere nelle aree interne di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo.
Sulla base della stima del danno effettuata dal Dipartimento Protezione Civile sono stati previsti per la ricostruzione 22 miliardi di euro: appena 41 milioni sono però stati erogati ai beneficiari che hanno avviato la progettazione della ristrutturazione delle proprie abitazioni.
Secondo il commissario Farabollini “c’è un solo modo di ricostruire ed è dove la sicurezza dei cittadini è garantita il più possibile e con un rapporto virtuoso costi- benefici, quelli immateriali compresi che non sono secondari per i singoli e le comunità . Abbiamo investito in approfondimenti di indagini ed emanato un’ordinanza per i dissesti ed una per lo studio delle faglie attive e capaci. Se è necessario sacrificare qualcosa a favore della sicurezza in chiave di salvaguardia della vita umana da eventi catastrofici come il terremoto, bisogna avere il coraggio di assumersi la responsabilità  anche di scelte impopolari”.
A tre anni di distanza dalla prima terribile scossa di terremoto e dopo tre governi e tre commissari straordinari è necessario tracciare un bilancio.
Cosa non ha funzionato? Si poteva fare meglio?
Secondo i comitati dei terremotati — molti dei quali confluiti in nel coordinamento Terremoto Centro Italia — il principale problema è stato la scarso ascolto della popolazione.
Pochissime delle proposte avanzate dal basso sono state accolte, nonostante fossero state sviluppate con il sostegno di consulenze scientifiche (il gruppo di ricerca Emidio Di Treviri) e legali (i giuristi di Alterego Fabbrica dei Diritti). “Nei mesi scorsi abbiamo consegnato le nostre proposte ai rappresentanti del governo chiedendone l’applicazione. Si tratta di idee di buon senso, sviluppate dopo decine di assemblee. In primis crediamo che occorra sburocratizzare ed aumentare il personale degli uffici per l’esame delle pratiche. Fondamentale sarebbe differenziare il cratere per aree di danno. E’ poi necessario sostenere reddito e lavoro, oppure si rischia di ricostruire case che resteranno vuote. Per questo vogliamo l’istituzione di una vera zona franca di medio-lungo periodo per chi lavora nel cratere, in particolare a sostegno delle imprese agricole, degli artigiani e in generale di tutta la filiera agroalimentare. Proponiamo poi l’istituzione di un ‘reddito di cratere’ che rappresenti un’evoluzione del reddito di cittadinanza che così com’è nel cratere finisce per incrementare lo spopolamento”.
Anche per le Brigate di Solidarietà  Attiva, associazione che — attraverso le pratiche mutualistiche — promuove e sostiene concretamente l’autoorganizzazione delle comunità  locali, il problema principale è stata la mancanza di ascolto delle comunità  locali.
Secondo le BSA, che hanno dapprima consegnato aiuti materiali (cibo, container, roulotte…) a centinaia di terremotati, poi avviato un lavoro sociale e politico volto a costruire esempi virtuosi di resistenza sul territorio (anche attraverso il rilancio delle comunanze agrarie), il tema del tutto ignorato è stato quello sociale: “Oltre alla ricostruzione materiale vanno trattati i temi di lavoro e reddito, che invece sono stati del tutto ignorati. Il rischio è quello di ricostruire case sicure ma vuote”.
Un altro grande interrogativo viene posto dai giuristi di Alterego — Fabbrica dei Diritti che hanno costantemente affiancato i terremotati traducendo e spiegando le decine di ordinanze prodotte da governi e regioni: è possibile — per un paese ad alta vulnerabilità  sismica come l’Italia — dotarsi di leggi adeguate che rendano la ricostruzione più veloce?
“I terremoti non sono un’emergenza in Italia, paese attraversato da un complesso sistema di faglie che la espone quasi per intero al rischio sismico.   Il problema è che ogni sisma è stato sempre gestito con una normazione d’emergenza. Il governo di turno reinventa dall’alto ogni volta la ricetta per mettere a posto le cose, ma ad oggi non esiste una legge quadro che disciplini l’intero ciclo del rischio”, spiega l’avvocato Riccardo Bucci. Occorrerebbe quindi una norma che stabilista in tempo di “pace” responsabilità  e procedure per salvare vite umane, garantire immediata assistenza alla popolazione e organizzare una ricostruzione democratica, cioè mediata dal confronto con i cittadini.
Insomma, dopo 36 mesi esatti dalle prime drammatiche scosse di terremoto che hanno cambiato forse per sempre il volto di quattro regioni italiane niente va come dovrebbe e la sensazione, ogni giorno più forte, è che nessuno voglia davvero risolvere i problemi e le inefficienze, che sono molte e si sommano alla rabbia sempre maggiore di chi aveva dato credito alle promesse dei leader politici.
Quello del centro Italia sarà  però il cantiere più grande d’Europa, una storia troppo grande e importante per essere abbandonata. “Scusate se non siamo tutti morti”, gridano oggi i terremotati, con una provocazione che è anche un grido di dolore e una richiesta di ascolto.
Chi avrà  il coraggio di affrontare la sfida che lanciano? E chi si assumerà  veramente la responsabilità  di ricostruire il cuore dell’Italia?

(da Fanpage)

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UN TERREMOTO SENZA RICOSTRUZIONE

Agosto 18th, 2019 Riccardo Fucile

DOPO 3 ANNI CI SONO ANCORA 50.000 PERSONE SENZA CASA

Flavia Amabile sulla Stampa di oggi pubblica un reportage sul terremoto dell’Italia Centrale, dove dopo 3 anni ci sono ancora 50mila persone prive di casa che vivono in alloggi di emergenza:
Ci sono quasi 50 mila persone senza casa, la maggior parte hanno scelto il contributo di autonoma sistemazione (il 77%), 1364 persone sono ancora negli alberghi. In 8108 hanno scelto di abitare nelle Sae, le casette di emergenza dove stanno crescendo i figli e vedendo invecchiare i genitori, subendo disagi dai pavimenti ammuffiti ai boiler rotti frutto di lavori spesso superficiali e approssimativi. Sono i nuovi villaggi dell’Appennino, una ferita ulteriore in un territorio già  provato, una colata di cemento nel cuore verde dell’Italia dove un tempo si incontravano solo borghi medievali, torri, vicoli lastricati.
Mentre il cemento si fa strada, Arquata del Tronto ha perso circa la metà  della popolazione, Amatrice 4 persone su 10.
Come dare torto a chi va via? La ricostruzione non c’è ancora, proprio come non c’era lo scorso anno.
Sono 2788 le domande presentate ad aver ottenuto il via libera ai lavori, più o meno una su tre rispetto a quelle presentate e il 3,5% rispetto al totale di chi ha subito danni.
Dal 10 agosto 2017 al 25 giugno 2019 i fondi messi in circolo dalla Cassa Depositi e Prestiti per la ricostruzione privata sono 200 milioni di euro, un’inezia rispetto a un’operazione che secondo le stime della Protezione Civile si aggirerà  in totale sui 22 miliardi.

(da “NextQuotidiano”)

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TERREMOTATI SCENDONO IN PIAZZA: “NESSUNA PROMESSA DEL GOVERNO E’ STATA MANTENUTA”

Maggio 17th, 2019 Riccardo Fucile

DOMANI PROTESTA A MONTECITORIO CONTRO L’IMMOBILISMO DEL GOVERNO SULLA RICOSTRUZIONE: “CI HANNO TRADITO”

Su la testa. E’ un appello all’orgoglio, una sorta di “chiamata alle armi” (metaforica, si intende) quella lanciata dai terremotati del Centro Italia a 2 anni e nove mesi dal 24 agosto del 2016, quando la prima di una lunga serie di forti scosse di terremoto ha stravolto l’esistenza di decine di migliaia di persone in 140 comuni di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo.
Ebbene, dopo due anni e nove mesi la ricostruzione è ancora un miraggio, mentre le persone che hanno retto all’urto del sisma devono fare i conti con l’abbandono: Sae (casette d’emergenza) consegnate in ritardo e spesso difettose, perdita di migliaia di posti di lavoro, macerie ancora da recuperare e una burocrazia asfissiante.
Il governo Conte aveva promesso che avrebbe accelerato la ricostruzione ma ad oggi non si è ancora mosso nulla, mentre è sempre maggiore la sensazione che il dramma del sisma sia servito per raccattare voti, salvo poi abbandonare il “dossier terremoto” in fondo alle priorità . E’ per questo che domani,   sabato 18 maggio, centinaia di terremotati raggiungeranno Roma da ogni angolo del cratere e manifesteranno la loro rabbia.
A due anni e nove mesi dalla prima scossa di terremoto qual è la situazione nelle aree del centro Italia colpite dal sisma? A che punto è la ricostruzione?
Quale ricostruzione? Siamo “congelati”, nonostante le roboanti rassicurazioni in campagna elettorale da parte di tutti i leader che sono venuti nel cratere. Oggi noi consideriamo quelle promesse tradite e quei comizi non degli impegni assunti, ma delle passerelle elettorali. La ricostruzione infatti è in altissimo mare: migliaia di domande presentate dai proprietari di immobili distrutti o danneggiati giacciono ancora negli uffici in attesa di essere valutate. Basti pensare alla provincia di Ascoli Piceno: al 30 aprile scorso, cioè a più di due anni e mezzo dal sisma, sono state presentate 945 domande di ricostruzione per “danni lievi”   e 276 per “danni gravi”. Ebbene, a questa data in tutta la provincia è stato dato il via all’iter per i lavori a soli 435 progetti a danno lieve e a 36 progetti a danno grave. La situazione nel cratere maceratese, quello di gran lunga più colpito, è decisamente peggiore. Qui le pratiche presentate sono ben 3.370; poche decine di quelle con “danno grave” sono state approvate. Da questo governo ci aspettiamo una svolta, ma assistiamo a una continua rincorsa a slogan e propaganda. La ricostruzione dovrebbe essere in cima all’agenda politica.
Il 18 maggio avete deciso di indire una manifestazione di protesta a Piazza Montecitorio. Il vostro slogan è “stop passerelle e selfie, non abbiamo governi amici”. La contestazione cade una settimana prima delle elezioni europee e ha tutta l’aria di essere una critica al governo giallo-verde, come prima avete criticato le gestioni del PD. Cosa vi era stato promesso prima del 4 marzo 2018?
Prima delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 avevamo sottoposto a tutti i leader dieci domande su come intendessero affrontare la ricostruzione delle aree colpite dai terremoti. Tutti ci hanno assicurato che si sarebbe proceduto a una sburocratizzazione, ma al momento non è stato fatto niente. L’impianto normativo non è cambiato e continuano a prodursi norme che non semplificano la situazione. Il cosiddetto decreto Sblocca Cantieri in discussione non contiene nulla di risolutivo, anzi presenta elementi preoccupanti che possono incentivare lo spopolamento delle aree colpite dal sisma. Insomma, la fiducia è stata tradita e per questo manifestiamo a una settimana dalle elezioni europee: vogliamo che chi ci ha preso in giro paghi, anche in termini di consenso. E’ così che ci siamo comportati coi governi di centrosinistra; è quello che intendiamo fare anche con il governo giallo-verde. Non abbiamo governi amici.
In questi oltre due anni avete incontrato ministri, commissari straordinari, presidenti di regione, partecipato a tavoli istituzionali e più volte manifestato nel cratere. Quali sono state le proposte che avete elaborato per il rilancio delle aree colpite dalla sequenza sismica del 2016/2017?
E’ vero, abbiamo partecipato a decine di tavoli istituzionali con i tre governi e presentato decine di proposte, tutte di buon senso, sostenibili. In sintesi ci siamo mossi su tre elementi: la semplificazione burocratica e un quadro di regole certe, perchè oggi assistiamo a norme straordinarie che sovente confliggono con quelle ordinarie; il sostegno al lavoro e al reddito; la partecipazione democratica.
Potete entrare nello specifico?
Gli uffici tecnici devono lavorare migliaia di domande di ricostruzione, necessitano di personale qualificato, motivato e stabile. Occorre poi differenziare il cratere per aree di danno. Proponiamo l’istituzione di un’area rossa, gialla e verde e la consequenziale redistribuzione delle risorse e degli strumenti assistenziali tenendo conto delle priorità . Oggi una città  completamente rasa al suolo come ad esempio Arquata del Tronto e una solo lievemente danneggiata sono identiche per chi deve coordinare la ricostruzione.
Occorre poi sostenere reddito e lavoro, oppure si rischia di ricostruire case che rimarranno vuote. Per questo abbiamo chiesto che venga istituita una vera zona franca di medio-lungo periodo per chi lavora nel cratere, in particolare a   sostegno delle imprese agricole, degli artigiani e in generale di tutta la filiera agroalimentare. Abbiamo poi chiesto l’approvazione di un “reddito di cratere” che rappresenti un’evoluzione del reddito di cittadinanza e che venga erogato su base proporzionale in base all’Isee, giacchè è evidente che un disoccupato non può percepire la stessa somma di un notaio come, invece, sta accadendo adesso con il CAS (Contributo di autonoma sistemazione). Infine è necessario potenziare i meccanismi di partecipazione democratica: per questo abbiamo chiesto che una delegazione di terremotati partecipi costantemente ai tavoli istituzionali. Quello della ricostruzione sarà  il cantiere pubblico più grande d’Europa e la partecipazione può essere l’unico elemento a garantire controllo e trasparenza.
Avete condotto una battaglia sulla gestione dei fondi europei — e di quelli derivati dagli sms solidali — erogati per la ricostruzione. Cosa è accaduto? Come volete che vengano impiegati?
Quella degli sms solidali è stata una nostra battaglia vinta: la regione Marche in particolare, che rappresenta da sola oltre il 60 per cento del cratere, aveva deciso di dirottare quei soldi donati dagli italiani per scopi che evidentemente non avevano molto a che vedere con l’emergenza terremoto, pur essendo pienamente legali. La Regione aveva deciso di destinare quel denaro, ad esempio, alla realizzazione di piste ciclabili; niente di illegale, ma noi abbiamo chiesto che venissero invece dirottati per sostenere le vittime dei terremoti e le famiglie che avevano perso i loro cari sotto le macerie.
Per quanto invece riguarda i fondi europei per lo sviluppo economico regionale abbiamo condotto una battaglia affinchè quei 240 milioni di euro (in aggiunta ai 300 milioni ordinari) venissero investiti nelle aree maggiormente colpite dal terremoto e non in zone marginali o addirittura, come accaduto in troppi casi, fuori dal cratere. Vogliamo inoltre che quel denaro venga investito in progetti concordati con le popolazioni e non in grandi opere calate dall’alto. Vogliamo infine che quei fondi contribuiscano a rilanciare progetti legati alla vocazione del territorio, quindi pienamente ecosostenibili
Inchieste sindacali e giornalistiche hanno portato alla luce gravi irregolarità  nella costruzione delle SAE, spesso difettose e affidate a lavoratori in nero. Nel frattempo è emerso lo spettro di ditte legate alla criminalità  organizzata interessate agli appalti in quello che è stato definito il cantiere più grande d’Europa….
Il coordinamento dei Comitati Terremoto Centro Italia ha contribuito a denunciare le condizioni indecenti di molte soluzioni abitative emergenziali consegnate dalla Protezione Civile: quelle case avrebbero dovuto dare sollievo temporaneo a migliaia di terremotati, ma sovente sono state realizzate così male da essere marcite dopo pochi mesi. Abbiamo anche seguito le inchieste sul lavoro nero e quelle sulle infiltrazioni della criminalità  organizzata nella ricostruzione. In tal senso la risposta può essere una soltanto: far lavorare le aziende del territorio evitando i mega appalti e facilitare la partecipazione e quindi il controllo diretto dei terremotati.

(da “Fanpage”)

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I TERREMOTATI PROTESTANO CONTRO IL GOVERNO

Maggio 6th, 2019 Riccardo Fucile

“RICOSTRUZIONE INESISTENTE, DA SALVINI E DI MAIO SOLO CHIACCHIERE”

Il Coordinamento Terremoto Centro Italia annuncia una manifestazione il 18 maggio contro il governo e per denunciare la ricostruzione inesistente.
“C’è una parte dell’Italia dove il tempo si è fermato. Nel cuore dell’Appenino la ferita del sisma è ancora aperta. Noi non abbiamo governi amici. Siamo scesi in strada nei nostri territori, siamo scesi in piazza a Roma, abbiamo protestato ma abbiamo anche proposto. Abbiamo scritto emendamenti alle leggi, partecipato ad infinite riunioni, i governi si sono alternati ma la risposta è stata sempre la stessa: una ricostruzione inesistente, un modello di ricostruzione che è imploso su se stesso e che andrebbe cambiato radicalmente perchè inadatto, la mancanza di visione e programmazione a medio termine. Insomma l’assenza del Governo, quelli di prima e quelli in carica che solo un anno fa avevano promesso cose che poi non hanno mantenuto”, scrivono in una nota.
“Siamo stanchi di chi usa i soldi destinati ai terremotati (SMS solidali-Fondi Europei) come bancomat per altri fini. Siamo stanchi di passerelle e selfie. Per tutti questi motivi il Coordinamento Terremoto Centro Italia ha deciso di scendere in piazza e manifestare a Roma il prossimo 18 maggio 2019. Invitiamo tutti coloro che condividono le nostre ragioni a sostenerci. Non lasciateci soli”, chiudono dal coordinamento.

(da agenzie)

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ETNA, LA RABBIA DEGLI SFOLLATI DOPO IL TERREMOTO: “OLTRE 50 SCOSSE E NESSUNO CI HA ALLERTATI”

Dicembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

SEI COMUNI COLPITI, 28 FERITI, 600 SENZA CASA

“Perchè non ci hanno avvertiti?”. A Fleri, la frazione di Zafferana Etnea distrutta dal terremoto di questa notte, adesso monta la rabbia di chi ha perso tutto: ci sono 28 feriti, ma soprattutto 600 sfollati per il sisma di magnitudo 4,8 che ha colpito i paesi etenei.
La rabbia è rivolta soprattutto alla mancata allerta della protezione civile: “Nel giorno di Natale – dicono gli sfollati a Fleri – ci sono state oltre 50 scosse, ma non è arrivata nessuna allerta”.
Lo sciame sismico dura dal 24 dicembre, e fra le altre conseguenze ha portato alla chiusura temporanea dell’aeroporto di Catania a ridosso di Natale, con un ritorno alla normalità  avvenuto ieri. Poi, nella notte fra il 25 e ieri, il terremoto più catastrofico.
Sono seicento gli sfollati. La Regione Siciliana ha redatto un convenzione con Federalberghi per poterli ospitare in strutture turistiche.
Altre persone che, pur non vivendo in case dichiarate inagibili, hanno paura a rientrare a casa saranno ospitate in palazzetti dello sport dove potranno trascorrere la notte.
Sono sei i comuni maggiormente colpiti e nei quali è stato avviato un monitoraggio da parte della protezione civile. Sono Zafferana Etnea, Acireale, Aci Sant’Antonio, Aci Catena, Aci Bonaccorsi e Santa Venerina.
Il terremoto ha danneggiato anche chiesa di Maria Santissima del Carmelo di Pennisi, frazione di Acireale: crollati il campanile e la statua di Sant’Emidio, venerato perchè ritenuto il protettore dei terremotati.
Sono 28 le persone che hanno fatto ricorso alle cure mediche del pronto soccorso degli ospedali per il sisma della scorsa notte nel Catanese.
Dieci sono state soccorse da ambulanze, altre 18 si sono presentate da sole. La maggior parte ha ferite lievi, alcuni si sono presentati sotto choc o colpiti da attacchi di panico.
Ci sono alcuni sfollati: si tratta di persone le cui abitazioni hanno subito lesioni o di cittadini impauriti che non vogliono rientrare nelle loro case. La prefettura fa sapere che sono stati allestiti dei ricoveri nelle scuole e nella palestre. Sono in corso verifiche della Protezione civile, anche con elicotteri che sorvolano la zona.
“Non si può escludere un’apertura di bocche a quote minori rispetto a dove si sono aperte adesso, in particolar modo nella zona di Piano del Vescovo a sud della Valle del Bove. Se ci riuscirà , non lo sappiamo”, dice Eugenio Privitera, direttore dell’Ingv di Catania.
“Stiamo potenziando i sistemi di rilevamento sismici e Gps della deformazione del suolo in quella zona. La forte sismicità  non ci lascia tranquilli. Vediamo come evolverà . La situazione ricorda quella dell’ottobre del 1984 che provocò un morto a Zafferana Etnea: è sempre la faglia di Fiandaca, che quando si muove fa danno. Non ci sono relazioni tra l’Etna e lo Stromboli perchè appartengono a due contesti geodinamici diversi e hanno sistemi di alimentazioni separati. Siccome sono due vulcani molto attivi è alta la probabilità  di una fase eruttiva nello stesso tempo, ma è puramente casuale. E inoltre, in questo momento, non è in eruzione, ma è soltanto cambiato il livello di allerta”.
Privitera aggiunge che il terremoto della scossa notte è stato un evento singolo.
Un episodio analogo avvenne nell’ottobre del 1984.
E intanto il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, getta acqua sul fuoco:   “Dal punto di vista scientifico – dice a SkyTg24 – si tratterebbe di un evento isolato, i tecnici ci dicono che si sta andando verso un raffreddamento della lava e ci dobbiamo aspettare una quiescenza dell’attività  eruttiva il cui picco c’è stato a Natale, ora si va verso una diminuzione del fenomeno”.
Sospesa per oltre 5 ore, dalle 3.20 e fino alle 8.50, la circolazione ferroviaria sulle linee Messina-Siracusa e Catania-Palermo in seguito al terremoto che ha colpito la provincia di Catania. E’ stato attuato il protocollo di sicurezza in caso di sisma ed i tecnici di Rfi hanno effettuato un sopralluogo in particolare tra Taormina e Lentini e fra Bicocca e Caltanissetta.
Tre treni regionali sono stati sostituti da autobus e due intercity hanno accumulato mezz’ora di ritardo. Per precauzione è stato chiuso un tratto dell’autostrada Catania-Messina, la A18, per la presenza di lesioni sospette sull’asfalto createsi dopo il terremoto. Il blocco si registra tra i caselli di Acireale e Giarre.
Oltre alle squadre dei vigili del fuoco al lavoro dalla notte scorsa nel Catanese per fare fronte all’emergenza per il terremoto di magnitudo 4.8, arrivate anche da Siracusa, Messina e dalla Calabria, altro personale dei pompieri è in arrivo nella zona del sisma. Sono appartenenti alle sezioni Usar di Campania e Lazio.

(da “La Repubblica”)

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TERREMOTO: IL FLOP DELLE CASETTE D’EMERGENZA, TRA MUFFE, TRASLOCHI E SUICIDI

Dicembre 15th, 2018 Riccardo Fucile

SONO GIA’ 15 LE PERSONE COLPITE DAL SISMA CHE SI SONO TOLTE LA VITA… CONDIZIONI SEMPRE PIU’ PRECARIE

Sembra un gioco. Quali sono le dieci cose che porteresti con te se tu dovessi andare su un’isola deserta?
Sui social partecipano in tanti: c’è chi terrebbe soltanto i libri e chi non si priverebbe mai di una catenina, una pietra, un oggetto del passato.
Anche a Antonella Pasqualini posero una domanda simile due anni fa: che cosa porti con te e che cosa lasci? Era ottobre del 2016 quando il terremoto seppellì buona parte della sua vecchia vita. Prese quello che poteva e si trasferì sulla costa con un figlio di cinque anni e un marito.
Lo scorso inverno ottenne una Sae, una casetta di emergenza che di emergenza non è. Antonella e gli altri 3638 nuclei familiari entrati nelle casette (o che lo entreranno) ne sono consapevoli: sanno quando sono entrati, non quando andranno via.
L’ingresso è certo, l’uscita no, si direbbe ricordando un antico detto. Ognuno di loro ha accettato la difficile condizione di vivere in un’emergenza permanente e ha provato a dare alla casetta quell’impronta di stabilità  necessaria quando si deve rimanere in un luogo per anni: fiori, decorazioni, mobili e tutto quello che lo spazio permette.
Ad agosto Antonella ha scoperto delle macchie tra il pavimento e un battiscopa. Ha provato a segnalare.
«Mi hanno trattata come una che fa i capricci. Dopo settimane finalmente è arrivato un tecnico. “Per farmi contenta”, ha detto». Per farla contenta hanno levato un’asse del pavimento, poi un altro. Nell’imbarazzo generale hanno trovato funghi, vermi, umidità  diffuse.
Lo stesso nelle Sae di altre 31 famiglie su 42 collocate nell’area di Muccia. Trentuno nuclei capricciosi costretti di nuovo a lasciare il luogo dove vivevano e a giocare alle dieci cose. Quali porteresti con te? E quali lasceresti?
Impacchetta ancora la vita. Trasportala via. Lascia quello che non entra nella sistemazione di fortuna che sostituisce la precedente sistemazione di fortuna. Ammassa tutto nell’ennesimo prefabbricato destinato a immagazzinare la tua esistenza.
Apri la porta di lamiera, riesci a far entrare un tavolo, un armadio, delle sedie, un frullatore, un tavolo da stiro, una torre di scatole di scarpe, una tv. Basta, non c’è più posto.
Se hai altro è compito tuo trovare dove lasciare questa vita suddivisa in strati di necessità . Il primo strato ti segue ovunque: sono i generi indispensabili, la borsa, il portafoglio, il cuscino, il letto, le lenzuola e poco altro. Dal secondo strato in poi è lo spazio a disposizione a dettare legge.
Se è lo spazio che comanda è il futuro a scomparire. E un popolo senza futuro può anche decidere di non avere più motivo di andare avanti.
Dopo un anno e mezzo otto persone colpite dal sisma avevano scelto di togliersi la vita. Dopo due anni la cifra è schizzata a quindici.
Tutte persone sradicate dalla casa, dalle terre dove erano nati. Tutti privati della ragione della loro vita precedente, vittime di una sindrome depressiva nuova, mai conosciuta finora nonostante i numerosi terremoti subiti in particolare da chi è anziano.
Massimo Mari, psichiatra, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’area Vasta 2 dell’Asur Marche sta coordinando l’assistenza nei confronti di 40mila persone, di cui 25 mila sulla costa.
In questo momento opera con quattro associazioni di volontariato e nemmeno un euro di fondi regionali.
Volontariato allo stato puro, preziosissimo. «La richiesta di aiuto è molto alta. Il tasso di suicidi è molto più elevato di quello del ’97 quando la popolazione non subì deportazioni.
Stavolta è stato imprescindibile allontanarli ma le conseguenze sono state serie. Durante i primi mesi abbiano assistito a un aumento di malattie psicosomatiche, quindi gli infarti. Dopo un anno ci siamo trovati di fronte a un’esplosione delle depressioni. Vedere le macerie immobili dopo tutto questo tempo è un colpo psicologico difficile da assorbire».
Giovanna Bianco, psicologa, operatrice del Progetto Sisma di Emergency attivo nelle Marche: «Questo sisma è diverso: è esteso e quindi complesso nella gestione. E’ tuttora in corso: questo non consente alla popolazione di chiudere una fase e aprirne un’altra. E’ tuttora alla fase delle macerie: le persone si sentono private di ogni prospettiva e dover abbandonare di nuovo le sistemazioni nelle Sae per la muffa e i vari problemi che stanno emergendo rappresenta un problema che rimette in discussione tutto il lavoro di ripresa psicologica fatto finora». Come conclude Massimo Mari: «Ci troviamo di fronte a un’intera comunità  che si sta suicidando».

(da “La Stampa”)

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TERREMOTO AQUILA, META’ DEI LAVORI FERMI, ALTRI DIECI ANNI PER RICOSTRUIRE

Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile

E DA UN MESE MANCA CHI AUTORIZZA LE SPESE, 400 PRATICHE ARRETRATE… ARCHITETTI IN STATO DI AGITAZIONE, EDILI IN ALLARME

Dopo sei mesi, il governo ha nominato Vito Crimi sottosegretario alla ricostruzione delle aree sismiche. La notizia arriva dopo decine di appelli e sollecitazioni di sindaci, sindacati e associazioni di categoria proprio dall’Aquila dove — a quasi dieci anni dal sisma — la ricostruzione pubblica è al palo e la sua sconfitta sotto gli occhi di tutti. Tanto che, ai ritmi attuali, potrebbero servire dieci e più anni per chiudere i cantieri, ben oltre le promesse dei governi che si sono susseguiti dal 6 aprile 2009, il giorno in cui la terra prese a tremare mietendo 309 vittime.
Nel frattempo, si sta alzando il livello di guardia anche per l’ambito privato della ricostruzione, che sembrava invece correre speditamente verso l’impresa della normalità .
L’allarme chiama in causa ancora il governo, stavolta per la mancata nomina, da un mese a questa parte, dei suoi bracci operativi, i responsabili degli Uffici speciali per la ricostruzione dell’Aquila e quelli del cratere sismico: sono le figure che autorizzano la spesa che apre i cantieri, in loro assenza si processano pratiche ma nessuna spesa viene autorizzata.
“C’è ormai un blocco di 400 permessi arretrati, che non sono riferiti a singole abitazioni, perchè si tratta anche di interi complessi e ambiti urbani”, denuncia al fatto.it il presidente dell’Ordine degli architetti che ha incontrato la stampa per sollecitare la Presidenza del Consiglio: “La situazione non può che peggiorare — sostiene Edoardo Compagnone — Sono le uniche figure deputate a firmare i progetti e gli atti in uscita, le approvazioni per contributi, gli stati di avanzamento delle imprese, le parcelle e le liquidazioni. Perfino l’acquisto di carta e cartucce delle stampanti, gli stipendi e i rinnovi contrattuali del personale degli uffici. E’ una disattenzione che l’Aquila non può permettersi”.
L’appuntamento degli architetti con i giornali è stato in un luogo simbolo dello stallo: davanti all’ex liceo classico, alla biblioteca provinciale, al convitto nazionale e all’ex sede della Camera di commercio che — insieme all’ex ospedale San Salvatore — è l’aggregato pubblico più grande del post terremoto, fermo da aprile del 2009. Gli architetti apporranno adesivi ai pali che segnalano lo stato di agitazione della categoria.
Nel pubblico anche il censimento dei lavori è incerto
Da un’inchiesta del Corriere della Sera si è appena scoperto quanto sia magro il bilancio della ricostruzione per il Centro Italia: a due anni dal sisma, solo 350 case ricostruite.
Dopo nove anni, oltre 3.500 giorni, i numeri sull’Aquila lasciano di sasso: devono essere erogati quasi tre miliardi di euro per arrivare agli 8,8 di opere ammesse a finanziamento.
Secondo la banca dati del Gran Sasso Science Institute, in collaborazione con l’Università  dell’Aquila, il Comune dell’Aquila, gli Uffici Speciali per la ricostruzione ed ActionAid su 1.038 interventi i conclusi sono solo 358, metà  dei quali nella città  dell’Aquila. In fase di collaudo ce ne sono 207. Un terzo delle opere è fermo alla fase di programmazione/progettazione.
Siamo dunque al 34 per cento sul totale degli interventi previsti: di questo passo, potrebbero servire davvero decenni per completare la ricostruzione.
Anche perchè, come fa rilevare l’ex titolare dell’Ufficio Raniero Fabrizi, recentemente nominato a capo della struttura di missione della Presidenza del Consiglio, “mentre sul privato si hanno una quantificazione e una tempistica piuttosto certe, desumibili dai tempi medi delle statistiche degli ultimi anni, sul pubblico questa certezza non c’è.
Molti interventi devono essere ancora presentati, definiti e finanziati. Altri sono finanziati, ma ancora devono partire. Specie nel centro storico, dove massima è la complessità  e consistenza. Le opere sono sottoposte a bandi, autorizzazioni e iter complessi, ci sono più soggetti attuatori”. Di tutto questo, dovrà  occuparsi il neo-sottosegretario Crimi. Che ha un problema in più.
Una verità  è sotto gli occhi di tutti
Anche la ricostruzione privata, come detto, dà  segni di rallentamento e false partenze. Non a caso a novembre c’è stata una ripresa di mobilitazioni che non si vedeva da tempo.
Due settimane fa, le donne dell’Alta Valle dell’Aterno hanno marciato per 50 chilometri fino a raggiungere il centro storico dell’Aquila per essere ricevute dal Prefetto. L’ex sindaco di Montereale, Lucia Pandolfi, e il sindaco di Cagnano Amiterno, Iside Di Martino hanno spiegato che nel loro territorio non ci sono stati interventi neppure nelle case leggermente lesionate nel sisma più recente, con il risultato che il 70 per cento della popolazione vive all’Aquila nelle abitazioni antisismiche, mentre l’alta valle dell’Aterno “rischia la morte sociale ed economica”. L’Aquila e il suo centro non se la cavano meglio, lo hanno potuto constatare coi loro occhi i deputati della commissione Ambiente che il 23 novembre scorso hanno raggiunto il capoluogo. Sono tornati indietro constatando che, uscita dai riflettori, L’Aquila rischia la paralisi.
Costruttori in allarme
Ne sanno qualcosa gli edili. L’Ance ha recentemente rielaborato i dati dell’Ufficio speciale per la ricostruzione su tutti e 59 i Comuni del cratere rilevando come oltre metà  (il 51 per cento) dei lavori pubblici finanziati con la delibera Cipe del 2012 sia rimasta al palo, a fronte di 126 milioni di euro per 230 interventi.
Una percentuale che si ritrova sul fronte delle scuole, dove 74 interventi sui 136 previsti dal Piano “Scuole d’Abruzzo — Il futuro in sicurezza” — che ha stanziato 153 milioni di euro — sono ancora bloccati.
La cifra vera dello stallo generale la offre la legenda delle sintesi dell’Ufficio speciale per la ricostruzione, dove affluiscono i dati dei diversi soggetti attuatori, ovvero il Comune, la Provincia, Giunta regionale, Mibact, Protezione Civile e altri: i dati in questione sono fermi al 31 agosto 2018, tre mesi fa.
Nel complesso, la ricostruzione pubblica prevede 612 interventi e meno della metà , per esattezza 297 che equivale al 48,5 per cento, risultano conclusi. “La nomina del sottosegretario alla ricostruzione è una buona notizia, ma non basta”, dice a ilfatto.it il presidente dell’Ance Adolfo Cicchetti.
“Occorre al più presto quella dei responsabili degli Uffici speciali, che sono poi i bracci operativi della ricostruzione. Le procedure sono in corso, ma la situazione di stallo è tale che se si dovesse prolungare ancora, potrebbe avere effetti negativi sull’indotto e sulla filiera della ricostruzione”.
Il dossier dell’Ance, diffuso ai primi di novembre, stima in 4.948 le pratiche del cratere ancora da evadere e 647 i cantieri attualmente aperti.
Le pratiche private rimaste bloccate
L’allarme sul rischio rallentamenti nel privato è condiviso dai piccoli imprenditori della provincia dell’Aquila. “Gli uffici essenziali Usra e Usrc non hanno figure apicali che possono firmare il rilascio di pratiche per aprire cantieri e per il pagamento di Sal ad aziende e parcelle a professionisti” sostiene il presidente dell’Aniem, Danilo Taddei. Le due sigle, come detto, indicano gli uffici da cui arriva il nullaosta per aprire il cantiere. Da un mese, quei nullaosta sono fermi e tocca ora agli architetti ribadire la preoccupazione.
“La nomina deve arrivare prima possibile — insiste il loro presidente Compagnone — anche perchè non sarà  subito operativa, ci saranno i tempi tecnici della firma, la Corte dei Conti, il bollino di Bankitalia, alla fine si rischia di avere un imbuto anche nella parte di ricostruzione che funzionava”.
La strozzatura in corso si vede nei numeri: nel 2014-2015 sono stati emessi oltre 700 pareri l’anno, nel triennio successivo è stato un calare fino ai 418 di quest’anno (manca i dato di dicembre). Tra i motivi, anche la graduale erosione degli organici degli uffici deputati: la dotazione tra Uffici speciali di L’Aquila (Usra) e cratere (Usrc), Comune dell’Aquila ed ex uffici territoriali (Utr) si è ridotta del 20 per cento, per un totale di 67 unità  in meno.
Il dirigente: “Fermi i pareri finali, ma le istruttorie proseguono”
“E’ vero, la mancanza temporanea di un responsabile dei passaggi finali impatta sugli elenchi delle istruttorie e dei pareri in uscita, che vengono pubblicati di mese in mese, e che sono necessari a mettere a disposizione le risorse per i nuovi interventi, che dunque si arrestano”, spiega il dirigente coordinatore dell’ufficio in questione, Francesco Lucarelli.
“Ma — precisa — l’attività  istruttoria continua ai ritmi di sempre perchè, all’indomani della nomina, gli atti siano disponibili per la firma. In generale non parlerei di arretrato. Abbiamo istruito quasi 25mila pratiche, circa 500 l’anno in media, per le quali abbiamo sbloccato oltre il 70 per cento delle risorse per 5,2 miliardi grazie alle quali sono stati chiusi 8.200 cantieri. Resta un’attività  residua pari al 30 per cento. Ma siamo in linea coi tempi medi di ricostruzione. E’ fisiologico che, in mancanza del responsabile, ci sia un rallentamento. Ma mi risulta sia in corso la procedura di selezione e in ogni caso non è una questione riconducibile a questioni di efficienza dell’ufficio”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL SINDACO CHE “RINGRAZIA” IRONICAMENTE BARBARA LEZZI PER NON ESSERE PASSATA NEL PAESE DEL TERREMOTO

Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

MONTECIFONE E’ IL PAESE DEL MOLISE MAGGIORMENTE COLPITO DAL SISMA DI AGOSTO: “GRATO PER NON AVERMI FATTO PERDERE TEMPO E NON AVER DOVUTO ASCOLTARE FRASI DI CIRCOSTANZA SENZA ALCUN IMPEGNO CONCRETO”

“Le sono profondamente grato di aver ritenuto di non fermarsi a Montecilfone, epicentro del sisma e comune maggiormente colpito. Le sono grato perchè ha avuto la delicatezza di non farmi perdere tempo: non intendeva prendere, e non ha preso, nessun impegno concreto con la mia gente e correttamente ci ha risparmiato le solite frasi di circostanza e gli impegni generici non vincolanti”: su Facebook il sindaco di Montecilfone (Campobasso), Franco Pallotta, sfotte il ministro per il Sud, Barbara Lezzi, ieri in visita a Palata e Guglionesi, alcuni dei comuni più colpiti dal terremoto di agosto.
“Grazie ministro — termina il primo cittadino — grazie da me e da Montecilfone”.
Nello status Pallotta ricorda che Montecilfone è stato “epicentro del sisma e comune maggiormente colpito” dal terremoto che verso la metà  di agosto ha funestato il Molise.
Il presidente dell’Ingv Carlo Doglioni a colloquio con l’ADN Kronos spiegò all’epoca che si trattava di “un terremoto molto simile in termini di natura a quello di San Giuliano di Puglia del 2002″ e spiegava come la faglia fosse la stessa del sisma che colpì il Molise 16 anni fa.

(da “NextQuotidiano”)

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QUELLI CHE RUBANO I CONTRIBUTI PER IL TERREMOTO

Giugno 18th, 2018 Riccardo Fucile

PRIMA I TRUFFATORI ITALIANI … 120 DENUNCE SOLO A CAMERINO PER FALSE AUTODICHIARAZIONI, MEZZO MILIONE DI EURO ILLECITAMENTE PERCEPITI

Accertati dalla Guardia di Finanza di Camerino 120 casi di illecite richieste per Contributo di Autonoma Sistemazione (Cas) per un totale di oltre 500 mila euro di contributi indebitamente percepiti da chi aveva dichiarato di essere costretto a trovare un alloggio in affitto perchè la sua casa era stata resa inagibile dal terremoto.
Sono i numeri dell’operazione Anubi delle Fiamme Gialle della Tenenza di Camerino condotta dai primi mesi di erogazione del Cas
Anche ad Amatrice e ad Accumoli sono state trovate 120 persone che percepivano 900 euro al mese di contributi per la casa senza averne diritto.
Nel caso di Camerino ammontano a 120 mila euro i sequestri già  eseguiti.
Anomalie importanti erano emerse sin dai primi accertamenti, facendo scattare controlli capillari sulle istanze presentate.
Anomalie per lo più legate al fatto che molti dei Comuni inseriti nel cratere sismico sono mete turistiche e di villeggiatura, estive e invernali, con la conseguente presenza di numerose seconde case, vissute solamente per brevi periodi dell’anno da persone che avevano in realtà  dimora e interessi principali in altre località , in Italia o anche all’estero.
L’operazione è stata condotta attraverso l’esame di autodichiarazioni e riscontro dei dati dichiarati dai singoli richiedenti il contributo con indagini di polizia giudiziaria, dapprima di iniziativa e successivamente coordinate dal procuratore della Repubblica di Macerata Giovanni Giorgio.
Indagini che hanno fatto emergere una moltitudine di soggetti, che avevano dichiarato falsamente di essere in possesso dei requisiti normativamente previsti, ovvero di essere stati costretti a trovare una nuova sistemazione alloggiativa, in quanto la propria abitazione era risultata inagibile a causa del sisma.
In realtà , si è appurato che già  da prima degli eventi sismici del 2016 alcuni vivevano e lavoravano in altre località , perfino fuori dalle Marche, altri avevano addirittura concesso l’abitazione in locazione a studenti universitari o lavoratori, altri ancora, per far lievitare il contributo, avevano inserito nella domanda la presenza di parenti che in realtà  vivevano stabilmente già  da diversi anni altrove (in alcuni casi all’estero) per motivi di lavoro o studio.
E poi c’era anche chi ha continuato a vivere stabilmente presso la propria abitazione, pur dichiarando di alloggiare altrove. In tutto 120 persone denunciate.

(da agenzie)

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