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I FANTASMI DELL’AQUILA: DOPO DUE ANNI LA CITTA’ E’ ANCORA CONDANNATA AL SILENZIO TRA ERRORI, BUROCRAZIE E SPECULAZIONI

Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile

UN LABIRINTO DI NORME E RIMBORSI: COSI’ LO STATO CONGELA LE ROVINE… ECCO LE CIFRE DI UN INTERVENTO MOLTO PROPAGANDATO MA NELLA SOSTANZA INEFFICACE, CON I LAVORI DI RICOSTRUZIONE PARALIZZATI

Trentasettemila assistiti, centro storico inaccessibile, macerie ancora ferme dal 6 aprile 2009, economia al collasso.
Due anni dopo il sisma che provocò 309 vittime, oltre 1.600 feriti, la devastazione della città  e di altri 56 comuni del cratere sismico, i numeri e le immagini disegnano ancora uno stato di emergenza.
Non sono ancora terminati i lavori di messa in sicurezza degli edifici pericolanti.
La ricostruzione del centro storico è una chimera. Nelle periferie la ripresa consiste in uno sviluppo disordinato, quasi fai-da-te.
La ricostruzione bloccata.
La ricostruzione pesante, classificata E (16mila appartamenti) è ferma al palo, in centro come in periferia.
Sono appena 721 i contributi definitivi già  assegnati. Il resto è fermo.
Due anni dopo il sisma, si sta ancora discutendo sulla definizione delle regole.
“Non c’è chiarezza su una serie di punti fondamentali”, spiegano all’ordine degli ingegneri: dalla delocalizzazione degli interventi, fino alla spinosa questione delle seconde case. Tra i principali elementi d’incertezza c’è il costo dei restauri. Un’ordinanza ministeriale molto discussa fissa un rimborso pari a 800 euro al metro quadro. Troppo poco, secondo proprietari e professionisti. Poi c’è la questione dei criteri: in quali casi demolire, in quali riparare l’esistente. Poi, in quali aree può andare a costruire chi ha perso la casa”.
I progetti finanziati.
I progetti E finora finanziati, 721 a fronte di 2.761 domande presentate, secondo i tecnici sono più che altro riconducibili alle super B, cioè ai casi più semplici.
Tuttavia, questi interventi servono a realizzare il rinforzo degli edifici e non la sostituzione edilizia.
Numeri decisamente più consistenti, invece, per le ristrutturazioni delle abitazioni categoria B e C, che non presentano danni strutturali.
Per la prima categoria sono state ammesse a contributo 7.850 domande, mentre 1.020 sono quelle vistate positivamente per la seconda.
Complessivamente, la somma totale ammessa a contributo per le case con tipologia B, C ed E risulta pari a 571 milioni di euro, per un totale di 9.591 domande.
Per le case A (danni lievi) sono stati concessi 7.160 contributi pari a 65 milioni.
Le richieste di indennizzo sono finora 12mila.
Per 4.600 edifici è stata presentata la dichiarazione di fine lavori, quindi i residenti sono potuti rientrare in casa.
La città  al collasso. La questione economica è una delle partite ancora aperte.
Ormai da un anno gli aquilani sono tornati a pagare le tasse dopo la sospensione di 14 mesi (aprile 2009-giugno 2010).
La restituzione delle tasse sospese scatterà , al cento per cento, a fine anno.
Si è tornati a pagare le bollette di telefono, gas, energia elettrica e acqua, oltre ai pagamenti di Ici e Tarsu, del canone Rai e dei bolli auto.
Gli aquilani sono alle prese con le rate di mutuo, in molti casi anche su abitazioni danneggiate, interessi compresi.
Ricomparse anche le cartelle esattoriali di Equitalia per il recupero di vari tributi (Ici, Tarsu, Irpef, multe).
L’annuncio della zona franca urbana, una misura di sostegno alle imprese per favorire il rilancio del sistema economico piegato dagli effetti del sisma, è rimasto tale.
L’iter burocratico per ottenere la concessione, particolarmente lungo e complesso, è ora nelle mani dell’Europa.
A due anni dal sisma la disoccupazione è salita dal 7,5 all’11 per cento, senza tener conto di chi usufruisce degli ammortizzatori sociali. Un vero esercito.
Le macerie arenate.
Per capire il dramma delle rovine dell’Aquila basta leggere un rapporto di Legambiente.
Il contenuto è durissimo: L’Aquila e gli altri 56 comuni terremotati saranno liberi dalle macerie solo nel 2079.
In un contesto di indecisioni, ritardi, rimpalli di responsabilità , dal dossier emerge la macchina pubblica in tutta la sua inadeguatezza, a cominciare dall’azione più semplice, cioè la valutazione delle macerie prodotte dai crolli nella notte del 6 aprile 2009 e dalle demolizioni controllate degli edifici pericolanti.
Sulla base di calcoli fatti dalla Protezione civile e dai Vigili del fuoco, risultano 4,5 milioni di tonnellate di macerie, pari circa a 3 milioni di metri cubi.
Di questi solo un milione di metri cubi si troverebbe sulle strade, impedendo di fatto l’accesso e quindi la possibilità  di procedere alla ristrutturazione degli edifici.
La stima massima complessiva raggiungerebbe i 2.650.000 metri cubi di calcinacci, di cui circa 1.480.000 solo nel capoluogo (56%).
Il nodo dello stoccaggio.
L’altro problema messo in luce nel dossier è quello dello stoccaggio dei detriti.
Dallo studio emerge che: “Le macerie spostate finora sono state portate sempre ed esclusivamente alla cava ex Teges, il sito di Paganica individuato un anno fa dalla Protezione civile, affidato al Comune dell’Aquila e gestito dalla Asm, la municipalizzata incaricata del servizio rifiuti nel capoluogo abruzzese.
Secondo le informazioni fornite dall’assessorato all’Ambiente, qui vengono conferiti i detriti tal quali, così come previsto dal decreto terremoto dell’aprile 2009, per un quantitativo che oscilla tra le 500 e le 600 tonnellate al giorno.
Dopo le proteste degli aquilani, con le incursioni del popolo delle carriole nella zona rossa, viene definito, a valle di un incontro al ministero dell’Ambiente, un nuovo piano di rimozione.
Da quella data, lo smistamento dei materiali come il ferro, il legno, la plastica, avviene direttamente sulle strade con l’impiego di grossi container, mentre gli inerti e il sovvallo rimanenti prendono la strada della ex Teges, in cui attualmente arrivano a una media di 150 tonnellate al giorno.
Quello che dovrebbe essere un sito di stoccaggio temporaneo, però, rischia di diventare a tutti gli effetti una discarica. Fino a oggi, infatti, la ex Teges si è riempita e quasi mai svuotata, tanto che ormai è vicina alla saturazione.
Dal sito, grazie a due bandi del Comune dell’Aquila, sono uscite in totale 23.000 tonnellate di inerti a fronte, sempre secondo le stime dell’amministrazione comunale, di circa 90.000 tonnellate di macerie rimosse.
Nell’ipotesi volutamente più pessimista, procedendo cioè al ritmo attuale, per eliminare tutte le macerie del terremoto ci vorrebbero altri 69 anni.
Per scongiurare questa prospettiva occorre un cambio di marcia deciso, con l’immediata individuazione e attivazione di tutti i siti necessari”.
Il riciclo che conviene.
Inoltre, passaggio fondamentale del dossier è quello sulla green economy e sul riciclo delle macerie della ricostruzione.
La produzione e l’utilizzo di materiale edile da riciclo è un’attività  prevista dalla legge 203/2003, che obbliga all’impiego negli appalti pubblici del 30% di materiali riciclati (che la circolare n.5205 del 15 luglio 2005 ha esteso al settore edile).
Una legge dello Stato in vigore da sette anni che risulta totalmente disapplicata, e non solo in Abruzzo.
A tal proposito si legge nello studio di Legambiente: “Secondo l’Anpar (l’associazione che riunisce i produttori di aggregati riciclati, ndr), un impianto di riciclaggio di taglia medio-grande può trattare fino a 250mila tonnellate di inerti all’anno. Il che significa che, potenzialmente, una decina di impianti dislocati nel territorio della provincia dell’Aquila potrebbero lavorare in circa due anni tutti gli inerti derivanti dalle macerie del terremoto e produrre oltre 4 milioni di tonnellate di aggregato riciclato (la quantità  di aggregato riciclato prodotto coincide in genere con la quantità  di materiale lavorato)”.

Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica“)

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SCIPPO AGLI AQUILANI: SPARITI I FONDI PER LA FERROVIA

Maggio 21st, 2011 Riccardo Fucile

SI PAGANO LE PROMESSE ELETTORALI DI CHIODI… I CITTADINI ABBANDONATI NELLE NEW TOWN… SU 100 MILIONI STANZIATI, BEN 75 SONO STATI STORNATI PER ALTRE DESTINAZIONI

Oplà . Con 38 righe scritte in gergo ministerial-burocratese vengono scippati a L’Aquila 75 milioni di euro.
Un po’ meno di 2 milioni a riga. Un bel colpo, non c’è che dire.
Proprio nello stesso momento in cui Angelo Zampolini della cricca del costruttore Diego Anemone, patteggia a Perugia 11 mesi di reclusione per faccende legate ai lavori per i Grandi eventi, compreso il G8 nella città  del terremoto.
Quei 75 milioni dovevano servire a trasformare in una metropolitana di superficie la vecchia ferrovia che attraversa le zone colpite dal sisma. Un’opera nuova innestata su un impianto antico, che avrebbe dovuto decongestionare L’Aquila dal traffico di auto e camion che dopo il disastro sembra moltiplicato per dieci e togliere dall’isolamento migliaia di persone confinate nelle new town.
Cioè gli abitanti dei nuovi quartieri del progetto
Case che si stanno rapidamente trasformando in enormi e tristi reclusori, difficili da raggiungere, con bus che passano a cadenza di ore, quando va bene. E invece quei soldi prenderanno altre direzioni.
Lo scippo è riassunto in un “appuntino” passato al sindaco della città , Massimo Cialente, da Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, abruzzese a cui piace presentarsi come una specie di tutor della ricostruzione.
Il titolo della nota sarebbe incoraggiante: “Interventi sulle reti ferroviarie dell’Abruzzo funzionali alla ricostruzione e allo sviluppo post-terremoto”.
Sotto ci sono le 38 righe di testo, appunto, concordate dallo stesso Letta con l’amministratore delle Ferrovie, Mauro Moretti, e il presidente Pdl della Regione, Gianni Chiodi, che è anche commissario per la ricostruzione.       Basta poco per scoprire il trucco: il finanziamento di 100 milioni presentato come “funzionale alla ricostruzione”, in realtà  è una sottrazione secca di fondi per la città  del terremoto.
Cinquanta di quei 100 milioni vengono utilizzati per l’elettrificazione della tratta Sulmona-Guidonia, linea che con la zona colpita dal sisma c’entra poco o niente, ma per il cui ammodernamento si era speso in campagna elettorale il futuro governatore.
Altri 25 milioni vanno alle tratte Pescara-Sulmona e Sulmona-L’Aquila, binari di nuovo al di fuori delle aree colpite.
In totale fanno 75 milioni.
Per i binari che attraversano davvero le zone disastrate e lambiscono le new town, cioè la linea Sulmona-L’Aquila-Terni, ci sono solo 25 milioni.
Soldi che bastano appena per eliminare tre o quattro passaggi a livello tra Sassa e San Demetrio, ma assolutamente insufficienti per il progetto complessivo della metropolitana leggera.
Raccontano che Letta fosse raggiante al momento della consegna del foglietto al sindaco de L’Aquila, come stesse annunciando un evento memorabile, tanto che i destinatari della nota si domandano ancora se il sottosegretario fosse o no consapevole del gioco di prestigio oppure se stesse bluffando tout court.
Di certo non l’hanno presa bene.
“Il decreto per l’Abruzzo poi convertito in legge destinava 100 milioni di euro alla linea ferroviaria che attraversa le aree del cratere e invece ce ne danno un quarto. È uno scandalo e una presa in giro. Giocano senza vergogna sulla tragedia del terremoto. E magari vorrebbero anche essere ringraziati”.
Il sindaco Cialente ha chiesto subito a Letta di bloccare tutto.
Gli atti parlano chiaro, a partire proprio dal decreto legge del 28 aprile 2009, 22 giorni dopo il terremoto, che individuava gli “interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici”.
All’articolo 4 si stabiliva uno stanziamento di 100 milioni di euro “nell’ambito dell’aggiornamento per l’anno 2009 del contratto di programma Rete ferroviaria italiana (Rfi) 2007-2011”.
In premessa, l’articolo 1 dello stesso decreto stabiliva in modo chiarissimo che i quattrini dovevano andare “esclusivamente ai comuni interessati dagli eventi sismici”.
I tecnici della Provincia avevano elaborato un progetto per i circa 60 chilometri di binari delle aree del terremoto, un piano che prevedeva la metropolitana leggera da realizzare con l’elettrificazione della linea, l’eliminazione di 25 passaggi a livello, la costruzione di parcheggi di scambio per le auto dei viaggiatori.
L’idea era piaciuta e il comune de L’Aquila e la Provincia avevano chiesto i finanziamenti.
Guido Bertolaso, allora ancora capo della Protezione civile impegnato per la ricostruzione, si innamorò del piano fino ad appropriarsene e a presentarlo al presidente della Repubblica con una copertina nuova, con bene in vista il logo della presidenza del Consiglio.
Per la ferrovia-metropolitana de L’Aquila sembrava fatta.
Mancavano solo i soldi, i 100 milioni di euro richiesti, appunto.
Dopo l’entusiasmo iniziale, sullo stanziamento cadde però il silenzio.
Fino a pochi giorni fa, quando Letta si è presentato a L’Aquila raggiante con l’“appuntino” dello scippo. Il governatore Chiodi gli ha dato manforte con una dichiarazione che sembra una beffa: “A L’Aquila quei quattrini non servivano”.

Daniele Martin
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ALL’AQUILA VA SEMPRE DI MODA IL BUSINESS DELL’EMERGENZA

Aprile 7th, 2011 Riccardo Fucile

ALLARME DELL’AUTORITA’ SUI CONTRATTI PUBBLICI: SULLA RICOSTRUZIONE E’ ANCORA REGIME DI URGENZA CON APPALTI DESTINATI A UN NUMERO RISTRETTO DI IMPRESE.. E I COSTI SALGONO

A due anni esatti dal terremoto del 6 aprile 2009 la ricostruzione in Abruzzo rimane ancora un business legato all’emergenza, anche se le procedure straordinarie «non sono più giustificate» vista la «graduale ripresa delle attività » a L’Aquila e nelle altre città  devastate dal sisma.
Eppure, nonostante i timidi segnali di ripresa, il regime amministrativo resta un altro, quello in vigore subito dopo la violentissima scossa con il ricorso a più spicci affidamenti diretti, gare effettuate «in tempi ristretti», un ridotto numero di imprese che vengono chiamate «più volte», interventi che subiscono «rilevanti incrementi economici» e giustificati da progetti «scarsamente definiti».
A lanciare il preoccupato allarme, con un parere depositato in cancelleria il 4 marzo, è l’Autorità  di vigilanza sui contratti pubblici, l’organo che controlla regolarità  e trasparenza degli appalti.
Lapidario, nelle sue conclusioni: in definitiva, le procedure in corso «non sono adeguate ad assicurare il rispetto dei principi di non discriminazione, parità  di trattamento, trasparenza, economicità ».
Insomma: quello dell’emergenza resta ancora un bel business.
Nella deliberazione dell’Autorità  non ci sono riferimenti alle indagini sulla «cricca» che alle 3 e 32 di quella tragica notte di due anni fa già  rideva pensando ai lucrosi appalti sulla ricostruzione.
E i giudizi sull’operato del Provveditorato alle Opere pubbliche del Lazio, Abruzzo e Sardegna che sta coordinando – in collaborazione con il presidente della Regione nominato commissario straordinario – la colossale ricostruzione hanno il timbro della cautela.
Ma la conclusione del certosino approfondimento resta ugualmente severissima: «Con riferimento all’attualità , non appare giustificato – scrivono il presidente dell’Autorithy Giuseppe Brienza e il consigliere relatore Sergio Santoro – il protrarsi di procedure emergenziali in relazione al tempo ormai trascorso dall’evento sismico».
A due anni esatti dall’onda sismica di 5,9 gradi Richter che sbriciolando l’Abruzzo ha provocato 309 morti, nella pianificazione della ricostruzione non sono ancora «stati introdotti i criteri di inviti alle gare», quelli necessari per «assicurare trasparenza, imparzialità  e la più ampia partecipazione degli operatori idonei interessati».
Le conseguenze del continuo ricorso all’emergenza sono evidenti nei numeri raccolti dall’indagine dell’Autorità  che ha monitorato 155 contratti, tutti ad affidamento diretto o a gara informale (chiamando cioè le ditte, ndr).
Costi che rispetto alle previsioni iniziali «hanno subito rilevati incrementi» – in genere raddoppiando – con «procedure adottate che lasciano ampi margini alle iniziative delle imprese affidatarie».
E che soprattutto «non appaiono idonee ad assicurare la congruità  economica degli interventi, spesso di importo considerevole».
Tra i casi descritti ci sono i lavori di sistemazione della scuola media Dante Alighieri di L’Aquila che vedono agli iniziali 708 mila euro stanziati nel settembre 2009 un’aggiunta, arrivata nel maggio 2010, di un milione e 57 mila euro. Ancora: la sistemazione dell’ex istituto commerciale Rendina parte da un milione e 738 mila per trovare strada facendo l’addizione di un altro milione 299 mila euro.
Raddoppiata anche la messa in sicurezza dell’Itis Margherita di Savoia, che da 324 mila euro sale ai definitivi 939 mila euro.
Interventi per i quali, come nel caso della scuola della Guardia di Finanza di L’Aquila sottoposta a maquillage in vista del G8, sono stati previsti affidamenti diretti oppure gare informali — sistema questo in genere scelto nel dopo-sisma per i lavori nell’edilizia scolastica — «espletate in tempi strettissimi e con invito a tre imprese».
Il tutto senza che il Provveditorato abbia «evidenziato criteri di individuazione degli operatori» e con imprese «affidatarie di più di un intervento» e «chiamate più volte» per ulteriori commesse.
Non bastasse, «altri aspetti di criticità » emergono dall’esame dei lavori «spesso avviati sulla base di progetti scarsamente definiti (“brogliacci” di perizie, preliminari)».
E’ successo nelle opere per il «ripristino della funzionalità  della Questura di L’Aquila» e per la «messa in sicurezza della basilica di San Berardino».
Come in altri casi, prima si elaborano progetti di massima, poi partono i lavori e successivamente si chiamano professionisti a stilare i progetti definitivi.
Con il risultato che le verifiche del Provveditorato costituiscono «spesso una mera asseverazione di opere ormai realizzate», dando «ampi margini alle imprese affidatarie».
Traduzione: se il prezzo è congruo, lo si scopre solo a lavori ultimati.
Ma non prima.
Per chiarire come mai in Abruzzo l’emergenza sia ancora in corso – nonostante appunto «non sia più giustificato il protrarsi delle procedure d’urgenza» – il Provveditorato ha un mese di tempo.
Poi l’Autorità  invierà  le sue conclusioni al Parlamento.

Alessandro Fulloni
(da “Il Corriere della Sera“)

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TERREMOTO AQUILA DUE ANNI DOPO: IL CENTRO STORICO E’ RIMASTO UGUALE, ANCORA 37.000 IN CASE PROVVISORIE, 1.200 AZIENDE HANNO CHIUSO, PERSI 6.000 STUDENTI FUORISEDE

Aprile 5th, 2011 Riccardo Fucile

IN GIAPPONE SONO BASTATI SEI GIORNI PER RICOSTRUIRE UN’AUTOSTRADA, ALL’AQUILA DIECI MESI PER AVERE UN’AUTORIZZAZIONE A RICOSTRUIRE…SONO ANCORA 37.733 LE PERSONE ASSISTITE, DI CUI SOLO 23.000 NELLE CASE PREFABBRICATE…RICOSTRUZIONE FERMA E SPESE GONFIATE

«Ma perchè gli aquilani si lamentano?».
Se lo chiedono in molti, a volte con aria infastidita, ricordando il «miracolo» delle casette costruite a tempi record e fornite, con tanto di champagne in frigo, ai terremotati.
Il problema è che c’è una ferita che ancora sanguina, da quella notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009, quando alle 3.32 del mattino, un boato agghiacciò l’anima e poi tutto venne giù assieme ai muri: gli affetti, le case, le storie, il futuro.
È che il centro, cuore pulsante sociale, culturale, economico dell’Aquila, ma anche dei piccoli paesini attorno, è rimasto com’era.
A parte i puntellamenti di legno che sono costati moltissimo, anche per case che forse dovranno essere demolite, e che ora, dopo due anni di pioggia e neve e assenza di lavori, sono già  destinati alla sostituzione.
Per la gioia delle imprese appaltanti e la rabbia dei terremotati.
Fuori dalla zona rossa, in periferia, i cantieri aperti si vedono.
Sono quelli delle case meno danneggiate. Si è partiti da quelle.
E già  c’è una pioggia di esposti.
Imprese che, magari con l’assenso degli inquilini, gonfiano i costi dei progetti con lavori non necessari.
O lavori fatturati molto ma compiuti male.
«Devono venire a controllare. Non l’hanno fatto all’inizio e c’è chi se ne è approfittato. Almeno lo facessero ora. Perchè qui sono milioni di euro, mica uno scherzo» protesta Luciano, autore di un esposto. «A casa mia c’era solo una piccola crepa, ma la volevano far passare per gravemente danneggiata».
A due anni di distanza, sono ancora 37.733 (15 mila in meno rispetto al 2010) le persone assistite. Poco meno di 23mila risiedono in alloggi Map (le famose casette), in 19 new town; circa 13 mila sono beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione (200 euro a persona ogni mese) e 1.328 sono ancora in strutture ricettive abruzzesi e nelle caserme.
In questi giorni sono tutti in fermento. Si attende l’ordinanza.
L’ennesima che dovrebbe finalmente chiarire tutti i dubbi su come debbano essere i progetti da presentare all’approvazione, per aver poi i rimborsi.
Da due anni la burocrazia ha infierito sugli aquilani.
E se in Giappone sono bastati 6 giorni per costruire un’autostrada qui ci sono voluti in media 8-10 mesi, con punte di un anno e due mesi, per avere il via libera a ricostruire.
Con l’ordinanza i 15mila della fascia E (i proprietari delle case più danneggiate) potranno presentare le richieste.
Ma ad attenderle nell’ufficio comunale che deve valutare la correttezza formale delle pratiche ci sono un impiegato, spesso fuori per incombenze, e una ragazza con contratto a tempo determinato sempre in scadenza.
Peggio ancora nell’ufficio ricavato nella caserma della Finanza.
Un corridoio angusto con la parete fasciata da migliaia di progetti accatastati. Per fortuna è di vetro. Così gli impiegati possono leggere dal cortile i numeri delle pratiche.
La cartolina che ritrae la ricostruzione che non decolla arriva da Cagnano Amiterno, appena 15 km dal «cantiere più grande d’Europa».
Qui sorge lo storico cementificio Sacci: dovrebbe essere un fermento di produzione.
Invece dal prossimo gennaio almeno 12 operai saranno messi in mobilità . Perchè – ha spiegato l’azienda nella lunga trattativa con i sindacati – «non c’è lavoro a sufficienza».
Da queste parti la disoccupazione è balzata dal 7,5% di prima del sisma all’attuale 11%, dato che però, come spiega Umberto Trasatti, segretario provinciale della Cgil, «non comprende i lavoratori in cassa integrazione, mobilità  o comunque che usufruiscono di ammortizzatori sociali».
Altre migliaia di persone rimaste senza lavoro.
Il prodotto interno lordo è fermo: bloccato sulla crescita zero.
«Altro che ripresa», incalza la Cgil, «e dal governo tante promesse, ma poche azioni concrete».
E per una volta anche gli industriali sono in sintonia con il sindacato. «Nell’emergenza – dice Antonio Cappelli, direttore di Confindustria – sono state fatte cose straordinarie. Poi però tutto si è fermato. Aver dato un tetto alla gente realizzando una periferia diffusa non vuol dire rilanciare l’economia. La ricostruzione “pesante” non è neanche partita».
Oltre 1.200 piccole aziende e imprese artigianali del centro storico hanno chiuso: rappresentavano una delle ricchezze svanite della città .
«Il sistema-università , fra affitti di fuorisede, consumi, servizi, generava un flusso finanziario compreso fra i 220 e i 230 milioni di euro all’anno. Adesso si è quasi azzerato», aggiunge Antonio Cappelli.
Gli iscritti sono scesi da 27 mila a poco più di 21 mila, nonostante l’azzeramento delle tasse universitarie.
Sono venuti a mancare proprio i fuorisede che erano quelli che movimentavano più denaro.

Paolo Foschi e Virginia Piccolillo
(da “Il Corriere della Sera“)

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L’AQUILA DUE ANNI DOPO IL TERREMOTO: “COSI’ CI HANNO RUBATO LA CITTA'”

Aprile 2nd, 2011 Riccardo Fucile

NON C’E’ PIU’ RABBIA E SPERANZA, REGNANO SOLO RASSEGNAZIONE E DISPERAZIONE….37.733 PERSONE ANCORA ASSISTITE, DI CUI 22.989 SEMPRE NELLE C.A.S.E., 13.416 CHE SI SONO SISTEMATE IN MODO AUTONOMO, 1.077 ANCORA IN ALBERGO E 251 IN CASERMA…E LA RICOSTRUZIONE E’ FERMA

Mario Ianni, 75 anni, sta passeggiando con il suo Rocky.
“È una fortuna, avere un cane. Almeno sei costretto ad uscire di casa. Gli altri anziani stanno tutto il giorno davanti alla tv. E che dovrebbero uscire a fare? Qui è tutta una desolazione”.
New town di Bazzano, quasi duemila abitanti.
È vero, alla mattina – dopo la partenza di chi ha la fortuna di avere ancora un lavoro – in giro ci sono solo anziani che fanno fare la passeggiata al loro amico. “Io ho sempre vissuto in mezzo alla gente: per 37 anni ho avuto una bancarella in piazza Duomo. Abitavo in via Pastorelli. Ci sono tornato l’altro giorno: sulle scale e sui letti ci sono ancora i mattoni rotti, come il 6 aprile 2009. Dieci mesi in albergo a Pineto, poi un letto nella caserma Campomizzi. Da agosto sono qui, con mia moglie. In hotel e in caserma almeno stavi in compagnia. Qui devo prendere la macchina anche per andare a bere un caffè o a comprare il pane. La desolazione è grande perchè non sai quando tutto questo finirà . Alla mia età , non credo che riuscirò a tornare a casa mia”.
Tristezza e depressione.
Sono queste le parole che raccontano questo secondo anniversario del terremoto (nella notte tra il 5 e il 6 aprile ci sarà  una fiaccolata per ricordare le 309 vittime, compresa Giorgia, che avrebbe dovuto nascere proprio il giorno del sisma) molto diverso dall’anno scorso, quando c’erano ancora rabbia e speranza. E nella “città  dell’infelicità ” – così la chiama l’assessore Stefania Pezzopane – sono arrivati anche gli insulti di Forum, contro gli aquilani che “hanno tutti la villetta con giardino e garage” o vivono a sbafo negli hotel.
La realtà  – purtroppo molto diversa – è quella fotografata dall’indagine Microdis – l’Aquila, finanziata dalla Comunità  europea e realizzata dalle università  di Firenze, delle Marche e de L’Aquila.
Con quindicimila contatti, si è scoperto che per il 71% degli aquilani “la comunità  è morta assieme al terremoto”, che il 68% vorrebbe lasciare la propria abitazione attuale, e che il 43% della popolazioni soffre di stress, una percentuale che arriva al 66% per le donne. Il 73% denuncia “una totale mancanza di posti di ritrovo per la comunità “, il 50% l’assenza di servizi essenziali.
Il sindaco Massimo Cialente non è sorpreso da questi numeri. “La comunità  sta morendo perchè il sisma ha distrutto la città , non pezzi di città . In tanti non l’hanno capito. Se non si adottano misure eccezionali – come è successo nel primo anno, quando il governo ci è stato vicino – si commetterà  un omicidio: quello di un’intera comunità . Nei primi mesi, in 65 giorni, siamo riusciti a costruire i Musp, i moduli provvisori ad uso scolastico e ad aggiustare 60 scuole. Poi il nulla. Da quando, 14 mesi fa, è stata dichiarata la fine dell’emergenza, con la partenza della Protezione civile, ci sono tanti commissari e sub commissari che però affrontano i problemi in modo “normale”, senza deroghe. E così abbiamo perso 14 mesi e l’Aquila non riesce a riavere la questura e altri palazzi pubblici indispensabili, 1.200 famiglie sono ancora fuori dalle case popolari perchè per avviare i lavori ci vogliono gli appalti … Fino ad oggi non è arrivato un euro per il rilancio economico, la ricostruzione pesante – quella vera – non è ancora partita. Io venti giorni fa mi sono dimesso, volevo che la città  ricevesse una scossa. Commissari e sub commissari, a nome del governo, erano per il Comune un muro di gomma. La mia stessa maggioranza non aveva capito che la città  era in agonia. Ora sono tornato in Comune perchè il governo ha promesso che ci si metterà  tutti attorno a un tavolo per discutere le cose da fare, con lo stesso spirito che c’era nei primi giorni. Speriamo sia vero”.
Ci sono ancora i soldati, a presidiare il centro storico pieno di macerie.
“Non siamo più cittadini – dice Stefania Pezzopane – ma inquilini. C’è chi pensa che città  significhi un insieme di case e garage. Ma anche per chi ha un tetto – ci sono comunque 36.000 persone in attesa di tornare a casa loro – non c’è più quel “vivere assieme” che è l’essenza della città . La cosa che fa più male è che anche i giovani se ne vogliono andare via.”
C’erano 850 attività  commerciali, nel centro storico.
I negozi riaperti sono 20 in tutto. “Altri 70 potrebbero alzare la serranda – dice l’assessore Pezzopane – ma non lo fanno perchè in centro non ci sono abitanti. Ormai le insegne più famose dei bar e dei negozi sono state messe nelle baracche di legno che circondano il centro ed hanno occupato ogni spazio libero. La città  senza città  pone problemi anche al Comune: abbiamo 26 milioni da spendere per il ripristino della rete sociale, per costruire centri per gli anziani e luoghi per i bambini ed i ragazzi. Dove li costruiamo? Nel centro senza abitanti o nelle new town piene di gente e senza nessun servizio? Dobbiamo riflettere. Se investiamo lontano dalle antiche mura, nel cuore della città  potremo tornare solo per quelle che noi chiamiamo le passeggiate del dolore”.
C’erano 6.000 persone, nelle “domeniche della carriole” del febbraio e marzo dell’anno scorso.
Ventimila ad occupare l’autostrada a luglio.
Meno di cento persone nell’ultima iniziativa dei comitati l’altra settimana, per togliere l’erba dalla scalinata di San Bernardino.
“L’Aquila – dice Eugenio Carlomagno, direttore dell’Accademia di belle arti – più che sconfitta è rassegnata. Da due anni chi vuole tornare a vivere nella propria casa in centro si scontra con i ritardi, la burocrazia e l’assenza di scelte politiche. In centro sarà  necessario costituire fra i 300 ed i 400 consorzi per la ricostruzione, fino ad oggi ne sono nati solo 15 e ancora oggi non sappiamo a chi presentare la domanda di finanziamento. La rassegnazione non può stupire nessuno”.
Il sindaco Cialente incontrerà  la stampa estera a Roma, anche per ricordare gli impegni assunti dai Grandi al G8 e in gran parte non mantenuti.
Chiese e monumenti “adottati” sono ancora orfani.
Fra le poche eccezioni, il Giappone.
Il sindaco ha inviato un messaggio al governo giapponese, per esprimere il lutto per il terremoto che ha colpito quel paese, e i giapponesi hanno ringraziato, aggiungendo che manterranno il proprio impegno di costruire – dopo la nuova sede del conservatorio – anche un nuovo palazzetto dello sport.
Massimo Casacchia, professore di psichiatria all’ateneo e responsabile dei servizi psichiatrici all’ospedale San Salvatore, conosce la tristezza della città  sia come medico che come abitante di una new town.
“In questi ultimi mesi stanno aumentando lo scoraggiamento, la rassegnazione, la tristezza. In termini clinici, questa si chiama depressione. Nè è colpito il 40% della popolazione, forse la metà . Sono persone che hanno bisogno di colloqui con il loro medico o qui all’ospedale. Io vivo nella new town di Pagliare di Sassa. Un tetto, il caldo e nulla intorno. Se hai il tuo lavoro, te la cavi. Chi resta qui tutto il giorno non riesce a trovare un punto di incontro con gli altri, quasi tutti sconosciuti perchè il terremoto è stato come una bomba che dal centro ci ha buttati in periferia e anche più lontano. Nelle frazioni invece delle new town hanno fatto i Map, moduli di abitazione provvisoria. Qui almeno hai come vicini di appartamento quelli che abitavano accanto a te, le relazioni rinascono subito. E sappiamo che il vero antidoto al disturbo e alla malattia mentale è la rete sociale”.
Anche nella sua new town, al tramonto, si vedono solo uomini con cani al guinzaglio.

Jenner Meletti
(da “La Repubblica“)

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LE PROVANO TUTTE: A “FORUM” UNA FINTA AQUILANA ESALTA LA RICOSTRUZIONE (MAI INIZIATA) DELLA CITTA’

Marzo 28th, 2011 Riccardo Fucile

GLI AQUILANI PROTESTANO SUL WEB E SCRIVONO A RITA DALLA CHIESA PER RISTABILIRE LA VERITA’…. L’ABITUDINE DI REGIME DI UTILIZZARE I MEDIA PER VEICOLARE I FALSI E LA VOCE DEL PADRONE

Che spesso a Forum ci siano attori a interpretare i protagonisti delle varie cause, è cosa nota e non fa notizia.
Altro discorso è, tuttavia, quando questa prassi viene utilizzata per veicolare concetti cari al Governo. Come il presunto “miracolo aquilano”.
Ecco cosa va in onda nel corso della puntata di venerdì 25 marzo, la mattina, su Canale5 (la si può vedere per una settimana sul sito ufficiale).
Rita Dalla Chiesa presenta una causa di tal Marina, sedicente aquilana terremotata e titolare di un negozio di abiti da sposa.
La signora chiede all’ex marito, da cui è separata, un contributo una tantum, in luogo degli alimenti, per far ripartire la propria attività .
Nel corso del dibattito, la signora dice, fra l’altro, che dopo il terremoto «Hanno riaperto tutte le attività , manca solo la mia. Stanno pure ricostruendo. Anzi, dobbiamo ringraziare qualcuno che non ci ha fatto mancare niente.» Racconta la notte del 6 aprile, la descrive come «la fine del mondo. Si sono staccati persino i termosifoni dal muro.»
Dice di non voler fare la terremotata a vita, di volersi rimboccare le maniche, poi ringrazia il Presidente, il Governo: «Tutti hanno le case, coi giardini, coi garage, nessuno sta in mezzo alla strada, le attività  stanno riaprendo, voglio riaprire anche la mia.»
Dalla Chiesa la incalza: «So che adesso mi tirerò addosso gli strali, ma dovete ringraziare anche Bertolaso, perchè ha fatto un grandissimo lavoro». Comincia a diventare chiaro il messaggio: la signora Marina, che vincerà  la causa, rappresenta l’ottimismo e la gratitudine, l’ex marito invece è il pessimista ingrato.
Una rappresentazione binaria della realtà  aquilana, che naturalmente non corrisponde al vero.
Quando il giudice si ritira per deliberare, durante il talk show di commento, la cosa diventa ancora più evidente.
La signora Marina dichiara, per esempio: «Sono rimaste fuori solo 300/400 persone, stanno in hotel perchè gli fa pure comodo, mangiano, bevono e non pagano nulla, pure io ci vorrei andare.»
La cosa, come si può verificare dal sito ufficiale del Commissario per la ricostruzione, non risponde al vero e non rappresenta la realtà  aquilana.
Ma c’è dell’altro.
La signora non è aquilana.
Su Facebook, fra i terremotati, la notizia comincia a circolare: Marina sarebbe, in realtà , una fioraia di Popoli (in provincia di Pescara).
Non una terremotata.
E gli aquilani veri cominciano a protestare sulla pagina Facebook del programma, in maniera veemente.
I tentativi di riequilibrare il dibattito in studio vengono lasciati a poche voci disinformate: una ragazza sostiene di aver lavorato con la Protezione civile e dice che all’Aquila ci sono ancora le tendopoli. Ovviamente non è vero.
Arriva persino un ragazzo veneto che propone la retorica del bisogna rimboccarsi le maniche.
Il quadro si completa.
L’Assessore alla Ricostruzione, Stefania Pezzopane, dice al Quotidiano d’Abruzzo: «Della sartoria della signora a L’Aquila non c’è mai stata ombra. Se avessero voluto raccontare storie vere, qui ne abbiamo tante. Il fatto che si sia voluto rappresentare un dramma con una storia finta la dice lunga sulle intenzioni di certi mezzi di informazione che hanno oscurato L’Aquila per mesi e ora, alla vigilia del secondo anno, quando sono attesi mezzi di informazione da tutta Europa in città , cercano di “ridimensionare” un presente che non è quello raccontato».
Poi, scrive una lettera alla conduttrice «Durante la trasmissione persone che, mi risulta, nulla hanno a che vedere con L‟Aquila, hanno parlato della situazione attuale, facendone un quadro distorto e assolutamente non veritiero».
E le rivolge un invito: «La invito a venire all’Aquila per vedere con i suoi occhi come si vive qui e che cos’è stato il nostro terremoto».
Ma intanto, televisivamente parlando, il messaggio è passato.
Al punto che la parte dedicata alla causa di “Marina la sarta aquilana” viene chiusa con la lettura di una mail da parte di tal Anna da Pescara.
Che chiosa: «Gli aquilani sono un popolo un po’ vittimistico. Tanta gente sta approfittando della tragedia».
E probabilmente, per la maggior parte degli spettatori di Forum (la puntata ha totalizzato uno share del 20,05% per 1.642.000 spettatori) l’udienza è tolta.

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NUCLEARE: il 68,4% DEGLI ITALIANI CONTRARI ALLE CENTRALI

Marzo 15th, 2011 Riccardo Fucile

FAVOREVOLE SOLO IL 20,3%, NON HANNO ANCORA UN’IDEA PRECISA L’11,3% …TRA TRE MESI, IL 12 GIUGNO, GLI ITALIANI SARANNO CHIAMATI A VOTARE AL REFERENDUM ABROGATIVO DEL PIANO DEL GOVERNO PER IL RITORNO AL NUCLEARE….DOPO LA TRAGEDIA IN GIAPPONE IL QUORUM POTREBBE ANCHE ESSERE RAGGIUNTO

Sette italiani su dieci sono contrari alla costruzione di centrali nucleari.
Lo rivela un sondaggio realizzato da Fullresearch nei giorni dell’emergenza degli impianti in Giappone dove c’è il rischio di una nuova Chernobyl a seguito dei danni provocati dal terremoto.
Il 68,4% dei mille intervistati si è detto contrario alla costruzione in Italia di centrali nucleari, mentre il 20,3% è favorevole.
Il restante 11,3% non ha ancora sviluppato un’opinione al riguardo o preferisce non rispondere.
Il dato è indicativo se si considera che tra tre mesi, il 12 giugno, gli italiani saranno chiamati a votare il referendum abrogativo sul piano del governo per il ritorno al nucleare.
Il quesito era stato presentato dall’Idv per abrogare la norma per la “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.
Si tratta di una parte del decreto legge recante “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività , la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” firmato il 25 giugno 2008 e convertito in legge “con modificazioni” il 6 agosto dello stesso anno.
Nel quesito referendario ai cittadini è chiesto: “Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività , la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, limitatamente alle seguenti parti: art. 7, comma 1, lettera d: realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.
Lo scorso dicembre la Corte di Cassazione aveva accolto l’iniziativa, dopo che la Corte Costituzionale a giugno aveva respinto i ricorsi presentati da 10 regioni (Emilia Romagna, Umbria, Toscana, Lazio, Liguria, Marche, Puglia, Basilicata, Molise e Calabria) contro la legge delega del 2009 che disciplina la localizzazione e l’autorizzazione agli impianti nucleari nel nostro paese.
L’ondata emotiva della tragedia giapponese potrebbe non solo far crescere i no al nucleare, ma anche far raggiungere il quorum ai referendum, trascinando anche quelli sull’acqua pubblica e sul legittimo impedimento.

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L’AQUILA, MI MANDA PICCONE: “LEGAMI DEL SENATORE PDL CON IL CLAN DEI CASALESI PER GLI APPALTI DELLA RICOSTRUZIONE”

Marzo 1st, 2011 Riccardo Fucile

NELL’INCHIESTA DELLA PROCURA ANTIMAFIA, IL PARLAMENTARE E’ STATO ISCRITTO NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI… DA UNA INTERCETTAZIONE EMERGEREBBE IL SUO RUOLO DI REFERENTE POLITICO DEL CLAN…. IN PASSATO AVEVA GIA’ AVUTO PROBLEMI PER LA REALIZZAZIONE DI UN TERMOVALORIZZATORE SU UN SUO TERRENO E PER L’ACCUSA DI AVER COMPRATO CON 600.000 EURO LA SUA ELEZIONE…HA PARTECIPATO CON LA SUA AZIENDA ALLA COSTRUZIONE DELLE CA.S.E. PER I TERREMOTATI

C’è un’indagine che potrebbe cambiare la storia della ricostruzione post-sisma dell’Aquila.
Un’indagine che ha al centro un’azienda legata al clan dei casalesi, ed un politico: un senatore del Pdl.
Si tratta di una inchiesta della procura distrettuale antimafia dell’Aquila, nata da un fascicolo della procura antimafia di Napoli.
Cuore della vicenda, una intercettazione.
Una serie di telefonate e incontri dimostrerebbero che il clan dei casalesi sarebbe entrato nella ricostruzione dell’Aquila grazie all’aiuto di un senatore del Popolo delle Libertà  che ora è sotto inchiesta.
Si tratta di Filippo Piccone, coordinatore regionale del partito di Berlusconi e imprenditore.
Il suo nome adesso è iscritto nel registro degli indagati nell’ambito di un’inchiesta per associazione di stampo mafioso.
Secondo gli inquirenti, il senatore sarebbe stato il “contatto” attraverso il quale l’azienda del clan si sarebbe inserita nella ricostruzione e avrebbe iniziato a lavorare.
A far cadere il parlamentare nella rete degli inquirenti sarebbero state, appunto, una serie di intercettazioni telefoniche captate dalla procura distrettuale antimafia di Napoli e immediatamente “girate” ai colleghi che si occupano delle indagini sulle infiltrazioni nella ricostruzione.
Telefonate nelle quali gli uomini legati al clan parlano di un appuntamento con il senatore Piccone per sbloccare i lavori da ottenere nell’ambito della ricostruzione post-sisma all’Aquila.
L’indagine   –   portata avanti dal sostituto procuratore Antonietta Picardi assieme al procuratore Alfredo Rossini – è blindata.
Ma questa non è certo la prima inchiesta che coinvolge il politico-imprenditore Piccone.
Due procure (L’Aquila e Pescara) indagano sull’affare del termovalorizzatore su un terreno del senatore.
Un affare che, secondo le informative della polizia giudiziaria, Piccone avrebbe cercato di realizzare “piegando” gli interessi della collettività  abruzzese, ovvero, cercando di ottenere un’autorizzazione per un secondo termovalorizzatore che secondo gli uffici pubblici regionali del settore ambiente era inutile.
Piccone fu anche al centro del memoriale consegnato alla procura di Pescara dall’ex moglie dell’onorevole Sabatino Aracu (Pdl).
La donna accusò Piccone di aver comprato la candidatura con 600 mila euro consegnati al marito e a Fabrizio Cicchitto.
La Procura di Pescara archiviò per insufficienza di prove.
Una delle aziende di Piccone è poi coinvolta in un’indagine sul riciclaggio di denaro proveniente dalla malavita organizzata portata avanti dalla procura di Avezzano che riguarda la realizzazione di un centro commerciale.
Ma non è tutto: Piccone ha anche lavorato per la realizzazione delle 4900 case del Governo per i terremotati con le sue aziende, ottenendo due sub-appalti per un valore complessivo di due milioni di euro.

Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica“)

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TERREMOTO E RICOSTRUZIONE: “A SUMATRA MEGLIO CHE ALL’AQUILA”

Febbraio 25th, 2011 Riccardo Fucile

UNA RICERCA DI TRE UNIVERSITA’ SVELA I NUMERI DEL POST SISMA E LA RESPONSABILITA’ DI CHI HA GESTITO L’EMERGENZA… “LA CALAMITA’ E’ STATA GESTITA IN MODO PATERNALISTICO E CENTRALISTA”…PER IL 70% DEGLI ABITANTI LA COMUNITA’ E’ MORTA QUELLA NOTTE

“In Indonesia la ricostruzione dopo il terremoto procede meglio che a L’Aquila”. E’ la conclusione di David Alexander, tra i massimi esperti europei di grandi disastri e curatore di una ricerca (che ha coinvolto tre atenei italiani) sul post terremoto in Abruzzo.
Moltissimi casi di depressione, crisi occupazionale, crescente utilizzo di alcool e droghe.
Sono soltanto alcuni dei problemi che il terremoto ha lasciato in eredità  alla provincia aquilana, dove la ricostruzione è ancora un miraggio.
Le colpe non mancano. “La calamità  è stata affrontata in modo paternalistico e centralista — dichiara Alexander — ma gli scandali che hanno travolto la protezione civile di Bertolaso forse spiegano quelle scelte”.
“Nonostante l’Indonesia sia un paese in via di sviluppo e le risorse siano limitate, a Sumatra la ricostruzione procede con maggiore razionalità  che in Italia”.
Le riflessioni di David Alexander seguono le conclusioni della ricerca ‘Microdis’, di cui è coordinatore.
Il progetto — che ha coinvolto l’Università  di Firenze, l’Università  Politecnica delle Marche e quella dell’Aquila — si è concluso alla fine del 2010 e ha riguardato un campione di 15 mila terremotati e centinaia di edifici.
E i risultati parlano chiaro.
Il 71% di loro dichiara che la comunità  è morta con l’arrivo del terremoto.
A mancare sono soprattutto i servizi di base e i collegamenti del trasporto pubblico.
Il dato riguarda oltre il 50% degli alloggi esaminati.
E circa il 35% dei complessi residenziali hanno servizi igienici in cattiva condizione.
Inoltre, il 73% dei residenti lamenta l’assenza totale di ritrovi pubblici.
Accade così che nelle ‘new town’ volute da Silvio Berlusconi i giovani tra i 18 e i 30 anni non socializzano, e l’Università  dell’Aquila ha registrato un calo delle iscrizioni del 6%.
Ma c’è di più: il 68% degli intervistati vorrebbe lasciare al più presto l’attuale abitazione.
“Sono dati sconfortanti — commenta il professor Alexander — che evidenziano l’assenza di una pianificazione della ripresa nel lungo periodo”.
Distruzione del tessuto sociale.
Di questo parla lo studioso inglese.
E le conseguenze sono immediate. In tutta la provincia aquilana è in atto un forte incremento della disoccupazione, salita di quasi sei punti percentuali.
Secondo la ricerca, prima del sisma il il 71% degli abitanti aveva un lavoro.
A due anni dal terremoto siamo passati al 65%.
Dopo la tragedia, in tanti hanno dovuto trovare una nuova occupazione, ma tra questi il 45% oggi è disoccupato.
Quasi non bastasse, il 46% del campione denuncia un sensibile calo del reddito.
Tra i dati raccolti dalla ricerca ‘Microdis’ anche i disagi che riguardano la salute. Soffre o ha sofferto di stress il 43% dei terremotati, ma tra le donne il dato raggiunge il 66%.
Aumentano i casi di depressione, effetto del senso di isolamento e dell’emarginazione che riduce le prospettive per il futuro.
Secondo il professore inglese, gli effetti ai quali assistiamo si potevano arginare. “In quelli che dovevano essere degli alloggi provvisori — spiega Alexander — si sono investiti molti soldi. Si è voluto addirittura dotarli di isolamento basale antisismico nonostante i costi fossero ingenti. In compenso è stato fatto pochissimo sul fronte dei servizi di base e ancora meno su quello della ricostruzione. Oggi l’Abruzzo conta sedici centri storici completamente abbandonati — continua — e un tessuto sociale forse irrecuperabile”.
Alexander punta il dito contro la gestione dell’emergenza del governo Berlusconi, che considera paternalistica e centralista.
“In Italia esiste una forte tendenza all’assistenzialismo — spiega — che consente di stupire nell’immediato e di raccogliere consensi”.
E, chissà , di procurare agli amici ottimi affari.
È la cosiddetta ‘strategia del fare’, quella che a fine 2009 Berlusconi cerca di perfezionare con la privatizzazione della Protezione Civile tramite decreto governativo.
Poi qualcosa va storto e gli scandali travolgono tutto, compreso l’enfant prodige di Berlusconi, il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso.
“L’assistenza nel post terremoto andrebbe separata dalla ricostruzione — spiega Alexander — e la Protezione Civile, occupandosi della prima, non dovrebbe interferire nella seconda. Inoltre, l’esperienza mondiale ci dice che va dato più potere alle comunità  locali, a chi ha un diretto interesse nella ricostruzione. Questa è oggi la tendenza nei paesi sviluppati”.
Ma in Italia le cose vanno diversamente, e le intercettazioni pubblicate la scorsa estate dai giornali hanno dimostrato che l’onnipresenza di Bertolaso e della Protezione Civile permetteva ai soliti noti di gestire in modo discrezionale molti dei milioni destinati ad appalti pubblici.
Quando tornerà  la normalità  a L’Aquila?
“A questo punto è impossibile dire quanto ci vorrà ”, conclude Alexander. “Potrebbero volerci decenni per il reinsediamento dei tessuti urbani. In una regione in cui è vitale, il tessuto sociale è stato guastato. È un danno riparabile?”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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