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TURISMO IN CRISI? CI PENSA FLAVIO BRIATORE

Ottobre 6th, 2014 Riccardo Fucile

ORA L’IMPRENDITORE PUNTA GLI OCCHI SU RAPALLO… VUOLE CREARE RESORT DI LUSSO E LOCALI, CON LA BENEDIZIONE DEGLI AMMINISTRATORI DI CENTRODESTRA

«L’Italia ha perso grip», ma a ridarglielo ci penserà  lui, Flavio Briatore, che dopo la Costa Smeralda (Billionaire) e Forte dei Marmi (Twiga), ha messo gli occhi su una perla un po’ d’antan del turismo tricolore: Rapallo, che finiti i fasti del dopoguerra è diventata un tranquillo ritiro per pensionati.
Guidato dal giovane neo sindaco di centrodestra, Carlo Bagnasco, e accompagnato dal petroliere Gabriele Volpi, idolatrato in Liguria perchè ha investito con successo sullo Spezia Calcio e sulla Pro Recco di pallanuoto, Briatore ha visitato giorni fa due ville d’epoca, entrambe di proprietà  comunale, con l’obiettivo di realizzare un resort di lusso e un Twiga 2
«Basta vecchietti che vengono qui per comprare il gelato», è il mantra dell’ex manager della Formula 1 e del socio ligure:«dobbiamo puntare sul turismo di lusso».
E il sindaco gongola: «Agevoleremo i progetti di Briatore e Volpi: voglio vedere Rapallo su “Chi” come location dei gossip estivi sui vip».

V. C.

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MAMMA HO PERSO LA VALIGIA (E L’AEREO): LE VACANZE INCUBO DEGLI ITALIANI

Agosto 27th, 2014 Riccardo Fucile

TRA VOLI CANCELLATI E CAOS BAGAGLI, TRUFFE ON LINE E PUBBLICITA’ INGANNEVOLI

Un’estate rovinata dal meteo bizzarro per gli operatori schiacciati dalla crisi ma anche da tante contrarietà  e disservizi per i turisti romani vittime della «valigia selvaggia» a Fiumicino, che hanno raddoppiato le denunce di smarrimento e ritardi di bagagli (+46%) rispetto all’estate 2013.
«Mamma ho perso l’aereo!» non solo la valigia: aumentate del 23% anche le segnalazioni voli cancellati e in ritardo soprattutto da parte di compagnie low cost, Della serie, basso costo, basto servizio, alto rischio di perdere il volo prenotato.
Sono queste le principali proteste pervenute al centralino di Assoturista nel mese più caldo per le partenze, dal 15 luglio fino a Ferragosto.
In crescita del 9% anche le proteste relative ai villaggi turistici, che offrono pacchetti all inclusive di soggiorno e viaggio, da parte di vittime di disavventure fantozziane tradite dalla pubblicità  ingannevole.
Il ritardo dei voli è l’incubo numero uno dei turisti romani, nella classifica dei disagi vacanzieri stilata da Assoturista, con il 31% delle denunce.
A seguire il 18% di proteste per voli cancellati, il 27% di problemi inerenti ai bagagli, il 14% di disagi nei villaggi turistici, il 5% di truffe.
Sul banco degli imputati, a causa dei voli cancellati, la Trawelfly srl che — come riferisce Assoturista — «ha cancellato numerosi voli lasciando molte persone a terra che ora cercano di riavere i soldi indietro.
La compagnia aerea, che sembrerebbe in via di fallimento o di concordato, non risponde alle mail e alle telefonate. Va ricordato che nell’estate 2013 esisteva la Trawelfly spa, rimasta danneggiata dai numerosi annullamenti delle vacanze in Egitto a causa dello sconsiglio della Farnesina, e poi ricorsa in Tribunale.
Si ritorna allo scandalo della Windjet di qualche anno fa ? In quel caso, a distanza di 2 anni, i passeggeri si sono visti proporre dal Tribunale la liquidazione di somme di 4,50 euro».
Al terzo posto il caos bagagli, per lo sciopero “bianco” degli operatori dei primi di agosto, che ha paralizzato il traffico bagagli del primo scalo romano.
C’è il turista in volo da Venezia a Palermo con scalo a Fiumicino, che il 13 agosto non aveva ancora recuperato 2 valigie.
Chiede i danni morali un passeggero diretto in vacanza ad Ischia che denuncia: «Dopo 10 giorni di continue telefonate ad Alitalia, per una spesa di 60 euro (con attese al telefono di 20 – 40 min), ho dovuto ricomprare vestiti e medicine e rinunciare alla serata Boccelli e al premio Ugo Calise. Per poter infine ritrovare il bagaglio a Napoli, mentre nella denuncia doveva arrivare ad Ischia in albergo».
«In molti si sono addirittura recati presso gli uffici di Roma Fiumicino per cercare il proprio bagaglio. Molti ancora non lo hanno ottenuto nonostante le numerose telefonate.» aggiunge Assoturista.
L’Adoc invece mette sul podio dei reclami di romani e laziali per i pesanti disagi subìti dai passeggeri del traghetto Larks della compagnia Egnatia Seaways, per la tratta Brindisi-Corfù, bloccati al porto di Brindisi l’8 agosto.
Alla fine o hanno dovuto rinunciare al viaggio o hanno dovuto sostenere costi esorbitanti per un traghetto sostitutivo (500 euro , mentre il biglietto prenotato a maggio magari era di 40 euro).
Al secondo posto, le truffe on line: «segnalati quest’anno come non mai — dice l’avvocato Aida Viti di Aadoc — i casi di pubblicità  ingannevole on line, di alberghi, B&B e case vacanza virtualmente affidabili e poi, giunti sul posto, rivelatisi inesistenti o totalmente diversi».
«L’antenna tv non prende i canali e la casa non è di tuo gradimento? Lasciala!» si è sentito proferire un incredulo turista romano che aveva preso in affitto una casa vacanza, rimettendoci la caparra.
Infatti la pubblicità  ingannevole vola via web. A denunciare ad Assoturista la propria disavventura in Calabria, un romano che a gennaio aveva versato una caparra di 400 euro per l’affitto di una casa vacanza pubblicizzata su un sito dall’1 al 16 agosto, al costo di 900 euro, tutto compreso (lavatrice, climatizzatore, consumi gas e luce ecc,), escluso il televisore.
Giunto sul posto, viene avvisato che avrebbe dovuto pagare a parte l’eccesso di energia consumata, malgrado non fosse negli accordi.
La sala da pranzo è sprovvista di tavolo e deve trascinare il pesante tavolo di ferro del giardino, non prima di aver tolto un pesante piano di legno.
A far traboccare il vaso è il televisore a 32 pollici che, sebbene portato dallo sventurato turista, non prende nessun canale.
«La signora (che si era rifiutata di firmare regolare contratto d’affitto, pur avendo ricevuto le restanti 500 euro) non mi ha inviato nessun tecnico e alle mie lamentele, mi ha invitato a lasciare l’appartamento, dietro restituzione dei 500 euro in contanti, mentre le restanti 400 mi sarebbero state inviate tramite bonifico. Invece mi ha poi detto in una email che la caparra era stata trattenuta per i danni che io le ho causato. Intanto ha modificato l’annuncio sul sito di casevacanza aggiungendo – no tavolo da pranzo interno- no tv per mancanza di antenna.
Vacanze da dimenticare pure per un villeggiante romano volato in Egitto, presso il Nada Resort, a Marsa Alam, che scopre solo all’arrivo che la struttura era stata aperta il 1 agosto dopo 7 mesi di abbandono perchè dismesso da altro tour operator. «L’acqua nei dispenser del ristorante perennemente calda, frigo in camera non funzionante, diving center chiuso (avrebbe aperto il 15 agosto, dopo la nostra partenza) pontile in legno e ferro arrugginito tanto che poi, dopo il ferimento di varie persone, è stato chiuso con la conseguenza che non è stato poi possibile fare il bagno in mare» così si lamenta.
Al terzo posto i disagi per i turisti disabili, vittime delle barriere architettoniche non solo per l’accesso ai lidi, ma anche all’interno delle località  turistiche non a misura di carrozzelle.

Laura Candeloro
(da “il Tempo”)

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ITALIANI A CASA E GLI STRANIERI ARRIVANO MENO: C’ERANO UNA VOLTA LE FERIE ESTIVE

Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile

GLI 80 EURO? ECCO L’ITALIA REALE: IL TURISMO

C’erano una volta le ferie estive degli italiani: i grandi esodi, le colonne in autostrada, gli alberghi strapieni e le ore di attesa al ristorante.
Nel 2014, invece, più della metà  del Paese (31 milioni di persone) rimarrà  a casa. Secondo una recente indagine di Federalberghi, la crisi economica e il solleone che latita concorrono ad acuire le sofferenze dell’industria del turismo.
Su quale sia il problema principale però non ci sono dubbi: il 58 per cento di quelli che resteranno a casa lo faranno per ragioni economiche.
Anche la riviera romagnola, per sessant’anni il simbolo delle vacanze degli italiani, stenta.
“Notti in cui l’albergo è completo? — mormora tra sè e sè Alessandro Giorgetti, proprietario di un tre stelle a Bellaria —, mentre consulta il calendario delle prenotazioni. Un paio in tutto il mese, quest’anno va così”.
La crisi si vede non solo da quelli che stanno a casa, ma anche da quelli in vacanza ci vanno, ma spendono il meno possibile.
“Quasi la metà  dei clienti scelgono l’opzione senza pranzo nè cena, e si arrangiano tra supermercati e piadinerie. E non parlo di ragazzi di vent’anni, ma di clienti storici che hanno sempre scelto la pensione completa”, prosegue Giorgetti.
Per questo sempre più alberghi e Bed and Breakfast la cucina non ce l’hanno nemmeno. Per risollevare la stagione, gli albergatori sono costretti “a sperare nel meeting di Comunione e liberazione. Da un po’ di anni a questa parte, l’ultima settimana di agosto la riempiamo così”, conclude Giorgetti.
Se anche gli italiani che vanno in ferie scelgono soggiorni sempre più brevi (nove notti contro le undici del 2013) e spendono solo 660 euro a testa, Federalberghi si aggrappa all’unica “à ncora di salvezza”: i turisti stranieri (+ 2,5).
Anche questo dato positivo però cela una realtà  nient’affatto felice.
L’Italia, che negli anni ’50 era il primo Paese turistico al mondo — un viaggiatore su cinque sceglieva il Belpaese — oggi è scivolata al quinto posto, preceduta nell’ordine da Francia, Usa, Cina e Spagna.
I cugini d’Oltralpe quasi ci doppiano (81 milioni di turisti a 46) perchè non è solo il portafogli più magro a mettere in crisi il sistema turistico italiano, ma anche un’offerta giudicata inadeguata e mediamente cara.
Secondo il Trivago price index, una doppia a Roma costa 31 euro in più che a Berlino, a Milano 50 euro in più che a Madrid.
Per questo l’Italia, nonostante primeggi nella classifica dei Paesi con più siti Unesco, cresce meno degli altri e sempre più italiani (+ 1,4 milioni quest’anno) hanno deciso di spendere i pochi soldi oltre confine

Alessio Schiesari
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SE IL “MARCHIO ITALIA” PERDE PUNTI NELL’ANNO MAGICO DEL TURISMO GLOBALE

Febbraio 9th, 2014 Riccardo Fucile

MAGLIA NERA IN EUROPA: PERNOTTAMENTI SCESI DEL 4,6%

Vi pare possibile che «il Paese più bello del mondo» perda turisti nell’anno del boom mondiale del turismo?
Che vada sotto del 4,6 per cento (maglia nera europea) mentre perfino la Grecia recupera ossigeno crescendo dell’11?
Che ricavi dall’immenso tesoro d’arte e bellezza, unico a livello planetario, solo il 4,1 per cento del Pil?
Non sono campanelli d’allarme: sono campane assordanti.
Eppure troppi non le sentono. Come se si trattasse di un problema comunque minore…
Stavolta no, nessuno può attribuire tutto alla crisi mondiale, al crollo dei mercati, allo spostamento degli assi di certe produzioni industriali, all’emergere prepotente della Cina o dell’India. Niente alibi.
Perchè mai si erano visti, nella storia, tanti benestanti in vacanza quanti nel 2013.
Sono stati, spiegava nei giorni scorsi Unwto-World Tourism Barometer, 1.087 milioni.
Cioè oltre 52 milioni in più rispetto al 2012 quando, per la prima volta, il loro numero aveva superato di slancio il miliardo.
Nel non lontanissimo 1980 erano 280 milioni: siamo al quadruplo.
È la prova della bontà  della tesi di Jeremy Rifkin: «L’espressione più potente e visibile della nuova economia dell’esperienza è il turismo globale: una forma di produzione culturale emersa, ai margini della vita economica appena mezzo secolo fa, per diventare rapidamente una delle più importanti industrie del mondo».
Tesi confermata dalla Commissione europea: «Il turismo rappresenta la terza maggiore attività  socioeconomica dell’Ue».
E chi potrebbe sfruttare l’occasione meglio di noi?
Abbiamo più siti Unesco (addirittura 49, e dovrebbero diventare 50 con le Langhe) di chiunque altro su tutto il pianeta.
Siamo nelle posizioni di testa delle classifiche del «Country Brand Index 2012-2013» che ha studiato i «brand-Paese» di 118 nazioni accertando che il «marchio Italia» tra i potenziali consumatori è primo per il cibo, primo per attrazioni culturali e terzo per lo shopping, insomma primo nei sogni dei viaggi che i cittadini del mondo vorrebbero fare.
Veniamo da una storia che nel 1979, come rivendicava il ministro del Turismo dell’epoca, Marcello di Falco, ci vedeva «secondi al mondo per attrezzatura ricettiva, primi per presenze estere, primi per incassi turistici, primi per saldo valutario».
Macchè: spiega l’ultimo dossier Unwto, l’organizzazione mondiale per il turismo, che restiamo sì al quinto posto per numero di arrivi ma per fatturato siamo scivolati già  al sesto posto dietro Macao e siamo ormai tallonati dalla Germania che dal 2008 ha dimezzato il distacco di 6 miliardi di dollari riducendolo a 3.
Per non dire della classifica della competitività  turistica (non basta avere la torre di Pisa, Pompei o l’Etna: devi offrire pure prezzi giusti, trasporti, organizzazione, sicurezza…), classifica che ci vede malinconicamente arrancare al 26 º posto nel mondo e al 17 º in Europa.
Spiega il rapporto 2013 di World Travel & Tourism Council, mostrando tutti gli indicatori (sei su sei) con la freccetta verso il basso, che il turismo in senso stretto col quale troppi si riempiono a sproposito la bocca («il nostro petrolio!») contribuisce al Pil italiano con appena il 4,1% e cioè una quota inferiore a quella che vari Paesi occidentali ricavano già  da Internet.
Peggio: compreso l’indotto (per capirci: compresi i laboratori che sfornano croissant per le colazioni negli alberghi o le fabbrichette che fanno le divise dei camerieri) supera a malapena il 10,3%.
Lontanissimo da quel 18,5% immaginato nel 2010 dal «Piano strategico per il turismo» della Confindustria di Emma Marcegaglia.
E ancor più lontano dagli impegni di Silvio Berlusconi: «Ho dato come missione al ministro Brambilla di portare la quota di Pil del turismo dal 10 al 20%».
Non basta: senza una sterzata virtuosa gli economisti del Wttc prevedono che nei prossimi 10 anni solo nove Paesi su 181 monitorati cresceranno meno del nostro.
La tabella sui pernottamenti, diffusa giorni fa da Eurostat, ribadisce tutto.
L’Ungheria ha avuto nel 2013 un aumento del 5,0%, la Slovacchia del 5,5, la Bulgaria del 6,2, la Gran Bretagna (28 siti Unesco: poco più della metà  dei nostri) del 6,5, la Lettonia del 7,3 e la Grecia, come dicevamo, addirittura dell’11 per cento.
Oro zecchino, per le esauste casse di Atene.
Certo, non siamo gli unici a essere andati male. Qualcosa hanno perso ad esempio anche il Belgio o la Danimarca.
Ma nessuno su 28 Paesi, come dicevamo, è andato male come noi.
Dalle tre cime di Lavaredo ai Faraglioni di Capri, dagli Uffizi al barocco di Noto, da San Gimignano ai trulli di Alberobello possiamo offrire più di tutti, sul pianeta. Eppure perdiamo 4,6 punti.
Con un’emorragia, come denunciava giorni fa Assohotel, di 1.808 imprese alberghiere. Nell’«anno magico» del turismo mondiale.
Colpa del crollo dei turisti interni, certo: gli italiani che possono permettersi una vacanza, purtroppo, sono sempre di meno. Tanto da pesare oggi, secondo una ricerca di Nomisma, meno degli stranieri. Come successe nel 1958.
Proprio per questo, però, spiccano i ritardi culturali e tecnologici che rendono più difficile l’aggancio di quei turisti esteri che potrebbero aiutare le nostre finanze.
Spiega uno studio di Mm-One Group su dati Eurostat che nonostante i passi avanti degli ultimissimi anni, dovuti proprio al tentativo sempre più angosciato di recuperare clienti superando le pigrizie del passato quando troppi erano convinti che «comunque vada, qui devono venire», l’Italia è ancora nettamente indietro rispetto agli altri Paesi europei.
Basti dire che il 30,1% degli alberghi, delle locande, dei bed & breakfast e insomma di tutte le attività  ricettive non ha ancora una piattaforma dedicata alle ordinazioni.
Che meno della metà  e cioè il 46,7% vende online.
Che mediamente i pernottamenti venduti sul web rappresentano solo il 12,5%. Uno su nove.
Nel resto dell’Europa, la quota di fatturato derivante dall’e-commerce è del 24% ma diversi Paesi stanno molto sopra: la Gran Bretagna è al 39%, l’Islanda al 35, l’Irlanda al 33, la Repubblica Ceca al 31, la Lituania al 30, l’Olanda al 29…
E mette malinconia vedere come noi, al 17%, siamo staccati dai nostri «concorrenti»: cinque punti sotto la Francia, sei sotto la Germania, dieci sotto la Spagna, ventidue sotto il Regno Unito.
Per questo resta stupefacente il silenzio che, salvo eccezioni, ha sempre accompagnato la diffusione di numeri sconfortanti come (fonte Wttc) la perdita di 4,3 miliardi di euro nel turismo straniero nel 2012 rispetto al 2006.
Silenzio degli uomini di governo. Silenzio dei partiti. Silenzio dei sindacati, che sembrano non accorgersi di come il settore abbia sette volte più addetti della chimica o addirittura ventisette volte quelli della siderurgia primaria.
Fu giusto, quando nacque il governo Letta, salutare come una svolta positiva l’accorpamento del ministero dei Beni culturali con quello del Turismo.
Anzi, sarebbe stato bene aggiungere anche l’Ambiente. Proprio perchè un ministro del nostro patrimonio dovrebbe poter pesare molto, in Consiglio dei ministri.
Perfino il passaggio delle funzioni a Massimo Bray, però, si è rivelato un percorso complicatissimo.
E la sterzata si è fatta sempre più urgente.

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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PORTI TURISTICI: E’ ALLARME SICUREZZA SUI MEZZI DI INTERVENTO IN CASO DI INCENDIO

Gennaio 19th, 2014 Riccardo Fucile

A RAPALLO VANNO A FUOCO TRE YACHT, MA I SISTEMI DI SICUREZZA NON RISULTANO ADEGUATI

C’èra anche lo yacht di Antonio Ligresti tra le tre imbarcazioni che sono andate a fuoco ieri pomeriggio nel porto Carlo Riva di Rapallo.
Le fiamme sono divampate da un Baglietto di 18 metri, Samura, di proprietà  di Francesco Sempio, imprenditore del riso Curti
Il rogo si è propagato anche alle unità  vicine, il Kikka e il Delfino 4 di Ligresti, tutte attraccate al molo principale dello scalo rapallino. A bordo del Samura al momento dell’incendio si trovava il marinaio che è riuscito a mettersi in salvo e che è rimasto lievemente intossicato.
Tutto questo nel golfo del Tigullio, noto per la presenza di imbarcazioni importanti dove viene reclamizzata la sorveglianza e la sicurezza.
Sotto lo sgurdo incredulo di moltissimi passanti si sono vissute ore drammatiche che hanno putroppo evidenziato l’inefficienza dei mezzi di soccorso che, dopo ore e ore di intervento inadeguato, snon hannno evitato l’affondamento e la perdita totale delle imbarcazioni.
Fiamme altissime, fumi tossici e l’inevitabile perdita di carburante hanno creato un disastro in uno dei porti più moderni della Liguria.
Questo è accaduto in un porto turistico con elevati costi per il mantenimento e la sicurezza che però non hanno trovato adeguato riscontro nella situazione di emergenza, fenomeno tipico di molti porti turistici italiani rispetto a quanto reclamizzato.
Sicurezza non vuol dire solo telecamere, ad es., ma colonnine con apparati adeguati ed efficenti che permettano un pronto e sicuro intervento delle autorità  competenti.
Maggiori verifiche dovrebbero poi essere fatte sui tempi di intervento e sui mezzi a disposizione dei sistemi di sicurezza, adottando strutture adeguate e moderne per scongiurare quanto successo in uno dei porti più famosi d’Italia, con evidenti negative ripercussioni turistiche e mettendo a rischio la tutela dell’ambiente marino.

Guido Verdi
referente Lombardia
Blu per l’Italia

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PIU’ INVESTI E MENO ATTRAI: IL PARADOSSO DEL TURISMO REGIONALE

Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile

LA SICILIA SPENDE IL DOPPIO DELL’EMILIA MA VA PEGGIO… LA VAL D’AOSTA SPENDE 16 EURO A TURISTA, IL VENETO 60 CENTESIMI

Una cosa è certa: i conti non tornano. Almeno, non tornano dappertutto.
Chi pensava che l’attribuzione di competenze sul turismo alle Regioni, avvenuta con la pasticciata e controversa riforma del titolo V della Costituzione voluta nel 2001 da un centrosinistra all’inseguimento della Lega Nord, avrebbe finalmente fatto ripartire quello che dovrebbe essere uno dei principali motori della nostra economia, deve vedersela adesso con i numeri.
Uno innanzitutto: 939 milioni e 600 mila euro.
Secondo uno studio recentissimo della Confartigianato è questa la somma (enorme) che nel triennio 2009-2011 hanno investito in media annualmente per la promozione turistica le 21 Regioni e Province autonome italiane.
Con il risultato che mentre la spesa aumentava quasi ovunque a ritmi impetuosi, non si registrava lo stesso tasso di crescita per arrivi e presenze
Per non dire del paradosso più paradossale. Quello per cui chi più spende, meno turisti ha.
VALLE D’AOSTA IN CIMA
In questo campionato risulta saldamente in testa la Valle d’Aosta.
Grazie alla formidabile autonomia di cui gode, che le garantisce disponibilità  finanziarie rilevanti, la Regione presieduta ora da Augusto Rollandin ha impiegato nel sostegno al turismo ben 50,2 milioni di euro in media l’anno.
Occupando però, nonostante le sue meravigliose montagne e una spesa di 16,1 euro per ogni presenza, soltanto il diciannovesimo posto su ventuno nella graduatoria nazionale.
All’opposto geografico c’è da dire che anche la Sicilia si difende bene, quanto a denari gettati nella mischia.
Nel triennio compreso fra il 2009 e il 2011 la Regione che presiede da circa un anno Rosario Crocetta ha investito mediamente 126 milioni e mezzo l’anno.
Ovvero, 9,2 euro per ciascuna presenza.
Una somma inarrivabile anche per chi, come la Provincia autonoma di Trento (quasi 91 milioni), il Friuli-Venezia Giulia (77 milioni e mezzo) e la Campania (76,9 milioni), certo non ha dato esempio di avarizia.
Peccato solo che le presenze turistiche in Sicilia siano un terzo di quelle dell’Emilia Romagna, Regione che ha speso in promozione neppure la metà  (56,9 milioni l’anno): addirittura meno di un sesto (un euro e 50 centesimi) se poi si divide la somma complessiva per il numero di presenze.
MOLISE E BASILICATA
Soltanto il Molise e la Basilicata hanno speso come la Sicilia, naturalmente in proporzione ai turisti arrivati nella Regione.
Ma se la Regione siciliana, pur avendo speso per ogni presenza una cifra seconda solo a quella della Valle d’Aosta, è decima nella classifica del turismo, il Molise e la Basilicata sono invece rispettivamente ultimo e penultimo.
Come per la Valle d’Aosta c’entrano sicuramente anche le dimensioni territoriali, che penalizzano le Regioni più piccole.
È però un fatto (e sorprendente) che alla spesa proporzionalmente più elevata corrisponda il minor numero di presenze.
Altrettanto incontrovertibile è che le sei Regioni e Province a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trento e Bolzano) assorbano il 46,4 per cento del budget complessivo, contro il 4 per cento del Veneto.
Ma con una spesa di 436,3 milioni riescono a portare appena un terzo in più dei turisti attirati in Veneto, dove l’investimento per la promozione non supera annualmente 37 milioni e 700 mila euro. Somma undici volte e mezzo inferiore.
60 CENT A TURISTA
La conclusione è che la Regione con il numero di presenze più elevato in assoluto è quella che in assoluto spende la cifra minore: 60 centesimi a turista.
E che ci sia una relazione inversa fra la spesa e il numero dei turisti, diciamo la verità , non sembra per niente logico.
Il caso del Veneto, peraltro, non è affatto isolato.
Pare addirittura che questa sia una specie di regola. C’è anche la Toscana, Regione che occupa il secondo posto nella graduatoria turistica pur investendo un euro e 50 a presenza. Esattamente quanto l’Emilia Romagna, terza in classifica.
O quanto la Lombardia, che occupa la quarta posizione e in tre anni ha speso meno della Valle d’Aosta. Mentre la Regione Lazio, quinta, spende un euro e dieci centesimi a presenza, poco più di un nono della Sicilia.
E addirittura un quindicesimo della Valle d’Aosta. Un abisso tale, rispetto ad altre situazioni, da far sospettare all’ufficio studi della Confartigianato «che nelle uscite delle Regioni si annidino inefficienze, diseconomie di scala in particolare per le Regioni più piccole, inappropriatezze e sprechi».
Magari fosse solo un sospetto…

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MANCANO I SOLDI, TUTTI A CASA: IL 60% DEGLI ITALIANI NON ANDRA’ IN VACANZA

Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile

TRENTA MILIONI DI ITALIANI RINUNCIANO ALLE VACANZE, SPESA MEDIA DI 670 EURO PER CHI CI VA…CALANO I TURISTI STRANIERI: TARIFFE TROPPO ALTE E SERVIZI SCADENTI… CALA IL VOLUME D’AFFARI DEL 18%

Niente bollini neri sulle autostrade. Pinne, fucile ed occhiali rimangono in soffitta. Nell’estate 2013 più di un italiano su due non è stato e non andrà  in vacanza.
Secondo gli ultimi dati raccolti da IPR Marketing, la crisi ha tagliato le ferie del 60% dei nostri connazionali.
Parliamo di oltre 30 milioni di persone che rimarranno a casa e, di queste, il 54% sono costrette a rinunciare alla pausa estiva per motivi economici contro appena l’8,3% che sarà  bloccato a lavoro.
Gli altri, circa 27 milioni di italiani, hanno già  fatto o stanno per fare una vacanza nel periodo compreso tra giugno e settembre.
Ma c’è poco da stare allegri. Tra i “fortunati” che possono ancora permettersi di partire, infatti, 7 su 10 hanno scelto località  vicine con soggiorni brevi e soluzioni low-cost.
Meglio il mare.
In cima alle preferenze rimane il mare con il 60% dei casi, il 20% sceglie la montagna, il 13% va all’estero prevalentemente in una capitale europea e solo il 3% salirà  su una nave da crociera.
Un terzo del campione (30,6%) si concederà  una pausa relax in alberghi e pensioni, ma la maggioranza –   il 33,4% – soggiornerà  in casa di amici e parenti o in una casa di proprietà .
Poco più del 9% sceglierà  un villaggio turistico, altrettanti affitteranno un appartamento.
Sale la richiesta per i residence (7,1%), e seguono con percentuali minime camping (2,8%), b&b (2%) e agriturismo (1%).
Un altro dato che conferma il clima di difficoltà  generale è la durata della vacanza: si attesta in media sugli 11 giorni.
Finiti i tempi delle classiche due settimane di tintarella, la maggioranza degli intervistati (62%) ha ridotto il numero dei giorni rispetto allo scorso anno: il 44% pernotterà  per una settimana mentre il 26% per 2-3 notti.
Appena un italiano su cinque godrà  dei “canonici” 15 giorni e solo il 7% si fermerà  per la terza settimana o più.
Quanto si spende.
Dopo un inizio stagione segnato dal maltempo che ha compromesso maggio e giugno, creando problemi ai balneari e ai lavoratori stagionali, secondo le stime di Unioncamere calano le partenze di luglio (-27,2% rispetto al 2012) e di agosto (-5,3%) che rimane comunque il mese di vacanza per eccellenza, mentre aumentano le richieste per settembre (+18%).
Ma quanto spenderanno gli italiani per le vacanze?
Secondo Federalberghi la media è di 670 euro per chi ha scelto di rimanere in Italia (circa l’80% del campione), e 1062 euro per chi si recherà  all’estero.
In generale assistiamo a un calo del fatturato complessivo dovuto ai prezzi ribassati per attirare clienti, anche se l’opinione degli intervistati da IPR Marketing dice esattamente l’opposto: nel 75% delle risposte la percezione è che le tariffe siano aumentate.
Colpa della recessione, del clima di incertezza generale, delle retribuzioni ferme o del calo del potere d’acquisto abbinato all’aumento del costo della vita; le lamentele maggiori riguardano soprattutto l’aspetto economico: strutture che costano troppo rispetto al servizio (52%), che non rispondono alle promesse pubblicizzate (23%), scarsa professionalità  del personale (18%).
Meno stranieri.
A tutto questo si sommano i dati negativi sugli arrivi dall’estero.
Secondo la 43esima indagine congiunturale sull’attività  turistica in Italia condotta dal Ciset (Centro internazionale studi sull’economia turistica), tra maggio e ottobre 2013 gli arrivi totali segneranno un -1,6% rispetto allo stesso periodo del 2012, già  in negativo, mentre le presenze calano in media dell’1,8%.
In dettaglio, aumentano leggermente i turisti provenienti da Germania, Giappone e Stati Uniti ma diminuiscono francesi e britannici.
Ci si aspettano buone performance dai paesi emergenti, i cosiddetti Bric, Brasile, Russia, India e Cina, e segnali positivi arrivano anche da Polonia e Argentina.
Cosa cercano gli stranieri in Italia?
Principalmente le città  d’arte con Roma, Firenze e Venezia in cima alla lista, seguite dal turismo naturalistico con passeggiate nel verde, degustazione di prodotti tipici e panorami.
Un pizzico di superbia.
I numeri vanno ad aggiungersi a quelli del 2012, anno in cui il settore aveva già  subito un calo del volume di affari del 15%, registrando addirittura un -18% di turismo interno, con forti ripercussioni su fatturati e occupazione.
Una contrazione che fa anche rabbia: un paese come il nostro potrebbe vivere di solo turismo.
Basti pensare che il comparto vale attualmente circa il 10,3% del Pil e potrebbe arrivare a superare il 15%, creando posti di lavoro e facendo da traino per uscire dalla crisi.
Siamo seduti su una miniera d’oro e non abbiamo i mezzi per scavare.
Tra le cause dell’insuccesso della ricettività  italiana ci sono scarsa attenzione da parte delle istituzioni, mancanza di coordinamento, carenza delle infrastrutture, disorganizzazione, improvvisazione di molti piccoli operatori.
Ma in cima, come osserva Magda Antonioli, docente della Bocconi, un “pizzico di superbia”.

(da “La Repubblica”)

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MIGLIAIA DI QUADRI E REPERTI ARCHEOLOGICI CONSERVATI IN DEPOSITI

Dicembre 14th, 2012 Riccardo Fucile

NELL’ OMBRA DEI SOTTERRANEI DEI MUSEI CAPOLAVORI INESTIMABILI CHE IL MONDO INTERO CI INVIDIA

E’un tesoro sommerso, opere d’arte che non vedrete mai, conservate nelle segrete stanze dei musei italiani.
Migliaia e migliaia di tele, quadri, arazzi, reperti archeologici, custoditi gelosamente nei depositi dei musei, al riparo da occhi indiscreti.
Cosa ci sia là  sotto lo sanno soltanto i direttori dei musei anche perchè in Italia, come denunciato dalla Corte dei conti “non esiste una catalogazione definitiva, specie per i reperti archeologici”.
Così come non esiste, per i grandi musei statali, una stima del valore delle opere possedute.
Ogni tentativo di valutazione commerciale si è attirato sempre le ire della comunità  di studiosi e degli storici e comunque non è mai stato realizzato.
Dal punto di vista quantitativo, però, a quello che è esposto corrisponde spesso un uguale numero di opere conservate nei depositi.
Un doppio museo, quindi.
Negli Uffizi, ad esempio, in quelle che il direttore Antonio Natali preferisce chiamare “le stanze della riserva” sono conservati oltre 2000 dipinti con circa 1800 autoritratti. Il viaggio nelle sale immaginarie Alla Galleria nazionale di Arte antica di Roma i dipinti esposti sono 500, quelli in riserva 400.
Se ci fossero più spazi, più risorse, una politica culturale più attenta, il tesoro potrebbe venire alla luce.
Come nel nostro gioco del museo immaginario.
Nella prima sala abbiamo collocato la Sacra Famiglia con Giovannino di Beccafumi, opera del 1520 attualmente collocata nei depositi degli Uffizi in attesa del restauro delle sale.
Poi potremmo osservare un Mannozzi del 600 e il Trittico d’Agnolo Gaddi.
Poco più in là  si potrebbe contemplare Alessandro Pieroni (1550-1607) fino ad arrivare al ritratto del Granduca Cosimo I di Ridolfo del Ghirlandaio.
Il nostro museo immaginario, in realtà , in parte esiste e lo organizza lo stesso Natali nel progetto “La città  degli Uffizi” che utilizza opere conservate nei depositi per esporre nei luoghi da cui le opere o gli artisti provengono.
E così i capolavori citati sono stati ammirati a Bagno a Ripoli, all’Impruneta, patria del Pieroni mentre il Beccafumi della nostra copertina ha fatto bella mostra a Santo Stefano di Sessanio (l’Aquila) nel gemellaggio con le zone colpite dal terremoto, significativamente chiamato “Condivisione degli affetti”.
Non può invece essere più visto I giocatori di carte di Bartolomeo Manfredi, del 1618, distrutto irrimediabilmente dalla bomba mafiosa del 1993.
Oggi se ne sta in disparte appoggiato a un muro, oramai inesistente salvo qualche cerotto sulle poche zone di colore: “E’ un pezzo della nostra memoria, non potevamo gettarlo via”.
La Collezione Rezzonico, 1682, composta da Autoritratti, è stata utilizzata nella mostra “I mai visti” organizzata sempre dagli Uffizi. Poi è tornata a riposare in attesa dell’ampliamento del museo fiorentino.
A Roma, invece, grazie allo “sfratto” del Circolo Ufficiali, avvenuto nel 2005, la Galleria Nazionale di Arte Antica ha potuto far venire alla luce un Perugino che fino al 2009 era custodito nei depositi.
Una stanza per i fiamminghi “Se avessimo altre stanze potremmo però allestire una mostra permanente dei pittori fiamminghi” spiega Anna Lo Bianco direttrice del museo di Palazzo Barberini.
Oltre al Perugino, la Galleria ha potuto esporre anche Mattia Preti, Tasserotti o i Caravaggeschi.
Eppure, nel caldo confortevole dei depositi, alloggiano ancora grandi opere, come quelle di Paul Brill, pittore fiammingo del 500.
Per valorizzare questo tesoro,però, non ci si può affidare solo alla buona volontà  dei direttori che, come Natali agli Uffizi, guadagnano 1800 euro al mese: “Ma non rimpiango nulla, dice, per me è il lavoro più bello del mondo”.
Servono una politica culturale, fondi, risorse.
Si pensi al Louvre di Parigi: 60 mila mq espositivi e 8 milioni di visitatori l’anno, (con 40 milioni di euro di entrate) per il museo che espone La Gioconda; 6100 mq e 1,8 milioni di visitatori l’anno, con un ricavo di 8,6 milioni di euro, per chi conserva Botticelli o Giotto.
I lavori per i Grandi Uffizi (che porteranno a oltre 12 mila mq la superficie espositiva) nonostante siano cominciati da anni (ma non dipendono dal direttore del museo) sono ancora fermi al primo lotto, e anche il sindaco Renzi ha denunciato la mancanza di fondi.
Ampliare gli spazi, ovviamente, non è la soluzione magica.
Ci sono problemi di valorizzazione più generale.
In Italia, tranne il complesso del Palatino e del Colosseo, Pompei, gli Uffizi e la Galleria dell’Accademia (dove c’è il David di Michelangelo), nessun altro museo ha superato nel 2011 il milione di visitatori.
Esistono musei come il Palazzo reale di Pisa o il Museo archeologico di Venafro che non superano le mille visite all’anno.
L’arte passa soprattutto per i “grandi eventi” e le sponsorizzazioni private. Il pubblico deve vedersela con i tagli e la sciatteria.
Tra il 2003 e il 2005 l’Italia spendeva 2,17 miliardi per la cultura, lo 0,23% del Pil. Nel 2011 è scesa a 1,4 miliardi, lo 0,18%.
Eppure, senza scomodare le “balle” di Berlusconi secondo il quale “l’Italia ha regalato al mondo il 50% dei beni artistici tutelati dall’Unesco”, il nostro paese è comunque in cima alla classifica dei Patrimoni dell’umanità  totalizzando il 5% di quello mondiale. Ma a questa cifra non corrisponde un’adeguata politica culturale che potrebbe essere anche redditizia.
La spesa media europea è del 3% e in Francia solo per il Louvre si spende quanto per tutti i musei italiani. In Italia gli addetti alla cultura, tra professioni “artistiche” e “tecniche”, sono circa 400 mila.
Valorizzare la cultura, quindi, fa parte della politica complessiva e richiede una qualche visione. “Portare un Leonardo a New York può farci guadagnare un milione di dollari ma non significa essere buoni manager” spiega ancora Natali.
“Se davvero vogliamo valorizzare il “petrolio” italiano, allora occorre ripartire dalla scuola e da una diversa etica in cui si riscopra la sacralità  dell’opera d’arte”.
Un discorso impegnativo in un Paese in cui i massimi vertici della Cultura mettevano a capo della Biblioteca dei Girolamini un personaggio che invece di curare i libri li rubava per rivenderseli.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TURISMO CULTURALE, LA CARTA CHE L’ITALIA NON SA GIOCARE

Ottobre 14th, 2012 Riccardo Fucile

LA CAMPAGNA DEL FAI PER RILANCIARE LA PIU’ GRANDE RICCHEZZA DE PAESE  

Noi italiani siamo ricchi, i più ricchi del mondo.
L’affermazione non è un paradosso, siamo lì, a guardare il nostro declino, seduti su un mare di petrolio che aspetta solo d’essere trasformato in benzina di sviluppo: un patrimonio storico-artistico che rappresenta il 70% di quello del Pianeta.
C’è la concretezza delle cifre a testimoniare quanto questo «soft power» dell’Italia potrebbe innescare una spirale virtuosa: come osserva Magda Antonioli, direttore del Master in Economia del Turismo alla Bocconi, «la domanda di cultura cresce anche nei periodi congiuntura economica sfavorevole: considerate le ricadute dirette e indirette, l’impatto giornaliero di un turista culturale risulta di circa 400 euro, il triplo rispetto a quello d’un visitatore tradizionale, che supera di poco i 130».
I 400 euro rappresentano una valutazione fatta di recente analizzando alcune mete turistiche siciliane: in altre realtà , come le città  d’arte o importanti circuiti turistici, la spesa è più cospicua: «Merito del fascino dell’Italia: i tour operator europei vi indirizzano il 30% dei clienti. Una percentuale che sale a 85 se consideriamo le grandi agenzie di Paesi lontani come Cina o Giappone. Ma non basta».
È questa contabilità  di numeri ed emozioni a innervare la presentazione della campagna di raccolta fondi «Ricordati di salvare l’Italia» lanciata dal Fai che ha come testimonial Pierfrancesco Favino: per sostenere l’iniziativa basta inviare un Sms del valore di 2 euro al 45503.
«Grazie a tanti piccoli gesti di persone comuni e con il contributo dei nostri partnership aziendali – spiega Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fai – speriamo di raggiungere il traguardo di 700 mila euro. E non finisce qui: il 21 ottobre in 70 città  ci si potrà  iscrivere con soli 6 euro a una “maratona culturale” attraverso luoghi storici restaurati con i proventi del gioco del Lotto».
Dei 99 milioni di turisti approdati nel Bel Paese durante il 2010, 35 hanno visitato le città  d’interesse storico-artistico aggiungendosi ai 15 milioni di italiani che hanno fatto la stessa scelta.
Se si traducono questi arrivi in presenze, ossia in notti trascorse tra alberghi e pensioni, si tocca la cifra di quasi 94 milioni: proviamo a moltiplicarla per 400 euro e otterremo circa 38 miliardi, il valore, solo indicativo per le numerose e complesse variabili, del turismo culturale.
Una goccia di benzina rispetto all’enorme giacimento di cui disponiamo e che anche la Commissione Europea ci ha rimproverato di non sfruttare adeguatamente.
È impossibile stimare con certezza di quanto potrebbe aumentare questa cifra con un migliore supporto politico-logistico.
Un dato è certo: l’Italia viaggia al minimo.
Nella classifica dei Paesi più visitati è quinta dopo Francia, Usa, Cina e Spagna. Sintetizza Magda Antonioli: «Le nostre risorse sono uniche, l’appeal internazionale è forte, latitano le politiche territoriali e di marketing. È possibile non avere ancora un Piano di sviluppo per il turismo?».
Costante il Leitmotiv degli studiosi: serve promuovere l’esistente, è autolesionistico fermarsi alla conservazione.
Secondo Walter Santagata, docente di economia dei Beni e delle Attività  culturali all’Università  di Torino, la vera manovra Salva-Italia consisterebbe nel sostenere la cultura «del saper vivere, del made in Italy, un comparto che vale l’1,2% del Pil ed è gestito in modo frammentario e inefficace».
Spiega Pier Luigi Sacco, economista della Cultura allo Iulm: «In Francia non si vendono solo Louvre e Tour Eiffel, ma anche le filiali sparse sul territorio dello stesso Louvre o del Pompidou. Da noi manca una strategia del contemporaneo e le città  d’arte rischiano di diventare sclerotici parchi a tema del passato».

Renato Rizzo
(da “La Stampa“)

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