Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
“CON INVESTIMENTI MAGGIORI POTREMMO ESSERE IL VOLANO DELLA RIPRESA, ALTRIMENTI CONDANNATI A UN INESORABILE DECLINO”
Quali sono le migliori università del mondo? 
La risposta è semplice perchè tra le prime dieci ci sono quelle di cui avete sempre sentito parlare. Harvard, Stanford, Berkeley, Cambridge, MIT, Princeton, Oxford, Caltech, Columbia, Chicago.
Secondo Academic Ranking of World Universities 2016 (Arwu) la prima università italiana, La Sapienza di Roma, si posiziona in testa agli atenei italiani alla 163esima posizione con un punteggio totale di 19.23, unica università italiana nel range 151-200 insieme con l’Università di Padova in 183esima posizione con un punteggio di 18,19.
Sono i risultati della classifica pubblicata dalla Jiao Tong University di Shanghai, che prende in esame le 500 università migliori nel mondo.
Seguono nel range 201-300 il Politecnico di Milano e le università di Bologna, Firenze, Statale di Milano e Pisa.
Gli indicatori presi in esame dall’Arwu sono rigorosi e comprendono premi Nobel e riconoscimenti accademici ricevuti, qualità della ricerca (paper pubblicati e ricercatori più citati) e le performance rispetto al numero degli iscritti.
In particolare sono sei i parametri su cui si basa la classifica: premi internazionali di ex studenti (10%) o di ricercatori della singola Università (20%), le citazioni di pubblicazioni scientifiche in Thomson-Reuters (20%), le pubblicazioni “Nature&Science” (20%), le pubblicazioni tecnologico-sociali (20%).
Questi parametri sono poi correlati con lo staff accademico, dando un ulteriore parametro di produttività pro-capite (10%).
“La Sapienza conferma e consolida il suo prestigio di grande ateneo europeo, di respiro mondiale, collocandosi al primo posto tra le università italiane e tra le prime a livello europeo ed internazionale”, commenta il rettore Eugenio Gaudio. “A ben guardare — prosegue — il risultato è tutto sommato abbastanza positivo anche per il sistema universitario italiano che, anche se non è rappresentato nelle prime 100 posizioni monopolizzate dalle ricche università anglosassoni, vede circa un 1/3 degli atenei del Paese (19 su 60) nelle prime 500 posizioni su 1200 università censite e su 17.000 stimate nel mondo”.
“Questo significa — spiega il rettore dell’ateneo — che il rendimento delle nostre università pubbliche è mediamente elevato, a fronte di un cronico e drammatico sottofinanziamento da parte dello Stato, che vi destina lo 0,42% del Pil (Francia e Germania vi destinano più del doppio) e il basso numero di addetti alla ricerca, oggi meno della metà di quello degli altri Paesi occidentali. In questo quadro emerge l’ottima performance della Sapienza legata alle eccellenze dell’attività di ricerca, alla ricchezza multidisciplinare del nostro ateneo e alla sua secolare tradizione culturale e formativa. Con un maggior investimento del Paese nella ricerca e sui nostri giovani migliori — conclude Gaudio — il sistema potrebbe decollare ed essere il volano della ripresa e dello sviluppo del Paese, altrimenti è destinato a un lento ma inesorabile declino“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Università | Commenta »
Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
DAL 2004 SI SONO PERSE 66.000 MATRICOLE… UNICI IN EUROPA A TAGLIARE RISORSE E BORSE DI STUDIO DURANTE LA CRISI
Nel Sud Italia si laurea meno del 20% dei giovani, numeri che in Puglia e Sicilia si fermano al 14%, esattamente quanto l’Indonesia e il Sudafrica.
Per capire la malattia che ha svuotato le aule universitarie in tutto il Paese si può partire da tante angolazioni: la crisi, il lavoro che langue, lo scarso appeal delle lauree tradizionali o l’affermarsi di corsi alternativi più professionalizzanti. Tutto vale.
Ma quello che forse ha pesato di più è il decennale disimpegno dello Stato.
Negli ultimi anni tutti i premi Nobel per l’economia hanno insistito su un concetto: per uscire dalla crisi senza le ossa rotte bisogna investire in istruzione.
Bene, è esattamente quello che l’Italia non ha fatto.
Dal 2008, anno di inizio della crisi economica globale, il nostro Paese ha ridotto il finanziamento pubblico alle università , che otto anni fa era di oltre 6 miliardi, del 22,5%. In Germania è cresciuto del 23%.
Contemporaneamente, in Italia, sono crollate le immatricolazioni: dal 2004 si sono perse 66 mila matricole, circa il 20% in meno, di fronte al quale quel +1,6% registrato dal rapporto Anvur quest’anno è ben poca cosa.
Un diplomato su due non continua gli studi. E non è soltanto colpa della demografia, perchè al netto della scarsa natalità , la quota di matricole 19enni è passata dal 57% al 46%.
In questo viaggio tra gli atenei italiani, La Stampa ha provato a ricostruire le cause di un declino che per qualcuno assomiglia molto a una premorte.
Meno borse di studio
Le oltre trenta università che hanno risposto al nostro giornale confermano l’emorragia di iscrizioni al primo anno, con qualche eccezione concentrata nel triangolo di 200 chilometri che va da Venezia a Bologna a Milano con estensione a Torino, Trento e Udine.
Quali sono, allora, i motivi di questa fuga? Miopia dei governi, sacche di resistenza nelle accademie sempre più distanti da un mondo scosso da innovazioni continue, baronie e piccinerie burocratiche, sfiducia crescente delle famiglie verso il tradizionale pezzo di carta in un momento in cui le spese vanno razionalizzate e lo Stato non ti dà una mano per far studiare i tuoi figli.
«Ma a incidere di più è stato il combinato disposto di crisi economica e aumento delle tasse universitarie che in Italia è stato il più alto d’Europa».
Gianfranco Viesti, ordinario di Economia a Bari, è l’autore de «L’Università in declino», indagine pubblicata quest’anno con la Fondazione Res.
Partendo dal Sud, Viesti ha approfondito le ragioni di quel dato che definisce «catastrofico» che ci inchioda all’ultimo posto in Europa per numero di laureati: il 23,9% degli under 34 contro una media Ue del 37%. Anche la Romania fa meglio di noi (25%). Con queste cifre l’Italia, impossibilitata a raggiungere entro il 2020 l’obiettivo europeo del 40% di laureati, ha dovuto ridimensionare il traguardo al 26%. È l’ammissione di un fallimento
«L’Italia ha fatto il contrario di quello che andava fatto – continua Viesti – aumentando le tasse mentre tagliava risorse al diritto allo studio». Ne sa qualcosa Lorenzo Guastalli, classe 1991, studente di ingegneria a Pisa che da un anno all’altro si è visto scippare la borsa di studio.
Colpa del nuovo Isee, l’ indice della situazione economica familiare che dal 2015 include nel calcolo anche il patrimonio immobiliare.
«Mio padre è cassintegrato, mia madre non lavora. Però hanno rivalutato il nostro appartamento manco fosse una casa di lusso. E così ho perso la borsa di studio, anche se il mio Isee è rimasto bassissimo, ben sotto la soglia richiesta dei 20 mila euro».
Lorenzo viene da Piombino, città ammaccata dalla recessione, e per lo Stato la sua casa lo rende magicamente ricco: «Ho perso soldi, mensa e alloggio.
Adesso abito in una doppia, a 200 euro al mese. Qualcosa mi dà mio padre, ma per mantenermi faccio ripetizioni. Ovviamente in nero».
Dopo le proteste, qualche mese fa gli studenti sono riusciti a ottenere le variazione delle soglie Isee ed Ispe per permettere a molti più studenti di rientrare nei requisiti. Come Lorenzo altri 30 mila hanno perso la borsa di studio. Qualcuno non ha resistito, però, come ha fatto lui, e ha abbandonato gli studi.
Le Regioni e i soldi
In Italia esiste anche una strana figura di studente che è l’«idoneo non beneficiario».
Sono il 25% dei meritevoli che però non percepiscono un euro.
In Sicilia e in altre regioni del Sud la proporzione è ribaltata: tre aventi diritto su quattro non ottengono la borsa. Mentre in altre regioni il 100% degli idonei incassa il dovuto.
A garantire il diritto allo studio dovrebbero essere gli appositi enti, che invece dalla Sardegna alla Sicilia alle Marche vengono continuamente investiti da inchieste giudiziarie e commissariamenti.
«In Puglia l’ente non ha erogato molte borse perchè non ha ricevuto fondi dalla Regione», spiega Silvia Savino, rappresentante degli studenti a Bari che racconta di studentesse pronte a lasciare se non avranno aiuti.
Il diritto allo studio in Italia è sempre meno un diritto. Ed è il punto debole del sistema. L’impoverimento progressivo delle famiglie non ha avuto compensazioni per tutelare la crescita culturale dei figli: borse di studio, alloggi, mensa, trasporti e servizi allo studente. Dall’inizio della crisi molti Paesi europei hanno potenziato le risorse destinate agli studenti bravi ma privi di mezzi, l’Italia no.
Da noi i borsisti sono scesi del 9%, in Spagna sono aumentati del 55%, in Francia del 36%, in Germania del 32%. In Italia solo il 12% beneficia della borsa. In Francia è il 25,6%.
E pensare che tra chi riceve la borsa c’è un tasso di abbandono (altissimo in Italia: 45%) del 13% in meno di chi non la riceve.
Così il mito della meritocrazia si va a far friggere? «Qualunque politica legata al merito non può essere immaginata senza una base che dà a tutti le stesse opportunità » dice Francesco Ubertini, rettore dell’Università di Bologna.
I principali colpevoli del naufragio del diritto allo studio costituzionalmente garantito sono le Regioni a cui è affidato dalla Carta.
Ma la causa è anche un meccanismo folle che produce paradossi su paradossi.
Dei 510 milioni di euro stanziati, 233 milioni vengono dalla tassa regionale pagata al momento dell’iscrizione dagli stessi studenti. È già la prima stortura.
«Il 42% in media delle risorse per il diritto allo studio proviene dalle tasche degli studenti. Non è un controsenso?» chiede Alberto Campailla, leader del coordinamento universitario Link.
In realtà , essendo in teoria un sistema perequativo, sarebbe una tassa pagata da chi ha reddito più alto a favore dei più bisognosi.
Ma le percentuali confermano che l’università è sostenuta da sempre meno risorse pubbliche. Anche perchè l’Italia dal 2005 ha aumentato le tasse universitarie del 50%, passando da una media di 736,91 euro a 1.112 euro.
Ma le contraddizioni non finiscono qui. L’altra parte del diritto allo studio la pagano le Regioni con stanziamenti propri. E così ognuno fa come gli pare.
La Campania governata da Stefano Caldoro è stata costretta dai giudici a restituire agli studenti i soldi dovuti che aveva dirottato in altri capitoli di spesa.
Neanche un mese fa la Regione Sicilia, invece, ha provato a spostare quelle risorse sulle riserve naturali. «I governatori rispondono a logiche politiche: perchè spendere soldi per gli studenti se non porta nessun consenso politico?» dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli.
La terza parte di risorse, infine, viene da un fondo integrativo dello Stato (162 milioni di euro).
Il meccanismo di ripartizione funziona così: le Regioni che assegnano più borse ottengono fondi statali maggiori. Ciò innesca un circolo vizioso per cui alle regioni del Sud, più deboli, vanno meno risorse che a quelle del Nord.
Il sistema amplifica le differenze invece di ridurle. Ecco perchè gli esperti chiedono che il diritto allo studio venga gestito a livello centrale. E non solo loro. Il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone ci ha provato in occasione della riforma costituzionale suscitando l’ira dei governatori: «Sono favorite le università più forti, e i soldi vanno dove ce n’è meno bisogno. Mentre la situazione di Isole e Sud è devastante».
Non sarà un caso se le ultime ricerche fotografano una realtà in cui le immatricolazioni calano soprattutto tra i diplomati degli istituti tecnici e professionali che alle spalle hanno famiglie economicamente più svantaggiate.
Stesso discorso a livello geografico. Meno matricole nelle isole e al Sud. La sola università di Catania le ha dimezzate. In questi anni a essere aumentata è invece la mobilità lungo lo Stivale: un quinto dei diplomati meridionali si iscrivono in facoltà del Centro Nord.
Anche perchè al Nord il diritto allo studio è garantito davvero. Le Regioni pagano, le borse di studio ci sono, mensa e alloggi pure, i trasporti funzionano.
A Bari, Antonio Uricchio, rettore di uno degli atenei con il più basso indice di valutazione, è sconfortato: «Questa università dovrebbe svolgere un ruolo sociale in un territorio difficile e invece non solo ha meno entrate ma riceve pure meno risorse attraverso meccanismi di ridistribuzione all’inverso».
Così ci si arrangia e Uricchio per non perdere numeri e per acquisire uno spessore internazionale è andato a Tirana a cercare studenti e intese: «Ormai l’Albania è la nostra seconda casa».
Ogni ateneo, però, ha i suoi problemi. Anche i migliori. A Bologna Ubertini è alle prese con i mille vincoli della burocrazia: «Ve ne racconto uno su tutti: avendo lo stesso tetto dei ministeri per le auto di servizio, i docenti di agraria non possono girare le nostre aziende. Un’altra? Per ogni contratto di lavoro devo aspettare l’ok della Corte dei Conti che arriva dopo due mesi. Come si fa così a competere con le migliori università straniere? E poi ci si lamenta se i privati non investono da noi».
Sfiducia sugli sbocchi
Se l’università soffre, la mobilità sociale si blocca: «Già era ridotta in Italia, il forte calo delle immatricolazioni al Sud peggiora le cose» spiega Francesco Ferrante, docente alla Luiss e pro-rettore al Job placement a Cassino.
Ferrante parla di «fattori culturali e barriere psicologiche»: gli italiani, «soprattutto nelle famiglie meno istruite, sembrano non credere più nell’università come strumento di avanzamento sociale». E di ricerca del lavoro.
«Si è innescato un sentimento di delusione» concorda Gavosto. Persino tra chi è laureato. Luca Franco Cardinali è un ingegnere di Ancona. La figlia Melissa sta terminando l’istituto biologico sanitario: «E’ brava, ma non so se è utile iscriverla all’università , troppo lunga e troppo teorica. Con mia moglie stiamo pensando di farle fare un corso di traduzione simultanea».
Delusione e sfiducia sono sentimenti alimentati dalla disoccupazione crescente certo, ma anche dalle scarse politiche di orientamento e dalla difficoltà delle università di tenersi al passo con la velocità di tecnologie che divorano ogni novità e creano nuovi mestieri. Secondo Ubertini, bisogna affrontare il nuovo mondo con astuzia: «Stiamo vivendo la quarta rivoluzione industriale, quella digitale. La formazione professionalizzante è l’unica risposta concreta per l’ingresso in un mercato del lavoro che ogni giorno è diverso dal giorno precedente».
Giacomo Galeazzi e Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
argomento: Università | Commenta »
Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
SI LAUREA UN ITALIANO SU QUATTRO, IN EUROPA LA MEDIA E’ DEL 38,7%… A UN ANNO DALLA LAUREA OCCUPATI 74 RAGAZZI DEL NORD SU 100, CONTRO 53 SU 100 AL SUD
Il «pezzo di carta» in Italia è un sogno per pochi. Oppure per molti non è un sogno, una meta, un
traguardo a cui aspirare: diventa «dottore» un italiano su quattro. Uno su due in Svezia; o in Lituania, Cipro, Irlanda, Lussemburgo.
Per numero di persone fra 30 e 34 anni che hanno completato il ciclo di educazione terziaria (università o un’altra scuola tecnica), il Belpaese è in coda, con il 25,3% dei cittadini laureati : ultimi in Europa, dove la media è del 38,7%, e (di poco) al di sotto del target Ue fissato per il 2020 (26%), scrive l’Eurostat nel rapporto del 2015.
Siamo comunque in miglioramento rispetto al 2002, quando la quota di laureati era addirittura al 13,1%. Ad arrivare alla laurea sono il 30,8% delle donne e il 20% degli uomini: un divario in continua crescita
70mila studenti in meno
Il numero dei laureati è anche al centro del XVIII Rapporto AlmaLaurea sul Profilo e la Condizione occupazionale dei laureati.
Che fotografa un preoccupante calo di matricole, a macchia di leopardo: drammatico al Sud – dice l’istituto di ricerca – dove le università dal 2003 al 2015 hanno perso il 30% di iscritti; grave al Centro (-22%); quasi insignificante al Nord (-3%).
Il dato di sintesi è di 70mila studenti in meno iscritti all’Università . La voragine si apre già dopo la maturità : 54 diplomati su 100 proseguono gli studi al Sud, 59 su cento al Nord.
Elevata la mobilità territoriale che, «sebbene sia un fenomeno positivo, mediante il quale studenti e atenei possono valorizzare a pieno le proprie potenzialità , allo stesso tempo riflette il profondo divario sociale ed economico che caratterizza le regioni italiane», si legge nel Rapporto.
Negli ultimi dieci anni, le regioni del Mezzogiorno hanno perso costantemente capitale umano: migra al Centro-Nord per motivi di studio il 20% dei ragazzi, mentre al nord si sposta solo il 2%.
Le discipline che mettono in movimento plotoni di studenti sono soprattutto Psicologia (32%), Chimica (27%), Agraria e Veterinaria (26%), Lingue (25%). Meno mobili gli studenti dei percorsi economico-statistico (15%), insegnamento (16%), giuridico (18%), ingegneria (19%).
Chi fa le valigie
Inoltre, mobilità richiama mobilità : si sposta per lavorare più frequentemente chi ha già sperimentato uno spostamento per motivi di studio o un’esperienza di studio all’estero durante gli studi.
L’analisi mostra particolari differenze rispetto al percorso di studi intrapreso: i laureati del gruppo scientifico sono i più mobili (43%), seguiti da agraria e veterinaria (42%) e dal linguistico (41%).
Si spostano nettamente meno dei loro colleghi i laureati nei percorsi di insegnamento (25%), delle professioni sanitarie (26%) e giuridico (27%).
Mobilità
La mobilità territoriale nel passaggio dall’Università al mercato del lavoro è più frequente rispetto alla mobilità per motivi di studio. Anche in questo caso a spostarsi sono prevalentemente i laureati che provengono da contesti famigliari culturalmente ed economicamente più avvantaggiati.
A cinque anni dal conseguimento del titolo, dice Almalaurea, su cento laureati residenti al Nord, 7 se ne vanno per lavorare, prevalentemente all’estero; dal Centro, a spostarsi sono il 13% dei laureati, prevalentemente al Nord; il Sud perde oltre un quarto del suo capitale umano: il 26% lavora lontano dalla famiglia d’origine.
Occupati
Almalaurea fotografa anche il differenziale occupazionale: a un anno dal titolo magistrale lavorano il 74% dei laureati del Nord e il 53% di quelli del Sud, con una forbice del 16% negli stipendi: 1.290 euro mensili netti a Settentrione, 1.088 al Sud.
A cinque anni dal titolo, lavorano 89 laureati su cento residenti al Nord, mentre al Sud l’occupazione coinvolge il 74% dei laureati. Retribuzioni: 1.480 al Nord, 1.242 al Sud.
Abbandoni scolastici
L’Italia resta anche tra le maglie nere per gli abbandoni scolastici – è ancora l’Eurostat a sottolinearlo – sebbene su questo fronte abbia già raggiunto l’obiettivo di riduzione fissato da Bruxelles: arriva al 14,7% (con un target che al 2020 sarebbe fissato al 16%) la percentuale di ragazzi tra i 18 e i 24 anni che hanno completato al massimo la scuola secondaria inferiore e che non seguono nessuna formazione.
Resta il divario tra ragazzi che lasciano (17,5%) e ragazze (11,8%). Non siamo ultimi della classe perchè dietro di noi figurano Spagna (20% di abbandoni), Malta (19,8%) e Romania (19,1%).
E andiamo molto meglio del 2006, quando nel complesso gli abbandoni erano al 20,4%. Ma i modelli virtuosi ci distanziano di molte lunghezze: in Slovenia solo il 5% dei ragazzi lascia la scuola anzitempo, a Cipro e in Polonia il 5,3%, in Lituania il 5,5%.
«Ritardo clamoroso»
A commentare i ritardi del sistema italiano, la deputata e responsabile scuola e università di Forza Italia, Elena Centemero: un «primato poco lusinghiero – dice -. Un ritardo clamoroso, che rende i nostri giovani poco competitivi in un mondo globalizzato e che pesa sulla ripresa del Paese».
Per recuperare il terreo perduto, afferma la deputata, è necessario «implementare le borse di studio, creare un crescente raccordo tra scuole e mondo del lavoro e migliorare le strategie di orientamento a tutti i livelli per far sì che i nostri ragazzi possano trovare il percorso di studi in grado di valorizzare i loro talenti».
Antonella De Gregorio
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Università | Commenta »
Marzo 1st, 2016 Riccardo Fucile
DOPO IL DOTTORATO LAVORANO GRATIS PER 10 MESI, 55 ORE A SETTIMANA
I dati arrivano da un’indagine interna del Coordinamento nazionale non strutturati, che ha promosso
uno sciopero bianco per il riconoscimento della ricerca come lavoro. Questo dopo che il governo ha negato loro l’indennità di disoccupazione prevista per gli altri parasubordinati. I soli assegnisti forniscono nella loro carriera un contributo gratuito pari al lavoro di tutti i dipendenti della regione Piemonte per due anni.
Sono 66.097 i ricercatori precari dell’università italiana.
Più di tutti i professori e i ricercatori a tempo indeterminato messi assieme.
Se gli atenei riescono ad andare avanti, nonostante i finanziamenti ridotti al lumicino, è anche grazie al loro lavoro, spesso gratuito.
Eppure restano degli invisibili cui non è concessa alcuna forma di contratto, in aperta violazione delle regole imposte dall’Europa.
Perciò il Coordinamento nazionale ricercatrici e ricercatori non strutturati ha promosso da un mese unosciopero bianco, anzi “sciopero alla rovescia”, per il riconoscimento della ricerca come lavoro.
“I precari rappresentano più della metà del personale che nelle università si occupa di ricerca e didattica”, denuncia il Coordinamento delle ricercatrici e dei ricercatori non strutturati.
Secondo i dati Miur del 2014 il numero di borsisti, assegnisti, ricercatori a contratto e consulenti, tutti con contratti in scadenza, ammonta a ben 66.097 a fronte dei 51.839 ricercatori diruolo, professori associati e ordinari. Questo significa che “in Italia la maggioranza della ricerca e della didattica a livello universitario è affidata a loro”.
Il Coordinamento ha raccolto di dati su un campione di 1.200 non strutturati in tutti i macrosettori della ricerca. La ricerca stima che i soli assegnisti, espressamente pagati per fare ricerca, hanno fornito nella loro carriera un contributo gratuito pari al lavoro di tutti i dipendenti della regione Piemonte per 2 anni.
I precari sono essenziali per lo svolgimento degli esami, seguono i tesisti, si occupano di mansioni amministrative e di incarichi all’esterno per l’università (perizie, formazione, consulenze).
Ma, soprattutto, insegnano. Il coordinamento stima che gli attuali assegnisti italiani hanno tenuto lezione in corsi di cui non sono titolari per una quantità di ore che è pari a10,6 volte tutta l’offerta formativa dell’università di Milano Statale.
Il loro impegno nel mandare avanti l’università è tutt’altro che residuale. Qui non si tratta di pochi mesi o di qualche anno in attesa di stabilizzazione. I non strutturati censiti dal sondaggio hanno concluso mediamente da 5 anni il dottorato di ricerca e da allora hanno già lavorato 10 mesi gratuitamente, senza alcuna certezza per il loro futuro.
Hanno scritto progetti (mediamente 7 nella propria carriera), eseguito consulenze per l’università (14 in media), partecipato a gruppi di ricerca stranieri (6 in media),pubblicato (mediamente 25 tra articoli, libri, curatele, atti di convegni) e realizzato brevetti (2 in media).
Hanno lavorato mediamente 55 ore a settimana, spesso costretti a trascurare proprio ciò per cui sono realmente pagati, ossia la ricerca: l’80% dichiara di fare fatica a fare ricerca proprio perchè spesso impegnato in attività didattiche e amministrative.
Perchè lavorare gratis e per così tanto tempo?
“È la trappola dei lavori in cui non si timbra il cartellino, in cui continui ad andare avanti un po’ perchè devi un po’ perchè ci tieni”, spiegano Joselle Dagnes e Marianna Filandri, assegniste di ricerca a Torino e promotrici del Coordinamento nazionale.
“Se stai lavorando da mesi, o da anni, a un progetto e finisce il contratto ma devi scrivere o andare a presentare i risultati del tuo lavoro cosa fai? Lasci perdere tutto? Nella realtà succede che non solo partecipi al convegno internazionale che era programmato, ma ti paghi pure il viaggio…”.
Peraltro la situazione italiana vìola apertamente quanto sancito dalla Carta Europea dei Ricercatori.
La Commissione europea, che eroga i fondi per la ricerca, pretende che gli assegnisti siano inquadrati come lavoratori.
“L’Unione europea pretende che gli assegnisti abbiano un contratto di lavoro, altrimenti non è disposta a finanziare neppure i bandi già vinti — spiegano le ricercatrici-. Su questo punto c’è un contenzioso tra il Miur e l’Unione europea che se ci vedesse perdenti si trasformerebbe in un disastro. La ricerca in Italia si bloccherebbe del tutto”.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso di una situazione già al collasso, e che ha dato il via alla protesta, è stata la bocciatura, lo scorso 15 dicembre, dell’emendamento alla legge di Stabilità 2016 che chiedeva l’estensione agli assegnisti, ai dottorandi e ai titolari di borse di studio dell’indennità di disoccupazioneprevista per gli altri lavoratori parasubordinati.
Il ministero del Lavoro ha risposto picche appellandosi alla “natura speciale del rapporto di ricerca” che a suo dire prevederebbe “una forte componente formativa”. Una componente che impedisce di essere contrattualizzati come lavoratori ma, a quanto pare, non crea nessun ostacolo perchè i ricercatori precari, anzichè fare ricerca, continuino ad insegnare e svolgere compiti amministrativi, mantenendo in vita un settore, l’università , cui sono destinate le briciole degli investimenti pubblici.
Meno dell’1 per cento del Pil, quando gli accordi europei (Trattato di Lisbonae Consiglio Europeo di Barcellona) fissano la soglia dei finanziamenti per ricerca e sviluppo a un minimo del 3 per cento.
Se davvero avesse ragione il ministro Giuliano Poletti nel sostenere che la ricerca non è lavoro, bisognerebbe ammettere che l’università italiana sopravvive grazie al non-lavoro di decine di migliaia di precari.
“Dopo Torino organizzeremo un altro incontro nazionale, prima dell’inizio della primavera”, spiegano gli organizzatori.
“Vogliamo che tutti i soggetti interessati a questo tema si siedano attorno a un tavolo per costruire insieme una Carta della ricerca pubblica”.
Intanto la mobilitazione ha già ottenutol’endorsement del fisico Giorgio Parisi che con altri 69 scienziati italiani ha promosso sulla rivista Natureuna campagna dal titolo inequivocabile: “Salviamo la Ricerca Italiana”.
Per chiedere che il governo “porti i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza”. Una petizione sottoscritta già da 50mila firme.
“Sono assolutamente favorevole a dare tutte le possibili garanzie a chi fa ricerca” ha dichiarato Parisi in un’intervista a il Manifesto “dico di più: bisogna considerare lavoro anche il dottorato. Bisogna raddoppiare questi posti e riconoscere a tutti un vero contratto di lavoro, oltre che i diritti previdenziali”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Università | Commenta »
Dicembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
A COLMARE IL CALO DI INVESTIMENTO PUBBLICO ALLA FINE SONO LE FAMIGLIE
La Germania investe quasi quattro volte l’Italia sull’università : 7 miliardi contro 26. 
Il nostro Paese, nel giro di pochi anni, ha compiuto un disinvestimento sugli atenei: una trasformazione opposta a quella in corso nel resto dell’Europa.
Mentre in Germania l’investimento pubblico su questo settore dell’istruzione cresceva del 23%, in Italia si contraeva del 21%.
A fornire questi numeri è il Rapporto 2015 sulle università del Nord e del Sud elaborato dalla fondazione Res (Istituto di ricerca su economia e società in Sicilia).
La fotografia fatta è a tinte fosche: negli ultimi sette anni il sistema universitario ha conosciuto una crisi devastante sia in termini di studenti, sia di docenti.
Così come per gli stanziamenti. Dai dati presentati esce un giudizio nettamente negativo che non trova giustificazione nemmeno nella crisi economica: “Anche i Paesi mediterranei — scrivono i ricercatori della fondazione — più colpiti dalla crisi hanno ridotto molto meno il proprio investimento sull’istruzione superiore. In Italia la riduzione della spesa e del personale universitario è stata molto maggiore che negli altri comparti dell’intervento pubblico: tra il 2008 e il 2013 i docenti universitari si riducono del 15% circa, il totale del pubblico impiego del 4%”.
La comparazione internazionale, rispetto al finanziamento pubblico, mostra un’Italia in affanno.
Nemmeno il Governo Renzi è riuscito a recuperare il gap. Il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone ai microfoni di “Radio Popolare”, giovedì sera in occasione della “Notte Bianca del diritto allo studio degli studenti universitari”, ha annunciato che con la Legge di Stabilità si arriverà a stanziare 8 miliardi sul capitolo.
La differenza resterà enorme. Nel 2011 la spesa pubblica per l’istruzione universitaria in Italia ammontava, stando ai dati Ocse, allo 0,8% del Pil: una percentuale inferiore anche rispetto ai Paesi nei quali la componente privata del finanziamento è assai rilevante come Stati Uniti e Regno Unito (entrambi allo 0,9%).
Una stima della spesa pubblica per l’istruzione universitaria per abitante mostra, che in anni recenti, ammonta a 332 euro in Germania; 305 euro in Francia; 157 euro in Spagna a fronte di 117 euro al Centro Nord dell’Italia e 99 euro in Meridione.
A colmare questa mancanza di soldi sono le famiglie costrette ad intervenire.
Nel finanziamento del sistema universitario italiano, stando ai dati Eurydice ripresi dalla fondazione Res, la quota sopportata dalle famiglie italiane sul totale della spesa, nel 2011, era pari al 24,5%, un livello che pur essendo inferiore al Regno Unito è maggiore rispetto alla Francia, alla Spagna e all’Olanda e molti altri Stati europei.
La fondazione boccia i governi italiani: “Dati del Public Funding Observatory della European University Association mostrano che la contrazione del 21% in termini reali della spesa pubblica per l’università osservata in Italia tra il 2008 e il 2014 è superiore a quella di tutti gli altri Paesi europei a parte Grecia, Ungheria e Regno Unito”.
Alex Corlazzoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Università | Commenta »
Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
RICERCA OCSE: POCHI STUDENTI, REDDITI SEMPRE BASSI, DOCENTI PIU’ ANZIANI E MENO PAGATI
Solo il Lussemburgo riesce a fare peggio dell’Italia nella spesa per l’istruzione terziaria nei paesi Ocse.
Ma il paese che sarebbe «uscito dalla crisi» riesce a gareggiare in una drammatica corsa al ribasso testa a testa con il Brasile e l’Indonesia.
Il rapporto Education at a glance 2015, presentato a Roma al Miur, offre un dato fermo al 2012 ma ancora valido per descrivere lo stato comatoso dell’università ottenuto, programmaticamente, dai tagli Gelmini-Tremonti al fondo per gli atenei. Allora il finanziamento rappresentava lo 0.9% del Pil, con un leggero aumento rispetto allo 0,8% del 2000. Canada, Cile, Corea, Danimarca, Finlandia, Stati Uniti sono al 2%.
La distanza, enorme, esiste ancora oggi e ha provocato effetti a cascata sulla ricerca, su laureati e diplomati e la loro speranza di trovare un lavoro con un reddito dignitoso, sui docenti.
L’Ocse sostiene che il drastico taglio delle risorse abbia scoraggiato i diplomati a iscriversi all’università ; ha fortemente attenuato l’idea che l’istruzione serva a trovare un lavoro qualificato visto che i titoli di studio oggi non coincidono con l’acquisizione di competenze durevoli. In un mercato del lavoro arretrato, tecnologicamente e dal punto di vista delle tutele, il corto-circuito è diventato esplosivo.
Nel corso degli anni l’abbandono dell’università ha peggiorato la già scarsa domanda di lavoratori con qualifiche terziarie.
Sfiducia totale dello Stato
Uno Stato che attacca l’istruzione superiore manda alla popolazione un segnale di sfiducia totale: «solleva interrogativi sulla qualità dell’apprendimento nell’istruzione terziaria» commenta l’Ocse.
Il crollo delle immatricolazioni, registrato negli anni della grande crisi, sarebbe stato provocato dall’idea che una formazione universitaria porta pochi, o nulli, miglioramenti alla propria condizione socio-professionale.
In una situazione dove i giovani Neet che non studiano nè lavorano sono il 41%, percentuale seconda solo a Grecia e Spagna, mentre il tasso di occupazione giovanile crolla dal 32% al 23% e i laureati occupati sono calati di cinque punti percentuali tra il 2010 e il 2014 (oggi sono il 62%) «la prospettiva di proseguire gli studi è raramente considerata come un investimento che potrebbe migliorare le loro opportunità di successo sul mercato del lavoro».
Tutto questo accade mentre aumenta la fuga all’estero degli studenti (record di 46 mila) e l’università attrae pochissimi studenti stranieri: 16 mila.
In questo dato c’è il trucco, commenta l’Ocse. In Italia si contano gli immigrati permanenti e non solo chi si è trasferito per studiare come accade altrove.
Una società che nega una possibilità alla formazione e alla ricerca produce un contraccolpo sui saperi acquisiti.
Non potendoli applicare o estendere sul lavoro, o metterli all’opera in relazioni sociali complesse, tali saperi si perdono.
Negli studi Ocse sulle competenze degli adulti (25—34 anni) titolari di un diploma universitario l’Italia, con la Spagna e l’Irlanda, ha registrato il punteggio più basso in termini di lettura e comprensione nell’istruzione terziaria).
Dopo la stagnazione, si torna indietro.
Queste sono le conseguenze macro-economiche della guerra contro l’intelligenza condotta dai «governi del disastro Berlusconi-Monti-Letta» (la definizione è di Luciano Gallino che aggiungeva anche quello di Renzi): l’Italia è stato l’unico paese Ocse a tagliare di 8,4 miliardi di euro il fondo per la scuola e di 1,1 miliardi quello per l’università negli anni della crisi iniziata nel 2008. E a non avere avuto il coraggio di fare marcia indietro.
Ieri la propaganda di regime si è soffermata su un dato: i laureati magistrali (o equivalenti) sono il 20% in Italia contro la media del 17%.
Peccato che nessuno abbia letto quanto scrive l’Ocse dopo: solo il 42% dei giovani si iscriverà ai programmi d’istruzione terziaria.
Siamo terzultimi, con Lussemburgo e Messico. Il 34% dei giovani dovrebbe conseguire un diploma d’istruzione terziaria, rispetto a una media del 50%.
La maggior parte dei laureati lascia gli studi dopo aver ottenuto un titolo di secondo livello.
È vero che in media, in Italia come altrove, i laureati hanno redditi da lavoro più alti, ma si parla sempre di redditi bassi: 143% rispetto alla media Ocse del 160%.
Tutto questo avviene in un paese con il corpo docente più vecchio e meno pagato del mondo.
Nel 2013, il 57% degli insegnanti della scuola primaria, il 73% degli insegnanti della scuola secondaria superiore e il 51% dei docenti dell’istruzione terziaria avevano compiuto 50 anni. Queste persone guadagnavano in media due terzi del salario medio dei lavoratori con qualifiche comparabili.
Spot, più che visione
«È evidente che ci troviamo in un paese che non è in grado di valorizzare lavoratori con una formazione elevata» sostiene Jacopo Dionisio, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari (Udu), che analizza anche gli auspici del governo legati all’ ever green sui percorsi professionalizzanti al termine dell’istruzione secondaria. «È da più di 10 anni – continua Dionisio – che si parla di ITS come priorità d’intervento, ma i fatti dimostrano il contrario: in Italia gli istituti professionalizzanti sono stati continuamente sviliti. È necessario che se ne incominci a parlare in maniera seria: non può essere analizzata come una questione a sè, ma come un percorso di formazione professionalizzante da inserire all’interno del nostro sistema di istruzione, in modo che sia finalmente funzionale».
«Il nostro sistema – sostiene il segretario confederale della Cgil Gianna Fracassi – ha un’allarmante disomogeneità territoriale, con un calo notevole degli iscritti nelle università meridionali». «Il nodo prioritario da affrontare per ridurre le disuguaglianze è intervenire sul diritto allo studio, sia universitario che scolastico, attraverso una legge quadro nazionale e procedere ad un incremento di risorse, a partire dalla legge di stabilità ».
Un buon senso che non sembra essere popolare dalle parti di un governo che insiste su interventi frammentari e occasionali, anche rispetto alla logica manageriale ed economicistica – ma organica – dell’Ocse.
Ci si muove sempre nell’ottica di interventi spot, come ha fatto ieri la ministra dell’Istruzione Giannini. Davanti ai dati sul disastro, ha continuato a omaggiare l’ottimismo di rito renziano.
L’assunzione dei 500 ricercatori «eccellenti» «ad alta velocità », e i mille «di tipo B», sarebbe «un cambiamento» e «un’inversione del trend di investimento». In realtà è un modo per sollevare la polvere e buttarla al vento.
La mancetta dei 500 euro
Si conferma la legge dei 500. Sono 500 i ricercatori, 500 euro il “bonus” per i consumi culturali elargito agli insegnanti (invece di aumentare lo stipendio fermo dal 2009. E 500 euro andranno ai 18enni.
Insieme alla patente, i ragazzi potranno spendere la mancetta per “consumi culturali”. Anche loro. L’annuncio è stato dato da Renzi, in persona, dalla Sala degli Orazi e Curiazi dei Musei Capitolini. Il premier strologava sul tema: la sicurezza si difende con la cultura.
Uno avrà pensato: metterà 1 miliardo cash sulla scuola; ripianerà i tagli all’università ; aprirà il salvadanaio per il diritto allo studio e invece dei 50 milioni nella legge di stabilità ce ne metterà 200, necessari per avere il minimo di diritto allo studio.
Anzi, potrebbe istituire il reddito minimo: 500—600 euro a testa per formarsi, sostenere le spese dei fuorisede, una borsa di studio, un sussidio per chi cerca occupazione o impara un mestiere.
Niente di tutto questo. Nel suo linguaggio cifrato, di scarsa comprensibilità , si è capito che Renzi destinerà “Un miliardo in sicurezza, uno nell’identità culturale e valorizzazione urbana”.
Due miliardi presi dallo slittamento del taglio dell’Ires al 2017. Per i diciottenni sarà estesa «una misura già prevista per i professori (500 euro, ndr)», e cioè «una carta bonus da investire in teatri, musei, concerti e cultura che diventa simbolicamente il modo con il quale lo Stato carica i ragazzi della responsabilità di essere protagonisti e coeredi del più grande patrimonio culturale».
L’illusione di essere “coeredi” di un “patrimonio” ottenuto pagando il “consumo” della cultura.
Mai parlare, invece, di investire il giusto per apprendere a produrre discorsi, stili, linguaggi. Cioè il mestiere della “cultura”.
E’ naturale: nel mondo di Renzi si impara a consumare, non a produrre qualcosa.
Il mondo visto da una vetrina.
Roberto Ciccarelli
argomento: Università | Commenta »
Novembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL COSTO MEDIO DELLE TASSE SUPERA I 1.000 EURO, SE SI INCLUDONO QUELLE PRIVATE SI ARRIVA A 7-8.000 EURO… ECCO COME RIDURRE L’ESBORSO
Prima di tutto, è bene controllare in anticipo le opportunità pubblicate sul sito dall’Andisu (Associazione Nazionale degli organismi per il diritto allo studio universitario): matricole e studenti in corso possono sfogliare la pagina dei bandi aperti suddivisi per regione (www.andisu.it/pagine/bandi_universitari) e fare una valutazione dei requisiti.
I candidati che si aggiudicano una borsa, come quelle assegnate dal Er.go in Emilia Romagna, possono accedere all’esonero totale dalle contribuzioni.
Ma non è tutto. Sono le stesse università a proporre agevolazioni e tutele specifiche, dalle detrazioni fiscali ai bonus per gli studenti d’eccellenza.
La sola Università degli studi di Milano ha messo in palio, per il 2015-2016, 500 borse di servizio da 1.800 euro annui e 160 borse di merito come integrazione ulteriore (fino a un massimo di 6mila euro).
Requisiti di merito
Un 100 e lode all’esame di Stato non dirà tutto su un maturando. Ma, nell’attesa, gli regala un anno gratis in università .
È il bonus offerto per il 2015-2016 da alcune università pubbliche, come la Sapienza di Roma e l’Alma Mater di Bologna: niente rette per tutti gli immatricolati con voto di diploma di 100/100.
Nel caso dell’Università di Bologna, il benefit si estende ai neo-iscritti nei corsi magistrali che hanno conseguito il titolo triennale alla prima sessione utile e con valutazione minima di 110/110.
Se non si parla dell’esonero totale, sono comunque previste riduzioni vincolate al raggiungimento di un certo numero di crediti (ad esempio: 40 crediti formativi all’anno) in un arco di tempo preciso. In determinati casi, può anche essere richiesta una certa media — ad esempio: dai 24/30 — per certificare la “qualità ” degli appelli in curriculum.
Trasferirsi solo se è necessario
L’esperienza da fuori-sede può essere decisiva. Ma se l’università è nella città d’origine, conviene davvero spostarsi già per la laurea di primo livello? Non sempre.
Se si considera che l’affitto incide sul 50% delle spese fuori di casa, il trasferimento può essere posticipato al biennio che conta di più: magistrale e master, magari all’estero. Anche perchè, nei tre anni iniziali, niente esclude esperienze di mobilità tra summer school, tirocini e scambi offerti nel pacchetto dell’Erasmus+ (www.erasmusplus.it).
Senza dimenticare il double degree, la doppia laurea: una formula che permette di svolgere parte del percorso formativo in Italia e parte all’estero, con il pagamento di un’unica retta e — dati Almalaurea — un aumento di possibilità del 20% di trovare impiego.
Sfruttare biblioteche ed e-book
Altra incognita sulle spese universitarie: il materiale didattico.
L’asticella può alzarsi a seconda del corso di studio, con picchi nell’ordine delle migliaia di euro per Giurisprudenza e Medicina. Ma è necessario comprare l’intera bibliografia? No.
Come già consigliato da AlmaLaurea al Sole 24 Ore, conviene aspettare fino alla pubblicazione del programma di un determinato anno accademico: i testi richiesti possono essere presi in prestito dalle biblioteche d’ateneo o scaricati sotto forma di e-book dalle risorse di didattica digitale messe a disposizione dai docenti.
Uno sconto non proprio secondario, se si considera che l’investimento sui libri può spingersi oltre i 6mila euro per i corsi di laurea magistrale a ciclo unico.
Tentare all’estero conviene
Laurea in Italia o all’estero? Se si guarda ai soli costi universitari, può farsi strada la seconda. Certo: è vero che alcune delle mete più ambite dagli studenti italiani propongono rette e costi della vita ben al di sopra della media italiana, come nel caso del Regno Unito (solo il bachelor, la triennale, costa fino a 9mila sterline annue), per non parlare di Stati Uniti o business school europee.
Ma il registro cambia se si considerano i corsi di laurea, soprattutto triennali, erogati a costo zero in paesi come Danimarca, Germania, Francia o Svezia.
E se si è interessati a un master, la scelta può scattare da canali come Mastersportal (www.mastersportal.eu) e altri siti specializzati nella ricerca di corsi di studio a seconda dell’area disciplinare.
Alberto Magnani
(da “la Stampa”)
argomento: Università | Commenta »
Ottobre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
RAPPORTO EURYDICE: ITALIA AL TERZO POSTO PER LE RETTE UNIVERSITARIE… E SOLO L’ 8% HA DIRITTO A UNA BORSA DI STUDIO
Mentre continua la battaglia degli studenti contro il nuove Isee che restringe la possibilità di ricevere una borsa di studio, arriva una conferma sul caro-università in Italia.
A fornirla è il rapporto di Eurydice che fotografa il panorama di tasse universitarie e forme di supporto agli studenti in Europa.
L’Italia resta al terzo posto come importi medi delle tasse, dopo Inghilterra e Paesi Bassi: gli studenti iscritti sia alla laurea di primo che di secondo livello pagano in media 1220 euro all’anno, partendo da un minimo di 195/199 euro all’anno, per arrivare ad un massimo di 2065.
Il confronto
«Il confronto con i principali paesi europei è impietoso», sottolinea l’Unione degli universitari. In Germania, ad esempio, la tassazione media è di 50 euro: un importo riferito esclusivamente alle spese amministrative, spese che oltretutto in alcuni lander non sono neanche a carico degli studenti.
Per quanto riguarda la Francia, il 35% degli studenti gode di un esonero completo sulle tasse, contro il solo 12% dell’Italia: e le rette sono comunque più che accettabili: 184 euro all’anno per il primo ciclo, 256 per il secondo. In Belgio, nella comunità francese, il 70% degli studenti paga il massimo delle tasse, che però ammonta a 836 euro l’anno, e comunque il 20% riceve un contributo.
In Austria non ci sono tasse per gli studenti europei, e il 15% degli studenti riceve anche un contributo economico.
In Inghilterra, dove le tasse sono ben più alte dell’Italia (vanno dai 5429 ai 12.755 solo per il primo ciclo), c’è però un meccanismo di aiuto ben più solido, perchè il 68% di chi ha richiesto una borsa di studio nel 2013-2014, l’ha poi ottenuta.
Nel complesso, gli studenti delle università pubbliche italiane nel 2014 hanno versato 1,5 miliardi di euro in tasse universitarie, ben il 24% dei finanziamenti statali alle università stesse.
«Questi dati dimostrano come le tasse universitarie, introdotte come strumento di solidarietà tra gli studenti, siano con il tempo diventate una delle principali fonti di sostentamento del sistema universitario», sottolinea il coordinatore dell’Udu Jacopo Dionisio.
Le borse di studio
Forte anche il divario tra l’Italia e gli altri Paesi europei riguardo al supporto dato agli studenti.
Le borse di studio vanno dai 1925 ai 5108 euro, e vengono erogate sia in base ai meriti accademici che ai bisogni economici delle famiglie, ma l’importo viene stabilito dalle autorità regionali.
A beneficiarne è solo 8% della popolazione studentesca.
In Francia, invece, i beneficiari di sostegno sono il 34%; in Germania, il valore medio del sostegno è di 5.300 euro, e ne usufruisce ben il 25% degli universitari.
Questi dati sono lo specchio dei finanziamenti sul sistema.
Nel 2014, l’Italia ha investito 490 milioni di euro per le borse di studio, di cui ben 225 milioni provenienti dalle tasse degli studenti. In ogni caso, si tratta di briciole, in confronto ai circa due miliardi di Francia e Germania.
E le risorse per il prossimo anno, 2015-2016, non sono ancora state definite.
Valentina Santarpia
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Università | Commenta »
Ottobre 18th, 2015 Riccardo Fucile
CHIESTO IL FALLIMENTO DELL’ISTITUTO, LA PROCURA VALUTA LA BANCAROTTA
L’ epopea del Cepu, la mistica del Cepu, l’accademia del Cepu!
Tutto finito: addio laurea facile, addio didattica cepuizzata. Il più noto istituto di preparazione agli esami universitari ha chiesto il fallimento, mentre la Procura di Roma valuta la bancarotta per distrazione.
Così la creatura fondata da Francesco Polidori viene bocciata in economia e soprattutto in commercio.
«Con noi ce la puoi fare» era lo slogan magico che ha permesso al Cepu di primeggiare nella nebulosa galassia degli istituti privati che «accompagnano» alla laurea.
I testimonial si chiamavano Antonio Di Pietro, Enrico Papi, Alex Del Piero, Valentino Rossi, Bobo Vieri…
Il sottotesto era molto chiaro: se Bobo riesce a prendere una laurea ce la puoi fare anche tu.
Il segreto di questo impero del «pezzo di carta», fondato da Polidori, un albergatore aretino molto amico di Berlusconi, era la figura del tutor .
Di solito un giovane laureato che allenava lo studente a superare l’esame. Senza frequentare lezioni, nè studi matti e disperatissimi.
Il tutor aveva il compito di suggerire le scorciatoie per prendere almeno un 18. Grande successo.
A quel punto, Mr. Cepu trova più conveniente fondare una sua università , la eCampus, con lo stesso valore legale delle altre.
Ma arriva lo schianto di Cepu, sotto il peso di un grave passivo.
Forse il dramma vero è che le troppe sedi universitarie sotto casa sono parse più abbordabili ed economiche del Cepu.
Aldo Grasso
argomento: Università | Commenta »