Gennaio 31st, 2013 Riccardo Fucile
IMMATRICOLATI SCESI DA 338.482 A 280.000… GIU’ ANCHE NUMERO DEI PROFESSORI
Iscritti, laureati, dottorati, docenti, fondi, tutte `voci’ con il segno meno: l’università
italiana è in grande affanno.
Lo denuncia il Cun (Consiglio universitario nazionale) in un documento rivolto all’attuale Governo e Parlamento, alle forze politiche impegnate nella competizione elettorale, «ma soprattutto a tutto il Paese».
Il documento (Dichiarazione per l’università e la ricerca, le emergenze del sistema) sottolinea che dal 2009 il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) è sceso del 5% ogni anno.
ISCRITTI, COME FOSSE `SCOMPARSO’ UN ATENEO
In dieci anni gli immatricolati sono scesi da 338.482 (2003-2004) a 280.144 (2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%).
Come se in un decennio – quantifica il Cun – fosse scomparso un ateneo come la Statale di Milano.
Il calo delle immatricolazioni riguarda tutto il territorio e la gran parte degli atenei. AI 19enni, il cui numero è rimasto stabile negli ultimi 5 anni, la laurea interessa sempre meno: le iscrizioni sono calate del 4% in tre anni: dal 51% nel 2007-2008 al 47% nel 2010-2011.
PER NUMERO LAUREATI LONTANI DA EUROPA
Quanto a laureati l’Italia è largamente al di sotto della media Ocse: 34mo posto su 36 Paesi.
Solo il 19% dei 30-34enni ha una laurea, contro una media europea del 30%. Il 33,6 % degli iscritti, infine, è fuori corso mentre il 17,3% non fa esami.
BORSE STUDIO, UNA NOTA DOLENTE
Il numero dei laureati nel nostro Paese è destinato a calare ancora anche perchè, negli ultimi 3 anni, il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato ridotto. Nel 2009 i fondi nazionali coprivano l’84% degli studenti aventi diritto, nel 2011 il 75%.
CURA DIMAGRANTE PER OFFERTA FORMATIVA
In sei anni sono stati eliminati 1.195 corsi di laurea. Quest’anno sono scomparsi 84 corsi triennali e 28 corsi specialistici/magistrali.
Se questa riduzione è stata inizialmente dovuta ad azioni di razionalizzazione, ora dipende invece in larghissima misura – si fa notare – alla pesante riduzione del personale docente.
DOTTORATI AL LUMICINO
Rispetto alla media Ue, in Italia abbiamo 6.000 dottorandi in meno che si iscrivono ai corsi di dottorato.
L’attuazione della riforma del dottorato di ricerca prevista dalla riforma Gelmini è ancora al palo e il 50% dei laureati segue i corsi di dottorato senza borsa di studio.
EMORRAGIA DI PROFESSORI
In soli sei anni (2006-2012) il numero dei docenti si è ridotto del 22%. Nei prossimi 3 anni si prevede un ulteriore calo.
Contro una media Ocse di 15,5 studenti per docente, in Italia la media è di 18,7. Pur considerando il calo di immatricolazioni, il rapporto docenti/studenti è destinato a divaricarsi ancora per una continua emorragia di professori che non vengono più assunti. Il calo è anche dovuto alla forte limitazione imposta ai contratti di insegnamento che ciascun ateneo può stipulare.
SPESE SUPERANO I FONDI
Dal 2001 al 2009 il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo), calcolato in termini reali aggiustati sull’inflazione, è rimasto quasi stabile, per poi scendere del 5% ogni anno, con un calo complessivo che per il 2013 si annuncia prossimo al 20%.
Su queste basi e in assenza di un qualsiasi piano pluriennale di finanziamento moltissime università , a rischio di dissesto – osserva il Cun- non possono programmare nè didattica nè ricerca.
A RISCHIO ANCHE I LABORATORI
A forte rischio obsolescenza le attrezzature dei laboratori per la decurtazione dei fondi: anche i finanziamenti Prin, cioè i fondi destinati alla ricerca libera di base per le università e il Cnr, subiscono tagli costanti: si è passati da una media di 50 milioni all’anno ai 13 milioni per il 2012. Infatti dai 100 milioni assegnati nel 2008-2009 a progetti biennali si è passati a 170 milioni per il biennio 2010-2011 ma per progetti triennali, per giungere a meno di 40 milioni nel 2012, sempre per progetti triennali.
(da “La Stampa“)
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Dicembre 29th, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO I DATI ISTAT LA PERCENTUALE DI GIOVANI CHE LASCINO L’ITALIA E’ PASSATA DALL’11,9% DEL 2002 AL 27,6% DEL 2011
L’Italia non è un Paese per laureati. O almeno, non lo è più.
Lo dice il rapporto Istat sulle migrazioni internazionali e interne della popolazione residente, secondo cui la percentuale di giovani dottori che lasciano il Belpaese è passata dall’11,9 per cento del 2002 al 27,6 per cento del 2011: più del doppio in appena dieci anni.
La meta preferita?
Il Regno Unito che accoglie l’11,9 per cento dei nostri cervelli. In coda Svizzera, Germania e Francia, ma anche mete più distanti come Stati Uniti, Brasile e Australia.
Al contrario, la quota di emigrati con titolo di studio fino alla licenza media è scesa dal 51 al 37,9 per cento.
A fuggire dall’Italia, insomma, sembrerebbero soprattutto i giovani con alte aspettative d’impiego.
Nulla di nuovo, in realtà .
Già negli Anni ’50, si legge nel testo di Goffredo Fofi L’Immigrazione meridionale a Torino (Feltrinelli Editore, 1964), i primi a lasciare il Meridione per le ricche città del Nord furono gli esponenti della piccola-media borghesia: sarti, artigiani, commercianti che potevano permettersi il sogno di una nuova vita.
Ora, in tempi di precariato e disoccupazione giovanile alle stelle, a partire sono sempre i figli della classe media: hanno un titolo di studio elevato, soldi sul conto corrente e, spesso, il sostegno delle famiglie.
Ma che cosa cercano i ragazzi in fuga dall’Italia?
Mariolina Eliantonio, 34 anni di Pescara, ricercatrice e insegnante presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Maastricht, non ha dubbi: lavoro, meritocrazia e senso civico.
«In Italia – spiega in una recente intervista a La Stampa – la carriera universitaria è impossibile, tutti sanno che le selezioni per i dottorati non sono trasparenti. E non parliamo dell’avvocatura, per anni non vedi un soldo. In Olanda, invece, ho trovato rispetto e solidarietà sociale. Qui lo Stato non è percepito come un’entità estranea che chiede tasse e non restituisce. Il senso di comunità è molto forte. Se tornerei indietro? Assolutamente no».
Le statistiche, d’altronde, le danno ragione.
L’Istat rileva che il numero di italiani che, sempre nel periodo 2002/2011, si è iscritto dall’estero nel registro dei residenti è diminuito da oltre 35mila a 22mila unità .
Anche in questo caso, però, risulta in aumento la quota dei laureati (dal 13,7 al 25,9 per cento), mentre diminuisce quella di coloro in possesso di titolo fino alla licenza media (dal 66,7 al 48 per cento).
Ciononostante, nel 2011 il saldo migratorio risulta negativo sia per gli individui in possesso di titolo di studio fino alla licenza media (-5 mila 200) sia per diplomati (-6 mila 300) e laureati(- 4 mila 800): gli italiani che lasciano l’Italia sono sempre in numero maggiore rispetto a quelli che rientrano.
Enrico Caporale
(da “la Stampa“)
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Novembre 16th, 2012 Riccardo Fucile
PER LEI SPAZI RIDOTTI NELLA MEGA-STRUTTURA DI PADOVA
Quando gli presenteranno Ilaria Capua come una fuoriclasse simbolo della ricerca italiana nel mondo, Giorgio Napolitano abbia chiara una cosa: senza una svolta se ne andrà anche lei.
Dove lavora, infatti, le hanno detto che deve accontentarsi degli spazi che ha. Inaccettabile, per chi gioca una partita planetaria.
Romana, laureata in veterinaria a Perugia, specializzata a Pisa, anni di esperienza in giro per il mondo, direttrice e anima del dipartimento di Scienze biomediche all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie a Padova, Ilaria Capua non è stata scelta a caso per rappresentare il settore scientifico agli Stati Generali della Cultura organizzati a Roma dal Sole 24 Ore , dall’Accademia dei Lincei e dalla Treccani.
Qualche anno fa s’impose isolando coi suoi collaboratori, primo fra tutti Giovanni Cattoli, il primo virus africano H5N1, la nasty beast (brutta bestia, secondo la definizione di Nature ) dell’influenza aviaria umana.
Quella nuova forma di peste che, se infetta qualcuno, la maggior parte delle volte lo ammazza.
Ciò che la rese celeberrima fu tuttavia il passo successivo. Cioè la risposta che diede all’alto funzionario dell’Oms che l’aveva chiamata per chiederle di mettere tutto ciò che sapeva in un database privato del quale avrebbe avuto una delle 15 password d’accesso.
Quella scelta di condividere la scoperta in una cerchia ristretta poteva significare fama, finanziamenti, prestigio, soldi.
Ma lei, come ricorda nel libro recentissimo «I virus non aspettano» (Marsilio) decise di rifiutare quell’occasione di entrare in un cenacolo di eletti: «Ero assolutamente basita. Intimidita e scandalizzata al tempo stesso. Ma vi sembra un comportamento serio e adeguato alla situazione? I virus non aspettano. Siamo nella fase di espansione di una malattia epidemica, che per la prima volta nella storia colonizza il continente africano. L’Africa è piagata dalla povertà e dalla malnutrizione. Un virus che uccide i polli e le galline sottrae nutrimento anche alle fasce più povere della popolazione, l’epidemia è destinata ad allargarsi a macchia d’olio, e in una popolazione già flagellata dall’HIV e dalla malaria, per dirne solo due, un’altra infezione trasmissibile alle persone è pioggia sul bagnato». Dunque «era assolutamente indispensabile che le forze si unissero e quindi dare l’informazione soltanto a quindici laboratori mi sembrava insensato».
E così mise la sua scoperta su «GenBank», a disposizione di tutti.
Guadagnandosi «lettere di sostegno da tutto il mondo, un servizio su Science , un hip hip urrà da Nature , un’intervista in doppia pagina con ritratto dal Wall Street Journal , un editoriale sul New York Times .
Ma anche una valanga di critiche dure e taglienti dai colleghi che appartenevano al gruppo dei quindici laboratori afferenti al database privato».
Li lesse anche Kofi Annan, quegli articoli.
E volle capire com’era andata perchè gli pareva impossibile che scoperte in grado di salvare la vita alle persone potessero venire egoisticamente tenute nascoste.
E si mise in moto un meccanismo che ha portato nel tempo a una maggiore trasparenza e condivisione delle informazioni utili a tutti. Insieme con le rampogne dei colleghi più navigati, Ilaria Capua ha raccolto in questi anni anche i riconoscimenti più prestigiosi.
Come il «Penn Vet World Leadership Award» che, spiega nella prefazione al libro lo scienziato americano Alan M. Kelly «è di gran lunga il riconoscimento più prestigioso nel campo della medicina veterinaria». Prima donna a riceverlo, prima sotto i sessant’anni.
Va da sè che, accumulando via via successi professionali e accrescendo la sua «collezione di virus» che per un centro di ricerca simile equivale alle ricchezze di una biblioteca, la scienziata è riuscita ad attirare sempre più investimenti e raccogliere intorno a sè una settantina di ricercatori. Fino ad avere sempre più bisogno di spazio per competere coi grandi centri internazionali.
Per usare il paragone di Roberto Perotti sull’università : se la squadra di Villautarchia rifiuta di partecipare ai campionati più duri e si accontenta delle amichevoli per non misurare il valore dell’allenatore e dei giocatori, non potrà mai avere Ronaldinho. Occorre giocare ad alto livello.
Ed eccoci a oggi.
Da luglio, a Padova, è pronta la «Torre della ricerca» voluta, progettata, finanziata e costruita da «la Città della speranza».
La fondazione non profit che, dopo essere entrata nel cuore degli italiani tirando su in un solo anno un intero lotto ospedaliero destinato a salvare i bambini colpiti dal tumore, (tutto con soldi dei generosi donatori senza un centesimo di denaro pubblico) si è ingrandita fino a diventare il centro italiano della guerra alla leucemia infantile. Anche stavolta, avuti in regalo 10 mila metri di terreno dal consorzio della zona industriale di Padova, «la Città della speranza» ha fatto quasi tutto da sola.
E in due anni e mezzo, tutto compreso, contando sulla generosità non solo del progettista Paolo Portoghesi e delle imprese coinvolte («in pratica hanno recuperato tutti le spese vive», racconta Franco Masello, l’anima storica della fondazione) è nato quello che dovrebbe essere, coi suoi dieci piani, i suoi 13.200 metri quadri di laboratori, i suoi 350 ricercatori, il più grande e moderno centro europeo per la ricerca sulle malattie infantili. Il posto giusto anche per Ilaria Capua.
Infatti lì era previsto andasse con la sua struttura, comunque ancorata allo Zooprofilattico Sperimentale.
Tutto deciso. Da due anni. Con tanto di finanziamento regionale.
Ma ecco, improvvisamente, la svolta. Con la retromarcia dell’Izs.
«Praticamente volevano che cedessimo loro due piani gratuitamente», spiega Franco Masello. «Ma noi non ce lo possiamo permettere. Noi non guadagniamo un euro da questo sforzo enorme da 32 milioni che abbiamo fatto, ma una parte dei soldi vogliamo recuperarla per investirla nella ricerca».
«Spostati pure, per un paio d’anni finchè costruiamo i laboratori nuovi nostri, ma puoi portarti dietro solo la metà dei tuoi», sarebbe stato offerto a Ilaria Capua.
Una proposta considerata irricevibile.
Perchè non andare nel posto giusto, condividendo con centinaia di ricercatori idee, scoperte, macchinari? E davanti al braccio di ferro, la scienziata ha fatto capire che se fosse costretta potrebbe andare via: bye bye…
La voce di un possibile addio è scoppiata nel Veneto come un candelotto di dinamite. Scatenando le ire trasversali del governatore leghista Luca Zaia e del sindaco padovano democratico Flavio Zanonato.
Decisi l’uno e l’altro, con ipotesi e accenti diversi, a trovare una soluzione.
Perdere altri «cervelli» in una situazione così, mentre «la Città della speranza», nonostante i nuvoloni della crisi, investe sul futuro, sarebbe davvero un delitto.
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
CENTINAIA DI FUTURI MEDICI NEGLI ATENEI DI TIMISOARA PER EVITARE LE DIFFICOLTA’ E LE SPESE DEI NOSTRI TEST D’INGRESSO… MA IL RICONOSCIMENTO DEL TITOLO DI STUDIO RESTA UN’INCOGNITA
Ma guarda dove sono finiti, i nostri futuri dentisti, per imparare il mestiere: in Transilvania, vicini di casa dell’uomo dai canini più famosi del mondo, il conte Dracula.
Più di 600 studenti italiani alla privata Vasile Goldis di Arad, una cinquantina alla statale di Timisoara; un altro migliaio sparpagliati nel resto della Romania, tra Iasi e Bucarest, tra Cluj e Costanza.
Metà studiano per diventare odontoiatri, l’altra metà sarà medico.
Ma stanno arrivando anche dozzine di infermieri e veterinari.
C’era una volta la fuga dei cervelli italiani, oggi anticipiamo i tempi: esportiamo direttamente il semilavorato.
Secondo gli ultimi dati disponibili (rapporto Migrantes 2011) 42mila ragazzi hanno varcato i confini e studiano all’estero. Migliaia di candidati medici sono rimbalzati contro “quei test assurdi” per due, tre, quattro anni consecutivi prima di decidersi a coltivare i sogni in un terreno meno ostile.
Virtù dell’Europa unita: ti laurei dove riesci, eserciti dove vuoi.
Molti hanno scelto la Spagna, ma costa una fortuna tra tasse e carovita.
Così a ogni iscrizione sciamano a centinaia in Romania, ogni anno più numerosi: in una mano la valigia dell’emigrante, nell’altra quella di mamma o papà che paga e conforta.
Quando partono per la Transilvania sembrano Claudio Bisio e Angela Finocchiaro in Benvenuti al Sud.
Benvenuti in Romania, invece: “Mia figlia – racconta la psichiatra Nicla Picciariello – era la migliore della classe, al liceo, ma ha provato quattro volte il test a Medicina e non è passata: lo sanno tutti che i posti erano già assegnati. Sconfortante, me lo lasci dire. Così si è iscritta alla statale di Timisoara. Per noi è stata una ferita: non dovremmo avere pregiudizi”.
“Ma è un Paese arretrato, tanti criminali… Siamo partite insieme, le ho detto di togliersi i brillanti, via le borse di Chanel, solo vestiti dimessi. Quando sono arrivata qui mi sono vergognata. È un sogno, altro che inferno! Le auto si fermano due metri prima delle strisce, le facoltà hanno ottimi laboratori e mi sento molto più sicura a girare sola e ingioiellata qui che in Italia”.
Vale il reciproco: “Un giorno – racconta Alessandro Nicolò, II anno di odontoiatria ad Arad – ho detto a una professoressa che arrivavo da Reggio Calabria ed è sbiancata: “Oddio ma lì sparano per strada, è pericoloso, c’è la ‘ndrangheta!” Le ho risposto: accidenti, guardi che da noi dicono lo stesso della Romania”.
A Timisoara e Arad, l’eldorado degli aspiranti camici italiani, quasi tutti vengono dal Mezzogiorno.
“Certo, spero di tornare al più presto nel mio Paese – racconta Marzia Russo, ventenne di Foggia, II anno di Medicina in inglese ad Arad – ma sarò per sempre grata alla Romania: in Italia mi sarei dovuta laureare in una disciplina che non mi interessa. Qui ho già iniziato il tirocinio, entro in sala operatoria, cambio medicazioni e assistito a operazioni delicate. In Italia? Farei solo teoria”.
In realtà , le nostre università non permettono facilmente il reintegro, una volta aggirato il test.
“Ma quest’anno 29 ragazzi sono riusciti a tornare all’Università di Bari”, sorride Nino Del Pozzo di Tutor University, che offre assistenza logistica alla Vasile Goldis di Arad. Ogni anno quasi 90mila italiani affrontano il test delle facoltà mediche, e l’80 per cento vengono dal Centro-Sud.
Ne passa uno su otto.
“In Italia per iscriverti ai test – spiega Maria Vincenza M., uno dei 170 ammessi quest’anno ad Arad su 300 candidati italiani – spendi da 50 a 100 euro ogni tentativo. Poi ci sono i corsi: io ho speso 4mila euro ma il listino aveva soluzioni da 9, 10 e anche 12mila euro tra teoria, esercizi, simulazioni e glossario. In più ho speso 500 euro di libri”. “Fate la somma, moltiplicate per 90mila studenti e capirete perchè in Italia questa follia dei test non la cancelleranno mai”, dice un papà , Raffaele, in cerca di casa per la figlia.
“In questi dieci anni – dice Giuseppe Lavra, vicepresidente dell’Ordine dei medici di Roma – ci troveremo con 40mila medici in meno. Il guaio è che non mancano ancora, così non facciamo nulla per risolvere il problema “.
Un paradosso che costa milioni: in Romania ogni studente spende in media 4mila euro di tasse ogni anno, che “diventano 10 o 12mila con affitto, mantenimento e trasferimenti”.
Per duemila italiani fanno una ventina di milioni di euro ogni anno che le famiglie avrebbero speso volentieri in Italia, invece che in Romania.
E anche l’esodo in conto studi diventa business. “Per venire qui a Arad – dice Del Pozzo – da noi spendono 3mila euro per l’iscrizione e l’assistenza ai test di lingua, e fino a 10mila con il tutor. Ogni tanto ci arrivano telefonate strane, gente che pensa che studiare qui sia una finzione. Beh, ragazzi, non avete capito niente: 15 giorni di vacanze a Pasqua, una ventina a Natale e poi luglio e agosto, il resto dell’anno non ti muovi. C’è obbligo di frequenza e vi conoscono uno a uno, non ci si passano i badge come in Italia”.
“Una volta superato il test iniziale di romeno, che per fortunaè semplice da imparare – dice Antonino Nicolò, 25 anni, futuro dentista figlio d’arte e rappresentante di tutti gli studenti – si studia mattina e pomeriggio, teoria e pratica in laboratorio, test ogni sei mesi e se non passi ripeti l’anno come al liceo. I professori sono eccellenti, abbiamo strumenti e tecnologie per laboratorio e ricerca e il mestiere lo impari davvero: al quarto anno ho iniziato a fare devitalizzazioni, una pratica difficile perchè tocchi il nervo. Abbiamo tre studi a Reggio, ma se avessi studiato in Italia sarei arrivato da mio padre come gli altri, senza saper fare nulla”.
Antonino parla il romeno meglio dei romeni. Lo conoscono tutti: “Se ti si rompe un tubo in casa, se cerchi un avvocato o un marito basta chiamare lui… Antoninoooo”, scherza Anamaria Nyeki al compleanno di Sebastian Popescu, un amico comune.
Gli hanno già offerto, dice, di restare come assistente, a fine corso. “Mi sento a casa, ma lo stipendio è bassissimo. Vedremo”.
Ad Arad – 180mila abitanti e un’architettura asburgica deliziosa, ma diroccata – le famiglie appena arrivate dall’Italia le incontri a colazione nella hall del migliore albergo.
Quasi sempre almeno uno dei genitori è medico, a volte primario: “Insegno radiologia alla Sapienza – dice Francesco Briganti – e sono qui per mia figlia. La mia presenza dimostra che il test è una cosa seria, e che in Italia molte cose non funzionano”.
Da qualche anno, in Romania le lauree false sono nel mirino.
Alla Grigore T. Popa di Iasi hanno stracciato 62 titoli conquistati da italiani senza imparare una parola di romeno.
E nel 2010 il rettore della Spiru Haret di Bucarest è stato sospeso: “Nel 2009 avevano rilasciato 50mila diplomi – ha raccontato in tv l’ex ministro dell’Istruzione Ecaterina Andronescu – e lo stesso l’anno precedente “.
Lauree facili, facilissime.
Per discernere il loglio dal grano, Andronescu ha proposto di far ripetere gli esami in università irreprensibili, “pubbliche o private”.
E tra queste “la Vasile Goldis di Arad”, la più amata dai ragazzi italiani. Il guaio è il riconoscimento incerto della laurea.
Nella Ue sarebbe automatico, ma gli scandali inducono prudenza. “Monitoriamo da tempo – spiega il ministero della Salute italiano – un preoccupante fenomeno di titoli rilasciati a seguito di corsi ad hoc, formalmente validi ma nella sostanza privi di valore.
Le richieste di riconoscimento sono in netta espansione. In Romania, solo in una decina di casi è stata accertata la regolarità del corso”.
Loro, gli studenti, sono disposti a scommetterci sei anni di vita.
Affittano camera a 200 euro, montano Sky in italiano “anche se non si potrebbe” e vivono il loro sogno tra caffè “ristretto” e covrigi caldi, le cialde ammazzafame. Vita universitaria, amori e amicizie senza frontiere.
Se metti piede fuori dalla cittadella, ad Arad, sprofondi nella povertà e nel latifondo. Ma il centro è dei grandi edifici pubblici e del teatro austro-ungarico, con bar e ristoranti affollati da ragazzi romeni e italiani, da studenti israeliani e tunisini.
“Mai una violenza, un furto o un’aggressione “, assicura Antonino al ristorante.
Un gigante romeno si avvicina per salutarlo.
È il capo della polizia anticrimine. “Chiede di spiegare ai nuovi arrivati di non fare sciocchezze: non è come in Italia, un solo spinello e ti arrestano per spaccio internazionale. Lo stesso per l’alcol: se guidi, tolleranza zero”.
Paolo Brera
(da “La Repubblica“)
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Settembre 30th, 2012 Riccardo Fucile
CONTENEVA LA FAMOSA AGENDA ROSSA DEL MAGISTRATO, MA ALL’INTERNO NON C’E’
Ricompare dopo vent’anni e diventerà un cimelio da osservare al «museo
della legalità » aperto lo scorso 3 settembre presso la Legione dei carabinieri di Palermo la borsa del giudice Paolo Borsellino.
Proprio la borsa sparita e ritrovata dopo la strage di via D’Amelio priva della famosa Agenda rossa, da allora introvabile.
Si è scoperto che nel 1992 la vedova, Agnese Borsellino, la donò all’allora maresciallo Carmelo Canale, l’uomo ombra del magistrato che oggi, dopo tanti sospetti, processi e assoluzioni, la dona al museo nella Legione dove, dopo una sorta di «esilio» calabrese, adesso lavora col grado di maggiore.
La foto della borsa, sforacchiata com’è dall’effetto bomba, campeggia sulla prima pagina di “S”, il magazine del gruppo I love Sicilia, dove viene raccontata la storia di questo prezioso cimelio finito nelle mani dell’ufficiale incriminato dalla Procura di Palermo e poi sempre assolto, nonostante venti pentiti abbiano tentato di trasformare Canale in un infido collaboratore del giudice ucciso meno di due mesi dopo il massacro di Giovanni Falcone.
«Fu la signora Agnese Borsellino a donarla a mia figlia Manuela…», rivela Canale lasciando inquadrare al fotoreporter Luigi Sarullo il fronte della borsa devastato dall’esplosione, al contrario della parte posteriore e dell’interno, perfettamente intatti.
Questo significa che doveva essere integra l’agenda rossa contenuta in uno degli scomparti con gli appunti di Paolo Borsellino, con i riferimenti ai filoni su mafia e appalti, a tangentopoli e ai contatti avuti nelle settimane precedente con fonti tedesche per contattare un pentito agrigentino.
INDAGINI TARDIVE
«Ancora prima degli ingiusti sospetti rovesciati sulla mia persona, nemmeno la magistratura di Caltanissetta volle ascoltarmi quando dicevo che l’agenda rossa i numeri di telefono delle persone contattate in quelle settimane, che le ragioni della strage andavano cercate nel filone mafia appalti, ma si cominciò a indagare su tutto questo troppo tempo dopo», rivela Canale allo scrittore Aldo Sarullo che ne raccolse il primo disappunto.
E l’ufficiale rincara la dose oggi: «Il dottore Borsellino aveva detto perfino in pubblico che attendeva di essere interrogato su Capaci, sulle notizie che lui aveva in relazione agli appalti, ma i magistrati di Caltanissetta non lo convocarono mai. Non solo, ma invitò a cena una sera a casa sua uno dei sostituti che indagavano e non servì a nulla…».
Si riaccendono così i riflettori su questa introvabile agenda della quale esiste una copia, come mostra Canale: «Eccone una uguale. ‘Agenda dei carabinieri 1992’. Quando lavoravamo a Marsala, il dottor Brosellino come procuratore, io come suo stretto collaboratore, ce ne regalarono due…».
SOSPETTI SUGLI INQUIRENTI
I sospetti più pesanti coinvolsero il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, inquisito dopo che erano state trovate delle foto in cui figurava a due passi dall’auto di Borsellino mentre si allontana dalla scena del delitto con la borsa in mano.
Una vicenda giudiziaria chiusa con un proscioglimento. Nessuno ha mai spiegato come quella stessa borsa sia ricomparsa vuota, repertata dall’allora capo della Mobile Arnaldo La Barbera, consegnata agli uffici giudiziari e, dopo qualche tempo, restituita alla signora Borsellino e ai suoi figli, compreso Manfredi, oggi funzionario i polizia.
IL DONO DI AGNESE
L’odissea giudiziaria ha comunque incrinato i rapporti tra la famiglia e Canale. La signora Borsellino nel ’92 aveva grande considerazione del maresciallo, a sua volta oggi triste nel ricordo di una tragedia privata:
«Mia figlia Antonella era stata uccisa da un tumore e mia figlia Manuela veniva a trovarmi in ufficio a Marsala, all’uscita da scuola. Quando andavamo tutti via, Paolo Borsellino che aveva amato Antonella come un padre e stravedeva per Manuela la coinvolgeva: ‘Prendi tu la borsa’. E lei ci seguiva, con la scorta. Si, quella borsa di cui abbiamo poi tanto parlato la portava Manuela, fiera di essere utile…».
La stessa che l’ufficiale è pronto a portare al piano terra della Legione dove il 3 settembre, nel trentesimo anniversario di un’altra devastante strage, quella del generale Dalla Chiesa, alla presenza della figlia Rita, è stato inaugurato un piccolo ma prezioso museo della legalità .
Un dono oggi apprezzato da Manfredi Borsellino: «Mia madre donò quella borsa alla quale teneva soprattutto la piccola Manuela. Andammo a casa loro. La bimba la teneva in camera sua. Toccante. E l’idea di esporla al museo dei carabinieri è una gran cosa…».
Un simbolo fra tanti cimeli, compresa l’altra «Agenda rossa 1992», gemella di quella introvabile, oggi ancora sulla scrivania del maggiore Canale.
Felice Cavallaro
(da “La Repubblica”)
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Settembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
LA CASTA: SEVERINO RECCA PENSIONATO CON UN PASSATO NELLE TV LOCALI E’ IL FRATELLO DI ANTONIO CHE GUIDA L’ATENEO DAL 2006
La consulenza all’Ateneo? Assegnata al fratello del rettore. 
Ma andiamo con ordine.
Lo scorso 23 maggio, l’Università degli Studi di Catania ha emesso un bando per “instaurare tre rapporti di collaborazione esterna”, della durata di un anno ma prorogabile per altri due.
Con un’ampia premessa del direttore amministrativo dell’ateneo, Lucio Maggio, veniva specificato che “il personale in servizio non può essere distolto dagli attuali compiti senza pregiudizio alla struttura”, e per questo le nuove 3 figure dovevano essere ricercate tra esperti in possesso di una laurea generica e indirizzato a professionisti con esperienza nel campo della produzione, del palinsesto, della regia. Per tale mansione il compenso lordo annuo è di 18.000 euro e l’attività inizierà il 15 settembre.
I VINCITORI
L’evolversi del bando, scaduto il 23 giugno scorso, è stato seguito in questi mesi dalla redazione di Ustation.it, che con stupore ha prontamente comunicato, dopo aver letti nel sito ufficiale dell’Università , i nomi dei vincitori.
Tra questi c’è il dottor Severino Recca, fratello minore di Antonino che dal 2006 è magnifico rettore dell’Università di Catania.
Severino, pensionato catanese 58enne, ha un passato nelle emittenti di Antenna Sicilia e Teletna, televisioni catanesi su scala regionale appartenenti all’imprenditore Ciancio Sanfilippo.
Gli altri due vincitori sono la trentunenne dott.ssa Rosario Macauda, anche lei catanese, e il trentacinquenne dott. Bonatesta Christian, nato a Nardò.
I COMPITI
I tre consulenti si occuperanno di gestire il nuovo canale telematico dell’Università etnea, che si aggiungerà a quelli già esistenti di Milano, Torino, Pisa e Roma.
La web tv, costituita con fondi PON 2007/2013 per costo totale di 350.000 euro, avrà la sede in via Umberto 285, luogo nella quale sorge già il Centro di Documentazione Europea (CDE) di Catania.
Sfogliando il “capitolo telematico” redatto dal professor Alfio Lombardo, già docente straordinario al dipartimento di Ingegneria Informatica e delle Telecomunicazioni, viene evidenziata in 76 pagine tutta la strumentazione che bisognerà acquistare per predisporre la costituzione della nuova web tv.
Nulla è lasciato al caso.
Sono annotati tutte le caratteristiche dell’impianto video, di quello sonoro e audio, le telecamere “di prima serie” in HD, i monitor, l’impianto studio e quello di regia, finendo con gli arredi e senza tralasciare nemmeno i cavalletti.
I DUBBI
All’interno del capitolo 3.1, quello relativo all’impianto video, ci sono persino 9 pagine scritte in lingua inglese che introducono le “caratteristiche SPG/TSG”, quelle del “frame”, dei “distributori”, e della “TBC” che sembrano decisamente scopiazzate dal web, come si può tranquillamente confrontare andando nel sito californiano della www.ensembledesigns.com, un gruppo di consulenti informatici specializzati.
Anche se questa volta la consulenza esterna non è per nomina diretta, la vittoria del fratello del Rettore farà comunque discutere sulla trasparenza e sulla scelta dei candidati.
Saul Caia
(da “il Corriere del Mezzogiorno“)
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Settembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile
“DALLA CRISI SI ESCE METTENDO AL CENTRO UNIVERSITA’ E RICERCA…PIU’ TASSE SOLO AI FUORICORSO CON REDDITI ALTI… PRESTITI D’ONORE SUL MODELLO ASIATICO DA RESTITUIRE IN 5 ANNI QUANDO SI LAVORA”
Il ministro Francesco Profumo, 59 anni, savonese, già professore, già rettore, già presidente di Cnr, ha appena chiuso l’ultimo dibattito, alla Festa della scuola del Pd, nel cortile del Collegio Raffaello di Urbino.
“In aprile tornerò a fare il professore sperando di lasciare un’Italia migliore di quella che ho trovato. Ritorneremo un grande Paese”.
Come, ministro?
“Smettendo di vivere al di sopra delle nostre possibilità , di creare debito. Il nostro non è un governo ossessionato dallo spread, è un governo consapevole che cento punti di spread sono 15 miliardi tolti al paese”.
Ministro Profumo, l’esecutivo taglia la funzione pubblica e riduce i dipendenti statali, lei nella stagione 2012-2013 porterà 55 mila nuovi insegnanti nelle scuole. Come riesce ad applicare politiche alla Hollande all’interno di un governo tutto rigore e liberismo?
“Il governo Monti sa che si esce dalla crisi mettendo al centro scuola, università e ricerca. Io non sto facendo miracoli, sono solo riuscito a ripristinare il turnover dopo anni di blocco: tanti insegnanti vanno in pensione e tanti ne entrano. E ho riattivato un antico modo di reclutare personale che trovo modernissimo: il concorso. Ecco, vorrei lasciare in eredità ai giovani una nuova fiducia nei concorsi di Stato. Quelli che faremo noi saranno puliti e porteranno i vincitori a una cattedra”.
Dettagliamo i numeri, in tutti e tre i gradi di scuola.
“Ventunomila nuovi docenti entrano in classe fra tredici giorni, presi dalle graduatorie storiche. Altri ventiquattromila saranno insediati a settembre 2013, metà dalle graduatorie, metà dal nuovo concorso che stiamo organizzando. Altri diecimila insegnanti in primavera: metà assunti dalle graduatorie, metà con un bando”.
In primavera avremo un nuovo concorso? Due nella stessa stagione dopo che il mondo della scuola è stato senza per tredici anni?
“Dobbiamo fare uno sforzo per recuperare i buchi del passato. Abbiamo due necessità : svuotare una graduatoria dove sono iscritti in 163 mila e dare continuità ai concorsi, farli tornare un’abitudine di questo paese. Dopo la primavera 2013 ogni due anni ci sarà una nuova prova”.
I precari storici, che hanno vinto i concorsi del 1990, del 1994, del 1999, lamentano la lesione di un diritto e chiedono tutti i posti disponibili. E’ notizia di oggi che sono entrati in ruolo un precario di 63 anni e una di 65.
“Ho ereditato una situazione pesante e sto cercando di mettervi rimedio. E poi dobbiamo portare insegnanti giovani nelle scuole, questo si può fare solo con i bandi pubblici. Devo anche dire che abbiamo fatto un accordo con l’Inps che ci permetterà di valutare chi fra quei 163 mila iscritti alle vecchie graduatorie ha ancora bisogno di un posto di lavoro nella scuola. Alcuni, nel frattempo, si saranno sistemati altrove”.
Per il prossimo concorso, quello che sarà reso pubblico il 24 settembre, si attendono 200 mila candidati per 11.892 posti. Gli altri 190 mila entreranno in una nuova graduatoria?
“Mai più graduatorie. Da adesso in avanti avremo vincitori pari ai posti disponibili. Chi non riuscirà a passare, ci riproverà in primavera e poi ogni due anni avrà un’occasione. Non formeremo più nuove graduatorie, cercheremo solo di svuotare quella esistente che tante frustrazioni ha creato”.
Il test preselettivo sarà a quiz, i contestati quiz.
“Il test, che si terrà a inizio dicembre, serve come setaccio. E’ necessario avere un numero di esaminando non superiore ai 60-70 mila per preparare dei buoni orali e dei buoni scritti. Faremo i test con domande di carattere logico-deduttivo, alcuni in lingua, inglese, francese, tedesco e spagnolo, e le altre per misurare le competenze informatiche. Dobbiamo avvicinarci all’Europa”.
Lei dovrebbe essere più severo con i suoi collaboratori: un concorso per presidi e una prova per i tirocini formativi sono diventati campi di battaglia. Un errore ogni cinque domande di test, impresentabile. E centinaia di ricorsi in tutta Italia.
“Ho ereditato anche la preparazione di quei test. Avrei potuto interromperli, ma avremmo perso un altro e fermato un ciclo virtuoso. La prossima prova sarà inattaccabile”.
Ripartono le università con le tasse aumentate.
“Noi non le abbiamo aumentate, non so i singoli atenei”.
Neppure per i fuori corso?
“Gli studenti lavoratori pagheranno meno degli altri, come sempre. Gli studenti che prolungano gli studi per vari motivi, e io non li chiamo bamboccioni, avranno un aumento di cento euro il mese solo se superano la soglia dei 90 mila euro familiari”.
Porterà avanti la questione dei prestiti d’onore agli universitari?
“Sì ispirandomi ai paesi asiatici, negli Stati Uniti i prestiti sono troppo onerosi. Si inizierà a restituire dopo aver trovato lavoro e per cinque stagioni”.
Ministro, come sarà la scuola del futuro?
“Presente nell’intera vita di una persona. Chi lavora deve tornare a studiare, aggiornarsi. Basta una volta a settimana. E dovrà usare di più gli strumenti del sabbatico, rappresentano il distacco, il rinnovamento”.
Corrado Zunino
(da “La Repubblica”)
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Agosto 10th, 2012 Riccardo Fucile
CARA UNIVERSITA’: A MEDICINA E ARCHITETTURA CRESCONO I CORSI AD ACCESSO LIMITATO
Altro che vacanze. Per migliaia di neodiplomati o neo mini-laureati sono iniziati i conti alla rovescia (e i conti in tasca) per i test di ammissione ai corsi di laurea a numero chiuso.
Che sono sempre di più: su 4.690 corsi di laurea esistenti, sono 1.590, cioè il 33,9%, con costi per la preparazione che vanno da poche centinaia di euro a qualche migliaio.
IL NUMERO CHIUSO
Ormai un terzo dei corsi (sia per laurea triennale che magistrale) è a numero chiuso o programmato, e quindi richiede, per l’iscrizione, il superamento di una prova.
Oltre ai 708 corsi di laurea in Medicina, Veterinaria e Architettura, per i quali ogni anno il ministero dell’Istruzione decide il numero di posti disponibili, ci sono infatti gli 882 scelti liberamente dai singoli atenei che sono costretti a limitare il numero di accessi per offrire una didattica dignitosa: il 18,8% del totale, un trend che si conferma in crescita rispetto al 17,7% dell’anno scorso.
Basti pensare che ci sono atenei, come quelli di Catania e Palermo, dove tutti i corsi sono ormai ad accesso limitato.
E allora scatta la corsa al quiz.
MEDICINA
L’anno scorso per un totale di 9.690 posti disponibili a Medicina e chirurgia, si sono presentati in 84.422, una media di 8,7 candidati a posto, con i picchi di Siena (13,5), Sassari (12,4), Salerno (10,9).
Quest’anno ci sono poco più di diecimila posti a disposizione, e gli atenei sono già pronti alla ressa, anche se la possibilità di ambire a più università nell’ambito della Regione, come stabilito dal ministro all’Istruzione Francesco Profumo, dà qualche chance in più.
Stessa storia per Veterinaria, dove a fronte di 958 posti a disposizione (quest’anno ce ne sono anche meno, 918) si sono presentati nel 2011 ai test 7.305 aspiranti, 7,6 per ogni disponibilità . Non fa eccezione Architettura, oltre 23 mila candidati per 8.760 posti (quest’anno sono 8.720).
TEST –
Ed è facile immaginare che saranno più che ambiti anche gli oltre 149 mila posti sparsi negli atenei per i corsi più disparati, da Scienze della comunicazione a Ingegneria, fiore all’occhiello del Politecnico di Milano, dove l’anno scorso c’erano 7.792 aspiranti ingegneri a fronte di 5.469 disponibilità , +9% rispetto all’anno precedente: «Noi crediamo tantissimo ai test di ammissione – spiega il rettore Giovanni Azzone -. Ma diamo la possibilità ai ragazzi di farli già dal terzo e quarto anno di liceo. Possono tentarlo anche più volte: il nostro obiettivo è motivarli, e infatti i test anticipati costano 30 euro invece dei 50 di settembre, e per la preparazione mettiamo a disposizione un volume scaricabile online».
I COSTI
Già , i costi, l’altro capitolo spinoso: perchè partecipare alla sfida a suon di crocette non è gratuito.
A Padova il test costa 27 euro, a Roma Tre 25, a Catania 40, ma in moltissime facoltà , dalla Sapienza di Roma alla Statale di Milano, si aggira sui 50 euro, e ci sono anche atenei più cari, come Bologna (60 euro), Napoli (70 euro), Pavia (dai 75 ai 100 euro) fino ai 110 euro della Luiss di Roma.
Considerando che ciascuno studente tenta di solito più prove, la cifra lievita.
E poi c’è tutto il business della preparazione ai quiz: i manuali possono costare fino a 115 euro, ma i corsi più raffinati vanno dai 400 euro (per una full immersion di pochi giorni a fine agosto) agli oltre 4.000 euro, per corsi più lunghi che durano qualche mese oppure prevedono soggiorni vacanza abbinati a sessioni di studio.
ATENEI
È uno dei motivi per cui l’Unione degli universitari attacca a testa bassa i test: «Lo sbarramento con i test di ingresso universitari sta sempre più diventando un vero e proprio ostacolo sociale per l’accesso alla massima istruzione – dice il presidente Michele Orezzi – e invece di abbattere le barriere costruiamo ostacoli sempre più alti». Una posizione non condivisa da Luigi Frati, rettore della Sapienza di Roma: «Se siamo in Europa, dobbiamo rimanerci: se ci sono le quote latte, ci sono anche le quote medici, dobbiamo essere pragmatici».
Come ci si allena al meglio, allora, senza spendere cifre strabilianti?
«Con la clessidra da un minuto, che aiuta a calcolare i tempi, oppure con il Sudoku, che sviluppa la logica», suggerisce Pierluigi Celli, direttore generale della Luiss. «Perchè sa qual è il vero problema? Che noi italiani siamo troppo emotivi».
Valentina Santarpia
(da “Il Corriere della Sera”)
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Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile
TRA UNO WORKSHOP E UN TORNEO DI CALCETTO SI DISCUTONO NUOVE FORME DI PROTESTA…I MILLE RADUNATI AD OSTUNI: “TROPPE TASSE PER LO STUDIO, LA NOSTRA PROTESTA VI TRAVOLGERA'”
“Il seminario sul diritto allo studio? È all’area Gramsci e portatevi le sedie…”. Quaranta gradi all’ombra e una folla di studenti che prende appunti, in una piazzola polverosa sotto un gazebo bianco arroventato dal sole. Alle spalle il mare, pulito, con le bandiere blu. E una piscina che ha i simboli “No Tav” piantati sul trampolino. “Riot Village”, Ostuni, il campeggio studentesco più grande d’Italia.
Prove di resistenza umana. Politica e vacanze.
Se cercate i giovani del Movimento li trovate qui. Sembra strano ma è così.
Tra un workshop sul futuro dell’Europa e un torneo di calcetto.
Tra una serata funky e un corso Lgbt. Qualche albero. Poca ombra.
Ogni anno arrivano in migliaia a parlare di scuola, di istruzione, qui nasce la protesta d’autunno.
Facce di chi ha fatto l’alba.
La crisi, le famiglie senza più reddito: costa dodici euro al giorno piazzare la tenda, ascoltare i concerti, ballare sulla spiaggia, innamorarsi, conoscersi, ma provare, anche, a scrivere il futuro.
Perchè “quando il nemico è molto forte non basta vincerlo, bisogna saper sognare un mondo nuovo”, portano scritto sulle magliette quelli del “Riot”.
Sara e Andrea della Statale di Milano camminano abbracciati sulla spiaggia. Sara: “Ci siamo messi insieme qui, lo scorso anno, una notte. Adesso anche a Milano dividiamo una stanza”. Chissà .
Hanno dai 15 ai 30 anni, hanno fatto occupazioni, assemblee, cortei, fermato le città contro la riforma Gelmini.
Ma ciò che li aspetta ora è forse ancora più cupo e nebuloso.
Parla Federica Laudisa, sociologa dell’Osservatorio sul diritto allo studio di Torino: borse di studio, alloggi, finanziamenti, la situazione in Italia e quella in Francia, la relazione è rigorosa e amara quanto mai, gli studenti prendono appunti in costume da bagno, ci sono i “medi”, fanno il liceo, ci sono i “grandi”, universitari, ventenni e oltre.
Eccoli. Shorts e magliette. Divertirsi pensando.
È sarcastico Antonio, fuoricorso di Caserta: “Noi non andiamo in vacanza dalla politica, a differenza dei parlamentari che farebbero bene a venire qui ad ascoltarci, perchè saremo noi la grande questione sociale di questo governo. Non è soltanto un problema di tasse universitarie, è questione di sopravvivenza. E se non hai da mangiare, allora ti incazzi di brutto. Speriamo di fermarli prima…”.
Tende canadesi e cucine da campo.
Dance-hall sulla spiaggia, il torneo di calcetto, 15 euro per una spesa collettiva che dura, miracolosamente, 10 giorni, workshop su lavoro e precarietà , cittadinanza e istruzione.
Poi la sera il Music Festival: Folkabbestia e Asian Dub Foundation.
“Difficilissimo alzarsi presto per seguire i seminari”, ammette Alessio Folchi, 19 anni, studente di Storia. Elena Monticelli fa parte di Link, sigla famosa del movimento, che insieme all’Uds, cioè l’unione degli studenti medi, compone la “Rete della conoscenza”.
“Nasciamo dall’Onda, abbiamo rapporti con partiti e sindacati ma siamo autonomi da tutti. Il Riot Village è cominciato alcuni anni fa, prima in Toscana, a Cecina, poi qui, in Puglia. E ogni estate siamo di più. Sentivamo il bisogno di un luogo collettivo, dove parlare di politica, di giustizia, ma anche d’amore, di sessualità , vivendo però le emozioni di una vacanza. E da qui stiamo preparando la nostra risposta contro queste nuove tasse, un attentato al diritto allo studio”.
E il documento finale del “Riot” annuncia: “Piazze, scuole, università , il nostro cambiamento travolgerà il Paese”.
Vacanze alternative, si sarebbero chiamate un tempo.
E non è soltanto il “Riot”: a Paestum in questi stessi giorni un altro spezzone del movimento si riunisce nel “Revolution Camp” dell’Unione degli universitari, a Chiomonte è in corso il campeggio No Tav, e a settembre Tilt (rete generazionale per la sinistra del futuro) organizzerà un raduno in Toscana, al mare.
Giovanni Schena ha 17 anni, sta per finire il liceo e viene da Monopoli: “Cosa mangiamo? Pasta, pasta e ancora pasta, tonno, pesto, pomodori, e un po’ di frutta. Ma va bene così, i pranzi e le cene sono i momenti più divertenti”.
Giulia Petruzziello è al secondo anno di Scienze Politiche all’Orientale di Napoli, fa parte dello staff, e gestisce il banchetto delle magliette.
Per le t-shirt le frasi sono state scelte con una votazione aperta su Facebook: Janis Joplin, Giorgio Gaber, Fabrizio De Andrè, Virginia Woolf.
E poi Antonio Gramsci.
A sorpresa riscoperto e amato da questa generazione figlia della crisi. Non cercate altri politici o maestri del pensiero. Non ce ne sono.
Scrive Gramsci: “Chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Racconta Giulia: “Venire qui per me è un’esperienza pazzesca. Faccio quello in cui credo però mi diverto e incontro gente. E oltretutto mia madre che non mi manderebbe da nessuna parte, per il campeggio del Riot fa un’eccezione”.
Pubblico e privato. Partecipazione e politica. I ragazzi del “Riot” sono migliaia. Droga, polizia? No dicono gli organizzatori, mai nessun problema.
Ragiona Luca Spadon, portavoce di Link: “Quello che ci preoccupa è la stangata sui fuoricorso. Che sono la metà degli universitari italiani. E questo vorrà dire, nei fatti, escluderli dagli studi. Da qui riparte la nostra mobilitazione.
Francesca studia Ingegneria alla Sapienza: “Ho la media del 28, ma lavoro ogni sera in un pub e dal prossimo anno rischio di non essere più in regola con gli esami. Come farò?”.
La domanda resta sospesa, tra mare, cielo e i sacchi a pelo distesi sulla sabbia.
“Di certo saremo in piazza – rilancia Sara – non può finire così”.
Maria Novella De Luca
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