Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
SOLO ANNI DI PRECARIATO E BASSE RETRIBUZIONI PER CHI COMPLETA IL PERCORSO DI STUDI… AI PROBLEMI DI QUESTI GIOVANI DOVREBBE DEDICARSI LA POLITICA
Laureati può far rima con sprecati o dimenticati.
Anche quelli che nel passato erano percorsi universitari a colpo sicuro, oggi sono spesso il passaporto per anni di attesa e sfruttamento.
Ecco alcune storie di ordinario precariato post-tesi: in Italia una miriade di giovani, nè «bamboccioni», nè «sfigati» fanno i conti con il lavoro che non c’è.
Da Gina Vitolo, dottore in Chimica e tecnologia farmaceutica, a Guido Pipolo, laurea più master in economia.
Alla prima hanno proposto solo lavori da informatore scientifico senza fisso, solo provvigione. Per due mesi ha lavorato in un call center specializzato in vendite di prodotti farmaceutici ai medici: 500 euro al mese. «Mi sono data tempo fino a settembre, se non trovo nulla vado a Londra: farò la cameriera, ma almeno perfeziono l’inglese».
Gino Pipolo, invece – laurea in economia, master in controllo di gestione, cinque mesi di studio negli Usa – oggi lavora grazie ad uno stage da 250 euro al mese: «Imparo, ma ho poche speranze di essere assunto, l’azienda nella quale sto completando lo stage ha nei progetti la riduzione del personale. Andare all’estero? Certo se ne vale la pena. Sono nato a Napoli lavoro a Bologna, so cambiare».
Il musicista
“Decine di concorsi senza risultato ora guadagno solo 500 euro al mese”
Due diplomi al conservatorio e una laurea in filosofia. Luigi Mastrandrea oggi ha 32 anni, ha cominciato a lavorare – sfruttando la specializzazione musicale – otto anni fa.
Sa tutto di musica elettronica: suona, fa concerti, dà lezioni, fa produzioni, sonorizzazioni e audiobrand.
Grazie alle elevate competenze lavora molto: il tutto per 500 euro al mese. Vive e lavora a Bologna, ma senza i genitori che lo aiutano da Bari non potrebbe mantenersi: «Mille euro già sarebbero un bel traguardo: ho fatto tutti i concorsi possibili per insegnare musica e, in teoria, fra un paio d’anni dovrei farcela, ma i criteri d’entrata non mi aiutano».
Anche se le cattedre per le quali si è presentato sono specificatamente di musica elettronica, la sua esperienza non conta: un qualsiasi diplomato, digiuno in materia, ma con qualche ora di insegnamento nel solfeggio alle spalle, può sorpassarlo in graduatoria.
La baby sitter
Tanti tentativi senza ottenere nulla non mi vogliono nemmeno come colf”. Roberta S. è romana, ha 23 anni. Si è laureata a pieni voti in Beni culturali.
Roberta è disoccupata come tantissimi suoi coetanei.
Ma non solo: la sua storia incarna la disperazione di una generazione che il lavoro non riesce a trovarlo ma soprattutto rappresenta il crollo della classe media che oggi si ritrova a lottare con le unghie per poter sopravvivere: «Cerco lavoro, e non trovo nulla come tanti miei amici, la mia laurea non vale nulla», dice, «e ora ho deciso di cambiare marcia, di cercare anche un lavoro come colf e baby sitter dopo aver provato di tutto. Non ho trovato nulla, se non lavoretti sottopagati a 3 o 400 euro al mese senza contributi e ormai sono demoralizzata. E pensare – racconta – che quando ero piccola e i miei genitori lavoravano entrambi, la baby sitter ce l’avevo io. Ora quello rischia di diventare il mio lavoro».
La commessa
“Meglio un posto nel negozio di animali che sottopagata in una scuola privata” Ventotto anni, un 110 e lode in lettere moderne, quattro lingue straniere parlate in modo fluente (inglese, spagnolo, francese e romeno) e un lavoretto in un negozio per animali che le permette di guadagnare dai 400 ai 600 euro al mese.
Siriana Giannone Malavita abita a Modica di Ragusa e dice che vorrebbe «avere la possibilità di essere messa alla prova».
Cerca lavoro da oltre due anni, ma nè l’originale tesi (le parole del made in Italy) nè le lingue l’hanno aiutata. «Pensavo di avere buone opportunità con il romeno, ma mi hanno proposto solo incarichi ambigui e l’insegnamento in una scuola privata per 3,50 euro l’ora. I 16 adulti ai quali avrei dovuto insegnare ne pagavano 7,50 a testa. Non ho potuto accettare, troppo umiliante, meglio allora il negozio di animali».
«Non mi arrendo – precisa – ma se devo fare la cameriera resto a Modica dove i genitori mi possono aiutare».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 29th, 2012 Riccardo Fucile
DA RICERCATORE A PROFESSORE ORDINARIO: L’ASCESA DI GIACOMO FRATI, FIGLIO CASUALMENTE DEL RETTORE DELLA SAPIENZA DI ROMA
Vi fareste operare al cuore da chi non ha «mai visto la cardiochirurgia» e si è impratichito solo con i
manichini?
Se la domanda vi sembra demenziale, sappiate che è già successo .
O almeno così dice, in un’intervista stupefacente, il figlio del rettore della Sapienza.
Che con una sfolgorante carriera si è ritrovato giovanissimo a fare il professore nella facoltà del papà , della mamma e della sorella.
Che per essere un grandissimo chirurgo si debba avere necessariamente un curriculum scientifico universitario, per carità , non è detto.
Ambroise Parè, il fondatore della moderna chirurgia, pare fosse figlio di una peripatetica e cominciò nella scia del padre facendo insieme il chirurgo e il barbiere.
E il capo-chirurgo dell’«èquipe» del primo trapianto di cuore in Sud Africa, nel 1967, al fianco di Christiaan Barnard, pare sia stato Hamilton Naki, che era un autodidatta con la terza media che essendo nero figurava assunto come giardiniere ma aveva le mani d’oro al punto di ricevere, finita l’apartheid, una laurea ad honorem e il riconoscimento di Barnard: «Tecnicamente era meglio di me».
Detto questo, il modo in cui Giacomo Frati si è ritrovato alla guida di un’Unità Programmatica di (teorica) avanguardia al Policlinico di Roma appare sempre più sbalorditivo.
Ricordate? Ne parlammo due settimane fa, dopo l’apertura di un’inchiesta giudiziaria. Riassumendo, il giovanotto riesce in una manciata di anni (ricercatore a 28, professore associato a 31, in cattedra a 36) a diventare ordinario nella stessa facoltà di medicina in cui il padre, il potentissimo rettore Luigi, è stato per una vita il preside e ha già piazzato la moglie Luciana Rita Angeletti (laurea in lettere, storia della medicina) e la figlia Paola, laureata in legge e accasata a Medicina Legale.
Un genio tra tanti «sfigati»? Sarà …
Ma certo gli ultimi passaggi della vertiginosa carriera di Giacomo sono sconcertanti. Prima l’esame da cardiochirurgo vinto grazie al giudizio di una commissione di due igienisti e tre dentisti: «Giusto? Forse no però questo non è un problema mio…».
Poi la chiamata a Latina dove era stata aperta una «succursale» di cardiologia della Sapienza presso la casa di cura Icot.
Poi il ritorno a Roma appena in tempo prima che le nuove regole contro il nepotismo della riforma Gelmini impedissero l’agognato ricongiungimento familiare.
Poi la creazione su misura per lui, togliendo un po’ di letti a un altro reparto, di un’«Unità Programmatica Tecnologie cellulari-molecolari applicate alle malattie cardiovascolari» che gli consente di avere un ruolo equiparato a quello di primario, novità decisa dal direttore generale Antonio Capparelli.
Nominato poche settimane prima ai vertici del Policlinico proprio da Luigi Frati, il premuroso pap�
Troppo anche per un ateneo storicamente abituato a una certa dose di nepotismo.
Eppure, neanche un verdetto del Tar che dà ragione a quanti avevano presentato un esposto contro gli esiti della «gara» vinta da Giacomo («illogicità del criterio adottato», «irragionevole penalizzazione degli idonei», «danno grave e irreparabile») è riuscito a frenare l’irrefrenabile ascesa del giovanotto.
Anzi, il giorno dopo avere perso il ricorso in appello contro quella sentenza, l’università gli ha fatto fare un nuovo passo in avanti.
Nè sono riusciti a bagnare l’impermeabile scorza di Luigi Frati (dominus assoluto di un sistema trasversale alla destra e alla sinistra che sta benissimo a molti baroni) alcune contestazioni nel Senato accademico o una miriade di mugugni sul Web.
Nè poteva infastidirlo, pochi giorni fa, il professor Antonio Sili Scavalli, segretario regionale della Fials e responsabile aziendale dello stesso sindacato, che ha mandato una diffida a Renata Polverini chiedendo come fosse possibile che Giacomo Frati, chiamato al Policlinico per attivare una guardia medica di cardiochirurgia, sia stato quattro mesi dopo promosso e contestualmente abbia chiesto, da primario, di essere esentato dalle noiose guardie notturne.
Ma le domande più fastidiose poste dal sindacato, che preannuncia un esposto alla magistratura, sono altre. È vero che in un anno e mezzo i dati sulla produttività dell’unità di Giacomo Frati «fornirebbero un numero pari a zero»?
Ed è vero che in questo periodo il giovine chirurgo ha fatto in tutto 5 interventi «peraltro di cardiochirurgia classica» che dunque non c’entrano niente con la creazione su misura del reparto di «avanguardia»?
E soprattutto: qual era la mortalità di quella dependance di cardiochirurgia a Latina dove si era impratichito?
Il punto più delicato è questo.
Lo dicono nemici di Frati come il senatore Claudio Fazzone, che mesi fa ironizzò sull’«alta qualità portata a Latina» dal rettore: «Penso si riferisca alla cardiochirurgia che ha effettuato 44 interventi in un anno, di basso profilo, col più alto indice di mortalità del Lazio».
Ma lo dice soprattutto un decreto della Regione del 29 settembre 2010. Dove si legge che nonostante a Latina fossero stati fatti «zero» interventi chirurgici «di alta complessità , i risultati all’Icot erano pessimi.
Tanto da spingere la Regione Lazio a chiudere la dependance universitaria, a costo di dover pagare alla casa di cura dove stava un risarcimento milionario: «La disattivazione dei posti letto di cardiochirurgia dell’Icot di Latina è sostenuta da valutazioni relative ai volumi di attività estremamente ridotti e alla bassa performance. Nel 2009, la struttura ha effettuato 44 interventi cardiochirurgici (pari all’1% del totale regionale) ed è ultima nel Lazio per capacità di attrazione, con una percentuale di ricoveri a carico di residenti fuori regione intorno al 2% (valore medio regionale del 9%). L’indice di inappropriatezza d’uso dei posti letto è 3 volte più elevato rispetto alla media regionale».
Quanto «bassa» fosse la performance, lo dice una tabella riservata del «PReValE», il Programma regionale di valutazione degli esiti, recuperata da Sabrina Giannini, di «Report».
Tabella dove, alla voce «Bypass aorto-coronarico» per il 2008-2009 sulla mortalità nei primi 30 giorni dei pazienti sottoposti ad intervento chirurgico, risulta che non ce la fece il 2,25% degli operati (su 356) al Gemelli, lo 0,46% (su 656) al San Camillo-Forlanini, il 2,67% (su 225) all’Umberto I, il 3,01 (su 632) all’European hospital e via così. Risultato finale: una media di mortalità , per quanto queste statistiche vadano prese con le pinze, intorno al 2,5%.
Bene: in un servizio per «Reportime» di Milena Gabanelli, Sabrina Giannini mostra quella tabella a Giacomo Frati: come mai all’Icot c’era una mortalità del 6% e cioè più che doppia?
Il giovane «astro nascente» della famiglia del rettore sbanda. E si avvita in una risposta strabiliante: «Cioè, la cardiochirurgia qui è partita da zero. Faccio presente che quando noi abbiamo iniziato tutto il personale, anche infermieristico, era un personale che non aveva mai visto la cardiochirurgia. Abbiamo fatto simulazione in sala anche con i manichini. Anche per il posizionamento dei devices della circolazione extracorporea».
Fateci capire: «tutto il personale» (tutto, compresi dunque i chirurghi) era così a digiuno di cardiochirurgia che prima di operare dei pazienti si era addestrato coi manichini?
Che storia è questa?
Si sono impratichiti via via sui malati che avevano affidato loro la vita?
Per difendere quel reparto, mentre la Regione decideva (troppi reparti) di rinunciare ad aprire nuove cardiochirurgie a Viterbo, Frosinone e Rieti, Luigi Frati disse in un’intervista a «La Provincia»: «Mi chiedo perchè mai uno di Latina non abbia il diritto di farsi operare nella sua città ».
Ma da chi, signor rettore? A che prezzo?
In quale altro paese del mondo, dopo tutto ciò che è emerso, potrebbe restare ancora imbullonato al suo posto?
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 10th, 2012 Riccardo Fucile
NELL’UNIVERSITA’, DOPO MOGLIE E FIGLIA, ANCHE IL FIGLIO DEL RETTORE
«Parentopoli? Ma perchè non parlate di “Ignorantopoli”? Questo è il vero problema dell’università
italiana. Voi giornalisti fate solo folklore!», sibilò il rettore della Sapienza Luigi Frati al nostro Nino Luca.
Ma la Procura non è d’accordo: papà , mamma, figlia e figlio docenti nella stessa facoltà sono troppi, come coincidenze.
E sull’arrivo dell’ultimo Frati a Medicina ha aperto un fascicolo. Tanto più che «Parentopoli» e «Ignorantopoli», dicono le classifiche internazionali, possono coincidere.
Il rettore di quello che sul Web si vanta di essere il più grande ateneo italiano (nel senso di più affollato: 143 mila studenti, pari all’intera popolazione di Salerno o quelle di due capoluoghi come L’Aquila e Potenza insieme) era da tempo nel mirino di chi denuncia certi vizi del nostro sistema universitario.
Senese, un passato da sindacalista, uomo dalla capacità funambolica di fluttuare tra destra e sinistra, preside per un’eternità di Medicina dal lontano 1990 in cui Gava era ministro degli Interni e Chiesa si occupava amorevolmente dei vecchi ospiti del Pio Albergo Trivulzio e «altro», quello che i suoi studenti più perfidi hanno soprannominato «BaronFrati», è da sempre un uomo tutto casa e facoltà .
Al punto che non solo nella «sua» Medicina si sono via via accasate la moglie Luciana Rita Angeletti in Frati (laureata in Lettere: storia della Medicina) e la figlia Paola (laureata in Giurisprudenza: Medicina Legale) ma perfino il brindisi per le nozze della ragazza fu fatto lì.
Indimenticabile il biglietto: «Il prof. Luigi Frati e il prof. Mario Piccoli, in occasione del matrimonio dei loro figli Paola Frati con Andrea Marziale e Federico Piccoli con Barbara Mafera, saranno lieti di festeggiarli con voi il giorno 25 maggio alle ore 13.00 presso l’aula Grande di Patologia Generale».
Arrivò una perfida e deliziosa «sposina» delle Iene , quella volta, a guastare un po’ la giornata. Ma fu comunque un trionfo.
Quasi pari, diciamo, alla passerella offerta dal nostro, anni dopo, a Muammar Gheddafi, salutato come uno statista e invitato nell’aula magna, sul palcoscenico più prestigioso, perchè tenesse agli studenti una «lectio magistralis» su un tema davvero adatto al tiranno: la democrazia.
Tema svolto tra risate sbigottite («demos è una parola araba che vuol dire popolo come “crazi” che vuol dire sedia: democrazia è il popolo che si siede sulle sedie!») mentre lui, il rettore, si lasciava andare in lodi per le prosperose amazzoni di scorta: «Le abbiamo apprezzate molto! Purtroppo c’è qui mia moglie…».
Adorato da chi ama il suo senso del potere e il linguaggio ruspante (resta immortale un video dove spiega agli studenti: «Nun date retta ai professori perchè i professori si fanno i cazzi loro. I professori fanno i cazzi loro, lasciateli perdere!»), il giorno in cui si insediò come rettore liquidò le polemiche sul nepotismo così: «È stato fuori luogo tirare in ballo mia moglie, la professoressa Angeletti, perchè lei è quella che è, io sono quello che sono. Non è lei che è “la moglie di”, sono io che sono “il marito di”».
Il guaio è che oltre a essere «il marito di» Luciana Rita e «il padre di» Paola, è anche «il padre di» Giacomo.
Che per fatalità è lui pure entrato nella facoltà di Medicina di papà : ricercatore a 28 anni, professore associato a 31.
Come vinse il concorso lo rivelò una strepitosa puntata di Report : discusse «una prova orale sui trapianti cardiaci» davanti a una commissione composta da due professori di igiene e tre odontoiatri. E nessun cardiochirurgo.
«Ma lei si farebbe operare da uno che è stato giudicato da una commissione di Odontostomatologi?», chiese Sabrina Giannini, l’inviata della trasmissione di Milena Gabanelli a uno dei commissari, Vito Antonio Malagnino.
Farfugliò: «Io… Non parliamo di cuore o di fegato, però…». «Secondo lei tre dentisti e due specialisti d’igiene potevano adeguatamente…». «Forse no però questo non è un problema mio…».
Vinta la selezione, il giovane professore viene più avanti chiamato come associato a Latina, dependance del Policlinico universitario di cui è rettore papà .
Giusto un attimo prima, coincidenza, dell’entrata in vigore della riforma Gelmini contro il nepotismo. Quella che vieta di assumere come docenti nella stessa università i parenti dei rettori, dei direttori generali e dei membri del consiglio di amministrazione.
Ma queste, compreso un ricorso al Tar, erano solo le prime puntate della «Dinasty» fratiana. Il meglio, come hanno ricostruito Federica Angeli e Fabio Tonacci sulla cronaca romana di Repubblica , sarebbe arrivato nelle puntate successive.
Occhio alle date: il 28 gennaio 2011 il rettore Luigi Frati sceglie come commissario straordinario del Policlinico Antonio Capparelli.
Qualche settimana dopo, il 22 marzo, lo nomina direttore generale.
Passa meno di un mese e il 19 aprile Capparelli, togliendo un po’ di posti letto a un altro reparto a costo di scatenare le ire di quanti si sentono «impoveriti», firma una delibera creando «l’Unità Programmatica Tecnologie cellulari-molecolari applicate alle malattie cardiovascolari» nell’ambito del dipartimento Cuore e grossi vasi e chiama da Latina, per ricoprire un ruolo paragonabile a quello di primario, Giacomo Frati.
Cioè il rampollo dell’uomo che lo aveva appena promosso.
Ora, a pensar male si fa peccato e, in attesa del responso dell’inchiesta giudiziaria, noi vogliamo immaginare che la famiglia Frati sia composta di quattro geni: un genio lui, un genio la moglie, un genio la figlia, un genio il figlio.
Ma la moglie di Cesare, si sa (vale anche per la figlia di Elsa Fornero, si capisce) deve essere al di sopra anche di ogni sospetto.
Che giudizi possono farsi, gli stranieri, davanti a coincidenze come queste?
Sarà un caso se la reputazione dei nostri atenei nelle classifiche mondiali è così bassa? Dice l’ultimo Academic Ranking of World Universities elaborato dall’Institute of Higher Education della Jiao Tong University di Shanghai che, sulla base di sei parametri, la Sapienza si colloca nel gruppone tra il 100° il 150° posto.
La Scuola Normale di Pisa, però, rielaborando i sei parametri utilizzati (numero di studenti vincitori di Premi Nobel e Medaglie Fields; numero di Premi Nobel in Fisica, Chimica, Medicina ed Economia e di medaglie Fields presenti nello staff; numero delle ricerche altamente citate di docenti, ricercatori, studenti; numero di articoli pubblicati su Nature e Science nel quinquennio precedente la classifica; numero di articoli indicizzati nel Science Citation Index e nel Social Science Citation Index; rapporto tra allievi/docenti/ricercatori e il punteggio complessivo relativo ai precedenti parametri) è arrivata a conclusioni diverse.
Se il calcolo viene fatto tenendo conto della dimensione di ogni università , sul pro capite, tutto cambia.
E se la piccola ed elitaria Scuola Normale si inerpica al 10° posto dopo rivali inarrivabili come Harvard, Stanford, Mit di Boston o Berkeley, ecco che le altre italiane seguono a distanza: 113 ª Milano Bicocca, 247 ª la Statale milanese, 248 ª Padova, 266 ª Pisa e giù giù fino a ritrovare la Sapienza.
Che stracarica di studenti ma anche al centro di perplessità come quelle segnalate, è addirittura al 430° posto.
E torniamo alla domanda di Frati: qual è il problema, «Parentopoli», «Ignorantopoli» o forse forse tutte e due?
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile
TRA PENDOLARI E CAMBI DI RESIDENZA, I DATI SMENTISCONO IL PRESUNTO IMMOBILISMO….A UN ANNO DALLA LAUREA IL GIOVANE MERIDIONALE SI TROVA DISTANTE DA CASA 214 CHILOMETRI
Eppur si muovono: meno di quanto si faceva negli anni Sessanta, in misura minore anche rispetto agli
anni pre-crisi, ma gli italiani, i giovani soprattutto, vanno a cercare il lavoro dove c’è.
Il guaio è che spesso non lo trovano.
Stare vicino a mamma e papà non è una priorità : certo aiuta se il lavoro è precario e lo stipendio è basso o se i genitori coprono il vuoto assistenziale legato – in caso di figli piccoli – alla mancanza di asili nido.
Ma spostarsi non è un problema.
Secondo un’indagine elaborata dall’Isfol con il dipartimento demografico della Sapienza di Roma il 72 per cento dei giovani fra i 20 e i 34 anni è disponibile a spostarsi pur di trovare lavoro.
Il 17 per cento mette in conto di vivere in un altro paese europeo, quasi il 10 è disponibile anche a cambiare continente.
Una tendenza confermata dai dati dello Svimez, dell’Istat e di Almalaurea. Le resistenze a cambiare città o regione sono basse, specialmente in presenza di un titolo di studio elevato.
E il cambio di mentalità è generalizzato, riguarda sia il Nord che il Sud, sia i maschi che le femmine.
Nel 2010, spiega lo Svimez, 250 mila persone si sono spostate dalle regioni meridionali ad altre aree del Paese.
Di queste 114 mila hanno effettuato il cambio di residenza (erano 70 mila solo a metà degli anni 90) e 134 mila si sono attrezzati con la mobilità a lungo raggio e il pendolarismo.
Volendo considerare il lungo periodo le quote lievitano: dal 1990 al 2005, certifica la Banca d’Italia, il passaggio dal Sud al Nord ha coinvolto due milioni di persone.
“Dire che i giovani vogliono starsene con papà e mamma è un luogo comune – assicura Luca Bianchi, vicedirettore dello Svimez – in realtà c’è una grande disponibilità sia a muoversi che ad accettare occupazioni non corrispondenti al titolo di studio. E’ vero che negli ultimi mesi in fenomeno si è ridimensionato: fra il 2008 e il 2010 ci sono state 15 mila migrazioni in meno, ma questo è un effetto della crisi”.
Anche loro sono disposte a partire: nel 2009, prendendo in considerazione i titoli di studio medio-alti (diploma e laurea), il 54,6 per cento degli spostamenti per lavoro da Sud a Nord è dovuto alla componente femminile e ciò spiega in parte il crollo delle nascite nelle regioni meridionali.
Fra le laureate, dato nazionale di Almalaurea, solo il 4,9 per cento delle ragazze non è disponibile a spostarsi.
Nel 2010, dati Svimez, quasi 60 mila laureati si sono spostati dal Sud a Nord per motivi di lavoro (oltre 18 mila con cambio di residenza) e 1.200 sono “fuggiti” all’estero.
Almalaurea certifica che solo il 3,8 per cento dei laureati italiani non è disponibile a trasferimenti. Di fatto, ad un anno dalla tesi, i laureati meridionali lavoro a 214 chilometri di distanza media dal comune di nascita, ma la media italiana è comunque alta (88 Km).
La disponibilità a spostarsi aumenta all’aumentare del reddito della famiglia di provenienza. “Einaudi diceva che per governare bisogna conoscere” ricorda Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea “affermare che i giovani tendono all’immobilismo è un errore smentito dalle cifre. Non è poggiando su vecchi luoghi comuni che troveremo la strada per uscire dalla crisi”.
Luisa Grion
(da “la Repubblica”)
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Gennaio 25th, 2012 Riccardo Fucile
STUDIO DELLA FONDAZIONE AGNELLI: LA TRIENNALE FA TROVARE LAVORO, MA CON STIPENDI SEMPRE PIU’ BASSI
I “nuovi laureati” sono aumentati rispetto ai “vecchi”, e per la gran parte provengono da famiglie che non hanno mai conosciuto l’università .
Ma – una volta trovata occupazione – guadagnano meno dei predecessori, e minimo appare il vantaggio retributivo nel confronto con i diplomati.
Fine di un’illusione? Ai nuovi laureati è dedicato il rapporto della Fondazione Giovanni Agnelli che sarà presentato ieri alla Laterza dal direttore Andrea Gavosto e dal ministro Elsa Fornero.
È il primo tentativo di fare un bilancio della “riforma del 3 più 2” alla prova del mercato del lavoro.
Sulle “luci” – l’allargamento della base sociale e l’aumento della percentuale di laureati nella popolazione – sembrano prevalere le “ombre”.
Un parziale fallimento testimoniato anche dalla recente riduzione delle immatricolazioni dopo lo spettacolare picco dell’esordio, segno della disillusione delle famiglie.
Inutile dunque prendere una laurea? Conclusione frettolosa e sbagliata, suggerisce il rapporto. Laurearsi significa avere maggiori probabilità di impiego. Occorre però che università e imprese facciano molto meglio. I “nuovi laureati” triennali sono ancora all’inizio del loro percorso professionale.
Prematuro, forse, tracciarne un’analisi.
Ma alcuni indizi sono sufficienti per correggere radicati clichè.
L’università come fabbrica di disoccupati intellettuali? No, questo non è vero.
Con la nuova laurea triennale si trova lavoro. E si trova anche di più rispetto a prima, soprattutto a causa dei contratti flessibili.
Ma le condizioni sono molto meno favorevoli nel confronto con la vecchia laurea.
Se al principio di questo decennio un laureato guadagnava il 20% in più rispetto a un diplomato, oggi il vantaggio è ridimensionato (14%), e per i giovani al di sotto dei 35 anni è calato al 9 per cento. In altre parole, per assicurarsi un impiego i “nuovi laureati” hanno dovuto accettare mansioni vicine a quelle d’un diplomato.
Tutto questo a favore delle imprese? Si potrebbe supporre di sì.
I “nuovi laureati” dovrebbero disporre di maggiori conoscenze rispetto ai colleghi diplomati, a tutto vantaggio della produttività dell’azienda.
Ma in realtà questo non succede. «La produttività del sistema Italia», si legge nel rapporto, «è stata molto deludente proprio negli anni in cui aumentava l’accumulazione del “capitale umano”». Le conclusioni sono poco rassicuranti: “l’accumulazione” era solo apparente, «dovuta alla classificazione nella categoria di “laureato” di lavoratori in realtà meno qualificati rispetto ai predecessori».
In altre parole, il profilo delle competenze dei “nuovi laureati” non risulta adatto alle esigenze del mercato.
Fin qui le responsabilità sembrano ricadere sull’Università , più attenta alla protezione degli interessi accademici che alle esigenze formative degli studenti.
Ma il rapporto della Fondazione Agnelli non assolve neppure le imprese, che tendono a prediligere le lauree magistrali, rinunciando a promuovere la formazione.
«Ancora percepiscono in modo confuso le novità della riforma», dice Gavosto, «non distinguendo tra un titolo e l’altro e tra un’università e l’altra».
Conclusione del rapporto.
Di ampliamento degli accessi c’era e c’è bisogno. L’Italia si presentava – e ancora si presenta – con tassi di iscrizione e di conseguimento di titoli universitari assai inferiori alla media europea e dei paesi Ocse.
Ma occorrerebbe distinguere tra le diverse funzioni del sistema universitario, tra la formazione generale di base triennale, la formazione professionalizzante e la formazione magistrale/dottorale. «Ciascuna richiede competenze diverse e non tutti gli atenei sono in grado di garantirle. Anche l’università italiana ha dunque bisogno di differenziarsi, abbandonando il principio che tutti sanno fare tutto».
Senza questa diversificazione, sarà difficile restituire peso alla laurea.
Simonetta Fiori
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LE NUOVE REGOLE PER MISURARE IL MERITO: IL VOTO DI LAUREA DOVREBBE SPARIRE COME ELEMENTO DI PUNTEGGIO… IPOTESI DI VALUTAZIONE DEI DIPLOMI DEI SINGOLI ATENEI
Venerdì prossimo, in Consiglio dei ministri, confronto sul tema della laurea: il suo valore legale, il
peso che ha nei concorsi pubblici.
Sullo sfondo, la proposta di un diverso criterio di accreditamento dei singoli atenei: ovvero il peso specifico che potrà avere il prestigio accademico di un’università (quindi anche i suoi criteri selettivi) rispetto ad altre.
Stando alle indiscrezioni, nelle cartelle del governo sarebbe pronto per la discussione un provvedimento con molte novità .
Primo: nei concorsi pubblici, soprattutto per i quadri dirigenziali, dovrebbe cadere il vincolo del tipo di laurea. Basterà un titolo per partecipare.
Ci saranno le doverose eccezioni «tecniche» (nel caso in cui occorra una competenza specifica, per esempio, da ingegnere).
Però conteranno maggiormente la capacità e la professionalità dimostrata dal candidato durante il concorso.
In sostanza, per diventare dirigente di una Asl poco importerà se ho una laurea in Giurisprudenza o in Lettere, sarà decisivo il mio risultato personale nel concorso. Secondo: revisione del criterio legato al voto di laurea, che dovrebbe sparire come elemento di punteggio.
Terzo: diverso accreditamento, cioè «apprezzamento», delle singole università , che smetteranno di essere di fatto tutte uguali.
Se ne è già discusso venerdì scorso: al dibattito informale hanno partecipato, oltre al presidente Mario Monti e al ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, anche i ministri Anna Maria Cancellieri (Interni), Paola Severino (Giustizia), Filippo Patroni Griffi (Pubblica amministrazione) suscitando anche l’interesse di Lorenzo Ornaghi (Beni culturali, rettore della Università Cattolica di Milano).
Nel prossimo Consiglio dei ministri, con ogni probabilità , si arriverà a una sintesi. Creando un elemento di forte novità e discontinuità rispetto al passato.
In Confindustria, per esempio, si fa sapere che «non si può non essere d’accordo» con una mossa che «va sicuramente nella direzione di una vera liberalizzazione».
Ma si sottolinea anche come si debba proteggere il «consumatore di formazione» (lo studente, la sua famiglia) circa la qualità del prodotto che si sceglie.
Ovvero aiutare quel «consumatore» a capire quale sia l’ateneo giusto. O se, addirittura, certi atenei siano da evitare.
Naturalmente nel settore privato la laurea in sè ha un peso specifico diverso rispetto al settore pubblico.
La Confindustria da sempre guarda con favore alla prospettiva di un maggior rigore nella selezione degli atenei e a una autentica concorrenza tra i migliori.
E ripone molta fiducia nel lavoro dell’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del Sistema universitario e della ricerca presieduta da Stefano Fantoni.
Dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli: «Nel settore privato non cambierà molto. E’ del tutto ovvio che un capo del personale di una qualsiasi azienda assume valutando i pro e i contro delle caratteristiche dei candidati, indipendentemente dalla laurea e dal suo stesso punteggio. Detto questo, se davvero il Consiglio dei ministri varasse un provvedimento del genere, si stabilirebbe un principio sacrosanto anche per la pubblica amministrazione. Cioè la possibilità di accedere per le competenze acquisite dalla singola persona e non solo in base al famoso “pezzo di carta”. Mi sembra molto giusta la prospettiva di rimuovere, per esempio, il blocco del tipo laurea per accedere alle professioni della pubblica amministrazione».
Gavosto sottolinea poi un altro aspetto, che riguarda più direttamente le «fabbriche del sapere» (le università ) e quindi i famosi «consumatori di formazione» (gli studenti che si affacciano sul mondo del lavoro).
Dice Gavosto: «Non tutti gli atenei sono uguali. Lo sappiamo benissimo. Di conseguenza non tutti i voti conseguiti sono uguali. E bisognerà saperne tenere conto, nelle nuove norme. Ma sarebbe tempo che gli atenei si specializzassero puntando sulle discipline nelle quali sono più forti. Farò un esempio: Teramo offre una facoltà di Veterinaria sicuramente tra le migliori in Italia se non in Europa. Sarebbe bene che si concentrasse in quella materia, lasciando perdere in prospettiva i corsi più deboli. E ciò dovrebbe valere per tutte le università del nostro Paese»
Invece Attilio Oliva, presidente di TreeLLLe-per una società dell’apprendimento continuo (che da anni si occupa di miglioramento della qualità dell’education nel nostro Paese), punta l’indice contro l’abitudine tutta italiana di affidarsi burocraticamente e schematicamente alla «certezza» dei numeri, cioè dei punteggi: «L’ossessione dell’oggettività uguale equità si trasforma in un inno alla deresponsabilizzazione di chi è chiamato a scegliere, a selezionare».
Cosa vuole dire, con questo ragionamento, Oliva? «Molto semplice. Il punteggio diventa l’unico elemento amministrativo-burocratico di certezza. Mentre è del tutto evidente che il valore delle singole lauree dipende soprattutto dalla qualità e dalla serietà dell’ateneo che le ha rilasciate. Insomma, la vera svolta si avrà quando, nella scelta dei migliori, anche nella pubblica amministrazione ci sarà una adeguata responsabilizzazione dei selezionatori. Magari dopo una discussione collettiva, arrivando a una sintesi».
Paolo Conti
(da “Il Corriere della Sera“)
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Novembre 29th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO IL CASO DELL’ATENEO DI PAVIA, CONDANNATO DAL TAR A RESTITUIRE 1 ,7 MILIONI DI EURO EMERGONO ALTRI DATI: 33 UNIVERSITA’ SU 61 HANNO FATTO PAGARE PIU’ DEL DOVUTO, SUPERANDO LA SOGLIA DI LEGGE ANCHE DEL 17%
Università italiane fuorilegge. Perchè più di una su due fa pagare agli studenti tasse maggiori di
quanto dovuto.
Un furto da 218 milioni di euro, secondo l’Unione degli universitari che ha analizzato i dati del ministero dell’Istruzione riferiti al 2010.
Così il caso dell’università di Pavia, che dopo una sentenza del Tar dovrà restituire ai suoi iscritti 1,7 milioni di euro, sembra essere solo la punta di un iceberg.
Con situazioni limite, come quelle degli atenei della Lombardia, tutti con tasse superiori ai limiti imposti dalla legge.
“Si tratta di un tesoretto illegalmente sottratto dalle tasche degli studenti e da quelle delle loro famiglie”, attacca Michele Orezzi, coordinatore dell’Udu.
Una legge del 1997 limita infatti le tasse universitarie al 20% del cosiddetto Fondo di finanziamento ordinario (Ffo), ovvero il finanziamento di provenienza statale.
Secondo l’inchiesta del sindacato studentesco, ben 33 atenei pubblici su 61 non rispettano questa soglia.
Maglia nera della classifica l’università Carlo Bo di Urbino, dove nel 2010 gli studenti hanno pagato in tasse il 36,57% del Ffo, per una somma non dovuta di oltre 7,5 milioni di euro. Seguono l’Università degli Studi di Bergamo (36,52% del Ffo), la Ca’ Foscari di Venezia (34,05%) e la Statale di Milano (31,66%).
L’ateneo meneghino è quello che in valore assoluto vede entrare nelle sue casse la somma sopra soglia più alta: addirittura 32,1 milioni di euro.
“In media sono 537 euro che ogni studente nel 2010 ha pagato in più rispetto al dovuto”, spiega Orezzi. Statale e università di Bergamo sono in buona compagnia in Lombardia, dove le tasse “fuorilegge” ammontano a 82 milioni di euro.
Secondo i calcoli dell’Udu, infatti, nessuno dei sette atenei della regione rispetta le regole: l’università Insubria di Varese e Como chiede ai propri iscritti il 30,43% del Ffo, il politecnico di Milano il 30,3%, Milano-Bicocca il 30,1%, Brescia il 25,92%, Pavia il 23,21%.
“Gli atenei si muovono per concorrenza regionale — commenta Orezzi — ed è evidente che c’è una sorta di accordo tacito tra i rettori lombardi”.
Male anche le università di diversi capoluoghi regionali: Torino (28,39% del Ffo), Bologna (27,44%), Napoli Parthenope (25,74%), Roma Tre (23,62%), Genova (21,09%), Firenze (20,42%), Perugia (20,18%).
I dati dimostrano che l’università di Pavia, condannata settimana scorsa a un risarcimento da 1,7 milioni di euro in seguito a un ricorso presentato al Tar dallo stesso Udu, non è un caso isolato. E ora sugli atenei di tutta Italia rischia di cadere una pioggia di ricorsi, con cui gli studenti potrebbero cercare di riottenere indietro 218 milioni di euro.
Negli ultimi anni i fondi messi a disposizione dal ministero si sono sempre più assottigliati.
Le tasse universitarie invece non sono diminuite, sostiene l’Udu. E questo ha portato allo sforamento dei limiti imposti dalla legge.
“In pratica — accusa Orezzi — gli atenei hanno fatto pagare alle famiglie degli studenti i tagli della Gelmini. E nel 2011 questo fenomeno potrebbe aggravarsi, dal momento che una ventina di università nel 2010 erano vicine alla soglia del 20%”.
“Come Unione degli Universitari — dice Orezzi — ci rivolgiamo a tutte le università e ai rettori che in queste ore, terrorizzati da ricorsi a catena, attaccano gli studenti: il problema vero non siamo noi studenti. C’è un problema sostanziale legato al taglio delle risorse per le università . I nostri ricorsi non sono mirati a metterle sul lastrico, ma hanno invece il solo scopo di evidenziare questo punto. È necessario che tutta l’università si unisca alla voce degli studenti che dal 2008 protestano per un mondo dell’istruzione pubblica di qualità e accessibile a tutti”.
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Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
IL TAR HA DATO RAGIONE AGLI STUDENTI: GLI ISCRITTI PAGANO PIU’ DI QUANTO PREVISTO DA UNA LEGGE DEL 1997…MA QUESTO SUCCEDE IN TANTI ALTRI ATENEI
Tasse universitarie eccessivamente alte e l’ateneo deve restituire il “maltolto” agli studenti.
E’ accaduto a Pavia per effetto del ricorso al Tar presentato dall’Unione degli universitari.
La sentenza definitiva condanna l’università degli studi di Pavia al pagamento di 1,7 milioni di euro.
Per gli studenti si tratta di una “storica vittoria contro l’innalzamento spregiudicato delle tasse universitarie che apre la concreta possibilità di ricorsi a catena in ogni università italiana”.
In almeno una ventina di atenei italiani le tasse sforano il tetto imposto dalla legge attuale.
A spiegare la mezza rivoluzione che potrebbe creare il pronunciamento dei giudici amministrativi di Milano è l’avvocato Francesco Giambelluca, che ha patrocinato l’Udu. “Con la sentenza, definitiva, il Tar di Milano ha dichiarato fondato e ha pertanto accolto il primo motivo di ricorso stabilendo che è stata illegalmente violata la soglia non superabile del 20 per cento che pertanto tutta l’eccedenza, pari a circa 1,7 milioni di euro, deve essere restituita sia ai ricorrenti, attivandosi d’ufficio verso tutti gli altri studenti”.
Di che si tratta? Una legge del 1997 stabilisce che il contributo posto carico degli studenti (le cosiddette tasse universitarie) non possono superare la soglia del 20 per cento del finanziamento pubblico ricevuto dallo Stato: il cosiddetto Fondo di finanziamento ordinario degli atenei.
E siccome dal 2008 a oggi il Ffo è stato progressivamente assottigliato per fare fronte ai colpi della crisi economica per fare quadrare i conti pubblici, tutti si aspettavano un calo anche delle tasse universitarie.
Ma le cose sono andate in maniera diversa.
“Con due diverse verificazioni eseguite dalla Ragioneria generale dello Stato – spiega Giambelluca – è stato accertato uno sforamento pari all’1,331 per cento”.
E il Tar ha condannato l’università di Pavia a restituire gli importi non dovuti agli interessati.
“E’ una sentenza storica e rivoluzionaria per l’università italiana – commenta Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’Udu – il Tar Milano ha sancito quello che noi ripetiamo da tempo: quel 20 per cento non è un parametro indicativo bensì vincolante, perchè tutela il diritto allo studio”.
Ma non solo.
“Questa sentenza – prosegue Orezzi – è un enorme argine verso l’innalzamento selvaggio delle tasse universitarie che sta diventando il peggiore ostacolo sociale per accedere al mondo accademico e rappresenta inoltre la risposta migliore a quanto scritto nella lettera di Berlusconi inviata all’Unione Europea, che ipotizzava un aumento selvaggio delle tasse per accedere all’Università “.
E’ uno dei 39 punti di domanda rivolti dalla Commissione al governo italiano prima che cadesse sotto i colpi inferti dai mercati.
L’Europa ha chiesto di sapere “in pratica, che cosa implica la frase “maggior spazio di manovra nello stabilire le tasse di iscrizione?”.
Secondo gli studenti, che hanno manifestato in piazza per mesi, “è un chiaro messaggio al nuovo governo Monti e al neo ministro Francesco Profumo: le tasse non solo non si possono più alzare, ma sono già ora troppo alte, tra le più alte d’Europa”. Chi ha orecchie per intendere intenda.
Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
INDAGINE DEL MOVIMENTO CONSUMATORI: MANTENERE UN FIGLIO IN UN ATENEO DI UN’ALTRA CITTA’ COSTA OLTRE 11.000 EURO L’ANNO, CIRCA IL 34% DEL REDDITO MEDIO DI UNA FAMIGLIA…E BUONA PARTE DEGLI AFFITTI RESTANO IN NERO
Per studiare in un ateneo in un’altra città ci vuole impegno, volontà e tantissimi soldi. 
E’ questo il risultato di un’indagine del Movimento Consumatori sui costi che deve affrontare uno studente fuori sede. In cima alla classifica troviamo Roma e Milano, dove mantenere un figlio all’università può costare anche oltre 11mila euro l’anno. Ovviamente questo considerando le strutture pubbliche (circa 1000 euro l’anno di tasse), con l’iscrizione ai grandi istituti privati, la cifra può anche triplicare.
I dati parlano chiaro: 11.400 per una camera singola a Roma (tasse, libri e utenze incluse), 10.980 euro a Milano, 10.800 a Venezia, 10.200 a Torino.
I prezzi scendono un po’ se si va in doppia (7.620 a Roma, 8.360 a Milano, 7.100 a Venezia, 7.500 a Torino), ma mantenere un figlio all’università in un’altra città resta un salasso.
La spesa più grossa, manco a dirlo, è rappresentata dall’affitto.
Stanze in coabitazione, a volte veri e propri tuguri in edifici fatiscenti affittati a peso d’oro.
Una media di 310 euro (senza spese) al mese a Roma, 370 a Milano, 260 a Venezia, e bisogna essere fortunati.
A tutto questo vanno aggiunti i prezzi dei libri, stimati dal Movimento Consumatori in circa 500 euro annui negli atenei pubblici.
E poi bisogna pur mangiare qualcosa. Ecco altri 2400 euro annui di vitto, una stima al ribasso visto che dividendo questa cifra per 10 mesi (togliamone 2 l’anno dove magari si torna a casa) fanno appena 8 euro al giorno, perfetti per mantenere il peso forma.
La ricerca del Movimento Consumatori è stata effettuata partendo dal prezzo degli alloggi in diverse città sedi di università molto frequentate in Italia.
Per ogni città è stata fatta la media tra il costo più basso e quello più alto relativo all’affitto mensile di un posto letto in camera doppia e di una camera singola.
I prezzi degli alloggi sono comprensivi anche delle cosiddette “spese aggiuntive” (condominio e utenze).
Ma quanto incide sul bilancio familiare un figlio che studia fuori sede?
Se si prende come esempio Milano (in cui un posto letto in camera doppia costa 372 euro al mese e una camera ad uso privato ne costa 590) si calcola che un nucleo familiare con reddito medio di 32.148 euro annui (dato Bankitalia riferito al biennio 2006-2008) può arrivare a pagare dagli 8.364 euro ai 10.980 euro all’anno.
La percentuale di incidenza sul reddito familiare è da capogiro: dal 26 al 34% a Milano, dal 24% al 35% a Roma, dal 23% al 32% a Torino e dal 22% al 28% a Firenze. E tutto questo, ovviamente, per un figlio solo.
“Lasciando i costi dello studio a carico delle famiglie, in difficoltà per la crisi che le colpisce da dieci anni a questa parte, l’abbandono universitario, già molto elevato e nocivo per la competitività del sistema Italia, è decisamente favorito e non combattuto”, attacca Lorenzo Miozzi, presidente del Movimento Consumatori.
“Con i recenti tagli alle regioni si sono inoltre penalizzati gli enti per il diritto allo studio, tagliando così ulteriori servizi”.
Insomma Miozzi non ha dubbi, “In Italia, sembra ormai un triste dato di fatto, investire nella ricerca e nella formazione interessa poco ai governi. Il risultato è che registriamo zero politiche di sostegno per chi studia e zero opportunità per i rinomati “cervelli” nostrani usciti con merito da università prestigiose, che spesso sono costretti ad emigrare all’estero”.
Senza contare il fatto che buona parte di questi affitti sono pagati in nero, con migliaia di studenti alla merce dei capricci dei padroni di casa e senza uno straccio di tutela legale. Un blitz della Guardia di Finanza di Padova a fine settembre ha portato al recupero di 2 milioni e 24mila euro di imposte di registro solo nella città veneta, sede di una delle università più antiche d’Italia.
“Ogni 100 verifiche nel settore delle locazioni, 80 si concludono con esito positivo”, ha riferito la GdF padovana.
Un passo avanti contro questo fenomeno lo si è fatto con l’approvazione del decreto legislativo 23/2011 che obbliga i proprietari che non hanno regolarizzato i propri inquilini a sottoscrivere un regolare contratto di locazione di 4+4 anni ad un canone mensile anche 10 volte più basso di quello attuale.
Si tratta della cosiddetta “cedolare secca” che dava ai padroni di casa tempo fino al 6 giugno scorso per registrare il contratto d’affitto. Adesso si aspettano le denunce.
Tuttavia regolarizzare i contratti di affitto darebbe più tutela agli inquilini e aumenterebbe le entrate nelle casse del Fisco, ma difficilmente diminuirebbe il costo degli affitti stessi, a meno che non si punti tutto sulla denuncia del proprio proprietario e sul relativo contratto scontato.
Ma allora quel è la soluzione?
Difficile a dirsi, per il momento non resta che aprire il portafogli.
“Purtroppo in Italia investire nella ricerca e nella formazione interessa poco ai governi. Il risultato è che registriamo zero politiche di sostegno per chi studia” sintetizza Miozzi.
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