COPASIR, L’IRA DELLA MELONI CONTRO LA LEGA CHE NON MOLLA LA POLTRONA
SECONDO FICO E CASELLATI SERVE UN ACCORDO POLITICO
Sul Copasir la palla passa ai partiti. Decidano loro che fare della presidenza, oggi
in mano alla Lega con Raffaele Volpi. Dopo un mese di battaglia politico-parlamentare condotta da Fratelli d’Italia per ottenere la carica che per legge spetterebbe all’opposizione, i presidenti di Senato e Camera, Casellati e Fico, intervengono con una lettera per dirimere la controversia. In realtà lo fanno solo in parte.
Nel testo, inviato allo stesso presidente del Copasir Volpi, oltre a spiegare di non poter intervenire con alcun atto d’autorità, ad esempio con lo scioglimento d’imperio del Comitato, citano il “precedente D’Alema” del 2011 sotto il governo Monti: l’allora esponente del Pd, presidente Copasir, era stato eletto in quota opposizione ma con la nascita dell’esecutivo tecnico era entrato di fatto in maggioranza, restando comunque al suo posto.
Il problema, scrivono la seconda e terza carica dello Stato, è la composizione dell’organo bicamerale. “Una eventuale revisione della composizione del Comitato – si legge – finalizzata a garantire la pariteticità tra maggioranza e opposizioni, determinerebbe una palese sovra-rappresentazione dei gruppi Fratelli d’Italia”. Insomma, cinque dei dieci parlamentari dovrebbero appartenere al partito di Giorgia Meloni. Non sarebbe rispettato il principio di equilibrio tra le forze politiche: Fdi, fanno notare, rappresenta il 6 per cento dell’attuale composizione dei due rami del Parlamento.
Risultato: il precedente del 2011 fa scuola, non si cambia l’attuale Copasir. Se i partiti non si assumono la responsabilità di eleggere un nuovo presidente, Volpi non può essere sostituito d’imperio. ” L’obiettivo di corrispondere all’esigenza sottesa alla richiesta formulata dai gruppi Fratelli d’Italia potrà dunque essere realizzato esclusivamente attraverso accordi generali tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione, la cui percorribilità ci riserviamo di verificare nelle sedi opportune”, concludono i due presidenti di Camera e Senato.
E, puntuale, si scatena l’ira del partito di Giorgia Meloni. Intervengono i capigruppo per dirsi “scandalizzati da Fico e Casellati” e per invocare “l’intervento del presidente Mattarella”. La seconda e la terza carica dello Stato, scrivono Ciriani e Lollobrigida, “decidono pilatescamente di non esercitare la loro autorità e consentono così che si violi una norma di garanzia a tutela della tenuta delle istituzioni. Ci aspettiamo un intervento di moral suasion del presidente della Repubblica Mattarella”.
La soluzione sperata passerebbe attraverso lo scioglimento del Comitato di controllo sui Servizi e la sua ricomposizione dei dieci, tra deputati e senatori. Ma stavolta, cinque di maggioranza (uno ciascuo per M5S, Lega, Pd, Leu, Iv) e cinque dell’attuale opposizione: ovvero Fratelli d’Italia e i parlamentari del Misto che hanno votato contro la fiducia al governo Draghi.
E tra i senatori di opposizione quell’Adolfo Urso (oggi vice) che il partito di Giorgia Meloni ha candidato alla presidenza, al posto del leghista Raffaele Volpi.
Il fatto è che il gentlemen agreement non è facilmente raggiungibile. Comporterebbe le volontarie dimissioni di tutti i dieci componenti, quanto meno della loro maggioranza. E difficilmente accadrà.
(da agenzie)
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