DE LUCA IN PIAZZA CONTRO LA LEGGE TRUFFA DELL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA INSIEME AI SINDACI DEL SUD
SCAMBIO DI INSULTI CON LA MELONI: “VAI A LAVORARE”… “STRONZA, VACCI TU A LAVORARE”
Vincenzo De Luca da solo, fermo davanti al portone chiuso di
Palazzo Chigi. È questa l’immagine che resta della marcia dell’orgoglio meridionale organizzata a Roma dal presidente della Regione Campania. Il quale, si sa, un certo gusto per la teatralità, per i gesti e le battute a effetto lo ha sempre avuto. “Figuratevi se abbasso la testa davanti a ‘sto pinguino”, dice riferendosi al ministro Raffaele Fitto, colpevole di non aver ancora sbloccato i 6 miliardi di fondi per la coesione e lo sviluppo destinati alla Campania. “Usano i fondi pubblici come un bottino di famiglia – attacca De Luca – ci hanno fatto perdere tre anni. Non sono imbecilli?”, domanda alla platea di sindaci e assessori arrivati da ogni angolo della sua regione. È il massimo dell’offesa che si consente, dopo che Giorgia Meloni lo ha accusato di turpiloquio per alcune critiche più colorite formulate nelle scorse settimane. “Allora lei e Fitto possiamo definirli lavoratori socialmente inutili, va bene? Basta che prendono una bic e firmano l’accordo per darci questi soldi”, ironizza ‘o presidente.
La premier e il ministro, negli stessi minuti, sono in Calabria proprio per firmare l’accordo di coesione con il presidente (di Forza Italia) Roberto Occhiuto. Ma De Luca non demorde, “facciamoci sta passeggiata”, dice chiudendo la manifestazione, che di fatto è consistita solo nel suo lungo discorso, anche contro “la legge truffa” sull’autonomia differenziata.
L’obiettivo è arrivare in largo Chigi, di fronte alla sede del ministero del Sud, ma il corteo non autorizzato delle fasce tricolore campane viene subito stoppato dalla polizia, nonostante un appassionato tentativo di mediazione del rampollo Piero De Luca, deputato Pd che ha curato l’organizzazione dell’evento. A proposito di Pd, in piazza ci sono anche il responsabile Sud della segreteria, Marco Sarracino, e il responsabile Economia, Antonio Misiani, che è anche commissario dem in Campania. Poi la senatrice Susanna Camusso, commissaria Pd a Caserta, e Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e pronta a ricandidarsi in vista delle elezioni di giugno. Nessuno di loro, però, si infila nel corteo dei sindaci guidato dai De Luca, che optano per il giro largo, passando per via del Corso e arrivando comunque a destinazione. Ma al ministero, vista l’assenza di Fitto, non si capisce chi debba riceverli e allora De Luca si stufa e va verso palazzo Chigi, mettendosi a litigare con il dirigente di polizia che gli impedisce di passare: “Allora ci dovete caricare, ci dovete uccidere”, grida. Teatro puro. Fanno passare solo lui, mentre gli altri restano bloccati dietro le transenne, urlando “fascisti” e intonando “Bella Ciao”.
Sosta simbolica davanti al portone e poi il governatore prosegue verso Montecitorio. Arrivato davanti alla Camera, i giornalisti gli riferiscono le parole di Meloni, pronunciate poco prima a Gioia Tauro: “Se invece di fare le manifestazioni ci si mettesse a lavorare, forse si potrebbe ottenere qualche risultato in più”, la stoccata della premier riferita ai presunti ritardi nella spesa da parte della Regione Campania. È a quel punto che De Luca tradisce l’impegno preso con sé stesso a moderare i toni: “Lavora tu, stronza. A noi per lavorare ci servono i soldi”, sbotta con l’aria di chi si è liberato. Poi il corteo dei sindaci campani torna da dove era partito, si ferma davanti alla prefettura di Roma: De Luca e 10 primi cittadini vengono ricevuti dal prefetto, Lamberto Giannini, unico rappresentante delle istituzioni pronto ad accoglierli. Lungo via del Corso, benedice con una mano i passanti che lo riconoscono, forse appassionati della mitologica imitazione di Maurizio Crozza. Qualcuno grida “De Luca uno di noi!”, lui sorride e si gode il bagno di folla romano. In fondo, è venuto sotto casa di Meloni anche per questo.
(da agenzie)
Leave a Reply