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DI COSA E’ ACCUSATO NETANYAHU NEL PROCESSO IN ISRAELE PER IL QUALE HA CHIESTO LA GRAZIA

E’ ACCUSATO DI FRODE E CORRUZIONE E RISCHIA IL CARCERE

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente Isaac Herzog una grazia preventiva nel processo a suo carico, una mossa che ha sollevato notevole attenzione politica e mediatica. La richiesta, nella sua sostanza, significa sospendere il procedimento prima che arrivi a una sentenza. Il motivo? La necessità di non compromettere la stabilità politica e il governo, soprattutto in un momento delicato per Israele. Netanyahu deve rispondere di frode e corruzione in diverse indagini, tra le altre cose avrebbe accettato regali costosi da uomini d’affari in cambio di favori politici.
Se il processo dovesse concludersi con una condanna, per il capo del governo di Tel Aviv si aprirebbero scenari pesanti: dalle multe al carcere. La sua posizione, politica e personale, è dunque in bilico. È proprio alla luce di ciò che in molti vedono la mossa della grazia preventiva come un tentativo di allontanare lo spettro di un verdetto sfavorevole
Intanto, le sue richieste di rinvio hanno inevitabilmente alimentato le polemiche: i critici sostengono che Netanyahu stia sfruttando la crisi di Gaza per rallentare le udienze e allungare ulteriormente i tempi del procedimento.
Di cosa è accusato Netanyahu in Israele: frode e corruzione
Benjamin Netanyahu è il primo capo di governo israeliano sotto processo mentre è ancora in carica. L’inchiesta è partita nel 2016. Tre anni dopo la magistratura lo ha incriminato su raccomandazione della polizia. Il processo è iniziato nel 2020. È accusato di corruzione, frode e abuso di potere in un procedimento suddiviso in tre casi principali.
Nel caso 1000, è imputato di aver ricevuto regali di lusso per circa 250 mila euro, tra cui gioielli, sigari e champagne, da uomini d’affari come Arnon Milchan e James Packer, in cambio di favori economici e assistenza per ottenere visti negli Stati Uniti
Nel caso 2000, avrebbe discusso uno scambio di favori con Arnon Mozes, editore del quotidiano Yediot Aharonot: una copertura mediatica favorevole in cambio di misure per ostacolare il rivale Israel Hayom, sebbene tale accordo non sia stato messo in pratica.
Il caso 4000 riguarda un presunto patto con Shaul Elovitch, azionista di maggioranza della telecom israeliana Bezeq: Netanyahu avrebbe favorito gli interessi di Elovitch in cambio di una copertura positiva sul sito di news Walla.
Le polemiche sui rinvii del processo e il legame con la guerra a Gaza
Il processo continua però muoversi tra slittamenti e tensioni politiche. Da oltre cinque anni l’aula di Gerusalemme è diventata il teatro di una sfida che va ben oltre le sopracitate accuse. I legali del primo ministro hanno più volte chiesto nuovi rinvii, sostenendo che gli impegni diplomatici e la gestione dei conflitti
in corso – soprattutto a Gaza – gli impediscano di prepararsi alla testimonianza.
La Corte ha respinto l’ultima richiesta, ricordando che “non si può permettere all’imputato di dettare il calendario”. Una posizione ribadita dalla Procura, che ha ricordato come a luglio Israele fosse già in guerra e come le necessità del fronte non possano trasformarsi in un argomento per sospendere un processo così delicato.
Netanyahu denuncia da anni una “caccia alle streghe”, e prima della recente richiesta di grazia aveva persino tentato la via dell’immunità parlamentare. Intanto, il dibattito nel paese resta acceso: i difensori evocano la mancanza di un rifugio antiaereo nel tribunale di Gerusalemme Est, mentre i critici vedono nelle continue domande di rinvio un tentativo di logorare i tempi della giustizia.
Sul fondo, la guerra a Gaza amplifica tutto: le pressioni su Tel Aviv, le accuse d’opportunismo, la percezione di un processo destinato a trascinarsi fino alla fine del decennio.
Si prevede infatti che la sentenza possa arrivare non prima del 2028-29. In caso di condanna definitiva, Netanyahu dovrebbe dimettersi, ma la legge israeliana consente ai capi di governo di restare in carica durante il processo, a differenza di altri ministri. È in questo spazio giuridico che si inserisce la sua richiesta di grazia al presidente Isaac Herzog, un gesto che ha scosso il panorama politico israeliano.
Di solito la grazia in Israele entra in scena solo dopo la condanna, come ultimo capitolo di una vicenda giudiziaria già chiusa. Solo una volta il presidente era intervenuto prima ancora dell’inizio del processo, e lo aveva fatto evocando ragioni di sicurezza nazionale. Nel caso di Netanyahu, invece, la richiesta arriva quando la sentenza pare ancora lontana, e proprio questo la rende anomala: in questo non c’è lo Stato da proteggere, ma
una serie di accuse che parlano di favori, pressioni e vantaggi personali, un uso del potere ritenuto da molti piegato ai propri interessi.
I sostenitori parlano di una persecuzione giudiziaria divenuta insostenibile; i critici vedono nella richiesta un tentativo di fermare il processo prima che possa concludersi. Herzog si trova così davanti a una scelta che potrebbe segnare un precedente decisivo nella storia istituzionale israeliana.
Cosa rischia Netanyahu
A seconda della gravità dei capi d’imputazione, Netanyahu potrebbe andare incontro a pene che vanno dalle sanzioni economiche a diversi anni di carcere. Una condanna definitiva lo obbligherebbe a lasciare l’incarico, mentre la normativa attuale gli permette di restare al governo finché il processo è in corso.
Un procedimento così lungo e complesso, destinato a trascinarsi per anni, rischia però di erodere la sua leadership e di
destabilizzare un esecutivo già messo alla prova dalle polemiche e dai continui rinvii legati alla guerra contro Hamas. In questo scenario, la speranza del premier è che si aprano spiragli alternativi: dal possibile patteggiamento con la magistratura a un eventuale perdono da parte del presidente Isaac Herzog, ex leader laburista che in passato lo ha più volte criticato ma ha anche condiviso con lui un governo di coalizione.
/da Fanpage)

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    • GLI ITALIANI A DUBAI VOGLIONO PRIVATIZZARE L’UTILE E COLLETTIVIZZARE IL COSTO: SE NE SONO ANDATI NEL GOLFO PER NON PAGARE LE TASSE NEL NOSTRO PAESE MA, ORA CHE PIOVONO MISSILI, CHIEDONO ALL’ITALIA DI ESSERE RIMPATRIATI (SPERANDO CHE PAGHI PANTALONE)
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