GENOVA, LA RINASCITA DI VIA PRE’, MODELLO DI INTEGRAZIONE, DOVE L’IMAN VA A VISITARE IL PRESEPE
CENTRO DI AIUTO ALLE NEOMAMME, LABORATORI DI CULTURE E UNA SPERANZA: “VORREI CHE MIO FIGLIO AVESSE LA CITTADINANZA ITALIANA”
In via Prè non tutto è come appare: entri nella “Focacceria Damiano” dove Fatima, una giovane senegalese, alla richiesta di una striscia risponde che no, nel suo forno si può trovare solo pane, il simbolo della genovesità non c’è.
E, camminando sotto le luci del Natale – per le quali si sono impegnati commercianti e Municipio – gli italiani sono ben pochi e i tanti stranieri non sono turisti, anche se a pochi metri di distanza, al Porto antico, c’è il “mondo”.
Eppure, i segni di speranza e di vita ci sono. «Quest’anno ho battezzato almeno una trentina di bambini, per la maggior parte ecuadoriani ma anche africani e italiani», racconta padre Rinaldo Resecco, il parroco di San Sisto in prima linea nella città storica- e ho celebrato anche due o tre matrimoni».
Il futuro ha gli occhi di Dario
Nella Genova sempre più vecchia, il cardinale Angelo Bagnasco ha voluto che il centro di aiuto alle neomamme – inviate dai 34 Centri di ascolto vicariali – nascesse nel cuore dei vicoli: si chiama Punto Emergenza Prè, entri e – in questi giorni – è come se si spalancasse la porta della casetta di Babbo Natale, tra addobbi e pupazzi ovunque.
«Servono a creare un clima familiare, nel solo 2017 abbiamo seguito più di 150 bambini dalla gravidanza della madre al compimento del primo anno di età », racconta Bruna Doglio, 70 anni.
Vent’anni fa, Doglio aiutava le suore filippine della scuola San Giuseppe «dove si sperimentava già , ed era una novità per Genova, la convivenza tra bambini di tante nazioni nelle stesse classi».
Oggi il Punto Emergenza Prè (con il vicino ambulatorio “A Casa del re” nei locali di Palazzo Reale) vive grazie all’impegno di dieci volontari a rotazione e agli aiuti dei genovesi che quest’anno hanno anche consentito di distribuire – dietro prescrizione medica – 3.000 confezioni di latte in polvere.
«Sono qui per ritirare il mio ultimo pacco mensile», racconta con un sorriso Mariuccia Ortiz, 42 anni, mamma del piccolo Dario che il 29 dicembre del 2016 – esattamente un anno fa – ha emesso il suo primo vagito all’ospedale Galliera.
Nella sua borsa, le volontarie mettono pannolini e vestiti. Il sogno di Mariuccia per questo compleanno? «Vorrei tutto il bene possibile per Dario, spero che possa avere la cittadinanza italiana», risponde.
Prè laboratorio di culture
Serena Bertolucci – direttrice di Palazzo Reale e responsabile del Polo museale della Liguria – ha lanciato un anno fa la scommessa che sta per prendere corpo: portare attività commerciali e collegare il “suo” palazzo a via Prè con un semplice ascensore. I lavori stanno per iniziare. E poi – se i suoi progetti avranno ascolto – spalancare alla vista lo scalone monumentale oggi coperto dal mercato di piazza Statuto e ricollegare via Balbi, Prè e il porto Antico.
Il suo teorema: il museo non può vivere se anche via Prè non ritornerà ad essere frequentata e vissuta.
«La mia famiglia è di Camogli e mio padre navigava, da bambina venivo al porto ogni volta che papà attraccava a Genova. Ricordo in via Prè i tavolini con le “bionde” e tanta gente, probabilmente c’erano molti più italiani di oggi, ma certe cose una bambina non le nota: vedo oggi mio figlio, lui non dice “il bambino nero” ma dice magari “il bambino con la maglietta rossa”, non è il colore della pelle che fa la differenza».
Il pericolo di ghettizzazione del quartiere, per Bertolucci, si supera con le azioni concrete «Molti dipendenti di Palazzo reale oggi vivono qui, altri hanno fatto richiesta di avere in affitto un appartamento e l’avranno: la via Prè che vedo è un grande laboratorio di integrazione, non un ghetto».
L’imam Mustapha Gharib, 57 anni, egiziano di Alessandria, è sulla stessa linea.
Lui, quando ha visto il presepe allestito nella vetrina del “Punto Emergenza” è andato a visitarlo. «Era novembre – raccontano le volontarie – e ha chiesto: ma è già nato il Bambin Gesù?». «Il presepe è un segno di pace, come lo sarebbe una vera moschea in città . Ma so che tanti genovesi hanno paura», dice l’imam.
Il mito e la realtà della Mala
«In questo dibattito sulla Prè del passato vedo una visione vernacolare che è quella tramandata dai cantautori e da De Andrè, ma è un po’ falsa – interviene l’urbanista Francesco Gastaldi – l’idea che la mala degli anni Sessanta fosse folkloristica e bonaria è fuorviante: i napoletani di Marechiaro e i clan calabresi gestivano traffici illeciti e sparavano, questa è la verità ».
Lo “storico” maresciallo Francesco Lo Vecchio, che quella malavita l’ha fronteggiata negli anni Ottanta e Novanta con la divisa da carabiniere – oggi in pensione – racconta un episodio: «I figli di Marechiaro andavano sempre da uno stesso barbiere. E non pagavano: tu sai chi siamo, dicevano andando via. Ecco, era forse una malavita diversa ma non aveva nulla di poetico, usava già metodi mafiosi».
(da “il Secolo XIX”)
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