GIORGIA AL BIVIO: STA CON DONALD O CON L’ONU E LA CHIESA? IL BOARD OF PEACE RIUNITOSI IERI A WASHINGTON, DI CUI L’ITALIA È “OSSERVATORE”, È LA MOSSA DI TRUMP PER AGGIRARE L’ALLEANZA ATLANTICA. MA LA DECISIONE DEL VATICANO DI CHIAMARSI FUORI MANDA IN CORTOCIRCUITO LE BUSSOLE ESTERE DELLA MELONI
L’AMBASCIATORE SEQUI: “NELLA STORIA REPUBBLICANA È STATO SEMPRE CRUCIALE MANTENERE UN RAPPORTO SPECIALE SIA GLI USA CHE CON IL VATICANO. SUL BOARD, TUTTAVIA, LE DUE POSIZIONI DIVERGONO IN MODO SOSTANZIALE E QUESTO CI PROVOCA IMBARAZZO E TENSIONI”
Il Board of Peace riunitosi ieri a Washington ha annunciato fondi, riaffermato impegni e confermato ambizioni globali. Non ha però sciolto il nodo cruciale: chi eserciti l’autorità effettiva a Gaza e a quali condizioni possano realmente avvenire disarmo di Hamas e ritiro israeliano. È in questa distanza tra proclamazione e potere di determinare le variabili decisive che si misura la credibilità dell’iniziativa.
Occorre innanzitutto distinguere con precisione tra il piano di pace in venti punti e il Board. Il piano è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza con la Risoluzione 2803 ed è giuridicamente fondato.
Lo statuto non limita l’organismo a Gaza: gli attribuisce il compito di garantire «pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitto». Formalmente collegato all’Onu, nei fatti è progettato per muoversi oltre il suo perimetro. Il Board, dunque, non è una istituzione multilaterale tradizionale ma un organismo a concentrazione verticale dell’autorità.
In un sistema Onu fondato su sovranità formalmente eguali e bilanciamenti procedurali, introduce una logica diversa: la leadership prevale sull’istituzione. Non incardina la potenza in regole condivise; la organizza attorno a un centro decisionale personale.
A ciò si aggiunge la monetizzazione dell’adesione. Il seggio permanente costa un miliardo di dollari. Il contributo non finanzia soltanto l’organizzazione: determina l’accesso. La gestione dei fondi resta a discrezione del vertice, mentre la responsabilità giuridica grava sui donatori.
È una torsione del principio di legittimità e di accountability. Il Board prevede controllo senza responsabilità e responsabilità senza controllo. In questo quadro la pace non è più un bene pubblico multilaterale, ma diventa funzione di una discrezionalità del suo presidente.
Israele e diversi Paesi arabi condividono una convergenza tattica – contenere Hamas e stabilizzare Gaza – ma divergono sul “dopo”: statualità palestinese, governance, garanzie. L’unità è contingente, non strutturale. L’Europa entra frammentata e a ranghi sparsi in un foro concepito per aggirare l’Onu: la frammentazione non è un incidente e diventa parte dell’effetto del Board.
Alcuni aderiscono, altri osservano, altri declinano. La Santa Sede ha rifiutato per difendere il primato dell’Onu nella gestione delle crisi: non è una scelta simbolica, è una valutazione di legittimità. La questione non è Gaza; è chi definisce cosa sia la pace.
L’assenza della Santa Sede indebolisce la legittimità morale del Board, introduce una dimensione etica nel confronto e amplifica la frattura europea, recuperando la centralità dell’Onu.
Qui emerge una divergenza concettuale netta. La visione deal-centrica trumpiana tende a identificare la pace con la chiusura operativa, anche temporanea, di una crisi. Papa Leone XIV ha ricordato invece che la pace non è mera interruzione delle ostilità, ma ordine giusto e riconosciuto.
La distanza tra pacificazione amministrata e pace legittima riflette due concezioni diverse dell’ordine. Per l’Italia ciò genera due tensioni strutturali. In passato, quando Roma veniva esclusa da formati ristretti, l’appoggio americano spesso consentiva di superare le resistenze di alcuni partner europei e di ottenere l’accesso ai tavoli decisionali. Oggi quella dinamica non funziona più. I formati si sono biforcati tra circuiti a guida statunitense e configurazioni europee autonome.
L’allineamento a Washington non garantisce più automaticamente integrazione in formati ristretti europei e può anzi produrre un costo politico nei rapporti con i partner Ue. La scelta di essere paese “osservatore”, non prevista dallo statuto, è il male minore, ma ha un costo: legittima il Board senza avere voce.
Il secondo cortocircuito riguarda il rapporto con Usa e Vaticano. Nella storia repubblicana è stato sempre cruciale mantenere un rapporto speciale con entrambi, anche per ragioni di legittimazione nei confronti della nostra opinione pubblica.
Il risultato è che il Board non abolisce l’Onu: lo rende aggirabile. Non distrugge il multilateralismo ma lo relativizza. È coerente con la linea espressa a Monaco da Rubio: multilateralismo selettivo, funzionale all’interesse nazionale americano e non vincolante.
La questione non è se il Board ricostruirà Gaza, ma se l’ordine internazionale reggerà se la pace è organizzata come club e la legittimità diventa una variabile dell’interesse del momento. Con queste premesse, la pacificazione può produrre tregue ma, senza legittimità condivisa, non produce stabilità.
Ettore Sequi
per “la Stampa”
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