I GIORNI DELL’ILVA, DOPO LE PROTESTE A GENOVA, ANCHE A TARANTO IAVORATORI HANNO OCCUPATO GLI STABILIMENTI: GLI OPERAI CHIEDONO LA REVOCA DEL PIANO CHE ACCELERA IL PERCORSO DI DECARBONIZZAZIONE DEGLI IMPIANTI, CON UN AUMENTO DELLA CASSA INTEGRAZIONE
NEL MIRINO DEI SINDACATI C’È IL MINISTRO DEL MADE IN ITALY, ADOLFO URSO: “STA PORTANDO ALLA CHIUSURA DELL’ILVA, MELONI DEVE TOGLIERGLI IL DOSSIER” – LE TRATTATIVE PER LA CESSIONE SONO IN ALTO MARE
Sull’ex Ilva non c’è più spazio per mediare. I sindacati alzano il livello dello scontro.
Soltanto l’intervento della presidente Giorgia Meloni, fanno sapere Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm, potrebbe far ripartire il confronto. Nel mirino delle tre sigle confederali finisce il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso.
«Ha fallito su tutta la linea, il capo del governo deve togliergli il dossier», ripetono all’unisono Michele De Palma, Ferdinando Uliano e Rocco Palombella. Nel frattempo, in tutti gli stabilimenti del gruppo la tensione è alle stelle. A Genova e Novi Ligure gli operai danno vita a blocchi stradali, cortei e assemblee con occupazione degli impianti.
Per oggi sono in programma assemblee a Taranto.
Gli addetti dell’ex colosso della siderurgia, poco meno di diecimila persone, sentono che il rischio di perdere tutto è altissimo. Fiom, Fim e Uilm lo ripetono senza troppi giri di parole: «Il cosidetto Piano corto presentato dal governo è di fatto
un piano morto che porterà alla chiusura a partire dal primo marzo».
«Il governo – accusano De Palma, Uliano e Palombella – dice che per altri 1.550 addetti, che si aggiungerebbero ai 4.550 collocati in cassa integrazione unilateralmente, ci sarà attività di formazione fino al 28 febbraio, ma è soltanto un escamotage per arrivare comunque alla chiusura a partire dal primo marzo».
La mobilitazione di Fiom, Fim e Uilm proseguirà fino a quando non sarà la presidente Meloni ad avocare a sé la vertenza, ritirando il piano presentato dal ministro Urso. L’unica salvezza possibile, secondo i tre sindacati dei metalmeccanici, passa dall’affidamento della fase di transizione ad una partecipata pubblica.
Il ministro Urso, dal canto suo, mostra distacco. «Noi che abbiamo rivalutato e riaffermato il ruolo dei sindacati, rispettiamo fino in fondo qualunque loro decisione», si limita a dire. Sulle accuse che gli piovono addosso per il piano di decarbonizzazione, calato sul tavolo senza alcun confronto con le parti sociali, ribadisce che si tratta di una decisione inevitabile.
A suo giudizio, infatti, il nuovo piano, che prevede un percorso di decarbonizzazione (tre forni elettrici e un Dri) da portare a termine in quattro anziché in otto anni, recepisce le richieste del Comune di Taranto.
Con il passare dei giorni aumentano i dubbi e le incertezze. La valutazione delle offerte di acquisto, che avrebbe dovuto concludersi entro il 15 novembre, è ancora in corso. I commissari di Acciaierie d’Italia continuano a confrontarsi con Bedrock Industries e Flacks group, i due fondi di investimento americani.
A questi, fa sapere Urso, si sono aggiunti due operatori extraeuropei, i cui nomi restano coperti. Nel frattempo gli impianti marciano al minimo.
(da agenzie)
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