IL PARTITO DI SILVIO BERLUSCONI ESCE A PEZZI DAL REFERENDUM: E’ STATA BOCCIATA LA RIFORMA BANDIERA DELLA GIUSTIZIA E MOLTI DEI SUOI ELETTORI (QUASI IL 18%) HANNO VOTATO “NO”
A NULLA E’ SERVITA L’ESPOSIZIONE DI MARINA E PIER SILVIO BERLUSCONI, IN NOME DI BABBO SILVIO – LA SCOPPOLA E’ FERALE PER TAJANI E LA SUA “BANDA DI LAZIALI” (GASPARRI E BARELLI) INCAPACI DI MOBILITARE GLI ELETTORI NELLA LORO REGIONE (NEL LAZIO IL “SI” SI E’ FERMATO AL 45,4%) … IL “NO” HA SBANCATO IN SICILIA, CALABRIA E BASILICATA, REGIONI GOVERNATE DA FORZA ITALIA CON SCHIFANI, OCCHIUTO E BARDI … FRANCESCA PASCALE: “VEDENDO GASPARRI IN TV DIRE SÌ, PERSINO IO AVREI VOTATO NO”
Il pomeriggio più tetro, a destra, è quello di Forza Italia. Gli azzurri sognavano di dedicare la
vittoria a Berlusconi, con le due dita al cielo tipo Kakà ai bei tempi rossoneri, e invece si ritrovano a masticare amaro.
Con l’ultima beffa, recapitata dai sondaggisti: quasi un elettore su cinque del partito dell’ex Cavaliere ha votato no alla riforma bandiera, la separazione delle carriere. Tra le forze politiche della maggioranza, FI sconta insomma il dato peggiore di dissidenza rispetto alla linea ufficiale: quasi il 18% degli elettori ha cassato la legge, dati Opinio per la Rai.
Numeri che rimbalzano fino a Milano. Sorprendono Marina Berlusconi, confida chi l’ha sentita in queste ore tribolate. La primogenita del fondatore di FI si era spesa in prima persona nella campagna referendaria. E adesso viene descritta così: delusa, «amareggiata». Anche se «rispettosa» del responso delle urne, per quanto decisamente più agro che dolce, nella lettura che arriva dall’ex “real casa” di Arcore (e a proposito: pure ad Arcore ha vinto il no, anche se di un soffio, 47 voti).
Marina Berlusconi ha passato la giornata al telefono. Contatti con la premier, Giorgia Meloni, per condividere il dispiacere. E un paio di chiamate ad Antonio Tajani, una prima, una dopo il patatrac.
Strigliata alle viste? Nel gruppone dei parlamentari azzurri in realtà non prevedono repulisti. Il vicepremier non avrebbe insomma un avviso di sfratto sul bavero della giacca. «Ha fatto quello che poteva», concedono i Berlusconi.
Però dall’entourage della primogenita continua a trapelare – e si fa più insistente a maggior ragione oggi – la richiesta di un rinnovamento ai vertici del partito. Senza mettere in discussione Tajani, ma altri sì. Il segretario qualcosa farà: c’è la tentazione di anticipare i congressi regionali, con il via entro aprile.
Da fuori, punge Francesca Pascale, che di Berlusconi è stata compagna per quasi un decennio: «Vedendo Gasparri in tv dire sì, persino io avrei votato no…», si sfoga a passeggio dietro Montecitorio.
«Tajani dovrebbe dimettersi? Non ha leadership, tanti giovani liberali non hanno votato, perché non si sono sentiti coinvolti e rappresentati. FI non ha fatto abbastanza. Salvo solo Giorgio Mulè». Il vicepresidente della Camera, recordman di visualizzazioni sui social del sì.
Tra gli azzurri (e pure nella cerchia di Tajani) si spulciano numeri, si additano colpevoli. In Sicilia, sul banco degli imputati finisce Renato Schifani: il no ha scavallato il 60%
Tajani in pubblico si fa conciliante: «Ci inchiniamo al popolo sovrano, l’alto grado di partecipazione è una grande prova di democrazia, abbiamo fatto tutto il possibile». Il ministro Paolo Zangrillo si rammarica: «Avrei voluto dedicare la riforma a Berlusconi, ma non è un voto politico».
Sottotraccia, però, tra gli azzurri montano i malumori anche verso gli alleati. Contro i leghisti poco mobilitati: «Un loro elettore su tre non è andato ai seggi». Sbuffi d’irritazione raggiungono pure contro il duo Delmastro-Bartolozzi.
C’è chi scommette che nel chiuso di Chigi, dai forzisti arriverà un suggerimento alla premier: quei due ci hanno danneggiato, una riflessione sulla loro permanenza al governo va fatta. Assomiglia a un benservito. A Meloni un messaggio è già arrivato sulla legge elettorale: «Bisogna sedersi con l’opposizione – avverte Mulè – e trovare un equilibrio».
(da il Fatto Quotidiano)
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